CAPITOLO VI.

Spicca negli scritti siciliani, si vede manifestamente ne' fatti di quel tempo, il sentimento nazionale latino. Esso {106} fu che nel primo assedio di Messina, nella tempesta dello assalto universale che dava l'esercito angioino, misto d'oltramontani e di abitatori del reame di Napoli e d'altre province italiane, consigliò ai Messinesi di risparmiar nei tiri le schiere italiane, che certo combatteano con uguale riguardo. Veggiamo indi Pier d'Aragona cogliere l'util politico della carità latina, e liberare i prigioni di questa nazione. Veggiamo i popoli in Calabria e in Puglia sforzarsi per tanti anni a seguire la rivoluzione siciliana. Nè ricorderò le parole degli altri scrittori, che sono noti, e si allegheran sovente in appresso; ma, quelle della rimostranza de' Siciliani contro la prima bolla di papa Martino che li ammonì a tornare sotto il giogo, sono sì opportune e significative, che meritano special menzione. Perchè l'orgoglio del lignaggio italiano anima e infoca tutta questa epistola, che s'indirizzava al collegio de' cardinali quasi fosse il senato di Roma. Gl'improvera il favore dato ai Francesi contro gl'Italiani; mette a riscontro distesamente i costumi delle due nazioni; incolpa gli stranieri del loro clima, della barbarie delle nazioni vicine; e di libidine, d'avarizia, d'ebbrezza, di crapula, d'ogni torto che aveano, d'ogni torto che non aveano. Si compiace al contrario a ricordare la doppia nobiltà del lignaggio d'Italia, che allude all'etrusco e al troiano, o al romano e al greco; a notar la prudenza, il contegno, la prontezza degli intelletti, la serenità de' volti, e con aperto errore anche la tolleranza degli animi italiani; chiama in aiuto Lucrezia, Virginio, Scipione; motteggiando i Francesi perchè prendessero a imitare più tosto le ispide genti del settentrione, che la civile moderazione e libertà degl'Italiani; e mostrando che la sorte dà i regni, ma la virtù li mantiene, e che più si guadagna con la saviezza che con la forza. Questo scritto batte con una stessa sferza i governi angioini di Sicilia, di Napoli, di Romagna; allude al vespro col {107} vanto che gli stranieri non avesser dato il guasto impunemente alle campagne d'Italia: sclama al papa con veemenza: «Sdegna, o padre, l'Italia, sdegna le dominazioni straniere!» L'autore imbrattò questo nobil pensiero con l'arroganza tutta e la ferocia de' Quiriti; com'ei mescolò alla giusta difesa della rivoluzione, l'apologia di orrori che dovea condannare; ma non men fortemente ciò prova che il sentimento latino era sparso in Italia[67].

E che l'antagonismo di nazione fosse reciproco, e che fosse sentito in tutta l'Italia, si vede, tra cento altri fatti, dalle parole di Guglielmo l'Estendard, vicario di re Carlo in Roma; il quale, poco innanzi l'ottantadue, ascoltando un nobile romano che si lagnava della misera condizione della patria, non ebbe rossore a risponder preciso, squarciando il velo della tirannide: non credesse al fine che spiaceva al re veder consunto e dissipato quel popolo turbolento; Roma fatta una bicocca[68]. In quel medesimo tempo una rissa accesa in Orvieto tra Latini e Francesi, divenne tumulto; e vi si gridò morte ai Francesi; e Ranieri capitano della città, portato dagli umori di nazione più che da que' dell'uficio, negossi con un pretesto dal racchetarla[69]. Non andò guari che in Forlì cadeano da due mila Francesi, o per una frode di guerra, o per una meditata vendetta, che non si sa bene, ma in ogni modo è manifesto l'odio più che di giusta guerra che portò questa strage; e le favole stesse che l'attribuirono a Guido Bonati astrologo e filosofo, mostrano in che bollore fosse l'opinione pubblica[70]. S'era insinuato l'odio di nazione già da gran tempo ne' penetrali della corte di Roma, tra il contegno e la senile prudenza de' fratelli del sacro collegio; {108} che si divisero non in Guelfi e Ghibellini, ma in Latini e Francesi; e lottavano nelle elezioni de' pontefici; ed erano a tale innanti l'esaltazione di Martino, che senza la scoperta forza di Carlo, qualche altro fier latino succedeva a Niccolò III. Nel pontificato di Niccolò, la romana corte s'era data già a lacerare apertamente il nome francese. Tra gli altri un Bertrando, arcivescovo di Cosenza, uom di lettere, pratico del mondo e dabbene, nel biasimar severamente i soprusi della gente di Carlo, si fece una volta a profetarle sterminio. «Chi avrà vita, disse Bertrando, chi avrà vita vedrà masnadieri abietti sorger contro questi superbi, e scacciarli dal regno, e abbatter loro dominazione: e tempo verrà che si creda offrir olocausto a Dio al trucidare un Francese[71].» Così la politica romana o presagiva o affrettava il passaggio da' pensieri alla vendetta e alle armi! I pensieri eran comuni a tutta l'Italia: particolari cagioni ne fecero scoppiare in Sicilia la rivoluzione del vespro.

Con gli appresti alla guerra di Grecia, crebbero le estorsioni, crebbero gli aggravî; e quindi a dismisura la mala contentezza de' popoli. Sono sforzati i baroni a fornir non solo le milizie feudali, ma anco le navi; se alcun tarda, gli si occupano i beni[72]; nobili e vassalli, obbligati e non {109} obbligati al militare servigio, strascinansi all'esercito. Cominciarono indi in Sicilia a prorompere disperate voci; lagnandosi il popolo, che dovesse portar guerra alla Grecia amica, in servigio dell'oppressor francese; e mormorando lo scarso stipendio per tre mesi soli, al quale si darebbe fondo prima di giugnere in Romania, senza lasciar pure di che vivere alle famiglie in Sicilia. Ripugnavano alla impresa; ma tremavan al re. «Oh fuggiamo! gridavano; fuggiamo dalle case nostre, per asconderci in boschi e in caverne; e sarà viver men duro. Anzi di Sicilia si fugga, ch'è terra di dolore, di povertà, di vergogna. Non fu più schiavo di noi il popol d'Israello sotto re Faraone: e risentissi, e spezzò le catene. E ne narran poi le glorie degli antichi nostri! Vili bastardi siam noi; snervati dalle divisioni, da' vizi: noi di cristianità il popol più abbietto![73]»

E quanti si tenean da più del volgo impetuoso, non isgannati da sperienza, ritentavan pure la ignobil via delle querele. A Roma si volsero, non ostante le ostili opinioni che la Sicilia avea contro la corte di Roma più che tutto altro popolo cristiano, senza perciò vacillare nella fede di Cristo. Sì fatte opinioni eran sì vive, che i Francesi per villania chiamavanci paterini[74]; e segno non men dubbio ne {110} danno gli scritti nostri di quel tempo, ne' quali il rozzo stile, al toccar della corte di Roma, rinfocasi a un tratto, sfavilla d'immagini scritturali, suona le aspre parole del ghibellin poeta. Il che nascea in parte dagli universali umori d'Italia; e dalla cultura delle lettere, in cui primo tra gli altri popoli italiani s'esercitò quel di Sicilia sotto gli Svevi[75]; in parte dall'antica indipendenza de' nostri principi dal papa, dagli spessi contrasti loro, dalle spregiate censure, dalle vicende stesse della repubblica del cinquantaquattro, messa su dai papi e abbandonata dai papi; e dal tristo dono infine di quest'angioino re. Nondimeno, perch'ei, come usurpatore, conoscea feudal signore il papa, e la religione a quei dì teneasi come pauroso fantasma, non patto di giustizia e di pace, parve ai nostri, che il sommo pontefice solo riparar potesse lor torti, pastor egli e sovrano. Perciò allo scoppiare del vespro i Siciliani poi gridavano il nome della Chiesa. Perciò al francese Martino supplici or ne venivano a nome di Sicilia tutta, due sacerdoti eletti tra i più venerandi e savi del regno. Bartolomeo vescovo di Patti, e frate Bongiovanni de' predicatori fur questi. Forniano con grande animo la missione consigliata da credula miseria. A corte del papa, presente Carlo, orarono: e «Mercè, Bartolomeo cominciava, mercè o figlio di David; il demonio la figliuola mia fieramente travaglia:» e tra pianti e rampogne sponea la grave istoria. Superfluo è a dire che si fe' sordo Martino. Carlo dissimulò: ma usciti i due oratori dal palagio, i suoi scherani li circondarono; trasserli in duro carcere. Macerato da quello il frate espiò a lungo la sua virtù cittadina; corruppe i custodi il vescovo di Patti, e fuggissi[76].

E niente domato dalla violenza, tornò in Messina; e contò {111} i suoi casi: e la gente all'udirli, piangea di rabbia. In questo mezzo quanti vengan da Napoli affermano essere al colmo l'ira del re, per quella contumace ripugnanza alla guerra di Grecia, per quella missione al papa; ch'ei volgerebbe l'adunato esercito contro la Sicilia; che vorrebbe sterminar questa genia querula e incontentabile; dar la terra ad altri abitatori, e farla colonia[77]. Queste voci spargeansi per insensata iattanza di cortigiani, o tema di popol tiranneggiato; ed eran se non altro misura dell'odio. Il quale, per comunanza di mali e di brame, avea dileguato ogni ruggine tra le nostre città, tra le famiglie, tra i vassalli e i siciliani feudatari. Pochi pel re teneano; talchè accresceangli l'odio, non le forze. Il clero seguiva o precorrea l'opinione pubblica; com'è manifesto dalla missione di Bartolomeo e Bongiovanni, e dallo zelo con che andò in tutto il corso della rivoluzione, ad onta delle infinite scomuniche papali. I nobili siciliani, pochi e oppressi, non potendo far parte da sè medesimi, ingrossavan la popolare: quanti eran complici, s'anco si voglia, di re Pietro, ammalignavan le piaghe, suggeriano sommesso qualche speranza. Il malcontento mise in un fascio le persone de' governanti e i principî del governo, e die' alla parte popolare tal forza, tal numero, che avanzava d'assai le condizioni ordinarie, e che sollevava la Sicilia mezza feudale alle idee de' più democratici popoli italiani. Faceansi a ricordare i tempi del buon Guglielmo, tempi di pace, e dovizie, e franchezze; a deplorare la svanita repubblica del cinquantaquattro; e abbellito dall'immaginativa, con invidia a dipingere il viver lieto delle italiane cittadi, senza re, senza feudatari, senza Francesi. Nè solo travagliavali il martello di povertà, e gli aggravî nell'avere e nelle persone, e 'l timore del peggio; ma sopra tutto la gelosia delle donne, usurpate {112} dagli stranieri per forza, o prezzo, o seduzione di vanità e di fortuna. Era stampato in tutti gli animi inoltre quel Carlo, brusco, vecchio, avaro, crudele, spregiator d'ogni dritto, alla Sicilia nimicissimo. Il viver di violenza, in sedici anni avea potentemente operato sull'indole niente morbida del sicilian popolo, e n'avea tramutato le sembianze. Di festevole si fe' tetro: increbbero i conviti, i canti, le danze: «e mute pendeano (scrissero i Siciliani poscia a papa Martino ) pendean mute l'arpe dal caprifico e dal salice infruttuoso.»—«Febbrili battean tutti i polsi, dice un'altra rimostranza del misero popolo; dubbiosi scorreano i giorni, ansie le notti, e fino i sogni conturbati dalle minacciose sembianze degli oppressori; nè viver si potea, nè pur morire tranquillo.» Quel poetico brio degli animi siciliani, a cupa meditazione die' luogo, a tristezza, a vergogna, a nimistà profonda, a brama ardentissima di vendetta. Feroci passioni, che propagaronsi da chi soffriva le ingiurie in sè, a chi le vedea solo in altrui; dalli svegliati a' tardi; dagl'iracondi ai miti; dagli animosi a' dappoco; e invasarono ogni età, ogni sesso, ogni ordine d'uomini. La foga delle passioni private, l'abbaco de' privati interessi, tacquero un istante, o anch'essi drizzaronsi a quel fitto universal pensiero; più possente di ogni macchina di congiura, perchè spregia il vegliar sospettoso de' governanti, e li soperchia a cento doppi di forze[78]. Così entrava in Sicilia l'anno milledugentottantadue. Alcuni cronisti, pargoleggiando col volgo, notavano, che di febbraio, mentr'era papa Martino in Orvieto, una foca presa alle spiagge di Montalto, e portata a corte del {113} papa come nuova generazione di belva, mise muggiti sì lamentevoli e paurosi, che la gente n'agghiacciò di orrore; e dietro i successi di Sicilia, non restò dubbio esser venuto quel mostro a presagire al papa le calamità che pendeano[79].

[1] D'Esclot, cap. 64.

Cronica di Morea, lib. 2.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Paolino di Pietro, in Muratori R. I. S. tom. XXVI, ag.

Montaner, cap. 71.

Benvenuto da Imola, comento alla Divina Commedia, al verso:

Cantando con colui dal maschio naso.Purgat., c. 7.

Carlo d'Angiò, con quest'indole niente poetica, fece pure qualche verso, perchè n'avea sempre agli orecchi nella corte di Provenza. Il sig. C. Fauriel, ne' cenni biografici intorno a Sordello, Bibliothèque des Chartes, tom. IV, nov. et déc. 1842, ha dato una traduzione della risposta ritmica di Carlo ad alcuni versi di Sordello che il tacciavano d'ingratitudine. Sordello vivea alla corte del conte di Provenza; l'avea seguito all'impresa contro Manfredi; ma ammalatosi in Novara di Piemonte, vi restò lungo tempo dimenticato, in preda alla malattia e alla povertà. Le istorie di Francia ci danno molti esempi della sfacciata avarizia mostrata da Carlo in Francia, prima che la potesse spiegare in più vasto campo sul trono di Sicilia e di Puglia; e ci attestano insieme la giustizia di san Luigi che l'obbligava a rendere il mal tolto.

[2] Diploma senza data d'anno, negli archivi del reame di Francia, J. 513, 51. È il ragguaglio che davano a san Luigi l'arcidiacono di Parigi, e il maresciallo di Francia, incaricati di questa missione. Essi trattarono: 1º. della crociata, richiedendo Carlo d'andarvi e procacciar soccorsi di navi, d'uomini e di vittuaglie: 2º. del pagamento di 8,000 marchi per la dote della regina moglie di san Luigi (su la contea di Provenza); di 7,000 marchi dovuti per testamento del conte di Provenza (Raimondo Berengario); e di 30,000 lire sovvenutegli al tempo dell'altra crociata e della sua prigionia: 3º. dell'affare d'una gabella, che non si spiega altrimenti.

Gli ambasciatori davan conto della missione compiuta a voce, insistendo per una risposta categorica; e fin qui il diploma corre in francese. Trascriveano poi la carta lasciata a re Carlo negli stessi sensi, la quale è in latino, lingua diplomatica del tempo. Vi si legge ch'essi avean trattato sino al martedì infesto inventionis sancte crucis.

[3] Raynald, Ann. ecc. 1270, §. 23.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 37.

Muratori, Ann. d'Italia, 1270.

Saba Malaspina, lib. 5, cap. 1.

Gesta Philippi III, di frate Guglielmo de Nangis, in DuchesneHist. Franc. Script., tom. V, pag. 516.

[4] Gio. Villani, lib. 7, cap. 38.

Raynald, 1278, §. 24.

[5] Annali genovesi, in Muratori R. I. S., tom. VI, pag. 551.

Diploma di Carlo I, dato di Trapani a 2 settembre decimaquarta, Ind. (1270), tra' Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q. G. 2, fog. 60.

[6] Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, cap. 62, e i contemporanei citati da esso.

[7] Questo trattato dato di Viterbo il 27 maggio 1267, è pubblicato dal Buchon, in annotazione alla Cronica di Morea, lib. II, ed. 1840, pag. 148 e seg. Il matrimonio tra la Beatrice e Filippo si mandò ad effetto nel 1273. Morto Baldovino si confermò tra Carlo e il genero, divenuto imperatore titolare, il trattato del 1267, per un atto dato di Foggia il 4 novembre 1274, una copia del quale data da Filippo il Bello nel 1306, e autenticata col suggello reale di Francia, si trova negli Archivi del reame di Francia, J. 509, 15, ed è pubblicata dal Du Cange, Histoire de l'Empire de Constantinople, Docum., pag. 24. Questo genero poi vivea a spese di re Carlo, come il mostrano i diplomi del r. archivio di Napoli, reg. segnato 1268, A, fog. 3, 5, 6, 7, 10, dati a 2 maggio 1277, 4 settembre e 10 dicembre 1276; ultimo febbraio e 23 maggio 1277, e 6 ottobre 1276; pei quali porgeasi danaro a Filippo, allora titolato imperatore di Costantinopoli per la morte del padre.

[8] Cronica di Morea, citata di sopra, lib. 2.

Raynald, Ann. ecc. 1269, §. 4.

Saba Malaspina, cont., loc. cit., pag. 336.

D'Esclot, cap. 64.

E i diplomi accennati nel catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 98, nota 4.

In un altro diploma del medesimo archivio segnato 1268, A, fog. 152, dato il 8 maggio 1278, si legge un Eustasio capitan generale di Carlo in Acaia.

[9] Diplomi indicati, e un d'essi pubblicato nel citato catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 98 e 120.

In un altro diploma dato di Napoli il 25 febbraio, non si sa di quale anno, nel r. archivio di Napoli reg. segnato 1268, O, fog. 87 a t. si legge:

«Karolus Dei gr., rex Sicilie et Albanie, Gazoni Chinardo militi, in regno Albanie vicario generali, etc.» Ed altri due diplomi della stessa data a Guglielmo Bernardi marescalco di quel regno.

I diplomi risguardanti il regno d'Albania sono citati ancora dalPapon, Hist. de Provence, tom. III, pag. 52 e 68.

[10] Fornisce intorno a questi preparamenti qualche particolarità un diploma dato di Napoli il dì 8 aprile tredicesima Ind. 1270. Per questo è condotto al servigio di re Carlo, con soldo di 8,000 lire tornesi per un anno, Ferrando di Sancio del sangue reale di Aragona (forse dee dire Castiglia) con 40 militi a cavallo, 40 scudieri e 20 balestrieri a cavallo, a condizione di militare nel regno o nell'impero di Costantinopoli, e di trovarsi in punto a Trapani il 1 agosto di quell'anno. Ne' Mss. della Bibl. com. di Palermo Q. q. G. 2, fog. 17.

[11] Diploma di Carlo I al comune di Siena perchè facesse diroccare le case dei Ghibellini che rifiutavano di sottomettersi. È dato del 1272, e pubblicato dal sig. Buchon, Nouvelles recherches historiques sur la Principauté française de Morée, tom. I, pag. 27 e 28.

[12] Muratori, Ann. d'Italia, 1268 a 1272, ossia i contemporanei quivi citati da lui.

Saba Malaspina, lib. 4 e 5.

Annali genovesi, lib. 9, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 554e seg.

In un diploma dato del 1277 dal r. archivio di Napoli, reg. 1268,A, fog. 29, leggesi questo titolo:Regnante domino nostroKarolo, Dei gratia illustrissimo rege Sicilie, Ducatus Apulie etprincipatus Capue, Alme Urbis Senatore, Andegavie, Provincie etForcalquerii comite, ac Romani Imperii in Tuscia per SanctamRomanam Ecclesiam Vicario generali.

Quanto all'assassinio del principe Arrigo, è indubitata la colpevole indulgenza di re Carlo verso gli omicidi. Benvenuto da Imola nel comento su la Divina Commedia al verso: «Mostrocci un'ombra dall'un canto sola, ec.» Inf., c. 12, riferisce il dilemma che si facea a biasimo di Carlo: «Se il sapea fu un ribaldo; se no, perchè nol punì?»

Ma quanto men volea punire, tanto più romor ne fece, anche per riguardo alla corte di Roma. Un diploma del 23 marzo (1271) nel r. archivio di Napoli, reg. 1268, O, fog. 99, porta queste parole: che il re volea vendicare tal misfatto come se commesso in persona d'un suo figliuolo. Nondimeno il provvedimento contenuto in questo diploma è di staggir le castella e i beni feudali de' fratelli Simone e Guidone da Monteforte; ch'era un gastigo non molto spiacevole al re, il quale per lo momento incamerava que' beni.

[13] Muratori, Ann. d'Italia 1271 a 1274, e i contemporanei ivi allegati, che sarebbe superfluo citare altrimenti.

Gibbon, cap. 62.

Raynald, Ann. ecc. 1271 e 1275.

[14] Gio. Villani, lib. 9, cap. 218, di maggiore autorità in questo, perch'ei fu guelfo:

Carlo venne in Italia, e per ammendaVittima fe' di Corradino, e poiRipinse al ciel Tommaso per ammenda.DANTE,Purg., c. 20.

e il comento di Benvenuto da Imola, che accredita il sospetto dell'avvelenamento. Io l'ho posto in dubbio, non trovando noverato questo tra i misfatti di Carlo dagli scrittori che non glien'avrebbero perdonato punto, come sono il Neocastro, lo Speciale, Montaner, D'Esclot. Ma dall'altro canto la innocenza non mi par dimostrata sì netta, come crede il cav. Froussard nella dissertazione su Pietro Glannone, e 'l regno di questo Carlo I.—Atti dell'Academia di Lucca, tom. VIII.—Il sig. Froussard si lascia trasportar dalla gloria militare di Carlo, fino a scagionarlo de' vizi suoi più noti. Chiama ambizioso e superbo, ma non crudele, colui che facea mozzare i piè a' disertori, arder vivi i presi in battaglia, e marchiar colla moneta rovente gli accorti cittadini che non passassero al valor edittale i suoi carlini d'oro. Nel modo stesso siamo assai lontani dell'accettare l'apologia del Froussard per la iniqua condannagione di Corradino.

[15] De regimine principum ad regem Cypri, san Tommaso d'Aquino, opusc. 20, nel tom. XVII della ediz. Venezia, 1593.

[16] Muratori, Gibbon, Raynald, loc. cit.

[17] Saba Malaspina, cont., p. 336 e 337.

[18] Saba Malaspina, cont., pag. 336.

Mss. della vittoria di Carlo I di Angiò, pubblicato in Duchesne,Hist. Franc. Script., tom. V, pag. 850.

Joannes Iperius, Chron. monast. S. Bertini, in Martene e Durand,Thes. Anecd., tom. III, p. 754.

D'Esclot, cap. 64.

Raynald, Ann. ecc. 1272, §. 19, e 1277, §. 16.

Giannone, Ist. civ., lib. 20, cap. 2.

E i diplomi citati nel catalogo delle pergamene del r. archivio diNapoli, tom. I, pag. 137, con la nota di monsig. Scotto; e tom.II, pag. 151 e 225.

Tra questi son da notarsi il diploma del 26 dicembre 1294, alla citata pag. 151, per pagamento di once 800 all'anno a questa Maria,dicte quondam domicelle de Hierusalem; e l'altro del 21 agosto 1292, dal quale si ricava, con un certo divario dall'attestato de' cronisti, che il primo accordo con Carlo d'Angiò s'era fatto per 400 lire tornesi e 10,000 bizantini saraceni d'oro all'anno; che la corte di Napoli tardò i pagamenti; che Maria n'ebbe ricorso al papa; e che così si prese una via di mezzo a pagarla, con molto suo discapito.

[19] Saba Malaspina, cont., pag. 337.

[20] Il suo nome anzi di salire al pontificato, era Giovanni Gaetani di casa Orsina.

E veramente fui figliol dell'Orsa,Cupido sí per avanzar gli Orsatti,Che su l'avere, e qui me misi in borsa.DANTE,Inf., c. 19.

[21] Muratori, Ann. d'Italia, 1277 a 1280.

Raynald, Ann. ecc., 1277 a 1280.

Saba Malaspina, cont., pag. 338.

[22] D'Esclot, cap. 64.

Questa impresa d'Acri ci attestan anco moltissimi diplomi del r. archivio di Napoli, dati a 3, 4, 12 e 28 febbraio 1278, e molti in marzo, aprile, maggio, giugno, luglio e agosto seguenti: registro segnato 1268, A, fog. 136, 138, 71 a t. 130, 141, 142, 78, 84, 144 a t. 135 a t. 85, 86, 87, 99, 100, 165. Ma resta in dubbio se tutti quegli armamenti, dei quali non è espresso lo scopo, fosser volti alla impresa di Siria, o se parte si volea serbare alla custodia di Sicilia e di Puglia; su di che veggasi il seguito di questo medesimo capitolo.

[23] Ricordano Malespini, cap. 204.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 54.

Cronaca sic. della cospirazione di Procida, in di Gregorio, Bibl.arag. tom. I, pag. 254.

[24] Da tutti gli storici contemporanei, e meglio dai fatti si ritrae ciò manifestamente.

Si ricordino ancora i versi di Dante:

Però ti sta che tu se' ben punito,E guarda ben la mal tolta monetaCh'esser ti fece contro Carlo ardito.Inf., c. 19.

[25] Saba Malaspina, cont., pag. 339.

[26] Credeasi allora che i figli maschi di Manfredi fossero morti, perchè Carlo d'Angiò li tenea in carcere, forse con grandissimo segreto, accreditando la voce della morte, per toglier qualunque speranza ai partigiani di casa sveva. I figli di Manfredi eran bambini quando Carlo prese il regno; nè egli si volle bruttare di quattro assassinî di tal sorta, d'altronde non utili, e ben suppliti da una prigionia segretissima e sepolcrale. Così gli storici contemporanei portano spenta la discendenza maschile di Manfredi, e sol di lui rimasa Costanza, e la seguente sorella Beatrice, che fu liberata nel 1284 per la vittoria dell'armata siciliana nel golfo di Napoli. La diplomatica, la quale sovente corregge le tradizioni istoriche, ci ha mostrato che vivessero a lungo dopo la morte di Manfredi i suoi figliuoli Arrigo, Federigo ed Enzo. Alcuni istorici napoletani trassero dagli archivi di quel reame dei diplomi per gli alimenti che forniansi in carcere a quegli sventurati principi sotto il regno di Carlo II; e il Buscemi nella vita di Procida ne pubblicò uno dato di Melfi il 30 giugno settima Ind. (1294), nel quale, forse per errore di chi l'avea copiato da' registri di Napoli, l'ultimo de' giovanetti è chiamato Anselmo in vece di Enzo. Io mi sono avvenuto rifrustando que' registri in due documenti, che sembranmi più importanti perchè attestano che i detti principi vivessero insino al 1299, e che allora si ordinasse di escirli dalla prigione, e liberi mandarli a Carlo II con un cavaliere. Ciò avvenne al tempo che Giacomo di Aragona aiutava gli Angioini contro il fratello Federigo e i Siciliani, e appunto pochi giorni anzi la sua vittoria del Capo d'Orlando; talchè sarebbe da congetturarsi che il re di Napoli volle far cosa grata a Giacomo, ch'ei cercava in tutti i modi a tenersi amico ed ausiliare. Ma par che quest'atto di generosità tosto si fosse dileguato, e che fossero tornati in altra prigione i figli di Manfredi. Giacomo andò via da Napoli poco men che nemico: e Carlo non avrebbe osato turbare il governo di Federigo in Sicilia con questi altri pretendenti, che poteano ben sollevare contro di lui lo stesso reame di Napoli.

I due citati diplomi del 1299 leggonsi, Docum. XXIX e XXX.

[27] Ved. Surita, Ann. d'Aragona.

Blanca, Comment. rer. Aragon.

Mariana, Storia di Spagna.

Robertson, Vita di Carlo V. Introd. sez. 3, note 31, 32.

[28] Montaner, cap. 20, vivamente rappresenta che i re di Aragona viveano assai familiari co' loro sudditi, con giustizia ed affabilità. Ma in fatto sotto questo linguaggio accenna le libertà del paese, dicendo che ognuno era sicuro della proprietà e persona: e perciò «i Catalani e gli Aragonesi sono più alti di cuore, vedendosi così trattati a lor modo; e nessuno può esser valente uomo di guerra se non è alto di cuore.» Aggiugne, che ognuno a suo piacere fermava per via i re, e parlava ad essi, o li invitava a nozze, o desinari, e ch'essi sovente albergavano nelle case private.

[29] D'Esclot, cap. 68, 69, 70.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, nella Marca Hispanica diBaluzio, ed. 1688.

[30] Montaner, cap. 10, 13, 14.

D'Esclot, cap. 65, 67, 74.

Geste de' conti di Barcellona, loc. cit.

[31] Bart. de Neocastro, cap. 16.

Veggansi anche, Montaner, cap. 37.

Saba Malaspina, cont., pag. 342.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.

[32] Saba Malaspina, cont., pag. 340 a 342.

Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia, ma solo di Loria e Procida, e, aggiugne, altri usciti italiani. Ma ritraendosi dal Montaner la grande riputazione di Corrado a corte d'Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.

[33] Diploma negli archivi della corona aragonese, citato dal Quintana, Vidas de Españoles celebres, Paris, 1827, tom. I, pag. 93.

[34] Bart. de Neocastro, cap. 87.

Nel r. archivio di Napoli, reg. di Carlo II segnato 1291, A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8, forse di gennaio 1275 o 1276, ch'è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per sè, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne tutti della stessa famiglia, che aveano diviso tra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.

Ruggier Loria fu nipote di Guglielmo d'Amico, primo marito di Macalda Scaletta. Villabianca, Sicilia nobile, part. 2, lib. 3, pag. 528 e 529.

[35] Montaner, cap. 18, 19, 30, 31.

[36] Di Gregorio, Annotaz. alla Bibl. aragon., tom. 1, pag. 249 e 250.

Ved. altresì il Giannone, Ist. civ. e Buscemi. Vita di Giovanni di Procida, e i documenti da noi citati nel cap. XV, intorno i beni del Procida.

È noto il marmo della chiesa di Salerno, dato il 1260, pubblicato dal Summonte, e trascritto dal Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 249, dal quale si hanno i titoli di Giovanni di Procida, e ch'ei facesse costruire quel porto. Un altro pregevol monumento per Giovanni di Procida ha trovato il mio concittadino Francesco Saverio Cavallari, egregio artista, zelante e infaticabile nel ricercare, abilissimo nel delineare, e intelligente nello illustrare gli antichi monumenti d'arte, non solo per tutta la Sicilia, ma sì in parte della terraferma italiana. Nella cappella di san Matteo della cattedrale di Salerno, sotto la effigie del santo in mosaico, il nostro artista s'accorse di una picciola figura in ginocchio ch'ei ritrasse diligentemente, in pie' della quale si leggono questi due versi:

Hoc studiis magnis fecit pia cura Johannis De Procida, dici meruitque gemma Salerni.

A' documenti fin qui pubblicati per dimostrare l'alto stato ch'ebbe Giovanni di Procida presso Manfredi, aggiugnerò la notizia d'un altro che si legge nel r. archivio di Napoli, reg. 1269, D, fog. 9. È un diploma di Carlo I dato il 22 giugno tredicesima Ind. (1270), nel quale se ne cita un di Manfredi del 25 agosto ottava Ind. (1265), dato perJoannem de Procita, e indirizzato a Risone Marra intorno l'uficio di maestro segreto e portulano di Sicilia. Questo diploma conferma che Giovanni fu cancelliere di re Manfredi.

[37] Ho veduto tra' Mss. della Biblioteca reale di Francia, nel volume segnato 6,069. V. un manoscritto latino del secolo XIV che porta il titolo:Incipit liber philosophorum moralium antiquorum et dicta seu castigationes Sedechie, prout inferius continetur, quas transtulit de greco in latinum magister Johannes de Procida. È una raccolta o compendio delle massime che correano sotto i nomi di Sedecia, Hermes, Omero, Solone, Pitagora, Diogene, Socrate, Platone, Aristotile, Alessandro, Tolomeo, Gregorio, ec., e finisce con un capitolo, intitolatoSapientium dicta. Io la credo piuttosto una compilazione che una traduzione. Il titolo dimagistermi accerta della identità della persona dell'autore col nostro G. di Procida, il quale non par che guadagni in fama letteraria quanto ha perduto in fama politica. È qui da ricordare qual fosse la corte di Federigo imperatore e di Manfredi. Federigo, educato fin dalla sua fanciullezza in Sicilia era perito negli idiomi tedesco, francese, latino, greco, arabo; poetò in volgare; amò gli studi filosofici; dettò un opuscolo di storia naturale; e promosse gli studi in tutta l'Italia. A lui forse si deve il pronto sviluppo della lingua illustre d'Italia. Manfredi fece alcune aggiunte al libro di Federigo, scrisse versi italiani, favorì molto i letterati e gli studi. Sul particolare delle lettere greche e dello studio de' filosofi greci, noi sappiamo che Bartolomeo di Messina per comando dell'imperatore voltò dal greco in latino l'etica d'Aristotile, e un libro su la cura de' cavalli, e che Moisè da Palermo nello stesso tempo scrisse una somigliante traduzione d'un libro d'Ippocrate. Veg. Tiraboschi, Stor. lett. d'Italia, tom. IV; di Gregorio, Discorsi. Dopo ciò si comprendrà più facilmente come Giovanni di Procida fosse avviato a questi studi; e senza dubbio si riferirà al ministro di Federigo, di Manfredi e di Pietro e Giacomo d'Aragona la citata raccolta di sentenze degli antichi filosofi.

[38] Petrarca, Itinerario Siriaco.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Boccaccio, De casibus virorum illustrorum, lib. 9, cap. 19.

Veg. altresì il cominciamento della istoria anonima della cospirazione del Procida, tralasciato dal di Gregorio nella sua Biblioteca aragonese, che leggesi tra' citati Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. e si trova pubblicato nell'opera di Buscemi, doc. n.4.

[39] Diploma del 29 gennaio 1270 per la inquisizione de' beni confiscati a una lunghissima lista di ribelli, tra i quali si legge Giovanni di Procida.

Diploma dato di Capua del 3 febbr. 1270, pel quale Carlo I die' un sussidio, su i confiscati beni dotali, a Landolfina moglie di Giovanni di Procida da Salerno, come non partecipe della colpa del marito, «il quale per alto tradimento commesso, come dicesi, contro la maestà nostra, allontanossi dal regno.» Questi diplomi cavati dal. r. archivio di Napoli conservatisi ne' Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. F. 70, e sono stati pubblicati dal Buscemi, nella Vita di Procida, docum. 2 e 3.

Quantunque sembri favola che l'ingiuria alla moglie fosse cagione della fuga del Procida, non è improbabile che durante il suo esilio la moglie, per nome Landolfina di Fasanella, avesse dato ascolto allo amore di alcun barone della corte di Carlo; e che da ciò fosse nato quello episodio nel romanzo storico (tale io il credo) di Giovanni di Procida. Traggo questo concetto da tre diplomi: 1º. quello or ora citato del 3 febbraio 1270 pel sussidio a Landolfina; 2º. un altro della stessa data che le accordò salvocondotto e sicurezza a dimorare in Salerno, che leggesi in fine della presente opera, docum. I; 3º. un altro che fe' pagar dall'erario regio once cento prestate a Landolfina da un Caracciolo, che è citato ne' Discorsi di don Ferrante della Marra, Napoli, 1641, pag. 154, ed è tratto come i precedenti dal. r. archivio di Napoli, reg. segnato 1269, C, dove quelli si leggono a fog. 118 e 214, e questo a fog. 211.

[40] Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 13.

[41] Saba Malaspina, cont., pag 340 a 342.

[42] Montaner, cap. 37, 44.

[43] Montaner, cap. 40.

Bernardo d'Esclot, cap. 76.

[44] D'Esclot, loc. cit.

Montaner, cap. 38, 39.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.

[45] Montaner, cap. 38, 42. L'asserzione contraria si legge in un manifesto di re Carlo I recato da Muratori, Ant. Ital. Dissert. 39, tom. III, pag. 650; e ve n'ha un cenno nel Memoriale dei podestà di Reggio, Muratori, R. I. S., tom. VIII, p. 1155.

[46] Montaner, cap. 36.

[47] Ibid., cap. 41.

Veggansi ancora per questi particolari Bart. de Neocastro, cap. 16; Cron. del mon. di S. Bertino; Surita, Ann. d'Aragona, ec.

[48] Alcuni han creduto legger questo nei versi di Dante:

E guarda ben la mal tolta moneta, ec.Inf., c. 19.

Nell'appendice, io tento d'accostarmi ad una migliore spiegazionedi questo luogo della Divina Commedia.

[49] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57, 59, 60.

Ricordano Malespini, cap. 206 a 208.

Cron. anonima della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 249 a 263.

Ferreto Vicentino, in Muratori, R. I. S. tom. IX, pag. 952 e 953.

Cronica di frate Francesco Pipino, lib. 3, cap. 11, 12, inMuratori, R. I. S. tom. IX, pag. 686.

[50] Tolomeo da Lucca, lib. 24, cap. 4, in Muratori, R. I. S. tom.XI, pag. 1186-87.

Pachymer, lib. 6, cap. 8, parla di una grande alterazione nellamoneta d'oro fatta in questo tempo dal Paleologo, per fornirsussidi agliItaliani.

Che i Genovesi mischiassersi molto a favore di lui, l'attestaCaffari negli Annali di Genova, Muratori, R. I. S. tom. VI, pag.576, ove è detto che i Genovesi mandarono una galea a posta alPaleologo per avvertirlo degli armamenti di re Carlo.

[51] Veg. l'appendice.

[52] Saba Malaspina, cont., pag. 342 a 345.

Montaner, cap. 44, 45, 46, 47.

[53] Questi preparamenti son taciuti dagli storici contemporanei, che anzi accagionan Carlo di soverchio disprezzo. Ma ne' registri della sua cancelleria trovansi date nel 1278 delle provvisioni che non si possono in alcun modo attribuire all'impresa di Soria. Perchè, lasciando i molti armamenti navali citati in questo capitolo, pag. 85, nota 2, che possono anche parer troppi, considerate le poche forze che in fatto andarono in Asia, leggiamo evidentemente ciò che ho detto nel testo, in due diplomi, l'un del 13 marzo sesta Ind. 1278, e l'altro del 6 agosto medesimo anno, r. arch. di Napoli, reg. di Carlo I segnato 1268, A, fog. 95 e 89.

Quel di marzo risguarda le galee destinate alla custodia delle marine di Principato e Terra di Lavoro; l'altro è per le provvedigioni di miglio nei castelli di Sicilia.

Il re comandava di aumentarle dal 1 settembre vegnente in questo modo:

Fortezza di Messina da salme 112½ a 240 di Scaletta 20 » 48 di Milazzo 45 » 100 di San Marco 30 » 99 di Odogrillo 27 » 55 Castel di Siracusa 27 » 57 Palagio di Siracusa 9 » 60 Castel superiore di Taormina 27 » 77 Castello inferiore 22½ » 50 di Agosta 10½ » 57 di Cefalù 85½ » 325½ Palagio di Palermo 18 » 200 Castell'a mare di Palermo 29 » 100 di Licata 40 » 90 di Monteforte 27 » 104 di Vicari, che non avea provvedigione » » 50 di Caronia » » 27 di Castiglione » » 30 di Lentini » » 100 di Marineo » » 100 di Geraci » » 60 di San Filippo » » 100 di Caltanissetta » » 30 di Santo Mauro » » 30 di Avola » » 30 di Caltabellotta » » 30

Varie cose sono da notarsi in questo documento. La prima che non si vittovagliavano tutte le fortezze regie di Sicilia, ma a un di presso due terze parti delle medesime, tralasciandone molte sì in monte e sì in maremma. La seconda che per la provvedigione si preferiva il miglio al frumento; o per lo minor caro, o per lo minore rischio di ribollire e guastarsi. Lo stato delle fortezze regie sei anni innanzi si legge in un diploma del 3 maggio 1272 cavato anche dal r. archivio di Napoli e pubblicato dall'er. Michele Schiavo nelle memorie per la storia letteraria di Sicilia, tom. I, parte 3, pag. 49 e seg. In questo leggonsi oltre i notati nel diploma del 1278 che or ora trascrissi, i castelli di Rametta, San Fratello, Nicosia, Castrogiovanni, Mineo, Licodia, Modica, Garsiliato, Calatabiano, Corleone, Sciacca, Girgenti, Carini, Termini, Favignana, Camerata; ma vi mancano quelli di Odogrillo e Castiglione, e il castel disottano di Taormina. Si scerne di più dal diploma del 1272, che erano affidati alcuni a castellani col soldo di due tarì al giorno, altri a castellani scudieri col soldo di tarì uno e grana quattro, e vi eranoconsergîcol medesimo stipendio, e servienti con grana otto al giorno. La maggior forza de' servienti, o vogliam dire soldati a pie', era nei 1272 nelle fortezze di Messina, Castrogiovanni, Cefalù, e Nicosia. Ma nel 1278 par che si volesse adunare più gente in quelle di Cefalù, Palermo, Messina, Monteforte, Milazzo, Lentini, Marineo, San Filippo; nè la posizione geografica basta a spiegare questa mutazione di disegni militari. Forse gli umori delle popolazioni, lo stato delle fabbriche di queste fortezze, e altre circostanze meno a noi note vi contribuirono, e l'essersi dato in feudo (che di tutte non fu certamente) alcuna di quelle terre.

[54] Saba Malaspina, cont., pag. 342 a 345.

Montaner, cap. 44, 45, 46, 47.

[55] Ric. Malespini, cap. 208.

Cron. sic. della cospirazione di Procida, pag. 261.

[56] Saba Malaspina, cont., pag. 345.

[57] Saba Malaspina, cont., pag. 346.

Ric. Malespini, cap. 207, e gli altri contemporanei citati dalMuratori, Ann. d'Italia, 1281.

[58] Saba Malaspina, lib. 6.

[59] Chron. Mon. S. Bertini, in Martene e Durand, Thes. Anecd., tom. III, pag. 762.

Saba Malaspina, cont., pag. 349, 351.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 58.

[60] Surita, Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 13 e 16.

[61] Cron. sic. della cospirazione di Procida, l. c., pag. 262.

Ric. Malespini, cap. 208.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 60.

Montaner, cap. 42, con qualche diversità. Al capitolo 49 porta come data da Pietro al conte di Pallars quella risposta del mozzar la mano sinistra se sapesse il segreto.

[62] Bart. de Neocastro, cap. 13.

[63] Raynald, Ann. ecc. 1281, §. 25, e 1282, §§. 5, 8, 9, 10, e nota del Mansi al §. 13.

Tolomeo da Lucca, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186.

La scomunica del Paleologo si legge altresì nella cronaca di Eberardo, pubblicata dal Canisio, antiche lezioni, tom. I, pag. 309.

[64] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Saba Malaspina, cont., pag. 350.

Il trattato di Carlo I con Venezia fu stipulato a 3 luglio 1281, e si trova negli archivi di Francia, citato dal Buchon, Recherches et matériaux pour servir à une histoire de la domination française aux XIIIe, XIVe et XVe siècles, dans les provinces démembrées de l'empire Grec. Première partie, p. 42.

[65] Saba Malaspina, cont., pag. 350.

[66] Gio. Villani, lib. 7, cap. 57.

Ric. Malespini, cap. 206.

Cron. sic. della cospirazione di Procida, pag. 251.

[67] Docum. VII.

[68] Saba Malaspina, cont., p. 352.

[69] Nangis, in Duchesne, Hist. fr. script., tom. V, pag. 357 e seg.

Muratori, Ann. d'Italia, 1282.

[70] Muratori, ibid.

[71] Saba Malaspina, cont., pag. 338, 339.

Le parole della profezia son queste:Tempus adhuc videbit qui vixerit, quod Scarabones ejicient de regno Gallicos et in multitudine, etc.Io ho creduto cheScarabonessuoni in italiano masnadieri, saccardi, soldati irregolari; perchè questa parola, che non si trova nel glossario del Du Cange, è identica aScaranii,Scaramanni,Scamari,Scarani,Scarafonus, vocaboli che vengono dalla radiceScara(acies,cuneus copiæ militares), o piuttosto daScara, una delle angherie feudali, onde si dicevanoScaranii, ec. i famigliari de' magistrati, i fanti incaricati della riscossione di alcuni balzelli, e in generale gli armigeri della più disordinata e spregevole maniera di milizia. Indi l'italianoscherani.

[72] Diplomi dell'8 novembre 1280, 21 aprile e 27 giugno 1281 nel catalogo delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 218, 222 e 227.

[73] Saba Malaspina, cont., pag. 350, 351.

[74] Ibid. pag. 355.

Anonymi Chr. sic., loc. cit., pag. 147.

Le leggi dell'imperator Federigo II, contro le eresie portano una ventina di nomi diversi d'eretici; tra i quali v'hanno i paterini. In un diploma suo dato di Padova il 22 febbraio duodecima ind. si spiega così l'origine di quel nome di paterini:Horum sectæ veteribus vel ne in publicum prodeant non sunt notatæ nominibus, vel quod est forte nefandius, non contentu, ut vel ab Arrio Arriani, vel a Nestorio Nestoriani, aut a similibus similes nuncupantur; sed in exemplum martyrum qui pro fide catholica martiria subierunt, Patarenos se nominant, velut expositos passioni. In Luca Wadding, Ann. Minorum, tom. III, p. 340, §. 13.

[75] Dante Alighieri, De Vulgari Eloquio, lib. 1, cap. 12.

[76] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 3.

[77] Bart. de Neocastro, cap. 13.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 3.

[78] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 2 e 4.

Epistola de' Siciliani a papa Martino, nell'Anonymi Chr. sic., cap. 40, l. c.

Bart. de Neocastro, cap. 13.

Docum. VII.

[79] Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., T. III, pag. 609.

Mss. della vittoria di Carlo d'Angiò, in Duchesne, Hist. fr.script., tom. V, pag. 851.

Cron. del Mon. di S. Bertino, in Martene e Durand, Thes. Anecd.tom. III, pag. 762.

Francesco Pipino, Chron. lib. 4, cap. 29, in Muratori, R. I. S.,tom. IX.

Nuovi oltraggi de' Francesi in Palermo. Festa a Santo Spirito il dì 31 marzo: sommossa: eccidio feroce per la città. Gridasi la repubblica. Sollevazione di altre terre. Adunanza in Palermo, e partiti gagliardi che prende. Lettere de' Palermitani ai Messinesi, i quali seguon la rivoluzione. Ordini pubblici con che si regge la Sicilia, e si prepara alla difesa. Opinione sulla causa prossima di questa rivoluzione.—Marzo a giugno 1282.

I Siciliani maledissero e sopportarono infino a primavera del milledugentottantadue. Nè gli appresti di guerra in Ispagna si vedean forniti; nè in Sicilia, se alcun era che li sapesse, potea aver luogo a prossime speranze. Stavan sul collo al popolo gli smisurati armamenti di re Carlo contro Costantinopoli: l'isola imbrigliavano da quarantadue castelli regi, posti o in luoghi foltissimi, o nelle città maggiori[1], e più numero che ne teneano i feudatari francesi[2]: raccolti e in sull'arme gli stanziali: pronte a ragunarsi a ogni cenno le milizie baronali, ch'erano in parte di suffeudatari stranieri. E in tal condizione di cose, che i savi meditando e antiveggendo non avrebbero eletto giammai ad un movimento, gli officiali di Carlo prometteansi perpetua la pazienza, e continuavano a flagellare il sicilian popolo.

La pasqua di resurrezione fu amarissima per nuovi oltraggi in Palermo; capitale antica del regno, che gli stranieri odiarono sopra ogni altra città, come più ingiuriata e {115} più forte. Sedeva in Messina Erberto d'Orléans vicario del re nell'isola: il giustiziere di val di Mazzara governava Palermo; ed era questi Giovanni di San Remigio, ministro degno di Carlo. I suoi officiali, degni del giustiziere e del principe, testè s'erano sciolti a nuova stretta di rapine e di violenze[3]. Ma il popolo sopportava. E avvenne che cittadini di Palermo, cercando conforto in Dio dalle mondane tribolazioni, entrati in un tempio a pregare, nel tempio, nei dì sacri alla passione di Cristo, tra i riti di penitenza e di pace, trovarono più crudeli oltraggi. Gli scherani del fisco adocchian tra loro i debitori delle tasse; strappanli a forza dal sacro luogo; ammanettati li traggono al carcere, ingiuriosamente gridando in faccia all'accorrente moltitudine: «Pagate, paterini, pagate.» E il popolo sopportava[4]. Il martedì appresso la pasqua, cadde esso a dì trentuno marzo[5], una festa si celebrò nella chiesa di Santo Spirito. Allora brutto oltraggio a libertà fu principio; il popolo stancossi di sopportare. Del memorabil evento or narreremo quanto gli storici più degni di fede n'han tramandato.

A mezzo miglio dalle australi mura della città, sul ciglion del burrone d'Oreto, è sacro al Divino Spirito un tempio[6]; del quale i latini padri non lascerebber di notare, come il dì che sen gittava la prima pietra, nel secol dodicesimo, per ecclisse oscuravasi il sole. Dall'una banda {116} il dirupo e il fiume; dall'altra corre infino a città la pianura, la quale in oggi ingombrasi per gran tratto di muri e d'orti, e un chiuso, negro di cipressi, tutto scavato di tombe, e sparso d'urne e di lapidi rinserra la chiesa con giusto spazio in quadro; cimitero pubblico, che si costruì al cader del decimottavo secolo, e la dira pestilenza del milleottocentotrentasette, esiziale a Sicilia, in tre settimane orribilmente il colmò. Per questo allor lieto campo, fiorito di primavera, il martedì a vespro, per uso e religione, i cittadini alla chiesa traeano: ed eran frequenti le brigate; andavano, alzavan le mense, sedeano a crocchi, intrecciavano lor danze: fosse vizio o virtù di nostra natura, respiravan da' rei travagli un istante, allorchè i famigliari del giustiziere apparvero, e un ribrezzo strinse tutti gli animi. Con l'usato piglio veniano gli stranieri a mantenere, dicean essi, la pace. A ciò mischiavansi nelle brigate, entravano nelle danze, abbordavan dimesticamente le donne: e qui una stretta di mano; e qui trapassi altri di licenza; alle più lontane, parole e disdicevoli gesti. Onde chi pacatamente ammonilli se n'andasser con Dio senza far villania alle donne, e chi brontolò; ma i rissosi giovani alzaron la voce sì fieri, che i sergenti dicean tra loro: «Armati son questi paterini ribaldi, ch'osan rispondere»; e però rimbeccarono ai nostri più atroci ingiurie; vollero per dispetto frugarli indosso se portasser arme; altri diede con bastoni o nerbi ad alcun cittadino. Già d'ambo i lati battean forte i cuori. In questo una giovane di rara bellezza, di nobil portamento e modesto[7], con lo sposo, coi congiunti avviavasi al tempio. Droetto francese, per onta {117} o licenza, a lei si fa come a richiedere d'armi nascose; e le dà di piglio; le cerca il petto. Svenuta cadde in braccio allo sposo; lo sposo, soffocato di rabbia: «Oh muoiano, urlò, muoiano una volta questi Francesi!» Ed ecco dalla folla che già traea, s'avventa un giovane; afferra Droetto; il disarma; il trafigge; ei medesimo forse cade ucciso al momento, restando ignoto il suo nome, e l'essere, e se amor dell'ingiuriata donna, impeto di nobil animo, o altissimo pensiero il movessero a dar via così al riscatto. I forti esempi, più che ragione o parola, i popoli infiammano. Si destaron quegli schiavi del lungo servaggio: «Muoiano, muoiano i Francesi!» gridarono; e 'l grido, come voce di Dio, dicon le istorie de' tempi, eccheggiò, per tutta la campagna, penetrò tutti i cuori. Cadono su Droetto vittime dell'una e dell'altra gente: e la moltitudine si scompiglia, si spande, si serra; i nostri con sassi, bastoni, e coltelli disperatamente abbaruffavansi con gli armati da capo a piè; cercavanli; incalzavanli; e seguiano orribili casi tra gli apparecchi festivi, e le rovesciate mense macchiate di sangue. La forza del popolo spiegossi, e soperchiò. Breve indi la zuffa; grossa la strage de' nostri: ma eran dugento i Francesi, e ne cadder dugento[8].

Alla quieta città corrono i sollevati, sanguinosi, ansanti, squassando le rapite armi, gridando l'onta e la vendetta: {118} «Morte ai Francesi!» e qual ne trovano va a fil di spada. La vista, la parola, l'arcano linguaggio delle passioni, sommossero in un istante il popol tutto. Nel bollor del tumulto fecero, o si fece dassè condottiero, Ruggier Mastrangelo, nobil uomo: e il popolo ingrossava; spartito a stuoli, stormeggiava per le contrade, spezzava porte, frugava ogni angolo, ogni latebra: «Morte ai Francesi!» e percuotonli, e squarcianli; e chi non arriva a ferire, schiamazza ed applaude. S'era il giustiziere a tal subito romore chiuso nel forte palagio: e in un momento, chiamandolo a morte, una rabbiosa moltitudine circonda il palagio; abbatte i ripari; infellonita irrompe: ma il giustiziere le sfuggì, che ferito in volto, tra le cadenti tenebre e 'l trambusto, inosservato montando a cavallo con due famigliari soli, rapidissimo s'involò. Intanto per ogni luogo infuriava la strage; nè posò per la notte soppraggiunta; e rincrudì la dimane; e l'ultrice rabbia non pure si spense, ma il sangue nemico fu che mancolle[9]. Duemila Francesi furono morti in quel primo scoppio[10]. Negossi ai lor cadaveri la sepoltura de' battezzati[11]; ma poi si scavò qualche carnaio ai miserandi avanzi[12]; e la tradizione ci addita la colonna sormontata di ferrea croce[13], che pose in un di quei luoghi la pietà cristiana, forse assai dopo il tempo della {119} vendetta. Narra la tradizione ancora, che il suon d'una voce fu la dura prova onde scerneansi in quel macello i Francesi, come loshibbolettra le ebree tribù; e che se avveniasi nel popolo uom sospetto o mal noto, sforzavamo col ferro alla gola a profferirciciri, e al sibilo dell'accento straniero spacciavanlo. Immemori di sè medesimi, e come percossi dal fato gli animosi guerrieri di Francia non fuggiano, non adunavansi, non combatteano; snudate le spade, porgeanle agli assalitori, ciascuno a gara chiedendo: «Me, me primo uccidete»; sì che d'un gregario solo si narra, che ascoso sotto un assito, e snidato coi brandi, deliberato a non morir senza vendetta, con atroce grido si scagliasse tra la turba de' nostri disperatamente, e tre n'uccidesse pria di cader egli trafitto[14]. Nei conventi dei minori e dei predicatori irruppero i sollevati; quanti frati conobber francesi trucidarono[15]. Gli altari non furono asilo: prego o pianto non valse; non a vecchi si perdonò, non a bambini, nè a donne. I vendicatori spietati dello spietato eccidio d'Agosta, gridavano che spegnerebber tutta semenza francese in Sicilia; e la promessa orrendamente scioglieano scannando i lattanti su i petti alle madri, e le madri da poi, e non risparmiando le incinte: ma alle siciliane gravide di Francesi, con atroce misura di supplizio, spararono il corpo, e scerparonne, e sfracellaron miseramente a' sassi il frutto di quel mescolamento di sangui d'oppressori e d'oppressi[16]. Questa carnificina di tutti gli uomini d'una {120} favella, questi esecrabili atti di crudeltà, fean registrare il vespro siciliano tra i più strepitosi misfatti di popolo: che vasto è il volume, e tutte le nazioni scrisservi orribilità della medesima stampa e peggiori; le nazioni or più civili, e nei tempi di gentilezza, e non solo vendicandosi in libertà, non solo contro stranieri tiranni, ma per insanir di setta religiosa o civile, ma ne' concittadini, ma ne' fratelli, ma in moltitudine tanta d'innocenti, che spegneano quasi popoli interi. Ond'io non vergogno, no di mia gente alla rimembranza del vespro, ma la dura necessità piango che avea spinto la Sicilia agli estremi; insanguinata coi supplizi, consunta dalla fame, calpestata e ingiuriata nelle cose più care; e sì piango la natura di quest'uom ragionante e plasmato a somiglianza di Dio, che d'ogni altrui comodo ha sete ardentissima, che d'ogni altrui passione è tiranno, pronto ai torti, rabido alla vendetta, sciolto in ciò d'ogni freno quando trova alcuna sembianza di virtù che lo scolpi; sì come avviene in ogni parteggiare, di famiglia, d'amistà, d'ordine, di nazione, d'opinion civile o religiosa.

La ferocità del vespro, togliendo ai mezzani partiti ogni via, fu pur salute a Sicilia. Quella insanguinata notte medesima del trentuno marzo, tra la superbia della vendetta, e lo spavento del proprio audacissimo fatto, il popolo di Palermo adunato a parlamento si slancia di lunga più innanti: disdice il nome regio per sempre: statuisce di reggersi a comune, sotto la protezion della romana Chiesa. Alla quale deliberazione il mosse quel mortalissim'odio {121} contro re Carlo e suoi governi; e la rimembranza del duro fren degli Svevi; e per lo contrario quella sì gradita della libertà del cinquantaquattro; e l'esempio delle toscane e lombarde repubbliche; e il rigoglio di possente cittade, che infranto da sè stessa il giogo, nella propria virtù s'affida. Il nome della Chiesa s'aggiunse a disarmar l'ira papale, o piuttosto a tentar l'ambizione, o ad onestar la ribellione sotto specie che scacciando il pessimo signore immediato, non si violasse lealtà al sovrano onde quegli teneva il regno. Ruggier Mastrangelo, Arrigo Barresi, Niccoloso d'Ortoleva cavalieri, e Niccolò di Ebdemonia, furono gridati capitani del popolo, con cinque consiglieri[17]. Al {122} baglior delle faci, sul terreno insanguinato, tra una romoreggiante calca d'armati, con la sublime pompa del tumulto s'inaugurò il repubblican magistrato; e i suonatori dìer nelle trombe e nei moreschi taballi; e migliaia di voci gioiosamente gridarono «Buono stato e libertà!» L'antico vessillo della città, l'aquila d'oro in campo rosso, a nuova gloria fu spiegato; e ad ossequio della Chiesa v'inquartaron le chiavi[18].

A mezza notte Giovanni di San Remigio si restò dalla rapida fuga a Vicari[19], castello a trenta miglia dalla capitale; dove a fretta e furia picchiando, la gente del presidio avvinazzata nelle medesime feste che avean partorito tanta strage in Palermo, a stento riconobbelo; e ammettendolo, stralunava a veder il giustiziere fuor di lena, insanguinato, senza stuolo, a tal'ora venirne. Tacque allor Giovanni: la mattina a dì appellava alle armi i Francesi tutti de' contorni, agguerrita gente, e vera milizia feudale; e, rotto il silenzio, confortavali a scansare e vendicar forse il fato dei lor compagni. Ed ecco l'oste di Palermo, che a cercar del fuggente s'era mossa co' primi albori, entrata sulla traccia, a gran passo a Vicari giugne. Accerchiò confusamente la terra: bruciava di slanciarsi, e non sapea veder modo all'assalto: perciò diessi a minacciare, e intimar la resa; profferendo salve le persone, e che Giovanni e sua gente, poste giù le armi potessero imbarcasi per Acquamorta di Provenza. Essi sdegnando tai patti, e spregiando l'assaltante bordaglia, fanno impeto in una sortita. E al primo {123} l'arte soldatesca vincea; e sparpagliavansi i nostri: se non che entrò nella battaglia una potenza maggiore dell'arte, il furor del vespro, rinfiammatosi a un tratto nelle sparse turbe, che arrestansi, guardansi in viso: «Morte ai Francesi, morte ai Francesi!» e affrontatili con urto irresistibile, rincacciano nella rocca laceri e sgarati i vecchi guerrieri. Vana prova indi fu de' Francesi a riparlar d'accordo. Sconoscendo tutta ragion di guerra, i giovani arcadori di Caccamo saettarono il giustiziere affacciatosi dalle mura; e lui caduto, avventossi la gente tutta all'assalto; occuparon la fortezza; trucidarono tutti i soldati; i cadaveri gittarono in pezzi ai cani e agli avvoltoi. Tornossi l'oste in Palermo[20].

Intanto volando strepitosa la fama di terra in terra, fu prima in que' contorni Corleone a levarsi, come principale di popolazione e importanza, e anco per cagion de' molti lombardi nimici al nome angioino e guelfo[21], e degli insoffribili aggravî che le avea portato la vicinanza de' poderi del re. Questa città, soprannominata poi l'animosa, gittandosi certo con grande animo appresso alla capitale, mandavale oratori Guglielmo Basso, Guglielmo Corto, e Guigliono de Miraldo, ad offrir patti di unione, fedeltà e fratellanza tra le due cittadi; scambievole aiuto con arme, persone, e danaro; reciprocità de' privilegi di cittadinanza, e della franchigia di tutte gravezze poste su i non cittadini. Ignoriamo or noi se venne da' reggitori repubblicani di Palermo o dai patriotti di Corleone il pensiero della lega, ma a chiunque si debba, esso per certo dà a veder preponderante in que' primi principî l'elemento municipale, e sostituito alla connessione feudale il legame federale {124} de' comuni, che fu il vessillo sotto il quale la rivoluzione del vespro occupò tutta l'isola. Convocato il popol di Palermo, assente a una voce que' patti; e per suo comando, i capitani e 'l consiglio della città giuranti sul vangelo co' legati di Corleone a dì tre aprile, e stendonsi in forma d'atto pubblico[22]; promettendo anco Palermo aiutar l'amica città alla distruzione del fortissimo castel di Calatamauro[23]. Intanto un Bonifazio eletto capitan del popolo di Corleone, con tremila uomini uscì a battere il paese d'intorno: dove fur messi a ruba e a distruzione i poderi del re; domati all'uopo della siciliana rivoluzione gli armenti che si nudriano con tanta cura per l'esercito d'Oriente; espugnate le castella dei Francesi; saccheggiate le case; e tanto spietata corse la strage, che al dir di Saba Malaspina, parea ch'ogni uomo avesse a vendicar la morte d'un padre, d'un fratello o d'un figlio; o fermamente credesse far cosa grata a Dio a scannare un Francese[24]. Così {125} propagavasi in pochissimi dì il movimento per molte miglia all'intorno, da medesimità di umori, prepotenza d'esempio, e vigor de' sollevati. Ebbe pure in parecchi luoghi una sembianza, che inesplicabile sarebbe a chi volesse non ostante il detto di sopra trovar ordimento e cospirazione in codesti tumulti. Perchè le popolazioni di gran volontà mettevano al taglio della spada gli stranieri, ma dubbiavan poi a disdire il nome di re Carlo[25]. Per altro pochi giorni tentennarono, che le rapì quell'una comun passione, e la forza dei ribelli: onde a mano a mano chiarironsi anch'esse, scelsero i condottieri di loro forze a combattere i Francesi, scelsero lor capitani di popolo; e questi alla capitale inviarono, la cui riputazione le avea fatto sì audaci, e tutte in essa or affidavansi e speravano[26].

Raccolto in Palermo questo nocciol primo dei rappresentanti della nazione, ispirolli quel valor medesimo onde in una breve notte erasi innalzato a grandezza di rivoluzione il tumulto palermitano. Rincoravanli col brio dei maschi petti la plebe, mescolata de' sollevati di tutte le altre terre, che discorrea la città raccontando impetuosamente d'uno in uno i durati oltraggi e la vendetta, e alto gridando: «Morte pria che servire a' Francesi.» Onde appena congregato il parlamento de' sindichi della più parte di val di Mazzara, assentiva il reggimento a repubblica sotto il nome della Chiesa, «Evviva, romoreggiava il popolo interno, evviva! libertà e buono stato;» e tutti ad osar tutto accendeansi, quando Ruggier Mastrangelo, a rapirseli sì innanzi che potesser dominare gli eventi, risoluto sorgeva ad orare in questa sentenza:

«Forti parole, terribili sagramenti ascolto, o cittadini, ma all'operare niun pensa, come se questo sangue che si versò, compimento fosse di vittoria, non provocazione a {126} lotta lunga, mortale! E Carlo, il conoscete voi, e i manigoldi suoi mille, e vi trastullate a dipingere insegne! Lì in terraferma le genti, le navi pronte alla guerra di Grecia; lì brucian di vendetta i Francesi; entro pochi dì su noi piomberanno. Trovin porti schiusi allo sbarco; trovin l'aiuto de' nostri vizi; ed ecco che si spargono per la Sicilia; gl'incerti popoli sforzano con l'arme; ingannanli co' nostri odî malnati; seduconli a promesse; li strascinano a tutt'obbrobrio di servitù, e a impugnar contro noi l'armi parricide. Libertà o morte or giuraste; e schiavitù avrete, e non tutti avrete la morte: chè stanchi alfine i carnefici, serbano a lor voglie il gregge de' vivi. Siciliani! ai tempi di Corradino pensate. Sterminio ne sarà lo starci; l'oprare, gloria e salvezza. Col nerbo di nostre forze, bastiamo a levar tutto infino a Messina il paese; e Messina or no, non sarà dello straniero: comuni abbiano legnaggio, e favella, e glorie passate, e ignominia presente, e coscienza che la tirannide e la miseria delle divisioni son frutto. Insanguinata la Sicilia tutta nelle vene degli stranieri; forte nel cuor dei suoi figli, nell'asprezza de' monti, nella difesa de' mari, chi fia che vi ponga pie' e non trovi aperta la fossa? Il Cristo che bandìa libertà agli umani, ei che ispirovvi questo santo riscatto, ei vi stende il braccio onnipossente se da uomini or voi vi aiutate. Cittadini, capitani dei popoli, io penso che per messaggi si richieggan tutte le altre terre di collegarsi con esso noi nel buono stato comune: che con le armi, con la celerità, con l'ardire s'aiutino i deboli, si rapiscano i dubbiosi, combattansi i protervi. A ciò spartiti in tre schiere corriam l'isola tutta a una volta. Un parlamento generale maturi i consigli poi, unisca le volontà, e decreti gli ordini pubblici; chè Palermo, ne attesto Iddio, Palermo non sogna dominio; ma la comun libertà cerca, e per sè l'onor solo de' primi perigli.»

«E il popolo di Corleone, ripigliò Bonifazio, seguirà {127} le sorti di questa generosa città, della Sicilia ornamento e presidio. Tremila suoi prodi Corleone qui manda, a vincere o morir con voi. Sì, ma se morir dovremo, cada insieme chiunque patteggi per lo straniero nell'ora del sicilian riscatto. Ruggiero, animoso tu nella pugna, savio tu nel consiglio, la parola di salvezza parlavi. Orsù tradisce la patria chi tarda; prendiamo l'armi, ed andiamo.[27]»

«Andiamo andiamo!» risposegli tonante la voce del popolo[28]: e con meravigliosa prestezza cavalcarono i corrieri, s'adunarono gli armati, e in tre schiere spediti mossero. L'una a manca ver Cefalù, l'altra a dritta su Calatafimi prese la via, la terza s'addentrò nel cuor dell'isola per Castrogiovanni[29]: e le insegne spiegavano del comune, con le chiavi della Chiesa dipinte intorno intorno; e la fama precorreale, e il desio degli animi. Indi senza contrasto ogni terra disdisse il nome di re Carlo; con una concordia bella, se non era anco nello spargimento del sangue francese. A' Francesi dieron la caccia per monti e selve; li oppugnarono ne' castelli; perseguitaronli in cento guise, con tal rabbia che ai campati dalle mani dei nostri venne in odio la vita, e dalle più munite rocche, dagli asili più riposti si dier nelle mani del popolo che chiamavali a morte; taluno dall'alto di una torre si lanciò. In qualche luogo per vero furono, per virtù loro o fortuna, {128} scacciati soltanto, spogli sì d'ogni cosa; e rifuggiansi questi a Messina[30]. Ma avrà eterna fama il caso di Guglielmo Porcelet, feudatario o governatore di Calatafimi, stato giusto ed umano tra lo iniquo sfrenamento de' suoi. Nell'ora della vendetta e nei primi impeti, giunta a Calatafimi l'oste di Palermo, non che perdonar la vita a Guglielmo e ai suoi, lo confortò e onorò molto, e rimandollo in Provenza: il che mostri come il popolo degli eccessi suoi n'ha ben d'onde[31].


Back to IndexNext