CAPITOLO V.

[14] Capitoli del regno di Napoli, pag. 39 e 40, capitoli dati il 10 giugno 1282.

[15] Vo' notare, perchè mostri le condizioni di tutte le altre, una concessione fatta da Carlo I, a dì 8 luglio 1278 (o 1266), che leggiamo tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 4.

Il re dà in feudo nobile a Ponzio di Blancfort, milite e famigliare suo, il castel di san Pietro sopra Patti, che si tenessein capitedalla corona, per lo servizio di due militi e mezzo, ragionati a 20 once d'oro annuali per ciascuno, secondo gli usi del regno di Sicilia. Eccettuansi dalla signoria coloro che tenessero direttamente dal re feudi o altro in que' luoghi; e le saline, gli armenti regi, i demani, le spiagge fino al gitto della balista: riserbasi ancora il re il dritto al giuramento ligio; i giudizi criminali di morte, taglione, o esilio; e la imposizione delle collette o monete generali.

[16] Capitoli del regno di Napoli, an. 1272, pag. 8. Questa differenza che Carlo mettea tra sudditi francesi e italiani, senza saviezza politica, e certo senza giustizia, si scorge sempre, anche in fatti di minore importanza. Così nel chiamare i baroni al servigio feudale, distinguea gli uni dagli altri; e abbiamo da vari diplomi che una volta ai Latini ingiunse di recarsi a quest'effetto a san Germano il 26 dicembre 1275, a' Francesi il 14 gennaio 1276. Da' registri del r. archivio di Napoli, reg. segnato 1260 O fog. 68 a t. e 69.

[17] Carlo non solamente volle una feudalità di gente francese nel reame di Puglia, che mirò ancora a stabilirvi intere popolazioni. Così a ripopolar Lucera, dopo aver domato que' fieri Saraceni, invitò con promessa di proprietà e immunità larghissime gli abitanti della Provenza, raccomandando portasser seco loro le armi. Diploma del 20 ottobre 1273 dal r. archivio di Napoli, in Papon, Hist. gén. de Provence, tom. III, Doc. 12. Veggasi ancora quant'altro scrive il Papon nello stesso tom. III, pag. 58.

Questo fatto è provato inoltre da' privilegi di colonia provenzale, che Carlo II nel 1300 concedette ai Catalani dell'armata. Diplomi del 3 gennaio tredicesima Ind. nel reg. del r. archivio di Napoli, segnato 1299-1300, C fog. 50 a t.

[18] Presso il Caruso, Bibl. sic., tom. II, pag. 780.

[19] Saba Malaspina, continuazione presso di Gregorio, Bibl. arag.tom. II, pag. 332.

[20] Così furon chiamati ne' mezzi tempi, per corruzione della vocedominio, le terre appartenenti propriamente alla corona.

[21] Saba Malaspina, lib. 6.

[22] Raynald, Ann. ecc. 1267, §. 4. La prima è senza data; l'altra di Viterbo, il 6 febbraio 1267.

[23] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 1 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 26.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

I diplomi del r. archivio di Napoli ci forniscono più minuti ragguagli, dei quali accennerò qui alcuno.

1º. Le collette o sovvenzioni eran bandite per varie cagioni, e spesso se ne richiedean molte in un medesimo anno; come sovvenzioni generali: per gli stipendi de' soldati mercenari: per l'armamento delle galee: pei legnami e marinai, diversa dalla precedente: per la festa d'armar cavaliere il figliuolo del re; e simili bisogni reali o immaginari. Notisi che in un reame in cui il servigio militare era a carico dei feudatari, si levava un'altra imposta per le truppe mercenarie.

2º. La somma era esorbitante. Per esempio, nel 1276 la sovvenzione generale per gli stanziali montò ad once 60,170. 11. 11.

Questa somma scompartissi per le province nel seguente modo:

Abbruzzo 6573 13 16Terra di Lavoro e Contado di Molise 8080 » »Principato e terra Beneventana 5566 12 17Capitanata 3300 24 1Basilicata 4286 29 1Terra di Bari 5446 21 »Terra d'Otranto 3547 14 8Val di Crati e terra Giordana 5725 27 16Calabria 2631 28 12Sicilia di qua dal Salso (Sicilia orientale) 7600 » »Sicilia di là del Salso (Sicilia occidentale) 7500 » »

Totale60,170 11 11

come si legge in un diploma del 13 febbraio quarta Ind. (1276) nel registro di Carlo II segnato A, 1201, fog. 90. Lo stesso dì fu bandita in alcune province di terraferma un'altra imposta per le galee, come si vede da un altro diploma del 20 febbraio quarta Ind. (1276), ibidem. Altre once 1,674 per soldi della gente delle galee di guardia intorno la Sicilia, si veggon pagate, la più parte dalla città di Palermo, in tre diplomi del 24 e 25 gennaio e 2 febbraio quinta Ind. (1277) reg. 1268 O fog. 47.

Abbiamo oltre a ciò le scritte del danaro che appare ricevuto dai due giustizieri di Sicilia nei mesi di maggio e giugno 1277 per sovvenzioni generali, nella somma di once 10,801, che certo non appartiene all'imposta de' soldati; e perciò il danaro pagato dalla Sicilia in quell'anno passò di molto le 30,000 once. Non è dubbio che quelle partite appartengano a un medesimo anno, cioè alla quinta Ind. 1276-77, perchè gli editti si mandavan fuori prima del cominciamento della indizione, e il danaro s'incassava nel corso della medesima. Queste scritte trovansi nel registro 1268 A fog. 40, 41, 42, 43. Da quella data il 29 maggio, fog. 41 a t., si scorge che la sovvenzione pei soldi della gente delle galee nel giustizierato di qua dal Salso era da 800 a 900 once all'anno.

3º. La proporzione della colletta tra il reame dell'isola e quel di terraferma, era come di uno a quattro; il che fa argomentare che a un di presso la popolazione stava nella stessa ragione, che è anche quella d'oggidì.

4º. I magistrati preposti a riscuoter le collette o sovvenzioni erano i giustizieri.

Su quali elementi l'amministrazione angioina prendesse a scompartir la somma tra le varie terre, s'ignora. Forse avea qualche abbozzo di censimento, non sappiam se di beni o di popolazione; ma è certo che dalla corte veniva la distribuzione; e ciò veggiamo per la distribuzione della moneta nuova nel diploma del 12 agosto 1279, che si pubblica Docum. III. La somma poi gravata sopra ogni terra, si contribuiva dagli abitanti su i ruoli che stendeano gli oficiali, chiamati giudici nelle terre demaniali, e maestri giurati nelle feudali, che erano eletti a questo scopo di comun voto degli abitanti. Tra molti altri documenti, il prova il diploma del 13 agosto 1278, pubblicato Docum. II, e l'altro del 12 settembre 1277, registro citato, 1268 O fog. 1, nel quale si legge….precipias ex parte nostra universitatibus terrarum et locorum tam demanii quam ecclesiarum comitum et baronum jurisdictionis tue, sub pena unciarum auri decem per te a contumacibus exigendis, ut universitates terrarum demanii judices sufficientes, ydoneos et juris peritos si poterint inveniri in numero consueto, et universitates ecclesiarum comitum et baronum magistros juratos bonos, sufficientes, ydoneos et fideles, quilibet in dicta universitate….. unum in magistros juratos de comuni voto omnium eligant….. Questa era una lettera circolare a tutti i giustizieri delle province di terraferma e al vicario in Sicilia ne' due giustizierati dell'isola. Onde si scorge ancora che la cancelleria di Carlo I, ora scrivea direttamente ai due giustizieri di Sicilia, come a quei di terraferma, ed or facealo per mezzo del vicario, sedente allora a Messina. Il diploma del 13 febbraio 1276, citato di sopra, accenna la medesima forma di distribuzione della tassa, per sindichi eletti dalle università, ossiano comuni.

Da un diploma che leggesi in Vivenzio, Storia del regno di Napoli, tom. II, pag. 351, si ricava, che in Principato la proporzione ordinaria della sovvenzione generale era di un agostale a focolare, ossia famiglia.

[24] Nic. Speciale, lib. 1 cap. 2.

Bart. de Neocastro, cap. 12 e 13.

[25] Diploma dato di Melfi a 16 settembre 1269, dove si confessa, che gli abitanti di alcuni casali di Calabria appartenenti al monastero del Salvadore di Messina:de necessitate coguntur proprium deserere incolatum, dum nullatenus possint tam gravia onera sustinere. Dal r. archivio di Napoli, si legge nei Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2.

[26] Capitoli del regno di Napoli, anno 1272, pag. 4.

[27] Lettera de' Siciliani al papa Martino IV, nello Anonymi chronicon siculum, cap. 40, presso di Gregorio, Bibl. arag. tom. II, pag. 154.

D'Esclot, cap. 88. Questi assicura che si levavano infino a quattro collette in un anno, ed aggiugne un'altra crudeltà, non rapportata dai nostri, e perciò men da credersi; cioè che marchiavano in fronte cui non pagasse le collette, e che i riscuotitori portavano due collari colle catene appesi all'arcion della sella, e vi attaccavano pel collo i debitori.

[28] Docum. VII.

[29] Capitoli del regno di Napoli, pag. 26.

[30] Saba Malaspina, cont. loc. cit., pag. 333.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 8 di re Giacomo.

Diploma del 27 gennaio 1281, nel citato catalogo delle pergamenedel r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 227.

Diploma del 29 novembre tredicesima Ind. (1269) nel r. archivio diNapoli, registro di Carlo I, segnato 1269, D, fog. 203 a t.

I nomi de' cittadini palermitani da' quali si tolse in presto ildanaro di cui tratta questo diploma, sono: Failla, de Pulcaro,Riccio, Tagliavia, ed Afflitto.

Diploma del 15 marzo 1278 per compensarsi col danaro dato in prestito dal comune di Caltagirone, il debito ch'esso avea per la imposta de' legnami e marinai, nella somma di once 727. R. archivio di Napoli, reg. 1268, A, fog.143.

Da molti diplomi si vede che re Carlo richiedea tali imprestiti a tutti i magistrati preposti all'amministrazione delle entrate pubbliche, cioè i giustizieri, i segreti, i portulani, e i maestri di zecca. Diploma dato di Viterbo il 15 novembre quinta Ind. (1276), nel quale si comanda ai giustizieri di terraferma di dare in prestito al re once 500 per ciascuno, e a que' di Sicilia 1,000 once per ciascuno; nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 1. Altro simile, ibid., fog. 2, dato di Brindisi, il 16 aprile (forse 1277). Altro, ibid., fog. 3, dato di Venosa il 1 giugno quinta Ind. (1277), pel quale si domandarono ai giustizieri di Sicilia once 2,000 per ciascuno. Altro, ibid., fog. 22, a t., ai segreti, portulani, e maestri di zecca. In Sicilia ci avea un segreto solo, un sol portolano, e ilSiclariusdi Messina. Il pretesto dell'accatto era l'urgenza di pagare i soldati mercenari, e il censo alla corte di Roma. E in molti luoghi fu mandato, come era solito, a sollecitare il pagamento un Droetto da Genlis. Altri del 23 febbraio, 5 e 30 marzo (1276) per simili imprestiti. Richiedeansi ai giustizieri once 2,000 per ciascuno; nel r. archivio di Napoli, reg. segn. 1291, A, fog. 93, 94, a t. 95 e 102.

Diploma del 5 settembre, sesta Ind. (1277) a' giustizieri, che mandino incontanente danaro,tam de pecunia ipsa mutuanda per te, quam de recipienda mutuo a divitioribus et melioribus dicte jurisdictionis tue a quibus statim et brevi manu haberi possint, ita quod mutuum ipsum generale non sit nec in eo pauperes, etc.R. archivio di Napoli, reg. 1268 O, fog. 3.

Conto dei giustizieri di Sicilia, ibid., fog. 75, ove si parlad'altri imprestiti somiglianti.

Altri diplomi su imprestiti non restituiti da Carlo I, son citatidal Vivenzio, Storia di Napoli, tom. II, pag. 12.

[31] Memorie storiche ed economiche sopra la moneta bassa di Sicilia,di Antonino della Rovere, Palermo, 1814, cap. 3.

[32] Documento II.

Molti particolari per la monetazione d'oro in Napoli si trovano in un diploma del r. archivio di Napoli, reg. 1268, O, fog. 91.

[33] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 10 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282, pag. 25.

Saba Malaspina, cont. loc. cit., p. 332.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

D'Esclot, cap. 88.

Diplomi del 18 e 25 maggio 1275, ai maestri della zecca di Messina, allegati dal sig. della Rovere nell'opera citata, cap. 4; ove si legge che nella nuova moneta di denari entravano 7 tarì e mezzo di argento in ogni libbra di lega; e sopra ciò si ragiona il guadagno dell'80 per 100, che risponde a' detti del Neocastro e del D'Esclot; il primo de' quali afferma che il valor edittale della nuova moneta montò a trenta volte sopra l'antico, non che sopra l'intrinseco; e il secondo attesta il rapidissimo calar di questa moneta dopo la distribuzione.

Moltissimi diplomi ci ha poi, su le sforzate distribuzioni della bassa moneta, nel r. archivio di Napoli; un de' quali dato il 13 agosto sesta Ind. (1278) si trova nel registro segnato 1268, A, fog. 127. Un altro del 5 settembre sesta Ind. (1277) per la distribuzione di libbre 8,830 di moneta nuova, alla solita ragione di 3 libbre ad oncia di valore, talchè se ne doveano ricavare, continua il diploma, once 2,943. 11. 10, reg. 1268, O, fog. 3; e parecchi altri veggonsi notati nell'Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli per monsig. Scotto, tom. I, Napoli, 1824.

Una di queste pergamene contien la distribuzione alle città e terre della Sicilia di là del Salso (regione occidentale); e questa, perchè mostra particolari importanti, l'ho io trascritto dall'originale, e la pubblico qui, Docum. III.

Che Carlo I d'Angiò avesse la monetazione come un capo di entrata pubblica, si ricava da molti altri diplomi del r. archivio di Napoli; un dei quali indirizzato al vicario in Sicilia Adamo Morhier per la zecca di Messina il 13 marzo 1278, si trova nel registro segnato 1268, A, fog. 142.

[34] Elenco citato delle pergamene, ec., tom. I, p. 181 e 184, diplomi del 4 e 31 agosto 1279.

[35] Bart. de Neocastro, cap. 12.

Capitoli del regno di Napoli, 26 gennaio e 20 febbraio 1274, pag. 1.

Alla tratta dei grani, e alle altre esazioni dei porti eran preposti i maestri portolani; e in Sicilia n'era di que' tempi un solo, come si scorge dai diplomi del r. archivio di Napoli, 10 giugno, quinta Ind. (1277), reg. 1268, A, fog. 22 a t.—10 e 15 aprile, sesta Ind. 1278, indirizzati a Giovanni di Lentini milite, e Matteo Rufulo di Ravella, portolani e procuratori in Sicilia (ma erano due individui che esercitavano, o per dir meglio avean preso in affitto, un solo uficio), ibid., fog. 96, 97.

De' dritti di tratta del grano si trova notizia in molti altri diplomi, e, per non citarne un eccessivo numero, veggasi quello del 15 marzo 1278, reg. 1268, A, fog. 142, e un altro del 26 novembre 1279, indirizzato al portolano di Eraclea in Sicilia. In questo si leggono tutte le estrazioni di grani da Eraclea, ossia Terranova, in quattordici mesi dal 10 luglio 1278 al 24 settembre 1279. Il dritto di estrazione era venticinque once ogni mille salme di frumento per fuori regno, e la metà pei luoghi del regno. Nel detto periodo si trassero da Terranova salme 11,709 di frumento e 3,690 d'orzo, delle quali 150 sole per Genova, 560 senza dichiarar luogo, e le une e le altre furono imbarcate con legni genovesi e oltramontani. Il rimanente con bastimenti siciliani o del regno di Napoli fu portato ad Amalfi, Gaeta, Napoli, e la più parte a Messina. I carichi per Napoli furono del frumento e orzo del re. Dal r. archivio di Napoli, reg. 1270, B, fog. 36 a t. Io ne ho depositato una copia nella Bibl. com. di Palermo.

[36] Veggasi di Gregorio, Considerazioni sulla storia di Sicilia, lib. 3, cap. 6 e 7.

Il segreto amministrava queste gabelle, ed era in Sicilia un solo, se non che talvolta più persone prendeano in fitto questo uficio, come il mostra un diploma del 29 ottobre ottava Ind. (1279) per alcune decime e prestazioni alla chiesa di Messina, nel cui margine leggesiAlaymo de Lentini et sociis secretis Sicilie, r. archivio di Napoli, reg. segnato 1270, B, fog. 9; e un altro diploma del 23 settembre dello stesso anno, ibid., fog. 8, per la elezione d'Arrigo de Riso e Arrigo Rosso da Messina a segreti di Calabria. Da un altro diploma del 27 marzo ottava Ind. (1270), ibid., fog. 3, si rileva, che le entrate della segrezia di Sicilia per la ottava Ind. montassero ad once 19, 310, 26, 10. Veg. anche diploma del 15 marzo 1278, ibid., reg. segnato 1268, A, fog. 142, indirizzato al segreto di Sicilia; e un altro al medesimo, ibid., reg. 1270, B, fog. 11, dato il 27 febbraio, ottava Ind. 1280, per dritti diriva e bucceriadi Palermo.

[37] Diploma del 6 agosto 1281 nell'Elenco dalle pergamene del r.archivio di Napoli, tom. I, p. 228.

[38] Ibidem. Ad ogni pagina si leggono diplomi riguardanti questiaffitti.

[39] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 11 di re Giacomo.

Anon. chron. sic., cap. 40.

[40] Leggonsi moltissime di queste transazioni coi veri o supposti frodatori, nel registro del r. archivio di Napoli segnato 1283, A, fog. 96, 98, 103, 108 a t. 112, 113, a t. Si scorge ancora il mal uso dal diploma del 26 marzo 1284, ibid., fog. 125 a t., in cui fu mascherato sotto tal pretesto il riscatto di Arrigo Rosso da Messina, fatto prigione nel combattimento di Milazzo l'anno 1282.

[41] A proposito de' mali consiglieri di re Carlo, è da ricordare un diploma del principe di Salerno, dato di Nicotra il 22 giugno 1283. Dietro lo scoppio del vespro, la casa di Angiò volle gittar sui ministri tutto il carico del mal governo. Il principe dunque di Salerno, erede presuntivo della corona, denunziò a' popoli del regno di terraferma quattro Marra fratelli, e due Rufulo padre e figliuolo «inventori di tutti i modi di spogliare i popoli, pei quali la Sicilia s'era ribellata. Or io, conchiudea, li punisco.» Da' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1, pubblicato dal sac. Niccolò Buscemi nella vita di Giovanni di Procida, Docum. 5.

[42] Saba Malaspina, cont. pag. 331, 332.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

Anon. chron. sic. loc. cit.

D'Esclot, cap. 88.

Al proposito della estrema cura di Carlo pe' suoi orti si legge un curioso diploma dell'8 febb. 1278 a Adamo Morhier vicario in Sicilia, cui il re raccomandava il palagio e il giardin di Palermo, e que' della Cuba, dell'Assisa, della Favara, e del Parco; nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 37 a t. Ivi a fog. 37 è un altro diploma del 5 febb. a un Giordano detto Marzono per la custodia de' palagi e giardini medesimi.

[43] Capitoli del regno di Napoli del 10 giugno 1282.

Il dritto di pascer gli armenti regi era certamente antico sui i feudi; ma Carlo l'abusò, come fece di ogni altra prerogativa della corona.

Saba Malaspina, cont. p. 357.

[44] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 28 e 64 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 11.

Bart. de Neocastro, cap. 12.

Saba Malaspina, cont. pag. 331.

[45] Bart. de Neocastro, cap. 12.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 44 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 26 e seg.

[46] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 13 di re Giacomo.

[47] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

[48] Saba Malaspina, cont. pag. 334.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

Epistola di Clemente IV, in Raynald, Ann. ecc. 1267, §. 4.

[49] Saba Malaspina, cont. pag. 334.

Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.

[50] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

D'Esclot, cap. 88.

Anon. chron. sic. cap. 40, loc. cit. pag. 155.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 19 e 20 di re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 20.

Veggasi ancora il diploma di re Carlo I, a 31 luglio 1276, per le materasse che gli officiali prendeano ai giudici del comune di Messina, in Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 105.

[51] Nic. Speciale, lib. 1 cap. 11.

[52] Anon. chron. sic. pag. 154.

Bart. de Neocastro, cap. 14.

Nic. Speciale, lib. 1 cap. 2.

Saba Malaspina, cont, pag. 333 e 353.

Rade volte, com'avvien pure, il re prendea a riparare qualche caso particolare. Un diploma del 24 febbraio, non si vede di qual anno, fa scritto al vicario in Sicilia, per le violenze fatte al canonico Stefano d'Ala, e la sua prigionia arbitraria. Nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, O fog. 88 a t.

Un altro diploma del 7 maggio quarta Ind. (1276) riguarda un simil caso di Deponto da Nicastro, cui un Raoul de Teretis milite, con una sua masnada, avea cattivato, portato alla Catona, e indi nel castel di Scilla.

[53] Si sa che sotto Federigo imperatore i baiuli erano insieme giudici civili di prima istanza, officiali dell'azienda regia, e magistrati municipali. Par che siano stati sostituiti, forse da Carlo, a questi baiuli i giudici nelle terre demaniali, e i maestri giurati nelle feudali o ecclesiastiche. Questi pel rescritto della conferma della loro elezione pagavano, oltre le mance ai notai, un dritto di tarì d'oro diciotto e mezzo al fisco. Veg. diploma del 13 agosto 1278, docum. II. e conto del giustiziere della Sicilia oltre il Salso, nel reg. del r. archivio di Napoli segnato 1268, O fog. 75, ove è messo a entrata questo dritto.

[54] Che questa non sia una supposizione mia lo attestano tutti gli storici di sopra citati, e gli statuti stessi che promulgò Carlo appresso il vespro. Ricordisi la legge sulla occupazione de' demani citata di sopra, ch'è la sola obbligatoria anche pei Francesi e Provenzali.

In un diploma del 16 aprile 1274, re Carlo commette al vicario di Sicilia, che gli abitanti di Eraclea non sian molestati nè spogliati dai vicini,che non sono nè Francesi nè Provenzali; che è una diretta confessione, o almen prova quali suonassero i richiami del pubblico. Tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1.

[55] Capitoli del regno di Napoli, pag. 4, 15 marzo 1272.

[56] Questa moneta valea la quarta parte di un'oncia.

[57] Capitoli del regno di Napoli, pag. 10, anno 1269.

[58] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 42 del re Giacomo.

[59] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 45 del re Giacomo.

Capitoli del regno di Napoli, pag. 21 e 22. Ved. anche un diploma nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, O fog. 75, nel quale si leggono i conti di un giustiziere della Sicilia oltre il Salso, e tra le altre partite d'entrata se ne trova una di multa per gli omicidi clandestini.

[60] Capitoli del regno di Sicilia, cap. 15 di re Giacomo.

Epistola di Clemente IV, in Raynald, Ann. ecc. 1267 §. 4.

[61] Saba Malaspina, cont. pag. 333.

[62] Docum. VII. Par fuori d'ogni dubbio che si parli d'una prigione nel Castel dell'Uovo, che per altro era il carcere de' rei di stato, ove si ritenea Beatrice figliuola di Manfredi, Arrigo Rosso messinese preso il 1282, nel combattimento di Milazzo, ecc.

[63] È confessato ne' capitoli di re Carlo del 10 giugno 1282.

[64] Capitoli del regno di Napoli, pag. 15, 15 dicembre 1268.

[65] Epistola di Clemente IV, del 1267, loc. cit.

Scorgesi ancora da tutti gli storici da noi citati, e cento diplomi il confermano; de' quali per brevità noterò due soli del 1269 e del 1270. Il primo, tratto da' reg. del r. archivio di Napoli, si legge tra' Mss. della Biblioteca com. di Palermo Q. q. G. 1 fog. 102; l'altro nell'elenco delle pergamene dell'archivio stesso di Napoli, tom. I, pag. 34.

[66] Diploma del 29 gennaio 1269, da' reg. del r. archivio di Napoli, tra i Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 1.

Diploma del 10 novembre 1270, nell'elenco citato delle pergamenedel r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 41.

Altro del 7 maggio 1271, ibid. pag. 58, e altri dieci del 1275, ibid. pag. 100 a 112. Nel conto del giustiziere della Sicilia oltre il Salso, reg. del r. archivio di Napoli segnato 1268, O fog. 75, si veggono messe a entrata le terze parti de' mobili de' contumaci.

[67] Capitoli del regno di Napoli, pag. 16, 26 gennaio 1278.

[68] Diploma del 3 febbraio 1270, tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. F. 70, pubblicato dal sac. Niccolò Buscemi nella vita di Giov. di Procida; e altri—del 20 febbraio 1271, nel catalogo citato delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 49—del 2 giugno 1271, ibid. pag. 63—del 1 novembre 1271, ibid. pag. 79.

[69] Ibid. diploma del 21 dicembre 1271, pag. 82.

[70] Capitoli del regno di Napoli, pag. 23, 22 novembre 1271.

[71] Epistola di Clemente IV, del 1267, loc. cit.

Nic. Speciale, lib. I, cap. 2 ed 11.

Capitoli del regno di Sicilia, cap. 22 di re Giacomo.

Rimostranza de' Siciliani, Docum. VII.

In un diploma del 14 luglio 1266, che cavato dagli archivi delle chiese di Cefalù abbiamo nella Bibl. com. di Palermo tra i Mss. Q. q. G. 12, si fa cenno di un censimento di tutte le contee, baronie, «e delle pulzellein capilloche vivessero nelle terre scritte in pie'.» Mi è corso alla mente che quella lista di fanciulle si stendesse anche per vegliare su i loro matrimoni.

I permessi di matrimonio, anche senza beni feudali, sono frequentissimi ne' reg. angioini del r. archivio di Napoli. Molti se ne trovano, per lasciar gli altri, nel reg. seg. 1268, O fog. 23 e 24, dati da aprile a giugno 1274.

[72] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Bart. de Neocastro, cap. 22.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2. ed 11.

Anon. Chron. sic. loc. cit. pag. 154.

Lettera di Clemente IV, a re Carlo, in Raynald, Ann. ecc. 1268, §. 36. Francesco Pipino, in Muratori R. I. S., tom. VIII, lib. 3, cap. 10.

D'Esclot, cap. 88.

Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.

[73] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2.

Saba Malaspina, cont., pag. 332 e 353.

Rimostranza de' Siciliani, citata di sopra.

[74] Raynald, Ann. ecc. 1267. §. 4, e 1268, §§. 36, 37.

[75] Saba Malaspina, lib. 6, cap. 3, 4 e seg.

[76] Scrivendo queste parole non si è dimenticato la imperfezione di quegli antichi parlamenti, i quali non eran sempre generali, nè aveano il potere legislativo sì netto come in oggi, nè rappresentavano la nazione in quel significato ch'or suona appo noi. Ma secondo gli umori dei tempi (e son più costanti i parlamenti d'oggi?) raffrenavano anch'essi gli abusi; come nel progresso di queste istorie si vedrà de' parlamenti di Santo Martino e di Foggia nel reame di Napoli, e di quelli adunati in Sicilia sotto Giacomo e Federigo d'Aragona.

[77]Nos autem qui civitatem eamdem speciali prerogativa diligimus et fovemus, eo quod Caput et Sedes Regni nostri exsistit, etc.leggesi in un diploma di Carlo I, dato di Napoli a 29 ottobre 1270 in favore del clero palermitano, presso Inveges, Ann. di Palermo, tom. III, pag. 741.

Relazioni straniere di Carlo I d'Angiò. Crociata e trattato di Tunisi. Carlo aspira all'impero greco. S'ingrandisce in Italia. È raffrenato da Gregorio X. Disegni di Niccolò III e nimistà di lui con Carlo. Pretensione di Pier d'Aragona al reame di Sicilia: supposte pratiche di lui per mezzo di Giovanni di Procida. Preparamenti di guerra in Aragona. Esaltazione di Martino IV. Armamenti di Carlo per l'Oriente. Sentimento nazionale manifestato in Italia contro i Francesi. Novelli aggravi che soffrono i Siciliani: richiami, umori, disposizioni loro. 1266-1282.

Dal governamento interiore or trapasseremo alle brighe di fuori, senza le quali non sarebbero tutte spiegate le cagioni del vespro; perchè l'infrenabile ambizione di re Carlo fu quella che gli suscitò contro i potenti offesi o minacciati, e insieme condusse a disperazione i sudditi, torturati per supplire a sforzi che di gran lunga passavano il poter loro. Ebbe Carlo dalla liberalità di san Luigi la contea d'Angiò; quelle di Provenza e di Forcalquier, dal matrimonio con Beatrice; i domini italiani, dal papa e dal proprio valore: e tal prosperità invasò tutto d'ambizione l'animo suo, nato a questo; foltissimo e costante anzi caparbio nel volere; audacissimo all'eseguire; non risguardante a giustizia nelle cose politiche, e manco nelle civili e private; non mitigato dal più fugace sentimento d'umanità; per temperanza religiosa, o abitudine e disposizione del corpo, non isvagato da amori; brusco nel tratto; spiacente e ingrato fino ne' cattivi versi che dettò; avaro, rapace, durissimo al rendere; non severo però nè scarso co' satelliti della sua ambizione. Crebbe da fanciullo nelle armi; seguì il fratello alla prima impresa d'Affrica; acquistò chiaro nome in guerra per valore, e anco per le qualità della persona da spirar nella moltitudine fidanza o terrore: un robusto, {74} grande, dal volto nasuto, olivastro, spirante fierezza, non composto mai a sorriso, sobrio, vigilante; e solea dir che i dormigliosi ne perdon tanto di vita. La quale austerità e attitudine alla guerra sembran le sue sole virtù: e più sarebbe stata la religione, se non l'avesse inteso a suo modo: riverire il sacerdozio quando non gli contrastasse ambizione; donare a monisteri; erger chiese; e credere che si serve a Dio con ciò solo, calpestando il vangelo nei sublimi precetti della carità. Per tali vizi e virtudi e fortuna era costui molto ridottato in cristianità, come potente, bellicoso, irresistibile [1]. Per le stesse cagioni, sospinto da sua natura e fatto cieco dalle prosperità, ei montò agevolmente, e inaspettatamente cadde. Non prima occupò il trono di Manfredi, che prese a guardar di là dal mare l'impero greco, di là dal Garigliano l'Italia superiore; lacerati, l'un da eresia, tirannide, e pretensione di due schiatte di principi, l'altra dalle parti politiche; e la {75} potenza di Roma vedea presta ad aiutarlo, là col pastorale, qua con la spada guelfa. Pertanto si die' Carlo, dall'anno sessantasei all'ottantadue, a novelle ambizioni, che senza tenerci strettamente all'ordine dei tempi, ma più al legame de' fatti, discorreremo a parte a parte.

E pria direm come da que' disegni re Lodovico il chiamò a sterile impresa. Ardente di pio zelo faceasi Lodovico a ritentar l'affricana terra, fatale a Francia; per tutta cristianità bandiva la crociata, sforzandosi a ricondurvi il secolo già inchinato ad altre brame, e il fratello che amava meglio a spiegar la croce contro i ricchi cristiani. Gli ambasciatori di Francia mandati a sollecitar Carlo alla crociata, richiedeanlo inoltre della restituzione del danaro sovvenutogli quand'egli era povero principe del sangue reale, e non reso or che il re di Francia si trovava in bisogni assai maggiori de' suoi [2]. Nè Carlo ebbe fronte di ricusar l'invito alla guerra; ma temporeggiò, consigliando sotto specie del ben della impresa l'util proprio: che si facesse il primo impeto sopra il reame di Tunisi, tributario a Sicilia infin da' tempi normanni, e allora ricalcitrante a quel peso. Infine ragunata in Sicilia l'armata, passò in Affrica re {76} Carlo, ad avvantaggiarsi ei solo nella perdita de' suoi. Trovò l'oste di Francia a campo a Tunisi, diradata da fame, pestilenza, ferro nimico: il fratel suo non trovò, il santo e forte Lodovico, il quale colto dalla contagione, rendè l'ultimo fiato, pur mentre Carlo sbarcava, il venticinque luglio milledugentosettanta. Delle cui brame non curossi Carlo, nè del sepolcro di Cristo; e come nell'altra crociata, appena ricattatosi di prigione, avea abbandonato il fratello per andare a molestar i novelli suoi sudditi di Provenza, così or patteggiò col re di Tunisi: sgombrasse l'esercito battezzato, con restar libero in quelle province il cristian culto; stipulò per sè stesso una grossa somma di danaro, e l'aumento del tributo[3]. Allor dissero vendetta celeste dell'abbandonata guerra, una tempesta che fracassò nel porto di Trapani l'armata ritrattasi d'Affrica, sì che l'acquistato danaro rimase preda delle onde[4]. Peggio ne andò in pezzi per cristianità tutta il nome di Carlo, per aver dato di piglio nelli avanzi di quel miserando naufragio; spogliato i guerrieri della croce, i fratelli suoi d'arme, sotto specie di uno statuto di Guglielmo il Malo, che appropriava al fisco le robe dei naufraghi[5]. Ma a Carlo eran ciance: vedea solo i tesori via alla possanza; la possanza via ai tesori.

Per isfrenata signoria di una corrotta corte e d'un clero {77} accanito in teologici assottigliamenti, l'imperio di Costantinopoli cadeva in quel tempo: senza buone armi; nemico per fiero scisma ai cristiani di ponente; da' barbari scemo di vastissimo paese. Un'oste crociata di Veneziani e di Francesi s'era già impadronita della capitale stessa; avea locato un conte di Fiandra sul solio di Costantino. Ma, a danno maggiore, non pure allignando quella nuova dominazione, i principi greci fuggenti ripigliavan animo a combatterla: Michele Paleologo infine, usurpato per misfatti il rinascente imperio di gente greca, rinnalzaval con animo e senno, occupando Costantinopoli nel milledugentosessantasette, e scacciando al tutto gli stranieri; ma la forza e dignità dello imperio non potè ristorare. Prendendo allor a peregrinare in ponente, Baldovino, il latino imperatore, dopo vano accattar aiuti dagli altri principi ortodossi, gittavasi infine in braccio a re Carlo[6]. Innanzi la passata a Tunisi, innanzi la guerra di Corradino, appena messo il pie' in Italia, macchinò Carlo l'occupazion dell'impero greco: chè ciò eran manifestamente i patti, che a corte e nelle stanze medesime di papa Clemente, ei fermò con Baldovino; vero accordo tra potente e mendico. Perchè riguardando, scrivea l'Angioino, alle calamità di Terrasanta, a' travagli della Chiesa, alla desolazione di Grecia, e commiserando l'abbietta fortuna dell'imperatore, promettea portare entro sei anni un esercito al racquisto dell'impero; ma da questo andavano scorporati a favor suo il principato di Acaia e Morea, e 'l reame di Tessalonica; e tornavagli dippiù la terza parte de' conquisti, e l'aspettativa del solio stesso di Costantinopoli, mancando il sangue de' Courtenay; oltrechè la bambina Beatrice di Carlo fidanzavasi a Filippo unico erede di {78} Baldovino[7]. Mirò pochi anni appresso al dominio utile del principato di Morea, di cui per tal trattato avea acquistato il diretto dominio; ond'avvenne che i Francesi quivi trapiantati, i quali molto s'eran allegrati della vittoria di Carlo sopra Manfredi, allor tutto sentirono il peso dell'amistà con un vicino forte e ambizioso, che non abborrì dall'arricchirsi delle spoglie della dinastia francese de' Ville-Hardoin. Perchè Guglielmo di questa gente, principe di Acaia e Morea, incalzato dal Paleologo, dandosi anch'egli in balía di Carlo, disposò a Filippo figliuol dell'Angioino, Isabella sua figlia ed erede: e venuto esso a morte, e anco Filippo, i sovrani di Napoli presero il titolo di quel combattuto principato; ritennero la Isabella come prigione in Napoli; e usurpavano il paese del tutto, tra protezione e alta signoria, se non era per la guerra di Sicilia[8]. Nel medesimo tempo si apriva la strada Carlo I {79} alla selvatica Albania con le solite arti: si facea da quei turbolenti chiamare al trono: e legavasi ad essi col vecchio ludibrio de' giuramenti; con sì bella scambievole fidanza, che a sicurare i suoi uficiali e guerrieri mandati in quelle regioni, richiedea statichi albanesi, e in Aversa li custodia strettamente[9]. Per tal modo approcciavasi alla sede dell'impero greco, circondavala, insidiavala d'ogni dove[10].

E in Italia, spento Corradino, e con lui l'ardir novello de' Ghibellini, l'usato gioco fe' montar parte guelfa: per la cui riputazione, e del papa, e della vittoria, s'aggrandiva re Carlo; ridendosi ormai de' limiti che la gelosia della romana corte aveagli assegnato nella investitura del reame. Ripigliò in Roma l'uficio di senatore: tornò a comandare in Toscana da vicario imperiale, e a perseguitare senza freno i Ghibellini[11]: saltò in Piacenza: in Piemonte molte cittadi occupò; molte in Lombardia, {80} talchè quivi poco mancò nol creassero principe. Genova dapprima insidiò con gli usciti; poscia assaltò scopertamente con le armi; e innanti che denunciasse la guerra, spogliò i Genovesi che ne' suoi reami mercatavan sicuri: onde se la forte repubblica il fiaccava nelle battaglie di mare, non gli mancò pasto all'avarizia. I suoi intanto, non era violenza o ingiuria che non osassero. Guidone da Monteforte, a Viterbo, nel tempio, tra i riti del sacrifizio di Cristo, levava l'empie mani a trucidare e trascinare Arrigo, principe reale inglese; e, sgridato più che punito, il sacrilego assassino campò. Altri ad altri misfatti si sciolsero, men ricordati dalle istorie perchè versavasi men illustre sangue[12]. Ma la rabbia delle parti accecava gli uomini a questi evidenti mali della signoria straniera; e in que' primi tempi della passata di re Cario, la fece {81} anzi richiedere in varie città. Ed egli alternando forza e frode, qui mettea piè da signore, là da protettore; spogliata una provincia, con quell'oro assoldava masnade che ne occupassero un'altra; ai pochi e forti, perchè gli fosser sostegni, prostituiva le sostanze e i dritti più santi dei cittadini: e s'avanzava a gran passi al dominio di tutta la penisola.

Tuttavia quella che l'avea suscitato cominciò a reprimerlo: la romana corte, che di sgherro già sentival padrone. Clemente non fe' che ammonirlo, perchè poco visse oltre la vittoria. Vacò il pontificato poi tre anni; ne' quali cresciuta la possanza di Carlo, i fratelli del sacro concistoro, non bastando a frenarla, ne colser odio e terrore. Indi esaltato Gregorio X nell'anno milledugentosettantuno, come vivuto fuori d'Italia e delle parti, ed entrato ne' nuovi sospetti della romana corte, nuovi consigli tentò. Aveano i predecessori fomentato le divisioni d'Italia, ed ei fe' ogni opera a risanarle; aveano difficultato la elezione dell'imperatore, ed ei la procacciò; sì che fu data quella corona a Ridolfo d'Hapsburgo, picciol signore, ma uomo di grandissimo animo, fondator della grandezza della casa d'Austria. Il Paleologo intanto a schivare i colpi dell'avara pietà di ponente, sforzava i suoi che assentissero la processione dello Spirito Santo dal Padre e sì dal Figliuolo, ch'era l'importanza dello scisma; e per maneggi e supplizi non persuase il clero greco, ma n'ebbe una sembianza di rassegnazione. Allor Gregorio potendo con onor del pontificato fermar la pace col Greco, onde si toglieva il pretesto all'ambizione di Carlo, correndo il settantaquattro ribenedì il Paleologo nel concilio di Lione, e nel grembo della Chiesa l'imperio orientale raccolse. Mal potremmo apporci or noi qual deliro miscuglio di pensieri fervesse nel tempo di questo concilio nella mente di Carlo; religioso a un tempo, e ardente di tutte {82} tirannesche voglie[13]. Gravi autorità portano[14] ch'un suo medico propinasse veleno a san Tommaso d'Aquino, morto nell'andata al concilio; perchè il re temea non si spiegasse a suo danno quel possentissimo ingegno, che il nimicava per odio di famiglia o abborrimento della pessima signoria, e nel suo libro del governo de' principi, quantunque partigiano della monarchia, avea sfolgorato con le più fiere invettive la tirannide d'un solo, e fattone uno specchio, nel quale Carlo potea guardarsi e riconoscere le sue sembianze[15]. Reo o no Carlo, quest'accusa almen prova di che fosse tenuto capace. Più certa la rabbia con che posava, sforzato da' decreti di Lione, le armi apprestate contro il Greco. Al tempo stesso vedeasi tagliati i passi {83} anco in Italia dalla riputazione di Ridolfo, per avviluppato che costui si trovasse nelle guerre tedesche. E fu tanto, che nel settantaquattro, riscotendosi primi gli Astigiani dall'insopportabile giogo, Carlo avea perduto il Piemonte e Piacenza; e negli altri dominî dell'Italia di sopra ormai vacillava. Il prudente pontefice l'abbassava, senza venir con esso a manifesta discordia[16].

Morto Gregorio nel corso di sì alto disegno l'anno milledugensettantasei, si rinfrancò l'Angioino; e pensando di qual momento gli fosse un papa a sua posta, ogni pessim'arte adoprò nelle elezioni de' tre pontefici, ch'entro un anno fur visti regnare e morire. Ripigliò i preparamenti allora della guerra col Paleologo: ravvivò le pratiche in Acaia, ove mandò innanzi picciole forze, dai Greci agevolmente oppresse[17]: infine il titolo di re di Gerusalemme a' tanti suoi aggiunse. Vano nome quest'era ormai, disputato da parecchi principi cristiani. Federigo II imperatore aveal preso in dote; passato era poi col dritto al reame di Sicilia ne' figli di Manfredi; e altri pretendeanvi, e tra essi una Maria d'Antiochia, principessa tapina e raminga; dalla quale Carlo il comprò per vitalizio di quattromila lire tornesi sul contado d'Angiò, parendogli scala a nuove grandezze, e nuovo pretesto all'impresa di Grecia, perchè teneasi che quell'impero, nido d'eresiarchi e sleali, tagliasse la via ai luoghi santi, e che indi il re di Gerusalemme onestamente potesse assaltarlo[18]. Per tal {84} modo ripigliava con maggior vigore tutte le antiche ambizioni; e circuiva a ciò ogni conclave con violenza ed inganno, quando l'anno settantasette, abbassata tra' cardinali la parte francese, valse più della malizia di lui l'italian consiglio, che condusse al pontificato Niccolò III[19].

Di grande animo, di smisurati pensieri fu Niccolò[20]; superbo, sagace, chiuso nei disegni, veemente all'oprare, non curante della giustizia ne' mezzi purchè il fine conseguisse, ch'era ingrandir la Chiesa per ingrandire gli Orsini; e a nobile effetto il menava: sgombrare l'Italia d'ogni dominazione straniera. In Italia disegnava fondar novelli reami, e darli ad uomini di sua schiatta: vedeva ostacoli a questo l'imperatore e il re; battea dunque Carlo con Ridolfo; Ridolfo con Carlo; ambo con l'autorità della Chiesa. Al Tedesco strappò la concessione della Romagna, tenuta infino allora feudo imperiale: tolse al Francese l'uficio di senator di Roma, il vicariato di Toscana; e con forte mano il trattenne dall'impresa di Grecia, ch'egli sempre più affrettava; fomentando da un canto gli scandali tra i Greci intolleranti del domma nuovo, mal insinuato con le prigioni, gli accecamenti, e i patiboli; e dall'altro canto {85} accagionando il Paleologo di questi turbamenti medesimi, e sleale chiamandolo, e falso nella ritrattazione dall'eresia. Contuttociò il pontefice gli negò sempre favore alla impresa[21]: ond'ei si volse a sfogar contro gli occupatori di Soria la rabbia e il natural talento di rapacità: mandovvi Ruggier Sanseverino conte di Marsico, con titol di vicario del reame di Gerusalemme, e genti e navi, che dalla presa di Acri in fuori, tornarono senza alcun frutto[22]. Tra Niccolò e Carlo privato sdegno rinvelenì l'odio di stato, quando chiesta dal papa per un suo nipote una donzella di casa d'Angiò, ricusavala Carlo. «Perch'ei s'abbia rosso il calzamento, rispose stracciando le lettere di Niccolò, suo principato non è retaggio; non può il suo mescolarsi col sangue de' reali di Francia.» Que' detti, riportati, furon punta di coltello al cuor del pontefice, che tenea la gente Orsina niente inferiore a casa d'Angiò, e sè molto di sopra: onde serbolli a rugumarne e alimentare lo sdegno; ancorchè durassero tra lui e 'l re le sembianze di pace[23], per mutua simulazione, e perchè quegli in ogni altra cosa usò riverente col pontefice, ondeggiando sempre tra ambizione e paura del Cielo. Ma non era uom per {86} l'Orsino, il quale sciolto d'ogni riguardo, maturava i colpi, e aspettava il destro a vibrarli[24]. Profonda intanto sembrava in tutta Europa la pace[25].

D'altra parte altri elementi sorgeano a conturbarla. Costanza figliuola di Manfredi, sposa di Pietro re d'Aragona, pretendea, com'erede ultima degli Svevi, la corona di Sicilia e Puglia[26]; e Pietro salito sul trono lo stesso {87} anno della esaltazione di Niccolò III, ancorchè in picciol reame più magistrato che principe, uom di mente e d'animo grandissimo era. Divisa la Spagna in quel tempo in parecchi stati: alcuno ne teneano i Mori; gli altri, riconquistati da' cristiani, con larghi ordini reggeansi, misti di monarchia, d'ottimati e di popolani, convenienti a liberi uomini, che per la nazionale indipendenza e la religione, mille pericoli avean durato insieme e duravano. Riconoscean lo stesso principe i reami di Aragona e Valenza, e la Catalogna o contea di Barcellona, ma la sovranità pressochè tutta dalle corti di ciascuno di quegli stati esercitavasi; composte di prelati, baroni, cavalieri, e rappresentanti di città; altere di lor franchezze; scienti della propria possanza. Somigliante agli efori di Sparta stava in Aragona a petto a petto col re l'inviolabileJustiza; il quale a nome dei baroni giuravagli il dì del coronamento: «Essi che valeano ciascun quanto il re, tutti insieme assai più di lui, ubbidirebbergli se lor franchezze mantenesse; e, se no, no[27].» Indi alti spiriti nei soggetti, miti costumi eran quivi nei re; sopra tutt'altri di que' tempi, facili alle udienze, dimestichi, senza riti di sussiego o sospetto, compagnevoli, e umani[28]. Con questi {88} ordini, con questi sudditi, poveri d'altronde e parteggianti, non potea Pietro divisare conquisti; e pur le qualità dell'uomo vinsero gli ostacoli della società in cui vivea. Inoltre per indole imperiosa e severa, avea concitato contro a sè durante il regno del padre i baron catalani, usi all'anarchia; avea mal purgato il suo nome dall'infamia del fratricidio di Ferrando Sanchez figliuol bastardo di re Giacomo, ch'egli assediò, e pressel fuggente, e il fe' annegare, scusandosi che Ferrando praticasse contro la sua vita con Carlo d'Angiò[29]. Ma insieme s'era segnalato l'infante Pietro per coraggio e gran vedere nelle guerre di Valenza e di Murcia[30]; avea saputo adoperar la divisione degli ottimati; e salito in grande rinomanza militare, e dotato di quella forza che rapisce e costringe gl'intelletti minori, poteva egli bene adunar a un'impresa di ventura quei suoi avvezzi a star sempre in sulle armi, or contro i Mori, or contro le altre genti spagnuole, or tra sè stessi, ed or piratescamente assaltando questa e quell'altra città del Mediterraneo. Picciol'oste sarebbe a fronte di re Carlo; ma audacissima, spedita, fatta a posta a guerre irregolari, e subite fazioni.

Le quali condizioni bilanciando in mente, taciturno, e come s'ad altro attendesse, ascoltava Piero le continue rampogne della sua donna. Perchè da lei non dileguandosi per volger d'anni il cordoglio dell'ucciso padre, dello occupato reame, del patibolo di Corradino; l'acceso femminil {89} pensiero incusava di viltà ogni differimento alla vendetta: e pregava Costanza, e sdegnavasi, e chiamava dappoco lo sposo, e ai figliuoli insegnava che careggiandolo, e abbracciandogli le ginocchia, ricordassero senza stancarsi l'invendicata morte dell'avolo[31]. Sorridea Pietro; e a disegni, non a querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida[32].

Di questi il primo, nato di gran legnaggio, nella terra di Scalea in Calabria[33], imparentato colla siciliana famiglia de' conti d'Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria[34], venuto era fanciullo seguendo la regina Costanza, con madonna Bella madre sua, nutrice della reina; e a corte d'Aragona si era educato nelle armi e nelle astuzie. Pietro molto amore gli pose; il fe' cavaliere con Corrado Lancia, giovanetto congiunto della reina; e una sorella di Corrado a Ruggiero sposò. I due cognati prestantissimi {90} si fecero in armi: e avvenne che Corrado, pria dell'altro che tanto dovea vantaggiarlo di gloria, ebbe nome, e segnalossi capitan di navi catalane, in fatti audacissimi sopra Saraceni[35]. Giovanni di Procida per altra via più combattuta venne in grazia al re d'Aragona. Nacque costui, o fu allevato in Salerno; ebbe alto stato appo l'imperator Federigo e Manfredi, e oltre il feudo di Procida molti beni allodiali in Salerno; fu medico assai riputato[36]; e tradusse dal greco in latino, o compilò in latino, le massime di filosofia morale degli antichi sapienti[37]. Narrano alcuni, {91} a ringrandir Giovanni e rendere più patetici i suoi casi, che volontario ivane in bando, trafitto di mortal rancore perchè uomini francesi per violenza contaminasser la moglie e la figliuola di lui, uccidessero il figlio che difendeale; e di tanto misfatto negassegli giustizia il re[38]. Ma non sì drammatico appar questo esilio dai documenti, che attestan Giovanni fatto ribelle innanzi il milledugentosettanta, probabilmente per la guerra di Corradino, e se gittan qualche barlume su i suoi domestici torti, dan {92} luogo a tal sospetto più tosto dopo l'esilio che innanzi[39]. Come noto nella corte di Manfredi, Giovanni cercò asilo appo la reina Costanza in Aragona; ov'ebbe da Pietro le signorie di Luxen, Benizzano, e Palma; cortigiano suo fidatissimo divenne, e consigliere[40]: ch'uomo fu di molta saviezza e dottrina, aguzzato anco la mente da un intenso odio, e dalle aspre sue vicende ammaestrato a maneggiare questi sì vari e sfuggevoli animi degli uomini. Quegli usciti, dall'amaro soggiorno in corte straniera non volgendo altro nell'animo che la patria loro e la vendetta contro quella rea mano che li cacciò, forte stigavano il re. Tritavan insieme con esso le condizioni delle cose; la mala contentezza de' popoli in Sicilia e Puglia; la tirannide stolta di Carlo; i disegni del papa; i timori del Paleologo: aver {93} questi oro e non armi; Aragona il contrario; Roma saette d'altra tempra: s'accozzerebber pure; battesse l'ali questo Carlo, gli aggiusterebbero il colpo. E spiavan, vegliavano; ad ogni nuovo eccesso di Carlo, spuntava nel cupo consiglio d'Aragona un sorriso[41]. Memorabil epoca in cui i quattro principi che tenean la più parte delle regioni europee bagnate dal Mediterraneo, furono ad un medesimo tempo di gran valore, e di grandi vizi, degni se non di lode, certo di fama. In Oriente il Paleologo, usurpatore, ma ristorator d'un impero, fraudolento più che forte, tremava di re Carlo. Questi agognando a tal vastità di dominio, distruggea col mal governo la propria base in Sicilia ed in Puglia. Di ponente il re d'Aragona più giovane, più sagace e meno potente, torvo e cheto pigliava lena per islanciarsi addosso al conquistatore. Inaccessibile a timore sulla cattedra di san Pietro, rigoglioso nella smisurata autorità, e non meno nel proprio ingegno, e nella non ben acquistata ricchezza, l'italiano pontefice guardava le passioni di quegli stranieri: e chi sa a quali speranze non ne saliva? Forse un viver più lungo di Niccolò III avrebbe spento in altra guisa la dominazione angioina, e mutato le sorti d'Italia. Ma volle il Cielo che re Carlo non fosse umiliato da' potenti, ma sì dalla plebe; e che la sua rovina si consumasse nel modo che men poteva uomo immaginare: per una rissa di volgo, in Palermo!

Pietro ordinavasi a sforzo di guerra, sì come è mestieri, dice Montaner, con amistà, danari, segreto. Fe' tregua di cinque anni col re di Granata[42]: con Castiglia lega; e meglio se n'assicurò prendendo due giovanetti principi più vicini alla corona che non era Sancio loro zio, chiaritone erede, onde il re d'Aragona potea così a ogni piè sospinto {94} sturbare il vicin reame[43]. Provossi da un altro canto a serbare l'antica benivolenza con Filippo di Francia, marito della sorella, statogli amicissimo in gioventù, e or molesto coll'occupazione di Montpellier[44]. Con lo stesso re Carlo o coprì i disegni e mostrò l'odio, come scrive il Montaner, che sarebbe stata anco arte sopraffina, o dissimulò gli uni e l'altro, come Carlo stesso poi rinfacciavagli, venendo a dimostrazioni d'amistà, e trattato di matrimonio tra un figliuol suo con una figlia dell'Angioino[45]. Con ciò messe in punto gli arsenali di Valenza, Tortosa, Barcellona[46]; e maneggiò sì accortamente i suoi baroni e borghesi, che richiestili di sussidi per tale impresa, dicea, da tornarne grande utile al reame, con insolita docilità porgean essi il danaro[47]. Queste disposizioni, e i preparamenti d'armi e di navi che ne seguitarono, attestan gl'istorici più degni di fede.

Taccion del rimanente le pratiche con l'imperator di Costantinopoli e coi baroni siciliani, da altri storici meno autorevoli composte come in azione drammatica. Giovanni di Procida, al dir di costoro, esule volontario per la supposta ingiuria atroce, n'è protagonista; rassomiglian ombre gli altri personaggi, che la istoria figura ben altrimenti: Pier d'Aragona, Michele Paleologo, Niccolò III, {95} Alaimo da Lentini, e più altri nobili uomini di Sicilia. Non pensan, non osan essi senza Procida: al sol vederlo ogni fiata rompono in lagrime come fanciulli; ei solo, sospinto da amor di patria e desio di vendetta, va, torna, muta sembianti, ignoto ha credenza da' grandi; ei solo disegna, comincia, e fornisce l'impresa. Ignorando che Giovanni fosse esule dal sessantotto o sessantanove, come il mostrano i diplomi, e fatto uom di re Pietro, favoleggian costoro che venutogli in mente il disegno di tor la Sicilia a re Carlo, da sè solo cominciava a trattarlo con principi di fuori, e congiurati in casa. A Costantinopoli si portò l'anno settantanove, com'uscito che cercasse in quella corte asilo e stipendio; spacciandosi medico, ed uom di stato, delle cose di Sicilia espertissimo. Trovò sì piana la via appo il greco imperadore, che quegli in segreto luogo sopra una torre venne ad abboccamento con esso: e quivi Procida il tentò con favellar degli armamenti di Carlo a' danni suoi; a lui perduto d'animo e piangente fe' balenare innanzi agli occhi una speranza. Onde Michele, che l'imperio vedea sossopra, e Carlo sì intento e minaccioso a mala pena trattenuto da papa Niccolò, avidamente abbracciava il partito di turbargli i reami; e profferia centomila once d'oro: fermata l'impresa, le porgerebbe. Si infinse allor Procida scacciato dalla bizantina corte. Vestiti i panni di frate minore, furtivo in Sicilia entrò, che per esser più oppressa, o più disposta per le città più grosse, l'indole degli uomini, e la difesa dei mari, più opportuna gli parve al gran colpo. Appena Procida a' noti suoi del sicilian baronaggio disse di congiura, deliberati vi si tuffarono. Con lui vengono a parlamento Gualtier da Caltagirone, Alaimo da Lentini, Palmiere Abbate, ed altri valenti baroni: Procida accenna la via d'uscire dall'insoffribil servaggio: rivela gli aiuti dell'imperatore greco; i disegni sullo aragonese: ordina con loro che annodate tutte {96} le fila, sollevin la Sicilia a ribellione: e richiedeli di lettere credenziali, che della congiura re Pietro certificassero. Avutele, sotto i panni stessi di frate, passa a corte di Roma.

Correa già l'anno milledugentottanta, e papa Niccolò a castel Soriano soggiornava, quando un fraticello gli fe' chiedere occulta udienza; e raccolto, incominciò ad avvolgersi in misteriosi parlari, toccando la eccessiva potenza di Carlo, le ingiurie private al pontefice, le condizioni d'Italia. Procida nominossi alfine: all'attonito pontefice aperse quant'erasi ordito. Aggiungono, e par fola manifesta, ch'ei con l'oro bizantino comperasse l'assentimento del papa; il quale sì altamente ambiva, nè facea di mestieri corromperlo, perchè si volgesse a' danni di Carlo[48]. Dicono, e la credo dello stesso conio, ch'entrato nella congiura, Niccolò per segretissime lettere confortasse l'Aragonese; e del siciliano reame investisselo. Ma guadagnato il papa, sopraccorrea Giovanni in Catalogna; trovava re Pietro lontano, così continuano quegli storici, da ogni speranza dell'impresa; ed egli ne presentava il pensiero, esponea le trame ordinate, mostrava i trattati e le lettere. Così svolse a' suoi intenti il re d'Aragona. A ragguagliarne gli altri congiurati, ripiglia il viaggio: sbarca a Pisa; rivede il pontefice a Viterbo; i siciliani baroni a Trapani; quinci una galea veneziana sconosciuto il reca a Negroponte; di lì a Costantinopoli. E vien ultimato col Paleologo il trattato della guerra contro Carlo: a dar guarentigia più salda, un altro se n'appicca di parentado tra le {97} corti di Grecia e d'Aragona; il quale non si nasconde, ma serve di colore al Paleologo per mandar legato un suo cavaliere, messer Accardo di Lombardia; cui son affidate trentamila once d'oro delle promesse, che a Pietro le rechi. Accardo e Procida insieme entrarono in nave.

In questo la morte di papa Niccolò fu per distrugger tutto l'ordito. Per viaggio seppela Giovanni da una nave pisana, e a messer Accardo la occultò. Approdarono a Malta, come s'era ordinato prima co' baroni siciliani: in segreto luogo i cospiratori adunaronsi. Ed eran muti, ansiosi, parlavan sommesso della perdita del congiurato pontefice; e chi temporeggiar volea, chi lasciar ogni pensiero della ribellione, quando Procida surse a rampognarli, a confortarli: fosse amico o avverso il papa novello, ormai non mancherebbero le forze: Accardo, e loro il mostrava, non venirne ozioso spettatore: qui il sussidio bizantino; pronti in Aragona guerrieri e naviglio; e che temeano? perchè con animi sì femminili entrare in congiure? Ma a loro, già intinti sì profondamente, non gioverebbe lo starsi; risaprebbesi la trama, e morrebber da cani. Con tai rimbrotti li rapì seco all'estrema conclusione. Fu in Aragona da poi; rappresentò a Pietro l'ambasciatore di Grecia, e l'oro; vinse i rinascenti timori del re. Gli armamenti affrettaronsi allora; il dì fermossi e il modo che la Sicilia sorgerebbe a vendetta[49].

Tale il racconto della congiura, che dicon si conducesse per due o tre anni. I particolari nè niego, nè affermo io, perchè non ne ho fondamenti; ma non mi sembran verosimili {98} al tutto. Che tra Pietro e 'l Paleologo si maneggiasse un trattato per togliere a Carlo il reame di Sicilia, il tengo io certo, per quel che disse e fece poi contro ambidue papa Martino; e perchè Tolomeo da Lucca afferma aver veduto l'accordo; essere stato trattato da Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con altri Genovesi dimoranti in terra del Paleologo; e aver questi fornito danari allo Aragonese[50]. Le trame con alcuni baroni di Sicilia, non rafforzate di valida autorità istorica, il replico, probabili mi sembrano, ma non certe. Falso è che la pratica, si strettamente condotta, fosse a punto riuscita a produrre lo scoppio del vespro; perchè questi compilatori della congiura ci pongon fole da romanzo, e imbattonsi in cento errori manifesti; perchè i successi discordan dalla supposta cagione; perchè gli scrittori più autorevoli il tacciono, come nel capitol seguente diremo, e più largamente nell'appendice. Vagliate tutte le memorie de' tempi tornano a questo: che Piero agognava alla corona di Sicilia: che s'armava: che praticò per aiuti di danaro con l'imperator di Costantinopoli, minacciato da re Carlo; che Procida fu tra i suoi messaggi: che si tramò forse con alcun barone siciliano: ma che maturavano e preparavano tuttavia, quando il popolo in Sicilia proruppe. In questo intendimento al fil della istoria io torno; il quale non si smarrisce per la dubbiezza di quelle pratiche tenebrose, che nella rivoluzione punto o poco operarono[51]. {99}

Riseppersi innanzi la morte di papa Niccolò gli appresti del re d'Aragona. Era nei porti suoi e di Majorca una fervid'opra a costruire, a spalmar galee e navi da trasporto; fabbricar armi; adunar vittuaglie: scriveansi i marinai; si prometteano stipendi per un anno a chi militar volesse a cavallo o a pie': talchè per quanto Piero si studiasse a far chetamente, il romore s'udiva da lungi. Onde i Mori di Spagna e d'Affrica, avvezzi a questi aragonesi assalti, affortificavansi alla meglio; nè stavan senza sospetto i cristiani principi: tra i quali Carlo assai per tempo avvisò aversi a guardare sì in questi domini italiani, e sì in Provenza; oppressa al paro, vicina alla Spagna, e dai Catalani osteggiata altre volte[52]. Apparecchiava Carlo in questa stagione la detta impresa di Soria; ma non lasciò di munirsi in casa con forze navali, che guardasser le costiere; e in Sicilia aumentò oltre il doppio le provvedigioni delle regie fortezze[53]. Intanto bramoso d'investigar l'animo dell'Aragonese, {100} a Filippo di Francia ei scrisse: e questi per legati e lettere amichevolmente domandò a Pietro la cagion di tanto {101} armamento; se contro infedeli, proffersegli aiuti d'uomini e danari. S'avvolse allora in ambagi lo Spagnuolo: non accennare al re di Francia per certo, nè a suoi collegati: a chi, vedrebbesi ai fatti: ma prima, nol saprebbe persona al mondo: ch'ei s'armava senz'aiuti di niuno, onde a niuno dovea spiacere il silenzio. Somiglianti risposte ebber da lui il re di Majorca fratel suo, quel di Castiglia, quel d'Inghilterra[54]. Invano il ritentò più vivo Filippo, con mandargli anco moneta nel supposto dell'impresa contro i Mori[55]. Onde il re di Sicilia incerto pur dello scopo, inviò in Provenza Carlo figliuol suo principe di Salerno, in voce ad adunare armati per l'impresa d'Oriente, in realtà per vegliar da vicino, e guardare il paese[56].

In questo momento la fortuna arrise a Carlo l'ultima volta. Tra que' sospetti ch'egli avea di Pietro, ira contro il Paleologo, dispetto della nimistà del papa, vide trapassare il papa d'agosto milledugentottanta: e respirando, e non istando un attimo a pensarsela, se alla morte di Gregorio avea tant'osato a governare il conclave, or gittavasi ai più rotti partiti. Sommosse il popol di Viterbo, sì che traea fuor dal conclave tre cardinali di casa Orsina. Serrò il rimanente; tolse loro ogni cibo fuorchè pane e acqua[57]; e {102} forse di furto, come in una elezione antecedente, recar fece altre vivande ai cardinali francesi perchè stessero più forti a negare il voto a quei di parte italiana[58]. Per queste arti, di febbraio milledugentottantuno, Martino IV di nazione francese fu papa, o ministro di Carlo. Congiunta dunque nel re la sua possanza, e la smisurata del roman pastore, a grandi eventi si dava principio. Divampò d'un subito in Italia la guelfa rabbia. Affidò il papa a Francesi i governi tutti di Romagna; rifece Carlo senator di Roma; con una crudele persecuzione de' Ghibellini servì a sue ambizioni[59]. Duro viso mostrava intanto a re Pietro. Come gli oratori di lui veniano a complire per la esaltazione del papa, e sollecitavan la canonizzazione di frate Ramondo da Pegnaforte, santo uomo spagnuolo, gittando anco qualche parola su i dritti della Costanza al sicilian reame, brusco replicava Martino: non isperasse il re d'Aragona mai grazia alcuna dalla santa sede, se non pria soddisfattole il censo; il quale la romana corte pretendea, interpretando per ligio omaggio la pia peregrinazione d'un di quegli antichi principi a Roma[60]. Di lì a poco, tentando nuov'arte, parve più dolce Martino. Mandò a Piero un frate Jacopo dei predicatori, a richieder, tra autorevole e benigno, contezza di quel sì occulto disegno; inibire ogni atto ostile contro principi cristiani; contro infedeli profferire benedizioni e sussidi. Ma chiuso, e pur non mendace, ringraziavalo Piero: pregasse il Cielo per l'esito della guerra; lo scopo nol domandasse. «Tanto ho caro, conchiudea, questo segreto, che se la mia manca il sapesse, con la dritta la mozzerei.» All'ostinato silenzio crebber nella {103} parte francese i sospetti. Ma poco vi stette sopra re Carlo, che teneasi ormai secondo a Dio solo; onde sfogò con superbe parole: saper bene falso e sleale questo Pietro; ma nascondesse il segreto a sua posta, ei, Carlo d'Angiò, non curare sì picciol reame, nè principe sì mendico[61].

E parendogli già sua la Grecia sospirata per dieci anni, smisurate forze apparecchiava: bandìa la guerra; e la croce prendea, la croce del ladrone, sclama Bartolomeo de Neocastro, non quella di Cristo[62]. L'afforzò il papa di scomuniche, e di danari; le prime contro il Paleologo e i Greci indurati nello scisma; i danari presi dalle decime ecclesiastiche, pretestandosi rivolte al racquisto di terrasanta le pie armi del re[63]. Si collegaron con esso i Veneziani, per brama di popol mercatante a tornar signore in quelle regioni sì commode a' commerci: e forniano una flotta; e patteggiavano partizione de' conquisti[64]. La Sicilia e la Puglia intanto s'empian di guerrieri: suonavano di preparamenti di guerra. Immensi materiali raccolgonsi nell'arsenal di Messina, e in altri porti dell'isola e di terraferma: {104} sudano i valenti artigiani di Messina e Palermo a fabbricar arme ed arnesi: scemansi a fornir la cavalleria gli armenti di val di Mazzara; munizioni d'ogni sorta s'apprestano in ogni luogo[65]. Cento galee di corso, dugento uscieri, che navi eran da trasporto, e teride, e altri legni assai metteansi in punto. Capitanati da quaranta conti, ben diecimila cavalli e un'oste innumerevole di fanti s'istruivano al gran passaggio[66]. Debolmente potrebbe resistere il Paleologo; sarebbe occupata Costantinopoli, la Morea, tutto l'impero; darrebbesi corpo ai titoli regî d'Albania, di Gerusalemme. Non delirava Carlo, se pensava a questo; e immaginava l'Italia spartita tra lui e il papa; e vedea brillare nelle sue mani la spada di Belisario e lo scettro di Giustiniano.

Ma l'Italia ch'era base a que' vasti disegni, già mancava a Carlo d'Angiò. Dico di tutta l'Italia dal Lilibeo alle Alpi, perchè in tutta veggo sparse uguali opinioni. L'amor patrio di municipio, che tanto giovò, e tanto nocque alla Italia, per sua natura sdegnava le dominazioni straniere; e tendeva a scacciarle, quando le avea messo su l'interesse d'una fazione. I Guelfi stessi e i Ghibellini, mentre nimicavano la nazione contraria a lor nome, non troppo si fidavano dell'amica: e similmente la corte di Roma chiamava gli oltramontani per signoreggiar l'Italia col mezzo loro, e non altro. Così tra il tumulto di tante passioni di municipio, di parte, e del pontificato stesso, parlava agli animi la segreta voce del sentimento nazionale latino. La schiatta, il clima, le usanze, la postura de' luoghi, le leggi di Roma, le lettere latine, le splendide tradizioni istoriche, tutto destava questo pensiero; che non può sconoscersi {105} nell'Italia del medio evo: ed era argomento ad alte speranze; perchè gl'Italiani si sentian cuore quanto gli altri popoli, e civiltà assai maggiore. I più vasti intelletti pertanto pensavano, che unite le forze dell'Italia, si sarebbe non solo racquistata l'indipendenza, ma fors'anco la gloria di Roma antica; e faceansi a sciorre il problema in vari modi. Niccolò III divisava quattro reami italiani; Dante, poco appresso, sospirava la ristorazione dell'impero romano sotto i re di sangue germanico; Niccolò di Rienzo, non guari dopo, intraprese la rigenerazione della repubblica in Campidoglio, e il Petrarca con maschio canto esaltava l'impresa. Nè mancò nell'universale il desiderio di quei grandi intelletti; che anzi s'era assai propagato a' tempi della lega lombarda sotto il colore guelfo contro la schiatta tedesca; e tutto si volse contro la francese, quando Carlo d'Angiò la fece stanziare in Sicilia e Puglia, e in molte altre parti d'Italia, e diè luogo al contrasto de' costumi, all'invidia dei privilegi, alla insolenza degli uni, alla intolleranza degli altri, alla superbia delle due genti venute a contatto. Cooperaronvi la resistenza misurata di Gregorio X, la passione di Niccolò III, e per contraria ragione l'ambizione di Carlo, la connivenza di papa Martino. S'accostava questo novello sentimento agli umori di parte ghibellina, tendea temporaneamente allo stesso scopo, ma in sè stesso era molto più grande, più nobile, più puro. Esso rapì Dante a parte guelfa; esso trovò un nome diverso dal ghibellino, come diversa era l'indole. Le due genti con antichi vocaboli si chiamavano i Latini e i Gallici; ed evocavano tutte le nimistà de' tempi di Brenno, anche quando avveniva che si combattesse sotto una medesima bandiera guelfa, nelle relazioni politiche di tanti piccioli stati.


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