Capitolo VIdella relazione cronologica fra le leggi del pentateuco. altre novelle al primo codice. riti di purità per i cibi(Levitico,xi).riti per le malattie corporali(Levitico,xiii–xv).nazireato(Numeri,vi).Per istabilire in quale relazione cronologica stiano fra loro le varie raccolte legislative del Pentateuco fa dʼuopo osservare come nella legge ebraica da una parte siasi operato lo svolgimento delle idee religiose, e dallʼaltra siasi fatto sentire il bisogno di determinare le relazioni civili di cittadino a cittadino, e dei cittadini con lo Stato.Nellʼetà mosaica lo svolgimento dellʼidea religiosa era giunto fino al concetto del monoteismo personificato nel Dio nazionale Jahveh, quindi al dovere di rispettarne il nome, e di festeggiarlo col riposo di un giorno la settimana. Le relazioni civili erano determinate con la santificazione della famiglia, col rispetto alla vita, alla proprietà e allʼonore dei cittadini.Questi sono i principii enunciati nel Decalogo. Una gente ancora nomade non poteva avere altro svolgimento dʼidee religiose, non poteva sentire il bisogno di determinare relazioni civili che ancora nonesistevano. Ma stabilitisi gli Ebrei nella Palestina, il bisogno di istituire leggi intorno al vivere civile doveva per primo farsi sentire, quindi la formazione del piccolo codice sopra esposto, il quale contiene molte disposizioni che concernono la libertà personale, la vita e la proprietà, circondate da sanzioni penali, e poche altre determinazioni intorno alla religione e al culto oltre quelle stabilite dal Decalogo. Giova qui però partitamente enumerarle: 1oConfermazione del principio monoteistico (xx, 23;xxii, 19;xxiii, 13). 2oModo di edificare lʼaltare sul quale dovevano offrirsi i sacrifizii (xx, 24–26). 3oProibizione di ogni superstizione divinatoria (xxii, 17). 4oConsacrazione delle primizie e dei primogeniti (xxii, 28, 29;xxiii, 19). 5oProibizione di cibarsi di animali sbranati (xix, 30). 6oConfermazione di consacrare a Dio un giorno di riposo sopra sette (xxiii, 12). 7oLe tre feste annuali (ivi, 15–17). 8oAltri precetti intorno al modo di offrire i sacrificii (ivi, 18). 9oProibizione di cuocere un animale col latte della madre (ivi, 19).Questi pochi precetti religiosi lasciavano del resto piena libertà in ogni altro particolare del culto; ed è sopratutto notevole che non sono accompagnati, tranne il 1oe il 3o, da veruna sanzione penale. Le altre due leggi poi accolte dal Jehovista nellʼopera sua (Esodo,xii, 21–28,xii, 3–16) sono soltanto ampliazioni di quelle da noi qui annoverate sotto i numeri 4 e 7; ma senza imporre nessuna maggiore restrizione.Però è da osservarsi che nel precetto intorno al modo di edificare lʼaltare si parla di offerire sopra quello due specie di sacrifizii, detti in ebraicoʼOlotheShelamim, cioèolocaustiesacrifizii di pace, che a differenza dei primi non erano per intiero bruciatisullʼaltare. Ma degli uni e degli altri si parla, come a ragione osserva il Böhl,[219]in modo da far supporre che già si conoscesse quali secondo il rito dovevano essere. Ora la legge nel Pentateuco non insegna nulla intorno a queste diverse maniere di sacrificii se non nel Levitico (i,iii). Ma sarebbe voler dedurre una conseguenza eccessiva, se si dicesse che la legge dellʼEsodoxx, 24 suppone di necessità come anteriore o contemporanea quella del Levitico, perchè di olocausti e di sacrifizii pacifici non avrebbe potuto parlare, se altra legge o anteriore o contemporanea non avesse stabilito quali gli uni e gli altri avrebbero dovuto essere. No, questa sarebbe una illazione non giusta. Imperocchè gli Ebrei, al pari degli altri popoli, offrivano sacrifizii anche prima che lor fosse data la legge. Gli offrivano i patriarchi (Gen.,xii, 8;xiii, 18;xxvi, 25;xxxiii, 20;xxxv, 7); Mosè, quando chiedeva il permesso al Faraone di condurre gli Ebrei nel deserto, adduceva come ragione o come pretesto di dover sacrificare a Jahveh (Esodo, v, 3,viii, 23,x, 25); e secondo la narrazione biblica, olocausti e sacrifizii pacifici furono offerti dopo la teofania sul Sinai (xxiv, 5), prima che la legge sacerdotale del Levitico fosse promulgata. Dunque non solo lʼofferire in genere sacrificii, ma lʼofferirgli di diversa specie, era un costume prima che acquistasse forma e validità di rito. Perciò poteva benissimo il legislatore dellʼEsodoxx, 24 parlare di olocausti e di sacrifizii pacifici come di cosa cognita, non perchè la legge avesse insegnato che cosa dovevano essere, ma perchè mediante il costume si sapeva in fatto che cosa erano.Ora, intorno allo svolgimento delle idee religiose nel popolo ebreo, sono da notarsi come principii fondamentali: 1oIl monoteismo che si va successivamente sempre più epurando fino a proibire il culto delle imagini. 2oLa purità e santità che doveva informare la vita di tutti i cittadini. 3oLa celebrazione di determinate feste e di alcuni sacrifizii e di offerte. 4oLʼaccentramento del culto in un solo luogo consacrato come soggiorno della presenza divina. 5oLa istituzione di una privilegiata casta sacerdotale.Questi principii, tranne i due ultimi, sono contenuti come in germe nel piccolo codice. E del primo e del terzo non occorre dare ulteriore dimostrazione, appalesandosi troppo chiaramente da sè stessi. La santità poi della vita è enunciata come motivo nel precetto di dovere astenersi dalle carni degli animali sbranati (xxii, 30).Ma lʼaccentramento del culto è escluso anzi dal v. 24 del cap.xx(vedi sopra, pag. 40), e così pure la istituzione di una privilegiata casta sacerdotale, poichè ministri del culto come offeritori dei sacrifizii ci sono presentati i giovani di tutto il popolo (xxiv, 5). E se abbiamo posto la compilazione del piccolo codice circa allʼetà di Samuele, possiamo dire di averne una conferma nella storia, la quale ci narra: 1oche i luoghi di culto erano ancora più e diversi, trovandoli ora inShilò(Giosuè,xviii, 1; 1oSamuel,i), ora inSichem(Giosuè,xxiv, 1), ora inBeth–El(Giudici,xx, 18–26), ora inGhilgal, ora inMizpà, ora inRama(1oSamuel,vii, 16, 17;xi, 15), e che si offrivano sacrifizii anche fuori di questi luoghi; 2oche non erano ancora i Leviti, e molto meno gli Aronidi, riconosciuti come i soli ministri del culto; imperocchè offrì sacrifizii Gedeone(Giudici,vi, 25 e seg.), gli offerì Manoah (ivi,xiii, 19), e quel che più monta gli offrì Samuele (1oSamuel,vii, 9 e seg.). Il quale mai nei libri da lui intitolati e che ci raccontano la sua vita, non ci è presentato come della tribù di Levi, ma anzi ci appare di quella di Efraim.Nè è certo da attribuirsi molta fede alla genealogia delle Croniche (1o,vi, 13) che fa Samuele della tribù di Levi, perchè questo libro di età molto bassa, è scritto tutto con intendimenti sacerdotali. Ad ogni modo poi, secondo lʼordinamento teocratico, quale lo abbiamo nella legislazione ELN, non bastava essere Levita per potere offerire i sacrificii, ma faceva dʼuopo essere della discendenza di Aron. E siccome dalle cose accennate apparisce che più erano i luoghi di culto, e che offrivano i sacrifizi anche uomini di qualunque tribù, si conclude che nei tempi di Samuele gli Ebrei non erano ancora pervenuti a tale svolgimento religioso, che imponesse lʼaccentramento del culto e lʼunica casta sacerdotale.Se noi ora prendiamo in esame le diverse raccolte di leggi che trovansi nel Pentateuco, oltre a quella già da noi esposta, troviamo che, seguendo lʼopinione più comune, senza voler dire con ciò che noi fin dʼora lʼadottiamo, si possono distinguere in tre. 1oQuella oggi da molti critici detta il codice sacerdotale (Esodo,xxv–xxxi, 17,xxxv–xl;Levitico,i–xvi); 2oun gruppo di varie leggi (Levitico,xvii–xxvii); 3oil Deuteronomio; oltre alcune disposizioni di vario genere sparse fra le narrazioni del libro del Numeri.Il grande problema nella legislazione del popolo ebreo sta appunto nel risolvere come questi diversi strati legislativi si siano formati e sovrapposti lʼunoallʼaltro, perchè in quanto al riconoscere lʼanteriorità del piccolo codice (Esodo,xx–xxiii), tutti sono concordi, tanto i tradizionalisti, quanto i razionalisti di tutte le scuole. Difatti, anche i primi, i quali vogliono tutta la legislazione del Pentateuco opera di Mosè, riconoscono che il Decalogo e le leggi che immediatamente gli succedono, furono la prima base di un insegnamento civile e religioso, di cui le altre che seguono formano lʼulteriore svolgimento. E i secondi possono differire nel determinare lʼetà cui sia da attribuirsi detto piccolo codice, facendolo alcuni della età dei Giudici,[220]altri volendolo anche più antico,[221]e altri ritardandolo fino al principio dei tempi monarchici,[222]ma nessuno lo pone posteriore, tranne che al Decalogo, ad alcuna altra parte legislativa del Pentateuco.[223]Mentre la maggiore discrepanza di opinioni trovasi nello stabilire la relazione in cui stanno fra loro le altre compilazioni legislative.Ossia il codice sacerdotale ha preceduto o seguito il Deuteronomio? E lʼuno e lʼaltro in quale età sono stati formati? E il gruppo di leggi del Levitico,xvii–xxvii, quale posto occupa relativamente agli altri due? E finalmente ognuno di questi tre codici, se così vogliamo chiamarli, è per sè stato formato come concetto di una sola mente e di un solo autore, o sono anchʼessi compilazioni di tante diverse leggi e piccoleraccolte di leggi formatesi successivamente in varii tempi, secondo le diverse opportunità e le diverse esigenze?A nostro avviso, il bandolo sgroppatore della matassa sta tutto nellʼultima questione; e per non averci abbastanza posto mente, i critici ancora non si sono intesi, nè sono giunti a una soluzione che appieno soddisfaccia; perchè qualunque opinione si adotti sʼincontrano gravi obbiezioni. È vero che lʼipotesi del Von Bohlen, del Vatke e del George, sostenuta più recentemente con molta dottrina e molto acume dal Graf, dal Reuss, dal Wellhausen, dal Kaiser, dal Kuenen, dal Maybaum e dal Vernes, che il Deuteronomio abbia preceduto gli altri due codici, sembra avere acquistato maggiore preponderanza; ma non sono nemmeno senza valore le obbiezioni in contrario del Riehm, del Nöldeke, dello Schrader, del Dillmann e dellʼHalevy.Non può essere da un lato che il Deuteronomio sia posteriore al codice sacerdotale quale oggi lo abbiamo, perchè contiene un minore svolgimento dʼidee religiose, e da un più non si può essere discesi a un meno. Non può essere che le cinque feste annuali del codice sacerdotale (Levit.,xxiii;Num.,xxviii,xxix) siano divenute tre nel Deuteronomio (xvi). Non può essere che la casta sacerdotale distinta in sacerdoti e leviti nella legge ELN, si confonda poi nel Deuteronomio in una sola. Non può essere che questa stessa casta, a cui secondo la legge ELN si attribuiscono tali rendite in decime, primizie, primogeniti e offerte da farla ricca più delle altre classi del popolo, sia raccomandata poi nel Deuteronomio alla carità dei cittadini al pari dei poveri, degli orfani e delle vedove (xiv, 27–29;xxv, 11–12). Non può essere finalmente che dopo averefissato con ogni maniera di particolarissimi precetti tutto quanto concerne i sacrifizii e le offerte, si lasciasse poi nel Deuteronomio una certa libertà, quasi fossero rimessi alla spontanea liberalità degli individui.Come dallʼaltro lato non può ammettersi che il Deuteronomio sia anteriore a tutte le parti delle altre raccolte legislative, perchè alcune leggi e alcuni riti di queste sono in quello supposti come conosciuti (x, 8;xxiv, 8). E perchè inoltre alcune leggi importantissime e necessarie, particolarmente civili, come molte di quelle che stabiliscono i gradi di parentela impedienti il matrimonio, invano nel Deuteronomio si desiderano; nè di questa omissione potrebbe assolversi, se non con lʼesistenza anteriore di altre leggi che vi avessero supplito.Fa dʼuopo dunque vedere di quali leggi civili e di quali riti religiosi successivamente si sentisse il bisogno nel popolo ebreo, per istabilire in quali diverse età sono stati istituiti. Fa dʼuopo inoltre distinguere le istituzioni delle singole leggi, di cui nello stato presente constano i codici del Pentateuco, dalla compilazione finale dei codici stessi. Ed è, a nostra avviso, questa distinzione che può condurre a risolvere il problema della successiva formazione della legge ebraica.Tutto ciò che concerne la costruzione del tabernacolo (Esodo,xxv–xxxi, 17;xxxv–xl) e la minuta prescrizione dei riti intorno alle diverse specie dei sacrifizi, e alla consacrazione degli Aronidi (Levit.,i–x), non può essere istituzione nè dei tempi mosaici nè di quelli che hanno succeduto fino a tutta lʼetà dei Giudici. Non dei tempi mosaici, perchè nelle peregrinazioninel deserto unʼorda nomade, come già sopra fu accennato, non poteva avere nè legnami, nè pelli, nè metalli, nè tele, nè stoffe, nè pietre preziose, quali per la costruzione del tabernacolo e per le vesti sacerdotali si richiedevano, e quali sono per ben due volte enumerate nel testo biblico (Esodo,xxv, 3–7;xxxv, 5–9). Non potevano nemmeno gli Ebrei usciti dallʼEgitto avere le cognizioni e la capacità artistica per ideare ed eseguire una costruzione quale ci è descritta quella del tabernacolo, dei suoi arredi e degli abiti sacerdotali, quando vediamo che ai tempi di Salomone, nei quali certo la coltura avrebbe dovuto essere maggiore, si doveva ricorrere per la costruzione del tempio ad artisti fenici, o che almeno avevano in Fenicia imparato lʼarte (1oRe,v, 20 e seg.;vii, 13 e seg.). Non potevano inoltre gli Ebrei possedere nel deserto gli animali, la farina, lʼolio, gli aromi per i sacrificii, le offerte, i profumi, che non solo sarebbero stati comandati di farsi nel tabernacolo, ma che si vorrebbe di più che fossero stati realmente fatti. Per ultimo è notevole che nella parte legislativa del Deuteronomio non si parla in alcun modo del tabernacolo; ma quando sʼimpongono i sacrificii e le offerte si dice che si sarebbe dovuto portare nel luogo che Dio avrebbe eletto. Mentre se un tabernacolo fino dai tempi mosaici fosse esistito, ragione avrebbe voluto che si fosse detto di portarle colà, ancorchè esso fosse tramutato da un luogo allʼaltro, secondo le esigenze del vivere politico. Non è solo poi questo argomento dal silenzio, in tal caso eloquente, che dimostra come lʼautore del Deuteronomio nulla sappia di un tabernacolo, ma lʼaperta contraddizione che colla esistenza di questo si appalesa nel contenuto del capitolo xii.Quivi si comanda agli Ebrei che, quando fossero stabiliti alla terra promessa, dovessero portare tutti i loro sacrifizii e tutte le loro offerte nel luogo prescelto da Dio, e non fare, come facevano allora, ciò che ad ognuno piaceva; cosa in quelle condizioni permessa, perchè non erano ancora giunti alla sede tranquilla promessa da Jahveh (vv. 5–9). Ma questo non si sarebbe potuto dire, se il tabernacolo fosse stato eretto, e riconosciuto come unico luogo, dove potevasi legittimamente sacrificare e offerire. E molto meno avrebbe potuto dirsi, imperocchè già sarebbe esistita unʼaltra legge che avrebbe fuori del tabernacolo proibito ogni sacrifizio, senza porre per condizione a tale divieto lo stabilimento nella terra promessa (Levitico,xvii, 8–9).Non potevano poi gli Ebrei durante tutta lʼetà dei Giudici pensare ad un ordinamento del culto così ricco e sontuoso, sia per il tabernacolo e le vesti sacerdotali, come per la quantità dei sacrificii e delle offerte, quale è prescritto nel codice sacerdotale.La condizione degli Ebrei fu per lungo tempo di continua guerra con i popoli abitatori della Palestina e confinanti, e più spesso di vinti che di vincitori. Imperocchè ciò che leggesi nel libro di Giosuè (xi, 23) che il paese si quietò dalla guerra, è finzione di scrittore molto più recente, smentita da quanto poi si legge in quello stesso libro (xiiie seg.), ma proveniente da fonti più antiche e più veritiere,[224]che molta parte di paese restava ancora a conquistarsi, e smentita principalmente da tutte le guerre raccontate nel libro dei Giudici. Dunque non è supponibile che ordedi conquistatori, i quali solo successivamente e a poco a poco riescivano a stabilirsi in fisse sedi, e che vedevansi continuamente minacciati da vicini più potenti, meglio armati (cfr. 1oSamuel,xiii, 19–22) e più, agguerriti, pensassero a erigersi un sontuoso tabernacolo, a istituire una casta sacerdotale, a dotarla di ricche rendite, e a stabilire una quantità di riti minuziosi sui diversi animali da offrirsi secondo le diverse occasioni, e sul modo di scannare e abbruciare le vittime, e se le offerte dovevano offrirsi sulla tegghia o sulla padella (Levitico,i–iii). Non è nè una nè più generazioni di conquistatori, che ha agio, nè spirito, nè mente da scendere a ciò. Le generazioni di conquistatori adorano il loro Dio, o i loro Dei, con sacrificii e con offerte, secondo portano le occasioni, e uniformandosi alle pratiche sanzionate dagli aviti costumi, ma sono troppo lontane ancora dal fissare un codice di riti. E così gli Ebrei avranno più volte sacrificato a Jahveh, durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia, e nel tempo non breve che scorse dal loro primo ingresso nella Palestina fino ad averla definitivamente sommessa; ma avranno certo sacrificato con quella libertà che proviene dallo spontaneo sentimento religioso, e che ci viene appunto descritta nelxviidel Levitico, nelxiidel Deuteronomio, e in più luoghi dei libri di Giudici e di Samuele. Avranno anche avuto come oggetto sensibile di culto lʼarca, della quale si parla tante volte, ed è possibile che questa contenesse le tavole del Decalogo. Sarà ancora stata posta talvolta sotto una sacra tenda, ora in un luogo, ora in un altro, e forse più lungamente che altrove nella città di Shilò. Ma che in Shilò fosse eretto quel tabernacolo, di cui si parla nellʼEsodo,ciò non è possibile, perchè non è possibile che nel deserto quel tabernacolo sia esistito. Si trova poi tale contraddizione intorno al soggiorno di questʼarca, che non si può conciliare colla esistenza durante lʼetà dei Giudici di un sontuoso tabernacolo, che avrebbe fissamente dovuto accoglierla.Secondo un passo del libro di Giosuè (xviii, 1), appena stabiliti nella terra promessa, gli Ebrei avrebbero eretto il tabernacolo, quello stesso di cui si parla nel Pentateuco, nella città di Shilò, e quivi lo troviamo di nuovo ai tempi della nascita di Samuele. Ma in un avvenimento intermedio ci viene raccontato che lʼarca di Jahveh si trovava invece a Beth–El (Giudici,xx, 27). Perchè e come sarebbe avvenuto questo doppio trasferimento da Shilò a Beth–El, e poi di nuovo da Beth–El a Shilò, è ciò che disgraziatamente i narratori biblici hanno omesso di dirci, ma di cui non può supporsi ragione che appaghi. Invece, quando si riconosca che lʼerezione del tabernacolo in Shilò, della quale si parla nel libro di Giosuè, è come tante altre parti di quel libro un adattamento a un concetto sacerdotale, a cui inspirava tutto il suo scritto un tardo autore, allora si capisce come lʼarca di Jahveh abbia per lungo tempo errato da un luogo allʼaltro, e si trovi prima in Beth–El poi in Shilò. Sebbene per altro ciò che si racconta dellʼarca venga talvolta accompagnato da tali circostanze, che tolgono di poter prestare piena fede a tutti i particolari del fatto. Così nel capitoloxxdei Giudici, quando, a proposito della guerra fra i Benjaminiti e le altre tribù, si narra che, alle prime sconfitte da queste patite, si recarono a pregare Jahveh e a digiunare in Beth–El per interrogare il responso divino sul partito da prendersi,si aggiunge che in Beth–El era lʼarca, e che ivi ministrava come sacerdote Pineḣas nipote di Aron (ivi, v. 28). Ora che Beth–El fosse un luogo consacrato al culto, come indica il significato del nome (casa di Dio) è certo; che vi fosse lʼarca santa, è probabile; ma che in quel tempo vi ministrasse il sacerdote Pineḣas è impossibile. Perchè questi ci è presentato come un uomo che doveva avere almeno una ventina dʼanni verso la fine delle peregrinazioni nel deserto (Num.,xxv, 7 e seg.); e da questa età sino al fatto narrato nel citato luogo dei Giudici, bisogna porre almeno 180 anni, dimodochè Pineḣas ne avrebbe avuti un duecento. La quale impossibilità dimostra che sì è voluto piegare le narrazioni a un concetto sacerdotale, inventando persone e circostanze, le quali esistevano solo nella mente degli autori. Se gli Ebrei si erano raccolti in Beth–El per pregare e interrogare il responso divino, era necessario, secondo il concetto sacerdotale, con cui poi è stata narrata la storia del popolo ebreo, che colà vi fosse non solo un luogo consacrato al culto, ma anche un sacerdote e un sacerdote aronida. Siccome questo sacerdote le antiche fonti non lo accennavano, perchè ancora una casta sacerdotale non era istituita, sʼinventa un Pineḣas nipote di Aron, che la cronologia dimostra essere impossibile abbia sì lungo tempo vissuto. Ma la ragione cronologica era cosa di cui gli scrittori ebrei non seppero tener conto, e lo dimostrano fino agli ultimi tempi della loro letteratura gli scritti apocalittici, e più di questi anche i talmudici.Che quel qualunque edifizio poi il quale ci apparisce alla nascita di Samuele come esistente in Shilò non potesse essere il sontuoso tabernacolo descrittonellʼEsodo lo dimostrano i susseguenti fatti narrati nella storia.Quando il sacerdote Elì era, come giudice, capo del popolo, lʼarca santa fu presa dai Filistei in una guerra, nella quale gli Ebrei ebbero la peggio. I figliuoli di Elì furono uccisi in battaglia, ed egli morì di dolore al sentire lʼinfausta notizia. (1oSam.,iv). Che cosa accadesse del santuario di Shilò la storia tace intieramente. Ricuperata però lʼarca santa non fu riportata in Shilò, ma nella casa di un privato nella collina di Qirjat Jeʼarim (ivi,vii, 1), dove ci si fa credere che sia rimasta fino ai tempi del re David (2oSam.,vi). È probabile, si domanda, che se il tabernacolo fosse stato in Shilò non si fosse ivi ricondotta lʼarca? Inoltre non ci appare più Shilò come il luogo principale per lʼesercizio del culto,[225]ma durante la giudicatura di Samuele vengono citati come luoghi di sacro convegno ora Mizpà, (1oSam.,vii, 5–11) ora Beth–El (ivi, 16) ora Ghilgal, (ivi,xi, 15). E che quel luogo di culto andasse disperso, ce lo attesta un detto di Geremia (vii, 12–14) il quale vaticina al tempio di Gerusalemme lo stesso fato. Cosa che quel profeta non avrebbe potuto dire, se il tabernacolo di Shilò, anzichè andare disperso fosse solamente stato trasferito in altro luogo, come per adattare i fatti a un concetto sacerdotale, vuol far credere lo scrittore delle Croniche (2o,i, 3–6). Alla fine poi del regno di Saul la sede principale dei sacerdoti edel culto sarebbe stata in Nob (1oSam.,xxie seg.). Per ultimo ai tempi di Salomone troviamo indicata come sede principale del culto sotto il nome diBamà massimala città di Ghibʼon (1oRe,iii, 3).[226]Dimodochè chi spassionatamente da tutti questi dati voglia concludere qualche cosa di certo deve dire che un solo luogo veramente consacrato al culto non esistè fino ai tempi di Salomone, e che un sontuoso tabernacolo quale è descritto nellʼEsodo non è mai esistito. Che il tempio o tabernacolo di Shilò, provvisorio come tutti gli altri, andò disperso dopo la morte di Elì e dei suoi figli, e che da questa età fino alla costruzione del tempio di Salomone esisterono contemporaneamente più luoghi per celebrare il culto, e lʼarca errò ora in un luogo ora nellʼaltro, e spesso perfino nel campo militare (1oSam.,iv, 5,xiv, 18).Ma durante il regno di Salomone lo stato delle cose intorno al regolamento del culto certo cominciò a subire qualche modificazione.Non si può negare ogni fondamento di storica verità alla edificazione del tempio di Salomone in Gerusalemme, e se un tempio fu ivi edificato, avvenne un primo tentativo di accentramento del culto. È veroche questo, come attesta la storia successiva, non potè pienamente effettuarsi; perchè da un lato con lo scisma di Samaria furono riconosciuti altri luoghi di culto, (1oRe,xii, 29–33) e dallʼaltro anche nello stesso regno giudaico le inveterate abitudini popolari di sacrificare negli antichi luoghi sacri chiamati Bamoth non poterono per lungo tempo sradicarsi. Ma il fatto che in Gerusalemme esistesse un gran tempio consacrato a Jahveh non può revocarsi in dubbio, e presso il tempio si stabilì ancora una casta sacerdotale. Certo non sono da accettarsi come storica verità tutti gli ordinamenti sacerdotali, che i libri delle Croniche attribuiscono a David e a Salomone, della divisione della tribù di Levi in tante classi, e come in tante compagnie, che alternativamente avrebbero dovuto prestare servizio. Divisione di cui i più antichi libri di Samuele e dei Re non dicono verbo, mentre anzi riconoscono a chiare note che sacerdoti potessero essere anche quelli che non appartenevano alla tribù di Levi, giacchè danno questo titolo ai figli di David (2oSamuele,viii, 18). Ma pure stando a ciò che questi narrano, una casta sacerdotale diretta e presieduta da un capo non può negarsi che a poco a poco non si sia stabilita. E se non con un codice scritto, certo con regole e riti consuetudinarii avranno avuto alcune norme per lʼesercizio del culto, per la disciplina interna della loro stessa casta, e anche per ammaestrare il popolo in ciò che concerneva la religione.[227]Ma non si può porre nei tempi di Salomone, e nemmeno in quelli successivi in cui durò lʼesistenza del regno giudaico lʼistituzionedel codice sacerdotale quale lo abbiamo nellʼEsodo, nel levitico e nel Numeri, se non fosse altro per una ragione che a noi sembra perentoria. Il profeta Ezechiele nellʼesilio di Babilonia, profetando il ritorno degli esuli nella terra patria, annunzia lʼedificazione di un nuovo santuario, e compila proprio un nuovo codice sacerdotale per ciò che riguarda la persona dei sacerdoti e la celebrazione del culto (Ezechiele,xl–xlvi). Ora se fosse esistito quello molto più ampio della legislazione ELN, lʼopera di Ezechiele non solo sarebbe stata superflua, ma inesplicabile, perchè in molte parti con lʼaltro codice è in contradizione. Dimodochè se alcune parti del codice sacerdotale non come compilazione scritta, ma come rito consuetudinario, possono essere esistite fino dai tempi in cui fu fondato il tempio salomonico, è per noi certo che il codice sacerdotale nella sua totalità, quale oggi lo abbiamo, è posteriore allʼetà di Ezechiele, e per conseguenza posteriore allʼesilio. Non sono dunque da porsi prima della legge deuteronomica nè le parti dellʼEsodo riguardanti il tabernacolo, nè i primi dieci capitoli del Levitico, nè ciò che concerne lʼassoluto accentramento del culto (Levit.,xvii) nè la disciplina interna della casta sacerdotale (xxi,xxii). E lo stesso è a dirsi delle parti del Numeri che trattano gli stessi argomenti. È da porsi ancora posteriore al Deuteronomio lʼordinamento delle feste annuali quale è nel Levitico (xxiii) e nel Numeri (xxviii,xxix), perchè in questi libri si parla di cinque feste annuali, mentre in quello soltanto di tre. E ciò che è anche più significante, ai tempi di Ezra e Nehemia dopo il ritorno dallʼesilio si mostra di ignorare del tutto che il giorno decimo del settimo mese doveva essere consacrato alla contrizione ealla penitenza, ma si fa invece digiuno il giorno 24odello stesso mese, senza riferirsi per nulla allʼosservanza di rito già esistente, come si fa per la festa delle capanne, ma quasi fosse una istituzione del tutto nuova, (Nehemia,viii, 14–ix, 1). Escluso adunque che possano essere anteriori al Deuteronomio le accennate parti della legislazione ELN, è da vedersi però ciò che concerne alcune leggi civili, e certi riti di purità e santità rispetto alla universalità dei cittadini. Incominciamo da questi ultimi.Abbiamo già veduto nel piccolo codice dellʼEsodoxxi–xxiiiche sul principio di dover essere gente santa a Jahveh si proibisce di cibarsi di animali trovati sbranati nella campagna (xxii, 30). Questo principio ebbe poi un ulteriore svolgimento tanto nella legislazione ELN, quanto in quella deuteronomica, proibendosi per la stessa ragione di santità anche altre specie di cibi. Il capitoloxidel Levitico exiv(v. 3–21) del Deuteronomio contengono intorno a questo punto, lo stesso rituale con poche differenze nei particolari. I principii fondamentali sono identici. Dei quadrupedi sono permessi soltanto quelli che ruminano e hanno lʼunghia fessa. Degli animali acquatici soltanto pesci che hanno squame e pinne. Degli uccelli è fatta una lunga lista di quelli tenuti come impuri, che sono per lo più di rapina. In quanto a molti altri animali che, parte propriamente, parte impropriamente, sono dagli autori biblici detti rettili, nel Deuteronomio si proibiscono tutti, nel Levitico si fa eccezione per poche specie. Nel Deuteronomio si proibisce ancora di mangiare qualunque carogna, senza ristringersi come nellʼEsodo ai soli animali sbranati, mentre nel Levitico si dice soltanto che chi la toccasse o ne mangiasse divenivaimpuro per tutto quel giorno, e quindi per ritornar puro doveva sottoporsi a certi riti lustrali, (xi, 39 e seg.).In generale i riti del capitoloxidel Levitico sono più estesi che quelli del Deuteronomio. Ma dallʼaltro lato si trova in questo una lista dei quadrupedi permessi come cibo, che nel Levitico manca del tutto, restringendosi qui a stabilire le due caratteristiche del ruminare e delle unghie fesse. È certo che le norme stabilite dalla legge ebraica non si accordano con glʼinsegnamenti della storia naturale. Imperocchè si sa che gli animali ruminanti sono tutti bisulci, e non si trova una caratteristica disgiunta dallʼaltra. Per conseguenza è erroneo ciò che dicono i nostri due testi che il cammello rumini e non sia bisulco, perchè quantunque una membrana ne involga in parte i piedi pure ha lʼunghia biforcata. Come è erroneo che ruminino lʼirace (Shafan) e la lepre, posti non ostante fra gli animali proibiti, perchè non sono bisulci. Ma questi errori non sono da porsi a carico degli autori biblici, i quali in ciò seguivano le opinioni dei loro tempi, nè erano obbligati a sapere nelle scienze fisiche, ciò che soltanto poi si scoprì con più attente osservazioni. Nessuna differenza si nota fra i due testi in quanto agli animali acquatici.La lista degli uccelli proibiti differisce di poco, e solo in quanto nel Deuteronomio ne è enumerato uno di più sotto il nome diDajjah, e in quanto è un poco diversa la disposizione di alcuni nomi.[228]Il Levitico poi distingue tra gli animali da esso detti rettili, quelli che hanno gambe con giuntura nel ginocchio, per tenerli come permessi e puri, quindi permette alcune specie di locuste. Distinzione che il Deuteronomio non conosce. Fa inoltre il Levitico anche una lista dei così detti rettili non permessi, e poi prescrive molti riti di purificazione nel caso che il cadavere di questi animali impuri si trovasse o sopra abiti, o dentro vasi o in arredi di qualunque sorta, o sopra dei cibi, o sopra delle semente. Riti di purità di cui il Deuteronomio non fa alcuna menzione. Questi però aggiunge come ultimo precetto intorno ai cibi proibiti quello già da noi trovato due volte nellʼEsodo (xxiii, 19,xxxiv, 26) di non cucinare un capretto col latte della madre. Confrontati questi due luoghi non vi può essere dubbio che stanno fra loro in qualche dipendenza, in quanto o lʼuno ha imitato lʼaltro, o tutti e due derivano da una legge più antica, da cui entrambi hanno attinto. A noi sembra più ragionevole questʼultima ipotesi, e teniamo la legge del Levitico più recente, perchè contiene tutte le nuove disposizioni intorno ai riti di purità, che sono più conformi al concetto che inspira il codice sacerdotale, di cui nella presente compilazione il capitoloxidel Levitico fa parte.Ma ci sembra ancora molto probabile che questi riti intorno alla distinzione dei cibi puri permessi da quelli impuri e proibiti, fossero anteriori alla compilazione di tutto il codice deuteronomico, e incominciassero a prevalere nella età dei primi grandi profeti, uno dei cui principii era giustʼappunto il concetto di una maggiore santità e purità, nella quale doveva vivere tutto il popolo ebreo a confronto delle altre nazioni.Lo provano, se non altro le espressioni stesse del Deuteronomio (xiv, 2, 21).Questi riti poi furono accolti dal deuteronomista nella sua codificazione in quella forma breve, che bastava alla istruzione del popolo, cui tutta la legge deuteronomica è diretta. Furono anche accolti dal più recente legislatore sacerdotale, che trovava questi riti di purità e santità conformi al suo concetto religioso; ma vi aggiunse quelle modificazioni, che da un lato intorno ai cibi esigevano i costumi popolari, perchè troviamo anche in più recente età che il Battista si cibava di locuste (Matt.,iii, 4); e dallʼaltro vi aggiunse quelle prescrizioni di purità, che il modo sacerdotale di concepire la legge teneva necessarie.Sarebbe poi difficile stabilire con esattezza lʼetà, in cui questi riti ebbero origine, ma certo nel tempo che decorse fra i primi grandi profeti e la compilazione del codice deuteronomico, che è quanto dire fra il 9oe il 7osecolo. Sappiamo bene che questi confini sono troppo lati, e che una più precisa determinazione potrebbe a ragione desiderarsi. Ma amiamo meglio lasciare indeterminato ciò che tale ci si presenta, che non imitare certi critici che lavorano troppo di capricciosa fantasia.Altra parte importantissima della vita pura e santa era quella che concerneva certe malattie contagiose. Si sa che la lebbra era negli antichi tempi un terribile morbo, e si sa ancora che la gente ebrea era fra quelle che più vi andavano sottoposte, tantochè alcuni storici vogliono, che questa fosse la cagione per la quale fu cacciata dallʼEgitto.[229]È naturale quindiche per cagioni in parte igieniche e in parte di purità religiosa nascesse presto lʼabitudine di tenere i lebbrosi lontani dal consorzio con altre persone.E diciamo di purità religiosa i perchè facilmente doveva nascere il pensiero che i colpiti da una malattia non meno terribile che schifosa fossero puniti e rejetti da Dio,[230]quindi indegni di convenire in ogni specie di adunanza religiosa, dove si celebrassero o sacrifizii o conviti o feste di qualunque altra maniera. E dal tenerli lontani da siffatti convegni allʼescluderli da qualunque consorzio con altri uomini il trapasso non doveva essere tanto difficile. Per lo che sembra molto probabile che sino da quando gli Ebrei cominciarono ad avere stabili sedi nella Palestina alcune norme si stabilissero per la condotta da tenersi rispetto ai lebbrosi. Una narrazione del 2olibro dei Re (vii, 3) fa capire che fossero tenuti fuori delle città, tantochè alcuni infetti da questo morbo ci sono presentati come dimoranti fuori delle mura di Samaria, anche durante un assedio fatto contro quella dai Siri. Abbiamo poi nel Deuteronomio (xxiv, 8) chiara allusione a regole già stabilite intorno alla lebbra, che dovevano essere insegnate dai sacerdoti, e si raccomanda di osservarle. Ma queste regole sono ampiamente esposte nel capitoloxiiidel Levitico; perchè dunque non dovrebbero essere quelle stesse cui nel Deuteronomio si raccomanda di doversi riferire?Certo che se si dimostra, come a ragione si dimostra, che il codice sacerdotale è di età molto più recente, e si vuole quindi sostenere che tutto appartengaa una compilazione derivante da una sola fonte, non si possono i riti del Levitico concernenti la lebbra tenere come quelli stessi cui allude il Deuteronomio, e fa dʼuopo ricorrere allʼipotesi di altri riti consuetudinarii. Ma quando il Deuteronomio dice chiaramente che in quanto alla lebbra si deve osservare ciò che insegnano i sacerdoti, senza dare nessuna ulteriore spiegazione, è molto ragionevole il supporre che questi riti fossero già formati e scritti. Ora formati e scritti si trovano nel Levitico, e non vi è alcuna ragione perchè non possano essere questi stessi.[231]Non per concludere, chè sarebbe conclusione eccessiva, che tutto il codice sacerdotale sia anteriore al Deuteronomio; ma per desumere che riti intorno alla lebbra esistevano fino da tempi anteriori al Deuteronomio, e che lʼautore di questo si è contentato di accennarli, perchè scriveva per il popolo e non per i sacerdoti, mentre lʼautore del codice sacerdotale gli ha accolti nella sua codificazione. Accogliendoveli, gli avrà modificati e ampliati; particolarmente per tutto ciò che concerne i sacrifizii di purificazione (xiv, 1–32), dettati anche questi secondo un concetto puramente sacerdotale.Come pure è forse da tenersi amplificazione sacerdotale, ciò che concerne lʼimpurità delle case (xiv, 33–34) della gonorrea, della polluzione, e del mestruo (xv), perchè accennano a più tardo e ascetico svolgimento nel concetto di purità e santità del costume. Oltrechè è da notarsi la stranezza di linguaggio in ciòche viene insegnato sulla così detta lebbra degli abiti e degli edifizi. In quanto ai primi non pare sia dʼuopo ricorrere allʼipotesi del Michaelis,[232]che negli abiti di lana e di pelli volesse alludersi a un difetto di queste materie originato dallo stato morboso degli animali da cui erano state tolte, perchè che cosa si potrebbe dire per gli abiti di lino? Sembra invece molto più probabile che si tenessero come impuri gli abiti che potevano aver preso qualche macchia e quindi facilmente corrodersi e consumarsi, per essere stati usati da persone infette di lebbra,[233]tanto più che è cognito quanto sia facile il contagio per mezzo di ogni specie di vestimenti. Che cosa poi lʼautore biblico abbia inteso dire sotto la denominazione di lebbra delle case non si può con certezza determinare; ma sembra più da accettarsi lʼopinione di coloro che vogliono in tal modo essere designata la manifestazione di quelle macchie prodotte dallʼerosione dei muri per effetto di umidità, o di salmastro, o simili.[234]E non è difficile che si ordinasse di riparare a tali inconvenienti o con risarcimenti parziali con nuove pietre e nuovo intonaco, fino a che ciò era possibile; e si arrivasse fino a imporre la demolizione della casa, quando i segni del guasto si estendessero, e non fosse più possibile farvi riparo.I principii più generali di questi riti intorno alla lebbra e alla purità della persona sono per le ragioni sovra accennate da tenersi di assai antica origine, mentre la loro ampliazione e la loro compilazione nella forma quale a noi è pervenuta è da tenersi molto più recente,dovuta allʼautore o al compilatore ultimo del codice sacerdotale.A questi riti di purità che risguardano ogni classe di persone è da aggiungersi probabilmente anche quello che concerne una pratica non obbligatoria, con la quale ognuno, cui piacesse, poteva darsi a una maggiore santità di vita mediante un voto dettoNazireato. Questo poteva essere o perpetuo, come si racconta di Sansone (Giud.,xiii, 7) o anche temporario come appare dal cap.videl Numeri. Consisteva poi nellʼastenersi dal vino, dallʼuva, da ogni bevanda inebbriante, nel non radersi nessuna parte del corpo, e nel tenersi lontano da ogni impuro contatto. Che la pratica di tal genere di voto fosse molto antica, si rileva da un passo del profeta Amos (ii, 11 e seg.), e perciò consentiamo col Wurster che vuole la parte prima del capitolovidel Numeri (2–8) facesse parte delle leggi di santità, e che il rimanente sia da tenersi, come abbiamo detto anche per le antecedenti leggi, aggiunta dellʼautore del codice sacerdotale.[235]I talmudisti scesero anche intorno a questo voto a molte minute prescrizioni, fra le quali solo noteremo che essi fissarono a un minimo di trenta giorni il Nazireato temporaneo, di cui non fosse esplicitamente determinato il limite.[236]
Capitolo VIdella relazione cronologica fra le leggi del pentateuco. altre novelle al primo codice. riti di purità per i cibi(Levitico,xi).riti per le malattie corporali(Levitico,xiii–xv).nazireato(Numeri,vi).Per istabilire in quale relazione cronologica stiano fra loro le varie raccolte legislative del Pentateuco fa dʼuopo osservare come nella legge ebraica da una parte siasi operato lo svolgimento delle idee religiose, e dallʼaltra siasi fatto sentire il bisogno di determinare le relazioni civili di cittadino a cittadino, e dei cittadini con lo Stato.Nellʼetà mosaica lo svolgimento dellʼidea religiosa era giunto fino al concetto del monoteismo personificato nel Dio nazionale Jahveh, quindi al dovere di rispettarne il nome, e di festeggiarlo col riposo di un giorno la settimana. Le relazioni civili erano determinate con la santificazione della famiglia, col rispetto alla vita, alla proprietà e allʼonore dei cittadini.Questi sono i principii enunciati nel Decalogo. Una gente ancora nomade non poteva avere altro svolgimento dʼidee religiose, non poteva sentire il bisogno di determinare relazioni civili che ancora nonesistevano. Ma stabilitisi gli Ebrei nella Palestina, il bisogno di istituire leggi intorno al vivere civile doveva per primo farsi sentire, quindi la formazione del piccolo codice sopra esposto, il quale contiene molte disposizioni che concernono la libertà personale, la vita e la proprietà, circondate da sanzioni penali, e poche altre determinazioni intorno alla religione e al culto oltre quelle stabilite dal Decalogo. Giova qui però partitamente enumerarle: 1oConfermazione del principio monoteistico (xx, 23;xxii, 19;xxiii, 13). 2oModo di edificare lʼaltare sul quale dovevano offrirsi i sacrifizii (xx, 24–26). 3oProibizione di ogni superstizione divinatoria (xxii, 17). 4oConsacrazione delle primizie e dei primogeniti (xxii, 28, 29;xxiii, 19). 5oProibizione di cibarsi di animali sbranati (xix, 30). 6oConfermazione di consacrare a Dio un giorno di riposo sopra sette (xxiii, 12). 7oLe tre feste annuali (ivi, 15–17). 8oAltri precetti intorno al modo di offrire i sacrificii (ivi, 18). 9oProibizione di cuocere un animale col latte della madre (ivi, 19).Questi pochi precetti religiosi lasciavano del resto piena libertà in ogni altro particolare del culto; ed è sopratutto notevole che non sono accompagnati, tranne il 1oe il 3o, da veruna sanzione penale. Le altre due leggi poi accolte dal Jehovista nellʼopera sua (Esodo,xii, 21–28,xii, 3–16) sono soltanto ampliazioni di quelle da noi qui annoverate sotto i numeri 4 e 7; ma senza imporre nessuna maggiore restrizione.Però è da osservarsi che nel precetto intorno al modo di edificare lʼaltare si parla di offerire sopra quello due specie di sacrifizii, detti in ebraicoʼOlotheShelamim, cioèolocaustiesacrifizii di pace, che a differenza dei primi non erano per intiero bruciatisullʼaltare. Ma degli uni e degli altri si parla, come a ragione osserva il Böhl,[219]in modo da far supporre che già si conoscesse quali secondo il rito dovevano essere. Ora la legge nel Pentateuco non insegna nulla intorno a queste diverse maniere di sacrificii se non nel Levitico (i,iii). Ma sarebbe voler dedurre una conseguenza eccessiva, se si dicesse che la legge dellʼEsodoxx, 24 suppone di necessità come anteriore o contemporanea quella del Levitico, perchè di olocausti e di sacrifizii pacifici non avrebbe potuto parlare, se altra legge o anteriore o contemporanea non avesse stabilito quali gli uni e gli altri avrebbero dovuto essere. No, questa sarebbe una illazione non giusta. Imperocchè gli Ebrei, al pari degli altri popoli, offrivano sacrifizii anche prima che lor fosse data la legge. Gli offrivano i patriarchi (Gen.,xii, 8;xiii, 18;xxvi, 25;xxxiii, 20;xxxv, 7); Mosè, quando chiedeva il permesso al Faraone di condurre gli Ebrei nel deserto, adduceva come ragione o come pretesto di dover sacrificare a Jahveh (Esodo, v, 3,viii, 23,x, 25); e secondo la narrazione biblica, olocausti e sacrifizii pacifici furono offerti dopo la teofania sul Sinai (xxiv, 5), prima che la legge sacerdotale del Levitico fosse promulgata. Dunque non solo lʼofferire in genere sacrificii, ma lʼofferirgli di diversa specie, era un costume prima che acquistasse forma e validità di rito. Perciò poteva benissimo il legislatore dellʼEsodoxx, 24 parlare di olocausti e di sacrifizii pacifici come di cosa cognita, non perchè la legge avesse insegnato che cosa dovevano essere, ma perchè mediante il costume si sapeva in fatto che cosa erano.Ora, intorno allo svolgimento delle idee religiose nel popolo ebreo, sono da notarsi come principii fondamentali: 1oIl monoteismo che si va successivamente sempre più epurando fino a proibire il culto delle imagini. 2oLa purità e santità che doveva informare la vita di tutti i cittadini. 3oLa celebrazione di determinate feste e di alcuni sacrifizii e di offerte. 4oLʼaccentramento del culto in un solo luogo consacrato come soggiorno della presenza divina. 5oLa istituzione di una privilegiata casta sacerdotale.Questi principii, tranne i due ultimi, sono contenuti come in germe nel piccolo codice. E del primo e del terzo non occorre dare ulteriore dimostrazione, appalesandosi troppo chiaramente da sè stessi. La santità poi della vita è enunciata come motivo nel precetto di dovere astenersi dalle carni degli animali sbranati (xxii, 30).Ma lʼaccentramento del culto è escluso anzi dal v. 24 del cap.xx(vedi sopra, pag. 40), e così pure la istituzione di una privilegiata casta sacerdotale, poichè ministri del culto come offeritori dei sacrifizii ci sono presentati i giovani di tutto il popolo (xxiv, 5). E se abbiamo posto la compilazione del piccolo codice circa allʼetà di Samuele, possiamo dire di averne una conferma nella storia, la quale ci narra: 1oche i luoghi di culto erano ancora più e diversi, trovandoli ora inShilò(Giosuè,xviii, 1; 1oSamuel,i), ora inSichem(Giosuè,xxiv, 1), ora inBeth–El(Giudici,xx, 18–26), ora inGhilgal, ora inMizpà, ora inRama(1oSamuel,vii, 16, 17;xi, 15), e che si offrivano sacrifizii anche fuori di questi luoghi; 2oche non erano ancora i Leviti, e molto meno gli Aronidi, riconosciuti come i soli ministri del culto; imperocchè offrì sacrifizii Gedeone(Giudici,vi, 25 e seg.), gli offerì Manoah (ivi,xiii, 19), e quel che più monta gli offrì Samuele (1oSamuel,vii, 9 e seg.). Il quale mai nei libri da lui intitolati e che ci raccontano la sua vita, non ci è presentato come della tribù di Levi, ma anzi ci appare di quella di Efraim.Nè è certo da attribuirsi molta fede alla genealogia delle Croniche (1o,vi, 13) che fa Samuele della tribù di Levi, perchè questo libro di età molto bassa, è scritto tutto con intendimenti sacerdotali. Ad ogni modo poi, secondo lʼordinamento teocratico, quale lo abbiamo nella legislazione ELN, non bastava essere Levita per potere offerire i sacrificii, ma faceva dʼuopo essere della discendenza di Aron. E siccome dalle cose accennate apparisce che più erano i luoghi di culto, e che offrivano i sacrifizi anche uomini di qualunque tribù, si conclude che nei tempi di Samuele gli Ebrei non erano ancora pervenuti a tale svolgimento religioso, che imponesse lʼaccentramento del culto e lʼunica casta sacerdotale.Se noi ora prendiamo in esame le diverse raccolte di leggi che trovansi nel Pentateuco, oltre a quella già da noi esposta, troviamo che, seguendo lʼopinione più comune, senza voler dire con ciò che noi fin dʼora lʼadottiamo, si possono distinguere in tre. 1oQuella oggi da molti critici detta il codice sacerdotale (Esodo,xxv–xxxi, 17,xxxv–xl;Levitico,i–xvi); 2oun gruppo di varie leggi (Levitico,xvii–xxvii); 3oil Deuteronomio; oltre alcune disposizioni di vario genere sparse fra le narrazioni del libro del Numeri.Il grande problema nella legislazione del popolo ebreo sta appunto nel risolvere come questi diversi strati legislativi si siano formati e sovrapposti lʼunoallʼaltro, perchè in quanto al riconoscere lʼanteriorità del piccolo codice (Esodo,xx–xxiii), tutti sono concordi, tanto i tradizionalisti, quanto i razionalisti di tutte le scuole. Difatti, anche i primi, i quali vogliono tutta la legislazione del Pentateuco opera di Mosè, riconoscono che il Decalogo e le leggi che immediatamente gli succedono, furono la prima base di un insegnamento civile e religioso, di cui le altre che seguono formano lʼulteriore svolgimento. E i secondi possono differire nel determinare lʼetà cui sia da attribuirsi detto piccolo codice, facendolo alcuni della età dei Giudici,[220]altri volendolo anche più antico,[221]e altri ritardandolo fino al principio dei tempi monarchici,[222]ma nessuno lo pone posteriore, tranne che al Decalogo, ad alcuna altra parte legislativa del Pentateuco.[223]Mentre la maggiore discrepanza di opinioni trovasi nello stabilire la relazione in cui stanno fra loro le altre compilazioni legislative.Ossia il codice sacerdotale ha preceduto o seguito il Deuteronomio? E lʼuno e lʼaltro in quale età sono stati formati? E il gruppo di leggi del Levitico,xvii–xxvii, quale posto occupa relativamente agli altri due? E finalmente ognuno di questi tre codici, se così vogliamo chiamarli, è per sè stato formato come concetto di una sola mente e di un solo autore, o sono anchʼessi compilazioni di tante diverse leggi e piccoleraccolte di leggi formatesi successivamente in varii tempi, secondo le diverse opportunità e le diverse esigenze?A nostro avviso, il bandolo sgroppatore della matassa sta tutto nellʼultima questione; e per non averci abbastanza posto mente, i critici ancora non si sono intesi, nè sono giunti a una soluzione che appieno soddisfaccia; perchè qualunque opinione si adotti sʼincontrano gravi obbiezioni. È vero che lʼipotesi del Von Bohlen, del Vatke e del George, sostenuta più recentemente con molta dottrina e molto acume dal Graf, dal Reuss, dal Wellhausen, dal Kaiser, dal Kuenen, dal Maybaum e dal Vernes, che il Deuteronomio abbia preceduto gli altri due codici, sembra avere acquistato maggiore preponderanza; ma non sono nemmeno senza valore le obbiezioni in contrario del Riehm, del Nöldeke, dello Schrader, del Dillmann e dellʼHalevy.Non può essere da un lato che il Deuteronomio sia posteriore al codice sacerdotale quale oggi lo abbiamo, perchè contiene un minore svolgimento dʼidee religiose, e da un più non si può essere discesi a un meno. Non può essere che le cinque feste annuali del codice sacerdotale (Levit.,xxiii;Num.,xxviii,xxix) siano divenute tre nel Deuteronomio (xvi). Non può essere che la casta sacerdotale distinta in sacerdoti e leviti nella legge ELN, si confonda poi nel Deuteronomio in una sola. Non può essere che questa stessa casta, a cui secondo la legge ELN si attribuiscono tali rendite in decime, primizie, primogeniti e offerte da farla ricca più delle altre classi del popolo, sia raccomandata poi nel Deuteronomio alla carità dei cittadini al pari dei poveri, degli orfani e delle vedove (xiv, 27–29;xxv, 11–12). Non può essere finalmente che dopo averefissato con ogni maniera di particolarissimi precetti tutto quanto concerne i sacrifizii e le offerte, si lasciasse poi nel Deuteronomio una certa libertà, quasi fossero rimessi alla spontanea liberalità degli individui.Come dallʼaltro lato non può ammettersi che il Deuteronomio sia anteriore a tutte le parti delle altre raccolte legislative, perchè alcune leggi e alcuni riti di queste sono in quello supposti come conosciuti (x, 8;xxiv, 8). E perchè inoltre alcune leggi importantissime e necessarie, particolarmente civili, come molte di quelle che stabiliscono i gradi di parentela impedienti il matrimonio, invano nel Deuteronomio si desiderano; nè di questa omissione potrebbe assolversi, se non con lʼesistenza anteriore di altre leggi che vi avessero supplito.Fa dʼuopo dunque vedere di quali leggi civili e di quali riti religiosi successivamente si sentisse il bisogno nel popolo ebreo, per istabilire in quali diverse età sono stati istituiti. Fa dʼuopo inoltre distinguere le istituzioni delle singole leggi, di cui nello stato presente constano i codici del Pentateuco, dalla compilazione finale dei codici stessi. Ed è, a nostra avviso, questa distinzione che può condurre a risolvere il problema della successiva formazione della legge ebraica.Tutto ciò che concerne la costruzione del tabernacolo (Esodo,xxv–xxxi, 17;xxxv–xl) e la minuta prescrizione dei riti intorno alle diverse specie dei sacrifizi, e alla consacrazione degli Aronidi (Levit.,i–x), non può essere istituzione nè dei tempi mosaici nè di quelli che hanno succeduto fino a tutta lʼetà dei Giudici. Non dei tempi mosaici, perchè nelle peregrinazioninel deserto unʼorda nomade, come già sopra fu accennato, non poteva avere nè legnami, nè pelli, nè metalli, nè tele, nè stoffe, nè pietre preziose, quali per la costruzione del tabernacolo e per le vesti sacerdotali si richiedevano, e quali sono per ben due volte enumerate nel testo biblico (Esodo,xxv, 3–7;xxxv, 5–9). Non potevano nemmeno gli Ebrei usciti dallʼEgitto avere le cognizioni e la capacità artistica per ideare ed eseguire una costruzione quale ci è descritta quella del tabernacolo, dei suoi arredi e degli abiti sacerdotali, quando vediamo che ai tempi di Salomone, nei quali certo la coltura avrebbe dovuto essere maggiore, si doveva ricorrere per la costruzione del tempio ad artisti fenici, o che almeno avevano in Fenicia imparato lʼarte (1oRe,v, 20 e seg.;vii, 13 e seg.). Non potevano inoltre gli Ebrei possedere nel deserto gli animali, la farina, lʼolio, gli aromi per i sacrificii, le offerte, i profumi, che non solo sarebbero stati comandati di farsi nel tabernacolo, ma che si vorrebbe di più che fossero stati realmente fatti. Per ultimo è notevole che nella parte legislativa del Deuteronomio non si parla in alcun modo del tabernacolo; ma quando sʼimpongono i sacrificii e le offerte si dice che si sarebbe dovuto portare nel luogo che Dio avrebbe eletto. Mentre se un tabernacolo fino dai tempi mosaici fosse esistito, ragione avrebbe voluto che si fosse detto di portarle colà, ancorchè esso fosse tramutato da un luogo allʼaltro, secondo le esigenze del vivere politico. Non è solo poi questo argomento dal silenzio, in tal caso eloquente, che dimostra come lʼautore del Deuteronomio nulla sappia di un tabernacolo, ma lʼaperta contraddizione che colla esistenza di questo si appalesa nel contenuto del capitolo xii.Quivi si comanda agli Ebrei che, quando fossero stabiliti alla terra promessa, dovessero portare tutti i loro sacrifizii e tutte le loro offerte nel luogo prescelto da Dio, e non fare, come facevano allora, ciò che ad ognuno piaceva; cosa in quelle condizioni permessa, perchè non erano ancora giunti alla sede tranquilla promessa da Jahveh (vv. 5–9). Ma questo non si sarebbe potuto dire, se il tabernacolo fosse stato eretto, e riconosciuto come unico luogo, dove potevasi legittimamente sacrificare e offerire. E molto meno avrebbe potuto dirsi, imperocchè già sarebbe esistita unʼaltra legge che avrebbe fuori del tabernacolo proibito ogni sacrifizio, senza porre per condizione a tale divieto lo stabilimento nella terra promessa (Levitico,xvii, 8–9).Non potevano poi gli Ebrei durante tutta lʼetà dei Giudici pensare ad un ordinamento del culto così ricco e sontuoso, sia per il tabernacolo e le vesti sacerdotali, come per la quantità dei sacrificii e delle offerte, quale è prescritto nel codice sacerdotale.La condizione degli Ebrei fu per lungo tempo di continua guerra con i popoli abitatori della Palestina e confinanti, e più spesso di vinti che di vincitori. Imperocchè ciò che leggesi nel libro di Giosuè (xi, 23) che il paese si quietò dalla guerra, è finzione di scrittore molto più recente, smentita da quanto poi si legge in quello stesso libro (xiiie seg.), ma proveniente da fonti più antiche e più veritiere,[224]che molta parte di paese restava ancora a conquistarsi, e smentita principalmente da tutte le guerre raccontate nel libro dei Giudici. Dunque non è supponibile che ordedi conquistatori, i quali solo successivamente e a poco a poco riescivano a stabilirsi in fisse sedi, e che vedevansi continuamente minacciati da vicini più potenti, meglio armati (cfr. 1oSamuel,xiii, 19–22) e più, agguerriti, pensassero a erigersi un sontuoso tabernacolo, a istituire una casta sacerdotale, a dotarla di ricche rendite, e a stabilire una quantità di riti minuziosi sui diversi animali da offrirsi secondo le diverse occasioni, e sul modo di scannare e abbruciare le vittime, e se le offerte dovevano offrirsi sulla tegghia o sulla padella (Levitico,i–iii). Non è nè una nè più generazioni di conquistatori, che ha agio, nè spirito, nè mente da scendere a ciò. Le generazioni di conquistatori adorano il loro Dio, o i loro Dei, con sacrificii e con offerte, secondo portano le occasioni, e uniformandosi alle pratiche sanzionate dagli aviti costumi, ma sono troppo lontane ancora dal fissare un codice di riti. E così gli Ebrei avranno più volte sacrificato a Jahveh, durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia, e nel tempo non breve che scorse dal loro primo ingresso nella Palestina fino ad averla definitivamente sommessa; ma avranno certo sacrificato con quella libertà che proviene dallo spontaneo sentimento religioso, e che ci viene appunto descritta nelxviidel Levitico, nelxiidel Deuteronomio, e in più luoghi dei libri di Giudici e di Samuele. Avranno anche avuto come oggetto sensibile di culto lʼarca, della quale si parla tante volte, ed è possibile che questa contenesse le tavole del Decalogo. Sarà ancora stata posta talvolta sotto una sacra tenda, ora in un luogo, ora in un altro, e forse più lungamente che altrove nella città di Shilò. Ma che in Shilò fosse eretto quel tabernacolo, di cui si parla nellʼEsodo,ciò non è possibile, perchè non è possibile che nel deserto quel tabernacolo sia esistito. Si trova poi tale contraddizione intorno al soggiorno di questʼarca, che non si può conciliare colla esistenza durante lʼetà dei Giudici di un sontuoso tabernacolo, che avrebbe fissamente dovuto accoglierla.Secondo un passo del libro di Giosuè (xviii, 1), appena stabiliti nella terra promessa, gli Ebrei avrebbero eretto il tabernacolo, quello stesso di cui si parla nel Pentateuco, nella città di Shilò, e quivi lo troviamo di nuovo ai tempi della nascita di Samuele. Ma in un avvenimento intermedio ci viene raccontato che lʼarca di Jahveh si trovava invece a Beth–El (Giudici,xx, 27). Perchè e come sarebbe avvenuto questo doppio trasferimento da Shilò a Beth–El, e poi di nuovo da Beth–El a Shilò, è ciò che disgraziatamente i narratori biblici hanno omesso di dirci, ma di cui non può supporsi ragione che appaghi. Invece, quando si riconosca che lʼerezione del tabernacolo in Shilò, della quale si parla nel libro di Giosuè, è come tante altre parti di quel libro un adattamento a un concetto sacerdotale, a cui inspirava tutto il suo scritto un tardo autore, allora si capisce come lʼarca di Jahveh abbia per lungo tempo errato da un luogo allʼaltro, e si trovi prima in Beth–El poi in Shilò. Sebbene per altro ciò che si racconta dellʼarca venga talvolta accompagnato da tali circostanze, che tolgono di poter prestare piena fede a tutti i particolari del fatto. Così nel capitoloxxdei Giudici, quando, a proposito della guerra fra i Benjaminiti e le altre tribù, si narra che, alle prime sconfitte da queste patite, si recarono a pregare Jahveh e a digiunare in Beth–El per interrogare il responso divino sul partito da prendersi,si aggiunge che in Beth–El era lʼarca, e che ivi ministrava come sacerdote Pineḣas nipote di Aron (ivi, v. 28). Ora che Beth–El fosse un luogo consacrato al culto, come indica il significato del nome (casa di Dio) è certo; che vi fosse lʼarca santa, è probabile; ma che in quel tempo vi ministrasse il sacerdote Pineḣas è impossibile. Perchè questi ci è presentato come un uomo che doveva avere almeno una ventina dʼanni verso la fine delle peregrinazioni nel deserto (Num.,xxv, 7 e seg.); e da questa età sino al fatto narrato nel citato luogo dei Giudici, bisogna porre almeno 180 anni, dimodochè Pineḣas ne avrebbe avuti un duecento. La quale impossibilità dimostra che sì è voluto piegare le narrazioni a un concetto sacerdotale, inventando persone e circostanze, le quali esistevano solo nella mente degli autori. Se gli Ebrei si erano raccolti in Beth–El per pregare e interrogare il responso divino, era necessario, secondo il concetto sacerdotale, con cui poi è stata narrata la storia del popolo ebreo, che colà vi fosse non solo un luogo consacrato al culto, ma anche un sacerdote e un sacerdote aronida. Siccome questo sacerdote le antiche fonti non lo accennavano, perchè ancora una casta sacerdotale non era istituita, sʼinventa un Pineḣas nipote di Aron, che la cronologia dimostra essere impossibile abbia sì lungo tempo vissuto. Ma la ragione cronologica era cosa di cui gli scrittori ebrei non seppero tener conto, e lo dimostrano fino agli ultimi tempi della loro letteratura gli scritti apocalittici, e più di questi anche i talmudici.Che quel qualunque edifizio poi il quale ci apparisce alla nascita di Samuele come esistente in Shilò non potesse essere il sontuoso tabernacolo descrittonellʼEsodo lo dimostrano i susseguenti fatti narrati nella storia.Quando il sacerdote Elì era, come giudice, capo del popolo, lʼarca santa fu presa dai Filistei in una guerra, nella quale gli Ebrei ebbero la peggio. I figliuoli di Elì furono uccisi in battaglia, ed egli morì di dolore al sentire lʼinfausta notizia. (1oSam.,iv). Che cosa accadesse del santuario di Shilò la storia tace intieramente. Ricuperata però lʼarca santa non fu riportata in Shilò, ma nella casa di un privato nella collina di Qirjat Jeʼarim (ivi,vii, 1), dove ci si fa credere che sia rimasta fino ai tempi del re David (2oSam.,vi). È probabile, si domanda, che se il tabernacolo fosse stato in Shilò non si fosse ivi ricondotta lʼarca? Inoltre non ci appare più Shilò come il luogo principale per lʼesercizio del culto,[225]ma durante la giudicatura di Samuele vengono citati come luoghi di sacro convegno ora Mizpà, (1oSam.,vii, 5–11) ora Beth–El (ivi, 16) ora Ghilgal, (ivi,xi, 15). E che quel luogo di culto andasse disperso, ce lo attesta un detto di Geremia (vii, 12–14) il quale vaticina al tempio di Gerusalemme lo stesso fato. Cosa che quel profeta non avrebbe potuto dire, se il tabernacolo di Shilò, anzichè andare disperso fosse solamente stato trasferito in altro luogo, come per adattare i fatti a un concetto sacerdotale, vuol far credere lo scrittore delle Croniche (2o,i, 3–6). Alla fine poi del regno di Saul la sede principale dei sacerdoti edel culto sarebbe stata in Nob (1oSam.,xxie seg.). Per ultimo ai tempi di Salomone troviamo indicata come sede principale del culto sotto il nome diBamà massimala città di Ghibʼon (1oRe,iii, 3).[226]Dimodochè chi spassionatamente da tutti questi dati voglia concludere qualche cosa di certo deve dire che un solo luogo veramente consacrato al culto non esistè fino ai tempi di Salomone, e che un sontuoso tabernacolo quale è descritto nellʼEsodo non è mai esistito. Che il tempio o tabernacolo di Shilò, provvisorio come tutti gli altri, andò disperso dopo la morte di Elì e dei suoi figli, e che da questa età fino alla costruzione del tempio di Salomone esisterono contemporaneamente più luoghi per celebrare il culto, e lʼarca errò ora in un luogo ora nellʼaltro, e spesso perfino nel campo militare (1oSam.,iv, 5,xiv, 18).Ma durante il regno di Salomone lo stato delle cose intorno al regolamento del culto certo cominciò a subire qualche modificazione.Non si può negare ogni fondamento di storica verità alla edificazione del tempio di Salomone in Gerusalemme, e se un tempio fu ivi edificato, avvenne un primo tentativo di accentramento del culto. È veroche questo, come attesta la storia successiva, non potè pienamente effettuarsi; perchè da un lato con lo scisma di Samaria furono riconosciuti altri luoghi di culto, (1oRe,xii, 29–33) e dallʼaltro anche nello stesso regno giudaico le inveterate abitudini popolari di sacrificare negli antichi luoghi sacri chiamati Bamoth non poterono per lungo tempo sradicarsi. Ma il fatto che in Gerusalemme esistesse un gran tempio consacrato a Jahveh non può revocarsi in dubbio, e presso il tempio si stabilì ancora una casta sacerdotale. Certo non sono da accettarsi come storica verità tutti gli ordinamenti sacerdotali, che i libri delle Croniche attribuiscono a David e a Salomone, della divisione della tribù di Levi in tante classi, e come in tante compagnie, che alternativamente avrebbero dovuto prestare servizio. Divisione di cui i più antichi libri di Samuele e dei Re non dicono verbo, mentre anzi riconoscono a chiare note che sacerdoti potessero essere anche quelli che non appartenevano alla tribù di Levi, giacchè danno questo titolo ai figli di David (2oSamuele,viii, 18). Ma pure stando a ciò che questi narrano, una casta sacerdotale diretta e presieduta da un capo non può negarsi che a poco a poco non si sia stabilita. E se non con un codice scritto, certo con regole e riti consuetudinarii avranno avuto alcune norme per lʼesercizio del culto, per la disciplina interna della loro stessa casta, e anche per ammaestrare il popolo in ciò che concerneva la religione.[227]Ma non si può porre nei tempi di Salomone, e nemmeno in quelli successivi in cui durò lʼesistenza del regno giudaico lʼistituzionedel codice sacerdotale quale lo abbiamo nellʼEsodo, nel levitico e nel Numeri, se non fosse altro per una ragione che a noi sembra perentoria. Il profeta Ezechiele nellʼesilio di Babilonia, profetando il ritorno degli esuli nella terra patria, annunzia lʼedificazione di un nuovo santuario, e compila proprio un nuovo codice sacerdotale per ciò che riguarda la persona dei sacerdoti e la celebrazione del culto (Ezechiele,xl–xlvi). Ora se fosse esistito quello molto più ampio della legislazione ELN, lʼopera di Ezechiele non solo sarebbe stata superflua, ma inesplicabile, perchè in molte parti con lʼaltro codice è in contradizione. Dimodochè se alcune parti del codice sacerdotale non come compilazione scritta, ma come rito consuetudinario, possono essere esistite fino dai tempi in cui fu fondato il tempio salomonico, è per noi certo che il codice sacerdotale nella sua totalità, quale oggi lo abbiamo, è posteriore allʼetà di Ezechiele, e per conseguenza posteriore allʼesilio. Non sono dunque da porsi prima della legge deuteronomica nè le parti dellʼEsodo riguardanti il tabernacolo, nè i primi dieci capitoli del Levitico, nè ciò che concerne lʼassoluto accentramento del culto (Levit.,xvii) nè la disciplina interna della casta sacerdotale (xxi,xxii). E lo stesso è a dirsi delle parti del Numeri che trattano gli stessi argomenti. È da porsi ancora posteriore al Deuteronomio lʼordinamento delle feste annuali quale è nel Levitico (xxiii) e nel Numeri (xxviii,xxix), perchè in questi libri si parla di cinque feste annuali, mentre in quello soltanto di tre. E ciò che è anche più significante, ai tempi di Ezra e Nehemia dopo il ritorno dallʼesilio si mostra di ignorare del tutto che il giorno decimo del settimo mese doveva essere consacrato alla contrizione ealla penitenza, ma si fa invece digiuno il giorno 24odello stesso mese, senza riferirsi per nulla allʼosservanza di rito già esistente, come si fa per la festa delle capanne, ma quasi fosse una istituzione del tutto nuova, (Nehemia,viii, 14–ix, 1). Escluso adunque che possano essere anteriori al Deuteronomio le accennate parti della legislazione ELN, è da vedersi però ciò che concerne alcune leggi civili, e certi riti di purità e santità rispetto alla universalità dei cittadini. Incominciamo da questi ultimi.Abbiamo già veduto nel piccolo codice dellʼEsodoxxi–xxiiiche sul principio di dover essere gente santa a Jahveh si proibisce di cibarsi di animali trovati sbranati nella campagna (xxii, 30). Questo principio ebbe poi un ulteriore svolgimento tanto nella legislazione ELN, quanto in quella deuteronomica, proibendosi per la stessa ragione di santità anche altre specie di cibi. Il capitoloxidel Levitico exiv(v. 3–21) del Deuteronomio contengono intorno a questo punto, lo stesso rituale con poche differenze nei particolari. I principii fondamentali sono identici. Dei quadrupedi sono permessi soltanto quelli che ruminano e hanno lʼunghia fessa. Degli animali acquatici soltanto pesci che hanno squame e pinne. Degli uccelli è fatta una lunga lista di quelli tenuti come impuri, che sono per lo più di rapina. In quanto a molti altri animali che, parte propriamente, parte impropriamente, sono dagli autori biblici detti rettili, nel Deuteronomio si proibiscono tutti, nel Levitico si fa eccezione per poche specie. Nel Deuteronomio si proibisce ancora di mangiare qualunque carogna, senza ristringersi come nellʼEsodo ai soli animali sbranati, mentre nel Levitico si dice soltanto che chi la toccasse o ne mangiasse divenivaimpuro per tutto quel giorno, e quindi per ritornar puro doveva sottoporsi a certi riti lustrali, (xi, 39 e seg.).In generale i riti del capitoloxidel Levitico sono più estesi che quelli del Deuteronomio. Ma dallʼaltro lato si trova in questo una lista dei quadrupedi permessi come cibo, che nel Levitico manca del tutto, restringendosi qui a stabilire le due caratteristiche del ruminare e delle unghie fesse. È certo che le norme stabilite dalla legge ebraica non si accordano con glʼinsegnamenti della storia naturale. Imperocchè si sa che gli animali ruminanti sono tutti bisulci, e non si trova una caratteristica disgiunta dallʼaltra. Per conseguenza è erroneo ciò che dicono i nostri due testi che il cammello rumini e non sia bisulco, perchè quantunque una membrana ne involga in parte i piedi pure ha lʼunghia biforcata. Come è erroneo che ruminino lʼirace (Shafan) e la lepre, posti non ostante fra gli animali proibiti, perchè non sono bisulci. Ma questi errori non sono da porsi a carico degli autori biblici, i quali in ciò seguivano le opinioni dei loro tempi, nè erano obbligati a sapere nelle scienze fisiche, ciò che soltanto poi si scoprì con più attente osservazioni. Nessuna differenza si nota fra i due testi in quanto agli animali acquatici.La lista degli uccelli proibiti differisce di poco, e solo in quanto nel Deuteronomio ne è enumerato uno di più sotto il nome diDajjah, e in quanto è un poco diversa la disposizione di alcuni nomi.[228]Il Levitico poi distingue tra gli animali da esso detti rettili, quelli che hanno gambe con giuntura nel ginocchio, per tenerli come permessi e puri, quindi permette alcune specie di locuste. Distinzione che il Deuteronomio non conosce. Fa inoltre il Levitico anche una lista dei così detti rettili non permessi, e poi prescrive molti riti di purificazione nel caso che il cadavere di questi animali impuri si trovasse o sopra abiti, o dentro vasi o in arredi di qualunque sorta, o sopra dei cibi, o sopra delle semente. Riti di purità di cui il Deuteronomio non fa alcuna menzione. Questi però aggiunge come ultimo precetto intorno ai cibi proibiti quello già da noi trovato due volte nellʼEsodo (xxiii, 19,xxxiv, 26) di non cucinare un capretto col latte della madre. Confrontati questi due luoghi non vi può essere dubbio che stanno fra loro in qualche dipendenza, in quanto o lʼuno ha imitato lʼaltro, o tutti e due derivano da una legge più antica, da cui entrambi hanno attinto. A noi sembra più ragionevole questʼultima ipotesi, e teniamo la legge del Levitico più recente, perchè contiene tutte le nuove disposizioni intorno ai riti di purità, che sono più conformi al concetto che inspira il codice sacerdotale, di cui nella presente compilazione il capitoloxidel Levitico fa parte.Ma ci sembra ancora molto probabile che questi riti intorno alla distinzione dei cibi puri permessi da quelli impuri e proibiti, fossero anteriori alla compilazione di tutto il codice deuteronomico, e incominciassero a prevalere nella età dei primi grandi profeti, uno dei cui principii era giustʼappunto il concetto di una maggiore santità e purità, nella quale doveva vivere tutto il popolo ebreo a confronto delle altre nazioni.Lo provano, se non altro le espressioni stesse del Deuteronomio (xiv, 2, 21).Questi riti poi furono accolti dal deuteronomista nella sua codificazione in quella forma breve, che bastava alla istruzione del popolo, cui tutta la legge deuteronomica è diretta. Furono anche accolti dal più recente legislatore sacerdotale, che trovava questi riti di purità e santità conformi al suo concetto religioso; ma vi aggiunse quelle modificazioni, che da un lato intorno ai cibi esigevano i costumi popolari, perchè troviamo anche in più recente età che il Battista si cibava di locuste (Matt.,iii, 4); e dallʼaltro vi aggiunse quelle prescrizioni di purità, che il modo sacerdotale di concepire la legge teneva necessarie.Sarebbe poi difficile stabilire con esattezza lʼetà, in cui questi riti ebbero origine, ma certo nel tempo che decorse fra i primi grandi profeti e la compilazione del codice deuteronomico, che è quanto dire fra il 9oe il 7osecolo. Sappiamo bene che questi confini sono troppo lati, e che una più precisa determinazione potrebbe a ragione desiderarsi. Ma amiamo meglio lasciare indeterminato ciò che tale ci si presenta, che non imitare certi critici che lavorano troppo di capricciosa fantasia.Altra parte importantissima della vita pura e santa era quella che concerneva certe malattie contagiose. Si sa che la lebbra era negli antichi tempi un terribile morbo, e si sa ancora che la gente ebrea era fra quelle che più vi andavano sottoposte, tantochè alcuni storici vogliono, che questa fosse la cagione per la quale fu cacciata dallʼEgitto.[229]È naturale quindiche per cagioni in parte igieniche e in parte di purità religiosa nascesse presto lʼabitudine di tenere i lebbrosi lontani dal consorzio con altre persone.E diciamo di purità religiosa i perchè facilmente doveva nascere il pensiero che i colpiti da una malattia non meno terribile che schifosa fossero puniti e rejetti da Dio,[230]quindi indegni di convenire in ogni specie di adunanza religiosa, dove si celebrassero o sacrifizii o conviti o feste di qualunque altra maniera. E dal tenerli lontani da siffatti convegni allʼescluderli da qualunque consorzio con altri uomini il trapasso non doveva essere tanto difficile. Per lo che sembra molto probabile che sino da quando gli Ebrei cominciarono ad avere stabili sedi nella Palestina alcune norme si stabilissero per la condotta da tenersi rispetto ai lebbrosi. Una narrazione del 2olibro dei Re (vii, 3) fa capire che fossero tenuti fuori delle città, tantochè alcuni infetti da questo morbo ci sono presentati come dimoranti fuori delle mura di Samaria, anche durante un assedio fatto contro quella dai Siri. Abbiamo poi nel Deuteronomio (xxiv, 8) chiara allusione a regole già stabilite intorno alla lebbra, che dovevano essere insegnate dai sacerdoti, e si raccomanda di osservarle. Ma queste regole sono ampiamente esposte nel capitoloxiiidel Levitico; perchè dunque non dovrebbero essere quelle stesse cui nel Deuteronomio si raccomanda di doversi riferire?Certo che se si dimostra, come a ragione si dimostra, che il codice sacerdotale è di età molto più recente, e si vuole quindi sostenere che tutto appartengaa una compilazione derivante da una sola fonte, non si possono i riti del Levitico concernenti la lebbra tenere come quelli stessi cui allude il Deuteronomio, e fa dʼuopo ricorrere allʼipotesi di altri riti consuetudinarii. Ma quando il Deuteronomio dice chiaramente che in quanto alla lebbra si deve osservare ciò che insegnano i sacerdoti, senza dare nessuna ulteriore spiegazione, è molto ragionevole il supporre che questi riti fossero già formati e scritti. Ora formati e scritti si trovano nel Levitico, e non vi è alcuna ragione perchè non possano essere questi stessi.[231]Non per concludere, chè sarebbe conclusione eccessiva, che tutto il codice sacerdotale sia anteriore al Deuteronomio; ma per desumere che riti intorno alla lebbra esistevano fino da tempi anteriori al Deuteronomio, e che lʼautore di questo si è contentato di accennarli, perchè scriveva per il popolo e non per i sacerdoti, mentre lʼautore del codice sacerdotale gli ha accolti nella sua codificazione. Accogliendoveli, gli avrà modificati e ampliati; particolarmente per tutto ciò che concerne i sacrifizii di purificazione (xiv, 1–32), dettati anche questi secondo un concetto puramente sacerdotale.Come pure è forse da tenersi amplificazione sacerdotale, ciò che concerne lʼimpurità delle case (xiv, 33–34) della gonorrea, della polluzione, e del mestruo (xv), perchè accennano a più tardo e ascetico svolgimento nel concetto di purità e santità del costume. Oltrechè è da notarsi la stranezza di linguaggio in ciòche viene insegnato sulla così detta lebbra degli abiti e degli edifizi. In quanto ai primi non pare sia dʼuopo ricorrere allʼipotesi del Michaelis,[232]che negli abiti di lana e di pelli volesse alludersi a un difetto di queste materie originato dallo stato morboso degli animali da cui erano state tolte, perchè che cosa si potrebbe dire per gli abiti di lino? Sembra invece molto più probabile che si tenessero come impuri gli abiti che potevano aver preso qualche macchia e quindi facilmente corrodersi e consumarsi, per essere stati usati da persone infette di lebbra,[233]tanto più che è cognito quanto sia facile il contagio per mezzo di ogni specie di vestimenti. Che cosa poi lʼautore biblico abbia inteso dire sotto la denominazione di lebbra delle case non si può con certezza determinare; ma sembra più da accettarsi lʼopinione di coloro che vogliono in tal modo essere designata la manifestazione di quelle macchie prodotte dallʼerosione dei muri per effetto di umidità, o di salmastro, o simili.[234]E non è difficile che si ordinasse di riparare a tali inconvenienti o con risarcimenti parziali con nuove pietre e nuovo intonaco, fino a che ciò era possibile; e si arrivasse fino a imporre la demolizione della casa, quando i segni del guasto si estendessero, e non fosse più possibile farvi riparo.I principii più generali di questi riti intorno alla lebbra e alla purità della persona sono per le ragioni sovra accennate da tenersi di assai antica origine, mentre la loro ampliazione e la loro compilazione nella forma quale a noi è pervenuta è da tenersi molto più recente,dovuta allʼautore o al compilatore ultimo del codice sacerdotale.A questi riti di purità che risguardano ogni classe di persone è da aggiungersi probabilmente anche quello che concerne una pratica non obbligatoria, con la quale ognuno, cui piacesse, poteva darsi a una maggiore santità di vita mediante un voto dettoNazireato. Questo poteva essere o perpetuo, come si racconta di Sansone (Giud.,xiii, 7) o anche temporario come appare dal cap.videl Numeri. Consisteva poi nellʼastenersi dal vino, dallʼuva, da ogni bevanda inebbriante, nel non radersi nessuna parte del corpo, e nel tenersi lontano da ogni impuro contatto. Che la pratica di tal genere di voto fosse molto antica, si rileva da un passo del profeta Amos (ii, 11 e seg.), e perciò consentiamo col Wurster che vuole la parte prima del capitolovidel Numeri (2–8) facesse parte delle leggi di santità, e che il rimanente sia da tenersi, come abbiamo detto anche per le antecedenti leggi, aggiunta dellʼautore del codice sacerdotale.[235]I talmudisti scesero anche intorno a questo voto a molte minute prescrizioni, fra le quali solo noteremo che essi fissarono a un minimo di trenta giorni il Nazireato temporaneo, di cui non fosse esplicitamente determinato il limite.[236]
della relazione cronologica fra le leggi del pentateuco. altre novelle al primo codice. riti di purità per i cibi(Levitico,xi).riti per le malattie corporali(Levitico,xiii–xv).nazireato(Numeri,vi).
Per istabilire in quale relazione cronologica stiano fra loro le varie raccolte legislative del Pentateuco fa dʼuopo osservare come nella legge ebraica da una parte siasi operato lo svolgimento delle idee religiose, e dallʼaltra siasi fatto sentire il bisogno di determinare le relazioni civili di cittadino a cittadino, e dei cittadini con lo Stato.
Nellʼetà mosaica lo svolgimento dellʼidea religiosa era giunto fino al concetto del monoteismo personificato nel Dio nazionale Jahveh, quindi al dovere di rispettarne il nome, e di festeggiarlo col riposo di un giorno la settimana. Le relazioni civili erano determinate con la santificazione della famiglia, col rispetto alla vita, alla proprietà e allʼonore dei cittadini.
Questi sono i principii enunciati nel Decalogo. Una gente ancora nomade non poteva avere altro svolgimento dʼidee religiose, non poteva sentire il bisogno di determinare relazioni civili che ancora nonesistevano. Ma stabilitisi gli Ebrei nella Palestina, il bisogno di istituire leggi intorno al vivere civile doveva per primo farsi sentire, quindi la formazione del piccolo codice sopra esposto, il quale contiene molte disposizioni che concernono la libertà personale, la vita e la proprietà, circondate da sanzioni penali, e poche altre determinazioni intorno alla religione e al culto oltre quelle stabilite dal Decalogo. Giova qui però partitamente enumerarle: 1oConfermazione del principio monoteistico (xx, 23;xxii, 19;xxiii, 13). 2oModo di edificare lʼaltare sul quale dovevano offrirsi i sacrifizii (xx, 24–26). 3oProibizione di ogni superstizione divinatoria (xxii, 17). 4oConsacrazione delle primizie e dei primogeniti (xxii, 28, 29;xxiii, 19). 5oProibizione di cibarsi di animali sbranati (xix, 30). 6oConfermazione di consacrare a Dio un giorno di riposo sopra sette (xxiii, 12). 7oLe tre feste annuali (ivi, 15–17). 8oAltri precetti intorno al modo di offrire i sacrificii (ivi, 18). 9oProibizione di cuocere un animale col latte della madre (ivi, 19).
Questi pochi precetti religiosi lasciavano del resto piena libertà in ogni altro particolare del culto; ed è sopratutto notevole che non sono accompagnati, tranne il 1oe il 3o, da veruna sanzione penale. Le altre due leggi poi accolte dal Jehovista nellʼopera sua (Esodo,xii, 21–28,xii, 3–16) sono soltanto ampliazioni di quelle da noi qui annoverate sotto i numeri 4 e 7; ma senza imporre nessuna maggiore restrizione.
Però è da osservarsi che nel precetto intorno al modo di edificare lʼaltare si parla di offerire sopra quello due specie di sacrifizii, detti in ebraicoʼOlotheShelamim, cioèolocaustiesacrifizii di pace, che a differenza dei primi non erano per intiero bruciatisullʼaltare. Ma degli uni e degli altri si parla, come a ragione osserva il Böhl,[219]in modo da far supporre che già si conoscesse quali secondo il rito dovevano essere. Ora la legge nel Pentateuco non insegna nulla intorno a queste diverse maniere di sacrificii se non nel Levitico (i,iii). Ma sarebbe voler dedurre una conseguenza eccessiva, se si dicesse che la legge dellʼEsodoxx, 24 suppone di necessità come anteriore o contemporanea quella del Levitico, perchè di olocausti e di sacrifizii pacifici non avrebbe potuto parlare, se altra legge o anteriore o contemporanea non avesse stabilito quali gli uni e gli altri avrebbero dovuto essere. No, questa sarebbe una illazione non giusta. Imperocchè gli Ebrei, al pari degli altri popoli, offrivano sacrifizii anche prima che lor fosse data la legge. Gli offrivano i patriarchi (Gen.,xii, 8;xiii, 18;xxvi, 25;xxxiii, 20;xxxv, 7); Mosè, quando chiedeva il permesso al Faraone di condurre gli Ebrei nel deserto, adduceva come ragione o come pretesto di dover sacrificare a Jahveh (Esodo, v, 3,viii, 23,x, 25); e secondo la narrazione biblica, olocausti e sacrifizii pacifici furono offerti dopo la teofania sul Sinai (xxiv, 5), prima che la legge sacerdotale del Levitico fosse promulgata. Dunque non solo lʼofferire in genere sacrificii, ma lʼofferirgli di diversa specie, era un costume prima che acquistasse forma e validità di rito. Perciò poteva benissimo il legislatore dellʼEsodoxx, 24 parlare di olocausti e di sacrifizii pacifici come di cosa cognita, non perchè la legge avesse insegnato che cosa dovevano essere, ma perchè mediante il costume si sapeva in fatto che cosa erano.
Ora, intorno allo svolgimento delle idee religiose nel popolo ebreo, sono da notarsi come principii fondamentali: 1oIl monoteismo che si va successivamente sempre più epurando fino a proibire il culto delle imagini. 2oLa purità e santità che doveva informare la vita di tutti i cittadini. 3oLa celebrazione di determinate feste e di alcuni sacrifizii e di offerte. 4oLʼaccentramento del culto in un solo luogo consacrato come soggiorno della presenza divina. 5oLa istituzione di una privilegiata casta sacerdotale.
Questi principii, tranne i due ultimi, sono contenuti come in germe nel piccolo codice. E del primo e del terzo non occorre dare ulteriore dimostrazione, appalesandosi troppo chiaramente da sè stessi. La santità poi della vita è enunciata come motivo nel precetto di dovere astenersi dalle carni degli animali sbranati (xxii, 30).
Ma lʼaccentramento del culto è escluso anzi dal v. 24 del cap.xx(vedi sopra, pag. 40), e così pure la istituzione di una privilegiata casta sacerdotale, poichè ministri del culto come offeritori dei sacrifizii ci sono presentati i giovani di tutto il popolo (xxiv, 5). E se abbiamo posto la compilazione del piccolo codice circa allʼetà di Samuele, possiamo dire di averne una conferma nella storia, la quale ci narra: 1oche i luoghi di culto erano ancora più e diversi, trovandoli ora inShilò(Giosuè,xviii, 1; 1oSamuel,i), ora inSichem(Giosuè,xxiv, 1), ora inBeth–El(Giudici,xx, 18–26), ora inGhilgal, ora inMizpà, ora inRama(1oSamuel,vii, 16, 17;xi, 15), e che si offrivano sacrifizii anche fuori di questi luoghi; 2oche non erano ancora i Leviti, e molto meno gli Aronidi, riconosciuti come i soli ministri del culto; imperocchè offrì sacrifizii Gedeone(Giudici,vi, 25 e seg.), gli offerì Manoah (ivi,xiii, 19), e quel che più monta gli offrì Samuele (1oSamuel,vii, 9 e seg.). Il quale mai nei libri da lui intitolati e che ci raccontano la sua vita, non ci è presentato come della tribù di Levi, ma anzi ci appare di quella di Efraim.
Nè è certo da attribuirsi molta fede alla genealogia delle Croniche (1o,vi, 13) che fa Samuele della tribù di Levi, perchè questo libro di età molto bassa, è scritto tutto con intendimenti sacerdotali. Ad ogni modo poi, secondo lʼordinamento teocratico, quale lo abbiamo nella legislazione ELN, non bastava essere Levita per potere offerire i sacrificii, ma faceva dʼuopo essere della discendenza di Aron. E siccome dalle cose accennate apparisce che più erano i luoghi di culto, e che offrivano i sacrifizi anche uomini di qualunque tribù, si conclude che nei tempi di Samuele gli Ebrei non erano ancora pervenuti a tale svolgimento religioso, che imponesse lʼaccentramento del culto e lʼunica casta sacerdotale.
Se noi ora prendiamo in esame le diverse raccolte di leggi che trovansi nel Pentateuco, oltre a quella già da noi esposta, troviamo che, seguendo lʼopinione più comune, senza voler dire con ciò che noi fin dʼora lʼadottiamo, si possono distinguere in tre. 1oQuella oggi da molti critici detta il codice sacerdotale (Esodo,xxv–xxxi, 17,xxxv–xl;Levitico,i–xvi); 2oun gruppo di varie leggi (Levitico,xvii–xxvii); 3oil Deuteronomio; oltre alcune disposizioni di vario genere sparse fra le narrazioni del libro del Numeri.
Il grande problema nella legislazione del popolo ebreo sta appunto nel risolvere come questi diversi strati legislativi si siano formati e sovrapposti lʼunoallʼaltro, perchè in quanto al riconoscere lʼanteriorità del piccolo codice (Esodo,xx–xxiii), tutti sono concordi, tanto i tradizionalisti, quanto i razionalisti di tutte le scuole. Difatti, anche i primi, i quali vogliono tutta la legislazione del Pentateuco opera di Mosè, riconoscono che il Decalogo e le leggi che immediatamente gli succedono, furono la prima base di un insegnamento civile e religioso, di cui le altre che seguono formano lʼulteriore svolgimento. E i secondi possono differire nel determinare lʼetà cui sia da attribuirsi detto piccolo codice, facendolo alcuni della età dei Giudici,[220]altri volendolo anche più antico,[221]e altri ritardandolo fino al principio dei tempi monarchici,[222]ma nessuno lo pone posteriore, tranne che al Decalogo, ad alcuna altra parte legislativa del Pentateuco.[223]Mentre la maggiore discrepanza di opinioni trovasi nello stabilire la relazione in cui stanno fra loro le altre compilazioni legislative.
Ossia il codice sacerdotale ha preceduto o seguito il Deuteronomio? E lʼuno e lʼaltro in quale età sono stati formati? E il gruppo di leggi del Levitico,xvii–xxvii, quale posto occupa relativamente agli altri due? E finalmente ognuno di questi tre codici, se così vogliamo chiamarli, è per sè stato formato come concetto di una sola mente e di un solo autore, o sono anchʼessi compilazioni di tante diverse leggi e piccoleraccolte di leggi formatesi successivamente in varii tempi, secondo le diverse opportunità e le diverse esigenze?
A nostro avviso, il bandolo sgroppatore della matassa sta tutto nellʼultima questione; e per non averci abbastanza posto mente, i critici ancora non si sono intesi, nè sono giunti a una soluzione che appieno soddisfaccia; perchè qualunque opinione si adotti sʼincontrano gravi obbiezioni. È vero che lʼipotesi del Von Bohlen, del Vatke e del George, sostenuta più recentemente con molta dottrina e molto acume dal Graf, dal Reuss, dal Wellhausen, dal Kaiser, dal Kuenen, dal Maybaum e dal Vernes, che il Deuteronomio abbia preceduto gli altri due codici, sembra avere acquistato maggiore preponderanza; ma non sono nemmeno senza valore le obbiezioni in contrario del Riehm, del Nöldeke, dello Schrader, del Dillmann e dellʼHalevy.
Non può essere da un lato che il Deuteronomio sia posteriore al codice sacerdotale quale oggi lo abbiamo, perchè contiene un minore svolgimento dʼidee religiose, e da un più non si può essere discesi a un meno. Non può essere che le cinque feste annuali del codice sacerdotale (Levit.,xxiii;Num.,xxviii,xxix) siano divenute tre nel Deuteronomio (xvi). Non può essere che la casta sacerdotale distinta in sacerdoti e leviti nella legge ELN, si confonda poi nel Deuteronomio in una sola. Non può essere che questa stessa casta, a cui secondo la legge ELN si attribuiscono tali rendite in decime, primizie, primogeniti e offerte da farla ricca più delle altre classi del popolo, sia raccomandata poi nel Deuteronomio alla carità dei cittadini al pari dei poveri, degli orfani e delle vedove (xiv, 27–29;xxv, 11–12). Non può essere finalmente che dopo averefissato con ogni maniera di particolarissimi precetti tutto quanto concerne i sacrifizii e le offerte, si lasciasse poi nel Deuteronomio una certa libertà, quasi fossero rimessi alla spontanea liberalità degli individui.
Come dallʼaltro lato non può ammettersi che il Deuteronomio sia anteriore a tutte le parti delle altre raccolte legislative, perchè alcune leggi e alcuni riti di queste sono in quello supposti come conosciuti (x, 8;xxiv, 8). E perchè inoltre alcune leggi importantissime e necessarie, particolarmente civili, come molte di quelle che stabiliscono i gradi di parentela impedienti il matrimonio, invano nel Deuteronomio si desiderano; nè di questa omissione potrebbe assolversi, se non con lʼesistenza anteriore di altre leggi che vi avessero supplito.
Fa dʼuopo dunque vedere di quali leggi civili e di quali riti religiosi successivamente si sentisse il bisogno nel popolo ebreo, per istabilire in quali diverse età sono stati istituiti. Fa dʼuopo inoltre distinguere le istituzioni delle singole leggi, di cui nello stato presente constano i codici del Pentateuco, dalla compilazione finale dei codici stessi. Ed è, a nostra avviso, questa distinzione che può condurre a risolvere il problema della successiva formazione della legge ebraica.
Tutto ciò che concerne la costruzione del tabernacolo (Esodo,xxv–xxxi, 17;xxxv–xl) e la minuta prescrizione dei riti intorno alle diverse specie dei sacrifizi, e alla consacrazione degli Aronidi (Levit.,i–x), non può essere istituzione nè dei tempi mosaici nè di quelli che hanno succeduto fino a tutta lʼetà dei Giudici. Non dei tempi mosaici, perchè nelle peregrinazioninel deserto unʼorda nomade, come già sopra fu accennato, non poteva avere nè legnami, nè pelli, nè metalli, nè tele, nè stoffe, nè pietre preziose, quali per la costruzione del tabernacolo e per le vesti sacerdotali si richiedevano, e quali sono per ben due volte enumerate nel testo biblico (Esodo,xxv, 3–7;xxxv, 5–9). Non potevano nemmeno gli Ebrei usciti dallʼEgitto avere le cognizioni e la capacità artistica per ideare ed eseguire una costruzione quale ci è descritta quella del tabernacolo, dei suoi arredi e degli abiti sacerdotali, quando vediamo che ai tempi di Salomone, nei quali certo la coltura avrebbe dovuto essere maggiore, si doveva ricorrere per la costruzione del tempio ad artisti fenici, o che almeno avevano in Fenicia imparato lʼarte (1oRe,v, 20 e seg.;vii, 13 e seg.). Non potevano inoltre gli Ebrei possedere nel deserto gli animali, la farina, lʼolio, gli aromi per i sacrificii, le offerte, i profumi, che non solo sarebbero stati comandati di farsi nel tabernacolo, ma che si vorrebbe di più che fossero stati realmente fatti. Per ultimo è notevole che nella parte legislativa del Deuteronomio non si parla in alcun modo del tabernacolo; ma quando sʼimpongono i sacrificii e le offerte si dice che si sarebbe dovuto portare nel luogo che Dio avrebbe eletto. Mentre se un tabernacolo fino dai tempi mosaici fosse esistito, ragione avrebbe voluto che si fosse detto di portarle colà, ancorchè esso fosse tramutato da un luogo allʼaltro, secondo le esigenze del vivere politico. Non è solo poi questo argomento dal silenzio, in tal caso eloquente, che dimostra come lʼautore del Deuteronomio nulla sappia di un tabernacolo, ma lʼaperta contraddizione che colla esistenza di questo si appalesa nel contenuto del capitolo xii.Quivi si comanda agli Ebrei che, quando fossero stabiliti alla terra promessa, dovessero portare tutti i loro sacrifizii e tutte le loro offerte nel luogo prescelto da Dio, e non fare, come facevano allora, ciò che ad ognuno piaceva; cosa in quelle condizioni permessa, perchè non erano ancora giunti alla sede tranquilla promessa da Jahveh (vv. 5–9). Ma questo non si sarebbe potuto dire, se il tabernacolo fosse stato eretto, e riconosciuto come unico luogo, dove potevasi legittimamente sacrificare e offerire. E molto meno avrebbe potuto dirsi, imperocchè già sarebbe esistita unʼaltra legge che avrebbe fuori del tabernacolo proibito ogni sacrifizio, senza porre per condizione a tale divieto lo stabilimento nella terra promessa (Levitico,xvii, 8–9).
Non potevano poi gli Ebrei durante tutta lʼetà dei Giudici pensare ad un ordinamento del culto così ricco e sontuoso, sia per il tabernacolo e le vesti sacerdotali, come per la quantità dei sacrificii e delle offerte, quale è prescritto nel codice sacerdotale.
La condizione degli Ebrei fu per lungo tempo di continua guerra con i popoli abitatori della Palestina e confinanti, e più spesso di vinti che di vincitori. Imperocchè ciò che leggesi nel libro di Giosuè (xi, 23) che il paese si quietò dalla guerra, è finzione di scrittore molto più recente, smentita da quanto poi si legge in quello stesso libro (xiiie seg.), ma proveniente da fonti più antiche e più veritiere,[224]che molta parte di paese restava ancora a conquistarsi, e smentita principalmente da tutte le guerre raccontate nel libro dei Giudici. Dunque non è supponibile che ordedi conquistatori, i quali solo successivamente e a poco a poco riescivano a stabilirsi in fisse sedi, e che vedevansi continuamente minacciati da vicini più potenti, meglio armati (cfr. 1oSamuel,xiii, 19–22) e più, agguerriti, pensassero a erigersi un sontuoso tabernacolo, a istituire una casta sacerdotale, a dotarla di ricche rendite, e a stabilire una quantità di riti minuziosi sui diversi animali da offrirsi secondo le diverse occasioni, e sul modo di scannare e abbruciare le vittime, e se le offerte dovevano offrirsi sulla tegghia o sulla padella (Levitico,i–iii). Non è nè una nè più generazioni di conquistatori, che ha agio, nè spirito, nè mente da scendere a ciò. Le generazioni di conquistatori adorano il loro Dio, o i loro Dei, con sacrificii e con offerte, secondo portano le occasioni, e uniformandosi alle pratiche sanzionate dagli aviti costumi, ma sono troppo lontane ancora dal fissare un codice di riti. E così gli Ebrei avranno più volte sacrificato a Jahveh, durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia, e nel tempo non breve che scorse dal loro primo ingresso nella Palestina fino ad averla definitivamente sommessa; ma avranno certo sacrificato con quella libertà che proviene dallo spontaneo sentimento religioso, e che ci viene appunto descritta nelxviidel Levitico, nelxiidel Deuteronomio, e in più luoghi dei libri di Giudici e di Samuele. Avranno anche avuto come oggetto sensibile di culto lʼarca, della quale si parla tante volte, ed è possibile che questa contenesse le tavole del Decalogo. Sarà ancora stata posta talvolta sotto una sacra tenda, ora in un luogo, ora in un altro, e forse più lungamente che altrove nella città di Shilò. Ma che in Shilò fosse eretto quel tabernacolo, di cui si parla nellʼEsodo,ciò non è possibile, perchè non è possibile che nel deserto quel tabernacolo sia esistito. Si trova poi tale contraddizione intorno al soggiorno di questʼarca, che non si può conciliare colla esistenza durante lʼetà dei Giudici di un sontuoso tabernacolo, che avrebbe fissamente dovuto accoglierla.
Secondo un passo del libro di Giosuè (xviii, 1), appena stabiliti nella terra promessa, gli Ebrei avrebbero eretto il tabernacolo, quello stesso di cui si parla nel Pentateuco, nella città di Shilò, e quivi lo troviamo di nuovo ai tempi della nascita di Samuele. Ma in un avvenimento intermedio ci viene raccontato che lʼarca di Jahveh si trovava invece a Beth–El (Giudici,xx, 27). Perchè e come sarebbe avvenuto questo doppio trasferimento da Shilò a Beth–El, e poi di nuovo da Beth–El a Shilò, è ciò che disgraziatamente i narratori biblici hanno omesso di dirci, ma di cui non può supporsi ragione che appaghi. Invece, quando si riconosca che lʼerezione del tabernacolo in Shilò, della quale si parla nel libro di Giosuè, è come tante altre parti di quel libro un adattamento a un concetto sacerdotale, a cui inspirava tutto il suo scritto un tardo autore, allora si capisce come lʼarca di Jahveh abbia per lungo tempo errato da un luogo allʼaltro, e si trovi prima in Beth–El poi in Shilò. Sebbene per altro ciò che si racconta dellʼarca venga talvolta accompagnato da tali circostanze, che tolgono di poter prestare piena fede a tutti i particolari del fatto. Così nel capitoloxxdei Giudici, quando, a proposito della guerra fra i Benjaminiti e le altre tribù, si narra che, alle prime sconfitte da queste patite, si recarono a pregare Jahveh e a digiunare in Beth–El per interrogare il responso divino sul partito da prendersi,si aggiunge che in Beth–El era lʼarca, e che ivi ministrava come sacerdote Pineḣas nipote di Aron (ivi, v. 28). Ora che Beth–El fosse un luogo consacrato al culto, come indica il significato del nome (casa di Dio) è certo; che vi fosse lʼarca santa, è probabile; ma che in quel tempo vi ministrasse il sacerdote Pineḣas è impossibile. Perchè questi ci è presentato come un uomo che doveva avere almeno una ventina dʼanni verso la fine delle peregrinazioni nel deserto (Num.,xxv, 7 e seg.); e da questa età sino al fatto narrato nel citato luogo dei Giudici, bisogna porre almeno 180 anni, dimodochè Pineḣas ne avrebbe avuti un duecento. La quale impossibilità dimostra che sì è voluto piegare le narrazioni a un concetto sacerdotale, inventando persone e circostanze, le quali esistevano solo nella mente degli autori. Se gli Ebrei si erano raccolti in Beth–El per pregare e interrogare il responso divino, era necessario, secondo il concetto sacerdotale, con cui poi è stata narrata la storia del popolo ebreo, che colà vi fosse non solo un luogo consacrato al culto, ma anche un sacerdote e un sacerdote aronida. Siccome questo sacerdote le antiche fonti non lo accennavano, perchè ancora una casta sacerdotale non era istituita, sʼinventa un Pineḣas nipote di Aron, che la cronologia dimostra essere impossibile abbia sì lungo tempo vissuto. Ma la ragione cronologica era cosa di cui gli scrittori ebrei non seppero tener conto, e lo dimostrano fino agli ultimi tempi della loro letteratura gli scritti apocalittici, e più di questi anche i talmudici.
Che quel qualunque edifizio poi il quale ci apparisce alla nascita di Samuele come esistente in Shilò non potesse essere il sontuoso tabernacolo descrittonellʼEsodo lo dimostrano i susseguenti fatti narrati nella storia.
Quando il sacerdote Elì era, come giudice, capo del popolo, lʼarca santa fu presa dai Filistei in una guerra, nella quale gli Ebrei ebbero la peggio. I figliuoli di Elì furono uccisi in battaglia, ed egli morì di dolore al sentire lʼinfausta notizia. (1oSam.,iv). Che cosa accadesse del santuario di Shilò la storia tace intieramente. Ricuperata però lʼarca santa non fu riportata in Shilò, ma nella casa di un privato nella collina di Qirjat Jeʼarim (ivi,vii, 1), dove ci si fa credere che sia rimasta fino ai tempi del re David (2oSam.,vi). È probabile, si domanda, che se il tabernacolo fosse stato in Shilò non si fosse ivi ricondotta lʼarca? Inoltre non ci appare più Shilò come il luogo principale per lʼesercizio del culto,[225]ma durante la giudicatura di Samuele vengono citati come luoghi di sacro convegno ora Mizpà, (1oSam.,vii, 5–11) ora Beth–El (ivi, 16) ora Ghilgal, (ivi,xi, 15). E che quel luogo di culto andasse disperso, ce lo attesta un detto di Geremia (vii, 12–14) il quale vaticina al tempio di Gerusalemme lo stesso fato. Cosa che quel profeta non avrebbe potuto dire, se il tabernacolo di Shilò, anzichè andare disperso fosse solamente stato trasferito in altro luogo, come per adattare i fatti a un concetto sacerdotale, vuol far credere lo scrittore delle Croniche (2o,i, 3–6). Alla fine poi del regno di Saul la sede principale dei sacerdoti edel culto sarebbe stata in Nob (1oSam.,xxie seg.). Per ultimo ai tempi di Salomone troviamo indicata come sede principale del culto sotto il nome diBamà massimala città di Ghibʼon (1oRe,iii, 3).[226]Dimodochè chi spassionatamente da tutti questi dati voglia concludere qualche cosa di certo deve dire che un solo luogo veramente consacrato al culto non esistè fino ai tempi di Salomone, e che un sontuoso tabernacolo quale è descritto nellʼEsodo non è mai esistito. Che il tempio o tabernacolo di Shilò, provvisorio come tutti gli altri, andò disperso dopo la morte di Elì e dei suoi figli, e che da questa età fino alla costruzione del tempio di Salomone esisterono contemporaneamente più luoghi per celebrare il culto, e lʼarca errò ora in un luogo ora nellʼaltro, e spesso perfino nel campo militare (1oSam.,iv, 5,xiv, 18).
Ma durante il regno di Salomone lo stato delle cose intorno al regolamento del culto certo cominciò a subire qualche modificazione.
Non si può negare ogni fondamento di storica verità alla edificazione del tempio di Salomone in Gerusalemme, e se un tempio fu ivi edificato, avvenne un primo tentativo di accentramento del culto. È veroche questo, come attesta la storia successiva, non potè pienamente effettuarsi; perchè da un lato con lo scisma di Samaria furono riconosciuti altri luoghi di culto, (1oRe,xii, 29–33) e dallʼaltro anche nello stesso regno giudaico le inveterate abitudini popolari di sacrificare negli antichi luoghi sacri chiamati Bamoth non poterono per lungo tempo sradicarsi. Ma il fatto che in Gerusalemme esistesse un gran tempio consacrato a Jahveh non può revocarsi in dubbio, e presso il tempio si stabilì ancora una casta sacerdotale. Certo non sono da accettarsi come storica verità tutti gli ordinamenti sacerdotali, che i libri delle Croniche attribuiscono a David e a Salomone, della divisione della tribù di Levi in tante classi, e come in tante compagnie, che alternativamente avrebbero dovuto prestare servizio. Divisione di cui i più antichi libri di Samuele e dei Re non dicono verbo, mentre anzi riconoscono a chiare note che sacerdoti potessero essere anche quelli che non appartenevano alla tribù di Levi, giacchè danno questo titolo ai figli di David (2oSamuele,viii, 18). Ma pure stando a ciò che questi narrano, una casta sacerdotale diretta e presieduta da un capo non può negarsi che a poco a poco non si sia stabilita. E se non con un codice scritto, certo con regole e riti consuetudinarii avranno avuto alcune norme per lʼesercizio del culto, per la disciplina interna della loro stessa casta, e anche per ammaestrare il popolo in ciò che concerneva la religione.[227]Ma non si può porre nei tempi di Salomone, e nemmeno in quelli successivi in cui durò lʼesistenza del regno giudaico lʼistituzionedel codice sacerdotale quale lo abbiamo nellʼEsodo, nel levitico e nel Numeri, se non fosse altro per una ragione che a noi sembra perentoria. Il profeta Ezechiele nellʼesilio di Babilonia, profetando il ritorno degli esuli nella terra patria, annunzia lʼedificazione di un nuovo santuario, e compila proprio un nuovo codice sacerdotale per ciò che riguarda la persona dei sacerdoti e la celebrazione del culto (Ezechiele,xl–xlvi). Ora se fosse esistito quello molto più ampio della legislazione ELN, lʼopera di Ezechiele non solo sarebbe stata superflua, ma inesplicabile, perchè in molte parti con lʼaltro codice è in contradizione. Dimodochè se alcune parti del codice sacerdotale non come compilazione scritta, ma come rito consuetudinario, possono essere esistite fino dai tempi in cui fu fondato il tempio salomonico, è per noi certo che il codice sacerdotale nella sua totalità, quale oggi lo abbiamo, è posteriore allʼetà di Ezechiele, e per conseguenza posteriore allʼesilio. Non sono dunque da porsi prima della legge deuteronomica nè le parti dellʼEsodo riguardanti il tabernacolo, nè i primi dieci capitoli del Levitico, nè ciò che concerne lʼassoluto accentramento del culto (Levit.,xvii) nè la disciplina interna della casta sacerdotale (xxi,xxii). E lo stesso è a dirsi delle parti del Numeri che trattano gli stessi argomenti. È da porsi ancora posteriore al Deuteronomio lʼordinamento delle feste annuali quale è nel Levitico (xxiii) e nel Numeri (xxviii,xxix), perchè in questi libri si parla di cinque feste annuali, mentre in quello soltanto di tre. E ciò che è anche più significante, ai tempi di Ezra e Nehemia dopo il ritorno dallʼesilio si mostra di ignorare del tutto che il giorno decimo del settimo mese doveva essere consacrato alla contrizione ealla penitenza, ma si fa invece digiuno il giorno 24odello stesso mese, senza riferirsi per nulla allʼosservanza di rito già esistente, come si fa per la festa delle capanne, ma quasi fosse una istituzione del tutto nuova, (Nehemia,viii, 14–ix, 1). Escluso adunque che possano essere anteriori al Deuteronomio le accennate parti della legislazione ELN, è da vedersi però ciò che concerne alcune leggi civili, e certi riti di purità e santità rispetto alla universalità dei cittadini. Incominciamo da questi ultimi.
Abbiamo già veduto nel piccolo codice dellʼEsodoxxi–xxiiiche sul principio di dover essere gente santa a Jahveh si proibisce di cibarsi di animali trovati sbranati nella campagna (xxii, 30). Questo principio ebbe poi un ulteriore svolgimento tanto nella legislazione ELN, quanto in quella deuteronomica, proibendosi per la stessa ragione di santità anche altre specie di cibi. Il capitoloxidel Levitico exiv(v. 3–21) del Deuteronomio contengono intorno a questo punto, lo stesso rituale con poche differenze nei particolari. I principii fondamentali sono identici. Dei quadrupedi sono permessi soltanto quelli che ruminano e hanno lʼunghia fessa. Degli animali acquatici soltanto pesci che hanno squame e pinne. Degli uccelli è fatta una lunga lista di quelli tenuti come impuri, che sono per lo più di rapina. In quanto a molti altri animali che, parte propriamente, parte impropriamente, sono dagli autori biblici detti rettili, nel Deuteronomio si proibiscono tutti, nel Levitico si fa eccezione per poche specie. Nel Deuteronomio si proibisce ancora di mangiare qualunque carogna, senza ristringersi come nellʼEsodo ai soli animali sbranati, mentre nel Levitico si dice soltanto che chi la toccasse o ne mangiasse divenivaimpuro per tutto quel giorno, e quindi per ritornar puro doveva sottoporsi a certi riti lustrali, (xi, 39 e seg.).
In generale i riti del capitoloxidel Levitico sono più estesi che quelli del Deuteronomio. Ma dallʼaltro lato si trova in questo una lista dei quadrupedi permessi come cibo, che nel Levitico manca del tutto, restringendosi qui a stabilire le due caratteristiche del ruminare e delle unghie fesse. È certo che le norme stabilite dalla legge ebraica non si accordano con glʼinsegnamenti della storia naturale. Imperocchè si sa che gli animali ruminanti sono tutti bisulci, e non si trova una caratteristica disgiunta dallʼaltra. Per conseguenza è erroneo ciò che dicono i nostri due testi che il cammello rumini e non sia bisulco, perchè quantunque una membrana ne involga in parte i piedi pure ha lʼunghia biforcata. Come è erroneo che ruminino lʼirace (Shafan) e la lepre, posti non ostante fra gli animali proibiti, perchè non sono bisulci. Ma questi errori non sono da porsi a carico degli autori biblici, i quali in ciò seguivano le opinioni dei loro tempi, nè erano obbligati a sapere nelle scienze fisiche, ciò che soltanto poi si scoprì con più attente osservazioni. Nessuna differenza si nota fra i due testi in quanto agli animali acquatici.
La lista degli uccelli proibiti differisce di poco, e solo in quanto nel Deuteronomio ne è enumerato uno di più sotto il nome diDajjah, e in quanto è un poco diversa la disposizione di alcuni nomi.[228]
Il Levitico poi distingue tra gli animali da esso detti rettili, quelli che hanno gambe con giuntura nel ginocchio, per tenerli come permessi e puri, quindi permette alcune specie di locuste. Distinzione che il Deuteronomio non conosce. Fa inoltre il Levitico anche una lista dei così detti rettili non permessi, e poi prescrive molti riti di purificazione nel caso che il cadavere di questi animali impuri si trovasse o sopra abiti, o dentro vasi o in arredi di qualunque sorta, o sopra dei cibi, o sopra delle semente. Riti di purità di cui il Deuteronomio non fa alcuna menzione. Questi però aggiunge come ultimo precetto intorno ai cibi proibiti quello già da noi trovato due volte nellʼEsodo (xxiii, 19,xxxiv, 26) di non cucinare un capretto col latte della madre. Confrontati questi due luoghi non vi può essere dubbio che stanno fra loro in qualche dipendenza, in quanto o lʼuno ha imitato lʼaltro, o tutti e due derivano da una legge più antica, da cui entrambi hanno attinto. A noi sembra più ragionevole questʼultima ipotesi, e teniamo la legge del Levitico più recente, perchè contiene tutte le nuove disposizioni intorno ai riti di purità, che sono più conformi al concetto che inspira il codice sacerdotale, di cui nella presente compilazione il capitoloxidel Levitico fa parte.
Ma ci sembra ancora molto probabile che questi riti intorno alla distinzione dei cibi puri permessi da quelli impuri e proibiti, fossero anteriori alla compilazione di tutto il codice deuteronomico, e incominciassero a prevalere nella età dei primi grandi profeti, uno dei cui principii era giustʼappunto il concetto di una maggiore santità e purità, nella quale doveva vivere tutto il popolo ebreo a confronto delle altre nazioni.Lo provano, se non altro le espressioni stesse del Deuteronomio (xiv, 2, 21).
Questi riti poi furono accolti dal deuteronomista nella sua codificazione in quella forma breve, che bastava alla istruzione del popolo, cui tutta la legge deuteronomica è diretta. Furono anche accolti dal più recente legislatore sacerdotale, che trovava questi riti di purità e santità conformi al suo concetto religioso; ma vi aggiunse quelle modificazioni, che da un lato intorno ai cibi esigevano i costumi popolari, perchè troviamo anche in più recente età che il Battista si cibava di locuste (Matt.,iii, 4); e dallʼaltro vi aggiunse quelle prescrizioni di purità, che il modo sacerdotale di concepire la legge teneva necessarie.
Sarebbe poi difficile stabilire con esattezza lʼetà, in cui questi riti ebbero origine, ma certo nel tempo che decorse fra i primi grandi profeti e la compilazione del codice deuteronomico, che è quanto dire fra il 9oe il 7osecolo. Sappiamo bene che questi confini sono troppo lati, e che una più precisa determinazione potrebbe a ragione desiderarsi. Ma amiamo meglio lasciare indeterminato ciò che tale ci si presenta, che non imitare certi critici che lavorano troppo di capricciosa fantasia.
Altra parte importantissima della vita pura e santa era quella che concerneva certe malattie contagiose. Si sa che la lebbra era negli antichi tempi un terribile morbo, e si sa ancora che la gente ebrea era fra quelle che più vi andavano sottoposte, tantochè alcuni storici vogliono, che questa fosse la cagione per la quale fu cacciata dallʼEgitto.[229]È naturale quindiche per cagioni in parte igieniche e in parte di purità religiosa nascesse presto lʼabitudine di tenere i lebbrosi lontani dal consorzio con altre persone.
E diciamo di purità religiosa i perchè facilmente doveva nascere il pensiero che i colpiti da una malattia non meno terribile che schifosa fossero puniti e rejetti da Dio,[230]quindi indegni di convenire in ogni specie di adunanza religiosa, dove si celebrassero o sacrifizii o conviti o feste di qualunque altra maniera. E dal tenerli lontani da siffatti convegni allʼescluderli da qualunque consorzio con altri uomini il trapasso non doveva essere tanto difficile. Per lo che sembra molto probabile che sino da quando gli Ebrei cominciarono ad avere stabili sedi nella Palestina alcune norme si stabilissero per la condotta da tenersi rispetto ai lebbrosi. Una narrazione del 2olibro dei Re (vii, 3) fa capire che fossero tenuti fuori delle città, tantochè alcuni infetti da questo morbo ci sono presentati come dimoranti fuori delle mura di Samaria, anche durante un assedio fatto contro quella dai Siri. Abbiamo poi nel Deuteronomio (xxiv, 8) chiara allusione a regole già stabilite intorno alla lebbra, che dovevano essere insegnate dai sacerdoti, e si raccomanda di osservarle. Ma queste regole sono ampiamente esposte nel capitoloxiiidel Levitico; perchè dunque non dovrebbero essere quelle stesse cui nel Deuteronomio si raccomanda di doversi riferire?
Certo che se si dimostra, come a ragione si dimostra, che il codice sacerdotale è di età molto più recente, e si vuole quindi sostenere che tutto appartengaa una compilazione derivante da una sola fonte, non si possono i riti del Levitico concernenti la lebbra tenere come quelli stessi cui allude il Deuteronomio, e fa dʼuopo ricorrere allʼipotesi di altri riti consuetudinarii. Ma quando il Deuteronomio dice chiaramente che in quanto alla lebbra si deve osservare ciò che insegnano i sacerdoti, senza dare nessuna ulteriore spiegazione, è molto ragionevole il supporre che questi riti fossero già formati e scritti. Ora formati e scritti si trovano nel Levitico, e non vi è alcuna ragione perchè non possano essere questi stessi.[231]Non per concludere, chè sarebbe conclusione eccessiva, che tutto il codice sacerdotale sia anteriore al Deuteronomio; ma per desumere che riti intorno alla lebbra esistevano fino da tempi anteriori al Deuteronomio, e che lʼautore di questo si è contentato di accennarli, perchè scriveva per il popolo e non per i sacerdoti, mentre lʼautore del codice sacerdotale gli ha accolti nella sua codificazione. Accogliendoveli, gli avrà modificati e ampliati; particolarmente per tutto ciò che concerne i sacrifizii di purificazione (xiv, 1–32), dettati anche questi secondo un concetto puramente sacerdotale.
Come pure è forse da tenersi amplificazione sacerdotale, ciò che concerne lʼimpurità delle case (xiv, 33–34) della gonorrea, della polluzione, e del mestruo (xv), perchè accennano a più tardo e ascetico svolgimento nel concetto di purità e santità del costume. Oltrechè è da notarsi la stranezza di linguaggio in ciòche viene insegnato sulla così detta lebbra degli abiti e degli edifizi. In quanto ai primi non pare sia dʼuopo ricorrere allʼipotesi del Michaelis,[232]che negli abiti di lana e di pelli volesse alludersi a un difetto di queste materie originato dallo stato morboso degli animali da cui erano state tolte, perchè che cosa si potrebbe dire per gli abiti di lino? Sembra invece molto più probabile che si tenessero come impuri gli abiti che potevano aver preso qualche macchia e quindi facilmente corrodersi e consumarsi, per essere stati usati da persone infette di lebbra,[233]tanto più che è cognito quanto sia facile il contagio per mezzo di ogni specie di vestimenti. Che cosa poi lʼautore biblico abbia inteso dire sotto la denominazione di lebbra delle case non si può con certezza determinare; ma sembra più da accettarsi lʼopinione di coloro che vogliono in tal modo essere designata la manifestazione di quelle macchie prodotte dallʼerosione dei muri per effetto di umidità, o di salmastro, o simili.[234]E non è difficile che si ordinasse di riparare a tali inconvenienti o con risarcimenti parziali con nuove pietre e nuovo intonaco, fino a che ciò era possibile; e si arrivasse fino a imporre la demolizione della casa, quando i segni del guasto si estendessero, e non fosse più possibile farvi riparo.
I principii più generali di questi riti intorno alla lebbra e alla purità della persona sono per le ragioni sovra accennate da tenersi di assai antica origine, mentre la loro ampliazione e la loro compilazione nella forma quale a noi è pervenuta è da tenersi molto più recente,dovuta allʼautore o al compilatore ultimo del codice sacerdotale.
A questi riti di purità che risguardano ogni classe di persone è da aggiungersi probabilmente anche quello che concerne una pratica non obbligatoria, con la quale ognuno, cui piacesse, poteva darsi a una maggiore santità di vita mediante un voto dettoNazireato. Questo poteva essere o perpetuo, come si racconta di Sansone (Giud.,xiii, 7) o anche temporario come appare dal cap.videl Numeri. Consisteva poi nellʼastenersi dal vino, dallʼuva, da ogni bevanda inebbriante, nel non radersi nessuna parte del corpo, e nel tenersi lontano da ogni impuro contatto. Che la pratica di tal genere di voto fosse molto antica, si rileva da un passo del profeta Amos (ii, 11 e seg.), e perciò consentiamo col Wurster che vuole la parte prima del capitolovidel Numeri (2–8) facesse parte delle leggi di santità, e che il rimanente sia da tenersi, come abbiamo detto anche per le antecedenti leggi, aggiunta dellʼautore del codice sacerdotale.[235]I talmudisti scesero anche intorno a questo voto a molte minute prescrizioni, fra le quali solo noteremo che essi fissarono a un minimo di trenta giorni il Nazireato temporaneo, di cui non fosse esplicitamente determinato il limite.[236]