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I racconti dei cristiani su quello, che fu il piú terribile loro avversario e il distruttore del regno di Gerusalemme, gli sono, in generale, in tutto favorevoli; dirò piú tardi qualcosa intorno alle cause di questo fenomeno, in apparenza abbastanza sorprendente. Però bisogna notare che alcuni di questi racconti, e precisamente il piú antico, hanno al contrario uno spiccato carattere di malevolenza che apparisce, in modo naturalissimo, dal dispetto e la umiliazione che le strepitose vittorie del sultano kurdo cagionarono ai vinti, e soprattutto ai cristiani stabiliti in Siria, e da lui cacciati dai loro possessi. Infatti, presso di loro si formò indubbiamente una leggenda ostile, relativa ai suoi primi anni, che noi vediamo diffondersi in Occidente al momento stesso dei suoi piú splendidi successi. Dapprima essa, sotto la forma piú virulenta, ci appare in un curioso poema latino, sin qui inedito e appena segnalato,[3]che non è giunto intero sino a noi, e che deve essere stato composto nel 1187, poco prima della presa di Gerusalemme.

Saladino, di condizione servile, s'introduce nella corte di Norandino, diviene l'amante della moglie, per mezzo della quale ottiene il favore del sultano. A Babilonia (cioè al Cairo) uccide perfidamente un giudice integerrimo alla stessa tavola alla quale colui l'aveva ammesso; penetra con l'astuzia, non potendo entrare con la forza, nella città dove risiede l'amulanus,[4]l'assassina, e s'impadronisce dei suoi tesori che distribuisce tra i complici. In seguito, fa avvelenare Norandino e pone a morte l'unico suo figlio, dopo di che sposa la vedova, riuscendo cosí a diventar padrone di sette reami: è allora che ha l'audacia di combattere i cristiani. Questo quadro con tinte cosí fosche è stato tracciato in Occidente sopra racconti venuti dall'Oriente; le linee vi sono singolarmente esagerate. L'assassinio del giudice del Cairo e quello dell'amulanuscorrispondono all'esecuzione del vizir Chaver e all'omicidio del califfo d'Egitto El-Aded, che non senza ragione sembra imputato a Saladino.[5]Il matrimonio di Saladino con la vedova di Norandino è narrato da storici serî, mail nostro poema è il solo a dire che anteriormente esistessero tra loro relazioni di adulterio. Saladino spodestò il figlio di Norandino, ma non lo mise a morte, e non è mai stato accusato d'avere avvelenato il sultano stesso. Egli non era di condizione servile, dacché era nipote di Siracon o Chirkon, generalissimo di Norandino, e suo padre Ayoub occupava presso quest'ultimo un alto posto.

Minori infrazioni alla verità troviamo nel passo, senza dubbio d'origine palestiniana, che Riccardo, canonico della Santa Trinità di Londra, inserí, circa l'anno 1200, nell'introduzione aggiunta alla sua traduzione del poema francese d'Ambrogio sulla terza crociata.[6]Qui Saladino è di nascita equivoca, ma ha per zio Siracon, il comandante dell'armata che s'impadronisce dell'Egitto per conto di Norandino: uccide a tradimentoSavarius(Chaver) e ilmulanus, poi, essendo morto Norandino, ne sposa la vedova e caccia via i figli. La favola non si riannoda qui che ai primi atti del futuro sultano, il quale, innalzato ad alte cariche da Norandino, non avrebbe tuttavia esercitate prima altre funzioni da quelle di padrone delle cortigiane di Damasco; distribuisce agli «istrioni» il danaro che ricava da loro, rendendosi cosí popolare, ciò che dà occasione a Riccardo di abbandonarsi ad enfatiche proteste contro i capricci della fortuna, la quale mette unlenosul trono dei re.[7]

A fronte di questi riassunti trova posto un racconto piú particolareggiato, che risale certamente anche ai detti dei cristiani di Siria, e che si trova tanto nell'ultimo rifacimento della canzone diJérusalem, (ms. B. N. fr. 12659) quanto nella compilazione conosciuta col nome diChronique d'Ernoul, della quale però una piccola parte può risalire a Ernoul, scudiere di Balian d'Ibelin. Il Pigeonneau[8]crede che questo racconto sia passato al poema dalla cronaca, ma esso varia troppo dall'una all'altra, perché si possa ammettere questa opinione. Nella cronaca (p. 35 e seg.), Saladino è il nipote di un riccoprevostodi Damasco (evidentemente Chirkou); avendo guerreggiato in Egittocontrola mulainee il suo alleato, il re Amauri di Gerusalemme, è stato fatto prigioniero; suo zio, il sapiente «largo e cortese», lo riscatta dopo la morte d'Amauri, e lo conduce in Egitto, dove riprende la guerra controla mulaine, che ben presto assediano al Cairo. Lo zio muore e Saladino rimane capo dell'esercito; disperando di prendere la città con la forza, ricorre all'astuzia: fa dire ala mulaineche verrà a chiedergli pace «comme asnes, la somme sor le dos, por torser et por chargier sor lui quankes il lui plairoit». Si presenta infatti e s'avanza su quattro zampe, un basto sul dorso, sino al trono dila mulaine; però quando deve baciargli il piede, cava fuori un coltello, che teneva nascosto, e colpiscela mulaineal cuore; la gente che l'accompagna fa altrettanto attorno a sé e Saladino è padrone del castello. Alla porta di questo castello c'erano sempre due cavalli sellati e brigliati che attendevano un cavaliere; secondo un'antica profezia, doveva un giorno venire un uomo «qui avroit nom Ali, et monteroit sor ces chevaus, et seroit sire de tote paienie et d'une partie de crestienté»; Saladino «monta sor les chevaus qui atendoient Ali, et aloit criant par la cité qu'il estoit Ali, qui venus estoit a cheval». In tal modo s'impadronisce dell'Egitto. Più tardi, essendo morto Norandino, Saladino ne sposa la vedova e diventa padrone del suo impero.[9]La stessa storia si rinviene, però con differenze abbastanza grandi, nel poema: qui Saladino è l'erede legittimo del re d'AlessandriaEufradin; è stato spogliato e bandito da suo zio Alfadin, ma piú tardi, con l'aiuto di suo fratello Safadin, ricupera il reame e uccide lo zio. In seguito uccidela mulained'Egitto, presso a poco come nella cronaca, e monta sul cavallo predestinato (qui non ve n'è che un solo), dopo averlo stordito gridandoAlis(il rimatore non sembra comprendere il senso di questo grido); in seguito conquista parecchi reami; di Norandino non v'è cenno (ms. 12159, fol. 357).

Questo travestimento degli esordi del glorioso sultano, ricomparisce in un'opera assai posteriore e della quale bisogna dire qualche parola, perché nella storia letteraria non è stato ad essa dato il posto che deve avere. Si tratta del romanzo diJean d'Avesnes, che ci hanno conservato due manoscritti, uno dell'Arsenale, scritto verso il 1460, e di cui lo Chabaille ha pubblicato un'analisi e numerosi estratti (Abbeville, verso il 1845, picc. in-8º), l'altro della Biblioteca Nazionale (fr. 12572,) sino ad ora non indicato. Quest'opera si compone di tre parti ben distinte. La prima parte (Chabaille, p. 17-46) è un piccolo romanzo, che sembra appartenere tutto intero al secoloXVe che a noi non interessa. La seconda (p. 46-63) è la storia piú antica della figlia del conte di Pontieu, di cui parleremo piú tardi. La terza (p. 63-89) è semplicemente il rifacimento in prosa di una parte, perduta nella sua forma originale, d'un immenso poema del quale non si sono conservati in versi che due frammenti, se tali possono chiamarsi due brani, di cui il primo conta piú di 35,000 versi e il secondo piú di 34,000. Questo poema, composto nel nord-est della Francia, senza dubbio poco dopo il 1350,[10]doveva comprendere un'intera storiadelle crociate (in gran parte, ben inteso, romanzesca), cui sembra essersi riannodato, bene o male, un racconto delle guerre di Filippo il Bello contro i Fiamminghi. La prima parte è stata pubblicata dal Reiffenberg e dal Borgnet, sotto il titolo diLe chevalier au Cygne et Godefroid de Bouillon; s'arresta al punto in cui Baldovino di Gerusalemme, fratello e successore di Goffredo, parte per una favolosa spedizione contro la Mecca. Dopo una lacuna, della quale non conosciamo l'estensione, comincia la seconda parte conservata, pubblicata dal Boca e dallo Scheler sotto il titolo diBaudouin de Sebource diBastart de Bouillon. Un altro «ramo» forma il terzo libro diJean d'Avesnes; un altro ancora costituisce il fondo del romanzo diBaudouin de Flandres; essi non esistono che in prosa, salvo alcuni versi dell'ultima, che per caso ci sono stati conservati.[11]

Ad un poema del secoloXIVdobbiamo dunque riferirci per il racconto cheJean d'Avesnesci dà dei primi successi di Saladino. Questo racconto è stato completamente omesso dallo Chabaille; si legge nei fogli 164 e seguenti del ms. 12572; diciamo solamente che si riannoda tanto a quello dellaChronique d'Ernoulquanto a quello dellachanson.[12]Vi si aggiunge un passo che io non ho rinvenuto altrove: davanti la porta del palazzo dila mulainesi trovava una «scalinata»fatta d'un solo smeraldo; Saladino la fece fare in pezzi e distribuire ai suoi compagni, e di là provengono tutti gli smeraldi oggidí sparsi nel mondo.


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