CAPITOLO X.

[13] Elenco delle pergamene sud., tom. I, pag. 247.

[14] Saba Malaspina, cont., pag. 384.

Bart. de Neocastro, cap. 54.

D'Esclot, cap. 97.

Cron. della cospirazione di Procida, pag. 274.

Veggasi anche Montaner, cap. 67 e seg. Il soggiorno di re Carlo a Reggio per tutto questo tempo, è confermato dalla data de' citati diplomi e dei seguenti altri: Reggio penultimo ottobre, undecima Ind. Ibid. 26 novembre, undecima Ind. Ibid. 1, 5 e 6 dicembre, undecima Ind. Nel r. archivio di Napoli, registro segn. 1283, E, fog. 1, 1 a t. e 4.

[15] Bart. de Neocastro, cap. 54.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 23, 24.

Saba Malaspina, cont., pag. 385, 386, 387.

D'Esclot, cap. 99.

Montaner, cap. 72.

Raynald, Ann. ecc. 1283, §. 5.

Diploma di re Carlo, in Muratori, Ant. Ital. Med. Ævi, tom. III, pag. 651. Sul quale e su i due diplomi citati qui appresso, ho corretto lo errore di alcuni storici, che dicon fatta la sfida da re Pietro. Del rimanente la più parte di quegli scrittori si riscontra appunto co' diplomi.

I nomi degli ambasciadori di Pietro son portati variamente. Certo che vi fosse il giudice Rinaldo dei Limogi messinese, perchè, oltre l'attestato d'alcuno istorico nostro, leggiamo il suo nome ne' diplomi. Notisi che il d'Esclot diversifica in qualche circostanza. Secondo lui, due famigliari di Carlo vestiti da frati portavano a Pietro parole d'ingiurie: egli si pose a ridere, e mandò con loro per ambasciatori, suoi cavalieri onorati e d'alto affare, per intender da Carlo se i due finti frati ne avessero avuto mandato; e saputo di sì, questi legati fermarono il duello, e tornarono in Messina con gli inviati di Carlo per ordinarne le condizioni. Montaner al contrario dice il grande sdegno di Pietro al sentirsi dar quelle accuse. Io ho seguito ne' particolari piuttosto Speciale, Malaspina, e 'l Neocastro; nè è mestieri notar tutte le minute differenze degli altri cronisti.

[16] Da una scritta che ti trova nel r. archivio di Napoli, reg. segnalo 1268, A, fog. 35, si vede che fosse tra' cortigiani di re Carlo, Rinaldo Villani da Siena milite.

Un altro diploma del 28 aprile (forse 1268) che si legge nel medesimo archivio, reg. segn. 1268, O, fog. 30 a t., comanda a' regi inquisitori d'investigare i carichi dati pe' fatti di Corradino a Giovanni Villano da Aversa milite.

Non mi preme il ricercare se costoro fosser della medesima famiglia, e se tra i mallevadori di Carlo fosse stato un Pugliese o un Toscano. Perciò me ne rimango a queste semplici notizie.

[17] I diplomi leggonsi presso:

Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II, pag. 226 a 234.

Muratori, Ant. Ital. Med. Ævi, tom. III, pag. 655.

Martene e Durand, op. cit., tom. III, pag. 101.

Lünig, Codex Ital. Dipl., tom. II, pag. 986 e 1015.

Registro di Carlo I, segn. 1280, B, fog. 151 a t., citato dalVivenzio, Ist. del regno di Napoli, tom. II, pag. 353.

E infine li cita Michele Carbonell, Chroniques de Espanya, ed. 1567, affermando trovarsi gli originali negli archivi di Barcellona, de' quali egli era il conservatore; e similmente Feliu, Anales de Cataluña, lib. 11, cap. 17. Negli archivi del reame di Francia ho veduto io ancora in buona forma un di questi diplomi: e dal gran numero di copie che se ne trova, si può ben conchiudere che si volle dare a quest'atto la maggiore pubblicità che fosse possibile.

Perfettamente rispondono a questi diplomi:

D'Esclot, cap. 100, che porta anco esattamente i nomi de' cavalieri mallevadori.

Montaner, cap. 72, 73.

Saba Malaspina, cont., pag. 388, 389.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

Bart. de Neocastro, cap. 54.

Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, nella Marca Hisp. delBaluzio.

Chron. S. Bert. in Martene e Durand, op. cit., tom. III, pag. 763;ed altri che lungo sarebbe a noverare, or più or meno esatti.

[18] D'Esclot, Montaner, Neocastro, Speciale nei luoghi citati.

[19] Nangis, vita di Filippo l'Ardito, in Duchesne, H. Fr. S., tom. V, pag. 541.

Breve di papa Martino, in Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 86.

[20] Saba Malaspina, cont., pag. 386.

[21] Ibidem, pag. 389, 390.

Bart. de Neocastro, cap. 55, 56.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 19.

Bernardo d'Esclot, cap. 102, il quale aggiugne la valente ritirata di 30 almogaveri restati in terra, e le straordinarie prove d'un condottiere di questa gente.

Ramondo Montaner, cap. 20, narra diversa e strana questa fazione, e vi fa uccidere il conte di Alençon, da lui detto di Lauço, il quale morì alcuni mesi appresso nel campo di Santo Martino, e non in questa fazione. E veramente ei fu uno dei capitani che consigliarono nel cominciar del seguente anno 1283 il tramutamento del campo da Reggio al piano di Santo Martino, come si scorge da un diploma del principe di Salerno, cavato dal r. archivio di Napoli, e citato da D. Ferrante della Marra. Discorsi, Napoli, 1641, pag. 46, a t.

Veggasi anche l'altro diploma del 20 aprile 1283, citato al cap. X di questo lavoro.

Nelle Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, si dice ferito nelle fazioni di Calabria il conte Pietro d'Alençon, e mortone qualche tempo appresso.

[22] Che il conte Federigo Mosca nominato dal Neocastro fosse conte di Modica, si ritrae da Surita, Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 27, e da' nostri noiosi scrittori delle genealogie nobili.

[23] Saba Malaspina, cont., pag. 390.

Bart. de Neocastro, cap. 56.

[24] Diploma dato di Parigi a 20 giugno 1282, col quale Carloprincipe di Salerno promettea di comporre amichevolmente questafaccenda. Negli archivi del reame di Francia, J. 511. 2.

[25] Diploma del 1303, ibid. J. 512. 24, nel quale sono noverati varidebiti di Carlo II con la corte di Francia, e in primo luogoqueste 15,000 lire tornesi pagate a 18 giugno decima Ind. 1282.

[26] D'Esclot, cap. 101.

[27] Nangis, loc. cit., pag. 541.

Giachetto Malespini, cap. 217.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 62, 85.

Saba Malaspina, cont., pag. 385, 392.

Cron. an. sic. della cospirazione, pag. 266.

Annali genovesi, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 580.

Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, parte 1, pag.610.

Chron. s. Bert. in Martene e Durand, Thes. Nov. Anec. tom. III,pag. 764.

Montaner, cap. 70, toltone l'errore della uccisione del conted'Alençon.

[28] Breve dato di Montefiascone, 9 dicembre 1282, in Raynald, Ann.ecc., 1282, §. 27.

[29] D'Esclot, cap. 100.

Montaner, cap. 73, 77, 78.

[30] Questo diploma leggesi nel citato Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 248.

Montaner, cap. 73.

D'Esclot, cap. 100.

Saba Malaspina, cont., pag. 395.

[31] Bart. de Neocastro, cap. 54. Questi porta la partenza di re Carlo a 2 novembre, ch'è manifesto errore secondo gli allegati diplomi. Pur non è da toglier fede nelle altre cose al Neocastro, il quale, come in paese nemico, potea ben errare in qualche particolare, e conoscere appieno gli altri fatti.

[32] Bart. de Neocastro, cap. 57.

Saba Malaspina, cont., pag. 391. Il consiglio dei principi e capitani nominati di sopra, si scorge dal diploma citato qui innanzi a pag. 213, al proposito del conte d'Alençon.

[33] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 21.

[34] Neocastro, Speciale, Malaspina ne' luoghi citati. Il primo porta questo permesso come dato dal principe di Salerno.

La ritirata del principe di Salerno al pian di Santo Martinoleggesi anco in d'Esclot, cap. 102.

[35] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 20.

[36] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 21.

Saba Malaspina, cont., pag. 391.

Bart. de Neocastro, cap. 59.

Montaner, cap. 75.

[37] Bart. de Neocastro, cap. 61.

[38] Saba Malaspina, cont., pag. 390, 391, 396.

D'Esclot, cap. 67, 79, 103.

Montaner, cap. 62, 64.

Da questi autori si vede che almugaveri non era nome di nazione, ma sì di milizia, come oggidì si direbbe: granatieri, cacciatori, ec.

I particolari della sussistenza e ordinamento irregolare di questi almugaveri si scorgono da Montaner, cap. 70, e da due diplomi del 7 marzo e 4 aprile 1299, docum. XXVI e XXVII, nel primo dei quali si vede la distinzione trastipendiarii,almugaveri, etmalandrini; nel secondo leggesi la divisione della predainter se, juxta eorum consuetudinem atque usum. Nell'uno e nell'altro i cognomi ben mostrano che queste masnade fossero mischiate di Spagnuoli e Siciliani.

L'altro diploma del 27 dicembre, quarta Ind. (1290), docum. XXV, mostra la niuna disciplina degli almugaveri; per la quale il re di Sicilia espressamente li avea eccettuato dalla tregua fermata col nemico, non promettendosi che ubbidissero.

In somma il modo lor di combattere era il medesimo delle bande oguerrillas, segnalatesi nelle moderne guerre di Spagna, e la disciplina assai peggiore.

[39] Bart. de Neocastro, cap. 59.

Saba Malaspina, cont., pag. 391.

[40] Bart. de Neocastro, cap. 60.

Saba Malaspina, cont., pag. 395.

[41] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 21.

[42] Saba Malaspina, cont., pag. 395, 396.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 22.

Bart. de Neocastro, cap. 61.

E con meno particolarità, d'Esclot, cap. 102.

[43] Saba Malaspina, cont., pag 395, 397.

[44] Montaner, cap. 70, 75.

Il quale scrittore porta con molta confusione e inesattezza questa prima guerra di Calabria, talchè inutile opera sarebbe a notar d'uno in uno i suoi errori.

Il d'Esclot, più accurato sempre, non dice che la fazion diSeminara. Ei passa sotto silenzio la cagione del sollecito ritornodi Pietro in Sicilia.

È da notare che, raccontando come gli almugaveri nell'infestar le Calabrie spingeansi fino agli alloggiamenti nemici, d'Esclot, a cap. 103, porta il seguente fatto. Preso da' nimici un almugavero, e portato al principe di Salerno, questi vedendol piccino, male in arnese, e orrido d'aspetto, sclamò che gente sì cattiva e selvatica non potea aver cuore. E l'almugavero replicava: ch'egli era l'ultimo di sua gente, ma pur si proverebbe col miglior cavaliere francese, a patto che vinto rimanesse a discrezione, vincitore avesse la libertà. Nella bizzarria dei tempi il principe assentiva. Talchè rese all'almugavero le sue armi, e fatto venire un valente cavalier francese, fuor le trincee si die' luogo al duello. Il cavaliero preso del campo si serra sull'almugavero; il quale schivando d'un salto la lancia, trasse al cavallo un fermo colpo di giavellotto alla spalla; e, abbattutolo, vien addosso al cavaliero, tagliali i lacci dell'elmo, e con la coltella già l'uccidea. Allora il principe donatagli una veste, libero il rimandò a Messina. E Pietro gareggiando in cortesia, rendea al Francese dieci prigioni anco vestiti, dicendo che così sempre darebbe dieci per un de' suoi.

[45] Saba Malaspina, cont., pag. 397.

Bart. de Neocastro, cap. 55 e 61.

[46] Bart. de Neocastro, cap. 62.

Anon. chron. sic., cap. 42.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

D'Esclot, cap. 103, dice anche venuta la regina Costanza in aprile.

[47] Saba Malaspina, cont., pag. 397.

Montaner, cap. 59 e 99, il quale portando questo fatto dopo il giorno del duello, scordò certo il tempo del viaggio della regina per Sicilia, ma rammentava bene tutte le minuzie personali, e dice venuti con essa Giovanni di Procida e Corrado Lanza. Il Montaner fa menzione al cap. 97 e al 99, al proposito di questa venuta della regina Costanza in Palermo, di due nostri notissimi monumenti nazionali; la cappella del real palagio di Palermo, che esiste ancora in tutta la sua bellezza, ed era, dice il Montaner, una delle più ricche cappelle del mondo; e la sala verde dello stesso palagio ove teneansi i parlamenti.

Quivi, continua il Montaner, s'adunò un parlamento per la venuta della regina, ove Giovanni di Procida parlò per lei, e Matteo da Termini rispose a nome del parlamento: ma agli altri particolari non è da attendersi, scrivendo Montaner nel falsissimo supposto che ciò fosse stato dopo la partenza di Pietro, e dopo il duello.

[48] Si vedrà nel progresso di questo lavoro come la costituzione di Guglielmo il Buono fu la stella polare de' popoli di Sicilia e di que' di Puglia in quel tempo; e come i Napoletani l'ottennero nei capitoli di papa Onorio; i Siciliani in que' di re Giacomo.

[49] Bart. de Neocastro, cap. 61.

[50] Saba Malaspina, cont., pag. 397.

Palmiero Abbate nel 1272 fu castellano del castel di Favignana perCarlo I, come si vede in un diploma pubblicato dall'er. MicheleSchiavo, Memorie per la istoria letteraria di Sicilia, tom. I,par. 3, pag. 49 e seg.

Tutti gli scrittori Trapanesi voglion Palmiero lor concittadino, i Palermitani lo contendon loro; gli uni e gli altri senza provarlo abbastanza. Nel testo io ho trascritto le parole di Saba Malaspina, senza tener punto nè poco alla cittadinanza palermitana di Palmiero Abbate; perchè la Sicilia è la mia patria, non questo o quell'altro muro, in cui infelicemente i Siciliani per l'addietro chiudeano i loro affetti nazionali.

[51] Bart. de Neocastro, cap. 62.

[52] Bart. de Neocastro, cap. 62.

D'Esclot, cap. 103 e 104, si riscontra appunto con queste date.

[53] Bart. de Neocastro, cap. 63, riferisce in questi sensi l'orazione di re Pietro al parlamento.

[54] Così il Neocastro e lo Speciale.

Ma forse Alaimo era stato eletto prima Maestro Giustiziere, perchè con questo titolo è sottoscritto nel diploma del 30 dicembre 1282, citato da noi a pag. 211.

[55] Diploma di re Pietro dato di Messina a 20 aprile 1283, pel quale Ruggier Loria è eletto ammiraglio di Catalogna e di Sicilia, pubblicato dal Quintana, Vidas de Españoles celebres, tom. II, pag. 176.

La data di questo diploma corrisponde bene a quelle portate dal Neocastro e dal d'Esclot, diligenti cronisti, i cui detti riscontrati co' documenti acquistano sempre maggior fede. Sembra per altro che il re prima di partire, abbia accordato solennemente e permanentemente i primi ufici dello stato a coloro cui li avea già affidato. Loria era stato già incaricato del comando della flotta, veg. p. 216, e forse Alaimo esercitava nello stesso modo l'autorità di gran giustiziere.

[56] Bart. de Neocastro, cap. 62, 63.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

Montaner, cap. 75, 76, 99, 100.

D'Esclot, cap. 104, il quale dice che Pietro pria di partire nominò i suoi ministri e vicari per tutta l'isola, che ubbidissero alla reina e a Giacomo; e che raccomandò la moglie e i figli a' Siciliani, e in particolare a' Messinesi. Perchè questi ordinamenti di Pietro non son riferiti da tutti gli storici nella stessa guisa, io mi son tenuto al Neocastro, che forse si trovò presente e tra gli affari pubblici, e narra la cosa in quel modo ch'era necessario tenersi da re Pietro. Altri particolari ho cavato da Speciale e Montaner, l'ultimo de' quali porta le circostanze essenziali, sbagliando nel tempo e nel modo. Questi due scrittori dicon poi lasciato il regno di Sicilia a Giacomo per testamento del padre. Ma come nel testamento che noi abbiamo, e che d'Esclot anche riferisce con estrema diligenza, non si fa menzione del regno di Sicilia, così è mestieri che Pietro avesse fatto riconoscere Giacomo dal parlamento, nel modo che appunto riferisce il Neocastro, e accenna lo stesso Montaner.

Certo egli è che infino alla morte di Pietro l'autorità regia in Sicilia fu esercitata dalla regina Costanza, aiutandosi costei dell'opera di Giacomo, riconosciuto successore al trono. In fatti nel capitolo 2 delle leggi di Federigo II di Sicilia, è fatta menzione di concessioni della regina Costanza; e vari diplomi ci restan di lei, l'un de' quali dato di Palermo a 25 febbraio duodecima Ind. 1283 (1284 secondo il computo comune), si legge a pag. 87 nel Tabulario della cappella del reale palagio di Palermo, Palermo 1835. Il titolo è: «Constantia D. G. Aragonum et Siciliæ Regina.»

Questa forma di governo finalmente si prova con un atto politico del tempo. Nel trattato fermato in giugno 1286, tra Pietro di Aragona e il re di Tunis, che è pubblicato dal Capmany, Memorias historicas del comercio de Barcelona, tom. IV, docum. 6, allo art. 40, si legge: «La qual pace noi Pietro per la grazia di Dio re d'Aragona e di Sicilia sopraddetto, accordiamo pel regno di Sicilia, per noi e per la nobile regina nostra moglie e per l'infante Giacomo nostro figlio, che dev'essere erede dopo di noi nel detto regno, dai quali la faremo fermare e accordare; e pe' regni nostri d'Aragona, di Valenza e di Catalogna, per noi e per l'infante don Alonzo nostro primogenito, erede dopo di noi ne' detti regni, ec.»

[57] Bart. de Neocastro, cap. 64.

[58] Bart. de Neocastro, cap. 65.

[59] Son riferite a un di presso queste parole da Bartolomeo de Neocastro.

[60] Bart. de Neocastro, cap. 66.

[61] Bart. de Neocastro, cap. 67.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.

Saba Malaspina, cont., pag. 398.

Della partenza di Pietro da Trapani fanno seccamente menzione il d'Esclot, cap. 104, e il Montaner, cap. 76.

Nuovi preparamenti degli Angioini contro la Sicilia. Capitoli del parlamento di Santo Martino nel regno di Napoli. Nuove intimazioni del papa a re Pietro e a' Siciliani: bando della croce: sentenza di deposizione di Pietro dal reame d'Aragona, e altre pratiche. Aperta ribellione di Gualtiero da Caltagirone. Vittoria dell'armata siciliana su la provenzale, nel porto di Malta, il dì 8 giugno 1283, e conseguenze di essa. Pratiche del papa a sturbare il duello. Andata di re Pietro in Catalogna e a Bordeaux: esito della scena del duello. Umori dei popoli del regno di Napoli. I nostri occupano alcune terre in val di Crati. Preparamenti di una nuova impresa sopra la Sicilia. Loria assalta con l'armata il regno di Napoli. Battaglia del golfo di Napoli il 5 giugno 1284, e presura di Carlo lo Zoppo. Sollevazione della plebe in Napoli. Maggio 1283 a giugno 1284.

In questo tempo il nimico apprestossi a una seconda prova contro la Sicilia; di che s'eran maturati i disegni a corte di Roma, quando Carlo, tornato di Calabria, appresentossi al papa e a tutto il sacro collegio a chiedere aiuti[1]. Tentar doveasi il colpo nella state dell'ottantatrè, per cogliere il destro dell'assenza di Pietro. A ciò preparavansi navi e armi, men poderose che l'anno innanzi, per diffalta di moneta, e perchè faceano assegnamento maggiore sugli animi de' popoli, simulando mansuetudine quand'era tornata vana la forza. Par che in Sicilia tenessero a questo disegno, secondo l'indizio della spia presa a Geraci, i principi di controrivoluzione testè detti. Al medesimo effetto or trattavasi più solenne e larga la riforma del mal governo in terraferma. E 'l papa suscitava i nemici di Piero; spaventava gli amici; e a sviar le forze di lui, principiava a minacciare il reame d'Aragona.

Re Carlo dunque nell'andar di Roma a Parigi, era soprastato {231} alquanti dì in Marsiglia; ove al suo vicario di Provenza avea commesso che, allestite in fretta venti galee, e armatele della miglior gente di mare di tutta Provenza, mandassele in Puglia, d'aprile o di maggio al più lungo[2]: ed ei medesimo poco appresso, tornato a Marsiglia, e trovate le galee munitissime di attrezzi e armi e ciurma al doppio dell'ordinaria, aveale affidato a Guglielmo Cornut e Bartolomeo Bonvin, marsigliesi; giurando Guglielmo che darebbegli morto o prigione l'ammiraglio nimico[3]. Il principe di Salerno al tempo stesso armava nel reame di Puglia novanta tra teride e galee, che a mezzo giugno si trovassero a Reggio[4]. Abbandonato egli avea nel corso d'aprile gl'infelici alloggiamenti di Santo Martino, ove per disagio e febbri consumavasi come in atroce pestilenza la gente francese; ch'eravi anco morto con grande compianto Piero conte di Alençon, e sì scarseggiavan le vittuaglie e lo strame. Presso Nicotra sulla marina il principe s'attendò, per esser più pronto all'imbarco: otto galee fe' racconciare in quel porto; tutto intendendo al passaggio sopra la Sicilia[5]. {232} Ma prima di mutare il campo avea tenuto nelle pianure stesse di Santo Martino un solenne parlamento, del quale è mestieri qui far parola.

Perchè ai «prelati, conti, baroni, cittadini e probi uomini,» in grande numero adunati (novella temperanza de' governanti angioini), chiedeva il principe i sussidj; e gli erano assentiti in merito della riforma, mal abbozzata già nei capitoli del dieci giugno dell'ottantadue, e peggio osservata; {233} della quale or trattandosi con quei grandi e rappresentanti della nazione, nuovi capitoli sancironsi e pubblicaronsi in questo parlamento medesimo, il dì trenta marzo milledugentottantatrè. Cominciavano con accettare apertamente in che orrendo servaggio e povertà fosse venuto il reame, per vecchia colpa, diceasi, dei tiranni Svevi, e fresca malizia de' ministri e officiali del re, tradenti il suo paternale buon volere. Larghissimi indi i favori conceduti e raffermi agli ecclesiastici, per lor averi, persone, case ed autorità; chè si corse fino ad accordare la franchigia delle tasse su lor beni ereditarj, e, strano capitolo in una riforma di abusi, si ordinò la punizion civile degli scomunicati. Gli aggravj che più ai baroni incresceano furon rivocati; moderato il servigio militare; disdetto ogni impedimento a' matrimonj delle figliuole, e alla scossione dei giusti aiutorj (quest'era il vocabolo) su i vassalli; ristorato il privilegio del giudizio de' pari; cessata la molestia dei servigi al fisco. A beneficio di tutta la nazione, il principe francò di dogane il trasporto delle vittuaglie da luogo a luogo nel regno; promesse coniar buona moneta; vietò le inquisizioni spontanee de' magistrati; menomò la taglia per gli omicidj non provati; consentì i matrimonj delle figliuole de' rei di fellonia; corresse gli abusi de' servigi, e le baratterie degli officiali, simul, il fisco non rivendicasse beni, altrimenti che per decisione di magistrato; non incorporasse le doti alle mogli degli usciti; nè gli artieri si sforzassero a racconciar le navi regie, nè la città a murar nuove fortezze; i giustizieri e altri ufficiali, usciti dalla carica, restasser nel paese quaranta dì a rispondere di mal tolto. Quanto alle collette e altre imposte generali o parziali, il principe bandì: godessero i cittadini del reame di terraferma tutte le franchigie e gli usi de' tempi di Guglielmo il Buono. Ma sendone oscure ormai le memorie, rimetteva in papa Martino descriver quelle consuetudini entro due mesi; comandava che due legati d'ogni giustizierato, a tale effetto si trovassero prestamente innanzi il papa: intanto nulla fornirebbero le città o provincie, nè anco in presto, fuorchè nei casi stabiliti dalle costituzioni. In ultimo, richiamò in vigore i recenti capitoli di re Carlo; {234} a vegliar la osservanza dei presenti, deputò inquisitori a posta in ogni città e terra. Questi nuovi frutti raccoglieano i popoli di terraferma dalla siciliana rivoluzione[6]!

Intanto papa Martino senza studiarsi ad occultar la fiera passione dell'animo suo, vibrava anatemi sopra anatemi contro Piero, e' ministri, e' guerrieri, e' Siciliani tutti. Da Montefiascone a diciotto novembre dell'ottantadue, dichiarolli involti nelle scomuniche comminate già prima; e a Pietro ricantò: sgombrasse di presente la Sicilia; non usurpasse il titolo, non esercitasse atto alcuno di re. Al Paleologo, scomunicato d'altronde, comandò per nuovi scongiuri di spezzar ogni legame con l'Aragonese. E, altro che minacciar non potendo, diè nuovi termini a obbedire; a Piero ed a' dimoranti in Italia, infino al due febbraio; al Greco e agli altri, infino ad aprile e a maggio: fornito il qual tempo, i trasgressori si rimarrebbero spogliati d'ogni feudo, possessione o diritto; sciolti lor vassalli dal giuramento; date le facultà e le persone in balìa de' fedeli che volessero occuparle, quest'era la formula, tolto il pericolo di mutilazione e di morte[7]. {235}

Ma poco appresso proruppe a comandar guerra e morte, non aspettato pure il decorso de' termini, «Sorga il Signore, esordiva da Orvieto a tredici gennaio milledugentottantatrè, sorga il Signore, giudichi la sua causa, per le offese che gli stolti vengongli recando ogni dì:» e sermonando del racquisto di Terrasanta, attraversato da Piero e da' Siciliani con molestar la Chiesa, «Iddio però, ripigliava, muova contr'essi a battaglia; e noi, per divina misericordia forti dell'autorità degli apostoli, esortiamo i cristiani tutti a levarsi per noi, per Carlo nostro figlio diletto; qual muoia nella impresa sciogliam dalle peccata, come se in guerra di luoghi santi[8].»

In fine, a diciannove marzo, fulminò da Orvieto l'altra sentenza. Rinfacciò a Piero i primi suoi armamenti in Catalogna; il passaggio sopra l'Affrica, con forze non pari a tanta impresa; i messaggi a' Palermitani per indurarli nella ribellione; le perfide ambascerie alla corte di Roma; la fraudolenta occupazione del reame di Sicilia. Ma la Sicilia, dicea, terra è della Chiesa; e anco feudo nostro l'Aragona, per l'omaggio prestato a papa Innocenzo terzo dall'avol di Pietro. Questo dunque sleale vassallo per tradigione deponghiam noi dal regno d'Aragona; altri ne investiremo a piacer nostro. Con ciò scomunicollo una terza volta: scagliò interdetto su quantunque città tenessero per lui[9]. Nella quale sentenza allegò Martino l'avviso dei cardinali; onde, se non mentì netto, cavillò; leggendosi nelle istorie del suo medesimo segretario, come parecchi fratelli del sacro collegio forte la dissentissero. Di ciò, segue il Malaspina, arduo sarebbe, e più da indovino che da fedel narratore, a scrutar la cagione: e anco toccando l'autenticità dei titoli del papa sopra Aragona, e {236} il suo diritto alla deposizione di Piero, si dilegua in ambagi, con meschin temperamento tra istorico e cortigiano[10].

Instava il papa inoltre a dissuadere Eduardo d'Inghilterra dal matrimonio della figliuola col primogenito di Pietro; costui dicendo persecutor di santa Chiesa; incesto il nodo per un quarto grado di consanguineità[11]. Sturbava per un vescovo suo fidato gli accordi tra l'Aragonese e la repubblica di Venezia, vogliosa dell'equilibrio del potere in Italia; onde parecchi suoi cittadini avean ricevuto messaggi di Pietro, e a lui mandatone[12]. Consentiva a Carlo differisse pure il pagamento del censo alla Chiesa[13]. Esortava nel reame di Castiglia i prelati, i Templari, i Gerosolimitani, e altre fraterie armeggianti a muover contro Sancio, presuntivo erede della corona, ribellatosi al padre, e collegato con re Pietro[14]. Liberava e preponeva al comando degli eserciti della Chiesa in Romagna il conte di Monteforte, quel sacrilego uccisore del principe Arrigo d'Inghilterra[15]. E come or tutte ritrar le brighe d'un tal potentato, stigato da ira di parte e vicin pericolo? Aspramente in vero travagliossi la pontificia corte in Italia a quel fortuneggiare di Carlo: smugneasi di danari per sovvenirlo[16]: vedea la Romagna corsa dal conte Guido da Montefeltro e sollevata; Roma più che mai immansueta[17]; {237} e, vero o non vero, si disse di pratiche di que' cittadini con lo stesso re di Aragona[18].

La tempesta preparata per cotal modo, cominciò a scaricarsi appena allontanato di Sicilia re Pietro, quando Gualtiero da Caltagirone ripigliando animo, levossi alfine scopertamente; assalì in Caltagirone i leali stretti a schiera sotto lo stesso stendardo del re; e sparso assai sangue, occupò la terra, destò per tutto val di Noto uno spavento di novità. Ma l'infante Giacomo, che percorrendo la region settentrionale dell'isola, giovanetto vivo e benigno, era stato per ogni luogo onorato come re, e con grande amore accolto, e giuratagli fedeltà, sapute in Palermo le rie novelle di Gualtiero, insieme co' suoi consiglieri sen turbò forte, ma forte provvide. A Guglielmo Calcerando vicario, e a Natale Ansalone da Messina giustiziere in quella provincia, fu scritto: andassero mansueti a Caltagirone; cautamente facesser gente e armi; poi d'un colpo di mano, per forza o per frode, prendesser Gualtiero. Fecerlo; chè pari allo stato non era animo nè senno in costui, nè la ribellione avea altre radici: e furono catturati con esso Francesco de' Todi e Manfredi de' Monti; sì prestamente, che l'infante cavalcando appresso i suoi spacci, non era giunto a Piazza che 'l seppe. Andò il ventuno maggio a Caltagirone: il dì appresso Gualtiero e i consorti, convinti dall'aperto sollevamento, e sì dalle confessioni {238} di Bongiovanni e Tano Tusco, furono dal gran giustiziere Alaimo condannati, e immantinenti nel pian di Santo Giuliano dicollati; gridando il popolo: ammazza, ammazza. Bongiovanni e l'altro morian sulle forche a Mineo. A dì venzette maggio, racchetata ogni cosa, entrava l'infante, applaudito e festeggiato, in Messina[19].

Dove fu mestieri allestir subito l'armata contro una prima fazione del nimico; il quale ignorando che la controrivoluzione fosse stata spenta sì tosto con arte e fortuna, si mostrava ne' mari di Sicilia in questa stagione. Perchè venute a Napoli di maggio le venti galee provenzali, e tolti secoloro assai cavalieri del regno e Francesi, e sette legni da ottanta remi, a Nicotra s'erano avviate a trovare il principe. Il quale vedendo così rassicurati i mari da' corsali siciliani, e mercatanti di Terra di Lavoro e Principato ricominciare a navigarvi, e recar vittuaglie alle sue stanze; e sentendosi già forte alle offese, per prima dimostrazione, mandò l'armata provenzale a girar intorno la Sicilia dal mar Tirreno e dall'Affricano, e, s'altra occasione non si presentasse, vettovagliare il castel di Malta, che i nostri sotto Manfredi Lancia, occupata l'isola, stringean d'assedio, e con macchine percoteano[20]. {239}

Ruggier Loria stavasi pronto nel porto di Messina con ventidue galee catalane e siciliane, quando ebbe avviso della nemica flotta da' suoi legni sottili, o da barche di Principato, che navigavano con frutta e vini furtivamente alla volta di Sicilia; le quali imbattutesi nella flotta provenzale presso Ustica, se ne liberavano fingendo esser indirizzate per Tunisi, e poi, volto il corso, approdavano a Palermo, a Messina e a Trapani[21]. Presupposta a quell'avviso la fazion de' nemici, la regina incontanente spacciò a Malta un legno da quaranta remi a comandar che lasciato l'assedio della rocca, s'afforzassero i nostri in città: e Loria, cercando la flotta di Provenza, die' ai venti le vele. D'Ustica la seguitò a Trapani e a Terranova, restando indietro sempre due giorni; onde com'ei toccò Gozzo, a Malta la seppe, che già avea sbarcato le genti, e investito, ancorchè invano, gli assedianti in città. Indi a mezza notte innanzi l'otto giugno milledugentottantatrè, salpando dal Gozzo, fu surto a traverso la bocca del porto di Malta, con le ventidue galee ordinate a scaglioni. Questa era la prima impresa che Ruggiero governava da ammiraglio: tra la sua gente e la provenzale s'aveva a contendere il primato ne' fatti di mare. Perciò, sdegnando assaltare il nemico sprovveduto, fa suonare a {240} battaglia tutti gli stromenti; manda un legno a sfidare Cornut; e accorgendosi come cento uomini francesi dal castello correano ad imbarcarsi, da non curante li aspetta. Fe' il nimico ammiraglio riconoscer le nostre galee; e più baldanzoso per falso avviso che fossero sol dodici, co' suoi ventisette[22] legni impaziente die' dentro, che appena facea l'alba.

Uguagliavansi i combattenti di cuore, d'orgoglio, e a un di presso di forze; perchè il nimico ci vantaggiava nel numero degli uomini e de' legni; cedea negli ordini del combattere, per cagion di que' suoi terzi vogatori[23], nè pratichi nè aitanti al saettare, da meno assai de' balestrieri stanziali, freschi e spediti, ch'avea l'ammiraglio nostro, contento di due uomini soli a ciascun remo. Dapprima s'affrontano con ugual furore, con saette e sassi e calce e fuochi; ma Loria comanda a' suoi, che copransi alla meglio, e sostengan lo scontro, lasciando i soli balestrieri a ferire: e così infino a mezzogiorno si battagliò, e si sparse assai sangue; incalzando gli uni, difendendosi gli altri soltanto. Ma come Loria s'accorse che già mancavano i tiri a' Provenzali, i quali invano li aveano sparnazzato; e che prendean essi a lanciare fino gli utensili delle {241} galee, passò a ripigliar vivamente l'assalto. Leva il gridò: «Aragona sovr'essi!» e robusti arrancando i nostri, feriscon di sassi e dardi, e tutte lor armi i Provenzali, sprovveduti e stracchi; urtan di costa le navi; spezzan remi, fianchi, prore; saltan all'abbordo con le spade alla mano. Quest'impeto trionfò. Nol sostenne Bonvin, che con otto galee sdrucite e insanguinate, a randa a randa la punta del porto, prese largo alla fuga. Facil preda caddero i rimagnenti. Ma Guglielmo Cornut disperatamente strignesi a combattere con Loria; spicca un salto sulla galea catalana, o quei sulla provenzale, che in ciò variano i racconti; e il Marsigliese cercando l'emulo suo, tanto menò a cerchio d'un'azza, che sgombrò la ciurma, con lui scontrossi sotto l'albero della nave. Ferillo alla coscia d'un lanciotto; e 'l finiva con l'azza, se un colpo di pietra non gliela traea di mano: onde Ruggiero, colto il tempo, strappandosi l'asta dalla ferita, ritorcegliela in petto, e 'l passa fuor fuora. Così fornissi la zuffa. Cinquecento rimaser de' nostri tra feriti ed uccisi; ottocento sessanta i nimici prigioni; morti poco più. Bonvin, sostato a cinque miglia da Malta, fea gittare i cadaveri, affondar tre galee incapaci a mareggiare; e con le altre cinque, sol avanzo dell'armata, tornò portatore di lutto alle costiere di Provenza, ove pochi erano che non avessero congiunto o amico da piangere. S'arrese poi a Manfredi Lancia il castello: Malta e il Gozzo presentaron Ruggiero di munizioni, gioielli, moneta. Egli, approdato a Siracusa, fa cavalcar corrieri per tutta l'isola col nunzio della vittoria; spaccialo con un legno al re in Aragona. Tornasi indi a Messina, strascinando a ritroso le navi cattivate, e le nimiche bandiere, e tanto stuol di prigioni; de' quali la reina mandava a Piero in Ispagna dodici cavalieri; i gregari fea lavorar nell'arsenale di Messina e al risarcimento delle mura; fu chiuso in carcere Nicoloso de Riso, perdonandogli la pia regina {242} quella morte ch'ei ben meritava per le portate armi contro la patria[24]. Ma l'ammiraglio non posando a pascersi di lodi in corte, di plausi e festeggiamenti in città; e volendo trarre del tutto a' nemici la voglia di venir sopra l'isola, rifornita in pochi giorni la flotta, spingeasi lungo le costiere di Calabria e Principato; presentandosi minaccioso infino allo stesso porto di Napoli. Il presidio fe' prova a rispingerlo saettando; ed ei, messi all'opra i suoi balestrieri, spazzò la riva. Allora fa appiccar fuoco a navi, attrezzi e munizioni navali, accatastati nel porto: passa indi a Capri e ad Ischia; prende d'assalto quelle deboli castella; e pieno di preda, torna in Sicilia a svernare[25].

Intanto i due re in ponente menavano gran rumore per lo duello, del quale è bene i particolari tutti narrare. Ad ovviarlo s'era adoprato papa Martino, solo in questo moderato e pio tra tanta intemperanza d'ira: di che ci restano irrefragabili documenti, e distruggono una fola di Giachetto e del Villani, che favoleggiaron pattuito innanzi Martino il combattimento; posta premio al vincitore la corona di Sicilia; Pietro, per la diffalta a quella tenzone, scomunicato e spoglio del regno[26]. Tutto al contrario, il papa indirizzò a Carlo una grave epistola il dì cinque febbraio {243} dell'ottantatrè. Severo assai perchè assai l'amava (così scriveagli), il riprenderebbe di quegli stolti patti, di quelle disoneste imprecazioni stipulate nei diplomi, di quella, non prova di ragione, ma di vanità e ferocia. E non s'accorgea della magagna dell'Aragonese, che, minore assai di esercito, l'adescava a misurarsi da uguale? Vietati, dicea, dalla religion del vangelo questi certami alle private persone, non che ai reggitori de' popoli. Pertanto non s'attentasse a combattere: ei, vicario di Cristo, lo sciogliea da' giuramenti presi; persistendo, minacciavalo di censure, e di quanti i altri gastighi sapesse trovar contro di lui la romana corte[27]. Rincalzò lo scritto con la viva voce del cardinale di san Niccolò in carcere Tulliano, e di quel di santa Cecilia, mandato in Francia con lo stesso Angioino[28]. A re Eduardo, per un'altra epistola del cinque aprile, sotto l'usata minaccia, inibì di star guardiano del campo, di far entrare in Guascogna i combattenti[29]: al medesimo effetto, scrisse non guari dopo a Filippo l'Ardito[30]. Ma alfine lasciò fare, o perchè vide non poter vincere la pertinacia di Carlo, o perchè entrò nei disegni di Carlo e della corte di Francia, che sembrano men lievi e men innocenti d'uno sfogo cavalleresco[31].

E l'Inglese, richiesto da Carlo, dopo alquanto differimento, rispondea, gli manderebbe messaggi; e Goffredo {244} di Grenville e Antonio Bek inviò, portatori d'una lettera, ove conchiudea: non se a lui ne tornassero ambo i reami di Sicilia e Aragona, lascerebbe compier tanta crudeltà al suo cospetto, nè in sua terra, nè in altro luogo ove potess'egli attraversarla[32]. Significò al principe di Salerno avere risposto a Carlo un no assoluto[33]: gli stessi legati mandò a re Pietro[34]. Alfine, a trarsi d'impaccio del tutto togliendo ogni luogo all'assicurazione del campo, comandava al siniscalco di Bordeaux, che tenesse la città a disposizione di Carlo e del re di Francia[35].

Ma i due nemici re tuttavia sceneggiavano. Pietro, di Sicilia commise ad Alfonso in Aragona, che scegliesse i campioni; che ne scrisse poi cencinquanta, perchè in ogni caso non mancassero i cento; ed eran Catalani, Aragonesi, Italiani, Siciliani, Alamanni, e anco un figliuol del re di Marocco, disposto a convertirsi alle fede di Cristo se n'uscisse con vittoria. Carlo dal suo canto fabbricar facea a Parigi cento armadure finissime; e, partitosi da corte di Francia, tutto ordinava al duello, o a farne mostra; e raccolse infino a trecento campioni, per la ragion medesima dell'avversario; che de' cento primi, sessanta eran Francesi, Provenzali il resto. Vi si pose in lista ancora {245} Filippo; e a tutti i suoi baroni comandò si trovassero al duello[36]: onde tal romore ne corse per lo reame, che in ogni luogo la nobiltà fremeva arme, cavalcava, sperando entrar nella battaglia, o, se non altro, vederla: e traeano a torme a Bordeaux, come se già si rompesse la guerra. Indi in que' piani re Carlo fe' costruire assai capace la lizza, bislunga, girata di gradi a guisa d'anfiteatro, saldissima di legname e di ferro, con due alloggiamenti per le due bande nimiche, affortificati di steccato e fosso; l'uno all'un capo, l'altro all'opposto presso la porta, ch'unica se n'aprì per l'entrata e l'uscita. Ma queste vicine stanze ai Francesi, le prime assegnavansi a que' d'Aragona; onde si bucinò, che divisassero i Francesi, restando vincitore il nimico, occupar con gente di fuori la porta, e, chiuso nello steccato, farne macello. Maggiori sospetti destava il raccontato armamento universale di Francia, e 'l sapersi tutti i passi d'intorno Bordeaux occupati da gente francese.

Navigò Pietro di Trapani ver ponente a golfo lanciato; ch'entrato in mare il dì undici maggio, forte il travagliava un timore di non giugnere a tempo. A ostro da Sardegna, l'investe un tempo fortunale; ed egli accorgendosi che a vele non si facea, rinforzate di remiganti due delle galee, passavi dalla sua nave con tre soli cavalieri: comanda di guadagnar l'isola a ogni costo, mare e venti spregiando, e i pirati frequentissimi; e a Ramondo Marquet, l'ammiraglio, che lo scongiurava non si gettasse tra tanti rischi: «No, rispose, perch'io mi trovi alla battaglia, quanto mortale far possa, io il farò. Il mio fato, qual che siasi, è scritto, è immutabile; e meglio conviene a' mortali darsi impavidi alla fortuna, che far vani sforzi a fuggirla.» Con tale animo, rifocillatosi a terra un istante, si commette di nuovo sul legno, contro un ponente che il traportò fino a vista d'Affrica. Maledisse allora i fati che 'l traeano a parer {246} mancatore e spergiuro: per ansia e travaglio tre dì non prese alimento. Ma fur sì destri i suoi, che al terzo giorno toccavan Minorca. Quivi il re cibossi; valicò il mar fino a Cullera; e co' tre soli cavalieri, si trovò il diciannove maggio a Valenza.

Trafelato ancor dal viaggio, ivi intende que' sospetti e quel romoreggiar de' Francesi, fatto, se non altro, a spaventarlo sì che non vada a Bordeaux. Pensava non poter con sè condurre tant'oste da fronteggiarli; nè fallar volea la promessa, nè sprovveduto gittarsi in gola ai nimici: ma poco penò a trovare un partito. Ai suoi campioni, già pronti e venuti presso i confini, comanda che ciascun resti là dove abbia saputo prima il sopruso degli avversari. Spaccia Gilberto Cruyllas al siniscalco del re d'Inghilterra, a domandarlo di sicurare il campo; e gli fa cavalcar appresso un nuovo messaggio ogni dì, per aver frequenti avvisi, e render solita per quelle strade la vista d'uomini del re d'Aragona. Ei co' tre fidatissimi cavalieri, Blasco Alagona, Berengario Pietratallada e Corrado Lancia, cavalcò senz'altra brigata con Domenico Figuera da Saragozza, mercatante di cavalli, usato a trafficare in Guascogna, pratichissimo de' luoghi; dal quale volle sagramenti terribili del segreto; nè altri in corte seppe questo viaggio, non lo stesso infante Alfonso. Armossi il re d'un giaco di maglia sotto i panni, d'una celata sotto il berretto, s'avvolse in un vecchio mantello azzurro, prese in mano una zagaglia, la valigia sul caval suo per parer famigliare del mercatante; e gli altri più poveramente si vestian da mozzi; il Figuera in onorevole arredo e sembianza; li maltrattava, albergava solo; servialo a mensa il re, e gli dava acqua alle mani. Così prendeano la via di Tarragona, montati su veloci palafreni, mutandoli di posta in posta; così richiesti ai passi, rispose il mercatante che con que' famigliari andasse per sue faccende; e, deluse le insidie, il dì trentuno maggio a nona si trovarono sotto Bordeaux. {247}

Incontanente il re manda a città Berengario, figliuolo del Cruyllas, chè trovato segretamente costui, venir facesse fuor le mura il siniscalco inglese Giovanni di Greilly, con dir che un cavaliere amico suo il dovea richiedere d'alto affare, e sì menasse un notaio. Giovanni a sera andò: al quale Piero, infingendosi ambasciador novello, ridomandava se venir potesse il re d'Aragona; e quei risoluto rispondea che no: saper vicine grosse torme di cavalli francesi: re Eduardo non aver assicurato mai il campo: nè or, volendo, il potrebbe, congiunte ancor le sue forze a quelle del re d'Aragona: ciò aver ei poco innanzi protestato a Gilberto. E Piero il pregava che gli mostrasse la lizza: alla quale condotto, gittatosi alle spalle il cappuccio, al siniscalco si appalesò. Que' premurosamente lo scongiura, s'involi per Dio ai nemici. Il re montato il suo destrier di battaglia, tre volte accerchia l'arena; surto nel mezzo, dice solennemente al siniscalco e al notaio, esser venuto a mantener la sua fede; non restar per lui che non si combatta, ma per la perfidia de' nemici. Una protestazione fe' stenderne in buona forma; attestandovi il Greilly la venuta del re d'Aragona, e l'ordine d'Eduardo di rassegnar la città a Filippo ed a Carlo. Lasciò all'Inglese il re d'Aragona le armi sue; pregollo che soprastasse alquanto a divulgare il fatto; e speditamente galoppò, tornandosi per la via di Baiona. Giunto a questa città tutto spunto e rabuffato, che da tre dì non chiudea ciglio, promulga una protestazione; manda lettere e nunzi a' principi di cristianità; e aspettandosi la guerra, richiama in patria i sudditi suoi che si trovassero in Francia.

Carlo dall'altro canto, trovatosi infin dal venticinque maggio a Bordeaux, come il dì stesso del duello seppe dal siniscalco la venuta dell'avversario, indragato mandava cavalli a inseguirlo, che per l'avvantaggio delle mosse invano s'affaticarono; e col Greilly n'ebbe acerbissime parole, {248} e trapassò infino a farlo sostenere in palagio, ma tosto liberollo vedendo ammutinarsi i cittadini a tal violenza. Poi quel dì stesso, armato di tutto punto coi suoi campioni, stette Carlo infino a meriggio nel campo: e una oste francese, chi dice di tremila cavalli, chi di cinquemila, e chi assai più, baldanzosa ingombrava i dintorni della città. Carlo protestò superbamente, gridando in palese falso e codardo re Pietro; ma entro di sè mordendosi, dice lo stesso Saba Malaspina, d'aver ordito tela di ragni: e narra d'Esclot, ch'ei chiamava questo fier nimico: non uomo, sì demonio d'inferno, e peggiore, perchè al segno della croce il diavol dileguasi, ma contro costui non avvi argomento; tel credi lungi le mille miglia, e tel senti sul collo. L'undici giugno infine lasciata Bordeaux, non tardava il Francese a promulgar in Italia una interminabile diceria de' torti di Pietro, e delle ingiurie ch'avea ingozzato costui. Così la commedia terminossi. Nei raccontati fatti a un di presso accordansi tutti gli storici contemporanei, ancorchè diversi in qualche particolare, e secondo lor parte sforzantisi ad accusar chi Pietro e chi Carlo. Noioso e inutilissimo parmi entrare in questo giudizio. Ma è indubitato che il Francese con tanto stuolo, Pietro nascosamente, ambo pur s'appresentarono: ch'Eduardo non v'era, nè assicurava il campo. Il giurato patto portava di trovarsi a Bordeaux il primo giugno, non di combattere, se non dinanzi il re d'Inghilterra, o secondo nuovo trattato. Amendue perciò in realtà elusero il bizzarro lor patto, osservarono in apparenza; e da ciò trassero argomento a gittar l'uno su l'altro la vergogna; il che in fondo era il solo intento di entrambi[37]. {249}

Le trame di Gualtiero distratte, la sconfitta di Malta, l'audace correria del nostro ammiraglio, sforzarono il principe di Salerno a rimetter pure l'impresa all'anno appresso; mentr'egli, allestite in Brindisi altre galee e teride, già col conte d'Artois da un dì all'altro pensava imbarcarsi[38]. Indi con quell'adoprar attivo e solerte, ch'è pur dote de' mediocri, ma gli effetti il distinguono dal valor vero, questo Carlo che, degenere dal padre, in sua vita molto si arrabbattò e nulla mai fece, preparò grandi macchine e videle ruinare a un soffio, or tutto inteso al passaggio di Sicilia dell'anno vegnente, la prima cosa perdè l'intento ch'avea sudato a procacciare testè con le riforme e promesse a' sudditi. Perchè non dismettea le antiche gravezze, le esacerbava anzi con francarne i Provenzali[39] {250} e altri stranieri; ridomandava imprestiti ai comuni di terraferma; nè facea senno all'aperto niego di quelli[40]. Errò ancora a credere i popoli bambini troppo, quando appresentatisi al papa i deputati delle province per la promessa riforma dei tributi, Martino, che giocava d'accordo con Carlo, diessi a pretestare memorie incerte, necessità di una sottile esamina, e questa commise al cardinal Gherardo, legato a Napoli[41]; tanto più affrettandolo per lettere quanto più bramava mandar la cosa a dilungo. Perciò nel reame di Napoli gli umori desti dalla siciliana rivoluzione e da' travagli che durava casa d'Angiò, e anco dalle benevole dimostrazioni di casa d'Aragona, tornavano ad agitarsi. In Sicilia al contrario, allontanato quel valor molesto di Pietro, quetavano i popoli nel mite reggimento della regina Costanza: e sì tranquillo corse quell'anno, che sol de' casi di fuori scrivono i nostri storici; e Montaner afferma, irrefragabil prova del buon governo, che dopo la comun gloria della battaglia di Malta, Siciliani e Catalani più che mai s'affratellavano e strigneansi d'amistà e di parentadi[42]. Per questi cagioni la regina di Sicilia potè allor tentare, e 'l vicario di Napoli non seppe rintuzzare nello stesso cuor del suo regno, un'assai temeraria fazione.

Ebbe in quel verno gran caro di vittuaglie in Italia. Donde Scalea, Santo Lucido, Cetraro, Amantea, mosse dalla penuria o dalla mala contentezza (chè Scalea l'anno innanzi era stata la prima in terraferma a darsi a re Pietro), si proffersero alla regina Costanza, s'ella provvedessele di viveri e difendesse; la qual pratica condussero alcuni {251} Scaleotti usciti per omicidî e riparati in Sicilia; e volentieri l'assentì la regina. Mandovvi pertanto con otto galee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d'un subito si ammezzò[43], a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri, messo piè a terra, diersi a infestare tutto val di Crati e Basilicata: contro i quali movendo il giustiziere di val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, rupperlo con strage, e l'inseguirono infino a un castello del vescovo di Cassano, ove poser l'assedio. Sopraggiunto di Sicilia il conte di Modica, e con esso pochi cavalli e più feroci frotte d'amulgaveri, peggior travaglio diè a Basilicata. Prese alcune castella e la terra di San Marco; quivi della chiesa de' frati minori fe' un ridotto assai forte; mal conci ne rimandò Rizzardo Chiaramonte e altri baroni venuti con maschio valore contr'esso; i quali non furon punto imitati dagli altri feudatari del regno, scontentissimi del governo angioino. Invano di maggio dell'anno seguente si fece un altro appello alle milizie feudali del reame di Puglia per venire a oste a Scalea, e anco mandovvisi, sotto il comando di Ruggier Sangineto, gente assoldata in Toscana; perchè sempre tennero il fermo i nostri: e patiron quelle province correrie, ladronecci, notturni assalti[44]; che appena si crederebbe, standovi {252} a manca il campo di Nicotra, a destra la capitale, e per tutto il regno guerriere voci e apparecchi.

Il papa, non vinto pe' falliti disegni dell'anno innanzi, ma rifacendosi ad ogni ostacolo sempre più pertinace e voglioso, sforzavasi a ritentar ora la prova, fin trascurando i propri pericoli e bisogni: Roma per carestia tumultuante; accanita ad assediare in Campidoglio il vicario di re Carlo[45]; esausto l'erario pontificio; necessitato a incettar grani in Puglia, perchè i Romani non facesser peggio[46]. E pria rinnovò le scomuniche il dì della cena del Signore, quel dell'Ascensione, quel della dedicazione della Basilica di san Pietro, con molto studio a promulgarle per tutta l'Italia, e massime a Genova[47]; ove molti cittadini per interesse di parte ghibellina eran disposti ad aiutare il nuovo principato in Sicilia, e pendeano anco a questo i magistrati della città, tentati invano da Filippo l'Ardito a collegarsi con la Chiesa e Carlo contro il re d'Aragona e a stento tirati a promettere una stretta neutralità[48]. Le decime, {253} non per anco scadute, delle chiese di Provenza, d'Arles e degli altri domini di Carlo a lui assegnò per la siciliana guerra; dando autorità ai legati pontificî di sforzare i vescovi al pagamento[49]. A Venezia s'adoprò, sollecitato dal principe di Salerno dopo la sconfitta di Malta, ad armargli una ventina di galee, offrendo porger da' tesori apostolici cinquemila once d'oro: ma l'accorta repubblica rispose: «Nè al re d'Aragona, nè ad altri cristiani moverebbe mai guerra senza cagione[50];» e richiamò in osservanza un'antica legge per la quale vietavasi ai privati di prender l'armi per alcuno stato straniero, senza permesso del doge e d'ambo i consigli; bello statuto secondo ragion pubblica e delle genti, del quale sdegnossi pure la corte di Roma come d'offesa, e pel cardinale di Porto, legato, scomunicò Venezia, ribenedetta poi nell'ottantacinque da papa Onorio per maggior prudenza di stato[51]. Tre legati del principe venivano inoltre a Martino, a ridomandar moneta pel passaggio di Sicilia; ed ei dando di piglio nei tesori delle decime di tutta la cristianità, levate già per la impresa di Terrasanta da papa Gregorio e dal concilio di Lione, or ne forniva per la guerra siciliana ventottomila trecentonovantatrè once d'oro, non picciola somma, secondo que' tempi: ordinando bensì che la più parte si maneggiasse dal cardinal Gherardo, in cui più fidava[52]. {254} Altri danari da altre epistole di Martino appaion sovvenuti al principe di Salerno. Il quale spintosi infino a chieder le genti pontificie che in Romagna militavano condotte dal prò conte Giovanni d'Eppe, le assentia Martino, senza curarsi della sua stessa vacillante dominazione in que' luoghi[53]. Alfine il due giugno, tre dì innanzi il precipizio dell'impresa, papa Martino da Orvieto la rincalzava con bandire la crociata contro cristiani. A sue accuse vecchie e stracche aggiunse: ricettarsi eretici in Sicilia; vietarsi agl'inquisitori di perseguitarli; torsi a Terrasanta le vittuaglie. Donde commise al cardinal Gherardo, che predicasse contro re Pietro e' Siciliani scomunicati; e, attendendo solo a far numero, desse a tutt'uomo la croce, senza guardare a sua origine o nazione[54].

Nel medesimo tempo re Carlo attendeva in Provenza ad accattar danari e allestir navi a questo nuovo assalto di Sicilia[55]; e al medesimo effetto il figliuolo, fatta dimora a Nicotra infino all'autunno del mille dugentottantatrè, e lasciato quivi con l'esercito il conte d'Artois, tornossi a Napoli, donde secondo i casi sopraccorreva qua e là per tutta Puglia[56]. A raccor danaro studiossi sopra ogni altra cosa, perchè senza fine ne ingoiava la guerra. Ondechè, usando l'autorità datagli dal padre a torre in presto infino a centomila once d'oro con sicurtà su tutti i suoi beni e reami, non contento ai sussidi del papa, nè ai tributi generali {255} del reame di Puglia[57], accattava grosse somme da mercatanti toscani con guarentigia dello stesso Martino e delle decime ecclesiastiche[58]: e quando il bisogno più strinse, {256} impegnò per poca moneta vasellame e arnesi d'argento[59]; smunse la borsa del cardinal Gherardo e d'altri privati[60]; richiese altre sovvenzioni alle città più docili[61]; vendè il perdono di misfatti[62]; sforzò nuovamente il valor della bassa {257} moneta[63]; e con la riputazione del cardinale, in un concilio di tutti i prelati convocato a Melfi, strappò loro la promessa di due anni più di decime ecclesiastiche, e a riscuoterle deputò immantinenti suoi commissari; dagli ordini dei frati cavalieri ottenne aiuto di gente o compenso di danari[64]. E {258} gente richiedea per tutta Italia, in Toscana, in Romagna, in Lombardia, da comuni, da privati condottieri, cui assicurava del pagamento con sì efficaci parole, che mostrano quanto si dubitasse de' fatti[65]. Chiamò al servigio feudale tutti i baroni; che, fatta a Napoli la mostra, n'andassero in Calabria all'oste di Artois[66]; molti allettò con sue concessioni novelle[67]. A' capitani di parte guelfa in Firenze {259} raccommandò sollecitasser le galee promesse da Pisa[68]; n'assoldò Genovesi[69], oltre le pisane che veniano con l'armata del padre. Il comando della sua flotta affidò a Iacopo de Brusson, vice ammiraglio; provvide con estrema diligenza ad allestir navi, raccor vittuaglie, fornire smisurate macchine da guerra, maneggiate da' Saraceni della colonia siciliana di Lucera, de' quali molti anco assoldò arcadori a cavallo, uomini d'arme, e fanti: nè altro si legge in quella stagione nei registri della cancelleria di Napoli, che di soldati, munizioni, quadrella per l'armata. Fino una nuova armatura per sè fece fabbricare in Napoli questo principe, correndo con gran furore nella militar carriera, nella quale a capo di pochi mesi trovò tal duro contrattempo, che non osò ripigliarla più mai[70]. Questo spaventevole strepito d'arme empieva il reame di Napoli di primavera d'ottantaquattro, perchè i governanti angioini, dopo l'esito infelice dell'anno innanzi, fidando or meno nella via delle opinioni, vollero ritentare {260} una prepotente forza d'armi, come nell'ottantadue; se non che Carlo tenne tuttavia qualche pratica con baroni di Sicilia, sì infruttuosa quant'eran deboli qui gli {261} umori di controrivoluzione. Nondimeno temendo qualche assalto dell'audace flotta nostra mentre esso armavasi, pose il nemico in questo tempo una straordinaria cura a guardar le costiere di terraferma[71]. Suo intendimento era insignorirsi al tutto del mare, schiacciando la nostra armata {262} se s'attentasse uscire, e se no, inchiodandola ne' porti; e poi, sbarcato l'esercito nell'isola, non più campeggiar luoghi forti, ma dare il guasto al paese, bruciar le messi, divider le città, e desolate sforzarle a sottomettersi. Vietava Carlo al figliuolo qualunque fazione pria ch'egli venisse di Provenza con la flotta[72]. Trenta galee tenea pronte il principe a Napoli, quaranta a Brindisi. Entro pochi dì, operata la congiunzione di tutta l'armata ad Ustica[73], cento navi da battaglia e più assai da trasporto, verrebbero a por la Sicilia a soqquadro.

A tempo il seppe Giovanni di Procida, gran cancelliere, pei suoi molti rapportatori che in terraferma vegliavano assidui il nimico. Onde nel consiglio della regina, considerato il grave frangente; lungi il re; non esercito pronto; poca l'armata, l'audace partito si deliberò in cui solo era salvezza: assaltare gli Angioini risolutamente pria che tutte adunasser le forze. A ciò trentaquattro galee e più legni minori s'armano in fretta nel porto di Messina, di scelta gente catalana e siciliana, di finissime armi, di nobili arredi. Come la flotta fu in punto, Costanza fatto a sè venire, coi capitani minori e i piloti, l'ammiraglio, nudrito seco del medesimo latte, educato in sua corte, con vive parole rimembragli l'affetto della casa reale d'Aragona: tutto per lei andarne su quest'armata; l'onor del re, la corona, sè stessa e i figliuoli a due soli commetteva, a Dio e a Ruggier Loria. A questo dire le s'inginocchiava ai {263} pie' l'ammiraglio, e co' riti dell'omaggio feudale, poste le sue nelle mani della regina: «Non fu unque vinto, le rispose, lo stendardo reale d'Aragona; nè oggi il sarà. Fidane, o regina, nel sommo Iddio.» Non senza lagrime allora gli altri guerrieri giurarono; li accomiatò Costanza; li salutò il popolo allo scioglier dal porto; e a Dio, alla Vergin Madre ne pregavan vittoria. Fece porre l'ammiraglio a una vicina spiaggia; in terra fe' la mostra di tutte le genti; con brevità da soldato arringò: avrebbero entro due settimane una grandissima battaglia: andrebbero incontro a due flotte, l'una surta nel porto di Napoli, l'altra che venia di ponente. «Son settanta galee; ma come noi ci troviamo armati, o guerrieri, non paventiamo le cento.» E le soldatesche risposer d'un grido: «Andiamo andiamo, nostra è la vittoria.» Costeggiate le Calabrie, tennero il golfo di Salerno. Da ciò in Napoli nacque una voce, che Piero, tornato d'Aragona subitamente con tutta l'armata, navigasse pe' mari di Principato. Mandovvisi a far la scoperta un genovese Navarro con legno da sessanta remi[74]: e costui un altro falso avviso riportò, frettolosamente riconosciuta la flotta da lungi per sole venti galee e poche fuste. Vantò dunque, tornato, che sarebbero anco troppe le ventotto galee del principe e la sua nave. Talchè salito in superbia il giovane Carlo, ordinava d'uscir contro al nimico; ma i Napoletani, che punto l'amavano, non vollero armarsi per lui.

Ruggiero in questo volteggiava cautamente fuori il golfo di Napoli, ignorando ove fosse re Carlo con la flotta provenzale; e volea cogliere il tempo a slanciarsi o su lui o sul principe. A Capri dunque ancorò dapprima, divisando {264} fare una dimostrazione sopra Baia, e indi appressarsi se potesse trar fuori il principe con avvantaggio; e, se no, far prora verso la Sicilia, e poi la notte volgere a Ponza, e in quel canale aspettare l'armata del re. Ma non uscito alcuno da Napoli come ei si pose a scorrere per isolette e lidi, guastando i colti e mettendo a taglia e a sacco le terre; e venutagli presa in questo una saettia di re Carlo, onde seppe che con trenta galee provenzali e dieci pisane venisse ad una o due giornate d'ordinario viaggio, Loria, vedendo sovrastar la temuta unione delle due flotte nimiche, consultane di nuovo coi suoi più pratichi; e si deliberò di combattere quella del principe, immantinenti, a ogni costo. Ondechè venuto a Nisita la notte, e prese in quel mare due galee di Gaeta, Ruggiero armolle per sè, spartiti i prigioni in tutta l'armata, la quale sommò a trentasei galee, oltre i legni sottili. Inviò il catalano Giovanni Alberto con una fusta a riconoscer la flotta di Napoli; e seppene il vero numero, e che tutta la spiaggia luccicava di fuochi e d'armi. Indi all'alba minacciando con gran mostra, apparve fuori il capo di Posilipo, alla Gaiola.

Era il cinque giugno milledugentottantaquattro. Le depredazioni e gli oltraggi de' nostri nei dì innanzi; i conforti de' nobili che tenean per la corte; questa recente ostile baldanza, commossero sì gli animi, che avuto avviso la notte stessa dell'armata siciliana surta a Nisita, il popolo preso di novello ardire, chiede battaglia; suona le campane a martello; Francesi, regnicoli, cavalieri, plebei alla impazzata rapiscon le armi, corrono a' legni, in tanta pressa che per poco non li fecero andare alla banda. E gli ottimati, per parere, dice Saba Malaspina, chi fedele e chi gagliardo, consigliavano sì il combattere: sopra ogni altro il conte d'Acerra, favorito del principe Carlo, stigollo a montar in nave egli stesso, per dar animo ai combattenti. Indi nè ragione, nè autorità il trattenne del cardinal Gherardo, {265} il quale, non perduta la memoria di quelle aspre battaglie di Messina, ammonialo ad esser cauto contro i Siciliani, ubbidire i comandi del padre, aspettare l'armata e con essa la vittoria; non si gittasse al laccio tesogli da Ruggier Loria. Ma da queste parole anzi aizzato, più ratto il principe s'imbarcò: e prima ordinò d'imbandire a corte uno splendido convito per festeggiar la vittoria. Con lui furono Iacopo de Brusson vice ammiraglio, Guglielmo l'Estendard, Rinaldo Galard, i conti di Brienne, Montpellier e Acerra, frate Iacopo da Lagonessa, e più altri baroni. A ventotto o trenta sommarono le lor galee, tutte del regno; armate le più di regnicoli, poche di Provenzali e Francesi.

Loria allora quasi fuggendo si difilò a Castellamare, per guadagnar l'avvantaggio del sole alle spalle, o per trarre in alto mare i nemici, e lasciarli disordinar nella caccia. Schiamazzando e urlando l'inseguon essi: volano innanzi a tutte le altre, due galee capitanate da Riccardo Riso e Arrigo Nizza, Siciliani rinneganti la patria, che chiamano Loria a gran voce, ed «Ove fuggi eroe? gridangli; ma invano t'involi, invano; vedi, i tuoi ceppi son qui!»; e mostrangli le catene. E muti i nostri a vogare. A quattro leghe restano; rivoltan le prore; l'ammiraglio in un battello scorreva a rincorarli: «Mirateli, scompigliati da sè stessi; gente che non vide armi, o non vide mare giammai: gridan essi, e noi feriremo.» A linea di battaglia ordinò venti galee, serrate tra loro; fe' rassettare i remi, sgombrar le coverte; schierovvi i balestrieri; il rimanente delle navi pose a retroguardo, che non entrasser nella mischia senza un estremo bisogno. Allor si die' nelle trombe; levossi il grido «Aragona e Sicilia:» e piombò la nostra armata su i nemici, già a tal variar di consiglio attoniti e palpitanti.

E ruppeli in un attimo; chè, non aspettato lo scontro, diciotto galee di Napoli, Sorrento, e Principato diersi a fuggire; {266} lasciando solo il principe con la sua galea, e quattro di Napoli, due di Gaeta, una di Salerno, una di Vico, una di Scio, a disputar l'onore, non più la vittoria. I Francesi, ancorchè non avvezzi nè fermi in nave, combatteano con maschio valore. Più numerosi e franchi al maneggiar le navi, Catalani e Siciliani urtavan di prua, spezzavano i remi al nimico, gittavan fuochi alle tolde, sapone e sego sui banchi, polvere di calce alle viste, scagliavan sassi e saette: e pure gran pezza non li spuntarono dalla difesa. La strage indi si mescolò; spenta gran parte di quei prodi cavalieri di Francia, il numero vinse. Sola restava la galea del principe: accerchiata, squarciata, invasa da' nostri la prua, e mezza la nave; ma un fior di gagliardi stretti a schiera intorno al principe, che piccino e zoppo mal s'aiutava, fecero incredibili prove; e sopra tutti Galard, uomo d'erculee forze, quanti colpi tirava tanti feriva o uccidea, o di peso scaraventava gli uomini in mare. A tal pertinacia, Loria comanda che si sfondi la nave; e i nostri già saliti le dan d'entro coi pali; un Pagano, trombetto e marangone fortissimo, attuffò per bucarla con un ferro: rotta in sei luoghi calava la galea, gridavano i marinai, ma non udianli i combattenti. Addandosene alfine Galard: «Salvatene, sclamò, vostra è la fortuna; qui il principe, qui a voi s'arrendono le migliori spade di Francia!» Gridava l'Estendard, sacra fosse la persona del principe. E questi togliendosi la spada, tra i nostri domandò: «Qual v'ha cavaliero?» e rispostogli dallo ammiraglio, a lui la rendè; e accettò la mano stesagli da Ruggiero perchè lesto sulla sua nave salisse, che l'altra già sommergeasi. Nove galee fur prese: una delle quali velocissima involandosi, Ruggiero le spiccò alla caccia la galea catanese di Natale Pancia; e parendogli perder lena i remiganti, minacciò di farli tutti accecare se non tornassero colla nimica nave: talchè per mortali sforzi la sopraggiunsero; sapendo Ruggiero uom {267} da tener la cruda parola, grande nelle virtù, grande nei vizi, di smisurato valore e brutale ferocia[75]. {268}

Alla battaglia seguì un ridevol caso. Avea fatto Ruggiero assai onore al principe: e questi riccamente armato, in mezzo a molti cavalieri sedea nella capitana, quando una barca di Sorrento si appressò con messaggi del comune; i quali, credendolo l'ammiraglio, offriangli quattro cofani di fichi fiori e dugento agostali d'oro «per un taglio di calze; e piacesse a Dio, seguiano, che com'hai preso il figlio, avessi anco il padre; e sappi che noi fummo i primi a voltare.» Sorrise il principe, e a Loria disse: «Per Dio, ch'ei son fedeli al re[76]:» ma lamentando la slealtà dei soggetti, scordava il giovin Carlo chi fosse stato il primo a infrangere il social patto, e la crudeltà scordava del suo governo, l'avarizia, la superbia, la tirannide sconcia e brutale.

E al castel dell'Uovo[77] suonavano di pianti femminili le stanze della principessa, ch'era salita sul più rilevato scoglio {269} fin quando Carlo salpò; e fitti gli occhi sulle navi, avea visto l'affrontata, e la fuga, e sparir la galea capitana; nè sapea spiccarsi dal guardare, dileguata anco la flotta napoletana, e caduto il dì. Pallido e ansioso a lei venne il cardinale, spaventato dal minaccevole aspetto della plebe: e pensando insieme a que' prodi, or li temeano uccisi, or li speravan prigioni; quando due galee siciliane approdarono con una lettera del principe. A lui, trepido di sua sorte in guerra spietata, l'ammiraglio avea richiesto sciolta di presente la Beatrice, giovanetta e bella figlia di Manfredi, ch'orfanella passò dalla cuna al carcere di Carlo, e ivi stette come sepolta. Scrivea il principe dunque, si rendesse immantinenti la donzella: e i Siciliani aggiugneano che se no, lì, sulla galea, in faccia a Napoli a lui mozzerebbero il capo. Indi la principessa a cercar Beatrice, a donarle gioielli e femminili arredi, e gittarsele ai pie' che salvasse per Dio la vita a Carlo suo. Recarono alla flotta con molto onore Beatrice; e si sciolser le vele. Alle bocche di Capri, Riso e Nizza, come traditor maledetti, furon sulla galea di Loria dicollati. Entrò l'armata nel porto di Messina[78].

Dove al primo scoprir quelle vele, con susurro e ansietà precipitava il popolo alla marina, d'ogni età, d'ogni sesso; ma visti i segni della vittoria, e le galee prese, e saputo prigione il principe di Salerno con tanti baroni, inenarrabile allegrezza si destò. Sbarcate le turbe de' prigioni, proruppe il volgo, com'e' suole in ogni luogo, a insultarli; {270} ricordando a gara la tirannide, l'assedio, le scambievoli offese, e molti le abborrite sembianze de' baroni stati loro oppressori: onde aprian la calca i più avventati, e feansi a guardarli faccia a faccia, e dir dileggiando: «Chi fuvvi maestro a battaglie di mare? Oh sventura! dar le spade voi a Catalani ignudi, a Sicilian galeotti! Eccovi la seconda fiata trionfanti in Messina!» A schivar peggio, il principe sbarcò travestito da soldato catalano. Ma la regina, i figli, i cittadini autorevoli raffrenarono la cieca ira, che già correva a suonar le campane a stormo, coll'antico grido «Morte ai Francesi.» Nel palagio reale dapprima fu sostenuto il principe; indi nel castel di Matagrifone con Estendard; non incatenati, nota un istorico, ma sotto gelosa guardia di cittadini e soldati: e vietò la generosa Costanza ai figliuoli, che vedessero in quella misera condizione il figlio di Carlo d'Angiò. Furono assegnati i cavalieri in custodia per le case de' maggiori della città. La reina con molte lagrime abbracciava la sorella, campata come per miracolo dalle mani de' nemici[79].

Ebbe tempesta in Napoli la dominazione angioina a quella sconfitta. Levato il popolazzo a romore, gridava per le strade «Muoia re Carlo e viva Ruggier Loria:» sfrenavasi per due dì a saccheggiar case francesi; e pochi cadutigli in mano ammazzò; la più parte usciti dalla città con cinquecento di lor cavalli scamparono. I quali pensavan ritrarsi in Calabria appo il conte d'Artois, se non {271} che il cardinale e i baroni mandavano a confortarli: si riducessero intorno il castel Capuano, e non temesser pure la minuta plebe e quel foco di paglia, chè la nobiltà napoletana sarebbe tutta con essi. E in vero, o vinti dall'autorità e arte del cardinale, o mansuefatti all'alito della corte, i nobili di Napoli si fecero sostegno all'usurpatore in quel fortunoso momento. Perciò la plebe volle scacciare i Francesi, e non potè; contrariata dai suoi stessi, e repressa e castigata due dì poi dal medesimo re Carlo[80]. Si propagò il movimento a Gaeta e molte altre terre, che strepitarono un poco, scrivea re Carlo con l'usato disprezzo, e per le medesime cagioni si tacquero[81].


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