SCENA VI.

(volgendosi a Volusia)ne ho venticinque.MarziaEh via!FulviaCertamente. Son nata colla seconda guerra punica, sotto il consolato di Livio Salinatore.... quando incominciò tanta carestia d'uomini. Il che non era di buon augurio per me.ClaudiaCara ed ingenua sempre!LiciniaMa, una così leggiadra adunanza?....MarziaComizii femminili!FulviaCome sarebbe a dire?MarziaChe qui si congiura.Fulvia(mostrando di vedere Fundanio)Ah, per altro, fino a tanto egli c'è un tribuno della plebe, la repubblica non ne avrà detrimento.Annia(sotto voce a Marzia)Ben detto, per una contadina!MarziaOr dunque, sediamo, con gravità romana. Vi dirò ora il perchè vi abbiamo qui convocate. Tu, Licinia, e tu, madre, siete i consoli. Fulvia, Annia, Luscina e Volusia, son le centurie.... un po' smilze....Fundanio(sotto voce a Marzia)Di numero?MarziaCi s'intende. Io, poi, sarò il tribuno, con tua licenza, o Fundanio.FundanioOh, di gran cuore; ma io?MarziaE tu sarai il littore.FundanioSta bene; dunque incomincio. Non vengo attorno, o centurie, a distribuirvi le tavolette pel voto, perchè questo già s'indovina.FulviaChe ne sai tu, littore?FundanioPossibile? Daresti tu il voto contrario alla dimanda.... d'un tribuno? Basta, lasciamola lì. Dirò invece che non distribuisco tavolette, perchè non ne ho. Sono côlto alla sprovveduta. Il voto lo darete ad alta voce, nè ci sarà confusione.(imitando il far dei littori)Ora, se vi pare, fate silenzio, o Quiriti. Tribuno, esponi la causa.Marzia(alzandosi)Incomincio. Egli fu dopo la rotta di Canne, consoli Quinto Fabio Massimo e Tito Sempronio Gracco, che i padri nostri votarono la sciocca legge, proposta da Caio Oppio tribuno. Che dico sciocca? scellerata ed iniqua. «Niuna donna abbia ne' suoi ornamenti più che una mezz'oncia d'oro; nè usi vesti ricamate di varii colori; nè possa andare in cocchio per Roma, o per altre città, ovvero a mille passi in giro di quelle, se non per cagione di pubblici sacrifizii». E v'ebbero cittadini, che la diedero vinta a quel pazzo!....FundanioPer non dirne altro!MarziaLe madri nostre si comportarono degnamente. La patria era in pericolo. Rinunziarono agli ornamentiloro, non pure al superfluo, ma al necessario eziandio; certe che gli uomini non sarieno stati da meno di loro e che, rifiorite le sorti della patria, la legge sarebbe stata cassata. Vent'anni sono trascorsi, e questa bellezza di legge è viva pur sempre. E perchè, perchè si conserva, ora che le sorti di Roma sono di tanto cangiate? Vônno ricondurci ai vieti costumi dei pastori del Lazio; pretendono chei nostri ornamenti, il lusso nostro(se lusso può dirsi un limbello di porpora, due libre d'oro lavorato sulla persona e un cavalluccio da tiro, due alle più grave, per fare le nostre visite) guasterebbero, farieno tralignare questi forti Romani! Ma, per Quirino e per Venere genitrice, chi è che li fa, questi forti Romani?VolusiaNoi!Fundanio(sotto voce, da sè)Finora no.AnniaI nostri mariti trionfano in cocchio; noi andiamo umilmente a piedi.... e non c'è mica occasione di trionfi, per noi.Fundanio(sotto voce, ad Annia Luscina)Eh via, s'ha da credere?AnniaEglino in tuniche palmate, in toghe ricamate, listate di porpora; noi in lana greggia, e d'un solocolore. Se capita un forastiero a Roma, torrà noi per uomini, e per matrone romane i nostri mariti.FundanioSe capita un forastiero con questa sorta d'occhi, io, nella mia qualità di littore, lo accoppo!MarziaConchiudo. Le cause che fecero proporre la legge, dato che ragionevoli cause ci fossero, non esistono più. E per dignità nostra, e per decoro del nostro sesso, e per ragione d'uguaglianza cogli uomini, si chiede la cassazione della legge. E la si concederà, se non si vuole la nostra vergogna. Ho detto.(segni di approvazione di tutti, salvo da parte di Fulvia, che è rimasta sovra pensieri)FundanioOttimamente,... tribuno. Ma consenti ad un amico del vero di mettere in sodo, che, bene o male in arnese, siete poi belle del pari.MarziaGrazie,... littore, sebbene, a te non spettasse parlare; ma vedi? come la bruttezza può esser scemata, così la bellezza può essere accresciuta, da un po' d'ornamenti. Olà, Birria!(a Birria)BirriaPadrona!MarziaVanne a Mirrina, tu, e dille che si faccia innanzi. Or ora vedrai.(a Fundanio)Birria(da sè)Ah, questa poi di fargliela vedere!.... Che volesse invescarlo di Mirrina?MarziaNon vai?BirriaVo, corro, volo.(esce)Fulvia(a Marzia)Che è ciò che prepari?MarziaTu pure vedrai. La donna bella che può diventare bellissima; la natura rinfiancata dall'arte!SCENA VI.Mirrinaelegantemente vestita e Detti;Birriasegue, con alcuni capi di vestiario sulle braccia.AnniaAh, buoni Dei, la leggiadra matrona!LiciniaIn verità, l'ottava meraviglia! Ed è la tua ornatrice?(a Claudia)ClaudiaSì, ed ornata alla sua volta da quella bricconcella di Marzia, colle spoglie venute di Grecia.(Tutti, tranne Fulvia che rimane in disparte, vanno a considerare minutamente Mirrina)MarziaEccovi; fo come Iperide, l'oratore ateniese, allorquando, per guadagnare la causa della sua bella cliente, la messe in mostra nell'Areopago. Questa è l'acconciatura greca, coll'anadèma ed i capegli ricadenti a ricciolini sul fronte. A noi, con queste tunicacce, non andrebbe; ma, con una veste sontuosa, fa spicco. Non è egli vero? Eccovi; questa è la nostra stola, ma più aggraziata, colle maniche serrate al pugno da armille d'oro, stretta da due cinture all'imbusto e colla giunta dello strascico. Dite, non aggiunge maestà al portamento?(Mirrina fa alcuni passi lungo la scena)Vedete adesso!(pigliando un pallio diploide dalle mani di Birria e aggiustandolo alla persona di Mirrina)Questo è il pallio che addoppiato si rafferma alla spalla con un bel fermaglio d'oro. Togliete questo!(come sopra, togliendo dalle mani di Birria e spiegando un ampio velo di fine tessuto di colore scarlatto, che aggiusterà sul capo di Mirrina)Abbiamo il velo porporino, i cui lembi si raccolgono sulle braccia, e ravvolgono bellamente la persona. Guardate il grazioso meandro che corre a' piè della stola! E questi sandali traforati!(Mirrina solleva il lembodellastola sul collo del piede)AnniaLe armille alla noce del piede! Oh bella! Le metto subito anch'io.VolusiaEd io!Fundanio(a Marzia)Così che, mi pare inutile di andare attorno pei voti. Hai il «come tu chiedi» all'unanimità.MarziaMa.... egli pare.... cioè, non affatto.(muovendo verso Fulvia)Che ne sembra a te, mia divina, di questi ornamenti?FulviaBellissimi.MarziaCon che aria lo dici! Pare che a te non farebbe caso di vestir più sfoggiato? Invero, saresti la prima.... e l'unica, poichè il seme di tai donne finirebbe con te.... Ma già si capisce; sorella di Catone!...FulviaOh, egli non è per cotesto. Non farmi così austera per vezzo d'imitazione. Mio fratello pensa a suo modo, ed io.... se pensassi diverso, non mi terrei men buona sorella per ciò.MarziaMa allora....FulviaCara mia, a dirti schiettamente ogni cosa, non sento.... come chiamarla?MarziaLa vanità; di' pure la brutta parola.FulviaNon volevo andare tant'oltre. Non sento.... Via, mettiamo il desiderio.... Non sento il desiderio di comparire. Questo è il mio modo di pensare. O si piace, o non si piace; e gli ornamenti che fanno?MarziaOrgogliosetta! Lo sai, che piaci così disadorna, lo sai?FulviaIo?MarziaNon lo negare! Fosti veduta alla recita dell'Epidico.... e fu veduto e notato anche un altro.Fulvia(arrossendo)Ah!MarziaMa l'amico è dunque molto possente su te? Egli t'ha ammaliata a segno di farti dimenticare la tua.... Come chiamarla?FulviaDignità; di' pure la gran parola.MarziaArguta! mi rendi la pariglia? Orbene, sì, io la dirò, senza cercarne un'altra; la tua dignità femminile.FulviaIo non t'intendo.MarziaSì; non è forse noto che Lucio Valerio (parlo del tribuno, e non del babbo console) difende a spada tratta la legge? E non fu udito a dire che le donne sono ornate anche troppo?FulviaEh, può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.MarziaSì, ma egli ha aggiunto che le donne sono fatte per la casa....FulviaAnche qui....MarziaChe egli, qualunque sia la donna che condurrà in moglie, l'avrà per ottima, purchè governi la casa, sappia filare e distribuire il lavoro alle fantesche.FulviaAh, è ben poca cosa che egli richiede, per trovare una moglie!MarziaE non basta. Che l'uomo dee mantener fermo il suo diritto e la maestà maritale contro l'orgoglio delle donne....Fulvia(con piglio d'incredulità)Ha detto questo? Valerio tribuno? E a chi?MarziaA Fundanio, qui presente, che voleva indurlo a caldeggiare la parte nostra.Fulvia(scossa dalle parole di Marzia)A te, Fundanio?(Fundanio, che s'era avvicinato, rimane alquanto dubbioso: Marzia gli accenna ripetutamente degli occhi)MarziaRispondi! Ciò che hai narrato a me, non puoi ripetere a Fulvia?FundanioEgli è che.... Infine, sì, ha detto questo ed altro ancora. O fosse il suo pensiero, o non mirasse che ad entrare nella grazia del Console tuo fratello, egli ha per giunta chiamato la donna: questo sesso arrogante! questo indomito animale! Animale!Fulvia(con accento di corruccio)Anche questo?MarziaCara mia, egli può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.FulviaNon mi far celia! Cotesta non è più materia da scherzo. Che così parli mio fratello, padrone; egli ha moglie; se la intenda con lei. Ma Valerio, che non l'ha ancora!... Vuol trovarla, e a modino, se pensa e ragiona così.MarziaPure, sarai tu quella.FulviaOh, nè egli mi ha chiesta, nè io....FundanioTi chiederà.Volusia(facendosi innanzi con un velo di color giallo e brillante, che ella ha già indossato)E tu porterai un flammèo di sposa come questo. Provalo! Io l'ho già messo. Ah, come ti va bene! vuoi vederti allo specchio?Fulvia(respingendo il velo)Lascia, te ne prego. A te, non a me, queste allegrezze nuziali!(l'abbraccia)Fundanio(a Fulvia)Ma dimmi; e che farai, quando Lucio Valerio chiederà la tua mano.FulviaTribuno, vuoi saper troppo.VolusiaOh! quello che tu farai, lo so io.FulviaTu?VolusiaSì, fatti in qua! Sai che l'abrogazione della legge sarà proposta nei comizi. I comizi non sarebbero validi se i sacri polli non mangiassero. La capisci tu, questarelazione tra i polli e i comizi? Io no, ma così è. Ora, io te lo giuro, non accetterò la mano di Caio Claudio Pulcro, se, il dì dei comizi, i suoi polli non mi useranno la cortesia di mangiare.FulviaBrava! Comincia così, tu che lo puoi; comanda agli uomini! A far diverso, ci si perde della sua dignità e non ci si guadagna nulla in compenso.MarziaTu sei nostra; ho capito. Il tribuno Valerio ha da tenersi saldo, se può.FulviaAh, quanto a lui!... Ma mio fratello, piuttosto....(con aria peritosa)MarziaVinci; è l'essenziale. Tuo fratello farà come mio padre, come mio marito, come il marito di Annia Luscina, come tutti i senatori; se la recherà in pace. Infine, che cosa domandiamo noi? Un po' di lusso non guasta. Ci volete? Fateci belle!AnniaBrava, ben detto; fateci belle! Ah, se le donne volessero sempre mettersi d'accordo!Fundanio(da sè, mentre le donne si accomiatano nel fondo della scena)Primo guadagno; non si graffierebbero più!FINE DELL'ATTO PRIMOATTO SECONDOLa scena rappresenta un tablino in casa di Marco Porcio Catone. Soffitto di legno a cassettoni, senza ornamenti, o dorature; pareti rozzamente dipinte; pochi e semplici arredi. Un Larario nel fondo, con entro le immagini di Saturno e di Opi. A destra uno stipo di ferro, con suvvi un gruppo di terra cotta, che rappresenta la lupa e i gemelli. A sinistra una tavola, su cui si vedono pezzi di stoffa e una scatola di aghi da cucire. A fianco della tavola una sedia alta con spalliera e senza bracciuoli, collo sgabello davanti, e vicino ad essa un canestro da lavoro. Sulla tavola è anche un codice dalle carte di legno.SCENA PRIMAValerio,e un servo che sta per andarsene.(Lucio Valerio è vestito a un dipresso come il suo collega Marco Fundanio nell'Atto primo. Per far varietà, può avere sotto l'angusticlavio una tunica intima, di color violetto, e sovra ambedue la toga anch'essa violetta).ValerioBene, non importa; aspetterò. Va pure per le tue faccende, che, tornando egli da Tuscolo, non abbia a sgridarti.(il servo esce)Se Fulvia venisse! Di solito, a quest'ora, ella si aggira per l'atrio. Che è ciò?(vedendo il codice sulla tavola)Ah, ilTrinummo, la nuova commedia di Plauto. Che vena, che festività, che sale, in questo capo ameno di Sarsinate! E come il popolo ha ragione di volergli bene! Sarà bello, come tutta la roba sua, questoTrinummo; ma io preferirò sempre l'Epidico. E perchè?Lo sai tu, Valerio tribuno, il perchè? Com'era bella Fulvia, l'altro giorno, in teatro! Dei buoni! e che fatica ho durato, per salir fino a lei! Quella benedetta scalinata non volea più finire. Ci aveva le gambe impacciate, il tribuno Valerio! Egli, avvezzo ai frastuono delle assemblee, si trovava lassù, tra il primo e il second'ordine di sedili, come un pulcin nella stoppia. Ah, mai ho sudato tanto come allora; e in fede mia, se non era la vergogna, avrei dato volta, appena fatti i primi scalini. Ma quando giunsi da lei, come fui pagato della mia costanza, al vedere imporporarsi la bella guancia, all'udirmi dare il benvenuto da quella voce divina!... E tarda ancora! Tra poco sarà qui il Console, e addio colloquio sperato! Pazienza, leggiamo!(squaderna il codice, leggicchiando a spizzico)Ah, se la piglia colla moda! «Volesse Dio che in questo paese, più che alla moda, s'avesse un po' di rispetto al costume dei nostri vecchi e alla parsimonia antica! Questa è la morale, oggidì: quel che ti piace, è lecito. L'ambizione è santificata dall'uso; le leggi! poverine! vedetele in Campidoglio; le sono impiccate al muro con chiovi di ferro. La moda, sì, la moda maledetta, bisognerebbe impiccarvi!» La scena è in Grecia; ma qui si parla di Roma. Questa piacerà a Catone. Il suo amico poeta lo serve a puntino, con questi colpi di frusta.... Ma infine, perchè questo ritardo?(alzandosi spazientito)Ah, donne, donne!... E dicono che amate? Non èvero. Vi lasciate amare, e voi.... voi non sentite un bel nulla. Infatti, se ella mi amasse, sarebbe già qui!(passeggia stropicciando il codice tra le mani)Figurarsi, se non lo sa! Son qui tutti i giorni!.... Ed io, sciocco, che mi disponevo quest'oggi a chiederla in moglie.... che stavo mulinando le parole da dire a Marco Porcio!... Stupido animale! Vedi come corrispondono alle tue premure le donne! Per la prima che amo, son bene conciato davvero.(battendo stizzito il volume sulla tavola)SCENA II.Maccio Plautoe Detto.(Maccio Plauto, bel vecchio di cinquantott'anni, indossa una tunica e una toga di color amaranto carico. Un bastonello tra mani. Calzari di cuoio. Pètaso di feltro, pendente giù dalle spalle).PlautoOrbene, e che ti ha fatto il mio poveroTrinummo, da maltrattarlo in tal guisa?Valerio(da sè)Eccone un altro! Addio colloquio!PlautoTribuno della plebe, tu usurpi l'autorità degli Edili. Soltanto ad essi spetta di ammettere, o di scartare la roba nostra.ValerioPerdonami; ero sovra pensieri, per certe cose mie.... che non francano la spesa d'essere raccontate. Ma, tu lo sai, Tito Maccio; io ti stimo grandemente.PlautoE grandemente ami. Fai tutto alla grande.ValerioIo amo? E chi, di grazia?PlautoTale che non è lungi di qua. Non ho i più bei piedi, ma ho i due migliori occhi di Roma.ValerioEd infatti tu hai veduto in me ciò che io non vedo, nè so.PlautoSaresti tu l'ultimo a conoscer te stesso? Non mi farebbe meraviglia. L'uomo, sia detto sui generali, è il meno sagace degli animali.ValerioDi' pure il più stupido! Io stavo per l'appunto dicendolo a me stesso, quando tu sei entrato. Ma, poichè vuoi farmi innamorato per forza, che pensi tu della donna!PlautoDei buoni! io non potrei parlartene che per mia esperienza.ValerioE quale è stata la tua esperienza?PlautoGrama assai, Lucio Valerio; oh, grama assai!Neamavo una.... Tra parentesi, non ne ho amatoche una.... sul sodo. Ero giovine, venuto a Roma per desiderio di gloria, con un viatico di baldanza, di fede, di speranza e di amore; tutte cose da giovani, che non sono mai troppe, a chi fa il viaggio della vita. Ne mangi oggi, ne mangi domani, e, senza avvedertene, la vettovaglia si scema. Un bel dì, fai per guardar nella sacca.... Addio roba mia; la è sfumata. Per fartela breve, vidi la bella in teatro, alla recita della mia prima commedia, che non dispiacque ai Romani. Gloria ed amore!... Queste due allegrezze mi capitarono insieme. Ma come fare per giungere fino a lei, e, giunto, per rimanervi? La poesia era una magra raccomandazione, in quella casa di gabellieri arricchiti. Cerca cerca, non trovai niente, più al fatto mio che di darmi al traffico, per diventare un grosso mercatante. Lo vedi di qui, un poeta mercatante? Io fui proprio quel desso e pigliai presto il tracollo. Fino a tanto ne ebbi nel forziere, pagai; quando non ce ne furono più, mi diedi per morto in balìa del mio ultimo creditore. Le dodici Tavole parlano chiaro: «Se il debitore non paga, nè altri per lui, il creditore lo porti via con sè, carico di ferri, del peso di quindici libbre; o meno pesanti, se al creditore piace». Vedi che cortesia di Tavole! E fortuna che di creditori io ne avevo uno solo! Se ne avevo due o tre, c'era l'altro articolo che faceva proprio al caso mio: «Il creditore tolga al debitore la sua libertà, e, se gli torna, lo venda di là dal Tevere. Se poi ci sono più creditori, il terzo giorno del mercato, se lo facciano a spicchi».E la legge pietosa aggiunge che, se un creditore, poverino, ne tagliasse un po' più del necessario, non gli si mandino per questo i littori a casa. Io dunque ebbi un solo creditore e cansai di finire salciccia; ma ebbi il peggio che da un solo mi potesse toccare; fui posto alla màcina, come un giumento.ValerioPovero Tito Maccio! A tutti, in Roma ne seppe male.PlautoMa non a lei, non alla donna per cui mi trovavo in quel guaio. Quando ella udì della nuova arte che imparavo, rise, rise saporitissimamente. Poverina! Aveva così bei denti!ValerioTu le hai perdonato?PlautoChe vuoi? Macinando grano pel mio creditore, macinavo filosofia per me; non di quella greca, col mantello unto e bisunto, col bastone e gli scartafacci; filosofia vera, filosofia paesana, che m'è andata in tanto sangue. Meritai allora d'esser libero, poichè avevo vinto me stesso. Dal creditore mi riscattai, tornando a scriver commedie, che gli Edili accettarono e pagarono. Quanto agli amori, alla larga! Feci come il cane, che non passa più rasente alle botteghe dove fu bastonato.ValerioNon amasti più?PlautoAmai sì, ma leggermente, pochin pochino, ad oncie, a scrupoli, come il greco Arcàgato spaccia le sue medicine, che il malanno se lo porti. L'amore, Valerio mio, non dee soggiogarci; non la passione ha da vincer l'uomo, bensì l'uomo la passione.ValerioParole! Ci s'accosta al fuoco per riscaldarci, e la fiamma ci s'appicca alla tunica.PlautoAh sì! ti ho veduto infatti alla recita del mioEpidico, ed eri un incendio. Via, Lucio Valerio, lascia correre tutto il male ch'io t'ho detto delle donne. Era la vendetta d'un autore inascoltato, che ti vedeva tutt'occhi e tutt'orecchi per lei.ValerioChi, lei?PlautoOh bella! Lei; quella che è lei; l'unica che possa e debba esser lei. Se non lo sai, t'istruisco; lei è un modo dittico e calzante di dire F.... U.... L....ValerioBasta! Se ti sente qualcuno....PlautoEh, se mi sente lei, non le dorrà certo. Amate, ragazzi, amate; è questa ancora la più bella commedia,anzi il più bel poema del mondo; nè Omero l'ha scritto, nè Ennio, che è l'Omero latino, scriverà il somigliante.ValerioAh, io temo che ella non mi ami!PlautoDavvero? Oh povero amico! Ma senti! il mioEpidicot'ha fatto servizio; vuoi che ti faccia servizio l'autore? Ne entro a lei, e....ValerioNo, non incomodarti, non c'è bisogno.PlautoAah!... Al fratello dunque? L'ho lasciato nel Foro, dove siamo scesi, tornando da Tuscolo; appena e' torni in casa, ti servo.ValerioNo, per amor del cielo! Questa passione del tuo amico è ancora un segreto.PlautoSì, come la tosse.ValerioPerchè?PlautoTutta Roma lo sa. Se tu fossi uno di quei vagheggini sconclusionati che s'aggirano intorno a questa e a quella, nessuno avrebbe posto mente alla cosa. Una più, una meno, chi ne fa conto? Ma vedercercata da Valerio una donna, da Valerio, il benvoluto del popolo, da quel Valerio, di cui era tanto più notevole l'austerità, quanto più era appariscente la persona, chi non si sarebbe fermato a ragionarci su? Caro mio, una cosa è da farsi, e presto; parlarne al Console.ValerioCi pensavo fino da ieri....PlautoBravo; così va fatto.ValerioMa.... non ardisco.PlautoTu, tribuno della plebe?ValerioIo, sì, io, tribuno della plebe, non ardisco. Che c'entra l'ufficio, nelle cose del cuore? Io non ardisco parlare, non ardisco confessare il mio segreto a quell'uomo, da cui dipende la mia felicità.PlautoHa da stiacciare la noce, chi vuole la polpa. Il guscio del Console è un po' ruvido, concedo; ma il cuore è ottimo. Fa a modo mio, Lucio Valerio, parlane a lui, e quest'oggi. Egli è tornato di buon umore dalla campagna. Tutto era in ordine colà. Il grano promette; la vigna ha fatto prodigi; sei altri vitelli son nati in questo mese; gli schiavi di catenahan lavorato di buona voglia a sterrargli un campo che sarà messo a coltura; l'aia, il cortile, la stalla, sono lucenti come uno specchio. Egli non ha avuto che a lodare e, rimontando in cocchio, mi ha detto che se ne andava più contento all'impresa di Spagna. Sai che partirà fra quattro giorni, appena sia respinta, com'è da credersi, la proposta del tuo collega Fundanio. Vedrai, gli è proprio il momento buono per entrargli del tuo negozio. Te la concede, amico mio, te la concede; tu se' nato vestito.ValerioTu mi consoli, Tito Maccio; credo che avrò la forza di aprirgli l'animo mio. Ma ecco; mi par la sua voce.SCENA III.Marco Porcio Catone,Erenniolittore e Detti.(Catone indossa il laticlavio, tunica di lana bianca, partita sul dinanzi da una larga striscia di porpora. Toga bianca di lana. Petaso in capo, che deporrà nello entrare. Capegli rossi e crespi. Calzari di cuoio.Erennio ha tunica bigia, e toga. Capegli lunghi e barba. Fasci senza scure, nella mano destra, appoggiati sull'òmero. Una verga bianca nella mano sinistra.)Catone(di dentro)Per tutti gli Dei dell'Averno, che sì ch'io t'ho a conciar come meriti, matricolato furfante!PlautoAhi! gira il vento.Catone(entrando, sempre rivolto indietro)Non ammetto scuse. Fammene un'altra di queste e dal servizio della tua padrona ti mando difilato a girare la màcina.PlautoÈ dura cosa, la màcina; io la conosco.CatoneAh, non badare, Tito Maccio! Del resto tu avevi il debito. Chi non paga di borsa paghi di persona.Erennio(in disparte)Così sta scritto.CatoneMa vedi questi bricconi! Se la va di questo passo in Roma, tra un anno, o due, bisognerà darsi alla macchia.PlautoCon chi l'hai tu?CatoneCol mio servo, per Bacco, o, a dire più veramente, col servo di mia moglie. Una perla, quando io l'ho comperato! Ed ecco, me l'hanno guastato anche lui! Ah greci! Chi ci libera dai greci! Noi li abbiamo vinti; essi ci ammorbano. L'è una vera peste ellenica. Ieri parto, lasciando la casa sana. Torno, e già c'è penetrato l'inimico. Figùrati Valerio.... Ohè, Valerio!Valerio(che era andato verso la fauce a curiosare nel peristilio, torna sollecito)Son qua.CatoneFigùrati; entro in casa e trovo il servo di mia moglie che usciva. Si tira da un lato, il manigoldo, e con la sua voce sguaiata mi sfrombola unchere despòtu; mi saluta in greco! A me! Ma dove le imparano, dico io? Perfino Erennio, il mio littore, ha impallidito dallo sdegno. Non è egli vero?ErennioLa lingua dei padri è sacra, come il diritto dei Penati di Roma.Plauto(da sè)Bravo, il littore! O non pare una delle Dodici Tavole?CatoneMa! Eppure egli c'è in Roma della gente che se ne dimentica, gente a cui non è più sacro il Campidoglio, gloria e amore dei nostri antichi, nè i numi laziari, nè i laziari costumi. Grecheggiano! È la loro manìa. Nulla distingue più i giovani romani educati in Roma, dai giovani greci educati in Atene. E il vecchio spirito romano se ne va, cede di contro all'alito di questa genìa, la più perversa e intrattabile del mondo, la quale non ha dato, che cicaloni, spaccamonti, acchiappanuvole.ValerioPure, ha dato Leonida!CatoneTi concedo Leonida. Ma abbiam mestieri di andare per fuoco da loro, noi che ci abbiamo il tempio di Vesta? Leonida! Leonida! Io ti oppongo Quinzio Cedicio, tribuno militare nella prima guerra punica, che salvò l'esercito romano, tratto in agguato, in una stretta di Sicilia. Toccava alle nostre armi la sorte di Caudio, e con peggiore vergogna, poichè, gl'inimici stavolta erano cartaginesi. Che fa Cedicio? Piglia con sè pochi animosi, si tira addosso tutto l'impeto dei nemici, cade crivellato di ferite sopra un monte di cadaveri; intanto, l'esercito romano sfila e si salva. Ora, io lo dimando a te; che cosa ha fatto Leonida, più di Cedicio? Rispondi!Plauto

(volgendosi a Volusia)

(volgendosi a Volusia)

ne ho venticinque.

Marzia

Eh via!

Fulvia

Certamente. Son nata colla seconda guerra punica, sotto il consolato di Livio Salinatore.... quando incominciò tanta carestia d'uomini. Il che non era di buon augurio per me.

Claudia

Cara ed ingenua sempre!

Licinia

Ma, una così leggiadra adunanza?....

Marzia

Comizii femminili!

Fulvia

Come sarebbe a dire?

Marzia

Che qui si congiura.

Fulvia

(mostrando di vedere Fundanio)

(mostrando di vedere Fundanio)

Ah, per altro, fino a tanto egli c'è un tribuno della plebe, la repubblica non ne avrà detrimento.

Annia

(sotto voce a Marzia)

(sotto voce a Marzia)

Ben detto, per una contadina!

Marzia

Or dunque, sediamo, con gravità romana. Vi dirò ora il perchè vi abbiamo qui convocate. Tu, Licinia, e tu, madre, siete i consoli. Fulvia, Annia, Luscina e Volusia, son le centurie.... un po' smilze....

Fundanio

(sotto voce a Marzia)

(sotto voce a Marzia)

Di numero?

Marzia

Ci s'intende. Io, poi, sarò il tribuno, con tua licenza, o Fundanio.

Fundanio

Oh, di gran cuore; ma io?

Marzia

E tu sarai il littore.

Fundanio

Sta bene; dunque incomincio. Non vengo attorno, o centurie, a distribuirvi le tavolette pel voto, perchè questo già s'indovina.

Fulvia

Che ne sai tu, littore?

Fundanio

Possibile? Daresti tu il voto contrario alla dimanda.... d'un tribuno? Basta, lasciamola lì. Dirò invece che non distribuisco tavolette, perchè non ne ho. Sono côlto alla sprovveduta. Il voto lo darete ad alta voce, nè ci sarà confusione.

(imitando il far dei littori)

(imitando il far dei littori)

Ora, se vi pare, fate silenzio, o Quiriti. Tribuno, esponi la causa.

Marzia

(alzandosi)

(alzandosi)

Incomincio. Egli fu dopo la rotta di Canne, consoli Quinto Fabio Massimo e Tito Sempronio Gracco, che i padri nostri votarono la sciocca legge, proposta da Caio Oppio tribuno. Che dico sciocca? scellerata ed iniqua. «Niuna donna abbia ne' suoi ornamenti più che una mezz'oncia d'oro; nè usi vesti ricamate di varii colori; nè possa andare in cocchio per Roma, o per altre città, ovvero a mille passi in giro di quelle, se non per cagione di pubblici sacrifizii». E v'ebbero cittadini, che la diedero vinta a quel pazzo!....

Fundanio

Per non dirne altro!

Marzia

Le madri nostre si comportarono degnamente. La patria era in pericolo. Rinunziarono agli ornamentiloro, non pure al superfluo, ma al necessario eziandio; certe che gli uomini non sarieno stati da meno di loro e che, rifiorite le sorti della patria, la legge sarebbe stata cassata. Vent'anni sono trascorsi, e questa bellezza di legge è viva pur sempre. E perchè, perchè si conserva, ora che le sorti di Roma sono di tanto cangiate? Vônno ricondurci ai vieti costumi dei pastori del Lazio; pretendono chei nostri ornamenti, il lusso nostro(se lusso può dirsi un limbello di porpora, due libre d'oro lavorato sulla persona e un cavalluccio da tiro, due alle più grave, per fare le nostre visite) guasterebbero, farieno tralignare questi forti Romani! Ma, per Quirino e per Venere genitrice, chi è che li fa, questi forti Romani?

Volusia

Noi!

Fundanio

(sotto voce, da sè)

(sotto voce, da sè)

Finora no.

Annia

I nostri mariti trionfano in cocchio; noi andiamo umilmente a piedi.... e non c'è mica occasione di trionfi, per noi.

Fundanio

(sotto voce, ad Annia Luscina)

(sotto voce, ad Annia Luscina)

Eh via, s'ha da credere?

Annia

Eglino in tuniche palmate, in toghe ricamate, listate di porpora; noi in lana greggia, e d'un solocolore. Se capita un forastiero a Roma, torrà noi per uomini, e per matrone romane i nostri mariti.

Fundanio

Se capita un forastiero con questa sorta d'occhi, io, nella mia qualità di littore, lo accoppo!

Marzia

Conchiudo. Le cause che fecero proporre la legge, dato che ragionevoli cause ci fossero, non esistono più. E per dignità nostra, e per decoro del nostro sesso, e per ragione d'uguaglianza cogli uomini, si chiede la cassazione della legge. E la si concederà, se non si vuole la nostra vergogna. Ho detto.

(segni di approvazione di tutti, salvo da parte di Fulvia, che è rimasta sovra pensieri)

(segni di approvazione di tutti, salvo da parte di Fulvia, che è rimasta sovra pensieri)

Fundanio

Ottimamente,... tribuno. Ma consenti ad un amico del vero di mettere in sodo, che, bene o male in arnese, siete poi belle del pari.

Marzia

Grazie,... littore, sebbene, a te non spettasse parlare; ma vedi? come la bruttezza può esser scemata, così la bellezza può essere accresciuta, da un po' d'ornamenti. Olà, Birria!

(a Birria)

(a Birria)

Birria

Padrona!

Marzia

Vanne a Mirrina, tu, e dille che si faccia innanzi. Or ora vedrai.

(a Fundanio)

(a Fundanio)

Birria

(da sè)

(da sè)

Ah, questa poi di fargliela vedere!.... Che volesse invescarlo di Mirrina?

Marzia

Non vai?

Birria

Vo, corro, volo.

(esce)

(esce)

Fulvia

(a Marzia)

(a Marzia)

Che è ciò che prepari?

Marzia

Tu pure vedrai. La donna bella che può diventare bellissima; la natura rinfiancata dall'arte!

Mirrinaelegantemente vestita e Detti;Birriasegue, con alcuni capi di vestiario sulle braccia.

Annia

Ah, buoni Dei, la leggiadra matrona!

Licinia

In verità, l'ottava meraviglia! Ed è la tua ornatrice?

(a Claudia)

(a Claudia)

Claudia

Sì, ed ornata alla sua volta da quella bricconcella di Marzia, colle spoglie venute di Grecia.

(Tutti, tranne Fulvia che rimane in disparte, vanno a considerare minutamente Mirrina)

(Tutti, tranne Fulvia che rimane in disparte, vanno a considerare minutamente Mirrina)

Marzia

Eccovi; fo come Iperide, l'oratore ateniese, allorquando, per guadagnare la causa della sua bella cliente, la messe in mostra nell'Areopago. Questa è l'acconciatura greca, coll'anadèma ed i capegli ricadenti a ricciolini sul fronte. A noi, con queste tunicacce, non andrebbe; ma, con una veste sontuosa, fa spicco. Non è egli vero? Eccovi; questa è la nostra stola, ma più aggraziata, colle maniche serrate al pugno da armille d'oro, stretta da due cinture all'imbusto e colla giunta dello strascico. Dite, non aggiunge maestà al portamento?

(Mirrina fa alcuni passi lungo la scena)

(Mirrina fa alcuni passi lungo la scena)

Vedete adesso!

(pigliando un pallio diploide dalle mani di Birria e aggiustandolo alla persona di Mirrina)

(pigliando un pallio diploide dalle mani di Birria e aggiustandolo alla persona di Mirrina)

Questo è il pallio che addoppiato si rafferma alla spalla con un bel fermaglio d'oro. Togliete questo!

(come sopra, togliendo dalle mani di Birria e spiegando un ampio velo di fine tessuto di colore scarlatto, che aggiusterà sul capo di Mirrina)

(come sopra, togliendo dalle mani di Birria e spiegando un ampio velo di fine tessuto di colore scarlatto, che aggiusterà sul capo di Mirrina)

Abbiamo il velo porporino, i cui lembi si raccolgono sulle braccia, e ravvolgono bellamente la persona. Guardate il grazioso meandro che corre a' piè della stola! E questi sandali traforati!

(Mirrina solleva il lembodellastola sul collo del piede)

(Mirrina solleva il lembodellastola sul collo del piede)

Annia

Le armille alla noce del piede! Oh bella! Le metto subito anch'io.

Volusia

Ed io!

Fundanio

(a Marzia)

(a Marzia)

Così che, mi pare inutile di andare attorno pei voti. Hai il «come tu chiedi» all'unanimità.

Marzia

Ma.... egli pare.... cioè, non affatto.

(muovendo verso Fulvia)

(muovendo verso Fulvia)

Che ne sembra a te, mia divina, di questi ornamenti?

Fulvia

Bellissimi.

Marzia

Con che aria lo dici! Pare che a te non farebbe caso di vestir più sfoggiato? Invero, saresti la prima.... e l'unica, poichè il seme di tai donne finirebbe con te.... Ma già si capisce; sorella di Catone!...

Fulvia

Oh, egli non è per cotesto. Non farmi così austera per vezzo d'imitazione. Mio fratello pensa a suo modo, ed io.... se pensassi diverso, non mi terrei men buona sorella per ciò.

Marzia

Ma allora....

Fulvia

Cara mia, a dirti schiettamente ogni cosa, non sento.... come chiamarla?

Marzia

La vanità; di' pure la brutta parola.

Fulvia

Non volevo andare tant'oltre. Non sento.... Via, mettiamo il desiderio.... Non sento il desiderio di comparire. Questo è il mio modo di pensare. O si piace, o non si piace; e gli ornamenti che fanno?

Marzia

Orgogliosetta! Lo sai, che piaci così disadorna, lo sai?

Fulvia

Io?

Marzia

Non lo negare! Fosti veduta alla recita dell'Epidico.... e fu veduto e notato anche un altro.

Fulvia

(arrossendo)

(arrossendo)

Ah!

Marzia

Ma l'amico è dunque molto possente su te? Egli t'ha ammaliata a segno di farti dimenticare la tua.... Come chiamarla?

Fulvia

Dignità; di' pure la gran parola.

Marzia

Arguta! mi rendi la pariglia? Orbene, sì, io la dirò, senza cercarne un'altra; la tua dignità femminile.

Fulvia

Io non t'intendo.

Marzia

Sì; non è forse noto che Lucio Valerio (parlo del tribuno, e non del babbo console) difende a spada tratta la legge? E non fu udito a dire che le donne sono ornate anche troppo?

Fulvia

Eh, può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.

Marzia

Sì, ma egli ha aggiunto che le donne sono fatte per la casa....

Fulvia

Anche qui....

Marzia

Che egli, qualunque sia la donna che condurrà in moglie, l'avrà per ottima, purchè governi la casa, sappia filare e distribuire il lavoro alle fantesche.

Fulvia

Ah, è ben poca cosa che egli richiede, per trovare una moglie!

Marzia

E non basta. Che l'uomo dee mantener fermo il suo diritto e la maestà maritale contro l'orgoglio delle donne....

Fulvia

(con piglio d'incredulità)

(con piglio d'incredulità)

Ha detto questo? Valerio tribuno? E a chi?

Marzia

A Fundanio, qui presente, che voleva indurlo a caldeggiare la parte nostra.

Fulvia

(scossa dalle parole di Marzia)

(scossa dalle parole di Marzia)

A te, Fundanio?

(Fundanio, che s'era avvicinato, rimane alquanto dubbioso: Marzia gli accenna ripetutamente degli occhi)

(Fundanio, che s'era avvicinato, rimane alquanto dubbioso: Marzia gli accenna ripetutamente degli occhi)

Marzia

Rispondi! Ciò che hai narrato a me, non puoi ripetere a Fulvia?

Fundanio

Egli è che.... Infine, sì, ha detto questo ed altro ancora. O fosse il suo pensiero, o non mirasse che ad entrare nella grazia del Console tuo fratello, egli ha per giunta chiamato la donna: questo sesso arrogante! questo indomito animale! Animale!

Fulvia

(con accento di corruccio)

(con accento di corruccio)

Anche questo?

Marzia

Cara mia, egli può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.

Fulvia

Non mi far celia! Cotesta non è più materia da scherzo. Che così parli mio fratello, padrone; egli ha moglie; se la intenda con lei. Ma Valerio, che non l'ha ancora!... Vuol trovarla, e a modino, se pensa e ragiona così.

Marzia

Pure, sarai tu quella.

Fulvia

Oh, nè egli mi ha chiesta, nè io....

Fundanio

Ti chiederà.

Volusia

(facendosi innanzi con un velo di color giallo e brillante, che ella ha già indossato)

(facendosi innanzi con un velo di color giallo e brillante, che ella ha già indossato)

E tu porterai un flammèo di sposa come questo. Provalo! Io l'ho già messo. Ah, come ti va bene! vuoi vederti allo specchio?

Fulvia

(respingendo il velo)

(respingendo il velo)

Lascia, te ne prego. A te, non a me, queste allegrezze nuziali!

(l'abbraccia)

(l'abbraccia)

Fundanio

(a Fulvia)

(a Fulvia)

Ma dimmi; e che farai, quando Lucio Valerio chiederà la tua mano.

Fulvia

Tribuno, vuoi saper troppo.

Volusia

Oh! quello che tu farai, lo so io.

Fulvia

Tu?

Volusia

Sì, fatti in qua! Sai che l'abrogazione della legge sarà proposta nei comizi. I comizi non sarebbero validi se i sacri polli non mangiassero. La capisci tu, questarelazione tra i polli e i comizi? Io no, ma così è. Ora, io te lo giuro, non accetterò la mano di Caio Claudio Pulcro, se, il dì dei comizi, i suoi polli non mi useranno la cortesia di mangiare.

Fulvia

Brava! Comincia così, tu che lo puoi; comanda agli uomini! A far diverso, ci si perde della sua dignità e non ci si guadagna nulla in compenso.

Marzia

Tu sei nostra; ho capito. Il tribuno Valerio ha da tenersi saldo, se può.

Fulvia

Ah, quanto a lui!... Ma mio fratello, piuttosto....

(con aria peritosa)

(con aria peritosa)

Marzia

Vinci; è l'essenziale. Tuo fratello farà come mio padre, come mio marito, come il marito di Annia Luscina, come tutti i senatori; se la recherà in pace. Infine, che cosa domandiamo noi? Un po' di lusso non guasta. Ci volete? Fateci belle!

Annia

Brava, ben detto; fateci belle! Ah, se le donne volessero sempre mettersi d'accordo!

Fundanio

(da sè, mentre le donne si accomiatano nel fondo della scena)

(da sè, mentre le donne si accomiatano nel fondo della scena)

Primo guadagno; non si graffierebbero più!

FINE DELL'ATTO PRIMO

La scena rappresenta un tablino in casa di Marco Porcio Catone. Soffitto di legno a cassettoni, senza ornamenti, o dorature; pareti rozzamente dipinte; pochi e semplici arredi. Un Larario nel fondo, con entro le immagini di Saturno e di Opi. A destra uno stipo di ferro, con suvvi un gruppo di terra cotta, che rappresenta la lupa e i gemelli. A sinistra una tavola, su cui si vedono pezzi di stoffa e una scatola di aghi da cucire. A fianco della tavola una sedia alta con spalliera e senza bracciuoli, collo sgabello davanti, e vicino ad essa un canestro da lavoro. Sulla tavola è anche un codice dalle carte di legno.

La scena rappresenta un tablino in casa di Marco Porcio Catone. Soffitto di legno a cassettoni, senza ornamenti, o dorature; pareti rozzamente dipinte; pochi e semplici arredi. Un Larario nel fondo, con entro le immagini di Saturno e di Opi. A destra uno stipo di ferro, con suvvi un gruppo di terra cotta, che rappresenta la lupa e i gemelli. A sinistra una tavola, su cui si vedono pezzi di stoffa e una scatola di aghi da cucire. A fianco della tavola una sedia alta con spalliera e senza bracciuoli, collo sgabello davanti, e vicino ad essa un canestro da lavoro. Sulla tavola è anche un codice dalle carte di legno.

Valerio,e un servo che sta per andarsene.

(Lucio Valerio è vestito a un dipresso come il suo collega Marco Fundanio nell'Atto primo. Per far varietà, può avere sotto l'angusticlavio una tunica intima, di color violetto, e sovra ambedue la toga anch'essa violetta).

Valerio

Bene, non importa; aspetterò. Va pure per le tue faccende, che, tornando egli da Tuscolo, non abbia a sgridarti.

(il servo esce)

(il servo esce)

Se Fulvia venisse! Di solito, a quest'ora, ella si aggira per l'atrio. Che è ciò?

(vedendo il codice sulla tavola)

(vedendo il codice sulla tavola)

Ah, ilTrinummo, la nuova commedia di Plauto. Che vena, che festività, che sale, in questo capo ameno di Sarsinate! E come il popolo ha ragione di volergli bene! Sarà bello, come tutta la roba sua, questoTrinummo; ma io preferirò sempre l'Epidico. E perchè?Lo sai tu, Valerio tribuno, il perchè? Com'era bella Fulvia, l'altro giorno, in teatro! Dei buoni! e che fatica ho durato, per salir fino a lei! Quella benedetta scalinata non volea più finire. Ci aveva le gambe impacciate, il tribuno Valerio! Egli, avvezzo ai frastuono delle assemblee, si trovava lassù, tra il primo e il second'ordine di sedili, come un pulcin nella stoppia. Ah, mai ho sudato tanto come allora; e in fede mia, se non era la vergogna, avrei dato volta, appena fatti i primi scalini. Ma quando giunsi da lei, come fui pagato della mia costanza, al vedere imporporarsi la bella guancia, all'udirmi dare il benvenuto da quella voce divina!... E tarda ancora! Tra poco sarà qui il Console, e addio colloquio sperato! Pazienza, leggiamo!

(squaderna il codice, leggicchiando a spizzico)

(squaderna il codice, leggicchiando a spizzico)

Ah, se la piglia colla moda! «Volesse Dio che in questo paese, più che alla moda, s'avesse un po' di rispetto al costume dei nostri vecchi e alla parsimonia antica! Questa è la morale, oggidì: quel che ti piace, è lecito. L'ambizione è santificata dall'uso; le leggi! poverine! vedetele in Campidoglio; le sono impiccate al muro con chiovi di ferro. La moda, sì, la moda maledetta, bisognerebbe impiccarvi!» La scena è in Grecia; ma qui si parla di Roma. Questa piacerà a Catone. Il suo amico poeta lo serve a puntino, con questi colpi di frusta.... Ma infine, perchè questo ritardo?

(alzandosi spazientito)

(alzandosi spazientito)

Ah, donne, donne!... E dicono che amate? Non èvero. Vi lasciate amare, e voi.... voi non sentite un bel nulla. Infatti, se ella mi amasse, sarebbe già qui!

(passeggia stropicciando il codice tra le mani)

(passeggia stropicciando il codice tra le mani)

Figurarsi, se non lo sa! Son qui tutti i giorni!.... Ed io, sciocco, che mi disponevo quest'oggi a chiederla in moglie.... che stavo mulinando le parole da dire a Marco Porcio!... Stupido animale! Vedi come corrispondono alle tue premure le donne! Per la prima che amo, son bene conciato davvero.

(battendo stizzito il volume sulla tavola)

(battendo stizzito il volume sulla tavola)

Maccio Plautoe Detto.

(Maccio Plauto, bel vecchio di cinquantott'anni, indossa una tunica e una toga di color amaranto carico. Un bastonello tra mani. Calzari di cuoio. Pètaso di feltro, pendente giù dalle spalle).

Plauto

Orbene, e che ti ha fatto il mio poveroTrinummo, da maltrattarlo in tal guisa?

Valerio

(da sè)

(da sè)

Eccone un altro! Addio colloquio!

Plauto

Tribuno della plebe, tu usurpi l'autorità degli Edili. Soltanto ad essi spetta di ammettere, o di scartare la roba nostra.

Valerio

Perdonami; ero sovra pensieri, per certe cose mie.... che non francano la spesa d'essere raccontate. Ma, tu lo sai, Tito Maccio; io ti stimo grandemente.

Plauto

E grandemente ami. Fai tutto alla grande.

Valerio

Io amo? E chi, di grazia?

Plauto

Tale che non è lungi di qua. Non ho i più bei piedi, ma ho i due migliori occhi di Roma.

Valerio

Ed infatti tu hai veduto in me ciò che io non vedo, nè so.

Plauto

Saresti tu l'ultimo a conoscer te stesso? Non mi farebbe meraviglia. L'uomo, sia detto sui generali, è il meno sagace degli animali.

Valerio

Di' pure il più stupido! Io stavo per l'appunto dicendolo a me stesso, quando tu sei entrato. Ma, poichè vuoi farmi innamorato per forza, che pensi tu della donna!

Plauto

Dei buoni! io non potrei parlartene che per mia esperienza.

Valerio

E quale è stata la tua esperienza?

Plauto

Grama assai, Lucio Valerio; oh, grama assai!Neamavo una.... Tra parentesi, non ne ho amatoche una.... sul sodo. Ero giovine, venuto a Roma per desiderio di gloria, con un viatico di baldanza, di fede, di speranza e di amore; tutte cose da giovani, che non sono mai troppe, a chi fa il viaggio della vita. Ne mangi oggi, ne mangi domani, e, senza avvedertene, la vettovaglia si scema. Un bel dì, fai per guardar nella sacca.... Addio roba mia; la è sfumata. Per fartela breve, vidi la bella in teatro, alla recita della mia prima commedia, che non dispiacque ai Romani. Gloria ed amore!... Queste due allegrezze mi capitarono insieme. Ma come fare per giungere fino a lei, e, giunto, per rimanervi? La poesia era una magra raccomandazione, in quella casa di gabellieri arricchiti. Cerca cerca, non trovai niente, più al fatto mio che di darmi al traffico, per diventare un grosso mercatante. Lo vedi di qui, un poeta mercatante? Io fui proprio quel desso e pigliai presto il tracollo. Fino a tanto ne ebbi nel forziere, pagai; quando non ce ne furono più, mi diedi per morto in balìa del mio ultimo creditore. Le dodici Tavole parlano chiaro: «Se il debitore non paga, nè altri per lui, il creditore lo porti via con sè, carico di ferri, del peso di quindici libbre; o meno pesanti, se al creditore piace». Vedi che cortesia di Tavole! E fortuna che di creditori io ne avevo uno solo! Se ne avevo due o tre, c'era l'altro articolo che faceva proprio al caso mio: «Il creditore tolga al debitore la sua libertà, e, se gli torna, lo venda di là dal Tevere. Se poi ci sono più creditori, il terzo giorno del mercato, se lo facciano a spicchi».E la legge pietosa aggiunge che, se un creditore, poverino, ne tagliasse un po' più del necessario, non gli si mandino per questo i littori a casa. Io dunque ebbi un solo creditore e cansai di finire salciccia; ma ebbi il peggio che da un solo mi potesse toccare; fui posto alla màcina, come un giumento.

Valerio

Povero Tito Maccio! A tutti, in Roma ne seppe male.

Plauto

Ma non a lei, non alla donna per cui mi trovavo in quel guaio. Quando ella udì della nuova arte che imparavo, rise, rise saporitissimamente. Poverina! Aveva così bei denti!

Valerio

Tu le hai perdonato?

Plauto

Che vuoi? Macinando grano pel mio creditore, macinavo filosofia per me; non di quella greca, col mantello unto e bisunto, col bastone e gli scartafacci; filosofia vera, filosofia paesana, che m'è andata in tanto sangue. Meritai allora d'esser libero, poichè avevo vinto me stesso. Dal creditore mi riscattai, tornando a scriver commedie, che gli Edili accettarono e pagarono. Quanto agli amori, alla larga! Feci come il cane, che non passa più rasente alle botteghe dove fu bastonato.

Valerio

Non amasti più?

Plauto

Amai sì, ma leggermente, pochin pochino, ad oncie, a scrupoli, come il greco Arcàgato spaccia le sue medicine, che il malanno se lo porti. L'amore, Valerio mio, non dee soggiogarci; non la passione ha da vincer l'uomo, bensì l'uomo la passione.

Valerio

Parole! Ci s'accosta al fuoco per riscaldarci, e la fiamma ci s'appicca alla tunica.

Plauto

Ah sì! ti ho veduto infatti alla recita del mioEpidico, ed eri un incendio. Via, Lucio Valerio, lascia correre tutto il male ch'io t'ho detto delle donne. Era la vendetta d'un autore inascoltato, che ti vedeva tutt'occhi e tutt'orecchi per lei.

Valerio

Chi, lei?

Plauto

Oh bella! Lei; quella che è lei; l'unica che possa e debba esser lei. Se non lo sai, t'istruisco; lei è un modo dittico e calzante di dire F.... U.... L....

Valerio

Basta! Se ti sente qualcuno....

Plauto

Eh, se mi sente lei, non le dorrà certo. Amate, ragazzi, amate; è questa ancora la più bella commedia,anzi il più bel poema del mondo; nè Omero l'ha scritto, nè Ennio, che è l'Omero latino, scriverà il somigliante.

Valerio

Ah, io temo che ella non mi ami!

Plauto

Davvero? Oh povero amico! Ma senti! il mioEpidicot'ha fatto servizio; vuoi che ti faccia servizio l'autore? Ne entro a lei, e....

Valerio

No, non incomodarti, non c'è bisogno.

Plauto

Aah!... Al fratello dunque? L'ho lasciato nel Foro, dove siamo scesi, tornando da Tuscolo; appena e' torni in casa, ti servo.

Valerio

No, per amor del cielo! Questa passione del tuo amico è ancora un segreto.

Plauto

Sì, come la tosse.

Valerio

Perchè?

Plauto

Tutta Roma lo sa. Se tu fossi uno di quei vagheggini sconclusionati che s'aggirano intorno a questa e a quella, nessuno avrebbe posto mente alla cosa. Una più, una meno, chi ne fa conto? Ma vedercercata da Valerio una donna, da Valerio, il benvoluto del popolo, da quel Valerio, di cui era tanto più notevole l'austerità, quanto più era appariscente la persona, chi non si sarebbe fermato a ragionarci su? Caro mio, una cosa è da farsi, e presto; parlarne al Console.

Valerio

Ci pensavo fino da ieri....

Plauto

Bravo; così va fatto.

Valerio

Ma.... non ardisco.

Plauto

Tu, tribuno della plebe?

Valerio

Io, sì, io, tribuno della plebe, non ardisco. Che c'entra l'ufficio, nelle cose del cuore? Io non ardisco parlare, non ardisco confessare il mio segreto a quell'uomo, da cui dipende la mia felicità.

Plauto

Ha da stiacciare la noce, chi vuole la polpa. Il guscio del Console è un po' ruvido, concedo; ma il cuore è ottimo. Fa a modo mio, Lucio Valerio, parlane a lui, e quest'oggi. Egli è tornato di buon umore dalla campagna. Tutto era in ordine colà. Il grano promette; la vigna ha fatto prodigi; sei altri vitelli son nati in questo mese; gli schiavi di catenahan lavorato di buona voglia a sterrargli un campo che sarà messo a coltura; l'aia, il cortile, la stalla, sono lucenti come uno specchio. Egli non ha avuto che a lodare e, rimontando in cocchio, mi ha detto che se ne andava più contento all'impresa di Spagna. Sai che partirà fra quattro giorni, appena sia respinta, com'è da credersi, la proposta del tuo collega Fundanio. Vedrai, gli è proprio il momento buono per entrargli del tuo negozio. Te la concede, amico mio, te la concede; tu se' nato vestito.

Valerio

Tu mi consoli, Tito Maccio; credo che avrò la forza di aprirgli l'animo mio. Ma ecco; mi par la sua voce.

Marco Porcio Catone,Erenniolittore e Detti.

(Catone indossa il laticlavio, tunica di lana bianca, partita sul dinanzi da una larga striscia di porpora. Toga bianca di lana. Petaso in capo, che deporrà nello entrare. Capegli rossi e crespi. Calzari di cuoio.Erennio ha tunica bigia, e toga. Capegli lunghi e barba. Fasci senza scure, nella mano destra, appoggiati sull'òmero. Una verga bianca nella mano sinistra.)

Catone

(di dentro)

(di dentro)

Per tutti gli Dei dell'Averno, che sì ch'io t'ho a conciar come meriti, matricolato furfante!

Plauto

Ahi! gira il vento.

Catone

(entrando, sempre rivolto indietro)

(entrando, sempre rivolto indietro)

Non ammetto scuse. Fammene un'altra di queste e dal servizio della tua padrona ti mando difilato a girare la màcina.

Plauto

È dura cosa, la màcina; io la conosco.

Catone

Ah, non badare, Tito Maccio! Del resto tu avevi il debito. Chi non paga di borsa paghi di persona.

Erennio

(in disparte)

(in disparte)

Così sta scritto.

Catone

Ma vedi questi bricconi! Se la va di questo passo in Roma, tra un anno, o due, bisognerà darsi alla macchia.

Plauto

Con chi l'hai tu?

Catone

Col mio servo, per Bacco, o, a dire più veramente, col servo di mia moglie. Una perla, quando io l'ho comperato! Ed ecco, me l'hanno guastato anche lui! Ah greci! Chi ci libera dai greci! Noi li abbiamo vinti; essi ci ammorbano. L'è una vera peste ellenica. Ieri parto, lasciando la casa sana. Torno, e già c'è penetrato l'inimico. Figùrati Valerio.... Ohè, Valerio!

Valerio

(che era andato verso la fauce a curiosare nel peristilio, torna sollecito)

(che era andato verso la fauce a curiosare nel peristilio, torna sollecito)

Son qua.

Catone

Figùrati; entro in casa e trovo il servo di mia moglie che usciva. Si tira da un lato, il manigoldo, e con la sua voce sguaiata mi sfrombola unchere despòtu; mi saluta in greco! A me! Ma dove le imparano, dico io? Perfino Erennio, il mio littore, ha impallidito dallo sdegno. Non è egli vero?

Erennio

La lingua dei padri è sacra, come il diritto dei Penati di Roma.

Plauto

(da sè)

(da sè)

Bravo, il littore! O non pare una delle Dodici Tavole?

Catone

Ma! Eppure egli c'è in Roma della gente che se ne dimentica, gente a cui non è più sacro il Campidoglio, gloria e amore dei nostri antichi, nè i numi laziari, nè i laziari costumi. Grecheggiano! È la loro manìa. Nulla distingue più i giovani romani educati in Roma, dai giovani greci educati in Atene. E il vecchio spirito romano se ne va, cede di contro all'alito di questa genìa, la più perversa e intrattabile del mondo, la quale non ha dato, che cicaloni, spaccamonti, acchiappanuvole.

Valerio

Pure, ha dato Leonida!

Catone

Ti concedo Leonida. Ma abbiam mestieri di andare per fuoco da loro, noi che ci abbiamo il tempio di Vesta? Leonida! Leonida! Io ti oppongo Quinzio Cedicio, tribuno militare nella prima guerra punica, che salvò l'esercito romano, tratto in agguato, in una stretta di Sicilia. Toccava alle nostre armi la sorte di Caudio, e con peggiore vergogna, poichè, gl'inimici stavolta erano cartaginesi. Che fa Cedicio? Piglia con sè pochi animosi, si tira addosso tutto l'impeto dei nemici, cade crivellato di ferite sopra un monte di cadaveri; intanto, l'esercito romano sfila e si salva. Ora, io lo dimando a te; che cosa ha fatto Leonida, più di Cedicio? Rispondi!

Plauto


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