CAPITOLO XIX.

CAPITOLO XIX.Carlo di Valois a Firenze, indi in Sicilia. Deboli effetti delle sue armi. Assedio di Sciacca. Postura e disposizioni di Federigo. L’esercito nemico si consuma sotto Sciacca. Proposte di pace e preliminari di Caltavuturo; abboccamento tra i principi; trattato di Caltabellotta. Esecuzione di quello. Convito del Valois a Messina. Riforma de’ capitoli della pace, per voler di Bonifazio. Federigo, rimaso re di Trinacria, sposa Eleonora figlia di re Carlo. Principi della Compagnia di Romania.—Settembre 1301, alla primavera del 1303.L’ultima prova di Bonifazio fu di chiamar altre armi straniere. Voleva a un tempo soggiogar l’isola e rendere in terraferma d’Italia la riputazione a parte guelfa, abbassata in qualche provincia, rimasa in Toscana a primeggiar nel solo nome, per esser nata la divisione dei Neri e Bianchi; gli uni immansueti dal troppo favor del papa, gli altri mal celanti l’umor ghibellino. Perciò Bonifazio, che dopo la sconfitta del principe di Taranto s’era nuovamente rivolto ad implorare aiuti dalla casa di Francia, e vi avea mandato oratori suoi e di re Carlo[379], quando vide la Sicilia sempre più indomabile, e spregiarsi da’ Bianchi di Toscana e legati e scomuniche[380], prese a sollecitare più caldamente Roberto conte d’Artois, che ritornasse in Italia con forze, dandogli a ciò per tre anni le decime ecclesiastiche di sue possessioni, e i danari di mal tolto[381]; e maggiore assegnamento fece su Carlo di Valois, educato da fanciullo dalla romana corte a regie ambizioni. Costui, dopo il baratto, che si narrò, del titolo di re di Aragona con una figliuola di Carlo secondo e la contea d’Angiò in dote, si rese chiaro in arme nelle guerre d’oltremonti; e mortagli appena lamoglie, pensò ritentar la via del trono, chiedendo la Caterina di Courtenay, pretendente all’impero greco, offerta una volta a Federigo, poi solennemente promessa innanzi tutta la corte di Francia a Giacomo, figlio del re di Maiorca, ch’indi a poco si fece de’ frati minori, non sappiamo se per vocazione, o per dispetto dei disegni politici di Filippo e di papa Bonifazio che attraversassero il matrimonio[382]. Il papa adesso allettava Carlo di Valois con profferta di stipendio, comando d’eserciti, uficio di senator di Roma, e altre dignità: gli promettea Caterina, quand’egli muovesse alla guerra contro Federigo; e chiaramente scrivea a’ vescovi di Vicenda, Amiens e Auxerre che accordassero la dispensa, vedendo preparata l’impresa entro un dato termine, che più volte fu prorogato[383]: gli facea sperare il Conquisto dell’impero d’Oriente, con le medesime armi con cui combatterebbe in Sicilia: e parlò ancora d’elezione all’impero occidentale. A questi sogni aggiunse la realtà delle decime ecclesiastiche in Francia, Italia, isole del Mediterraneo, principato d’Acaia, ducato d’Atene, e fin d’Inghilterra; e la metà de crediti della corte di Roma per decimesu le chiese di Francia. Con tali sussidi assolderebbe il Valois cinquemila cavalli, per condurli in Italia. Il papa esortò Filippo il Bello e ’l clero di Francia a favorir l’impresa; prolungò a questo medesimo fine la tregua, che procacciato avea tra Filippo e ’l re d’Inghilterra[384].Per tal modo, di settembre milletrecentouno, Carlo di Valois trovossi a corte del papa in Anagni, con re Carlo e’ figliuoli; e fu chiamato capitan generale in tutti gli stati ecclesiastici, e rettore di Romagna, Marca d’Ancona, ducato di Spoleto e altre province, con larga autorità negli affari temporali[385]. Non mancaron frasi a Bonifazio per mandarlo in Toscana, con titolo di conservator della pace, e vero uficio di tradimento e di violenza: cominciando la bolla con parlare de’ Magi, di Salomone, della saviezza, della pace; ed esagerando i disordini, gli scandali, la disubbidienza, e anche la ingratitudine de’ popoli di Toscana alle paterne cure del pontefice, che volea mantenervi la pace, e n’avea dritto, com’era noto ad ognuno, massime nella vacanza dell’impero[386]. Si stabilì in questiconsigli d’Anagni, che differita a primavera la guerra di Sicilia, svernasse il Valois in Toscana. Ito dunque di novembre a Firenze, ei fe’ quanto vollero i Guelfi; cacciò i Bianchi, e tra essi quel sovran poeta, che stampava d’obbrobrio, fino alla consumazione de’ secoli della presente civiltà, il nome del falso principe senza terreno. Resa tal tranquillità alla Toscana, tutta la benignità si rivolse alla Sicilia. Si rividero a Roma di marzo del trecentodue quei medesimi principi; ove Carlo II e Roberto prometteano al Valois d’aiutarlo all’impresa di Costantinopoli, ne’ termini fermati tra Carlo I e Baldovino, e di non far pace con Andronico Paleologo[387]. Allor mosse il Valois alla volta di Napoli, nel mese d’aprile. Alle armi preparate il papa aggiunse nuove scomuniche contro Federigo; la piena autorità del vescovo di Salerno legato pontificio[388]; l’assoluzion de’ peccati, come in crociata di Terrasanta, a tutti coloro che morissero ne’ combattimenti di Sicilia, o combattessero fino alla compiuta vittoria[389]. I soldati del Valois ebbon guarentigia da Carlo II, che venendo a morte nel territorio del regno, non si toccherebbero i loro beni, com’era voce che usasse la corte di Napoli verso gli stranieri; ma si disdicea e si chiamava aggravio ed abuso[390]. Al medesimo tempo il re creava Carlo di Valois suo capitan generale nell’isola di Sicilia[391]; gli conferiva pien potere di render la grazia regia a que’ ribelli; di redintegrarli in tutte le facoltà, dignità, onori; di conceder feudi;perdonare a’ rei di misfatti privati, ai ladri del danaro pubblico; assolvere i debiti de’ comuni e degl’individui: largamente spaziandosi nelle lodi della propria clemenza verso quel popolo, che a punirlo secondo suoi meriti, avrebbe potuto spegnerlo di fame e di ferro, e diroccare le sue case[392]. Finalmente prevedendo l’esito di tanto romore; e poco fidandosi agli auguri di gloria trionfante, con cui principiava le sue lettere al Valois, diegli di poter fermare la pace con Federigo d’Aragona, entro alcuni termini che non sappiamo; e anco promesse ch’ei non la farebbe senza saputa del Valois[393]. In Napoli eran pronti, con le bandiere apostoliche, un’armata di più di cento legni grossi, torme numerose di cavalli, Roberto e Ramondo Berengario, figliuoli di re Carlo, baroni francesi moltissimi. Ed era il quinto o sesto formidabile sforzo, che i medesimi potentati, con gli stessi mezzi, movean contro Sicilia, contandosi già l’anno ventesimo della guerra del vespro[394].L’avea affrettato Roberto, il quale, appena sottoscritta la tregua con Federigo, adunava in parlamento a Catania i capitani dell’oste, col cardinal Ghepardo e’ Siciliani di sua parte; e facea vanti in iscusa de’ non lieti successi della guerra: tornerebbe immantinenti con forze potentissime; lasciar intanto in Catania, vicario il pro Guglielmo Palotta, e pegni dell’amor suo la Iolanda e Lodovico, dalei partoritogli poc’anzi in Catania. A Napoli l’accolser gioiosamente, come per vittorie, il re, gli ottimati, la plebe; ma stringendosi a consiglio, con parlare men gonfio, ei mostrava la necessità di nuovi sforzi estremi. I Siciliani allo incontro, ammaestrati dalle due sconfitte navali, e non potendo adunare un giusto esercito nell’isola occupata da varie bande, s’apprestavano a rifar guerra gurrriata. Coosigliavali ancora la sperienza del primo passaggio di Giacomo, fors’anco della guerra di Catalogna pell’ottantacinque, de’ prodigi che operan poche bande agguerrite e risolute, in regioni montuose, tra siti forti, e universal simpatia de’ popoli, che a te fornisce, toglie al nemico tutti i comodi della guerra, e finisce sempre con vittoria su la superbia soldatesca degli stranieri. Con tali disegni, Federigo girava per l’isola; sopravvedea le castella; iva esortando e infiammando le popolazioni delle città, che assaltate dal nemico, tenesser fermo, e non fallirebbe il re d’aiutarle; chiamate all’oste, pronte corressero. Spirata la tregua, Federigo nel cuor del verno, espugnò Aidone; Manfredi Chiaramonte gli racquistò Ragusa e con maggiore costanza per ogni luogo si ripigliavan le armi[395].L’oste de’ collegati, per disegno di Ruggier Loria, si drizzò contro val di Mazzara, prova mal tornata al principe di Taranto; ma parve da ritentar il paese, abbondante, fin allora queto, piano, agevole a’ cavalli. Approdano dunque in sull’uscir di maggio a Termini, città a ventiquattro miglia dalla capitale; e se ne insignoriscono alla prima perchè il popolo non fece difesa, ascoltando un Simone Alderisio, traditore o codardo. S’accampò ne’ dintorni, questo, dicono i nostri scrittori, innumerevole esercito[396], sì mal ordinato, che in certe feste, rissatisi tra loro Francesied Italeani, ne rimaser morti duemila[397]; e fu mestieri appettar di Puglia un sussidio di ventidue navi di grano, perchè si potesse muovere il pie’ dagli alloggiamenti. Ma spargendosi per lo paese, altro acquisto non riportaron che di greggi e rustiche prede; perchè Federigo avea munito ottimamente ogni luogo; era venuto ei medesimo a porsi a Polizzi, non molto discosto da Termini, con provvedigione da durar tutto assedio. Perciò, andati i nimici a Caccamo, ne tornaron col peggio; per la fortezza del luogo e la virtù di Giovanni Chiaramonte. Voltisi a Polizzi, e mandato a sfidar il re, presentando battaglia nella pianura, n’ebbero accorta risposta: che aspettassero, e sì a tempo il vedrebbero. Non osando assediarlo in Polizzi, e volendo insignorirsi della città più importante nel gruppo dei monti occidentali dell’isola, mutarono il campo a Corleone. Ma prevennerli i nostri sì accortamente, che una man di cavalli, sotto Ugone degli Empuri e Berengario degli Intensi, era entrata già in Corleone quando mostrossi l’oste angioina; eran pronte le armi, i cittadini sulle bastite: e ricordavansi essere stati in tutta l’isola i primi a seguire il movimento del vespro di Palermo. Con questo animo, schiudono una porta al nemico movente all’assalto; entrato, lo tagliano a pezzi; nella quale zuffa il fratello del duca Bramante, mentre confortava i suoi alla carica, sul limitare della porta, fu morto d’un sasso scagliatogli da una donna. Dopo diciotto giorni d’asseto, con onta e perdita Valois si ritrasse[398].E non guardate pur da lungi Palermo, Trapani, Mazzara, trapassò alla costiera meridionale dell’isola; e pose il campo a Sciacca, non per la importanza, ma per la facilità, dell’acquisto; potendosi insieme osteggiar con la flotta.Ma a Sciacca l’annunzio dell’assedio non avea punto sbigottito i cittadini, capitanati dal lor pro Federigo d’Incisa[399], che si rallegraron anzi di tal destro a spiegare, innanzi la Sicilia tutta, la loro virtù; stamparon bastioni e fossi; rabberciaron mangani e altri ingegni; in tutti i modi apprestaronsi al combattere. Con pari ardore veniano i nemici; ingaggiandosi i capitani tra loro, a non levarsi di Sciacca che non l’avessero espugnato: perchè parea agevole; e vergognavano che in cinquanta dì dallo sbarco, non avesser ferito un sol colpo con avvantaggio. L’armata angioina fece vela da Termini; occupò, non si vede a qual fine, la picciola terra di Castellamare; e senz’altra fazione surse alla spiaggia di Sciacca. Cominciato dunque l’assedio di mezzo luglio, si combattea vivamente ogni dì; gli assedianti facean giocare lor macchine, davano spessi assalti: ed era nulla ai difenditori, confortati dalla vicinanza del re, venutosi a porre co’ suoi stanziali a Caltabellotta, discosto nove miglia da Sciacca. Mandovvi poi Simone Valguarnera, con dugento uomini d’arme e più numero di fanti: il quale entrato di notte, a randa a randa la spiaggia, tra le poste nemiche, aggiunse tal franchezza agli animi de’ cittadini, che molti duri colpi indi n’ebbero le genti collegate.Più atroce danno patirono dallo stare in maremma scoperta, sotto l’arsura del sollione, in faccia all’Affrica; onde furiosamente s’apprese nel campo la mortalità de’ cavalli, che allor travagliava molte parti d’Europa; e nacque anco una malattia che repente percotea gli uomini, e n’era a tale già il campo, da poter montare appena cinquecento cavalli. Federigo già ripensava alla vittoria del padre, allo scempiodelle formidabili schiere di Francia sotto Girona. Montaner, con pueril zelo, qui scrive che il conte degli Empuri, Ruggiero de Flor, Matteo di Termini e gli altri capitani, stigassero Federigo a dar dentro, e sdrucire quello scheletro di esercito; e ch’ei negasse di portare tal onta a casa di Francia. Il vero è, che volea lasciarlo struggere tuttavia dassè; e comandava l’adunata di tutte le milizie feudali e cittadinesche a Corleone, per condurle a sicura vittoria[400].Ma il Valois, come ciò intese, e vedea menomare di dì in dì le sue genti, parendogli vergognosa fuga se lasciato l’assedio si rimbarcasse, e inevitabil danno se aspettasse l’assalto delle nostre genti, pensò trarsen fuori con una pace; diffidando inoltre di Bonifazio, che l’avea frustrato nella speranza del governamento di Roma; e tardandogli di fornir bene o male l’impresa di Sicilia, sì che restasse libero a tentar acquisti per sè nell’impero di Oriente. Ristrettosi dunque con Roberto, che mal si piegava, come giovane e feroce, a lasciar sì bella parte del retaggio paterno, ricordavagli tutte le vicende della siciliana guerra; quant’oro, quanto sangue si fosse sparso senza poter mai ridurre quest’isola; e ch’or peggio dileguavansi le speranze, per essere stracco il reame di Napoli, esausto l’erario pontificio, caduta la riputazione di lor armi, e rinnalzata quella di Federigo, che saprebbe riassaltar le Calabrie, conturbare il regno, accender fuoco nell’Italia di sopra, col favor dei Ghibellini. Le quali parole non persuasero Roberto; ma il vinse la necessità dell’esercito, e l’autorità del Valois. Fors’anche era il caso assegnatoper la pace nelle dette istruzioni del re. E certamente, o in Napoli quando si deliberarono le istruzioni, o a Sciacca, quando si usarono, per assentir tal subito fine della guerra, tal inopinato esito de’ disegni della lega francese e guelfa, non solamente si risguardò alle condizioni dell’esercito, ma anco si conobbe troppo arduo partito il continuare l’impresa contro la Sicilia, pronta sempre a quella maniera di guerra, poco dispendiosa a lei, poco rischiosa; non così a’ collegati che avrebbero avuto a rifare altro esercito, armar altra flotta, adunar altri tesori, mentre gli elementi della lega, come alla lunga avviene, tendeano a disciogliersi. Deliberato dunque l’accordo, Carlo mandava Amerigo de Sus, e Teobaldo de Cippòio, oratori suoi, a Federigo, che s’era tirato indietro a Castronovo per mettere insieme le sue genti[401]. Federigo assentì il diciannove agosto i preliminari della pace, e che, ad ultimarla, venissero ad abboccamento con essolui Valois e Roberto; intanto si cessasse dalle armi.E il dì ventiquattro, tra Caltabellotta e Sciacca, in certe capanne di bifolchi, vennero, con cento cavalli ciascuno, Federigo e Carlo di Valois; favellaron soli gran pezza; poi fu chiamato Roberto[402]. Nè forse senza pianto si incontraron questa fiata Roberto e ’l siciliano re, per la perdita di Iolanda, amorevolissima ad entrambi, giovane, bella, di santi costumi, genio di pace tra lo sposo e ’l fratello; e morta sola a Termini, mentre stava l’uno allo assedio di Sciacca, l’altro pronto a piombargli addosso[403]. Non guari dopo, e in dolor pari, trapassò in Ispagna la regina Costanza, che nella pietà religiosa perdè quasi la carità di madre, non onorando nel testamento il suo gloriosoFederigo, perchè era percosso dagli anatemi di Roma[404]. Nell’abboccamento dei tre principi furon indi chiamati, dall’una parte Ruggier Loria, dall’altra Vinciguerra Palizzi, e poi più altri nobili e capitani. Trattarono alquanti dì; poco mutossi da’ preliminari: e fu fermata il ventinove agosto, giurata il trentuno la pace.Per la quale restava a Federigo la Sicilia con le isole attigue, da tenerla, finch’ei vivesse, da sovrano assoluto, independente da Napoli e dal papa, con titol di re dell’isola di Sicilia, o re di Trinacria, quel più fosse a grado a Carlo II. Darebbe costui la figliuola Eleonora, in moglie a Federigo: a lor prole si procaccerebbe il reame di Sardegna o di Cipro, o si pagherebber centomila once d’oro: e allor dovrebbero lasciar l’isola di Sicilia. Renderebbersi da Federigo le terre occupate di là dallo stretto; dagli Angioini quelle prese in Sicilia; e similmente, senza riscatto, il principe di Taranto, e da amendue le parti tutti gli altri prigioni: perdonerebbesi ai sudditi datisi al nemico; ma i feudatari perderebbero tutti feudi dal principe da cui si fossero ribellati. Da questo andarono eccettuati solamente, come avviene, i due più potenti, Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi; fatta ad essi abilità di tenere, il primo il castel d’Aci in Sicilia, l’altro Calanna, Motta di Mori, e Messa in Calabria. Sarebbero reintegrati, continuava il trattato, i beni ecclesiastici in Sicilia, allo stato innanti la rivoluzione dell’ottantadue. Il Valois si adoprerebbe a ottener la ratificazione di re Carlo e del papa[405].Fu questo il trattato di Caltabellotta, o, come il chiaman anco, di Castronovo, per esservisi fermati i preliminari.Molto onore n’ebbero per tutto il mondo re Federigo e la Sicilia. E in vero la nazione, dopo venti anni, usciva gloriosa e vincente da guerra sì disuguale; Federigo, contro tal soperchio di forze collegate, si mantenea la corona sul capo: nè all’una ed all’altro tornava minor lode, dall’aver condotto a tal estremo, in tre mesi, il Valois, Roberto,Loria, tant’oste, tal armata; e piegato a lor volontà il superbissimo Bonifazio. Nè si dica che non seppero i nostri usar la fortuna contro quel diradato esercito. Dovean essi negar bene una breve tregua, avvantaggiosa solo all’Angioino; era il contrario una pace, nella quale si asseguisse l’importanza di sgombrar via il nemico, e tener libera e tranquilla la Sicilia, foss’anco per pochi anni. Perchè gli Angioini, pur volti in fuga e sconfitti a Sciacca, tenendo molte cittadi e castella, avrebbero potuto continuare a lungo l’infestagione dell’isola; e la pace, ancorchè pregna de’ semi di nuova guerra, dava comodo a’ nostri a rassettar le entrate pubbliche, ordinar le milizie, ristorar le città, racchetare i baroni, prepararsi a ripigliar le armi, quando che fosse, freschi e gagliardi; mentre le forze de’ nemici, come collegate, menomar doveano di necessità col tempo, che muta interessi, occasioni, umori dei potentati. Donde niuno fu che non vedesse futile e vano, il patto del rendersi l’isola alla morte di Federigo; parole da salvar le apparenze: e ciò vuoi significare il Villani, chiamando questa una dissimulata pace; malcontento, come ogni altro guelfo, per la riputazione che ne perdea lor parte, la forza che crescea a’ Ghibellini, tenendosi la Sicilia da Federigo. Indi tutte le fazioni d’Italia, per contrari umori, diersi a lacerare il nome di Valois, motteggiando: esser venuto in Toscana a metter pace, in Sicilia a far guerra; e aver lasciato guerra in Toscana, vergognosa pace in Sicilia[406]. E meritò maggior biasimo, di baratteria contro la corte di Roma e casa d’Angiò e tutta lor amistade, per un altro accordo fermato in questo tempo con Federigo, che l’aiutasse d’uomini e navi alla impresa di Costantinopoli, e non fermasse pace altrimenti con l’imperadore Andronico Paleologo[407].Promulgata da Federigo, lo stesso dì ultimo d’agosto, l’importanza del trattato, senza dir de’ patti disfavorevoli, rivocossi il comando dell’adunamento in arme a Corleone; e si sciolse, dopo quarantatrè giorni, con somma gloria di Federigo d’Incisa e de’ cittadini, l’assedio di Sciacca: ma la pace de’ principi non tolse sì tosto la ruggine dagli altri animi: e terrazzani è soldati, scrive Speciale, mescolati vagavan ora per la città, ora per gli alloggiamenti, ma sospettosi e guardigni, per abitudine inveterata all’offendersi. In breve tempo si rimbarcò l’esercito francese per Catania: ebbe rinfreschi per ogni luogo: radendo le spiagge, n’ammiravano, massime i soldati gregari, l’amenità; e con la gaiezza e facilità di lor sangue a’ sentimenti generosi, ripentiansi dell’esser qui venuti a recare e riportar tante afflizioni. Intanto da Termini sciogliea per Napoli una galea, per nome l’Angiolina, col cadavere di Iolanda. Federigo, da Caltabellotta n’andò a Sutera, a liberare il principe di Taranto, tramutatovi, come in più sicuro luogo, alla passata del Valois; e tutti gli altri prigioni fe’ recare in Lentini, e reseli, insieme con Filippo, al duca di Calabria, venutovi da Catania. Quivi Roberto e Federigo, persimpatia di gioventù, di valore, e del comun cordoglio di Iolanda, strinsersi a tal dimestichezza, che come fratelli sollazzavansi, insieme; e dopo una caccia dormirono in un letto, come di que’ tempi si usava per dimostrazione d’amistà. Di Lentini stessa i legati pontifici sciogliean la Sicilia dalle scomuniche[408]. Andavano i principi insieme a Catania; dove Federigo perdonò largamente a’ cittadini; fece qualche dimora con essi, in segno di renduta grazia; e fuvvi sembianza di spegnersi odio assai più atroce, quando Ruggier Loria, per la prima volta dopo lo scoppio de’ loro sdegni nella reggia di Messina, gli s’inginocchiò dinanzi, a render omaggio per la signoria del castel d’Aci. S’erano sgombrati intanto da’ nemici gli altri luoghi di Sicilia; e apprestandosi lor gente a tornarsene in terra di Napoli, Loria fe’ vela con l’armata; i principi francesi, per tedio del mare, cavalcarono, permettendolo re Federigo, da Catania a Messina[409].E in Messina mostrossi anco tra le allegrezze della pace, quella virtù che s’era provata in durissimi incontri; perchè gli uomini son così fatti, che i grandi eccitamenti delle passioni pubbliche, li rendono a un medesimo tempo audaci nell’arme, pronti e accorti nei consigli, arguti e forti nelle parole, e generosi ne’ tratti, e in ogni cosa di gran lunga più dignitosi e alti che nel mediocre viver di prima. I nobili messinesi, in abbigliamenti di pace, si faceano incontro a’ principi; li conduceano a città; e sontuosamente albergavanli. Ma convitando Valois i primi della città, e tra questi Niccolò e Damiano Palizzi, che nel blocco di Roberto avean tenuto, l’un la città, l’altro il castello, Niccolò,chiamato a sè il minor fratello, ricordavagli quante fiate servì a tradigione l’allegria delle mense (nè Carlo di Valois era Catone); essere in quel ritrovo il fior della città; gli ospiti inimicissimi, fidanti nel favor del pontefice; l’occasione da tentar coscienze anco men larghe, perchè, presa d’un colpo di mano Messina, che sarebbe della Sicilia? e per tal acquisto qual peccato non si rimetterebbe? Perciò ammoniva il fratello che restasse nella rocca, e non s’arrendesse per quantunque caso atroce; non se vedesse lui medesimo tra’ nemici, con la testa sul ceppo, e ’l manigoldo levar in alto la scure. Damiano seguì il consiglio.Qui lo Speciale si fa a descrivere il convito, il desco ricoperto di bianchissimi lini, il vasellame d’oro e d’argento, i donzelli in eleganti abiti, pronti a un girar d’occhio dello scalco; e altri dar acqua alle mani, altri servir le vivande, girare i vini in tazze sfolgoranti di gemme; e somiglianti sfoggi di lusso, contro i quali ei si scaglia, lamentando che principi e cittadini, e fin que’ ch’avean fatto voto d’imitare la povertà di Cristo, con tai vanità desser fondo a loro sostanze. Ma dopo le prime imbandigioni, quando comincia il favellìo, sedendo Niccolò Palizzi tra Roberto e il Valois, costui domandavalo: nelle stretture estreme del blocco, quando vedeansi gli uomini cader dalla fame, e fallir anco quei lor cibi pestilenziali, qual mente fosse stata ne’ cittadini? E Niccolò, con un inchino: «Signor, gli disse, sia fatto degli uomini, sia influenza de’ Cieli, dal nome francese abborriam noi sì fieramente, che per serbare quest’odio nostro, consumato l’ultimo boccon delle carni de’ giumenti e de’ cani, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini; e ristrettici chi nel palagio, e chi nella rocca, fitto avrem fuoco alla città, per mostrar che non mancasse in Sicilia la tremenda virtù di Sagunto e Perugia!» Carlo, crollando il capo, si volse a Roberto: «Vedi chi son costoro! Ben siè fatta la pace!» Entro pochi dì valicarono in terraferma; e restò la Sicilia libera e gloriosa con Federigo[410].Mandava poi re Carlo la figliuola con un corteo nobilissimo a Messina; e quivi splendidamente si celebravan le nozze, di primavera del trecentotrè[411]. Già spariva ogni traccia della guerra, fuorchè la gloria e i guiderdoni: che n’ebbe Messina nuove franchige da collette qualunque, e giurisdizione su più vasto territorio[412]; Sciacca immunità dalle dogane[413]. Ma il più salutare tra’ provvedimenti fatti dopo questa pace, fu di sgombrar via i mercenari siciliani, calabresi, genovesi, spagnuoli, che, finita la guerra, s’eran gittati in masnade a infestar l’isola con ladronecci e violenze. Il più avventuroso tra’ lor condottieri, quel Ruggiero de Flor, che sdegnava tal poca rapina, e per la pace si vedea ricader tra l’ugne del gran maestro del Tempio, s’avvisò di portar quella feroce gente a’ soldi dell’imperator di Costantinopoli, contro i Turchi che duramente travagliavano l’impero. Gliel’assentì pronto Federigo, per torsi tal tristizia di casa; fornì loro navi, armi, vittuaglie, e ogni cosa necessaria: e sì andarono in Oriente; dove traendo a loro i mercenari degli Angioini, lor veri fratelli, e quanti altri rotti e feroci uomini v’erano nimici del viver civile sotto le leggi, fecero quel formidabil corpo, che si chiamò la Compagnia catalana o di Romania, segnalatissimo per valore, infame per fatti d’iniquità e di sangue, contro amici e nemici; nel quale videsi tra i principali condottieri il cronista Ramondo Montaner. Tal gente acquistòallora al re di Sicilia il titolo del ducato d’Atene e di Neopatria[414].Il papa fu l’ultimo ad assentire la pace. Venuto a lui il Valois, nel ripigliò con sì agre rampogne, che ’l Francese fu per metter mano alla spada[415]; esacerbato ancora dalla discordia accesa tra il papa e casa di Francia per la disciplina ecclesiastica, di che nacquer pochi anni appresso la scomunica di Filippo, la presura di Bonifazio ad Anagni, e ’l disperato morir suo. Forse per cagion di queste contese, s’ammorzò alquanto la superbia di Bonifazio contro Federigo; e benignamente scriveagli: non poter ammettere senza disonor della Chiesa l’accordo com’era, ma si accomoderebbe; egli intanto preveniva Federigo nelle vie della pace; il ribenediva; non ricusava la dispensagione per le nozze con Eleonora; del resto mandava in Sicilia, a riformare i patti, i vescovi di Salerno e Bologna, con Giacomo di Pisa famigliar suo. E ’l re di Sicilia, che incominciava a gustar le delizie del viver tranquillo, piegossi a riconoscere per oratori la feudal signoria di Roma, disdetta chiaro abbastanza nel trattato di Caltabellotta, ed or voluta senza remissione da Bonifazio. Mandò dunque a corte di Roma il conte Ugone degli Empuri, Federigo d’Incisa, e Bartolomeo dell’Isola, promettendo e ’l giuramento ligio, e ’l censo di tremila once d’oro all’anno, e il servigio di cento lance, o vogliam dire trecento cavalli; imitazione de’ patti a’ quali Clemente aveadato al conte d’Angiò i reami rapiti a Manfredi e a Corradino. Ebbe Federigo il titolo di re di Trinacria; promesse a corte di Roma la comodità di trarre grani dall’isola, e l’ampia redintegrazione de’ beni ecclesiastici. Nel qual modo, peggiorato per maneggi l’accordo che onorevole s’era fatto con le armi in pugno, Bonifazio l’approvò per costituzion pontificia del dì ventuno maggio milletrecentotrè, col voto del sacro collegio, dissentendo un sol cardinale[416].Fu questo fatto di Federigo, illegittimo e non obbligatorio per la Sicilia, sì per virtù dei primitivi dritti di lei, e sì per la espressa e fondamentale legge del milledugentonovantasei, che vietava qualunque atto di politica esteriore senza assentimento della nazione. Perchè non abbiamo, nè sappiamo essersi allegato giammai, documento di tal approvazione nè alla pace di Caltabellotta, nè alle riforme di Roma. Ma resta in dubbio se Federigo lasciar volle quest’appicco a disdir quando che fosse e ’l trattato e l’omaggio al papa, o se, mutando il sostegno dell’amor dei popoli con la federazione de’ potentati, si contentò meglio del magro accordo, che della gloriosa resistenza; e prese a violar le sue medesime leggi, come prima il potè senza pericolo. Certo egli è dall’un canto, che Federigo non pagò giammai censo a Roma[417]; che non mandò le milizie; ch’indi a pochi anni ruppe nuovamente la guerra; che ripigliato l’antico titol di re di Sicilia, mandò in un fascio e trattato e papal costituzione[418]; che infine fe’ riconoscere dal parlamento la successione di Pietro II, onde il legal voto della nazione dileguò del tutto i vestigi di tali vergogne, se alcuno ne potea lasciare il fatto delsolo Federigo contrario alle leggi. Dall’altro canto è da considerare, che la guerra l’avea stracco; che puzzavagli la licenza dei baroni e de’ soldati mercenari; che gl’increscean forse gli stretti limiti della costituzione del novantasei; e sopra ogni altro, ch’ei non fu sì grande come il presenta la istoria, che mal serba misura nel biasimo o nella lode. Ebbe Federigo animo gentile, affabile, adorno dalle lettere, dato agli amori, pieghevole alle amistà, ma troppo, sì che reggeasi a consigli di favoriti: e ne nacque il turbolento patteggiar della sua corte, che ’l portò ad estremo pericolo con la ribellione di Ruggier Loria, e posate le armi di fuori, accese in Sicilia le dissenzioni civili. Nei maneggi di stato non fu molto accorto o magnanimo, nè coraggio politico ebbe, al paro che ’l soldatesco, questo principe, che nel novantacinque si lasciò raggirar da Bonifazio, e per poco non tradì i Siciliani, nè spegner seppe, nè accarezzare i suoi baroni; e dopo questa pace, ripigliando le armi al tempo dell’imperadore Arrigo di Luxembourg, troppo osò, poco mantenne; meritò nota, ancorchè troppo severa, di avarizia e viltà, da quel Dante ch’a lui s’era volto, come all’erede del grande animo di re Pietro. Tal sembra, su i più certi riscontri istorici, Federigo, lodato a cielo da Speciale suo ministro, da Montaner soldato di ventura catalano, e ammirato dalle età seguenti, perchè a lui si è dato quanto oprarono ne’ primordi del suo regno i Siciliani, esaltati ad eroiche virtù dalla rivoluzione del vespro. Ma s’ei non levossi con la sua mente all’altezza di gran capitano o uom di stato, avrà sempre una splendida pagina nelle istorie siciliane, come franco e schietto, costante nelle avversità, solerte in guerra, prode in battaglia, vigilante nel civil governo, umano co’ sudditi, degnissimo di fama per le generose leggi politiche che ne restano col suo nome, le quali s’einon dettò, ebbe prudenza certo e magnanimità da assentirle[419].CAPITOLO XX.Conchiusione. Qual era la Sicilia prima del vespro; qual ne divenne; qual rimase.La pace di Caltabellotta, che fece posar la prima volta le armi in venti anni dalla sommossa dell’ottantadue, è il termine del mio lavoro, avendo chiuso quella felice rivoluzione ch’io prendeva a narrare. Perchè non solamente i potentati di fuori, i quali, bene o male, vantavan ragioni su l’isola, s’acquetarono al reggimento di quella per lo innanzi chiamata ribellione; ma anco dentro da noi dileguossi la spinta del vespro; benchè dopo corto volger di tempo, si fosse ripigliata la guerra con esempi dell’antica virtù, e disdetti i termini del trattato di Caltabellotta, e sostenuta, in tutta la integrità, l’independenza della nazione. Ma tuttociò ritraea come debole immagine que’ primi tempi gloriosi; e sforzi del nimico men gagliardi, con più fatica si rispinsero; e mancava il rigoglio d’attual movimento; scopriasi il mal germe della feudalità rimbaldanzita; e ogni cosa muovere da una corte fiacca e discorde, anzichè dalla volontà della nazione. Del rimanente, prima ch’io lasci questo nobile subbietto, mi par bene ricercare qual fosse la Sicilia innanzi il vespro, qual ne divenisse, qual restasse poi.Nel secol duodecimo la veggiam noi fiorita d’industrie, civile e potente, forse sopra la più parte degli stati d’Italia, domar quanti piccioli principati stendeansi dal Faro al Garigliano; e per questa nuova signoria, entrar nelle guerre civili d’Italia; e al medesimo tempo avviarsi a più intima unione con quelle province d’oltre lo stretto, e a reggimento più chiuso. Questo ebbe sotto casa Sveva, per lungo tratto del secol decimoterzo, con grande soperchio ditasse: ma l’alta mente de’ principi mitigò l’uno e l’altro con buone leggi civili, gentilezza di costumi, cultura degl’ingegni, da avanzare nel rinascimento delle lettere ogni altra provincia italiana; e insieme die’ l’andare a forti opinioni contro la corte di Roma. L’avarizia e severità, spiacendo più che non allettavano gli ornamenti, piegarono i popoli alla repubblica del cinquantaquattro. Spenser questa i baroni; e tornò la dominazione Sveva con que’ vizi e quelle virtù: onde poco appresso ricadde, più per mala contentezza de’ popoli, che per forza straniera.Ma il governo angioino, invece di far senno da ciò, inebbriossi d’ogni più insensato abuso; mutò non solamente le persone de’ feudatari, ma di fatto anco innovò la feudalità; nel rimanente correndo al peggio sulle tracce degli Svevi, e sforzandosi, direi quasi, a trar tutto alla testa il sangue, per farsene più vigoroso alle ambizioni d’Italia e d’Oriente. Sì duro ei tirò, che la ruppe. L’antagonismo delle schiatte, il sentimento di nazione latina fece sentir più duramente il governo tirannico; che anche antico e nazionale spinge i popoli a ribellarsi come il possano. De’ due popoli si mosse anzi il Siciliano che l’altro, o per l’indole più ardente, o per maggiore oppressione; perchè la corte, tramutata in terraferma, era quivi compenso ai mali comuni, e rispetto all’isola nuovo oltraggio politico, e danno materiale; onde, dopo la rivoluzione, lo stesso Carlo I e Carlo II si fecero a profferire special governamento alla Sicilia, e vicario con larghissima autorità, e moderate leggi: rimedi che dati a tempo avrebbero forse distornato i tremendi fatti del vespro, ma sì tardi non trovarono chi li ascoltasse. La congiura o non operò nel movimento, o poco l’affrettò. L’occasione al tumulto potea tardare; potea riuscir male la prima, la seconda prova; non fallire la rivoluzione, in tal disposizione de’ popoli, e assurda nimistà de’ governanti.Come per forza d’incanto, al primo esempio che lorbalenò innanzi agli occhi, si rifecer uomini quegli imbestiati in vil gregge. Tremavano a un guardo; sospettosi tra loro; selvatichi e fieri, pur senza saper levare un pensiero al resistere; incalliti alla povertà, alla ingiustizia, al disprezzo, al disonor nelle famiglie, alle battiture sulle persone; sol ritraenti dell’umana dignità nell’odio che chiudevano in petto: e chi in cotesti avrebbe riconosciuto il legnaggio d’Empedocle, Dione, Archimede; de’ compagni di Timoleone, dei vincitor d’Imera? E pure un attimo d’esempio bastò. Quell’ignoto uccisor di Droetto, con un sol colpo, rese la greca virtù al popolo di Palermo; questo a tutta l’isola. Nacque la rivoluzione dal volgo; ed ebbe nei primi tempi sembianti popolani: frammischiatisi i nobili, la tirarono alla monarchia ristoratrìce delle antiche leggi. Allora tutta la nazione unita si adoperò al nuovo ordin di cose; non guardandosi le minuzie di pochi nobili parteggianti per gli Angioini, e pochi più spenti, per ingratitudine o sospetto, dal nuovo principe. E chi guardi i Siciliani in questo periodo, entro il medesimo anno ottantadue che li avea veduto marcire nella non curanza della servitù, li troverà franchi al combattere, pronti ed accorti al deliberare, devoti alla patria, affratellati tra loro, pieni di costanza, nè spogli di generosità tra lo stesso disunan costume de’ tempi: e dopo breve tratto, li scorgerà fatti provati guerrieri e marinai; pratichi negoziatori nelle faccende di stato; fermi oppositori alla corte di Roma, e pur tenaci nella religion del vangelo; e legislatori sorger tra loro, che i nomi ignoriamo, ma ne restano, irrefragabil testimonio, le savie leggi; e coltivarsi le lettere, prevalendo, com’è naturale in un movimento politico, gli studi della storia, su la poesia che fioriva nella corte Sveva; e Guido delle Colonne ne’ primi tempi della rivoluzione dettare in Messina una storia Troiana[420];il Neocastro una nazionale e contemporanea, lasciando belli esempi allo Speciale, allo Anonimo, Simon di Lentini, Michele di Piazza e altri; e lo stile vivace e biblico, ritrarre il sollevamento dei pensieri; e quel che più è meraviglioso, tra ’l romor delle armi prosperare anco le industrie. Tanto egli è vero, che non v’ha parte alcuna degli esercizi degli uomini, che non prenda novella vita alle boglienti passioni d’un mutamento politico!I quali effetti nascon talvolta da trascendente ingegno d’uno o pochi uomini, che rapisce la moltitudine là dove ei vuole; talvolta da felice talento de’ popoli, per la necessità e forza degli eventi, onde flnanco i mediocri compion dassè grandissimi fatti, senza la virtù d’una mente straordinaria che li governi. E il secondo caso parmi di scernere nella rivoluzione del vespro. Perchè, messe da canto le favole di Giovanni di Procida, le quali pur abbandonano il protagonista al cominciamento della rivoluzione, nessun uomo di quell’altezza ch’io dico, si trova infino al primo assedio di Messina; e questa diffalta forse fece dileguar la repubblica. In Messina poi Alaimo di Lentini meritò nome immortale; come a lui si deve e ai Messinesi, che la Sicilia non fosse soggiogata da quel possente esercito di Carlo. Re Pietro e Ruggier Loria spensero Alaimo; ma insieme educarono i nostri alla guerra, ed egregiamente usarono le virtù degli Spagnuoli e dei Siciliani unite insieme, a prostrare i nemici in Ispagna, sconfonderli in Italia: e lungo tempo dopo la morte del primo, dopo la tradigione dell’altro, durò la virtù loro, e notevoli uomini produsse.Questi elementi sostenner Giacomo, glorioso e sicuro, sul trono; questi v’innalzaron Federigo, quando Giacomo fallì alla rivoluzione; questi, crescendo di vigore ne’ contrasti,fronteggiaron soli mezz’Europa, quando quegli stessi Spagnuoli ch’eran venuti ne’ primi tempi ad aiutarne per loro interesse, per loro interesse ci si volser contro: antichissima usanza, che mostra esser la generosità di nazione a nazione o sogno, o foco di paglia, e l’interesse tale infaticabil consigliero, che piega alfine a sue voglie e principi e popoli.La esaltazione di Federigo, rinnovamento o conferma della rivoluzione, è al veder mio più gloriosa del primo principio stesso. Perchè non la portò disperazione, o caso, ma l’accorgimento e ’l coraggio politico de’ nostri padri; operata senza disordini, senza fatti di sangue, con dignità d’universale concordia, con maestà di nazione che medita, e si propone, e fa, contro potenze cento volte maggiori di lei. Al considerar, quanti nomini di stato e d’armi, quanti prodi oratori, quanti incorrotti cittadini risplendettero nel regno di Giacomo e ne’ primi tempi di quel di Federigo, si troverà manifesto l’effetto del mutamento dell’ottantadue; la nazione rigenerata si troverà adulta in tutte le sue forze. Donde, se Federigo non fu un uomo straordinario, la Sicilia ridondava di tanta virtù, che bastò a resistere, e a fiaccar l’ultimo sforzo de’ collegati.Prendendo poi a guardar tutta insieme la lunga guerra del vespro, io non so qual nazione possa vantare maggior fortuna. Carlo d’Angiò con un picciolo esercito debellava quel valente Manfredi, signore di due regni; e poco appresso le forze de’ Ghibellini adunate sotto Corradino: ma per macchina di guerra poderosissima e maravigliosa, non bastò a domar la sola Sicilia, nè egli nè i suoi successori, con ostinati sforzi. La Sicilia in venti anni guadagnava quattro battaglie navali; tre giuste giornate in campo; con moltissimi combattimenti di mare e di terra; fortezze espugnate; occupate entrambe le Calabrie e Val di Crati; dileguati di Sicilia tre eserciti nemici; sciolti due assedi diMessina, due di Siracusa, e altri molti di minore importanza. Non fu interrotto questo lungo corso di vittorie, se non che da due sconfitte in mare, e da tre anni d’infestagione dell’isola; dove i nemici non riportarono alcun avvantaggio di conflitto, ma ciò che presero fu a patti, o per tradimento. Questi disastri toccaronsi per la virtù soldatesca, le pratiche, la riputazione di Giacomo, di Ruggier Loria, de’ venturieri spagnuoli: ma risanati che furono i nostri dal delirio di combatter in mare senz’ammiraglio, vinsero in campo; tagliarono a pezzi gli stanziali francesi e italiani nella guerra guerriata, per cui è fatta la Sicilia; sgararono nella lunga prova il reame di Napoli, maggiore tre tanti di popolazione[421]. Ed esso non bastò a domar l’isola, ancorchè, insieme col suo sangue e la sua moneta, si sperperassero contro Sicilia le decime ecclesiastiche di tutta l’Europa, i sussidi delle città guelfe d’Italia, oltre il danaro che die’ in presto la corte di Roma, che passò le trecentomila once d’oro, e al dir del Villani[422], il papa ne acquetò Roberto al tempo del suo coronamento. E non bastò, ancorchè la Francia fornisse braccia ed armi alla guerra, e poi l’Aragona con essa, e la misera Italia sempre; e la sede di Roma votasse la faretra degli anatemi, in una età, non che di religione, ma di superstizione; e si facesser giocare tutte le arti di quella corte, sapiente e destra, e avvezza a maneggiar le relazioni politiche della intera cristianità. E la Sicilia, che non era aiutata di danari da alcuno, d’uomini una volta dalle Spagne, poi sol da pochi avventurier catalani e ghibellini di Genova, finì la guerra mantenendo l’alto suo intento. Tali furono, o Siciliani, le geste dei vostri padri nelsecol decimoterzo! Ripigliaron così la independenza di nazione, la dignità d’uomini: e detterne esempio alla Scozia, alla Fiandra, alla Svizzera, che scuoteano, a un di presso in quel tempo, la dominazione straniera.Volgendoci alla riforma civile, la medesima ammirazione convien che ci prenda. Gli sforzi che i popoli fanno a libertà, per loro natura non durano, se non giungono a porre buoni e durevoli ordini nello stato, e a spegnere i malvagi uomini, che ne guasterebbero i frutti. La prima cosa fecer quegli antichi nostri egregiamente; l’altra non seppero, o non poterono. Come le leggi esprimon l’interesse di chi è più forte, così dettaronle a vantaggio pari de’ baroni e del popolo i principi aragonesi, che per virtù di quelli regnavano. Allargati i termini della costituzione del Buon Guglielmo, ebbe il general parlamento la ragion di pace e di guerra, e quasi al tutto quella di dar leggi; furono rese ordinarie e annuali le adunanze di esso; datagli la censura su i ministri e uficiali pubblici; fondata o ristorata un’alta corte di pari: componeasi il parlamento, come ognun sa, dei prelati, dei baroni, e de’ rappresentanti o sindichi delle città; e sembra fuor di dubbio che di que’ primi tempi, in un sol corpo, o vogliam dire camera, deliberasse: veemente forma, che poi dileguossi sotto i monarchi spagnuoli. Tanto per la signoria dello stato. L’altra principalissima parte, ch’è l’entrata pubblica, fu ordinata con più sottile accorgimento. Limitati per legge fondamentale i casi e la somma delle collette; richiesta a levarle l’autorità del parlamento, sì che poi, con molta significanza, appellaronsi donativi. Si fe’ più largo il reggimento municipale, la cui importanza stava nell’adunata, o come diceasi, parlamento, in cui tutti conveniano, o almeno in larghissimo numero, i cittadini; e ne fu escluso per espressa legge l’ordine de’ nobili. Questi parlamenti popolareschi, e in qualche luogo, secondole particolari consuetudini, i consiglieri eletti a rappresentarli, maneggiavano tutti i negozi del comune, cioè la tassazione pe’ bisogni municipali, lo scompartimento delle collette generali, l’armamento delle milizie a richiesta del re, la elezione de’ sindichi al parlamento, e de’ magistrati del comune. La istituzione de’ giurati fu tribunato, o, come or diremmo, ministero pubblico, che esercitavasi in ciascun comune, a compiere il sistema di censura, alla cui sommità stava il parlamento. Il maneggio dell’alta giurisdizion civile e penale restò presso i magistrati regi: ma furono accresciuti, e avvicinati alle popolazioni; si provvide il meglio che si potea a contenerli da superbia e rapacità. Così uscissi dalla rivoluzione siciliana del secol decimoterzo, con un ordinamento politico, che le più incivilite nazioni del secol decimonono appena attingono. Notevole egli è, che un tal congegno di monarchia, l’ebbe tra tutte le province italiane la Sicilia sola; perchè nelle altre, di Venezia in fuori, non eran che repubbliche mal ferme o signori assoluti; e nel reame di Napoli non tardò il potere regio a trapassare i limiti delle costituzioni d’Onorio, e dileguarne fin la memoria, stimolato, più che ritenuto, dalle frequenti ribellioni.In tutto il rimanente del regno di Federigo, o in que’ de’ fiacchi suoi successori, non dettavasi poi in Sicilia alcun’altra legge di ordine pubblico, ma particolari statuti, più atti a manifestare che a riparare i crescenti disordini dello stato. Dei quali fu sola radice l’aristocrazia, che tenne in Sicilia un corso difforme dagli altri reami d’Europa, dove nacque nelle età più barbare, piena d’abusi, e poi l’interesse unito dei monarchi e del popolo, a poco a poco, la raffrenò. Ma appo noi, come fondata al tempo delle prime crociate e dalla mano d’un principe, fu moderata nel cominciamento; e se tendea per sua natura all’usurpare, la ritirarono a que’ termini i monarchi, e ilromor del vespro la fe’ stare; finchè ripigliando nel corso di quella lunga guerra e riputazione e facultà, e indi cupidigia e baldanza, divenne l’ordine più possente dello stato: per soperchio di rigoglio recossi in parte tra sè medesima; rapì in quelle discordie e la corte e i popoli; e lacerò la Sicilia negli ultimi tempi del regno di Federigo. Precipitò indi al peggio, non raffrenandola le deboli mani dell’altro Pietro e dell’altro Federigo; venne alfine ad aperta anarchia feudale. E allora si smarrì la cosa pubblica nelle izze di parti; non si udì più il nome di Sicilia, ma di Palermo, di Messina e di questa e quell’altra terra; il nome di parzialità, come chiamavanle, l’una italiana, l’altra catalana; il nome di famiglie, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonte e altri superbi, nemici di sè stessi e della patria: entravano a’ soldi de’ baroni coloro che, prese le armi nelle guerre della rivoluzione, non sapean divezzarsi dall’ozio e dalla militare licenza; incominciavano i liberi borghesi a far parte co’ baroni, sotto il nome di raccomandati e affidati. Nondimeno questa piaga penò oltre un secolo a consumar la potenza creata dalla rivoluzione del vespro. La istoria di quel periodo tuttavia ci presenta, come innanzi dicemmo, una immagine della prima virtù; e veggiamo nel milletrecentotredici, alla passata dell’imperatore Arrigo, il re di Sicilia levarsi per esso contro quel di Napoli; armare poderosissima forza; occupar nuovamente le Calabrie: e poichè escì vano nell’Italia di sopra quello sforzo ghibellino, e la potenza guelfa si aggravò tutta sopra la Sicilia, veggiamo i nostri difendersi virilmente; il sicilian parlamento stracciare i patti di Caltabellotta; chiamare alla successione Pietro figliuol di Federigo; e Palermo, assediata da innumerevol oste di Napolitani e Genovesi, rinnovellar le glorie di Messina dell’ottantadue, del trecentouno: e in tutta la guerra, i nemici che veniano in Sicilia a rubacchiar villaggi, ardermessi, guastare i campi, assediar città, veniano in Sicilia a perire; donde sempre le reliquie degli eserciti, a fronte bassa, tornaronsi di là dal mare; sempre la Sicilia restò vincente, ancorchè i suoi stessi baroni, nel cieco furor delle parti, chiamassero contro la patria i nemici. Onta e rabbia egli è da questo tempo in poi a legger le istorie nostre, come d’ogni altra monarchia feudale; a veder le nimistà municipali modellarsi su quelle de’ baroni; rinvelenir tanto più, quanto presentavano le sembianze d’amor di patria. Tra questa infernale discordia, per maggior danno, mancò la schiatta dei re aragonesi di Sicilia; sottentrò quella di Spagna, e si spense; e cadde la indipendenza politica della Sicilia, perchè l’abitudine richiedeva il governo monarchico, e le pessime divisioni rendeano impossibil cosa a’ Siciliani di accordarsi nella elezione di un re. Ne messe il partito Messina, tuttavia grande e vigorosa, nel parlamento del millequattrocentodieci; e nol potè vincere, nei contrasti de’ baroni di legnaggio catalano, che aveano in sè tutti i vizi di faziosi, di ottimati e di stranieri. Indi la Sicilia sofferse la dominazione spagnuola, col magro compenso del nome e forma di reame, e della integrità delle antiche sue leggi nell’amministrazione delle entrate pubbliche, della giustizia, e degli altri negozi civili. Fu accoppiata sotto la medesima dominazione straniera col reame di Napoli, come due servi a una catena. S’impicciolirono gli animi, crebbe la superstizione, si offuscarono, dirò così, gl’intelletti, imbarbarirono i popoli, lasciati a contender di cose deboli e puerili; e ogni cosa andò al peggio sino all’esaltazione di re Carlo terzo, quando furono ristorati entrambi i reami, e l’incivilimento dell’Europa sforzavasi nella faticosissim’opera di ritirare all’uguaglianza i figliuoli d’Adamo.E questo lungo letargo della dominazione spagnuola, che guastava gli uomini e conservava le forme, cercavadanaro e ubbidienza, e del resto non si curava, fe’ durare sì, ma poco fruttuosa, infino a’ primordi del secol decimonono, l’antichissima pianta della costituzione normanna, riformata nella rivoluzione del vespro. Stava il parlamento, ma diviso, come diceasi, in tre bracci, ecclesiastico, baronale ossia militare, e demaniale; se non che i baroni non eran più guerrieri; la rappresentanza popolare era ristretta alle poche città del dominio o demanio regio; e queste tre camere, perchè fossero più docili, spartitamente si assembravano, e deliberavano; la deliberazione di tutte, o di due sopra una, era voto del generai parlamento. Non che il dritto di pace e di guerra, ma perduto avea questo parlamento il legislativo; se non che potea domandare alcuno statuto sotto il nome di grazia. Per bizzarro contrasto, quasi gareggiandosi in cortesie, si chiamavan presenti, e più comunemente donativi i sussidi della nazione al principe: e più maraviglioso era un corpo permanente di dodici eletti dal parlamento, quattro per ciascun braccio, che chiamavasi deputazione del regno, e con autorità non minore del nome, avea uficio di difendere le franchige del parlamento e della nazione, di maneggiar le tasse accordate dal parlamento, e, secondo i decreti di quello, porger il danaro al re, o investirlo negli usi pubblici: augusto magistrato, che nacque dall’antica corte de’ baroni, o fu imitato dagli ordini aragonesi; e che nelle costituzioni d’altri popoli si vide temporaneo e per abuso, nella nostra saldissimo. Il parlamento ordinario adunavasi ogni quattro anni; era sopra ogni altra cosa geloso delle tasse; e assai parcamente porgea danaro alla corona, la quale non violò giammai questo privilegio; e ne nacque l’effetto che infino ai principî della guerra della rivoluzione francese del secol decimottavo, tutta la entrata pubblica di Sicilia non sommò a settecentomila once annuali. Mentre l’autorità regia si era ristretta da un lato, avea libero comandosopra le persone de’ cittadini; mettea fuori statuti e leggi, sol che non trovassero ostacolo nella deputazione del regno, facile per altro a piegarsi; non doveano i ministri e oficiali render conto di lor fatti ad altri che alla corona. Questo potere regio in gran parte esercitavasi, col consiglio de’ nostri magistrati primari, dal vicerè; ch’era insieme gran bene e gran male: il primo per la utilità dei provvedimenti pronti, vicini, meno sbadati, men ciechi; il male era la rapacità e superbia proconsolare. I nobili e il clero stavan tra ’l popolo e il potere regio, come baluardo, ch’aduggia e soffoca, mille volte più che non difende. Delle forme municipali non parlo, ch’eran le antiche, rappezzate di privilegi, di forme speciali diverse, ma pure ordinate assai largamente, quanto al maneggio de’ lor propri danari. Gli altri magistrati, posti su la giustizia e la civile amministrazione, eran macchina un po’ gotica, ma buona perchè semplice. Le leggi civili e criminali, al contrario, spaventavan per l’immenso viluppo. Questo fu il governamento della Sicilia infino al principio del secolo in cui viviamo.La dominazione spagnuola snervò gli uomini che doveano por mano a queste leggi: e indi la Sicilia, che nella fondazione della monarchia normanna l’ebbe a un di presso comuni con l’Inghilterra; che nella memorabile rivoluzione del vespro le ristorò ed accrebbe, e lascionne retaggio alle generazioni avvenire; decadendo dal secol decimoquarto infino al diciottesimo, si trovò poco lontana nelle forme, ma di gran lunga nella sostanza, al dritto pubblico inglese, che poi venne sì in moda. E quando il turbine della rivoluzione di Francia crollò quest’antica macchina, la nazione, da pochi valentuomini in fuori, trovossi tale, da non saperla nè apprezzare, nè correggere.

CAPITOLO XIX.Carlo di Valois a Firenze, indi in Sicilia. Deboli effetti delle sue armi. Assedio di Sciacca. Postura e disposizioni di Federigo. L’esercito nemico si consuma sotto Sciacca. Proposte di pace e preliminari di Caltavuturo; abboccamento tra i principi; trattato di Caltabellotta. Esecuzione di quello. Convito del Valois a Messina. Riforma de’ capitoli della pace, per voler di Bonifazio. Federigo, rimaso re di Trinacria, sposa Eleonora figlia di re Carlo. Principi della Compagnia di Romania.—Settembre 1301, alla primavera del 1303.L’ultima prova di Bonifazio fu di chiamar altre armi straniere. Voleva a un tempo soggiogar l’isola e rendere in terraferma d’Italia la riputazione a parte guelfa, abbassata in qualche provincia, rimasa in Toscana a primeggiar nel solo nome, per esser nata la divisione dei Neri e Bianchi; gli uni immansueti dal troppo favor del papa, gli altri mal celanti l’umor ghibellino. Perciò Bonifazio, che dopo la sconfitta del principe di Taranto s’era nuovamente rivolto ad implorare aiuti dalla casa di Francia, e vi avea mandato oratori suoi e di re Carlo[379], quando vide la Sicilia sempre più indomabile, e spregiarsi da’ Bianchi di Toscana e legati e scomuniche[380], prese a sollecitare più caldamente Roberto conte d’Artois, che ritornasse in Italia con forze, dandogli a ciò per tre anni le decime ecclesiastiche di sue possessioni, e i danari di mal tolto[381]; e maggiore assegnamento fece su Carlo di Valois, educato da fanciullo dalla romana corte a regie ambizioni. Costui, dopo il baratto, che si narrò, del titolo di re di Aragona con una figliuola di Carlo secondo e la contea d’Angiò in dote, si rese chiaro in arme nelle guerre d’oltremonti; e mortagli appena lamoglie, pensò ritentar la via del trono, chiedendo la Caterina di Courtenay, pretendente all’impero greco, offerta una volta a Federigo, poi solennemente promessa innanzi tutta la corte di Francia a Giacomo, figlio del re di Maiorca, ch’indi a poco si fece de’ frati minori, non sappiamo se per vocazione, o per dispetto dei disegni politici di Filippo e di papa Bonifazio che attraversassero il matrimonio[382]. Il papa adesso allettava Carlo di Valois con profferta di stipendio, comando d’eserciti, uficio di senator di Roma, e altre dignità: gli promettea Caterina, quand’egli muovesse alla guerra contro Federigo; e chiaramente scrivea a’ vescovi di Vicenda, Amiens e Auxerre che accordassero la dispensa, vedendo preparata l’impresa entro un dato termine, che più volte fu prorogato[383]: gli facea sperare il Conquisto dell’impero d’Oriente, con le medesime armi con cui combatterebbe in Sicilia: e parlò ancora d’elezione all’impero occidentale. A questi sogni aggiunse la realtà delle decime ecclesiastiche in Francia, Italia, isole del Mediterraneo, principato d’Acaia, ducato d’Atene, e fin d’Inghilterra; e la metà de crediti della corte di Roma per decimesu le chiese di Francia. Con tali sussidi assolderebbe il Valois cinquemila cavalli, per condurli in Italia. Il papa esortò Filippo il Bello e ’l clero di Francia a favorir l’impresa; prolungò a questo medesimo fine la tregua, che procacciato avea tra Filippo e ’l re d’Inghilterra[384].Per tal modo, di settembre milletrecentouno, Carlo di Valois trovossi a corte del papa in Anagni, con re Carlo e’ figliuoli; e fu chiamato capitan generale in tutti gli stati ecclesiastici, e rettore di Romagna, Marca d’Ancona, ducato di Spoleto e altre province, con larga autorità negli affari temporali[385]. Non mancaron frasi a Bonifazio per mandarlo in Toscana, con titolo di conservator della pace, e vero uficio di tradimento e di violenza: cominciando la bolla con parlare de’ Magi, di Salomone, della saviezza, della pace; ed esagerando i disordini, gli scandali, la disubbidienza, e anche la ingratitudine de’ popoli di Toscana alle paterne cure del pontefice, che volea mantenervi la pace, e n’avea dritto, com’era noto ad ognuno, massime nella vacanza dell’impero[386]. Si stabilì in questiconsigli d’Anagni, che differita a primavera la guerra di Sicilia, svernasse il Valois in Toscana. Ito dunque di novembre a Firenze, ei fe’ quanto vollero i Guelfi; cacciò i Bianchi, e tra essi quel sovran poeta, che stampava d’obbrobrio, fino alla consumazione de’ secoli della presente civiltà, il nome del falso principe senza terreno. Resa tal tranquillità alla Toscana, tutta la benignità si rivolse alla Sicilia. Si rividero a Roma di marzo del trecentodue quei medesimi principi; ove Carlo II e Roberto prometteano al Valois d’aiutarlo all’impresa di Costantinopoli, ne’ termini fermati tra Carlo I e Baldovino, e di non far pace con Andronico Paleologo[387]. Allor mosse il Valois alla volta di Napoli, nel mese d’aprile. Alle armi preparate il papa aggiunse nuove scomuniche contro Federigo; la piena autorità del vescovo di Salerno legato pontificio[388]; l’assoluzion de’ peccati, come in crociata di Terrasanta, a tutti coloro che morissero ne’ combattimenti di Sicilia, o combattessero fino alla compiuta vittoria[389]. I soldati del Valois ebbon guarentigia da Carlo II, che venendo a morte nel territorio del regno, non si toccherebbero i loro beni, com’era voce che usasse la corte di Napoli verso gli stranieri; ma si disdicea e si chiamava aggravio ed abuso[390]. Al medesimo tempo il re creava Carlo di Valois suo capitan generale nell’isola di Sicilia[391]; gli conferiva pien potere di render la grazia regia a que’ ribelli; di redintegrarli in tutte le facoltà, dignità, onori; di conceder feudi;perdonare a’ rei di misfatti privati, ai ladri del danaro pubblico; assolvere i debiti de’ comuni e degl’individui: largamente spaziandosi nelle lodi della propria clemenza verso quel popolo, che a punirlo secondo suoi meriti, avrebbe potuto spegnerlo di fame e di ferro, e diroccare le sue case[392]. Finalmente prevedendo l’esito di tanto romore; e poco fidandosi agli auguri di gloria trionfante, con cui principiava le sue lettere al Valois, diegli di poter fermare la pace con Federigo d’Aragona, entro alcuni termini che non sappiamo; e anco promesse ch’ei non la farebbe senza saputa del Valois[393]. In Napoli eran pronti, con le bandiere apostoliche, un’armata di più di cento legni grossi, torme numerose di cavalli, Roberto e Ramondo Berengario, figliuoli di re Carlo, baroni francesi moltissimi. Ed era il quinto o sesto formidabile sforzo, che i medesimi potentati, con gli stessi mezzi, movean contro Sicilia, contandosi già l’anno ventesimo della guerra del vespro[394].L’avea affrettato Roberto, il quale, appena sottoscritta la tregua con Federigo, adunava in parlamento a Catania i capitani dell’oste, col cardinal Ghepardo e’ Siciliani di sua parte; e facea vanti in iscusa de’ non lieti successi della guerra: tornerebbe immantinenti con forze potentissime; lasciar intanto in Catania, vicario il pro Guglielmo Palotta, e pegni dell’amor suo la Iolanda e Lodovico, dalei partoritogli poc’anzi in Catania. A Napoli l’accolser gioiosamente, come per vittorie, il re, gli ottimati, la plebe; ma stringendosi a consiglio, con parlare men gonfio, ei mostrava la necessità di nuovi sforzi estremi. I Siciliani allo incontro, ammaestrati dalle due sconfitte navali, e non potendo adunare un giusto esercito nell’isola occupata da varie bande, s’apprestavano a rifar guerra gurrriata. Coosigliavali ancora la sperienza del primo passaggio di Giacomo, fors’anco della guerra di Catalogna pell’ottantacinque, de’ prodigi che operan poche bande agguerrite e risolute, in regioni montuose, tra siti forti, e universal simpatia de’ popoli, che a te fornisce, toglie al nemico tutti i comodi della guerra, e finisce sempre con vittoria su la superbia soldatesca degli stranieri. Con tali disegni, Federigo girava per l’isola; sopravvedea le castella; iva esortando e infiammando le popolazioni delle città, che assaltate dal nemico, tenesser fermo, e non fallirebbe il re d’aiutarle; chiamate all’oste, pronte corressero. Spirata la tregua, Federigo nel cuor del verno, espugnò Aidone; Manfredi Chiaramonte gli racquistò Ragusa e con maggiore costanza per ogni luogo si ripigliavan le armi[395].L’oste de’ collegati, per disegno di Ruggier Loria, si drizzò contro val di Mazzara, prova mal tornata al principe di Taranto; ma parve da ritentar il paese, abbondante, fin allora queto, piano, agevole a’ cavalli. Approdano dunque in sull’uscir di maggio a Termini, città a ventiquattro miglia dalla capitale; e se ne insignoriscono alla prima perchè il popolo non fece difesa, ascoltando un Simone Alderisio, traditore o codardo. S’accampò ne’ dintorni, questo, dicono i nostri scrittori, innumerevole esercito[396], sì mal ordinato, che in certe feste, rissatisi tra loro Francesied Italeani, ne rimaser morti duemila[397]; e fu mestieri appettar di Puglia un sussidio di ventidue navi di grano, perchè si potesse muovere il pie’ dagli alloggiamenti. Ma spargendosi per lo paese, altro acquisto non riportaron che di greggi e rustiche prede; perchè Federigo avea munito ottimamente ogni luogo; era venuto ei medesimo a porsi a Polizzi, non molto discosto da Termini, con provvedigione da durar tutto assedio. Perciò, andati i nimici a Caccamo, ne tornaron col peggio; per la fortezza del luogo e la virtù di Giovanni Chiaramonte. Voltisi a Polizzi, e mandato a sfidar il re, presentando battaglia nella pianura, n’ebbero accorta risposta: che aspettassero, e sì a tempo il vedrebbero. Non osando assediarlo in Polizzi, e volendo insignorirsi della città più importante nel gruppo dei monti occidentali dell’isola, mutarono il campo a Corleone. Ma prevennerli i nostri sì accortamente, che una man di cavalli, sotto Ugone degli Empuri e Berengario degli Intensi, era entrata già in Corleone quando mostrossi l’oste angioina; eran pronte le armi, i cittadini sulle bastite: e ricordavansi essere stati in tutta l’isola i primi a seguire il movimento del vespro di Palermo. Con questo animo, schiudono una porta al nemico movente all’assalto; entrato, lo tagliano a pezzi; nella quale zuffa il fratello del duca Bramante, mentre confortava i suoi alla carica, sul limitare della porta, fu morto d’un sasso scagliatogli da una donna. Dopo diciotto giorni d’asseto, con onta e perdita Valois si ritrasse[398].E non guardate pur da lungi Palermo, Trapani, Mazzara, trapassò alla costiera meridionale dell’isola; e pose il campo a Sciacca, non per la importanza, ma per la facilità, dell’acquisto; potendosi insieme osteggiar con la flotta.Ma a Sciacca l’annunzio dell’assedio non avea punto sbigottito i cittadini, capitanati dal lor pro Federigo d’Incisa[399], che si rallegraron anzi di tal destro a spiegare, innanzi la Sicilia tutta, la loro virtù; stamparon bastioni e fossi; rabberciaron mangani e altri ingegni; in tutti i modi apprestaronsi al combattere. Con pari ardore veniano i nemici; ingaggiandosi i capitani tra loro, a non levarsi di Sciacca che non l’avessero espugnato: perchè parea agevole; e vergognavano che in cinquanta dì dallo sbarco, non avesser ferito un sol colpo con avvantaggio. L’armata angioina fece vela da Termini; occupò, non si vede a qual fine, la picciola terra di Castellamare; e senz’altra fazione surse alla spiaggia di Sciacca. Cominciato dunque l’assedio di mezzo luglio, si combattea vivamente ogni dì; gli assedianti facean giocare lor macchine, davano spessi assalti: ed era nulla ai difenditori, confortati dalla vicinanza del re, venutosi a porre co’ suoi stanziali a Caltabellotta, discosto nove miglia da Sciacca. Mandovvi poi Simone Valguarnera, con dugento uomini d’arme e più numero di fanti: il quale entrato di notte, a randa a randa la spiaggia, tra le poste nemiche, aggiunse tal franchezza agli animi de’ cittadini, che molti duri colpi indi n’ebbero le genti collegate.Più atroce danno patirono dallo stare in maremma scoperta, sotto l’arsura del sollione, in faccia all’Affrica; onde furiosamente s’apprese nel campo la mortalità de’ cavalli, che allor travagliava molte parti d’Europa; e nacque anco una malattia che repente percotea gli uomini, e n’era a tale già il campo, da poter montare appena cinquecento cavalli. Federigo già ripensava alla vittoria del padre, allo scempiodelle formidabili schiere di Francia sotto Girona. Montaner, con pueril zelo, qui scrive che il conte degli Empuri, Ruggiero de Flor, Matteo di Termini e gli altri capitani, stigassero Federigo a dar dentro, e sdrucire quello scheletro di esercito; e ch’ei negasse di portare tal onta a casa di Francia. Il vero è, che volea lasciarlo struggere tuttavia dassè; e comandava l’adunata di tutte le milizie feudali e cittadinesche a Corleone, per condurle a sicura vittoria[400].Ma il Valois, come ciò intese, e vedea menomare di dì in dì le sue genti, parendogli vergognosa fuga se lasciato l’assedio si rimbarcasse, e inevitabil danno se aspettasse l’assalto delle nostre genti, pensò trarsen fuori con una pace; diffidando inoltre di Bonifazio, che l’avea frustrato nella speranza del governamento di Roma; e tardandogli di fornir bene o male l’impresa di Sicilia, sì che restasse libero a tentar acquisti per sè nell’impero di Oriente. Ristrettosi dunque con Roberto, che mal si piegava, come giovane e feroce, a lasciar sì bella parte del retaggio paterno, ricordavagli tutte le vicende della siciliana guerra; quant’oro, quanto sangue si fosse sparso senza poter mai ridurre quest’isola; e ch’or peggio dileguavansi le speranze, per essere stracco il reame di Napoli, esausto l’erario pontificio, caduta la riputazione di lor armi, e rinnalzata quella di Federigo, che saprebbe riassaltar le Calabrie, conturbare il regno, accender fuoco nell’Italia di sopra, col favor dei Ghibellini. Le quali parole non persuasero Roberto; ma il vinse la necessità dell’esercito, e l’autorità del Valois. Fors’anche era il caso assegnatoper la pace nelle dette istruzioni del re. E certamente, o in Napoli quando si deliberarono le istruzioni, o a Sciacca, quando si usarono, per assentir tal subito fine della guerra, tal inopinato esito de’ disegni della lega francese e guelfa, non solamente si risguardò alle condizioni dell’esercito, ma anco si conobbe troppo arduo partito il continuare l’impresa contro la Sicilia, pronta sempre a quella maniera di guerra, poco dispendiosa a lei, poco rischiosa; non così a’ collegati che avrebbero avuto a rifare altro esercito, armar altra flotta, adunar altri tesori, mentre gli elementi della lega, come alla lunga avviene, tendeano a disciogliersi. Deliberato dunque l’accordo, Carlo mandava Amerigo de Sus, e Teobaldo de Cippòio, oratori suoi, a Federigo, che s’era tirato indietro a Castronovo per mettere insieme le sue genti[401]. Federigo assentì il diciannove agosto i preliminari della pace, e che, ad ultimarla, venissero ad abboccamento con essolui Valois e Roberto; intanto si cessasse dalle armi.E il dì ventiquattro, tra Caltabellotta e Sciacca, in certe capanne di bifolchi, vennero, con cento cavalli ciascuno, Federigo e Carlo di Valois; favellaron soli gran pezza; poi fu chiamato Roberto[402]. Nè forse senza pianto si incontraron questa fiata Roberto e ’l siciliano re, per la perdita di Iolanda, amorevolissima ad entrambi, giovane, bella, di santi costumi, genio di pace tra lo sposo e ’l fratello; e morta sola a Termini, mentre stava l’uno allo assedio di Sciacca, l’altro pronto a piombargli addosso[403]. Non guari dopo, e in dolor pari, trapassò in Ispagna la regina Costanza, che nella pietà religiosa perdè quasi la carità di madre, non onorando nel testamento il suo gloriosoFederigo, perchè era percosso dagli anatemi di Roma[404]. Nell’abboccamento dei tre principi furon indi chiamati, dall’una parte Ruggier Loria, dall’altra Vinciguerra Palizzi, e poi più altri nobili e capitani. Trattarono alquanti dì; poco mutossi da’ preliminari: e fu fermata il ventinove agosto, giurata il trentuno la pace.Per la quale restava a Federigo la Sicilia con le isole attigue, da tenerla, finch’ei vivesse, da sovrano assoluto, independente da Napoli e dal papa, con titol di re dell’isola di Sicilia, o re di Trinacria, quel più fosse a grado a Carlo II. Darebbe costui la figliuola Eleonora, in moglie a Federigo: a lor prole si procaccerebbe il reame di Sardegna o di Cipro, o si pagherebber centomila once d’oro: e allor dovrebbero lasciar l’isola di Sicilia. Renderebbersi da Federigo le terre occupate di là dallo stretto; dagli Angioini quelle prese in Sicilia; e similmente, senza riscatto, il principe di Taranto, e da amendue le parti tutti gli altri prigioni: perdonerebbesi ai sudditi datisi al nemico; ma i feudatari perderebbero tutti feudi dal principe da cui si fossero ribellati. Da questo andarono eccettuati solamente, come avviene, i due più potenti, Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi; fatta ad essi abilità di tenere, il primo il castel d’Aci in Sicilia, l’altro Calanna, Motta di Mori, e Messa in Calabria. Sarebbero reintegrati, continuava il trattato, i beni ecclesiastici in Sicilia, allo stato innanti la rivoluzione dell’ottantadue. Il Valois si adoprerebbe a ottener la ratificazione di re Carlo e del papa[405].Fu questo il trattato di Caltabellotta, o, come il chiaman anco, di Castronovo, per esservisi fermati i preliminari.Molto onore n’ebbero per tutto il mondo re Federigo e la Sicilia. E in vero la nazione, dopo venti anni, usciva gloriosa e vincente da guerra sì disuguale; Federigo, contro tal soperchio di forze collegate, si mantenea la corona sul capo: nè all’una ed all’altro tornava minor lode, dall’aver condotto a tal estremo, in tre mesi, il Valois, Roberto,Loria, tant’oste, tal armata; e piegato a lor volontà il superbissimo Bonifazio. Nè si dica che non seppero i nostri usar la fortuna contro quel diradato esercito. Dovean essi negar bene una breve tregua, avvantaggiosa solo all’Angioino; era il contrario una pace, nella quale si asseguisse l’importanza di sgombrar via il nemico, e tener libera e tranquilla la Sicilia, foss’anco per pochi anni. Perchè gli Angioini, pur volti in fuga e sconfitti a Sciacca, tenendo molte cittadi e castella, avrebbero potuto continuare a lungo l’infestagione dell’isola; e la pace, ancorchè pregna de’ semi di nuova guerra, dava comodo a’ nostri a rassettar le entrate pubbliche, ordinar le milizie, ristorar le città, racchetare i baroni, prepararsi a ripigliar le armi, quando che fosse, freschi e gagliardi; mentre le forze de’ nemici, come collegate, menomar doveano di necessità col tempo, che muta interessi, occasioni, umori dei potentati. Donde niuno fu che non vedesse futile e vano, il patto del rendersi l’isola alla morte di Federigo; parole da salvar le apparenze: e ciò vuoi significare il Villani, chiamando questa una dissimulata pace; malcontento, come ogni altro guelfo, per la riputazione che ne perdea lor parte, la forza che crescea a’ Ghibellini, tenendosi la Sicilia da Federigo. Indi tutte le fazioni d’Italia, per contrari umori, diersi a lacerare il nome di Valois, motteggiando: esser venuto in Toscana a metter pace, in Sicilia a far guerra; e aver lasciato guerra in Toscana, vergognosa pace in Sicilia[406]. E meritò maggior biasimo, di baratteria contro la corte di Roma e casa d’Angiò e tutta lor amistade, per un altro accordo fermato in questo tempo con Federigo, che l’aiutasse d’uomini e navi alla impresa di Costantinopoli, e non fermasse pace altrimenti con l’imperadore Andronico Paleologo[407].Promulgata da Federigo, lo stesso dì ultimo d’agosto, l’importanza del trattato, senza dir de’ patti disfavorevoli, rivocossi il comando dell’adunamento in arme a Corleone; e si sciolse, dopo quarantatrè giorni, con somma gloria di Federigo d’Incisa e de’ cittadini, l’assedio di Sciacca: ma la pace de’ principi non tolse sì tosto la ruggine dagli altri animi: e terrazzani è soldati, scrive Speciale, mescolati vagavan ora per la città, ora per gli alloggiamenti, ma sospettosi e guardigni, per abitudine inveterata all’offendersi. In breve tempo si rimbarcò l’esercito francese per Catania: ebbe rinfreschi per ogni luogo: radendo le spiagge, n’ammiravano, massime i soldati gregari, l’amenità; e con la gaiezza e facilità di lor sangue a’ sentimenti generosi, ripentiansi dell’esser qui venuti a recare e riportar tante afflizioni. Intanto da Termini sciogliea per Napoli una galea, per nome l’Angiolina, col cadavere di Iolanda. Federigo, da Caltabellotta n’andò a Sutera, a liberare il principe di Taranto, tramutatovi, come in più sicuro luogo, alla passata del Valois; e tutti gli altri prigioni fe’ recare in Lentini, e reseli, insieme con Filippo, al duca di Calabria, venutovi da Catania. Quivi Roberto e Federigo, persimpatia di gioventù, di valore, e del comun cordoglio di Iolanda, strinsersi a tal dimestichezza, che come fratelli sollazzavansi, insieme; e dopo una caccia dormirono in un letto, come di que’ tempi si usava per dimostrazione d’amistà. Di Lentini stessa i legati pontifici sciogliean la Sicilia dalle scomuniche[408]. Andavano i principi insieme a Catania; dove Federigo perdonò largamente a’ cittadini; fece qualche dimora con essi, in segno di renduta grazia; e fuvvi sembianza di spegnersi odio assai più atroce, quando Ruggier Loria, per la prima volta dopo lo scoppio de’ loro sdegni nella reggia di Messina, gli s’inginocchiò dinanzi, a render omaggio per la signoria del castel d’Aci. S’erano sgombrati intanto da’ nemici gli altri luoghi di Sicilia; e apprestandosi lor gente a tornarsene in terra di Napoli, Loria fe’ vela con l’armata; i principi francesi, per tedio del mare, cavalcarono, permettendolo re Federigo, da Catania a Messina[409].E in Messina mostrossi anco tra le allegrezze della pace, quella virtù che s’era provata in durissimi incontri; perchè gli uomini son così fatti, che i grandi eccitamenti delle passioni pubbliche, li rendono a un medesimo tempo audaci nell’arme, pronti e accorti nei consigli, arguti e forti nelle parole, e generosi ne’ tratti, e in ogni cosa di gran lunga più dignitosi e alti che nel mediocre viver di prima. I nobili messinesi, in abbigliamenti di pace, si faceano incontro a’ principi; li conduceano a città; e sontuosamente albergavanli. Ma convitando Valois i primi della città, e tra questi Niccolò e Damiano Palizzi, che nel blocco di Roberto avean tenuto, l’un la città, l’altro il castello, Niccolò,chiamato a sè il minor fratello, ricordavagli quante fiate servì a tradigione l’allegria delle mense (nè Carlo di Valois era Catone); essere in quel ritrovo il fior della città; gli ospiti inimicissimi, fidanti nel favor del pontefice; l’occasione da tentar coscienze anco men larghe, perchè, presa d’un colpo di mano Messina, che sarebbe della Sicilia? e per tal acquisto qual peccato non si rimetterebbe? Perciò ammoniva il fratello che restasse nella rocca, e non s’arrendesse per quantunque caso atroce; non se vedesse lui medesimo tra’ nemici, con la testa sul ceppo, e ’l manigoldo levar in alto la scure. Damiano seguì il consiglio.Qui lo Speciale si fa a descrivere il convito, il desco ricoperto di bianchissimi lini, il vasellame d’oro e d’argento, i donzelli in eleganti abiti, pronti a un girar d’occhio dello scalco; e altri dar acqua alle mani, altri servir le vivande, girare i vini in tazze sfolgoranti di gemme; e somiglianti sfoggi di lusso, contro i quali ei si scaglia, lamentando che principi e cittadini, e fin que’ ch’avean fatto voto d’imitare la povertà di Cristo, con tai vanità desser fondo a loro sostanze. Ma dopo le prime imbandigioni, quando comincia il favellìo, sedendo Niccolò Palizzi tra Roberto e il Valois, costui domandavalo: nelle stretture estreme del blocco, quando vedeansi gli uomini cader dalla fame, e fallir anco quei lor cibi pestilenziali, qual mente fosse stata ne’ cittadini? E Niccolò, con un inchino: «Signor, gli disse, sia fatto degli uomini, sia influenza de’ Cieli, dal nome francese abborriam noi sì fieramente, che per serbare quest’odio nostro, consumato l’ultimo boccon delle carni de’ giumenti e de’ cani, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini; e ristrettici chi nel palagio, e chi nella rocca, fitto avrem fuoco alla città, per mostrar che non mancasse in Sicilia la tremenda virtù di Sagunto e Perugia!» Carlo, crollando il capo, si volse a Roberto: «Vedi chi son costoro! Ben siè fatta la pace!» Entro pochi dì valicarono in terraferma; e restò la Sicilia libera e gloriosa con Federigo[410].Mandava poi re Carlo la figliuola con un corteo nobilissimo a Messina; e quivi splendidamente si celebravan le nozze, di primavera del trecentotrè[411]. Già spariva ogni traccia della guerra, fuorchè la gloria e i guiderdoni: che n’ebbe Messina nuove franchige da collette qualunque, e giurisdizione su più vasto territorio[412]; Sciacca immunità dalle dogane[413]. Ma il più salutare tra’ provvedimenti fatti dopo questa pace, fu di sgombrar via i mercenari siciliani, calabresi, genovesi, spagnuoli, che, finita la guerra, s’eran gittati in masnade a infestar l’isola con ladronecci e violenze. Il più avventuroso tra’ lor condottieri, quel Ruggiero de Flor, che sdegnava tal poca rapina, e per la pace si vedea ricader tra l’ugne del gran maestro del Tempio, s’avvisò di portar quella feroce gente a’ soldi dell’imperator di Costantinopoli, contro i Turchi che duramente travagliavano l’impero. Gliel’assentì pronto Federigo, per torsi tal tristizia di casa; fornì loro navi, armi, vittuaglie, e ogni cosa necessaria: e sì andarono in Oriente; dove traendo a loro i mercenari degli Angioini, lor veri fratelli, e quanti altri rotti e feroci uomini v’erano nimici del viver civile sotto le leggi, fecero quel formidabil corpo, che si chiamò la Compagnia catalana o di Romania, segnalatissimo per valore, infame per fatti d’iniquità e di sangue, contro amici e nemici; nel quale videsi tra i principali condottieri il cronista Ramondo Montaner. Tal gente acquistòallora al re di Sicilia il titolo del ducato d’Atene e di Neopatria[414].Il papa fu l’ultimo ad assentire la pace. Venuto a lui il Valois, nel ripigliò con sì agre rampogne, che ’l Francese fu per metter mano alla spada[415]; esacerbato ancora dalla discordia accesa tra il papa e casa di Francia per la disciplina ecclesiastica, di che nacquer pochi anni appresso la scomunica di Filippo, la presura di Bonifazio ad Anagni, e ’l disperato morir suo. Forse per cagion di queste contese, s’ammorzò alquanto la superbia di Bonifazio contro Federigo; e benignamente scriveagli: non poter ammettere senza disonor della Chiesa l’accordo com’era, ma si accomoderebbe; egli intanto preveniva Federigo nelle vie della pace; il ribenediva; non ricusava la dispensagione per le nozze con Eleonora; del resto mandava in Sicilia, a riformare i patti, i vescovi di Salerno e Bologna, con Giacomo di Pisa famigliar suo. E ’l re di Sicilia, che incominciava a gustar le delizie del viver tranquillo, piegossi a riconoscere per oratori la feudal signoria di Roma, disdetta chiaro abbastanza nel trattato di Caltabellotta, ed or voluta senza remissione da Bonifazio. Mandò dunque a corte di Roma il conte Ugone degli Empuri, Federigo d’Incisa, e Bartolomeo dell’Isola, promettendo e ’l giuramento ligio, e ’l censo di tremila once d’oro all’anno, e il servigio di cento lance, o vogliam dire trecento cavalli; imitazione de’ patti a’ quali Clemente aveadato al conte d’Angiò i reami rapiti a Manfredi e a Corradino. Ebbe Federigo il titolo di re di Trinacria; promesse a corte di Roma la comodità di trarre grani dall’isola, e l’ampia redintegrazione de’ beni ecclesiastici. Nel qual modo, peggiorato per maneggi l’accordo che onorevole s’era fatto con le armi in pugno, Bonifazio l’approvò per costituzion pontificia del dì ventuno maggio milletrecentotrè, col voto del sacro collegio, dissentendo un sol cardinale[416].Fu questo fatto di Federigo, illegittimo e non obbligatorio per la Sicilia, sì per virtù dei primitivi dritti di lei, e sì per la espressa e fondamentale legge del milledugentonovantasei, che vietava qualunque atto di politica esteriore senza assentimento della nazione. Perchè non abbiamo, nè sappiamo essersi allegato giammai, documento di tal approvazione nè alla pace di Caltabellotta, nè alle riforme di Roma. Ma resta in dubbio se Federigo lasciar volle quest’appicco a disdir quando che fosse e ’l trattato e l’omaggio al papa, o se, mutando il sostegno dell’amor dei popoli con la federazione de’ potentati, si contentò meglio del magro accordo, che della gloriosa resistenza; e prese a violar le sue medesime leggi, come prima il potè senza pericolo. Certo egli è dall’un canto, che Federigo non pagò giammai censo a Roma[417]; che non mandò le milizie; ch’indi a pochi anni ruppe nuovamente la guerra; che ripigliato l’antico titol di re di Sicilia, mandò in un fascio e trattato e papal costituzione[418]; che infine fe’ riconoscere dal parlamento la successione di Pietro II, onde il legal voto della nazione dileguò del tutto i vestigi di tali vergogne, se alcuno ne potea lasciare il fatto delsolo Federigo contrario alle leggi. Dall’altro canto è da considerare, che la guerra l’avea stracco; che puzzavagli la licenza dei baroni e de’ soldati mercenari; che gl’increscean forse gli stretti limiti della costituzione del novantasei; e sopra ogni altro, ch’ei non fu sì grande come il presenta la istoria, che mal serba misura nel biasimo o nella lode. Ebbe Federigo animo gentile, affabile, adorno dalle lettere, dato agli amori, pieghevole alle amistà, ma troppo, sì che reggeasi a consigli di favoriti: e ne nacque il turbolento patteggiar della sua corte, che ’l portò ad estremo pericolo con la ribellione di Ruggier Loria, e posate le armi di fuori, accese in Sicilia le dissenzioni civili. Nei maneggi di stato non fu molto accorto o magnanimo, nè coraggio politico ebbe, al paro che ’l soldatesco, questo principe, che nel novantacinque si lasciò raggirar da Bonifazio, e per poco non tradì i Siciliani, nè spegner seppe, nè accarezzare i suoi baroni; e dopo questa pace, ripigliando le armi al tempo dell’imperadore Arrigo di Luxembourg, troppo osò, poco mantenne; meritò nota, ancorchè troppo severa, di avarizia e viltà, da quel Dante ch’a lui s’era volto, come all’erede del grande animo di re Pietro. Tal sembra, su i più certi riscontri istorici, Federigo, lodato a cielo da Speciale suo ministro, da Montaner soldato di ventura catalano, e ammirato dalle età seguenti, perchè a lui si è dato quanto oprarono ne’ primordi del suo regno i Siciliani, esaltati ad eroiche virtù dalla rivoluzione del vespro. Ma s’ei non levossi con la sua mente all’altezza di gran capitano o uom di stato, avrà sempre una splendida pagina nelle istorie siciliane, come franco e schietto, costante nelle avversità, solerte in guerra, prode in battaglia, vigilante nel civil governo, umano co’ sudditi, degnissimo di fama per le generose leggi politiche che ne restano col suo nome, le quali s’einon dettò, ebbe prudenza certo e magnanimità da assentirle[419].

Carlo di Valois a Firenze, indi in Sicilia. Deboli effetti delle sue armi. Assedio di Sciacca. Postura e disposizioni di Federigo. L’esercito nemico si consuma sotto Sciacca. Proposte di pace e preliminari di Caltavuturo; abboccamento tra i principi; trattato di Caltabellotta. Esecuzione di quello. Convito del Valois a Messina. Riforma de’ capitoli della pace, per voler di Bonifazio. Federigo, rimaso re di Trinacria, sposa Eleonora figlia di re Carlo. Principi della Compagnia di Romania.—Settembre 1301, alla primavera del 1303.

L’ultima prova di Bonifazio fu di chiamar altre armi straniere. Voleva a un tempo soggiogar l’isola e rendere in terraferma d’Italia la riputazione a parte guelfa, abbassata in qualche provincia, rimasa in Toscana a primeggiar nel solo nome, per esser nata la divisione dei Neri e Bianchi; gli uni immansueti dal troppo favor del papa, gli altri mal celanti l’umor ghibellino. Perciò Bonifazio, che dopo la sconfitta del principe di Taranto s’era nuovamente rivolto ad implorare aiuti dalla casa di Francia, e vi avea mandato oratori suoi e di re Carlo[379], quando vide la Sicilia sempre più indomabile, e spregiarsi da’ Bianchi di Toscana e legati e scomuniche[380], prese a sollecitare più caldamente Roberto conte d’Artois, che ritornasse in Italia con forze, dandogli a ciò per tre anni le decime ecclesiastiche di sue possessioni, e i danari di mal tolto[381]; e maggiore assegnamento fece su Carlo di Valois, educato da fanciullo dalla romana corte a regie ambizioni. Costui, dopo il baratto, che si narrò, del titolo di re di Aragona con una figliuola di Carlo secondo e la contea d’Angiò in dote, si rese chiaro in arme nelle guerre d’oltremonti; e mortagli appena lamoglie, pensò ritentar la via del trono, chiedendo la Caterina di Courtenay, pretendente all’impero greco, offerta una volta a Federigo, poi solennemente promessa innanzi tutta la corte di Francia a Giacomo, figlio del re di Maiorca, ch’indi a poco si fece de’ frati minori, non sappiamo se per vocazione, o per dispetto dei disegni politici di Filippo e di papa Bonifazio che attraversassero il matrimonio[382]. Il papa adesso allettava Carlo di Valois con profferta di stipendio, comando d’eserciti, uficio di senator di Roma, e altre dignità: gli promettea Caterina, quand’egli muovesse alla guerra contro Federigo; e chiaramente scrivea a’ vescovi di Vicenda, Amiens e Auxerre che accordassero la dispensa, vedendo preparata l’impresa entro un dato termine, che più volte fu prorogato[383]: gli facea sperare il Conquisto dell’impero d’Oriente, con le medesime armi con cui combatterebbe in Sicilia: e parlò ancora d’elezione all’impero occidentale. A questi sogni aggiunse la realtà delle decime ecclesiastiche in Francia, Italia, isole del Mediterraneo, principato d’Acaia, ducato d’Atene, e fin d’Inghilterra; e la metà de crediti della corte di Roma per decimesu le chiese di Francia. Con tali sussidi assolderebbe il Valois cinquemila cavalli, per condurli in Italia. Il papa esortò Filippo il Bello e ’l clero di Francia a favorir l’impresa; prolungò a questo medesimo fine la tregua, che procacciato avea tra Filippo e ’l re d’Inghilterra[384].

Per tal modo, di settembre milletrecentouno, Carlo di Valois trovossi a corte del papa in Anagni, con re Carlo e’ figliuoli; e fu chiamato capitan generale in tutti gli stati ecclesiastici, e rettore di Romagna, Marca d’Ancona, ducato di Spoleto e altre province, con larga autorità negli affari temporali[385]. Non mancaron frasi a Bonifazio per mandarlo in Toscana, con titolo di conservator della pace, e vero uficio di tradimento e di violenza: cominciando la bolla con parlare de’ Magi, di Salomone, della saviezza, della pace; ed esagerando i disordini, gli scandali, la disubbidienza, e anche la ingratitudine de’ popoli di Toscana alle paterne cure del pontefice, che volea mantenervi la pace, e n’avea dritto, com’era noto ad ognuno, massime nella vacanza dell’impero[386]. Si stabilì in questiconsigli d’Anagni, che differita a primavera la guerra di Sicilia, svernasse il Valois in Toscana. Ito dunque di novembre a Firenze, ei fe’ quanto vollero i Guelfi; cacciò i Bianchi, e tra essi quel sovran poeta, che stampava d’obbrobrio, fino alla consumazione de’ secoli della presente civiltà, il nome del falso principe senza terreno. Resa tal tranquillità alla Toscana, tutta la benignità si rivolse alla Sicilia. Si rividero a Roma di marzo del trecentodue quei medesimi principi; ove Carlo II e Roberto prometteano al Valois d’aiutarlo all’impresa di Costantinopoli, ne’ termini fermati tra Carlo I e Baldovino, e di non far pace con Andronico Paleologo[387]. Allor mosse il Valois alla volta di Napoli, nel mese d’aprile. Alle armi preparate il papa aggiunse nuove scomuniche contro Federigo; la piena autorità del vescovo di Salerno legato pontificio[388]; l’assoluzion de’ peccati, come in crociata di Terrasanta, a tutti coloro che morissero ne’ combattimenti di Sicilia, o combattessero fino alla compiuta vittoria[389]. I soldati del Valois ebbon guarentigia da Carlo II, che venendo a morte nel territorio del regno, non si toccherebbero i loro beni, com’era voce che usasse la corte di Napoli verso gli stranieri; ma si disdicea e si chiamava aggravio ed abuso[390]. Al medesimo tempo il re creava Carlo di Valois suo capitan generale nell’isola di Sicilia[391]; gli conferiva pien potere di render la grazia regia a que’ ribelli; di redintegrarli in tutte le facoltà, dignità, onori; di conceder feudi;perdonare a’ rei di misfatti privati, ai ladri del danaro pubblico; assolvere i debiti de’ comuni e degl’individui: largamente spaziandosi nelle lodi della propria clemenza verso quel popolo, che a punirlo secondo suoi meriti, avrebbe potuto spegnerlo di fame e di ferro, e diroccare le sue case[392]. Finalmente prevedendo l’esito di tanto romore; e poco fidandosi agli auguri di gloria trionfante, con cui principiava le sue lettere al Valois, diegli di poter fermare la pace con Federigo d’Aragona, entro alcuni termini che non sappiamo; e anco promesse ch’ei non la farebbe senza saputa del Valois[393]. In Napoli eran pronti, con le bandiere apostoliche, un’armata di più di cento legni grossi, torme numerose di cavalli, Roberto e Ramondo Berengario, figliuoli di re Carlo, baroni francesi moltissimi. Ed era il quinto o sesto formidabile sforzo, che i medesimi potentati, con gli stessi mezzi, movean contro Sicilia, contandosi già l’anno ventesimo della guerra del vespro[394].

L’avea affrettato Roberto, il quale, appena sottoscritta la tregua con Federigo, adunava in parlamento a Catania i capitani dell’oste, col cardinal Ghepardo e’ Siciliani di sua parte; e facea vanti in iscusa de’ non lieti successi della guerra: tornerebbe immantinenti con forze potentissime; lasciar intanto in Catania, vicario il pro Guglielmo Palotta, e pegni dell’amor suo la Iolanda e Lodovico, dalei partoritogli poc’anzi in Catania. A Napoli l’accolser gioiosamente, come per vittorie, il re, gli ottimati, la plebe; ma stringendosi a consiglio, con parlare men gonfio, ei mostrava la necessità di nuovi sforzi estremi. I Siciliani allo incontro, ammaestrati dalle due sconfitte navali, e non potendo adunare un giusto esercito nell’isola occupata da varie bande, s’apprestavano a rifar guerra gurrriata. Coosigliavali ancora la sperienza del primo passaggio di Giacomo, fors’anco della guerra di Catalogna pell’ottantacinque, de’ prodigi che operan poche bande agguerrite e risolute, in regioni montuose, tra siti forti, e universal simpatia de’ popoli, che a te fornisce, toglie al nemico tutti i comodi della guerra, e finisce sempre con vittoria su la superbia soldatesca degli stranieri. Con tali disegni, Federigo girava per l’isola; sopravvedea le castella; iva esortando e infiammando le popolazioni delle città, che assaltate dal nemico, tenesser fermo, e non fallirebbe il re d’aiutarle; chiamate all’oste, pronte corressero. Spirata la tregua, Federigo nel cuor del verno, espugnò Aidone; Manfredi Chiaramonte gli racquistò Ragusa e con maggiore costanza per ogni luogo si ripigliavan le armi[395].

L’oste de’ collegati, per disegno di Ruggier Loria, si drizzò contro val di Mazzara, prova mal tornata al principe di Taranto; ma parve da ritentar il paese, abbondante, fin allora queto, piano, agevole a’ cavalli. Approdano dunque in sull’uscir di maggio a Termini, città a ventiquattro miglia dalla capitale; e se ne insignoriscono alla prima perchè il popolo non fece difesa, ascoltando un Simone Alderisio, traditore o codardo. S’accampò ne’ dintorni, questo, dicono i nostri scrittori, innumerevole esercito[396], sì mal ordinato, che in certe feste, rissatisi tra loro Francesied Italeani, ne rimaser morti duemila[397]; e fu mestieri appettar di Puglia un sussidio di ventidue navi di grano, perchè si potesse muovere il pie’ dagli alloggiamenti. Ma spargendosi per lo paese, altro acquisto non riportaron che di greggi e rustiche prede; perchè Federigo avea munito ottimamente ogni luogo; era venuto ei medesimo a porsi a Polizzi, non molto discosto da Termini, con provvedigione da durar tutto assedio. Perciò, andati i nimici a Caccamo, ne tornaron col peggio; per la fortezza del luogo e la virtù di Giovanni Chiaramonte. Voltisi a Polizzi, e mandato a sfidar il re, presentando battaglia nella pianura, n’ebbero accorta risposta: che aspettassero, e sì a tempo il vedrebbero. Non osando assediarlo in Polizzi, e volendo insignorirsi della città più importante nel gruppo dei monti occidentali dell’isola, mutarono il campo a Corleone. Ma prevennerli i nostri sì accortamente, che una man di cavalli, sotto Ugone degli Empuri e Berengario degli Intensi, era entrata già in Corleone quando mostrossi l’oste angioina; eran pronte le armi, i cittadini sulle bastite: e ricordavansi essere stati in tutta l’isola i primi a seguire il movimento del vespro di Palermo. Con questo animo, schiudono una porta al nemico movente all’assalto; entrato, lo tagliano a pezzi; nella quale zuffa il fratello del duca Bramante, mentre confortava i suoi alla carica, sul limitare della porta, fu morto d’un sasso scagliatogli da una donna. Dopo diciotto giorni d’asseto, con onta e perdita Valois si ritrasse[398].

E non guardate pur da lungi Palermo, Trapani, Mazzara, trapassò alla costiera meridionale dell’isola; e pose il campo a Sciacca, non per la importanza, ma per la facilità, dell’acquisto; potendosi insieme osteggiar con la flotta.Ma a Sciacca l’annunzio dell’assedio non avea punto sbigottito i cittadini, capitanati dal lor pro Federigo d’Incisa[399], che si rallegraron anzi di tal destro a spiegare, innanzi la Sicilia tutta, la loro virtù; stamparon bastioni e fossi; rabberciaron mangani e altri ingegni; in tutti i modi apprestaronsi al combattere. Con pari ardore veniano i nemici; ingaggiandosi i capitani tra loro, a non levarsi di Sciacca che non l’avessero espugnato: perchè parea agevole; e vergognavano che in cinquanta dì dallo sbarco, non avesser ferito un sol colpo con avvantaggio. L’armata angioina fece vela da Termini; occupò, non si vede a qual fine, la picciola terra di Castellamare; e senz’altra fazione surse alla spiaggia di Sciacca. Cominciato dunque l’assedio di mezzo luglio, si combattea vivamente ogni dì; gli assedianti facean giocare lor macchine, davano spessi assalti: ed era nulla ai difenditori, confortati dalla vicinanza del re, venutosi a porre co’ suoi stanziali a Caltabellotta, discosto nove miglia da Sciacca. Mandovvi poi Simone Valguarnera, con dugento uomini d’arme e più numero di fanti: il quale entrato di notte, a randa a randa la spiaggia, tra le poste nemiche, aggiunse tal franchezza agli animi de’ cittadini, che molti duri colpi indi n’ebbero le genti collegate.

Più atroce danno patirono dallo stare in maremma scoperta, sotto l’arsura del sollione, in faccia all’Affrica; onde furiosamente s’apprese nel campo la mortalità de’ cavalli, che allor travagliava molte parti d’Europa; e nacque anco una malattia che repente percotea gli uomini, e n’era a tale già il campo, da poter montare appena cinquecento cavalli. Federigo già ripensava alla vittoria del padre, allo scempiodelle formidabili schiere di Francia sotto Girona. Montaner, con pueril zelo, qui scrive che il conte degli Empuri, Ruggiero de Flor, Matteo di Termini e gli altri capitani, stigassero Federigo a dar dentro, e sdrucire quello scheletro di esercito; e ch’ei negasse di portare tal onta a casa di Francia. Il vero è, che volea lasciarlo struggere tuttavia dassè; e comandava l’adunata di tutte le milizie feudali e cittadinesche a Corleone, per condurle a sicura vittoria[400].

Ma il Valois, come ciò intese, e vedea menomare di dì in dì le sue genti, parendogli vergognosa fuga se lasciato l’assedio si rimbarcasse, e inevitabil danno se aspettasse l’assalto delle nostre genti, pensò trarsen fuori con una pace; diffidando inoltre di Bonifazio, che l’avea frustrato nella speranza del governamento di Roma; e tardandogli di fornir bene o male l’impresa di Sicilia, sì che restasse libero a tentar acquisti per sè nell’impero di Oriente. Ristrettosi dunque con Roberto, che mal si piegava, come giovane e feroce, a lasciar sì bella parte del retaggio paterno, ricordavagli tutte le vicende della siciliana guerra; quant’oro, quanto sangue si fosse sparso senza poter mai ridurre quest’isola; e ch’or peggio dileguavansi le speranze, per essere stracco il reame di Napoli, esausto l’erario pontificio, caduta la riputazione di lor armi, e rinnalzata quella di Federigo, che saprebbe riassaltar le Calabrie, conturbare il regno, accender fuoco nell’Italia di sopra, col favor dei Ghibellini. Le quali parole non persuasero Roberto; ma il vinse la necessità dell’esercito, e l’autorità del Valois. Fors’anche era il caso assegnatoper la pace nelle dette istruzioni del re. E certamente, o in Napoli quando si deliberarono le istruzioni, o a Sciacca, quando si usarono, per assentir tal subito fine della guerra, tal inopinato esito de’ disegni della lega francese e guelfa, non solamente si risguardò alle condizioni dell’esercito, ma anco si conobbe troppo arduo partito il continuare l’impresa contro la Sicilia, pronta sempre a quella maniera di guerra, poco dispendiosa a lei, poco rischiosa; non così a’ collegati che avrebbero avuto a rifare altro esercito, armar altra flotta, adunar altri tesori, mentre gli elementi della lega, come alla lunga avviene, tendeano a disciogliersi. Deliberato dunque l’accordo, Carlo mandava Amerigo de Sus, e Teobaldo de Cippòio, oratori suoi, a Federigo, che s’era tirato indietro a Castronovo per mettere insieme le sue genti[401]. Federigo assentì il diciannove agosto i preliminari della pace, e che, ad ultimarla, venissero ad abboccamento con essolui Valois e Roberto; intanto si cessasse dalle armi.

E il dì ventiquattro, tra Caltabellotta e Sciacca, in certe capanne di bifolchi, vennero, con cento cavalli ciascuno, Federigo e Carlo di Valois; favellaron soli gran pezza; poi fu chiamato Roberto[402]. Nè forse senza pianto si incontraron questa fiata Roberto e ’l siciliano re, per la perdita di Iolanda, amorevolissima ad entrambi, giovane, bella, di santi costumi, genio di pace tra lo sposo e ’l fratello; e morta sola a Termini, mentre stava l’uno allo assedio di Sciacca, l’altro pronto a piombargli addosso[403]. Non guari dopo, e in dolor pari, trapassò in Ispagna la regina Costanza, che nella pietà religiosa perdè quasi la carità di madre, non onorando nel testamento il suo gloriosoFederigo, perchè era percosso dagli anatemi di Roma[404]. Nell’abboccamento dei tre principi furon indi chiamati, dall’una parte Ruggier Loria, dall’altra Vinciguerra Palizzi, e poi più altri nobili e capitani. Trattarono alquanti dì; poco mutossi da’ preliminari: e fu fermata il ventinove agosto, giurata il trentuno la pace.

Per la quale restava a Federigo la Sicilia con le isole attigue, da tenerla, finch’ei vivesse, da sovrano assoluto, independente da Napoli e dal papa, con titol di re dell’isola di Sicilia, o re di Trinacria, quel più fosse a grado a Carlo II. Darebbe costui la figliuola Eleonora, in moglie a Federigo: a lor prole si procaccerebbe il reame di Sardegna o di Cipro, o si pagherebber centomila once d’oro: e allor dovrebbero lasciar l’isola di Sicilia. Renderebbersi da Federigo le terre occupate di là dallo stretto; dagli Angioini quelle prese in Sicilia; e similmente, senza riscatto, il principe di Taranto, e da amendue le parti tutti gli altri prigioni: perdonerebbesi ai sudditi datisi al nemico; ma i feudatari perderebbero tutti feudi dal principe da cui si fossero ribellati. Da questo andarono eccettuati solamente, come avviene, i due più potenti, Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi; fatta ad essi abilità di tenere, il primo il castel d’Aci in Sicilia, l’altro Calanna, Motta di Mori, e Messa in Calabria. Sarebbero reintegrati, continuava il trattato, i beni ecclesiastici in Sicilia, allo stato innanti la rivoluzione dell’ottantadue. Il Valois si adoprerebbe a ottener la ratificazione di re Carlo e del papa[405].Fu questo il trattato di Caltabellotta, o, come il chiaman anco, di Castronovo, per esservisi fermati i preliminari.Molto onore n’ebbero per tutto il mondo re Federigo e la Sicilia. E in vero la nazione, dopo venti anni, usciva gloriosa e vincente da guerra sì disuguale; Federigo, contro tal soperchio di forze collegate, si mantenea la corona sul capo: nè all’una ed all’altro tornava minor lode, dall’aver condotto a tal estremo, in tre mesi, il Valois, Roberto,Loria, tant’oste, tal armata; e piegato a lor volontà il superbissimo Bonifazio. Nè si dica che non seppero i nostri usar la fortuna contro quel diradato esercito. Dovean essi negar bene una breve tregua, avvantaggiosa solo all’Angioino; era il contrario una pace, nella quale si asseguisse l’importanza di sgombrar via il nemico, e tener libera e tranquilla la Sicilia, foss’anco per pochi anni. Perchè gli Angioini, pur volti in fuga e sconfitti a Sciacca, tenendo molte cittadi e castella, avrebbero potuto continuare a lungo l’infestagione dell’isola; e la pace, ancorchè pregna de’ semi di nuova guerra, dava comodo a’ nostri a rassettar le entrate pubbliche, ordinar le milizie, ristorar le città, racchetare i baroni, prepararsi a ripigliar le armi, quando che fosse, freschi e gagliardi; mentre le forze de’ nemici, come collegate, menomar doveano di necessità col tempo, che muta interessi, occasioni, umori dei potentati. Donde niuno fu che non vedesse futile e vano, il patto del rendersi l’isola alla morte di Federigo; parole da salvar le apparenze: e ciò vuoi significare il Villani, chiamando questa una dissimulata pace; malcontento, come ogni altro guelfo, per la riputazione che ne perdea lor parte, la forza che crescea a’ Ghibellini, tenendosi la Sicilia da Federigo. Indi tutte le fazioni d’Italia, per contrari umori, diersi a lacerare il nome di Valois, motteggiando: esser venuto in Toscana a metter pace, in Sicilia a far guerra; e aver lasciato guerra in Toscana, vergognosa pace in Sicilia[406]. E meritò maggior biasimo, di baratteria contro la corte di Roma e casa d’Angiò e tutta lor amistade, per un altro accordo fermato in questo tempo con Federigo, che l’aiutasse d’uomini e navi alla impresa di Costantinopoli, e non fermasse pace altrimenti con l’imperadore Andronico Paleologo[407].Promulgata da Federigo, lo stesso dì ultimo d’agosto, l’importanza del trattato, senza dir de’ patti disfavorevoli, rivocossi il comando dell’adunamento in arme a Corleone; e si sciolse, dopo quarantatrè giorni, con somma gloria di Federigo d’Incisa e de’ cittadini, l’assedio di Sciacca: ma la pace de’ principi non tolse sì tosto la ruggine dagli altri animi: e terrazzani è soldati, scrive Speciale, mescolati vagavan ora per la città, ora per gli alloggiamenti, ma sospettosi e guardigni, per abitudine inveterata all’offendersi. In breve tempo si rimbarcò l’esercito francese per Catania: ebbe rinfreschi per ogni luogo: radendo le spiagge, n’ammiravano, massime i soldati gregari, l’amenità; e con la gaiezza e facilità di lor sangue a’ sentimenti generosi, ripentiansi dell’esser qui venuti a recare e riportar tante afflizioni. Intanto da Termini sciogliea per Napoli una galea, per nome l’Angiolina, col cadavere di Iolanda. Federigo, da Caltabellotta n’andò a Sutera, a liberare il principe di Taranto, tramutatovi, come in più sicuro luogo, alla passata del Valois; e tutti gli altri prigioni fe’ recare in Lentini, e reseli, insieme con Filippo, al duca di Calabria, venutovi da Catania. Quivi Roberto e Federigo, persimpatia di gioventù, di valore, e del comun cordoglio di Iolanda, strinsersi a tal dimestichezza, che come fratelli sollazzavansi, insieme; e dopo una caccia dormirono in un letto, come di que’ tempi si usava per dimostrazione d’amistà. Di Lentini stessa i legati pontifici sciogliean la Sicilia dalle scomuniche[408]. Andavano i principi insieme a Catania; dove Federigo perdonò largamente a’ cittadini; fece qualche dimora con essi, in segno di renduta grazia; e fuvvi sembianza di spegnersi odio assai più atroce, quando Ruggier Loria, per la prima volta dopo lo scoppio de’ loro sdegni nella reggia di Messina, gli s’inginocchiò dinanzi, a render omaggio per la signoria del castel d’Aci. S’erano sgombrati intanto da’ nemici gli altri luoghi di Sicilia; e apprestandosi lor gente a tornarsene in terra di Napoli, Loria fe’ vela con l’armata; i principi francesi, per tedio del mare, cavalcarono, permettendolo re Federigo, da Catania a Messina[409].

E in Messina mostrossi anco tra le allegrezze della pace, quella virtù che s’era provata in durissimi incontri; perchè gli uomini son così fatti, che i grandi eccitamenti delle passioni pubbliche, li rendono a un medesimo tempo audaci nell’arme, pronti e accorti nei consigli, arguti e forti nelle parole, e generosi ne’ tratti, e in ogni cosa di gran lunga più dignitosi e alti che nel mediocre viver di prima. I nobili messinesi, in abbigliamenti di pace, si faceano incontro a’ principi; li conduceano a città; e sontuosamente albergavanli. Ma convitando Valois i primi della città, e tra questi Niccolò e Damiano Palizzi, che nel blocco di Roberto avean tenuto, l’un la città, l’altro il castello, Niccolò,chiamato a sè il minor fratello, ricordavagli quante fiate servì a tradigione l’allegria delle mense (nè Carlo di Valois era Catone); essere in quel ritrovo il fior della città; gli ospiti inimicissimi, fidanti nel favor del pontefice; l’occasione da tentar coscienze anco men larghe, perchè, presa d’un colpo di mano Messina, che sarebbe della Sicilia? e per tal acquisto qual peccato non si rimetterebbe? Perciò ammoniva il fratello che restasse nella rocca, e non s’arrendesse per quantunque caso atroce; non se vedesse lui medesimo tra’ nemici, con la testa sul ceppo, e ’l manigoldo levar in alto la scure. Damiano seguì il consiglio.

Qui lo Speciale si fa a descrivere il convito, il desco ricoperto di bianchissimi lini, il vasellame d’oro e d’argento, i donzelli in eleganti abiti, pronti a un girar d’occhio dello scalco; e altri dar acqua alle mani, altri servir le vivande, girare i vini in tazze sfolgoranti di gemme; e somiglianti sfoggi di lusso, contro i quali ei si scaglia, lamentando che principi e cittadini, e fin que’ ch’avean fatto voto d’imitare la povertà di Cristo, con tai vanità desser fondo a loro sostanze. Ma dopo le prime imbandigioni, quando comincia il favellìo, sedendo Niccolò Palizzi tra Roberto e il Valois, costui domandavalo: nelle stretture estreme del blocco, quando vedeansi gli uomini cader dalla fame, e fallir anco quei lor cibi pestilenziali, qual mente fosse stata ne’ cittadini? E Niccolò, con un inchino: «Signor, gli disse, sia fatto degli uomini, sia influenza de’ Cieli, dal nome francese abborriam noi sì fieramente, che per serbare quest’odio nostro, consumato l’ultimo boccon delle carni de’ giumenti e de’ cani, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini; e ristrettici chi nel palagio, e chi nella rocca, fitto avrem fuoco alla città, per mostrar che non mancasse in Sicilia la tremenda virtù di Sagunto e Perugia!» Carlo, crollando il capo, si volse a Roberto: «Vedi chi son costoro! Ben siè fatta la pace!» Entro pochi dì valicarono in terraferma; e restò la Sicilia libera e gloriosa con Federigo[410].

Mandava poi re Carlo la figliuola con un corteo nobilissimo a Messina; e quivi splendidamente si celebravan le nozze, di primavera del trecentotrè[411]. Già spariva ogni traccia della guerra, fuorchè la gloria e i guiderdoni: che n’ebbe Messina nuove franchige da collette qualunque, e giurisdizione su più vasto territorio[412]; Sciacca immunità dalle dogane[413]. Ma il più salutare tra’ provvedimenti fatti dopo questa pace, fu di sgombrar via i mercenari siciliani, calabresi, genovesi, spagnuoli, che, finita la guerra, s’eran gittati in masnade a infestar l’isola con ladronecci e violenze. Il più avventuroso tra’ lor condottieri, quel Ruggiero de Flor, che sdegnava tal poca rapina, e per la pace si vedea ricader tra l’ugne del gran maestro del Tempio, s’avvisò di portar quella feroce gente a’ soldi dell’imperator di Costantinopoli, contro i Turchi che duramente travagliavano l’impero. Gliel’assentì pronto Federigo, per torsi tal tristizia di casa; fornì loro navi, armi, vittuaglie, e ogni cosa necessaria: e sì andarono in Oriente; dove traendo a loro i mercenari degli Angioini, lor veri fratelli, e quanti altri rotti e feroci uomini v’erano nimici del viver civile sotto le leggi, fecero quel formidabil corpo, che si chiamò la Compagnia catalana o di Romania, segnalatissimo per valore, infame per fatti d’iniquità e di sangue, contro amici e nemici; nel quale videsi tra i principali condottieri il cronista Ramondo Montaner. Tal gente acquistòallora al re di Sicilia il titolo del ducato d’Atene e di Neopatria[414].

Il papa fu l’ultimo ad assentire la pace. Venuto a lui il Valois, nel ripigliò con sì agre rampogne, che ’l Francese fu per metter mano alla spada[415]; esacerbato ancora dalla discordia accesa tra il papa e casa di Francia per la disciplina ecclesiastica, di che nacquer pochi anni appresso la scomunica di Filippo, la presura di Bonifazio ad Anagni, e ’l disperato morir suo. Forse per cagion di queste contese, s’ammorzò alquanto la superbia di Bonifazio contro Federigo; e benignamente scriveagli: non poter ammettere senza disonor della Chiesa l’accordo com’era, ma si accomoderebbe; egli intanto preveniva Federigo nelle vie della pace; il ribenediva; non ricusava la dispensagione per le nozze con Eleonora; del resto mandava in Sicilia, a riformare i patti, i vescovi di Salerno e Bologna, con Giacomo di Pisa famigliar suo. E ’l re di Sicilia, che incominciava a gustar le delizie del viver tranquillo, piegossi a riconoscere per oratori la feudal signoria di Roma, disdetta chiaro abbastanza nel trattato di Caltabellotta, ed or voluta senza remissione da Bonifazio. Mandò dunque a corte di Roma il conte Ugone degli Empuri, Federigo d’Incisa, e Bartolomeo dell’Isola, promettendo e ’l giuramento ligio, e ’l censo di tremila once d’oro all’anno, e il servigio di cento lance, o vogliam dire trecento cavalli; imitazione de’ patti a’ quali Clemente aveadato al conte d’Angiò i reami rapiti a Manfredi e a Corradino. Ebbe Federigo il titolo di re di Trinacria; promesse a corte di Roma la comodità di trarre grani dall’isola, e l’ampia redintegrazione de’ beni ecclesiastici. Nel qual modo, peggiorato per maneggi l’accordo che onorevole s’era fatto con le armi in pugno, Bonifazio l’approvò per costituzion pontificia del dì ventuno maggio milletrecentotrè, col voto del sacro collegio, dissentendo un sol cardinale[416].

Fu questo fatto di Federigo, illegittimo e non obbligatorio per la Sicilia, sì per virtù dei primitivi dritti di lei, e sì per la espressa e fondamentale legge del milledugentonovantasei, che vietava qualunque atto di politica esteriore senza assentimento della nazione. Perchè non abbiamo, nè sappiamo essersi allegato giammai, documento di tal approvazione nè alla pace di Caltabellotta, nè alle riforme di Roma. Ma resta in dubbio se Federigo lasciar volle quest’appicco a disdir quando che fosse e ’l trattato e l’omaggio al papa, o se, mutando il sostegno dell’amor dei popoli con la federazione de’ potentati, si contentò meglio del magro accordo, che della gloriosa resistenza; e prese a violar le sue medesime leggi, come prima il potè senza pericolo. Certo egli è dall’un canto, che Federigo non pagò giammai censo a Roma[417]; che non mandò le milizie; ch’indi a pochi anni ruppe nuovamente la guerra; che ripigliato l’antico titol di re di Sicilia, mandò in un fascio e trattato e papal costituzione[418]; che infine fe’ riconoscere dal parlamento la successione di Pietro II, onde il legal voto della nazione dileguò del tutto i vestigi di tali vergogne, se alcuno ne potea lasciare il fatto delsolo Federigo contrario alle leggi. Dall’altro canto è da considerare, che la guerra l’avea stracco; che puzzavagli la licenza dei baroni e de’ soldati mercenari; che gl’increscean forse gli stretti limiti della costituzione del novantasei; e sopra ogni altro, ch’ei non fu sì grande come il presenta la istoria, che mal serba misura nel biasimo o nella lode. Ebbe Federigo animo gentile, affabile, adorno dalle lettere, dato agli amori, pieghevole alle amistà, ma troppo, sì che reggeasi a consigli di favoriti: e ne nacque il turbolento patteggiar della sua corte, che ’l portò ad estremo pericolo con la ribellione di Ruggier Loria, e posate le armi di fuori, accese in Sicilia le dissenzioni civili. Nei maneggi di stato non fu molto accorto o magnanimo, nè coraggio politico ebbe, al paro che ’l soldatesco, questo principe, che nel novantacinque si lasciò raggirar da Bonifazio, e per poco non tradì i Siciliani, nè spegner seppe, nè accarezzare i suoi baroni; e dopo questa pace, ripigliando le armi al tempo dell’imperadore Arrigo di Luxembourg, troppo osò, poco mantenne; meritò nota, ancorchè troppo severa, di avarizia e viltà, da quel Dante ch’a lui s’era volto, come all’erede del grande animo di re Pietro. Tal sembra, su i più certi riscontri istorici, Federigo, lodato a cielo da Speciale suo ministro, da Montaner soldato di ventura catalano, e ammirato dalle età seguenti, perchè a lui si è dato quanto oprarono ne’ primordi del suo regno i Siciliani, esaltati ad eroiche virtù dalla rivoluzione del vespro. Ma s’ei non levossi con la sua mente all’altezza di gran capitano o uom di stato, avrà sempre una splendida pagina nelle istorie siciliane, come franco e schietto, costante nelle avversità, solerte in guerra, prode in battaglia, vigilante nel civil governo, umano co’ sudditi, degnissimo di fama per le generose leggi politiche che ne restano col suo nome, le quali s’einon dettò, ebbe prudenza certo e magnanimità da assentirle[419].

CAPITOLO XX.Conchiusione. Qual era la Sicilia prima del vespro; qual ne divenne; qual rimase.La pace di Caltabellotta, che fece posar la prima volta le armi in venti anni dalla sommossa dell’ottantadue, è il termine del mio lavoro, avendo chiuso quella felice rivoluzione ch’io prendeva a narrare. Perchè non solamente i potentati di fuori, i quali, bene o male, vantavan ragioni su l’isola, s’acquetarono al reggimento di quella per lo innanzi chiamata ribellione; ma anco dentro da noi dileguossi la spinta del vespro; benchè dopo corto volger di tempo, si fosse ripigliata la guerra con esempi dell’antica virtù, e disdetti i termini del trattato di Caltabellotta, e sostenuta, in tutta la integrità, l’independenza della nazione. Ma tuttociò ritraea come debole immagine que’ primi tempi gloriosi; e sforzi del nimico men gagliardi, con più fatica si rispinsero; e mancava il rigoglio d’attual movimento; scopriasi il mal germe della feudalità rimbaldanzita; e ogni cosa muovere da una corte fiacca e discorde, anzichè dalla volontà della nazione. Del rimanente, prima ch’io lasci questo nobile subbietto, mi par bene ricercare qual fosse la Sicilia innanzi il vespro, qual ne divenisse, qual restasse poi.Nel secol duodecimo la veggiam noi fiorita d’industrie, civile e potente, forse sopra la più parte degli stati d’Italia, domar quanti piccioli principati stendeansi dal Faro al Garigliano; e per questa nuova signoria, entrar nelle guerre civili d’Italia; e al medesimo tempo avviarsi a più intima unione con quelle province d’oltre lo stretto, e a reggimento più chiuso. Questo ebbe sotto casa Sveva, per lungo tratto del secol decimoterzo, con grande soperchio ditasse: ma l’alta mente de’ principi mitigò l’uno e l’altro con buone leggi civili, gentilezza di costumi, cultura degl’ingegni, da avanzare nel rinascimento delle lettere ogni altra provincia italiana; e insieme die’ l’andare a forti opinioni contro la corte di Roma. L’avarizia e severità, spiacendo più che non allettavano gli ornamenti, piegarono i popoli alla repubblica del cinquantaquattro. Spenser questa i baroni; e tornò la dominazione Sveva con que’ vizi e quelle virtù: onde poco appresso ricadde, più per mala contentezza de’ popoli, che per forza straniera.Ma il governo angioino, invece di far senno da ciò, inebbriossi d’ogni più insensato abuso; mutò non solamente le persone de’ feudatari, ma di fatto anco innovò la feudalità; nel rimanente correndo al peggio sulle tracce degli Svevi, e sforzandosi, direi quasi, a trar tutto alla testa il sangue, per farsene più vigoroso alle ambizioni d’Italia e d’Oriente. Sì duro ei tirò, che la ruppe. L’antagonismo delle schiatte, il sentimento di nazione latina fece sentir più duramente il governo tirannico; che anche antico e nazionale spinge i popoli a ribellarsi come il possano. De’ due popoli si mosse anzi il Siciliano che l’altro, o per l’indole più ardente, o per maggiore oppressione; perchè la corte, tramutata in terraferma, era quivi compenso ai mali comuni, e rispetto all’isola nuovo oltraggio politico, e danno materiale; onde, dopo la rivoluzione, lo stesso Carlo I e Carlo II si fecero a profferire special governamento alla Sicilia, e vicario con larghissima autorità, e moderate leggi: rimedi che dati a tempo avrebbero forse distornato i tremendi fatti del vespro, ma sì tardi non trovarono chi li ascoltasse. La congiura o non operò nel movimento, o poco l’affrettò. L’occasione al tumulto potea tardare; potea riuscir male la prima, la seconda prova; non fallire la rivoluzione, in tal disposizione de’ popoli, e assurda nimistà de’ governanti.Come per forza d’incanto, al primo esempio che lorbalenò innanzi agli occhi, si rifecer uomini quegli imbestiati in vil gregge. Tremavano a un guardo; sospettosi tra loro; selvatichi e fieri, pur senza saper levare un pensiero al resistere; incalliti alla povertà, alla ingiustizia, al disprezzo, al disonor nelle famiglie, alle battiture sulle persone; sol ritraenti dell’umana dignità nell’odio che chiudevano in petto: e chi in cotesti avrebbe riconosciuto il legnaggio d’Empedocle, Dione, Archimede; de’ compagni di Timoleone, dei vincitor d’Imera? E pure un attimo d’esempio bastò. Quell’ignoto uccisor di Droetto, con un sol colpo, rese la greca virtù al popolo di Palermo; questo a tutta l’isola. Nacque la rivoluzione dal volgo; ed ebbe nei primi tempi sembianti popolani: frammischiatisi i nobili, la tirarono alla monarchia ristoratrìce delle antiche leggi. Allora tutta la nazione unita si adoperò al nuovo ordin di cose; non guardandosi le minuzie di pochi nobili parteggianti per gli Angioini, e pochi più spenti, per ingratitudine o sospetto, dal nuovo principe. E chi guardi i Siciliani in questo periodo, entro il medesimo anno ottantadue che li avea veduto marcire nella non curanza della servitù, li troverà franchi al combattere, pronti ed accorti al deliberare, devoti alla patria, affratellati tra loro, pieni di costanza, nè spogli di generosità tra lo stesso disunan costume de’ tempi: e dopo breve tratto, li scorgerà fatti provati guerrieri e marinai; pratichi negoziatori nelle faccende di stato; fermi oppositori alla corte di Roma, e pur tenaci nella religion del vangelo; e legislatori sorger tra loro, che i nomi ignoriamo, ma ne restano, irrefragabil testimonio, le savie leggi; e coltivarsi le lettere, prevalendo, com’è naturale in un movimento politico, gli studi della storia, su la poesia che fioriva nella corte Sveva; e Guido delle Colonne ne’ primi tempi della rivoluzione dettare in Messina una storia Troiana[420];il Neocastro una nazionale e contemporanea, lasciando belli esempi allo Speciale, allo Anonimo, Simon di Lentini, Michele di Piazza e altri; e lo stile vivace e biblico, ritrarre il sollevamento dei pensieri; e quel che più è meraviglioso, tra ’l romor delle armi prosperare anco le industrie. Tanto egli è vero, che non v’ha parte alcuna degli esercizi degli uomini, che non prenda novella vita alle boglienti passioni d’un mutamento politico!I quali effetti nascon talvolta da trascendente ingegno d’uno o pochi uomini, che rapisce la moltitudine là dove ei vuole; talvolta da felice talento de’ popoli, per la necessità e forza degli eventi, onde flnanco i mediocri compion dassè grandissimi fatti, senza la virtù d’una mente straordinaria che li governi. E il secondo caso parmi di scernere nella rivoluzione del vespro. Perchè, messe da canto le favole di Giovanni di Procida, le quali pur abbandonano il protagonista al cominciamento della rivoluzione, nessun uomo di quell’altezza ch’io dico, si trova infino al primo assedio di Messina; e questa diffalta forse fece dileguar la repubblica. In Messina poi Alaimo di Lentini meritò nome immortale; come a lui si deve e ai Messinesi, che la Sicilia non fosse soggiogata da quel possente esercito di Carlo. Re Pietro e Ruggier Loria spensero Alaimo; ma insieme educarono i nostri alla guerra, ed egregiamente usarono le virtù degli Spagnuoli e dei Siciliani unite insieme, a prostrare i nemici in Ispagna, sconfonderli in Italia: e lungo tempo dopo la morte del primo, dopo la tradigione dell’altro, durò la virtù loro, e notevoli uomini produsse.Questi elementi sostenner Giacomo, glorioso e sicuro, sul trono; questi v’innalzaron Federigo, quando Giacomo fallì alla rivoluzione; questi, crescendo di vigore ne’ contrasti,fronteggiaron soli mezz’Europa, quando quegli stessi Spagnuoli ch’eran venuti ne’ primi tempi ad aiutarne per loro interesse, per loro interesse ci si volser contro: antichissima usanza, che mostra esser la generosità di nazione a nazione o sogno, o foco di paglia, e l’interesse tale infaticabil consigliero, che piega alfine a sue voglie e principi e popoli.La esaltazione di Federigo, rinnovamento o conferma della rivoluzione, è al veder mio più gloriosa del primo principio stesso. Perchè non la portò disperazione, o caso, ma l’accorgimento e ’l coraggio politico de’ nostri padri; operata senza disordini, senza fatti di sangue, con dignità d’universale concordia, con maestà di nazione che medita, e si propone, e fa, contro potenze cento volte maggiori di lei. Al considerar, quanti nomini di stato e d’armi, quanti prodi oratori, quanti incorrotti cittadini risplendettero nel regno di Giacomo e ne’ primi tempi di quel di Federigo, si troverà manifesto l’effetto del mutamento dell’ottantadue; la nazione rigenerata si troverà adulta in tutte le sue forze. Donde, se Federigo non fu un uomo straordinario, la Sicilia ridondava di tanta virtù, che bastò a resistere, e a fiaccar l’ultimo sforzo de’ collegati.Prendendo poi a guardar tutta insieme la lunga guerra del vespro, io non so qual nazione possa vantare maggior fortuna. Carlo d’Angiò con un picciolo esercito debellava quel valente Manfredi, signore di due regni; e poco appresso le forze de’ Ghibellini adunate sotto Corradino: ma per macchina di guerra poderosissima e maravigliosa, non bastò a domar la sola Sicilia, nè egli nè i suoi successori, con ostinati sforzi. La Sicilia in venti anni guadagnava quattro battaglie navali; tre giuste giornate in campo; con moltissimi combattimenti di mare e di terra; fortezze espugnate; occupate entrambe le Calabrie e Val di Crati; dileguati di Sicilia tre eserciti nemici; sciolti due assedi diMessina, due di Siracusa, e altri molti di minore importanza. Non fu interrotto questo lungo corso di vittorie, se non che da due sconfitte in mare, e da tre anni d’infestagione dell’isola; dove i nemici non riportarono alcun avvantaggio di conflitto, ma ciò che presero fu a patti, o per tradimento. Questi disastri toccaronsi per la virtù soldatesca, le pratiche, la riputazione di Giacomo, di Ruggier Loria, de’ venturieri spagnuoli: ma risanati che furono i nostri dal delirio di combatter in mare senz’ammiraglio, vinsero in campo; tagliarono a pezzi gli stanziali francesi e italiani nella guerra guerriata, per cui è fatta la Sicilia; sgararono nella lunga prova il reame di Napoli, maggiore tre tanti di popolazione[421]. Ed esso non bastò a domar l’isola, ancorchè, insieme col suo sangue e la sua moneta, si sperperassero contro Sicilia le decime ecclesiastiche di tutta l’Europa, i sussidi delle città guelfe d’Italia, oltre il danaro che die’ in presto la corte di Roma, che passò le trecentomila once d’oro, e al dir del Villani[422], il papa ne acquetò Roberto al tempo del suo coronamento. E non bastò, ancorchè la Francia fornisse braccia ed armi alla guerra, e poi l’Aragona con essa, e la misera Italia sempre; e la sede di Roma votasse la faretra degli anatemi, in una età, non che di religione, ma di superstizione; e si facesser giocare tutte le arti di quella corte, sapiente e destra, e avvezza a maneggiar le relazioni politiche della intera cristianità. E la Sicilia, che non era aiutata di danari da alcuno, d’uomini una volta dalle Spagne, poi sol da pochi avventurier catalani e ghibellini di Genova, finì la guerra mantenendo l’alto suo intento. Tali furono, o Siciliani, le geste dei vostri padri nelsecol decimoterzo! Ripigliaron così la independenza di nazione, la dignità d’uomini: e detterne esempio alla Scozia, alla Fiandra, alla Svizzera, che scuoteano, a un di presso in quel tempo, la dominazione straniera.Volgendoci alla riforma civile, la medesima ammirazione convien che ci prenda. Gli sforzi che i popoli fanno a libertà, per loro natura non durano, se non giungono a porre buoni e durevoli ordini nello stato, e a spegnere i malvagi uomini, che ne guasterebbero i frutti. La prima cosa fecer quegli antichi nostri egregiamente; l’altra non seppero, o non poterono. Come le leggi esprimon l’interesse di chi è più forte, così dettaronle a vantaggio pari de’ baroni e del popolo i principi aragonesi, che per virtù di quelli regnavano. Allargati i termini della costituzione del Buon Guglielmo, ebbe il general parlamento la ragion di pace e di guerra, e quasi al tutto quella di dar leggi; furono rese ordinarie e annuali le adunanze di esso; datagli la censura su i ministri e uficiali pubblici; fondata o ristorata un’alta corte di pari: componeasi il parlamento, come ognun sa, dei prelati, dei baroni, e de’ rappresentanti o sindichi delle città; e sembra fuor di dubbio che di que’ primi tempi, in un sol corpo, o vogliam dire camera, deliberasse: veemente forma, che poi dileguossi sotto i monarchi spagnuoli. Tanto per la signoria dello stato. L’altra principalissima parte, ch’è l’entrata pubblica, fu ordinata con più sottile accorgimento. Limitati per legge fondamentale i casi e la somma delle collette; richiesta a levarle l’autorità del parlamento, sì che poi, con molta significanza, appellaronsi donativi. Si fe’ più largo il reggimento municipale, la cui importanza stava nell’adunata, o come diceasi, parlamento, in cui tutti conveniano, o almeno in larghissimo numero, i cittadini; e ne fu escluso per espressa legge l’ordine de’ nobili. Questi parlamenti popolareschi, e in qualche luogo, secondole particolari consuetudini, i consiglieri eletti a rappresentarli, maneggiavano tutti i negozi del comune, cioè la tassazione pe’ bisogni municipali, lo scompartimento delle collette generali, l’armamento delle milizie a richiesta del re, la elezione de’ sindichi al parlamento, e de’ magistrati del comune. La istituzione de’ giurati fu tribunato, o, come or diremmo, ministero pubblico, che esercitavasi in ciascun comune, a compiere il sistema di censura, alla cui sommità stava il parlamento. Il maneggio dell’alta giurisdizion civile e penale restò presso i magistrati regi: ma furono accresciuti, e avvicinati alle popolazioni; si provvide il meglio che si potea a contenerli da superbia e rapacità. Così uscissi dalla rivoluzione siciliana del secol decimoterzo, con un ordinamento politico, che le più incivilite nazioni del secol decimonono appena attingono. Notevole egli è, che un tal congegno di monarchia, l’ebbe tra tutte le province italiane la Sicilia sola; perchè nelle altre, di Venezia in fuori, non eran che repubbliche mal ferme o signori assoluti; e nel reame di Napoli non tardò il potere regio a trapassare i limiti delle costituzioni d’Onorio, e dileguarne fin la memoria, stimolato, più che ritenuto, dalle frequenti ribellioni.In tutto il rimanente del regno di Federigo, o in que’ de’ fiacchi suoi successori, non dettavasi poi in Sicilia alcun’altra legge di ordine pubblico, ma particolari statuti, più atti a manifestare che a riparare i crescenti disordini dello stato. Dei quali fu sola radice l’aristocrazia, che tenne in Sicilia un corso difforme dagli altri reami d’Europa, dove nacque nelle età più barbare, piena d’abusi, e poi l’interesse unito dei monarchi e del popolo, a poco a poco, la raffrenò. Ma appo noi, come fondata al tempo delle prime crociate e dalla mano d’un principe, fu moderata nel cominciamento; e se tendea per sua natura all’usurpare, la ritirarono a que’ termini i monarchi, e ilromor del vespro la fe’ stare; finchè ripigliando nel corso di quella lunga guerra e riputazione e facultà, e indi cupidigia e baldanza, divenne l’ordine più possente dello stato: per soperchio di rigoglio recossi in parte tra sè medesima; rapì in quelle discordie e la corte e i popoli; e lacerò la Sicilia negli ultimi tempi del regno di Federigo. Precipitò indi al peggio, non raffrenandola le deboli mani dell’altro Pietro e dell’altro Federigo; venne alfine ad aperta anarchia feudale. E allora si smarrì la cosa pubblica nelle izze di parti; non si udì più il nome di Sicilia, ma di Palermo, di Messina e di questa e quell’altra terra; il nome di parzialità, come chiamavanle, l’una italiana, l’altra catalana; il nome di famiglie, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonte e altri superbi, nemici di sè stessi e della patria: entravano a’ soldi de’ baroni coloro che, prese le armi nelle guerre della rivoluzione, non sapean divezzarsi dall’ozio e dalla militare licenza; incominciavano i liberi borghesi a far parte co’ baroni, sotto il nome di raccomandati e affidati. Nondimeno questa piaga penò oltre un secolo a consumar la potenza creata dalla rivoluzione del vespro. La istoria di quel periodo tuttavia ci presenta, come innanzi dicemmo, una immagine della prima virtù; e veggiamo nel milletrecentotredici, alla passata dell’imperatore Arrigo, il re di Sicilia levarsi per esso contro quel di Napoli; armare poderosissima forza; occupar nuovamente le Calabrie: e poichè escì vano nell’Italia di sopra quello sforzo ghibellino, e la potenza guelfa si aggravò tutta sopra la Sicilia, veggiamo i nostri difendersi virilmente; il sicilian parlamento stracciare i patti di Caltabellotta; chiamare alla successione Pietro figliuol di Federigo; e Palermo, assediata da innumerevol oste di Napolitani e Genovesi, rinnovellar le glorie di Messina dell’ottantadue, del trecentouno: e in tutta la guerra, i nemici che veniano in Sicilia a rubacchiar villaggi, ardermessi, guastare i campi, assediar città, veniano in Sicilia a perire; donde sempre le reliquie degli eserciti, a fronte bassa, tornaronsi di là dal mare; sempre la Sicilia restò vincente, ancorchè i suoi stessi baroni, nel cieco furor delle parti, chiamassero contro la patria i nemici. Onta e rabbia egli è da questo tempo in poi a legger le istorie nostre, come d’ogni altra monarchia feudale; a veder le nimistà municipali modellarsi su quelle de’ baroni; rinvelenir tanto più, quanto presentavano le sembianze d’amor di patria. Tra questa infernale discordia, per maggior danno, mancò la schiatta dei re aragonesi di Sicilia; sottentrò quella di Spagna, e si spense; e cadde la indipendenza politica della Sicilia, perchè l’abitudine richiedeva il governo monarchico, e le pessime divisioni rendeano impossibil cosa a’ Siciliani di accordarsi nella elezione di un re. Ne messe il partito Messina, tuttavia grande e vigorosa, nel parlamento del millequattrocentodieci; e nol potè vincere, nei contrasti de’ baroni di legnaggio catalano, che aveano in sè tutti i vizi di faziosi, di ottimati e di stranieri. Indi la Sicilia sofferse la dominazione spagnuola, col magro compenso del nome e forma di reame, e della integrità delle antiche sue leggi nell’amministrazione delle entrate pubbliche, della giustizia, e degli altri negozi civili. Fu accoppiata sotto la medesima dominazione straniera col reame di Napoli, come due servi a una catena. S’impicciolirono gli animi, crebbe la superstizione, si offuscarono, dirò così, gl’intelletti, imbarbarirono i popoli, lasciati a contender di cose deboli e puerili; e ogni cosa andò al peggio sino all’esaltazione di re Carlo terzo, quando furono ristorati entrambi i reami, e l’incivilimento dell’Europa sforzavasi nella faticosissim’opera di ritirare all’uguaglianza i figliuoli d’Adamo.E questo lungo letargo della dominazione spagnuola, che guastava gli uomini e conservava le forme, cercavadanaro e ubbidienza, e del resto non si curava, fe’ durare sì, ma poco fruttuosa, infino a’ primordi del secol decimonono, l’antichissima pianta della costituzione normanna, riformata nella rivoluzione del vespro. Stava il parlamento, ma diviso, come diceasi, in tre bracci, ecclesiastico, baronale ossia militare, e demaniale; se non che i baroni non eran più guerrieri; la rappresentanza popolare era ristretta alle poche città del dominio o demanio regio; e queste tre camere, perchè fossero più docili, spartitamente si assembravano, e deliberavano; la deliberazione di tutte, o di due sopra una, era voto del generai parlamento. Non che il dritto di pace e di guerra, ma perduto avea questo parlamento il legislativo; se non che potea domandare alcuno statuto sotto il nome di grazia. Per bizzarro contrasto, quasi gareggiandosi in cortesie, si chiamavan presenti, e più comunemente donativi i sussidi della nazione al principe: e più maraviglioso era un corpo permanente di dodici eletti dal parlamento, quattro per ciascun braccio, che chiamavasi deputazione del regno, e con autorità non minore del nome, avea uficio di difendere le franchige del parlamento e della nazione, di maneggiar le tasse accordate dal parlamento, e, secondo i decreti di quello, porger il danaro al re, o investirlo negli usi pubblici: augusto magistrato, che nacque dall’antica corte de’ baroni, o fu imitato dagli ordini aragonesi; e che nelle costituzioni d’altri popoli si vide temporaneo e per abuso, nella nostra saldissimo. Il parlamento ordinario adunavasi ogni quattro anni; era sopra ogni altra cosa geloso delle tasse; e assai parcamente porgea danaro alla corona, la quale non violò giammai questo privilegio; e ne nacque l’effetto che infino ai principî della guerra della rivoluzione francese del secol decimottavo, tutta la entrata pubblica di Sicilia non sommò a settecentomila once annuali. Mentre l’autorità regia si era ristretta da un lato, avea libero comandosopra le persone de’ cittadini; mettea fuori statuti e leggi, sol che non trovassero ostacolo nella deputazione del regno, facile per altro a piegarsi; non doveano i ministri e oficiali render conto di lor fatti ad altri che alla corona. Questo potere regio in gran parte esercitavasi, col consiglio de’ nostri magistrati primari, dal vicerè; ch’era insieme gran bene e gran male: il primo per la utilità dei provvedimenti pronti, vicini, meno sbadati, men ciechi; il male era la rapacità e superbia proconsolare. I nobili e il clero stavan tra ’l popolo e il potere regio, come baluardo, ch’aduggia e soffoca, mille volte più che non difende. Delle forme municipali non parlo, ch’eran le antiche, rappezzate di privilegi, di forme speciali diverse, ma pure ordinate assai largamente, quanto al maneggio de’ lor propri danari. Gli altri magistrati, posti su la giustizia e la civile amministrazione, eran macchina un po’ gotica, ma buona perchè semplice. Le leggi civili e criminali, al contrario, spaventavan per l’immenso viluppo. Questo fu il governamento della Sicilia infino al principio del secolo in cui viviamo.La dominazione spagnuola snervò gli uomini che doveano por mano a queste leggi: e indi la Sicilia, che nella fondazione della monarchia normanna l’ebbe a un di presso comuni con l’Inghilterra; che nella memorabile rivoluzione del vespro le ristorò ed accrebbe, e lascionne retaggio alle generazioni avvenire; decadendo dal secol decimoquarto infino al diciottesimo, si trovò poco lontana nelle forme, ma di gran lunga nella sostanza, al dritto pubblico inglese, che poi venne sì in moda. E quando il turbine della rivoluzione di Francia crollò quest’antica macchina, la nazione, da pochi valentuomini in fuori, trovossi tale, da non saperla nè apprezzare, nè correggere.

Conchiusione. Qual era la Sicilia prima del vespro; qual ne divenne; qual rimase.

La pace di Caltabellotta, che fece posar la prima volta le armi in venti anni dalla sommossa dell’ottantadue, è il termine del mio lavoro, avendo chiuso quella felice rivoluzione ch’io prendeva a narrare. Perchè non solamente i potentati di fuori, i quali, bene o male, vantavan ragioni su l’isola, s’acquetarono al reggimento di quella per lo innanzi chiamata ribellione; ma anco dentro da noi dileguossi la spinta del vespro; benchè dopo corto volger di tempo, si fosse ripigliata la guerra con esempi dell’antica virtù, e disdetti i termini del trattato di Caltabellotta, e sostenuta, in tutta la integrità, l’independenza della nazione. Ma tuttociò ritraea come debole immagine que’ primi tempi gloriosi; e sforzi del nimico men gagliardi, con più fatica si rispinsero; e mancava il rigoglio d’attual movimento; scopriasi il mal germe della feudalità rimbaldanzita; e ogni cosa muovere da una corte fiacca e discorde, anzichè dalla volontà della nazione. Del rimanente, prima ch’io lasci questo nobile subbietto, mi par bene ricercare qual fosse la Sicilia innanzi il vespro, qual ne divenisse, qual restasse poi.

Nel secol duodecimo la veggiam noi fiorita d’industrie, civile e potente, forse sopra la più parte degli stati d’Italia, domar quanti piccioli principati stendeansi dal Faro al Garigliano; e per questa nuova signoria, entrar nelle guerre civili d’Italia; e al medesimo tempo avviarsi a più intima unione con quelle province d’oltre lo stretto, e a reggimento più chiuso. Questo ebbe sotto casa Sveva, per lungo tratto del secol decimoterzo, con grande soperchio ditasse: ma l’alta mente de’ principi mitigò l’uno e l’altro con buone leggi civili, gentilezza di costumi, cultura degl’ingegni, da avanzare nel rinascimento delle lettere ogni altra provincia italiana; e insieme die’ l’andare a forti opinioni contro la corte di Roma. L’avarizia e severità, spiacendo più che non allettavano gli ornamenti, piegarono i popoli alla repubblica del cinquantaquattro. Spenser questa i baroni; e tornò la dominazione Sveva con que’ vizi e quelle virtù: onde poco appresso ricadde, più per mala contentezza de’ popoli, che per forza straniera.

Ma il governo angioino, invece di far senno da ciò, inebbriossi d’ogni più insensato abuso; mutò non solamente le persone de’ feudatari, ma di fatto anco innovò la feudalità; nel rimanente correndo al peggio sulle tracce degli Svevi, e sforzandosi, direi quasi, a trar tutto alla testa il sangue, per farsene più vigoroso alle ambizioni d’Italia e d’Oriente. Sì duro ei tirò, che la ruppe. L’antagonismo delle schiatte, il sentimento di nazione latina fece sentir più duramente il governo tirannico; che anche antico e nazionale spinge i popoli a ribellarsi come il possano. De’ due popoli si mosse anzi il Siciliano che l’altro, o per l’indole più ardente, o per maggiore oppressione; perchè la corte, tramutata in terraferma, era quivi compenso ai mali comuni, e rispetto all’isola nuovo oltraggio politico, e danno materiale; onde, dopo la rivoluzione, lo stesso Carlo I e Carlo II si fecero a profferire special governamento alla Sicilia, e vicario con larghissima autorità, e moderate leggi: rimedi che dati a tempo avrebbero forse distornato i tremendi fatti del vespro, ma sì tardi non trovarono chi li ascoltasse. La congiura o non operò nel movimento, o poco l’affrettò. L’occasione al tumulto potea tardare; potea riuscir male la prima, la seconda prova; non fallire la rivoluzione, in tal disposizione de’ popoli, e assurda nimistà de’ governanti.

Come per forza d’incanto, al primo esempio che lorbalenò innanzi agli occhi, si rifecer uomini quegli imbestiati in vil gregge. Tremavano a un guardo; sospettosi tra loro; selvatichi e fieri, pur senza saper levare un pensiero al resistere; incalliti alla povertà, alla ingiustizia, al disprezzo, al disonor nelle famiglie, alle battiture sulle persone; sol ritraenti dell’umana dignità nell’odio che chiudevano in petto: e chi in cotesti avrebbe riconosciuto il legnaggio d’Empedocle, Dione, Archimede; de’ compagni di Timoleone, dei vincitor d’Imera? E pure un attimo d’esempio bastò. Quell’ignoto uccisor di Droetto, con un sol colpo, rese la greca virtù al popolo di Palermo; questo a tutta l’isola. Nacque la rivoluzione dal volgo; ed ebbe nei primi tempi sembianti popolani: frammischiatisi i nobili, la tirarono alla monarchia ristoratrìce delle antiche leggi. Allora tutta la nazione unita si adoperò al nuovo ordin di cose; non guardandosi le minuzie di pochi nobili parteggianti per gli Angioini, e pochi più spenti, per ingratitudine o sospetto, dal nuovo principe. E chi guardi i Siciliani in questo periodo, entro il medesimo anno ottantadue che li avea veduto marcire nella non curanza della servitù, li troverà franchi al combattere, pronti ed accorti al deliberare, devoti alla patria, affratellati tra loro, pieni di costanza, nè spogli di generosità tra lo stesso disunan costume de’ tempi: e dopo breve tratto, li scorgerà fatti provati guerrieri e marinai; pratichi negoziatori nelle faccende di stato; fermi oppositori alla corte di Roma, e pur tenaci nella religion del vangelo; e legislatori sorger tra loro, che i nomi ignoriamo, ma ne restano, irrefragabil testimonio, le savie leggi; e coltivarsi le lettere, prevalendo, com’è naturale in un movimento politico, gli studi della storia, su la poesia che fioriva nella corte Sveva; e Guido delle Colonne ne’ primi tempi della rivoluzione dettare in Messina una storia Troiana[420];il Neocastro una nazionale e contemporanea, lasciando belli esempi allo Speciale, allo Anonimo, Simon di Lentini, Michele di Piazza e altri; e lo stile vivace e biblico, ritrarre il sollevamento dei pensieri; e quel che più è meraviglioso, tra ’l romor delle armi prosperare anco le industrie. Tanto egli è vero, che non v’ha parte alcuna degli esercizi degli uomini, che non prenda novella vita alle boglienti passioni d’un mutamento politico!

I quali effetti nascon talvolta da trascendente ingegno d’uno o pochi uomini, che rapisce la moltitudine là dove ei vuole; talvolta da felice talento de’ popoli, per la necessità e forza degli eventi, onde flnanco i mediocri compion dassè grandissimi fatti, senza la virtù d’una mente straordinaria che li governi. E il secondo caso parmi di scernere nella rivoluzione del vespro. Perchè, messe da canto le favole di Giovanni di Procida, le quali pur abbandonano il protagonista al cominciamento della rivoluzione, nessun uomo di quell’altezza ch’io dico, si trova infino al primo assedio di Messina; e questa diffalta forse fece dileguar la repubblica. In Messina poi Alaimo di Lentini meritò nome immortale; come a lui si deve e ai Messinesi, che la Sicilia non fosse soggiogata da quel possente esercito di Carlo. Re Pietro e Ruggier Loria spensero Alaimo; ma insieme educarono i nostri alla guerra, ed egregiamente usarono le virtù degli Spagnuoli e dei Siciliani unite insieme, a prostrare i nemici in Ispagna, sconfonderli in Italia: e lungo tempo dopo la morte del primo, dopo la tradigione dell’altro, durò la virtù loro, e notevoli uomini produsse.

Questi elementi sostenner Giacomo, glorioso e sicuro, sul trono; questi v’innalzaron Federigo, quando Giacomo fallì alla rivoluzione; questi, crescendo di vigore ne’ contrasti,fronteggiaron soli mezz’Europa, quando quegli stessi Spagnuoli ch’eran venuti ne’ primi tempi ad aiutarne per loro interesse, per loro interesse ci si volser contro: antichissima usanza, che mostra esser la generosità di nazione a nazione o sogno, o foco di paglia, e l’interesse tale infaticabil consigliero, che piega alfine a sue voglie e principi e popoli.

La esaltazione di Federigo, rinnovamento o conferma della rivoluzione, è al veder mio più gloriosa del primo principio stesso. Perchè non la portò disperazione, o caso, ma l’accorgimento e ’l coraggio politico de’ nostri padri; operata senza disordini, senza fatti di sangue, con dignità d’universale concordia, con maestà di nazione che medita, e si propone, e fa, contro potenze cento volte maggiori di lei. Al considerar, quanti nomini di stato e d’armi, quanti prodi oratori, quanti incorrotti cittadini risplendettero nel regno di Giacomo e ne’ primi tempi di quel di Federigo, si troverà manifesto l’effetto del mutamento dell’ottantadue; la nazione rigenerata si troverà adulta in tutte le sue forze. Donde, se Federigo non fu un uomo straordinario, la Sicilia ridondava di tanta virtù, che bastò a resistere, e a fiaccar l’ultimo sforzo de’ collegati.

Prendendo poi a guardar tutta insieme la lunga guerra del vespro, io non so qual nazione possa vantare maggior fortuna. Carlo d’Angiò con un picciolo esercito debellava quel valente Manfredi, signore di due regni; e poco appresso le forze de’ Ghibellini adunate sotto Corradino: ma per macchina di guerra poderosissima e maravigliosa, non bastò a domar la sola Sicilia, nè egli nè i suoi successori, con ostinati sforzi. La Sicilia in venti anni guadagnava quattro battaglie navali; tre giuste giornate in campo; con moltissimi combattimenti di mare e di terra; fortezze espugnate; occupate entrambe le Calabrie e Val di Crati; dileguati di Sicilia tre eserciti nemici; sciolti due assedi diMessina, due di Siracusa, e altri molti di minore importanza. Non fu interrotto questo lungo corso di vittorie, se non che da due sconfitte in mare, e da tre anni d’infestagione dell’isola; dove i nemici non riportarono alcun avvantaggio di conflitto, ma ciò che presero fu a patti, o per tradimento. Questi disastri toccaronsi per la virtù soldatesca, le pratiche, la riputazione di Giacomo, di Ruggier Loria, de’ venturieri spagnuoli: ma risanati che furono i nostri dal delirio di combatter in mare senz’ammiraglio, vinsero in campo; tagliarono a pezzi gli stanziali francesi e italiani nella guerra guerriata, per cui è fatta la Sicilia; sgararono nella lunga prova il reame di Napoli, maggiore tre tanti di popolazione[421]. Ed esso non bastò a domar l’isola, ancorchè, insieme col suo sangue e la sua moneta, si sperperassero contro Sicilia le decime ecclesiastiche di tutta l’Europa, i sussidi delle città guelfe d’Italia, oltre il danaro che die’ in presto la corte di Roma, che passò le trecentomila once d’oro, e al dir del Villani[422], il papa ne acquetò Roberto al tempo del suo coronamento. E non bastò, ancorchè la Francia fornisse braccia ed armi alla guerra, e poi l’Aragona con essa, e la misera Italia sempre; e la sede di Roma votasse la faretra degli anatemi, in una età, non che di religione, ma di superstizione; e si facesser giocare tutte le arti di quella corte, sapiente e destra, e avvezza a maneggiar le relazioni politiche della intera cristianità. E la Sicilia, che non era aiutata di danari da alcuno, d’uomini una volta dalle Spagne, poi sol da pochi avventurier catalani e ghibellini di Genova, finì la guerra mantenendo l’alto suo intento. Tali furono, o Siciliani, le geste dei vostri padri nelsecol decimoterzo! Ripigliaron così la independenza di nazione, la dignità d’uomini: e detterne esempio alla Scozia, alla Fiandra, alla Svizzera, che scuoteano, a un di presso in quel tempo, la dominazione straniera.

Volgendoci alla riforma civile, la medesima ammirazione convien che ci prenda. Gli sforzi che i popoli fanno a libertà, per loro natura non durano, se non giungono a porre buoni e durevoli ordini nello stato, e a spegnere i malvagi uomini, che ne guasterebbero i frutti. La prima cosa fecer quegli antichi nostri egregiamente; l’altra non seppero, o non poterono. Come le leggi esprimon l’interesse di chi è più forte, così dettaronle a vantaggio pari de’ baroni e del popolo i principi aragonesi, che per virtù di quelli regnavano. Allargati i termini della costituzione del Buon Guglielmo, ebbe il general parlamento la ragion di pace e di guerra, e quasi al tutto quella di dar leggi; furono rese ordinarie e annuali le adunanze di esso; datagli la censura su i ministri e uficiali pubblici; fondata o ristorata un’alta corte di pari: componeasi il parlamento, come ognun sa, dei prelati, dei baroni, e de’ rappresentanti o sindichi delle città; e sembra fuor di dubbio che di que’ primi tempi, in un sol corpo, o vogliam dire camera, deliberasse: veemente forma, che poi dileguossi sotto i monarchi spagnuoli. Tanto per la signoria dello stato. L’altra principalissima parte, ch’è l’entrata pubblica, fu ordinata con più sottile accorgimento. Limitati per legge fondamentale i casi e la somma delle collette; richiesta a levarle l’autorità del parlamento, sì che poi, con molta significanza, appellaronsi donativi. Si fe’ più largo il reggimento municipale, la cui importanza stava nell’adunata, o come diceasi, parlamento, in cui tutti conveniano, o almeno in larghissimo numero, i cittadini; e ne fu escluso per espressa legge l’ordine de’ nobili. Questi parlamenti popolareschi, e in qualche luogo, secondole particolari consuetudini, i consiglieri eletti a rappresentarli, maneggiavano tutti i negozi del comune, cioè la tassazione pe’ bisogni municipali, lo scompartimento delle collette generali, l’armamento delle milizie a richiesta del re, la elezione de’ sindichi al parlamento, e de’ magistrati del comune. La istituzione de’ giurati fu tribunato, o, come or diremmo, ministero pubblico, che esercitavasi in ciascun comune, a compiere il sistema di censura, alla cui sommità stava il parlamento. Il maneggio dell’alta giurisdizion civile e penale restò presso i magistrati regi: ma furono accresciuti, e avvicinati alle popolazioni; si provvide il meglio che si potea a contenerli da superbia e rapacità. Così uscissi dalla rivoluzione siciliana del secol decimoterzo, con un ordinamento politico, che le più incivilite nazioni del secol decimonono appena attingono. Notevole egli è, che un tal congegno di monarchia, l’ebbe tra tutte le province italiane la Sicilia sola; perchè nelle altre, di Venezia in fuori, non eran che repubbliche mal ferme o signori assoluti; e nel reame di Napoli non tardò il potere regio a trapassare i limiti delle costituzioni d’Onorio, e dileguarne fin la memoria, stimolato, più che ritenuto, dalle frequenti ribellioni.

In tutto il rimanente del regno di Federigo, o in que’ de’ fiacchi suoi successori, non dettavasi poi in Sicilia alcun’altra legge di ordine pubblico, ma particolari statuti, più atti a manifestare che a riparare i crescenti disordini dello stato. Dei quali fu sola radice l’aristocrazia, che tenne in Sicilia un corso difforme dagli altri reami d’Europa, dove nacque nelle età più barbare, piena d’abusi, e poi l’interesse unito dei monarchi e del popolo, a poco a poco, la raffrenò. Ma appo noi, come fondata al tempo delle prime crociate e dalla mano d’un principe, fu moderata nel cominciamento; e se tendea per sua natura all’usurpare, la ritirarono a que’ termini i monarchi, e ilromor del vespro la fe’ stare; finchè ripigliando nel corso di quella lunga guerra e riputazione e facultà, e indi cupidigia e baldanza, divenne l’ordine più possente dello stato: per soperchio di rigoglio recossi in parte tra sè medesima; rapì in quelle discordie e la corte e i popoli; e lacerò la Sicilia negli ultimi tempi del regno di Federigo. Precipitò indi al peggio, non raffrenandola le deboli mani dell’altro Pietro e dell’altro Federigo; venne alfine ad aperta anarchia feudale. E allora si smarrì la cosa pubblica nelle izze di parti; non si udì più il nome di Sicilia, ma di Palermo, di Messina e di questa e quell’altra terra; il nome di parzialità, come chiamavanle, l’una italiana, l’altra catalana; il nome di famiglie, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonte e altri superbi, nemici di sè stessi e della patria: entravano a’ soldi de’ baroni coloro che, prese le armi nelle guerre della rivoluzione, non sapean divezzarsi dall’ozio e dalla militare licenza; incominciavano i liberi borghesi a far parte co’ baroni, sotto il nome di raccomandati e affidati. Nondimeno questa piaga penò oltre un secolo a consumar la potenza creata dalla rivoluzione del vespro. La istoria di quel periodo tuttavia ci presenta, come innanzi dicemmo, una immagine della prima virtù; e veggiamo nel milletrecentotredici, alla passata dell’imperatore Arrigo, il re di Sicilia levarsi per esso contro quel di Napoli; armare poderosissima forza; occupar nuovamente le Calabrie: e poichè escì vano nell’Italia di sopra quello sforzo ghibellino, e la potenza guelfa si aggravò tutta sopra la Sicilia, veggiamo i nostri difendersi virilmente; il sicilian parlamento stracciare i patti di Caltabellotta; chiamare alla successione Pietro figliuol di Federigo; e Palermo, assediata da innumerevol oste di Napolitani e Genovesi, rinnovellar le glorie di Messina dell’ottantadue, del trecentouno: e in tutta la guerra, i nemici che veniano in Sicilia a rubacchiar villaggi, ardermessi, guastare i campi, assediar città, veniano in Sicilia a perire; donde sempre le reliquie degli eserciti, a fronte bassa, tornaronsi di là dal mare; sempre la Sicilia restò vincente, ancorchè i suoi stessi baroni, nel cieco furor delle parti, chiamassero contro la patria i nemici. Onta e rabbia egli è da questo tempo in poi a legger le istorie nostre, come d’ogni altra monarchia feudale; a veder le nimistà municipali modellarsi su quelle de’ baroni; rinvelenir tanto più, quanto presentavano le sembianze d’amor di patria. Tra questa infernale discordia, per maggior danno, mancò la schiatta dei re aragonesi di Sicilia; sottentrò quella di Spagna, e si spense; e cadde la indipendenza politica della Sicilia, perchè l’abitudine richiedeva il governo monarchico, e le pessime divisioni rendeano impossibil cosa a’ Siciliani di accordarsi nella elezione di un re. Ne messe il partito Messina, tuttavia grande e vigorosa, nel parlamento del millequattrocentodieci; e nol potè vincere, nei contrasti de’ baroni di legnaggio catalano, che aveano in sè tutti i vizi di faziosi, di ottimati e di stranieri. Indi la Sicilia sofferse la dominazione spagnuola, col magro compenso del nome e forma di reame, e della integrità delle antiche sue leggi nell’amministrazione delle entrate pubbliche, della giustizia, e degli altri negozi civili. Fu accoppiata sotto la medesima dominazione straniera col reame di Napoli, come due servi a una catena. S’impicciolirono gli animi, crebbe la superstizione, si offuscarono, dirò così, gl’intelletti, imbarbarirono i popoli, lasciati a contender di cose deboli e puerili; e ogni cosa andò al peggio sino all’esaltazione di re Carlo terzo, quando furono ristorati entrambi i reami, e l’incivilimento dell’Europa sforzavasi nella faticosissim’opera di ritirare all’uguaglianza i figliuoli d’Adamo.

E questo lungo letargo della dominazione spagnuola, che guastava gli uomini e conservava le forme, cercavadanaro e ubbidienza, e del resto non si curava, fe’ durare sì, ma poco fruttuosa, infino a’ primordi del secol decimonono, l’antichissima pianta della costituzione normanna, riformata nella rivoluzione del vespro. Stava il parlamento, ma diviso, come diceasi, in tre bracci, ecclesiastico, baronale ossia militare, e demaniale; se non che i baroni non eran più guerrieri; la rappresentanza popolare era ristretta alle poche città del dominio o demanio regio; e queste tre camere, perchè fossero più docili, spartitamente si assembravano, e deliberavano; la deliberazione di tutte, o di due sopra una, era voto del generai parlamento. Non che il dritto di pace e di guerra, ma perduto avea questo parlamento il legislativo; se non che potea domandare alcuno statuto sotto il nome di grazia. Per bizzarro contrasto, quasi gareggiandosi in cortesie, si chiamavan presenti, e più comunemente donativi i sussidi della nazione al principe: e più maraviglioso era un corpo permanente di dodici eletti dal parlamento, quattro per ciascun braccio, che chiamavasi deputazione del regno, e con autorità non minore del nome, avea uficio di difendere le franchige del parlamento e della nazione, di maneggiar le tasse accordate dal parlamento, e, secondo i decreti di quello, porger il danaro al re, o investirlo negli usi pubblici: augusto magistrato, che nacque dall’antica corte de’ baroni, o fu imitato dagli ordini aragonesi; e che nelle costituzioni d’altri popoli si vide temporaneo e per abuso, nella nostra saldissimo. Il parlamento ordinario adunavasi ogni quattro anni; era sopra ogni altra cosa geloso delle tasse; e assai parcamente porgea danaro alla corona, la quale non violò giammai questo privilegio; e ne nacque l’effetto che infino ai principî della guerra della rivoluzione francese del secol decimottavo, tutta la entrata pubblica di Sicilia non sommò a settecentomila once annuali. Mentre l’autorità regia si era ristretta da un lato, avea libero comandosopra le persone de’ cittadini; mettea fuori statuti e leggi, sol che non trovassero ostacolo nella deputazione del regno, facile per altro a piegarsi; non doveano i ministri e oficiali render conto di lor fatti ad altri che alla corona. Questo potere regio in gran parte esercitavasi, col consiglio de’ nostri magistrati primari, dal vicerè; ch’era insieme gran bene e gran male: il primo per la utilità dei provvedimenti pronti, vicini, meno sbadati, men ciechi; il male era la rapacità e superbia proconsolare. I nobili e il clero stavan tra ’l popolo e il potere regio, come baluardo, ch’aduggia e soffoca, mille volte più che non difende. Delle forme municipali non parlo, ch’eran le antiche, rappezzate di privilegi, di forme speciali diverse, ma pure ordinate assai largamente, quanto al maneggio de’ lor propri danari. Gli altri magistrati, posti su la giustizia e la civile amministrazione, eran macchina un po’ gotica, ma buona perchè semplice. Le leggi civili e criminali, al contrario, spaventavan per l’immenso viluppo. Questo fu il governamento della Sicilia infino al principio del secolo in cui viviamo.

La dominazione spagnuola snervò gli uomini che doveano por mano a queste leggi: e indi la Sicilia, che nella fondazione della monarchia normanna l’ebbe a un di presso comuni con l’Inghilterra; che nella memorabile rivoluzione del vespro le ristorò ed accrebbe, e lascionne retaggio alle generazioni avvenire; decadendo dal secol decimoquarto infino al diciottesimo, si trovò poco lontana nelle forme, ma di gran lunga nella sostanza, al dritto pubblico inglese, che poi venne sì in moda. E quando il turbine della rivoluzione di Francia crollò quest’antica macchina, la nazione, da pochi valentuomini in fuori, trovossi tale, da non saperla nè apprezzare, nè correggere.


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