[1] Montaner, cap. 77, 78, narra queste pratiche di Carlo a corte di Roma.
[2] Bart. de Neocastro, cap. 74.
[3] Montaner, cap. 81.
D'Esclot, cap. 110.
[4] Diploma dato di Nicotra il 13 maggio 1283, nel citato Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 250, nota 3.
Altri due diplomi si trovano nel r. archivio di Napoli, reg. segnato 1283, E, fog. 10 a t. e 11 a t., l'uno per fornirsi in Nicotra sei teride oltre sei più che n'eran pronte, il quale è dato di Nicotra il 20 aprile undecima Ind. (1283), e la cura n'è commessa a Riccardo de Riso, lo sciagurato uscito siciliano, e a Gerardo di Nicotra. L'altro è diverso dal notato nell'Elenco delle pergamene, ma dato ancora di Nicotra il 13 maggio, pel biscotto delle 20 teride di Principato e Terra di Lavoro, da armarsi a mo' di galee.
[5] Saba Malaspina, cont., pag. 398.
La testimonianza di questo diligentissimo storico è rinforzata nel presente luogo dai diplomi.
E prima, il mutamento del campo da Santo Martino a Nicotra si vede dal registro del regio archivio di Napoli segnato 1288 E, dove a foglio 10 è un diploma datoin castris in planicie sancti Martini, il dì 7 aprile, undecima indizione (1283); un altro dato di Nicotra il 14 dello stesso mese; e un terzo di Nicotra il 21 aprile per lo trasporto delle tende; e a foglio 10 a t. un altro del 20 aprile per trasporto di vini a Nicotra sotto scorta di legni armati; il che mostra ancora come que' mari erano infestati da' Siciliani.
V'ha allo stesso foglio 10, un altro diploma risguardante il conte Piero d'Alençon,carissimi consanguinei nostri, scrivea Carlo lo Zoppo. Questo è dato di Nicotra a 20 aprile, undecima Indizione (1283), e provvede che si supplisse del denaro regio il bisognevole a soddisfar tutti i lasciti del testamento dì Alençon. Questi era dunque gravemente infermo. E morì in Puglia il giovedì dopo la festa degli Apostoli Pietro e Paolo, come si legge in un diploma di Filippo l'Ardito dal 24 giugno 1283.Collection des Documents inédits sur l'histoire de France, tom. I, Paris 1839, pag. 318, Documento 244.
Malaspina dice ch'ei fosse mancato di malattia; l'autore delleGesta Comitum Barcinon., cap. 28, che morisse lentamente delle ferite riportate nella guerra. Sbaglia pertanto Montaner che lo fa cadere all'assedio della Catona, cioè di novembre 1282.
I luoghi ove dimorò Carlo lo Zoppo vicario generale si veggon ancora dai diplomi del regio archivio di Napoli. Nel registro segnato 1283 E, n'abbiamo uno dato di Terranova (presso Santo Martino) il 20 febbraio undecima Indizione (1283), a foglio 11; poi vi hanno quegli altri del mese di aprile citati di sopra: e moltissimi dati di aprile, maggio, luglio ed agosto, tutti di Nicotra, se ne trovano foglio 9, 3, 3 a t., ed 8; e uno dato di Matera il 7 luglio, foglio 3 a t.
È notevole tra questi diplomi, che la Corte angioina, tra tanti suoi travagli, dovea pur mandare qualche sussidio alle sue genti in Acri e Durazzo. Ciò si scorge da due diplomi dell'8 e 9 maggio, foglio 9, per 20 cavalli saraceni e pochi viveri imbarcati per Durazzo e da un diploma del 27 aprile, foglio 11, per 400 salme di grano inviata ad Acripro usu gentis nostre, da consegnare a Odone Polliceno,Vicario regio in regna Jerhusalem.
[6] Pe' sussidi accordati in questo parlamento, veggasi il diploma del 29 aprile 1283, nel citato Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 250, e la nota 2, alla pag. 254.
Quanto al resto, Capitoli del regno di Napoli, tom. II, capitoli di Carlo principe di Salerno promulgati a 30 marzo 1283.
Saba Malaspina, cont., pag. 402, 403, riferisce questo parlamento; ma sbaglia il tempo e il luogo, confondendolo col sinodo diocesano che s'ebbe in Melfi.
Intorno il detto uficio di censura a favor de' governati, oltre lo statuto de' capitoli, abbiam due diplomi di Carlo lo Zoppo, dati di Nicotra a 26 settembre duodecima Ind. (1283), nel r. archivio di Napoli, reg. segn. 1283, A, fog. 60. Sono eletti Rostano de Ageto milite, il vescovo di Troia, e il giudice Gualtiero di Catanzaro avvocato del fisco, per investigare e punire in tutto il reame dal Faro ai confini degli stati ecclesiastici, le trasgressioni alle costituzioni di Carlo I, ed ai capitoli pernos in plano sancti Martini olim editorum.
[7] Raynald, Ann. ecc., 1282, §. 23, 24, 25.
Saba Malaspina, cont., pag. 392.
[8] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 2, 3, 4.
[9] Raynald, Ann. ecc., 1283, §, 15 a 23.
Saba Malaspina, cont., pag. 392, 393.
[10] Saba Malaspina, cont., pag. 392, 393, 394.
[11] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 36, 38, breve del 6 luglio.
[12] Ibid., §. 39, breve del 7 giugno.
[13] Ibid., §. 47, breve del papa a 26 giugno, ed epistola di re Carlo a 23 novembre.
[14] Ibid., §. 54 a 57.
[15] Nangis, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 542.
Bolla di Martino, da Orvieto, a 9 maggio 1283. Ibid., pag. 886.
[16] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 51.
[17] Ibid., §. 28 e seg.
Giachetto Malespini, cap. 215.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 80 e seg.
Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1188.
[18] Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, pag. 610.
Lo stesso carico si dà a Pier d'Aragona nella bolla del 10 maggio 1284, con cui il papa comandava contro di lui la predicazione della croce:Et ut nihil omitteret ad persecutionem nostram et ipsius ecclesie intemptatum, ad pacificum statum urbis, Patrimonii beati Petri, aliarumque terrarum ipsius ecclesie, necnon et aliarum partium Italie subvertendum, et urbem, terras, ac partes easdem a nostre obedientie debito avertendas, sicut ex multorum fida relatione percepimus, nunc per nuncios, nunc per litteras, variis machinationibus nitebatur et nititur, ac nisibus fraudulentis institit et insistit, etc.Negli archivi del reame di Francia, J. 714, 6.
[19] Bart. de Neocastro, cap. 75.
[20] Saba Malaspina, cont., pag. 398.
D'Esclot, cap. 110.
Nic. Speciale, lib. I, cap. 26.
Montaner, cap. 81.
Quanto al numero delle navi provenzali, il Malaspina dice 27 galee, ch'è esattamente il numero de' legni che combatterono a Malta tra galee e d'altro nome; d'Esclot porta venute di Provenza 20 galee; e gli altri qual più qual meno, ma con pochissimo divario: talchè riscontransi col diploma dato di Nicotra il 2 giugno (1283), nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, E, fog. 12, col quale si comandava di fornir viveri per due mesi a' vascelli venuti di Provenza, cioè 18 galee, unPanfilio, ed 8vaccettas.
Ibid. a fog. 13, diploma dato di Nicotra il 3 giugno per lo stesso affare, nel quale si parla di Bartolomeo Bonvin, e si dice che le galee eran già venute a Napoli.
[21] Il d'Esclot, cap. 110, dice espressamente questo caso delle barche di Principato cariche di frutta e vini per Sicilia. Io dapprima non sapea piegarmi a credere che dal reame di Napoli si portassero di tali derrate in Sicilia, massime i vini. Ma bisogna accettar questo fatto economico, alla irrefragabile testimonianza di due diplomi dati di Napoli il 2 maggio duodecima Ind. (1284), pei quali si fece severo divieto alla furtiva estrazione di vini per Sicilia, che si commettea in Sorrento e in Castellamare di Stabia, infingendosi imbarcarli per terre fedeli al re. Dal r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 85, a t. 88, a t. E sempre più si vede la grandissima informazione e diligenza del d'Esclot.
[22] E in vero 27 erano tutti i legni, secondo il diploma del 2 giugno 1283, citato di sopra. La differenza con d'Esclot non sarebbe nel numero totale, ma solo in quello delle galee.
[23] Montaner, cap. 83 e 131, dà lunghe lezioni militari intorno il vantaggio de' balestrieri scritti, o vogliam dire stanziali, e l'impaccio de' terzi remiganti, che nel combattimento facessero da balestrieri. Ei li chiamatersols; ed è una voce ch'io non seppi comprendere nell'originale catalano, ma la veggo benissimo spiegata dal Buchon nella sua versione francese, ed. Paris, 1840, pag. 288,rameurs surnuméraires, attachés en tiers au service d'une rame. I balestrieri stanziali son detti da Montaneren taula, perchè l'uficio dell'arruolamento si chiama taula in catalano. A quest'ordine di balestrieri, non gravati d'altra fatica sulle galee, Montaner dà le continue vittorie de' Catalani in giusta battaglia navale; ma pur confessa che in un'armata era necessario un certo numero di galee co' terzi vogatori, per potere al bisogno dar più vigorosamente una caccia.
[24] La presura di costui nella battaglia di Malta si ritrae da un diploma di re Giacomo, dato di Messina il 19 luglio 1286, in di Gregorio, Bibl. arag., tom. II, pag. 500.
[25] D'Esclot, cap. 110, 114 e 116.
Montaner, cap. 82, 83, 84, 93.
Bart. de Neocastro, cap. 76.
Nic. Speciale, lib. I, cap. 26.
Saba Malaspina, cont., pag. 398, 399.
Il solo d'Esclot, degnissimo di fede, narra quest'ultima correria a Napoli. Montaner, sovente poco esatto, la scrive con qualche divario, e pria della vittoria di Malta.
[26] Giachetto Malespini, cap. 217, 218.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 86, 87.
Nello error loro cadde ancora l'autore del Memoriale de' podestàdi Reggio, in Muratori, R. I. S., tom. VIII, pag. 1156.
[27] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8 a 12, breve dato d'Orvieto a 3 aprile.
Nangis, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 541.
[28] Raynald, ibid., §. 13; e Nangis, ibid., pag. 542.
[29] Raynald, ibid., §. 7.
Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II, pag. 242 a 244.
Questo divieto del papa è affermato ancora nella Cronaca delMonastero di S. Bertino, in Martene e Durand, Thes. Anecd., tom.III, pag. 763.
[30] Breve del 20 aprile 1283. Negli archivi del reame di Francia, J. 714, 3.
[31] Nangis, loc. cit.
[32] Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, diplomi del 25 marzo e 5 aprile 1283, tom. II, pag. 239, 240.
Ivi nell'epistola a re Carlo si legge:Kar sachez de verité qe pur gainer teus deus Reaumes come celui de Cezile e de Aragon nous n'en serrions gardeins du chaump où la susdite bataille se fest; mes mettroms peine et travail en totes les maneres qe nous saverons qe pes e acord fust mist entre vous, come celui qe mout le vodroit.
[33] Ibid. La frase è, avere rifiutatotut outre.
[34] Ibid., pag. 241.
[35] D'Esclot, cap. 104.
Questo attestato, che non si legge in alcun altro contemporaneo, toglie tutte le contraddizioni che si troverebbero nell'operare di Eduardo, il quale negava prima il campo, e lasciava poi costruir la lizza, e venire i combattenti. Consegnata per que' giorni la città a' Francesi, s'impediva il duello senz'altra briga.
[36] Questo è accettato dal Nangis, e da altri scrittori di parte francese.
[37] Tutto questo racconto, nel quale non mi è paruto possibile scriver le citazioni a ogni parola, è tratto da:
Saba Malaspina, cont., pag. 399 a 402.
D'Esclot, cap. 104, 105.
Montaner, cap. 80, 85 e seg.
Bart. de Neocastro, cap. 67, 68, 69.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 25.
Anon. Chron. sic., cap. 44.
Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 7, ed 8, in Muratori,R. I. S., tom. XI, pag. 1188.
Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, op. cit.
Frate Francesco Pipino, lib. 3, cap. 17, in Muratori, R. I. S., tom. IX.
Ferreto Vicentino, ibid., pag. 954.
Vite di Martino IV, ibid., tom. III, pag. 609, 610.
Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 31, 32.
Nangis, in Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 542.
Paolino di Pietro, in Muratori, R. I. S., agg. tom. XXVI, pag. 39.
Giachetto Malespini, cap. 218.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 87.
Memoriale dei podestà di Reggio, in Muratori, R. I. S., tom. VIII,pag. 1155, 1156.
Chron. Mon. S. Bertini, in Martene e Durand, Thes. Anecd., tom.III, pag. 764.
Il manifesto di re Carlo al comune di Modena contro Pier d'Aragona, si legge in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Ævi, tom. III, Diss. 39, pag. 650.
[38] D'Esclot, cap. 115.
[39] Diploma del 24 gennaio 1284, citato nel seguito di questocapitolo in nota.
[40] Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I,diplomi a pag. 254, 255, 259 e le annotazioni, pag. 254.
[41] Raynald, Ann. ecc., 1283, breve del 25 novembre, a §. 46.
Saba Malaspina, cont., pag. 403.
[42] Montaner, cap. 84.
[43] Da quaranta a venti tarì la salma, dice il Malaspina.
[44] D'Esclot, cap. 119.
Saba Malaspina, cont., pag. 403, 404.
Il primo dice dell'occupazione di quelle quattro terre; ilMalaspina della sola Scalea.
I due appelli al servigio feudale nel reame di Puglia si leggono nel diploma del 30 ottobre 1283, nel citato Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 257; e nei diplomi del 21 e 31 maggio 1284, ibid., pag. 266, 298. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A. fog. 81 a. t., leggesi un diploma dato di Napoli a 28 aprile duodecima Ind. (1284) per 100 balestrieri e 200 lancieri a piè, venuti poco prima da Firenze, che si mandavano a Ruggiero Sangineto per ingrossar l'oste all'assedio di Scalea.
Montaner, cap. 113, nomina alcuna delle terre occupate, e dice del mal contento nel reame di Puglia; ma confonde questa fazione con quella dell'armata che combattè poi nel golfo di Napoli.
[45] Saba Malaspina, cont., pag. 404.
[46] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 52.
[47] Ibid., 1284, §. 1.
[48] Risposta del podestà, capitani, consiglio e comune di Genova al re di Francia negli archivi del reame di Francia, J. 499, 42.
Il re avea inviato due ambasciadori a richieder Genova che dessefavore, aiuto e giovamentoal papa e al re di Sicilia, zio del re di Francia, contro il re d'Aragona,che avea operato contro la Chiesa, contro le inibizioni del papa, e contro il re di Sicilia, la qual cosa ognun sapeaquanto interessasse la corona di Francia. Genova risponde essere in pace col re d'Aragona da 170 anni, e non aver cagione di rompere; ma promette che non darà aiuto di navi nè d'armi al re d'Aragona. Non vi ha data in questo diploma, nè nomi sia dei magistrati di Genova, sia dei re; ma le narrate particolarità, infallibilmente il pongono tra gli anni 1282 e 1284. È uno lungo ruolo di pergamena scritto in caratteri del secol XIII, con suggello in cera verde, pendente da una stretta striscia di pergamena e impresso da un lato solamente. V'ha un grifone alato, chiuso in un poligono ad angoli salienti e rientranti a forma di stella, e fuori il poligono la leggenda:Sigillum Comunis et populi Janue.
[49] Raynald, Ann. ecc., 1284, §. 10.
[50] Ibid., 1283, §. 40. Il breve al principe Carlo, posteriore al fatto, è dato il 22 aprile 1284.
D'Esclot, cap. 115, riferisce la risposta dei Veneziani.
[51] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 63 e 64.
Quivi si legge la bolla di Onorio, data di Tivoli il 4 agosto,anno 1.
[52] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 40, nel detto breve del 22 aprile1284.
Saba Malaspina, cont., pag. 418. Veggansi anche i diplomi citatiqui appresso per vari imprestiti del papa.
[53] Raynald, Ann. ecc. 1284, §. 13 e 48.
[54] Raynald, ibid., §. 2 e 3.
[55] Saba Malaspina, cont., pag. 402.
[56] Saba Malaspina, ibid.
I viaggi del principe di Salerno si veggono dai vari suoi diplomi, dati di Nicotra, Napoli, Foggia, Brindisi, Bari, nel citato Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. I, pag. 260, 261 e 263; da que' citati nelle annotazioni seguenti, cavati dai registri del medesimo archivio; e da altri dati di Napoli 1 gennaio, Foggia 24 e 29 gennaio, Barletta 1 febbraio, Brindisi 23 a 26 febbraio, Spinacchiola 6 marzo, Melfi 10 a 16 detto, nel registro 1283, A, fog. 15, 16, 16 a. t. 28, 28 a. t.
[57] Diploma dato di Nicotra il 25 novembre duodecima Ind. (1283), indirizzato a tutti gli uomini di tutti i giustizierati del reame di Puglia. Proponendosi il principe di Salerno di andar nella vegnente primavera sopra la Sicilia, con grandissima flotta ed esercito, al totale sterminamento dell'isola, chiedea per tutte le province di terraferma il sussidio «che non pativa differimento, ed era appunto conforme alle recenti costituzioni del re suo genitore.» Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 71.
Altro diploma, ibid., fog. 80 a t., dato di Napoli il 26 aprile duodecima Ind. (1284). È una sollecitazione del sussidio per la impresa contro i ribelli.
Diploma dato di Foggia il 24 gennaio duodecima Ind. (1284) sulle quereleuniversorum gallicorum et aliorum ultramontanorum in civitate Neapolis commorantium, lagnantisi che da lor si volesse riscuotere la presente sovvenzione generale. Il principe di Salerno comandava non fossero molestati; perocchè per privilegio di re Carlo erano stati francati da tutte le collette e sovvenzioni, pel passaggio contro la ribelle isola di Sicilia. Ibid., fog., 19, a t.
Diploma dato di Melfi a dì 8 marzo duodecima Ind. (1284), pel quale furon cedute a un condottiere, pei suoi stipendi, once 400 su le sovvenzioni generali dovute da alcune terre. Si legge bandita la sovvenzionein subsidium expensarum futuri nostri passagii in proximo futuro vere contra rebellem insulam Sicilie. Ibid., fog. 2, a t.
Un altro diploma, ibid., dato di Napoli 12 aprile duodecima Ind. mostrava queste sovvenzioni non eccedere i limiti, che s'eran posti nei capitoli del parlamento di San Martino.
[58] Diploma del 2 dicembre duodecima Ind. (1283). È la scritta del ricevuto per once 15,000, che la compagnia de' Bonaccorsi di Firenze avea pagato per conto del principe di Salerno in Roma, nel corso dell'anno 1283, in carlini e fiorin d'oro, i primi ragionati a 4, i secondi a 5 per oncia. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A fog. 75.
Altro del 13 febbraio duodecima Ind. (1284), ibid., fog. 99, dato di Bari, dove il principe di Salerno confessa avere ricevuto once 10,000, da papa Martino, tolte in prestito per virtù del permesso di accattare infino a 100,000 once con sicurtà su i beni qualunque della corona; permesso datogli dal padre, con un altro diploma che si trascrive, datoSalorum in Andegavia, 1283, 14 luglio undecima Ind., anno 7 del regno di Gerusalemme e 19 di Sicilia.
Conti di Adamo de Dussiaco tesoriere, dal 1 settembre a tutto febbraio duodecima Ind. In que' sei mesi si eran maneggiate meglio che 36 mille once, ritratte da varie partite, tra le quali sono notevoli: once 10,175 di tasse straordinarie, once 16,319 per decime pagate dal papa e da mercatanti lucchesi, once 500 prestate del suo dal cardinal Gherardo, once 695 da mercatanti romani a usura, che sono per l'argento impegnato come nel docum. XII. Le spese sono per arredi, soldi alla famiglia del re, e a cavalli e fanti dell'esercito di Calabria con Artois: e 5,000 once per acconciamento di galee, delle quali once 4,000 mandate in Provenza. Vi si leggono i nomi di vari condottieri: Goffredo di Joinville, il visconte di Tereblaye, Ugone de Grenat, Giovanni de Alnect, Pietro de Bremur, Giovanni de Montfort conte di Squillaci, ec. Nel citato reg. 1283, A, fog. 132, 134.
Diploma dato di Melfi a 16 marzo duodecima Ind. (1284) per l'imprestito di once 1,918 da mercatanti senesi. Ibid., fog. 29.
Diploma dato di Napoli a 26 aprile duodecima Ind. (1284). Carlo principe di Salerno a papa Martino. Per l'autorità datagli dal padre di accattare infino a 100,000 once d'oro, avea tolto altre somme di danari. Confessa qui avere ricevuto da Bullono e Vermiglietto, mercatanti lucchesi, once 15,608 di oro sul danaro delle decime ecclesiastiche accordate per la guerra, con guarentigia della santa sede. Richiede il papa che ne dia credito a que' mercatanti. Ibid., fog. 131.
[59] Diploma del 24 settembre duodecima Ind. (1283), Docum. XII. Ivisi leggono i nomi delle varie maniere di vasellame impegnato, e ilpeso, e quel de' rottami d'argento, e fin di alcuni baltei conborchie d'argento. Vi si trova ancora il riscontro co' pesi diCologna; talchè pare documento assai importante per cui sitravagli delle antichità di que' tempi.
[60] Veg. i conti di Adamo de Dussiaco, citati nella paginaprecedente, e un altro diploma del 2 maggio duodecima Ind. (1284)pei danari che lo stesso tesoriero avea tolto in prestito a nomedel fisco. Nel r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 117.Ibid., a fog. 75 a t., leggesi un altro diploma per altroimprestito da uomini di Solmone.
[61] Diploma dato di Napoli il 29 novembre duodecima Ind. (1283), pel quale si voltavano alle spese della flotta le seguenti somme promesse da città in sovvenzione della presente guerra: da Napoli once 1,000, da Salerno 500, e 100 delle once 200 che avea promesso Nocera. Nel r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 74.
[62] Diploma del 27 maggio duodecima Ind. (1284), pel quale si rendea la grazia regia e, mercè once 1,000, anco i beni ai figliuoli di Galgano di Marra giustiziato. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 149. Ibid., a fog. 119 a t., leggesi un altro diploma del 6 maggio duodecima Ind. a favor di Giovanni di Marra figliuolo di Angelo, ch'era stato appiccato,suis culpis exigentibus; cioè i mali consigli dati al governo per iscorticare i sudditi.
[63] Diploma dato di Napoli a 25 maggio duodecima Ind. (1284), reg. 1283, A, nel r. archivio di Napoli, fog. 136. Divieto all'entrata de' carlini d'argento stranieri, perchè non si ravvilissero que' del governo, ai quali s'era fissato il valore di grana 12 per ciascuno.
[64] Diploma dato di Napoli il 1 giugno duodecima Ind. (1284). Son lettere circolari per tutte le province, per le quali si destinano commissari regî sopra la esazione delle decime dei beni ecclesiastici.Sane Reverendus in Cristo pater Dominus G. Sabinensis Episcopus Apostolice Sedis legatus, provida nuper ordinacione decrevit quod super exactionem decimarum omnium fructuum reddituum et provetuum Ecclesiarum quarumlibet existencium in decreta vobis provincia, duorum annorum videlicet, per universos prelatos et Clericos Regni Sicilie citra farum domino patri nostro et nobis gratanter in ipsius legati presencia commissarum, ec.
Perciò il vicario del re provvedea che N. N.dilectus et devotus noster in quo nos plene confidimus debeat personaliter interesse, ec., nella esazione di queste decime. Nel r. archivio di Napoli, registro 1283, A, fog. 147 a t. Ibid. fog. 148, leggesi la circolare indirizzata al medesimo effetto a' prelati, nella quale son da notarsi le seguenti parole:Quum pridem Reverendo in Cristo Domino G. dei gratia venerabili episcopo Sabinensi apostolice sedis legato apud Melfiam residente, prudentia vestra diligenter attendens quod dominus pater noster et nos sumus sacrosancte romane Ecclesie Speciales filii et athlete, quodque in prosecucione finalis exterminii Sicule factionis….. decimas omnium fructuum, ec…..in ipsius legati presencia, pro ut veridico relatu didicimus, per biennium liberaliter obtulit et gratiose promisit, ec. Ibid. a fog. 154, altro diploma dato di Napoli il 2 giugno al medesimo effetto.
Mi par che resti dubbio se questi due anni di decimepromessenel concilio di Melfi per influenza del legato Gherardo da Parma, cardinale vescovo di Sabina, siano state oltre quelle accordate già dal papa; ovvero se il legato abbia voluto richiedere di faccia a faccia tal promessa a' prelati per incontrar minori ostacoli a quel pagamento, che d'altronde dovean fare per lo comandamento del papa. Io penderei al primo di tali supposti.
In questo o in altro concilio di Melfi, gli ordini religiosi militari furon tassati di gente, ma forse poi detter danaro in compenso. Ciò si vede da un diploma dato di Napoli il 26 aprile duodecima Ind. (1284):Fratri Falconi de ordine militie Templi Vice Preceptori in Apulia. Cum pridem in Concilio per Venerabilem in Christo patrem Dominum G. Sabinensem Episcopum apostolice sedis legatum apud Melfiam sollempniter celebrato, quatuor milites et sexdecim scutiferos armigeros equis et armis decenter munitis,ec., furono promessi da voi; mandateli senza dimora, o, in vece di essi, once 50. Reg. med. 1283, A, fog. 83. Al fog. 123 a t. si leggon altri simili diplomi dati il 29 aprile, indirizzati agli Spedalieri di S. Giovanni in Barletta e Capua.
[65] Diploma dato di Napoli 5 maggio duodecima Ind. Il vicario chiama alcuni armigeri pisani in suo aiuto, a' suoi soldi. Nel r. archivio di Napoli reg. cit. 1283, A, fog. 131 a t.
Ibid. diploma di Napoli 7 maggio duodecima Ind. A tutti i soldati che dovean venire a' suoi stipendi sotto Giovanni de Apia (d'Eppe). Promette loro che appena messo piè in Napoli, avran la moneta del soldo par tre mesi; e che non vedendosi pagati, vadano pur via.
Ibid. diploma del dì 8 maggio a Giovanni d'Eppe, negli stessi sensi, aggiungendo che a S. Germano toccherà i primi tre mesi di stipendio, e poi sarà pagato di trimestre in trimestre.
Ibid. diploma del 19 maggio, docum. XVII.
Ibid. diploma del 20 maggio. Mandato fatto ad Adamo Forrer capitano del patrimonio di San Pietro, a richiedere con qualche condizione quegli aiuti ch'avean profferto i comuni di Perugia, Viterbo, Orvieto e altri degli stati pontificî.
[66] Diplomi del 28 gennaio, 24 febbraio, 3, 7, e 17 aprile, 3, 4, 5, e 21 maggio 1284, dalle pergamene del r. archivio di Napoli, nel citato elenco, tom. I, pag. 260 a 266.
[67] Concessioni di beni allodiali e feudali se ne trovan molte fatte in questo tempo, reg. cit. 1283, A, fog. 117 a t. 126, ec.
[68] Docum. XVI.
[69] Diploma dato di Napoli a 15 maggio duodecima Ind. (1284) per pagarsi once 100 per nolo della nave genovese di Simone Malleno. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 104 a t. E un altro del 20 giugno 1284, per la nave di un genovese Navarro, citato nel seguito del presente capitolo.
[70] Dapprima il principe di Salerno avea affidato l'armata a Guglielmo Alamanno, e Arrigo Girardi. Diploma dato di Nicotra il 27 settembre duodecima Ind. (1283), nel citato registro 1283, A, fog. 59 a t.
Nel mese di novembre cominciò a incalzare nei provvedimenti per la flotta; e preposevi un uomo di maggior nome, Iacopo de Brusson, come si vede da' seguenti diplomi del medesimo registro.
Napoli 24 novembre per l'armamento delle navi in Napoli, fog. 71, a t.
Napoli 26 novembre, parecchi diplomi per le navi in Salerno, ibid.
Napoli 26 novembre a Iacopo de Brusson vice ammiraglio. Lunghi ordinamenti a racconciar la flotta; e si dice data adextaleumin Napoli la costruzione di dodici galee per la somma di once 120 per ciascuna, fornite di tutto, fog. 73.
Napoli 27 novembre, altri provvedimenti; e si fa nota la elezione di Brusson a vice ammiraglio, fog. 72.
Napoli 4 gennaio, duodecima Ind. (1284), per farsi biscotto da servire alla flotta nel passaggio di Sicilia, nella primavera vegnente. Ibid. fog. 15.
Altro ibid. fog. 16, dato di Foggia il 29 gennaio al medesimoeffetto.
Altri ibid. fog. 42, dati di Brindisi, 20 e 24 febbraio allostesso fine.
Nella primavera del 1284, come strignea il tempo all'impresa, ilgoverno angioino raddoppiava le sue cure per la flotta.
Diploma dato di Napoli a 15 aprile duodecima Ind. vietando che niuna nave uscisse da' porti di Puglia, poichè tutte servivano alla imminente impresa siciliana. Reg. cit. 1283, A, fog. 30, a t.
Diplomi dati di Napoli l'ultimo aprile duodecima Ind. perchè fosser subito varate le galee in Gaeta, e fornite di tutto per l'immediato passaggio in Sicilia. Reg. citato, fog. 84 a t. e 89 a t.
Altri diplomi della stessa data e del 3 aprile, ibid. fog. 88,100, a t. e 30, dai quali si vede raccolta su i portidell'Adriatico, grande copia di grasce e altre vittuaglie perl'impresa di Sicilia.
Diploma dato di Melfi a 13 marzo, per dar favore ad alcuni mercatanti de' Bonaccorsi, incaricati dal re ad incettar frumento. Se i proprietari facessero mal viso, fossero sforzati a dar il grano a giusto prezzo. Reg. citato, fog. 43.
Altro diploma del 26 aprile, perchè dalle regie armerie si fornissero all'ammiraglio 400 giachi, e due casse di quadrella, da armarne nove galee in Salerno. Ibid., fog. 121.
Altro del 1 maggio, dato anche di Napoli, perchè si consegnassero 20 migliaia di quadrella di due piedi e 40 migliaia d'un piede, per uso della flotta. Ibid. fog. 113 a t. E al medesimo effetto parecchi altri diplomi che tralascio per brevità; ma è da notarne uno del 12 maggio indirizzato al castellano di castel Capuano di Napoli, ov'eran le armerie, la zecca, ec. Da questo si veggono i nomi delle varie maniere d'armi da consegnarsi al vice ammiraglio:balistas, quarrellos ad unum et duos pedes, conuculos pro….. igne, lanceas, Jaccarolos, rampicullos, prodas cum catenis earum, scuta, squarzavella, pavensia, et queque alia arma, fog. 113. a t.
Nello stesso tempo Carlo lo Zoppo, che fu questa sola volta guerriero in tutta la sua vita, si facea fabbricare armature per sè. Un diploma del 27 febbraio, ibid. fog. 114, accenna il pagamento di cent'once fatto a questo fine; e un altro del 12 maggio provvede al soddisfacimento del compiuto prezzo. Ibid. fog. 108.
Si prepararono ancora molte macchine da guerra, delle quali par che fossero espertissimi i Saraceni della colonia siciliana trapiantata in Lucera dall'imperator Federigo, una o due generazioni innanzi quest'epoca. Due diplomi del 23 aprile, reg. citato, fog. 91 a t. e 104 provvedono di mandarsi a Manfredonia per l'impresa di Sicilia, quattrode ingeniis curiedella fortezza di Lucera de' Saraceni.
Un altro del 6 maggio, ibid. fog. 91 a t., per assoldar cento Saraceni al servigio di queste macchine, le quali indi si vede che dovean essere molto grandi e importanti. Per un altro diploma del 13 maggio, ibid. fog. 103, si veggono assoldati nell'oste di que' Saraceni 9 militi, 90 cavalli e 500 fanti. Altri diplomi dati di Melfi il 12 marzo duodecima Ind. (1284) provvedeano 300 archi d'osso pei Saraceni militanti nell'esercito, 290 cavalli per gli arcieri saraceni, 200spalleria, suprapunta, cocceros, et faretraspei medesimi; reg. 1283, A, fog. 43 e 44: ed ivi a fog. 44 a t. altri diplomi del 20, 21 e 23 marzo per armi e cavalli di altri 170 arcieri saraceni di Lucera. Altri diplomi leggonsi nel medesimo reg. fog. 103, uno dato il 23 aprile per cuoia di buoi e bufali, un altro il 6 maggio per altri materiali e stromenti, tutti per l'impresa di Sicilia. In quest'ultimo si legge di fornirsi 200lapidum finarratorum pro ingeniis.
[71] È notevole la cura che il governo angioino di Napoli si prendea per custodir le sue spiagge, pur mentre preparava un'armata e un'oste d'invasione contro la Sicilia. Ciò prova in quale riputazione già fosse appo i nemici la flotta catalana e siciliana. Cel mostrano i diplomi del r. archivio di Napoli, nel citato reg. 1283, A, de' quali, lasciando indietro perchè non mostra cura straordinaria, un diploma del 21 aprile (1284) risguardante il pagamento degli stipendi al presidio del castel di Capri, ricorderemo i seguenti:
Diploma del 30 novembre (1283) fog. 72, perchè si munissero, con molta cura le castella di Calabria, massimamente quelle di contra a Messina.
Diploma dato di Napoli il 2 maggio, fog. 85 a t. È commesso a Iacopo de Brusson vice ammiraglio di far osservare gli ordini già dati nei segnali allo scoprir legni nemici: cioè fumo il dì, fiamme la notte, che volgarmente si diceanfani, e se ne dovea levar uno per ciascun legno avvistato. Inoltre erano stabiliteexcubias seu custodesin tutte le terre e luoghi opportuni, che vegliassero dì e notte. La spesa si fornisse da' comuni, e, in mancanza, da qualunque danaro regio. Somiglianti disposizioni son date, ibid. fog. 127 a t., per aversi particolar cura delle costiere da Policastro a Castellamare di Stabia.
Diploma del 2 maggio, ibid. fog. 86 a t., per 75 fanti toscani mandati di presidio inMontane Amalfie, ov'era capitano un Rambaldo de Alemanni.
Altro della stessa data, Ibid. 88 a t., al capitano di Gaeta si raccomandano i fani.
Par che in vero dopo la battaglia di Malta i nostri corsali avessero ripreso le infestagioni ne' mari del regno di Napoli. Un diploma dato di Nicotra a 28 ottobre duodecima Ind. (1284) parla di un galeone siciliano di un tal Galfono che corseggiasse.
[72] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 27.
[73] Bart. de Neocastro, cap. 76.
[74] Questo particolare è scritto dal d'Esclot. A mostrar la somma sua diligenza noteremo che per vero da un diploma del 20 giugno 1284 si vede che fosse a' soldi del governo di Napoli la nave di questo genovese Navarro. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1291, A, fog. 4, a t.
[75] Questa narrazione è ritratta da' seguenti contemporanei, che portanla con poco divario tra loro:
Bart. de Neocastro, cap. 76, 77.
Nic. Speciale, lib. 1. cap. 27.
Saba Malaspina, cont., pag. 404 a 408.
D'Esclot, cap. 119 a 127.
Diario anonimo, nella Raccolta di cronache del regno di Napoli, da' tipi del Perger, tom. I, pag. 109.
Giachetto Malespini, cap. 222.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 93.
Memoriale de' podestà di Reggio, in Muratori, R. I. S., tom. VIII,pag. 1157, 1158.
Cron. del Mon. di S. Bertino, in Martene e Durand, Thes. Anec.,tom. III, pag. 764.
Nangis, Gesta Philippi III, in Duchesne, Hist. franc. script.,tom. V, pag. 543.
Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, nella Marca Hispanica delBaluzio.
Montaner. cap. 118.
Cronaca di Parma, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 812.
E la più parte degli altri contemporanei, che dicono il fatto senza i particolari.
Il giorno della battaglia è confermato da molti documenti, tra' quali citeremo una lettera di Carlo I al papa, data il 9 giugno 1284, pubblicata dal Testa, nella vita di Federigo II re di Sicilia, docum. 2.
I suddetti scrittori portan variamente il numero delle navi; e i più pongon l'avvantaggio del numero dalla parte de' Napoletani. Scrivendo solo per narrare quel che mi sembra più vero, mi son tenuto a d'Esclot catalano, perchè meno esagerato, e minutissimo ne' particolari. Saba Malaspina disse 11 le nostre navi e 30 le nemiche. Speciale 41 le nostre e 70 le nemiche. Il Neocastro 28 le prime e 30 le seconde. Il Villani 35 le napoletane e 45 le nostre. Il Montaner 40 le galee di Sicilia e 38 con molti altri legni le napoletane. La Cronica di Parma, morti d'ambo le parti 6,000, presi da' nostri 8,000, tra' quali il figlio dei conte di Fiandra, il conte di Monforte, Rinaldo d'Avella, Oddone Polliceno e altri baroni, in tutto 32, prese 42 galee armate, sommerse cinque e fuggite quattro.
Vi hanno nel r. archivio di Napoli parecchi diplomi di Carlo I, per l'amministrazione de' beni feudalicomitum et baronum qui dudum in marino prelio cum Karulo primogenito nostro per proditores Messanenses et inimicos nostros Aragonenses mortui sunt vel capti. Queste parole appunto leggonsi in un diploma dato di Brindisi il 13 settembre tredicesima Ind. (1284), reg. 1283, A, fog. 176; e uno somigliante, dato il dì 11 giugno duodecima Ind. (1284) se ne legge indi a fog. 188; un altro a fog. 12 a t. dato di Brindisi il 3 ottobre tredicesima Ind. (1284).
Un altro del 17 giugno 1284, dato anco di Napoli, provvide in particolare all'amministrazione dei beni diRaynaldo Gaulardo milespreso col principe di Salerno, reg. segn. 1291, A, fog. 4.
Un altro del 21 giugno dello stesso anno 1284, nel medesimo registro 1291, A, fog. 21, accordò dei sussidi alle mogli de' prigioni, Rinaldo Galard, Iacopo de Brusson e Guglielmo Estendard.
E tre altri dati il 14 giugno per l'amministrazione de' beni diGalard, de Brusson ed Estendard, leggonsi nel ridetto registro1291, A, fog. 4, e 4 a t.
[76] Giachetto Malespini, cap. 222.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 93.
[77] Saba Malaspina diceCastrum ad mare, e che la principessa salìscopulum castri. D'Esclot anche parla di castello di san Salvatore al mare, e fa supporre che nello stesso trovavasi prigione la Beatrice; Montaner porta costei serrata nel castel dell'Uovo.
Queste circostanze riunite non lascian dubbio, che anche il primo parlasse del castel dell'Uovo, che sorge su rilevato sasso in mezzo al mare, come penisola.
[78] Bart. de Neocastro, cap. 77.
Saba Malaspina, cont., pag. 408, 409.
D'Esclot, cap. 128.
Memoriale de' podestà di Reggio, in Muratori, R. I. S., tom. VIII, pag. 1158.
Montaner, cap. 113.
La condanna di Riso e Nizza è riferita dal Neocastro, che solo tra gli scrittori della battaglia fa menzione di quei due sciagurati.
[79] Saba Malaspina, cont., pag. 410.
Bart. de Neocastro, cap. 77.
Nic. Speciale, lib. 1, 27.
D'Esclot, cap. 129.
Montaner, cap. 113.
Queste autorità, e massime il Malaspina, provano ch'è bugia la uccisione di 200 e più prigioni all'arrivo loro in Messina, favoleggiata o portata con anacronismo da Ricobaldo Ferrarese e Francesco Pipino, in Muratori, tom. IX, pag. 142 e 694.
[80] Saba Malaspina, cont., pag. 410, 411.
Cron. di San Bert., loc. cit., tom. III, p. 765.
Epistola di re Carlo a papa Martino, data di Napoli il 9 giugno 1284, in Testa, Vita di Federigo II di Sicilia, docum. 2, ove leggesi:Nonnulli leves et viles contumaci crassantia excessissent, etc.
Memoriale de' podestà di Reggio, in Muratori, R. I. S., tom. VIII, pag. 1158.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 94.
Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, pag. 610.
Giachetto Malespini, cap. 222.
Le parole di Saba Malaspina intorno il messaggio a' Francesi usciti dalla città, che mostran gli umori di parte tra i nobili e la minutaglia di Napoli, son queste:Significant enim dictis Gallicis legatus et nobiles memorati, quod etiam in iis concitationibus populi non oporteret eos timentium assumere animos vel pavere, quia contra hujusmodi populum stolidum concitatum, praedicti nobiles cum ipsis Gallicis volunt esse.
[81] Saba Malaspina, cont., pag. 411.
Epistola citata di re Carlo a papa Martino.
Diploma di re Carlo, docum. XVIII.
Carlo, fatta cruda vendetta in Napoli, s'appresta a un ultimo sforzo contro la Sicilia. Vano assedio di Reggio. Seconda ritirata di Carlo, e audaci fazioni de' nostri, che occupano molte terre in Calabria, val di Crati e Basilicata. Impresa dell'isola delle Gerbe. Sospetti del governo aragonese, e ruina d'Alaimo. Casi dei prigioni in Messina. Morte di re Carlo e di papa Martino. Provvedimenti della corte di Roma. Capitoli di Onorio. Insidia di due frati messaggi suoi in Sicilia.—Giugno 1284-1285.
Il dì medesimo della battaglia, re Carlo trapassava dai mari di Toscana a quei del regno, avendo seco da quaranta galee, portato da prosperi venti, da novelle speranze, finchè a Gaeta il nunzio incontrò, scrivealo al papa egli stesso, di sollecitudine e angoscia. Più che la perduta flotta, il trafisse la morte e prigionia de' suoi gagliardi; del figliuolo sol rammaricossi perch'era un pegno in man dei nemici; talchè nel solito abbandono di rabbia, o infingendosi, imprecavagli: «Foss'ei morto com'è prigione! Che m'è a perdere un prete imbelle, uno stolto che si da sempre a' consigli peggiori[1]?» I terrazzani di Gaeta, che già a stigazion de' loro usciti erano per ribellarsi agli avvisi di Napoli, cagliarono vedendo inaspettato con una flotta il re: il quale non curolli, tirato da vendette maggiori; che tra due pendeva, o inseguir Loria di {273} presente, o sfogare su Napoli[2]. A questa come più vicina si volse. Approdatovi il dì otto giugno, ricusava smontare nel porto; soprattenutosi al Carmine, minacciava arder Napoli; talchè a mala pena il dissuasero Gherardo e i nobili, i quali scusando il popolazzo con dirgli: «Sire, e' furono folli.—E io, rispondea, punirò i savi che ciò soffersero ai folli[3].» Lasciò dunque torturare i rei, o creduti[4]; investigò, borbottò; commosso infine a clemenza, contentossi di cencinquanta, o poco più, impiccati per la gola: ma sperava rifarsene con più largo sagrifizio nell'isola[5]. Le popolazioni di Puglia, che fortuneggiando il governo avean levato in capo, or s'umiliavano di tanto più basso; profferiano al re averi e persone: ed egli a tal apparenza dell'antico vigor di comando, col gran cuore che allora il portò sì alto, si fidava pure vincer la prova. Mette in punto a Napoli e l'armata sua e le reliquie della disfatta del principe; comanda si fornisca l'altra di Brindisi; scambia nell'armata del regno i capitani, nel civil governo gli officiali; non curante scrive per l'Italia: essersi involata innanzi a lui la flotta de' ribelli Siciliani, dissipata la codarda e mobil canaglia che gridava in terraferma; avanzargli soldati, marinai, ottantasei galee, teride altrettante, numerosa prole del figliuol suo per la successione {274} al trono; già movea a compiere il meritato sterminio dell'isola[6]. Al papa aggiugne: sol ch'abbia moneta, trionferà questa volta; il papa col solito amore provegga all'ultimo sforzo. Temendo pure esausto quel cieco zelo o il tesoro, il dì stesso commette al vescovo di Troia e a Oddone Polliceno, consiglieri suoi, che procaccino uno imprestito con l'intesa di fidati officiali del papa; vadano a corte di Roma, in Toscana, in Lombardia; richieggan città, compagnie, mercatanti, tutto purchè abbian cinquanta mila once d'oro. Pochi dì appresso raccomandavasi a maestro Berardo da Napoli notaio del papa, dicendo accatto non più, ma sussidio[7]. Nè invano il chiese a Martino, che fatto per lui tanto sperpero delle decime dell'orbe {275} cattolico[8], or entro un mese gli fornì novellamente quindicimila e seicento once di oro; spigolandole dalle lontane chiese di Scozia, Dacia, Svevia, Ungheria, Schiavonia, Polonia; e allegando sempre l'onore e 'l pro della navicella di Pietro[9].
Il quarto poderoso armamento adunava dunque Carlo, con le forze ausiliari della più parte delle città italiane; e die' superbamente il ritrovo a Reggio, occupata allora dai nostri[10]. A Brindisi ei cavalcò il ventiquattro giugno; di Napoli fe' salpar la flotta sotto due ammiragli, l'un provenzale, italiano l'altro, che, girato intorno alla Sicilia, per accrescer terrore a' nemici, e schivar essi il passaggio dello stretto, niente sicuro con Loria e i Messinesi al fianco, alla flotta dell'Adriatico si congiungessero. Navigando costoro s'avvennero in una nave mercatantesca catalana; e presala, gli uomini tutti, da pochi Romani e Pisani in fuori, gittarono in mare, come se ciò riparasse l'onta della sconfitta di Napoli. Insultate poi qua e là le costiere dell'isola, appresentansi un momento provocando alla catena del porto di Messina; vanno a trovare l'altra armata a Cotrone; e riforniti di vivanda, a mezzo luglio, pongonsi all'assedio di Reggio. Quivi per terra andò il re con l'esercito di diecimila cavalli e quaranta migliaia di pedoni, se da creder è a Bartolomeo de Neocastro. Sommarono a cencinquanta o dugento i legni grossi. Carlo si pose alla Catona con parte dell'oste; il grosso lasciò a campo a Reggio: presala, e come no? si passerebbe in Sicilia[11].
E Reggio, debol di sito e di mura, tenne inopinatamente, {276} per la virtù di Guglielmo de Ponti catalano, e d'un picciol presidio di Catalani e Siciliani, nel quale si noveravan Messinesi trecento. Sostennero i nostri ogni più duro assalto; e la vigilanza alle guardie faticosissima ai pochi: e con fino saettar dalle mura scemavano gli assedianti, gente vendereccia o venuta a forza, odiante forse il vecchio re cui la fortuna volgeva le spalle, e mormorante per la penuria delle vittuaglie, non provvedute abbastanza dal principe di Salerno, e scarsissime d'altronde quell'anno {277} per tutta Calabria[12]. Indi a rinfrancarsi i Messinesi dopo il primo terrore[13]. Indi a sgomenarsi in un attimo, nelle maestre mani di Carlo, la mal costrutta macchina di questa guerra. Tra il sì e il no di valicare lo stretto[14], Carlo aspettò alla Catona infino allo scorcio di luglio[15]; e vedendo che l'assedio di Reggio era niente, corse a incalzarlo egli stesso; e il quattro agosto passò oltre ad Amendolia; il cinque alle spiagge di Bruzzano: e facea venir vittuaglie e stromenti da guerra, e par che quivi aspettasse l'esito di qualche tradimento in Sicilia[16], e disegnasse qualche altro assalto su la costa orientale dell'isola[17]. Perchè tentando {278} anco l'esca delle concessioni, forse per chiesta de' Siciliani con cui praticava, creò vicario generale in Sicilia con pien potere il conte Roberto d'Artois, fidando in esso, dice il diploma, come nella sua persona medesima, e dandogli di poter dispensare perdoni e guarentigie, che il re ad occhi chiusi confermerebbe: e pensava mandarlo in Sicilia con un grosso di genti[18]. Questo disegno non fu recato ad effetto. Rivien Carlo sopra Reggio; tentata senza pro una scaramuccia, sciogliene l'assedio il tredici agosto[19]; e tornasi alla Catona con quanto avea d'oste e di navi.
E incontanente in Messina Ruggier Loria, non potendo per tale smisurato divario di forze uscir con l'armata, ordinò schiere di cavalli su le spiagge: il popol tutto intrepido e lieto ripigliava le armi; l'infante Giacomo confortavalo con la sua presenza; nè andò guari che i Messinesi con sottili barche a remeggio dier principio a molestar le galee nimiche, motteggiando e saettando se potessero trarle presso al porto di Messina[20]. Provocarono invano, perchè il nemico non pensava ormai che a ritrarsi. {279}
Incredibil fine di tanto sforzo: onde degli scrittori del tempo, altri disse che re Carlo mandasse due cardinali a trattare in Messina del riscatto del figliuolo, e che Pier d'Aragona li intrattenesse finchè fu passata la stagione acconcia alla guerra[21]; altri die' a vedere l'Angioino arrestatosi a un tratto dal passaggio, perchè i nostri minacciasser di mettere a morte il principe di Salerno[22]. Tal minaccia che, mandata ad effetto, pur sarebbe stata alto e salutare consiglio rinforzando i Siciliani con la virtù della disperazione, io non la credo da tanto da trattener Carlo fidante nella vittoria. Errar più manifesto è quel de' primi, perchè Pietro non tornò giammai di Spagna in Sicilia, nè di mezzo agosto si potea creder finita la stagion di combattere. Ma ben altre invincibili necessità volsero questa seconda fiata negli amari passi di fuga il guerriero angioino. Malaspina allega la sola mancanza delle vittuaglie, come poi scrisse il medesimo re Carlo[23]. Più forti cagioni ne mostrano altri diplomi del re. L'esercito mormorava, fremea, faceasi di giorno in giorno più immansueto; questa contumacia apprendeasi agli abitanti delle Calabrie[24]. Cominciò l'armata {280} ad assottigliarsi per molti disertori; passò tal contagio nell'oste; non menomavasi per guardie che il re facesse mettere ai passi; non per le ordinate inquisizioni strettissime de' disertori; nè per un atroce comando, che mostra in Carlo le smanie della tirannide al guardare qual precipizio già il trascinava. Perch'ei, quasi non sapendo ritener altrimenti i regnicoli che non lo abbandonassero, assomigliando a fellonia la fuga che snervava l'esercito regio, ordinò prima il sette agosto da Bruzzano, e più volte appresso, si mozzasse il pie' a tutti i disertori; ma disse il pie' indistintamente pei Saraceni; pe' cristiani, da carità maggiore, designò che si troncasse il sinistro. Gran pezza continuarono per tutta la ritirata e queste fughe e questi orrendi gastighi[25]: nulla giovarono al re. Avea alle spalle Reggio intera e minacciosa; in Sicilia s'incalzavano gli armamenti; il proprio esercito si assottigliava, si disfacea, {281} dileguavasi. A che cercar altre cagioni alla ritirata di Carlo?
Il caso l'affrettò con una crudele tempesta, che percosse di notte le navi ancorate alla Catona senza schermo: le quali per manco male si lanciavano in alto mare; e tornate a dì, dopo aver corso gravi pericoli, trovaron l'esercito in terra poco men di loro travagliato dalle folate del vento e dell'acqua. A mezzodì, splendendo in Messina un bel sereno, di nuovo si scaricarono le procelle su' lidi opposti; che parea, dice il Neocastro, ch'anco il cielo e 'l mare scacciassero gli stranieri[26]. Ma più degna è di nota la virtù di Ramondo Marquet catalano, vice ammiraglio d'Aragona. Costui, mandato dal re con quattordici galee, quando si seppero in Catalogna i novelli apparecchiamenti {282} del nemico, navigava nel mar di Milazzo. Vistol da terra, un Villaraut cavalier catalano comandante di quella città, spiccasi ansioso sur una barchetta a dirgli dell'enorme flotta nimica ingombrante lo stretto; e Ramondo a lui: «Comandommi il re di condur queste navi a Messina; innanzi ad umana forza non volterò:» e seguitava il suo corso. Villaraut ne spacciò tosto avviso all'infante. E lo stuol delle navi nostre, gareggiando coi pro' Catalani, escì di Messina a incontrarli infino a torre di Faro. Entrambi in faccia al nimico, non molestati, si ridussero in porto[27].
Dopo questi fatti non tardò Carlo a sgombrare; e scorgendo ciò i nostri, davansi a molestarlo, come già nell'ottantadue, mettendo in mare, tra catalane e di Sicilia, cinquantaquattro galee. Le quali come fur pronte, Ruggier Loria, convocati in piazza di San Giovanni Gerosolimitano comiti e ciurme e le altre genti, fatto grande silenzio per la riverenza dell'uomo, così parlò: «Ecco la seconda fuga dell'usurpatore di Napoli! Vedete confusi in quel navilio, Provenzali da noi in mare sconfitti due volte; Francesi inesperti; e, diversi ben di costumi e di voglie, Toscani e Lombardi stipendiati, regnicoli disaffetti: italica gente tutta, che di noi ricorda i renduti prigioni, il mite adoprare in guerra, e, perchè no? la cacciata stessa di quegli stranieri insolenti. Ma voi, Catalani e Siciliani, diversi di lingua solo, una gente siete d'affetto e di gloria; provati insieme in battaglia: e che è a voi la mal ragunata moltitudine di là? Assalitela dunque, sperdetela, mentre nostra è la fortuna[28]!» E il popolo a una voce: «Alla battaglia, gridava, alle navi;» e tumultuoso correavi; nè aspettato comando, salpò. Portavanli vento e corrente gagliardissimi {283} a Reggio, forse a ineluttabile perdita, quando un comito di galea: «Restate, sclama, restate! si raccolgan le vele;» e ubbidito senza intender perchè, come in moltitudine avviene: «Non v'accorgete, seguiva, che in secco andiamo, a darne senza combattere a' Francesi!» Costui salvò la flotta. Rivolte le prore, ancorossi al Peloro, a dodici miglia dalla nemica.
Ivi chieser le genti, o l'ammiraglio disegnò un assalto sopra Nicotra, tenuta dal conte Pietro di Catanzaro, con cinquecento cavalli e duemila soldati da pie' e altrettanti terrazzani; spensierati per fidar nelle vicine forze del re. Loria, trascelte dieci galee, piombavi a mezza notte; non sì improvviso pure, che il conte non facesse pria sfondar otto galee ch'avea in arsenale, e con tutti que' della terra fuggisse. Poco sangue perciò fu sparso; ma fatto grande e ricco bottino. Appiccan fuoco dispettosi i nostri alle galee e alla città, per toglier comodo al nimico, che fatto aveane sua stanza principale in quella guerra: e ne tornò ai Nicotrini che senza patria miseri paltoneggiando, riparar dovettero qua e là per Calabria, e i più a Monteleone e a Mileto. Preso fu quella notte un Geraci da Nicotra cavaliere, e dicollato a Messina per fellonia; sendosi una volta recato in parte per lo re di Aragona, e po' fallitogli. Pietro Pelliccia, cavaliere alsì e da Nicotra, incontrò più crudo supplizio. Costui, governando Reggio per noi, da invidia e malvagio animo, avea fatto a furia di popolo ammazzare sette de' maggiori uomini della città: indi catturato per comando di Pietro; e dal carcere si fuggì. Coltolo a Nicotra, l'ammiraglio il da in balìa a' figliuoli di quegli uccisi; che fecerlo in pezzi.
Tornatosi alla sua flotta allo schiarire del dì, l'ammiraglio vide quella di re Carlo far vela per lo mare Ionio, rimontando a Cotrone; onde messosi a inseguirla, trovaronsi a sera, distanti quattro miglia tra loro, alla marina di Castelvetere. Ciò allettò Ruggiero ad esplorar da sè {284} stesso i nimici. Perchè montata una barchetta peschereccia, cheto sguizzando tra le lor navi, ebbe a udire il cicaleccio delle genti; ch'altri lodava lui stesso ancorchè nimico; altri lacerava re Carlo, malurioso e fatto dappoco; e i più anelavano tornarsi a lor case. Corse allor l'ammiraglio un gran rischio, e, come mille altre volte, l'aiutò la fortuna. «Chi è dalla barca?» gli gridò una scolta; e l'ammiraglio pronto: «Povero pescatore; e m'affatico per servigio del re.» Ma tornato di presente al suo navilio, prendevi una man di trecento tra Catalani e Siciliani, per assalire Castelvetere, terra a quattro miglia dalla spiaggia. Taciti giungono sotto le mura; non hanno scale, e fansele con le aste delle armi legate insieme; sulle quali un Fasano messinese montò primo tra tutti. Abbattutosi con le guardie ch'eran deste, ne uccide quattro costui, ucciso è dalle rimagnenti; ma pochi altri Messinesi seguendolo schiudean le porte; ondechè fu messa la terra a sacco, con assai più sangue che a Nicotra. La notte appresso, spintosi infino a Castrovillari, quindici miglia entro terra, se n'insignorisce l'ammiraglio; e nel tornarsi alle navi, anco di Cerchiaro e Cassano; e rientrato in nave, assaltò Cotrone. Fe' vela indi per Sicilia; lasciando il re che in fretta riconducea in Puglia navilio ed esercito.
Dal canto del Tirreno peggio precipitaron gli eventi. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, impavido era rimaso tutta la state nelle occupate terre di Basilicata; che non si crederebbe, ma forse Carlo, per troppa fretta del passaggio in Sicilia, lo sprezzò. Costui inanimito agli esempi dell'ammiraglio, una piovosa notte, d'un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; per contrario, presente nei popoli l'esempio di Nicotra, vivi gli umori di ribellione; ed ivano attorno con molti altri eccitando gli {285} uomini di maggior seguito, due frati calabresi della famiglia dei Lattari: talchè tutti alla nuova dominazione si volser gli animi; fecersi occultamente le bandiere con le insegne di Sicilia; e un soffio a' Calabresi bastava a chiarirsi. Il fe' Tropea, mossa da due frati; e Strongoli, Martorano, Nicastro, Mesiano, Squillaci. E sì certo pareva il tracollo della signoria di Carlo, che principiando a fallirgli i suoi stessi, Giovanni de Ailli, o Alliata, francese, signore di Fiumefreddo in val di Crati, venne a Messina a fare omaggio all'infante Giacomo; il quale confermavagli quel feudo, e un altro ne concedeva. Mileto, Monteleone e altre terre tentennarono ancora: tutte le Calabrie perdeansi, se non era pel conte d'Artois. Questi, seguito alquanto il re, com'ebbe quegli avvisi, pronto voltò coi suoi cavalli; ponendosi a Monteleone a raffrenare i vogliosi di novità, e troncare i passi a una picciola banda di almugaveri, che da Tropea tentava le usate scorrerie ne' casali d'intorno. I quali, or battuti dagli almugaveri ed ora dal conte, più maledivano lui che i nemici; perchè a nudrir le sue genti iva dissotterrando i grani occultati nella durissima carestia di quell'anno. Arrigo Pier di Vacca, aragonese, uomo di nome e valente in arme, mandato dall'infante Giacomo, forse in Tropea, a maturare con l'autorità di vicario del re quegli importanti moti delle Calabrie, poco operò per aver poche forze[29]. {286}
Colpa dell'ammiraglio che potendo col temuto navilio osar la fortuna di quelle prime fazioni, e distrugger la flotta nemica, e compier se non altro la sollevazione delle Calabrie e di Basilicata, non curandosi di ciò che avveniva dalla parte del Tirreno, per invidia o avarizia, disegnò una impresa da pirata, come se non ci fosser nemici più da combattere. In alto mare, mette il partito di assalire la fertil isola delle Gerbe, poche miglia discosta dal continente {287} d'Affrica, tra Tunisi e Tripoli; impresa, dicea, al nome cristiano gratissima, a loro utilissima, perchè quei can maumettisti securi e imbelli nelle ricchezze nuotavano. Gli fan plauso le ciurme: invocan Dio e la Vergine; e arsi di cupidigia navigano alle Gerbe. Giunservi il dodici settembre. La notte posta una galea nel canale tra l'isola e la terraferma, breve e guadoso a basso fiotto, e tolto così lo scampo, agl'indifesi abitatori dan di mano. Qual rimorso con infedeli? Ammazzato al par chi resiste e chi fugge; quanti ascondeansi in cave sotterra, sbucati come volpi col fumo; i più menati schiavi; e d'oro, argento, masserizie fu grandissima la preda. Due mila i prigioni, secondo il Montaner, sei mila secondo il Neocastro; e gli uccisi sommarono quattro mila, ch'è orribile a dirsi, ma forse vero, perchè non credo uno scrittore sì insensato da cercar vanto qui nell'esagerare. Ciò temo del Montaner quando leggo il bottino di questa e somiglianti imprese; onde parmi, che da soldato avventuriere ch'egli era, contava sogni d'invidia, scrivendo come tolte tutte le spese, tanta preda si spartisse tra le genti di Loria, che sdegnavan poi a gioco tutt'altro conio che d'oro, e appena avrian sofferto nella bisca chi ponesse mille marchi d'argento. Si riscattarono gl'isolani avanzati alla schiavitù o alla spada; giurarono omaggio alla corona di Sicilia[30]; e l'ammiraglio {288} fabbricovvi una fortezza, e s'ebbe poi l'isola in feudo[31]. In questo tempo un Margano principe d'Arabi, cavalcando con grande stuolo alla volta di Tunisi lunghesso la riva, fu appostato, e preso dalla gente d'un galeon catalano, e recato allo infante, che il tenea, scrive Neocastro, come preda, non come prigion di guerra, nel castello di Messina[32], per istrana avventura compagno di carcere al principe di Salerno. Ma la cattività dell'Affricano, nè nocente a noi nè nemico, fu trapasso di ladroneccio e avarizia da pirati, non gloria alle nostre armi. Nol fu tutto questo fatto dell'isola delle Gerbe, se non che il malo acquisto si mantenne poi con onor della nazione. Restò alla corona di Sicilia, non ostante la ribellion dell'ammiraglio che aspirava alla sovranità di quell'isola, e non ostanti le guerre e calamità in cui fummo avvolti; nè si perdè che negli ultimi anni di Federigo II, quando l'aristocrazia sfrenata e patteggiante, consumò tutte le forze nella esecranda guerra civile. Ruggier Loria riducendo l'armata in Messina a svernare, empiè la Sicilia di schiavi gerbini, e ripassò in Calabria con un grosso di cavalli. Quivi s'insignorisce di Agrataria e Roccella; combatte un Iacopo d'Oppido, feudatario; il rompe; mette a sacco e a fuoco il paese. Voltosi a Nicotra con altro animo, rifà le mura, afforza le castella, richiama gli sparsi abitatori: e incontanente, come per ammenda di quest'opra di umanità, torna in Sicilia a sfogare con altre enormezze quell'animo irrequieto, sanguinario, {289} ambiziosissimo e superbissimo oltre ogni dire[33].
Perchè la gelosia dell'impero, crescendo per lontananza di luogo nell'animo di Pietro e per invidia in Ruggiero e negli altri ministri dell'infante Giacomo, si portava già in Sicilia a crudeli consigli; come è nelle cose di stato assai incerto il confine tra il guardarsi e l'offendere. E sembra in vero che, tenendo una parte de' nostri baroni a ristrigner la balìa della corte aragonese, e tirandosi sempre all'opposizione, alcun di loro si mostrò benigno ai prigioni francesi, e massime al principe di Salerno; altri tenne forse pratiche con re Carlo: e che la fazion della corte aragonese, ingrossata dagli usciti calabresi e pugliesi, esagerò quelle pratiche, le appose ugualmente a chi le avea maneggiato e a chi sol volea mantener le franchige della nazione; e tutti accagionò di tradimento, per aver pretesto a spegner chi le paresse, e trovare riscontro nel popolo, abborrente sempre da' suoi antichi tiranni. Però dopo il ritorno della flotta dall'isola delle Gerbe, e la ritirata e scompiglio dell'esercito di re Carlo, la fazione aragonese, ormai secura dalle armi di fuori, diessi a riurtar contro gl'interni oppositori; e fece spegnendo pochi dei più grandi o più audaci, e nel medesimo tempo menando grande strepito di condannagione del principe di Salerno[34]. E prima due nobili uomini, Simone da Calatafimi e Pieraccio {290} d'Agosta, eran puniti nel capo; questi, confessa il Neocastro, a stigazion degli emuli suoi, come fautor di parte francese; l'altro perchè, noto già come avverso alla rivoluzione e al nuovo principato, s'era partito di Sicilia sotto colore d'andarsene colla moglie e' figliuoli in Inghilterra al servigio di quel re, ma poi fu preso che riparavasi in Napoli contro il dato giuramento[35]. Poi il grande Alaimo soggiacque ancora alla giovanile perfidia di Giacomo; del quale Montaner fa lode col proverbio catalano: «Spina non punge se non nasce acuta[36]:» e tal fu l'infante; ma acuto e precoce al male; a vent'anni maturo già ai tradimenti.
Affrettossi la ruina d'Alaimo per la moglie tracotante, che sfatava, non ch'altri, Costanza stessa; negando chiamarla reina, ma sol madre di don Giacomo; schifava le sue carezze; infrequente a corte, se non era a lussureggiar di nuovo spendio di ornamenti; e una volta andovvi a tastar gli animi quando il principe di Salerno venne prigione. Costei sendo incinta, volle come maggior d'ogni legge, pretestando malattia, far soggiorno nella casa dei frati minori a Messina, per l'amenità e solitudine del luogo; dove ita Costanza a visitarla, il nimichevole animo non placò. Partorita Macalda, mandava per Alaimo la regina, offrendo con Giacomo e Federigo tener al fonte il bambino; e la donna se ne scusò con dir che temea pel nato dal freddo dell'acqua; ma tre dì poi fecelo da popolani battezzare in chiesa. Notavasi ancora come un'altra stagione in Palermo, sapendo che la regina inferma fosse andata in barella al santuario della Vergine a Morreale, il dì appresso Macalda, {291} nè per cagionevole salute nè per voglia di visitar santuari, si fece portare in una barella coperta di scarlatto per le strade della città; e fu vista poi viaggiare di Palermo a Nicosia nella stessa guisa, che parve strana in quei tempi; e di crudo verno a capriccio affaticar soldati e vassalli sotto il peso della bara. Questi femminili dispetti o vanaglorie, a corte eran misfatti. In tal colore li scrive il Neocastro, aggiugnendo più nero, che Macalda dall'infeminito Alaimo si facesse dar sacramento di fuggir la corte, non mischiarsi in consigli contro i Francesi, e fin procacciare che riavessero il reame. Di fatti palesi, narra come girando l'infante in quel tempo d'una in una le terre della isola, e intrudendosi ad accompagnarlo Macalda come avea costume, questa fiata non solo agguagliavalo in lusso e corteggio, ma con arroganza novella, essa facea da giustiziere quanto il marito: e peggio temeasi, vedendola, col principe scortato da soli trenta cavalli, trar dietro a sè trecento sessanta uomini d'arme, di dubbia fede o sospetti, spigolati apposta da varie terre.