Pascua Pieriis demum resonabat avenis:Atropos heu! lectum livida rupit opus.Intorno a cui vedi FNovatiIndagini e Postille Dantesche, Bologna 1899, pag. 37 sgg. Io non credo, come dirò di qui a poco, che Dante volesse fare unopusdi dieci ecloghe; credo però che Giovanni del Virgilio lo credesse.163.Vedi su questo e sugli altri epitafi il bellissimo libro di CRicci,L'ultimo rifugio di D. A.p. 249 segg.164.Di che parleremo.165.De off. I 13, 41. Vedi Vel. pag. 119. LaVulpeculasi chiamaFlorentia, dice Dante; ma è per dire che ha la sua tana in Fiorenza. È, quanto si voglia, cupidità guelfa, ma cupidità, a ogni modo, e frode, come abbiamo dichiarato in Vel.166.VCian,Sulle orme del Veltro, Messina 1897, pag. 58 sg. Dante, ivi citato, (nel Co. 1, 12) dice che la bontà propria del veltro è “il bene correre„.167.Vel. pag. 122.168.Si può opporre che nemmeno nella Monarchia è l'imagine del Veltro. Ma si consideri il diverso stile di quel grave trattato, nel quale non sono neppure le altre imagini di vipera, Mirra, volpe, ecc.169.Vel. pag. 122 seg.170.Istorie Fiorentine, V 29. Il Boccaccio nel suo Comento ricorda “alcuni altri„ che pensarono appunto a' Tartari e al feltro di che inviluppano il morto corpo de' loro imperatori. Un moderno, Bassermann, dichiarò il veltro essere l'imperator de' Tartari. Nelle note alla Vita di Dante di CBalbo, scritte da Emmanuele Rocco (Napoli, 1840) a p. 175 si legge: “Io per me son quasi certo che nel Veltro di Dante debba intendersi un Imperatore o già eletto o da eleggersi. Ed in conferma accennerò un fatto che pare ci abbia qualche relazione, e ch'è raccontato da GVillani etc.„. E riporta il passo che io riporto.171.Secondo i calcoli che si vedono più giù, il canto XVII del paradiso cadrebbe dopo il 1318, nel qual anno a dicembre Can Grande fu eletto capitano della lega ghibellina in Lombardia, e prima dell'agosto del '20, quando la fortuna del “vittorioso tiranno„ si mutò all'assedio di Padova.172.CRicci.L'ultimo rifugio di D. A.pag. 12.173.In verità il nome rimase. Vedi l'art.Marcabònell'Enciclopedia Dantescadi GAScartazzini.174.Vedi a pag. 63 e 68.175.Vedi su tale questione FNovati,Indagini e Postille Dantesche, pag. 39 sgg. Egli nega ciò che io torno a confermare. FD'Ovidio inStudii sulla Divina Commediaassente in tutto al Nevati, che gli ha “bene aperti gli occhi„, e agli altri augura “non li tengan chiusi per forza„. Questo riporto, perchè il lettore stia sull'avviso.176.Può questa coincidenza d'argomenti nei due passi accennati persuadere alcuno, che Giovanni non conoscesse le due cantiche per intero, ma avesse avuto sentore o notizia di quei due luoghi soli, che attestavano la cultura antica di messerDantes Alagerii.177.Queste e simili dichiarazioni si devono all'anonimo glossatore Laurenziano.178.Poco importa a qual parola si uniscade more. Ma mi pare sia da unire arecensentes. Virgilio hapasti tauri, (ecl. 7, 39, 44)saturae capellae(ecl. 10, 77) senz'altro.179.Quamquam mala coenula turbet.Mi pare si riferisca a tutti e due, a Titiro e Melibeo. Mangiavano tutti e due lo stesso pane delle sette croste. Lo dice Dante all'ultimo dell'ecloga, dove ci fa sapere persino in che consisteva lacoenula:parva tabernacla et nobis dum farra coquebant.180.La glosa vuol che significhi lo stil bucolico (bucolicum carmen). Non mi pare. Giovanni del Virgilio non aveva scritta un'ecloga bucolica, sì un cotal sermone oraziano. Vuol dire la poesia latina. Ser Dino è poco saputo di latino, come vedremo. E Titiro ride di codesto. O di che altro? Notiamo la corrispondenza con l'ecl. X 14: Pinifer...Maenalus etgelidi...saxa Lycaei. I due monti arcadici sono fusi in uno, con quell'idea del rezzo.181.Alveolus, comenta il glossatore,stilus humilis. Errore! Dante attribuisce al poeta bolognese stile tutt'altro che umile, nel cantarehominum superumque labores! Ma il buon glossatore ha preso un dirizzone dal bel principio, nell'interpretare malamente ipascua. Si tratta di un fiumicello che circonda i pascoli del Menalo e lidifendeda chi non sa, come quel del Limbo difende il nobile Castello. Melibeo non poteva passar quello come terra dura; e perciò i pascoli gli eranoignota.182.Nell'ecl. X 56 èMaenala, come qui, mentre più su, nell'una e nell'altra, èMaenalus.183.In herbis ignotis, ignota carmina, te monstrante; allude alla poca conoscenza che ha Melibeo di latino. Titiro devetradurrei canti di Mopso, per farli intendere a Ser Dino. Quicaprise più sucapellas:scolares, interpreta l'An.184.È arbitrario interpretare queste frondi per una “laurea„ vera e propria, sì nella proposta di Giovanni e sì nella risposta di Dante. Indicano esse il pregio della vera “poesia„ che era, anche già secondo Dante, solo latina. E Giovanni che chiama Dante “censor liberrime vatum„ mi pare dovesse conoscere il Trattato d'eloquenza, oltre l'episodio di Bonagiunta. Questo solo non mi pare potesse condurre Giovanni a chiamare l'altro censore, e senza peli sulla lingua. Vedi il cap. VII e seg. a pag. 60.185.La glosa,ignara deoruminterpretaimperatorum, quia contraria parti Dantis tunc Bononia erat. Ma anche Ravenna! Notevole che Dante conosceva la professione d'empietà di Polifemo.186.Nam iam senuere capellae Quas concepturis dedimus nos matribus hircos.Si traducematribuscome un “per madri„ predicativo. Io ho tradotto emendandoconcepturisinconcepturas. Eppure, invece dihircos, sarebbe megliohoedos.187.La glosa interpretacircumflua corporaper il purgatorio,astricolaeper il paradiso. Mainfera regnavale i due regni terreni, del baratro e del monte.188.Revocarenon può aver qui se non questo senso di “far ricredere„, in relazione colconcedatdi più su.189.Se Melibeo la conosce, non è una pecoralatina, sì volgare. A ogni modo, anche se non si ammette che prima Dante alluda alla debole latinità di Ser Dino, si spieghi qui in che modo Ser Dino conosca la musa latina o bucolica di Dante!190.Ha finito il purgatorio: lorumina. Si spieghi, se la pecora è ilbucolicum carmen, in che modo ora rumini.191.Numquam vi poscere mulctram.Il senso mi pare quel che ho dato io; ma la lettera porterebbe ad altro. Si capisce che Dante ha voluto diresponte, iniussa. Ora si spieghi questa gran facilità di mungere la poesia bucolica; e si abbia la mente a quel che dice prima sul gran pallore di Mopso. Si spieghi ancora come possa Dante credere di assecondare il bolognese che gli aveva chiesti carmi epici, mandandoglibucolicum carmen.192.FNovati.Indagini e Postille Dantesche: p. 54 segg.193.Vel. pag. 461 e segg.194.Fa impressione vedere nell'epistola di Giovanni d. V.Peneis... sertis. Non sembra quest'esordio del Paradiso una risposta al Bolognese? Si potrebbe credere a un rimaneggiamento della protasi, dopo ricevuta l'epistola, nel mandare idecem vascula.195.Aen. VI 662.196.Vel. pag. 408.197.Pag. 18: La speranza de' beati.198.Aen. VI 657, 645, 658, 665, 638. Vedremo come egli professi codesta speranza alla foce di quell'Eridano, al cui fonte sono ipii vates.199.Opinione di altri, come può ognuno vedere nel bello studio di FNovati.200.Ecl. X 15 e 56, 9, 7, 30, 78, 14, 1, 64, 22, 65, 72. E bisogna ricordare che c'èsaturantur capellaeal 30. E i due versi dolcissimiHic gelidi fontessqq. (42 sq.) sono alla meglio imitati nella descrizion de'pascuadi Mopso.201.ib. 32; V 1 sq.202.X 50, 46. E della morte: 33.203.Ecl. X, 16 sqq. L'ecl. si legge: 2.204.Ecl. I di Dante, v. 18, 21.205.Ecl. V 4; VII 4, I 2; VI 3. Quest'ultima è citazione di FNovati (Op. cit. pag. 58):Cum caneremreges et proelia,Cynthius aurem Vellit et admonuit:Pastorem,Tityre,pinguis Pascere oportetovis, deductum dicere carmen.206.Ecl. V, 45.207.FNovati, Op. cit. pag. 98. E ci sono altre osservazioni da fare. Che autorità aveva Giovanni del Virgilio di proporre a Dante o il modesto convento o la solenne e rarissima cerimonia della, diremo, gran laurea poetica? Come poteva Dante credere di Giovanni un'autorità come d'un Roberto di Napoli o d'un senatore di Roma?208.CRicci. L'U. R. pag. 69 sgg.209.Fa pensare, come già ho detto, che Giovanni del Virgilio ricordi i passi dell'inferno e del purgatorio, dove si parla de' poeti nel limbo. Ma certo l'argomento e il fine dell'epistola gli fecero ricordare quelli e non altri.210.Leggi le belle pagine (170 sgg.) dell'U. R. del Ricci.211.CRicci. L'U. R. pag. 118 sg.212.Id. ib. pag. 124 sgg.213.Id. ib. pag. 126.214.Id. ib. pag. 127 sgg.215.Noto di passaggio che col versoTra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.Dante non ha voluto circoscrivere la Romagna propriamente detta.216.CRicci, l'U. R. pag. 128 sgg. specialmente per questo punto, pag. 138.217.CRicci. L'U. R. pag. 138 sg.218.Id. ib. pag. 128 sgg. Vedi le opinioni di molti in Studi Danteschi di Vittorio Imbriani (che incespica in unapietra), pag. 492 sgg.219.Vedi nel “Trattato dell'amore humano„ di Flaminio Nobili etc. pubblicato da Pier Desiderio Pasolini, a pag. 18 e altrove: “Aristotile, come nelle altre cose è usato di penetrare più addentro, che tutti gli altri, così in questa mi pare, che toccasse molto il vivo, conchiudendo per ferma ragione, questo vicendevole Amore essere il desiderato fine dell'Amore„.220.Aen. VI 440 sqq.221.CRicci, L'U. R. pag. 134, e altr.222.Aen. I 683 e sqq.223.Aen. VI 469; IV 331.224.Aen. VI 467 sqq. E forse Dantelacrimasque ciebatinterpretava “faceva piangere„, piuttosto che “voleva far piangere„, o “piangeva„.225.Aen. IV 522 sqq. Confrontacarpebant fessa soporemcorpora, conAt non infelixanimiPhoenissa.226.Aen. IV 648 sqq.227.CRicci, L'U. R.passim, spec. a pag. 14 sgg.228.Vedi più su a pag. 49.229.CRicci, L'U. R. pag. 5. E così in seguito.230.Vedile in CRicci, L'U. R. a pag. 377 sgg. Su Guido rimatore, leggi nel medesimo libro a pag. 86.231.L'U. R. pag. 28.232.Dott. E. M. L'autenticità dellaQuaestio de aqua et terra, Zanichelli 1899. A me non par lecito di dubitar più.233.CRicci, L'U. R. pag. 19 sgg.234.MO. Appendice pag. 159 sgg.235.Per esempio quei di Romena.236.Vedi in CRicci, L'U. R. pag. 39.237.Prima di tutto mi sia permesso dire una sciocchezza: quel panesapeva, appunto,di sale, se già d'allora i romagnoli salavano il lor pane, come ora, giovandosi, specialmente a Ravenna, la cui aquila vi stendeva i suoi vanni, del molto sale di Cervia. E un'altra sciocchezza. Nell'ecloga si accenna, da Fiorentino a Fiorentino, alla comunemala coenuladi farro, in cui Melibeo, ossia ser Dino, deve imparare a ficcare i dentiduris crustis. Spiaceva ai due fiorentini il pane, quale s'usa fare anche oggi in Romagna, con la crosta scrosciante sotto i denti? Oltre il sale, anche la solida fattura e vigorosa cottura, spiaceva ai due fiorentini? Solito vezzo degli esuli o spatriati dissimulare col mal di stomaco, il mal di cuore! “Non sanno fare nemmeno il pane!„ E colui che c'è da più tempo, Dante, scherza amaramente, invitandolo ad assuefarsi e rassegnarsi, con l'altro che c'è capitato di fresco. E anche questo è un po' di riprova che Dante, nel 1319, era da tempo in Ravenna.Ma in che qualità? Di lettore nello studio, afferma il Ricci. (U. R. pag. 78) Nega il Novati. (op. cit. 7 sgg.) A me par certo che non fosse là in tal condizione da essere obbligato a Guido Novello, come fu ai Malaspina e sperò d'essere agli Scaligeri, e da poter o dover dire di ricevere da lui un beneficio. Faceva là, e n'era modicamente retribuito, qualcosa che avrebbe mutato con qualcos'altro. Egli mal soffriva di mangiar quel pane duro e di quell'aver che fare, come Melibeo, con lecapellaedi Ravenna; e sperava in Can Grande. Quelli che suppongono in Dante tal brama di “convento„ per potere insegnare, contradicono a ciò che mostra di noia e di malumore per dovere insegnare. Perchè, lecapellaeche cosa sono se nonscolares? e come, di Melibeo soloscolares, se le rassegnavano tutti e due insieme, Melibeo e Titiro, e tutti e due aspettava al fin della giornata l'istessamala coenuladi farro, cotta nella medesima capanna? e come, se quel di Guido aveva a chiamarsi un vero beneficio di signor magnifico, come, come non avrebbe Dante consegnato a noi, dal poema sacro, il nome di Guido Novello, come consegnò quelli dei Malaspina e degli Scaligeri? Dante era a Ravenna maestro, non molto alto, da appagarsene in sè, non troppo basso, che il povero Ser Dino non fosse più basso di lui. Lavorava, per campare, Dante a Ravenna. E io ringrazio il Podestà della mia sacra Ravenna d'aver offerto a Dante Alighieri, esule immeritevole, il pane, quanto duro e salato che fosse, piuttosto della scuola che della corte.Tu sei dei nostri, o padre nostro!238.Leggi la mirabile descrizione che ha della Pineta il Ricci nel libro tante volte citato: pag. 114 sgg.239.Vedi a pag. 238. Già lo Scartazzini rispose con argomenti simili a CRicci.240.Secondo LStaffetti (cit. a pag. 209): “... Se di un Moroello, dopo la pace di Castelnuovo, Dante fu amico, siamo indotti a credere che costui fosse il giovane marchese di Villafranca poi che fu uscito dalla minore età. Quel Currado trovato dal Poeta nella valletta del Purgatorio fra gente che gli fu cara, era appunto uno dei principali signori del ramo di Villafranca: Moroello gli fu nipote, perchè figliuolo di suo fratello Obizzino...„.241.Cic.Div.1, 55. Altrove inNat. D.1, 4:continuatio seriesque rerum.242.Aen.III 376.243.ib. 446. Più giù, ib. II 129.244.Il ms. haquem affectus gratuitatis dominantis servum reddiderat. Il senso è aperto da una parentesi che segue.Gratuitas, sarebbe di una parola sola, la formulagratia gratis data. Ricordiamo che nel poema Dante è fedele, cioè servo, di Lucia, cioè dellaGratiache è l'interpretazione mistica di Laban il quale fudominansdi Giacobbe. Noterò tra poco quanto questo concetto di “servo di grazia„ mi faccia pensare.245.Ecco il passo che suggerisce il senso del precedente.246.S'intende però che nella Comedia, oltre Beatrice, è anche Maria.247.Il Bartoli inStoria d. L. I.IV, pag. 288, vide in questa canzone un amore non reale. Per lui la donna è Firenze.248.La vita di Dante... per cura di ERostagno: 23.249.Il concetto angolare della Comedia è nelle nozze del nuovo Giacobbe con la nuova Rachele; le quali nozze impetrò Giacobbe,servendoLaban cioè la Grazia, persetteanni e poi altrisette. Nella lettera a Moroello campeggia il pensiero delservaggioalla Grazia. E io sospetto che nel quadernuccio, contenente la bozza giovanile della Visione, avesse luogo l'interpretazione di quella storia biblica, in cui dominava il numerosette, e qualche divisione dell'opera in cui si procedesse per questo numero. Onde la tradizione, singolarmente rafforzata da quell'Io dico seguitando, a principio del canto ottavo dell'Inferno.250.Questa data si conferma senza più dubbio nello studio di Nunzio Vaccalluzzo,Il plenilunio e l'anno della Vis. Dant.Trani 1899.251.Vedi a pag. 178, e anche a 130, dove correggerai la frase “sono una notte e un mattino„ in “sono una notte e un giorno„. Nel Vel. non avvertii questa circostanza.252.Un Grande, in vero, sin dal 5 marzo del 1295, nel qual giorno Giano della Bella era bandito, poteva prevedere l'abolizione degli Ordini di giustizia, o almeno la loro riforma, che avvenne in quel medesimo anno.253.Anche questo non è nel Vel. Molti antichi conducono a credere, come io dico qui. E molti moderni così credono.254.NVaccalluzzo nel citato opuscolo fa acute considerazioni sul fatto che Dante nel primo canto non accenna alla luna, e s'induce a credere che a mettere il plenilunio in quel suo errore fosse ispirato dopo. Vedi però Vel. a pag. 283. E tuttavia il V. non ha torto a porre la questione, che è invero importantissima. Come si vedrà.255.Così credo d'aver purgato “d'ogni macola„ il mio comento alla selva oscura in Vel. a principio.256.Segno, del canto notissimo, solo i richiami più importanti.257.Summa, 1a 94, 4. E vedi Vel. pag. 108.258.Vel. pag. 84. Ecco il passo dellaSumma1a 2ae 82, 2. “Nel peccato originale virtualmente preesistono tutti i peccati attuali, come in un cotal principio...„. Ma vedi tutto l'articolo, anzi tutta la questione.259.Il caro e bravo NVaccalluzzo nella recensione del Vel. (Rassegna critica della L. A. di Percopo, pag. 65-84) nota: “Io credo con... (un altro,un'autorità) che il sistema del Casella, con alcune mutazioni, possa ancora sostenersi, specialmente con l'inversione fatta dal Pascoli„. Vedo da queste parole la via per la quale le mie dichiarazioni passeranno nella scienza dantesca: passeranno comemutazioni, magari lievissime, di nessun conto e merito, di sistemi altrui. E sia. Morirò anch'io; e a me morto si renderà quella giustizia che, ora a confronto d'un morto, a me vivo si rende così scarsa. Del resto, passeranno, passeranno. Non ne dubiti l'egregio amico; che conclude: “Ma chi sa? anche qui si finirà col tornare agli antichi!„ Sulla spiegazione del Casella rispetto alla mia, scrissi nel Marzocco del 20 gennaio 1901 e in un num. seg. Così in n. precedenti, del 7, 14, 28 ottobre del 1900, avevo trattato delDisdegno di Guidoe delDolce stil nuovo.260.La selva è d'origine Virgiliana, come vedremo. Dante trova il suovates, come Enea la suadea, in un bosco o selva. (Aen.VI 13, 118) Dante va all'inferno per un cammino alto e silvestro. Così Enea. (ib.131, 257, 271). Inoltre in una selva Enea trova il ramo d'oro, per il quale può scendere e uscire;itur in antiquam silvam stabula alta ferarum. (ib.179) Ecco le fiere di Dante! E secondo il modello dovrebbero esser nel folto e nel fondo.261.InSumma1a 2ae 82, 1.262.Vel. pag. 67.263.Vedi Aur. Aug.de libero arbitrio, lib. III, passim. Dante riconosce negli spiriti magni l'esercizio delle quattro virtù morali, ilben fare; quindi non riconosce in loro questadifficultas, la quale è in supremo grado negli ignavi del vestibolo. Ma con le parole “non per far ma per non fare„ messe in bocca a Virgilio, sana quel non so che d'eretico che sarebbe nell'affermazione sua, che i grandi uomini non cristiani potessero essere esenti di questa necessaria conseguenza dell'umana colpa. E tuttavianon farepuò (e Dante volle che potesse) interpretarsi, come vedo interpretare, per “non vedere„. Darò di qui a poco l'interpretazione esatta del pensiero di Dante.264.Summa3a 65, 1; 67, 1; 69, 5.265.Vel. 174 sgg.Summa2a 2ae 50, 1et al.2a 2ae 58, 6et al.266.Vedi tutto il libro primo, spec. il cap. 7, in cui parla dellaprudentia, che egli chiamares intellectualis, che è nel singolo uomoregulatrix et rectrix omnium aliarum(cfr.Summa2a 2ae 166, 2, e Co. 4, 19: “Aristotile denumera quella (la prudenza) intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù„).267.Vel. La selva oscura. Vedi anche in questo volume a pag. 38 e sgg. La concezione giovanile sta un po' a disagio nel poema dell'età matura: pag. 59.268.Ognun vede qui delinearsi l'imagine degli sciaurati nell'atrio dell'inferno: imagine che è la traduzione visibile di questo concetto.269.Vel. pag. 20 sgg.270.Pianta è dunque usata in Pur. 18, 54. Tallo e ramo in Co. 4, 8 e 21.271.Summa, 3a 69, 5.272.Ognun vede come l'opposto della selva oscura sia la divina foresta, dove Dante trova la scienza e arte personificata in Matelda, se scienza e arte formano un concetto solo in due parole; oppure l'arte in Matelda, e la scienza osapienzain Beatrice, se quivi, come altrove. Dante ha usato scienza come astratto disapere. Vedi a pag. 77, nota.273.Aur. Aug.Contra Iul. Pel.IV, 12, parlando di Cicerone: “Egli non sapeva come fosse sui figli di Adamo un grave giogo... perchè... ignorava il peccato originale„. Id. ib. 83: “l'evidenza di questamiseriaspinse i filosofi gentili che non sapevano o non credevano al peccato originale, a dire etc.„ L'espressione “grave giogo„ è dell'Eccl. I 40. E l'uso della parolamiseria, nel senso esatto di conseguenza dell'umana colpa, non avrebbe avuto bisogno d'esemplificazione.274.Non sarà male che quelli che disputano sull'autenticità dell'epistola a Cane, mettano sulla bilancia anche questo importantissimo argomento. Qualche cosa di simile a questo concetto, de' due termini estremi della Comedia, miseria e felicità, è, si può dire, in tutti i commentatori. I quali peraltro aggiungono qualche cosa, corrompendo l'esattezza del concetto. Per es. il Da Buti così dichiara il fine del poema: “arrecare li uomini viventi nel mondo dalla miseriadel vizioalla felicitàdella virtù„. Come, prima, il Laneo: “rimovere le persone che sono al mondo dal vivere miseroed in peccato, e perducerli a vertuoso e grazioso stato„. E anche: “rimuovere li uominidalli peccati... ed inducerli nelle vertute etc.„ Con le due semplici parole dell'ep. a Cane sarebbero venuti, gl'interpreti antichi e moderni, agevolmente all'interpretazione verace della selva oscura, che invece dichiarano come vita viziosa, peccaminosa etc. sbagliando a bel principio e radicalmente tutto il comento.275.Si può, sull'ignoranza e difficoltà originali, meditare, tra molti e vulgatissimi, questo passo di S. Bernardo, Op. I 966: “Si, siam figli d'ignoranza, d'ignavia, di servitù, e abbiamo conseguita sapienza, virtù, redenzione (libertà). L'ignoranza della donna sedotta ci aveva acciecati; la debolezza dell'uomo traviato e allettato dalla propria concupiscenza, ci aveva snervati; la malizia del diavolo ci aveva asserviti, esposti giustamente da Dio. Così dunque nasciamo tutti, prima al tutto ignari della via, della città, dell'albergo; poi deboli e ignavi sì, che sebbene ci sia nota la via della vita, siamo impediti e rattenuti dalla nostra propria inerzia; all'ultimo servi sotto il peggiore e più crudel dei tiranni etc.„. Tutto ciò èmiseria. Il passo è del primo sermonein purific. B. Mariaedove è l'espr. di S. Giovanni (1, 5), della lucecui le tenebre non compresero.276.Questa miseria involve, sì, tutte le miserie, e questo peccato, tutti i peccati. Ma il lettore comprende: un parvoloinnocentemorto avanti il battesimo non è unmalvagio!277.Vedi in Aur. Aug. Op. XIII 1103, 1224; spec. 774 (contra Iul. Pel.IX 83): “Ecce circumstat sensus tuosmiseria generis humani... parvulos intuere, quot et quanta mala patiantur, in quibusvanitatibus, cruciatibus, erroribus, terroribus crescant. Deinde iam grandes, etiam Deo servientes tentat error, ut decipiat, tentat labor aut dolor, ut frangat, tentat libido, ut accendat, tentat maeror, ut sternat, tentat typhus, ut extollat.Et quis explicet omniafestinanter, quibus gravatur iugum super filios Adam?„278.Aur. Aug. Op. IX 718 (De civ. D.XIX 4, 2). Notevole che in questo passo si legge: “impetus porro vel actionis appetitus, si hoc modo recte latine appellatur ea quam Graeci vocant hormen...„ che può essere stato fonte del Co. 4, 21: “l'appetito dell'animo, il quale in Greco è chiamatohormen„.279.Vedi il passo più su alla nota 2.280.“E non dicesse alcuno, che ogni appetito sia animo, chè qui s'intende animo solamente quello che spetta alla parte razionale, cioè la volontà e lo intelletto, sicchè se volesse chiamare animo l'appetito sensitivo, qui non ha luogo nè stanza può avere etc.„ (Co. 4, 22) “In questo sonetto fo due parti di me secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L'una parte chiamocuore, cioè l'appetito; l'altraanima, cioè la ragione„. (VN. 39).281.Definizione di Aur. Aug. Op. VI 110.282.Altra def. dello stesso Op. I 723, 888.283.Summa, in moltissimi luoghi; per es. 1a 22 1; 23, 4; 1a 2ae 57, 6 etc. 2a 2ae 47, 1, 2.284.Summa,passim: per es. 1a 2ae 57, 5; 58, 4; 65, 1 etc.285.Vedi a pag. 334.286.Vel. pag. 94 sgg.287.Aur. Aug.Op.VII 1686 (De cataclysmo 3).288.Summa,passim: per es. 3a 66, 11.289.Aur. Aug. Op. XIII 823, 636.290.id. XI 591.291.id. X 817.292.id. XI 588.293.id. XIII 662 sqq.294.Aur. Aug. Op. XIII 662 (contra Iul. Pel.II 14). Le parole di S. Paolo,ad Rom.6, 7 sono appunto quelle “Qui enimmortuus est,iustificatus est a peccato„.295.Citato ib. L'opera di S. Ambrogio, che non rimane, erade sacramento regenerationis seu de philosophia. Questo concetto del battesimo che è morte, dovuto a S. Paolo, è trattato e accennato inSumma, passim: per es. 2a 2ae 147, 5; 3a 49, 3; 51, 1; 61, 1; 66, 3 etc.296.Vedi, per es. a pag. 108.297.Gli editori milanesi emendano in “di malo in buono„.298.Conf.IX, 14.299.Anticipando dico che l'altra figurazione, più chiara anzi evidente, del battesimo, che è nel passaggio dell'Acheronte, si riferisce appunto nel colmo dell'età, che è l'anno trigesimo quinto; nel qual anno,in certo modo, morì Gesù Cristo nella cui morte siamo battezzati. (Co. 4, 23).300.Op. II 351 (Epistola XCVIII).301.Vedi un opuscoletto di LPerroni Grande, in cui si conferma questo senso “di alcuna volta„, così dichiarata da CCipolla.302.Arguta osservazione di NVaccalluzzo, il quale spero di convincere con le mie parole.303.Vel. pag. 67.304.Summa, passim. Vedi per es. 3a 70, 4; 69, 3, 4, 5, 6, 8, 10; 2a 2ae 47, 13et al.305.Aur. Aug. Op. XII 415, 423.306.Id. Op. XIII 132, 133.307.Id. ib. 962.308.Id. ib. 300.309.Id. ib. 903, 948.310.Vel. pag. 38 segg.311.Ricordiamo da MO. (126) e dal Vel. (401), che la spera del Sole corrisponde al cerchio e alla cornice della gola.312.Summa2a 2ae 55, 1. Nel cielo corrispondente al cerchio e alla cornice della gola, nel cielo del sole, si fa, dichiarare in qual modo, e sino a qual punto si deve amare la carne. (Par. 14, 43 segg.).313.Vel. pag. 283.314.Vel. pag. 40 sg.315.Aur. Aug. XIII 661 sqq. XI 714.316.GFraccaroli fece altrimenti il computo, ma il mio, che ritengo più giusto, è certo ispirato dal suo.317.Vel. pag. 40 sg.318.Aen. VI 270 sqq.319.Perchè Dante chiami nel paradiso figlia del sole quella che nel purgatorio chiama suora, e che nell'inferno dice “luna tonda„, senza nominarla però nel primo canto, mi pare che ogni lettore debba intendere. La grazia si manifesta gradatamente più, e a mano a mano la luna si spiritualizza.320.Vedi a pag. 211.321.Vel. pag. 450. Giova ricordare la prima fonte di questa figurazione, che è nelleConfessionidi S. Agostino, libro molto letto da Dante. S. Agostino (Conf. XIII, 23) dice che ilsermo sapientiaedi S. Paolo è illuminare maius, e ilsermo scientiaeè illuminare minus. Tra sapienza e vita contemplativa, e tra scienza e vita attiva è quel nesso che tutti sanno.322.Vedi a pag. 220.323.L'abbiamo già veduto in Vel. 168 sgg.324.Op. XII 559 (Sermo CIX, 4).325.Pag. 133, e nota a pag. 113.326.ALubin nel suo comento, che non ho presente, porta luoghi di mistici in cui si dichiara lo zoppicare di Giacobbe a proposito delpie' fermodi Dante.327.Gen.32, 22 sqq. Non bisogna trascurar nulla in questa narrazione, nemmeno le circostanze che Dante modificò più che tralasciasse. Per es. questa,Iacob... transivit vadum Iaboc.Questo è ilpassodella selva. Ma la fatica Dante la durò prima del passo, e Iacob, dopo.328.Vel. pag. 453.329.Vedi a pag. 20 sgg. e 25 sgg. e poi 36.330.Aur. Aug. Op. III 528 (Quaest. in Gen.I 104).331.Bern. Op. II 1034 (Guerrici Abbatis in Nat. Iohann. Bapt. SermoII, 1).332.Bern. Op. I 898 (inCoena Domini Sermo, 4).333.Contra Iul. Pel.IV 83 inOp.XIII pag. 774.334.Vedi a pag. 336.335.È questione, credo, risoluta. Vel. 107-164. Si dice peraltro risoluta da GCasella nel suo Discorso “dell'allegoria della D. C.„ In verità egli disse che essendo la selva prefigurazione dell'inferno, tanto è vero che selva è chiamato il limbo, (4, 65) le tre fiere dovevano esser le tre disposizioni che il ciel non vuole; la Lonza rappresentando la frode, perchè Dante getta la corda, con cui voleva prendere la lonza, a Gerione imagine di froda, la lupa essendo l'avarizia e perciò incontinenza, e il leone violenza. Di tutte queste affermazioni, solo l'ultima resta in piedi; le altre si trovano fallaci tutte. Io mossi in MO. dai caratteri che hanno le due ultime fiere in comune con le tre Furie. Vedi Marzocco in nn. citati a pag. 319, nota.336.Vedi MO XXI e p. 64. Vel. pag. 252 sgg.337.Così la rovina, corrisponde all'incontinenza, è ampia e dà facile la scesa. Vel. pag. 189.338.Vel. pag. 259.339.Non ce n'avrebbe a esser bisogno; tuttavia vedi a pag. 339 in nota come Dante distingua “la parte razionale„.340.Vedi sempre Vel. Le tre fiere, pag. 107 sgg.341.Iud.XVI 19:et rasit septem crines eius... statim... ab eo fortitudo discessit.342.Vel. 123-136.343.MO. pag. 50 seg. Vel. pagina 320 e altrove.344.Questo porta a riconoscere nel leone l'ira, e nella lupa l'invidia e superbia, più, come vedremo, l'avarizia.345.Vel. pag. 159.346.Summa1a 2ae 46, 3 Vel. pag. 340 e altr.347.Vel. pag. 153 sgg.348.Dell'esattezza di questa indagine, si veda questa riprova. Il leone, avendo inordinato solo l'appetito irascibile e non anche il concupiscibile, come la lonza; essendo tristo e non anche amante di quei beni che concupisce la lonza; apparisce quando l'altra non è ancora scomparsa. Dante bene sperava dalla lonza, quando apparve il leone. Ma si noti, sopra tutto: quando apparisce il leone, Dante, per via dell'ora e della stagione, sperava di vincere la lonza ne' suoi effetti, cioè nella tristizia; quando comparve la tristizia ma accompagnata dal mal volere. Come a dire: quella tristiziamiastavo per vincerla, ma mi capitò addosso la tristiziaaltrui, che era ben altro! Ora qui bisogna ricordare l'episodio del nemico che dice:Son un che piango!O se non si vuol andare tanto in là, basti dire: Quella tristizia, sì, la vincevo; ma venne quest'altra! Ilsìenon sìcongiungono due parole uguali. Si noti che illeoè il nesso sì etimologico e sì filosofico delle altre due bestie;leonza eleopede; incontinente (in particolaretristo) come la prima, ingiusto, come la seconda. Ed è maschio tra femmine.Le fiere sono connesse l'una all'altra per un de' loro capi, così: leonza è concupiscenza etristizia; leone ètristiziaeingiustizia; leopede èingiustiziae frode. La prima pecca nel concupiscibile eirascibile; il secondo nell'irascibilee nelvolere; la terza nelvoleree nell'intelletto. Illeoè centrale ed è, come si vede dai primi puniti de' violenti, l'ingiustiziatipica. Nè senza cagione è Marco Lombardo, un macchiato d'ira, la quale corrisponde a questaingiustiziatipica, che discorre dell'origine dellamalizia, cioè dell'ingiustizia, che copre e aggrava il mondo.349.Ma leggi però Vel. 121 segg. Che il lupo sia animale fraudolento, come e più della volpe, e che insidii gli ovili, come la volpe i pollai, e spii l'assenza dei cani e pastori, e si travesta (lo dice Dante) da pastore, e la lupa tolga la voce, vedendo ella per prima, e veduta prima non noccia, e venga innanzisensim, cioè a poco a poco, sarà bene ricordare. Qualcosa posso aggiungere. NelleConstitutiones regni Siculi Tit. I(in Cantù, Doc. 3, 499) leggo:Hi suntlupi rapacesintrinsecus et eo usque mansuetudinem ovium praetendentes, quousque possint ovilesubintraredominicum... Hi sunt filii pravitatum a patre nequitiae etfraudis authoread decipiendas simplices animas destinati... Hi suntserpentesqui latenter videntur inserpere et sub mellis dulcedine virus evomunt, et dum vitae cibum ministrare se simulant,cauda feriunt, et mortis poculum etc.Qui abbiamo la lupa e Gerione, che sono la stessa cosa sotto diversa forma. Come lavulpeculaciceroniana diventasse la lupa dantesca, vediamo da questa strofa di S. Paulino:VulpesHerodes, cur cauda dissimulas Praedam captare? belluino gutture Sanguinem sitis: agni carnes esuris,Lupecrudelis.350.Osservazione partita da un'altra di TCasini che notò l'allitterazione dei tre nomi, e suggerita da FD'Ovidio, che inFlegrea, 5 luglio 1900, ricordò la pretesa etimologia di lonza, come io aveva riferita in Vel. l'altra, e più curiosa ancora, etimologia falsa di lupo.351.Vel. 148 sgg.352.Correggo qui alquanto Vel. p. 331 sg. In verità violenza ci fu, e come; ma mi pare che Dante non volesse fare a tutta quella sequela di tradimenti e frodi l'onore di chiamarla anche violenza. Il giostratore con la lancia di Giuda quipiaggia. A ogni modo, se ha adombrata anche la violenza, ella è, come il leone, compresa nella frode. Che cos'è Vanni Fucci? Un leone divenuto lupo. E nelle bolgie e nella ghiaccia sono tanti violenti, micidiali, commettitori di scismi, che s'avrebbero a dire “violenti con frode„.353.Non ce n'è bisogno: tuttavia si mediti questo passo delleConf.di S. Agostino (13, 21):Continete vos... abinertivoluptate luxuriae.354.Vel. pag. 457 sgg. e in questo libro a pag. 72 e sgg. spec. 82, nota. Era facile, credo, trovare anche senza la mia fonte (Vel. 429 sgg.), il significato simbolico di Virgilio. Invero Dante nella VN. e nelle rime personifica continuamente l'amore, e nel Convivio, personificando tuttavia, sebbene in modo meno plastico, ci spiega che amore è studio. Come non pensare che anche nel poema sacro dividesse nelle sue due parti il concetto di filosofia? Come pensare che nella Comedia non desse alcuna parte all'Amore fatto persona?355.Vedi a pag. 60 sgg.356.InMonarchia2, 3 ricorda Misenoqui fuerat Hectoris minister“in bello„, e afferma, secondo Aristotile, che OmeroHectorem... prae omnibus glorificat.357.Vedi però FD'Ovidio nel vol. cit. pag. 520 sgg.358.Vel. pag. 59.359.Su questo s'appuntò Dante perammetterenel suo Elisio i sospesi del Limbo, come e abbiamo veduto e vedremo.360.Vel. pag. 84 sgg.361.Alcune di queste somiglianze sono imitazioni di arte; sta bene. Il lettore mentalmente tralasci tutto ciò che non riesce a mostrare l'identitàvoluta da Dante, del suo inferno con quello Virgiliano: questa, per esempio. Ma questa può portare ad avere un indizio buono percoluidalgran rifiuto. Deve essere (si può sospettare) un compagno di Dante, come Leucaspi e Oronte e Palinuro sono d'Enea. Non il timoniere, ilgubernator, della parte Bianca? Ma forse è tutt'altri.362.Vel. pag. 182 sgg.363.Vedi a pag. 226 sgg.364.Vel. 264 sgg. Così la verga d'Enea significa con la branca sinistra i vizi, con la destra le virtù. (Serv.ad Aen.VI 136). La distinzione generale è così formulata da S. Bernando (De adv. Dom. SermoV — Op. II 920):Spiritus est ad dexteram, caro est ad sinistram. Donde il doppio significato, di destra, a esprimere la vita contemplativa o spirituale, e la vita buona e virtuosa; di sinistra, a indicare la vita attiva o civile o anche carnale (in senso non vizioso); e la vita malvagia o carnale in senso vizioso.365.Vel. pag. 264 sgg.366.Ad Aen.VI 576:alii tria volunt habuisse capita, alii novem, Simonides quinquaginta dicit. Il luogo di più su, intorno Cerbero, èad...395.367.Vel. pag. 267 sgg.368.Vedi in Vel. la pag. 102.369.Vedi nella pag. citata il passo di S. Ambrogio.370.Vel. pag. 84.371.Notevole che la contradizione Dante la trovava per questo punto anche nell'autor suo, e segnata dal comentatore, il quale anche gl'insegnava l'essenza simbolica d'Ercole,mente magis quam corpore fortis, e di Cerbero che raffiguraomnes cupiditates et cuncta vitia terrena: l'incontinenza. (Vedi a pag. 411) Servio annota: “Ma Cerbero è subito dopo i fiumi!... Il trono di Plutone è più dentro. Dunque o ci si deve riferire alla natura de' cani, che atterriti fuggono al padrone, osoliumè da intendersipro imperio„.372.Serv.ad Aen.VI 136.373.I versi 743 sq. vanno posti fra parentesi. Vedi il mio Epos. I a questo luogo: pag. 256.374.ad Aen.VI 740.375.Vel. pag. 65 sgg.376.Vedi a pag. 336 segg. Dante, a proposito dei veri “miseri„ del suo inferno, di quelli cioè che direttamente patiscono le conseguenze del peccato originale, esprime il difficile concetto che la suprema miseria sia ilnon esse, poichè chi è misero vuol piuttostoessecon quella miseria, chenon essepur senza quella. Intorno a che vedi Aur. Aug.de civ. DeiXI 27. I miseri per es. del vestibolo non sono nè furono: quindi la lor miseria è superiore a qualunque altra, ed essi sono invidiosi di qualunque altra sorte. Qual'è la sorte che lor si presenta come invidiabile? Quella dei morti della seconda morte; morti che sono miseri, ma dunquesono, non sono miseri pernon esse.377.Serv.ad720. Si potrebbe ricavarne il senso che dà l'autore dell'epistola a Can Grande, della parolasublimis, attribuita alla terza cantica. Significherebbe “grande, magna„; e sarebbe d'accordo con la protasi di essa cantica, e con l'interpretazione dell'ecloga Dantesca. Vedi a pag. 240.378.Il. XXIV 258.379.Vedi, per esempio, Pur. 6, 30.380.Su Catone leggi un opuscolo di PChistoni inRaccolta di studi critici dedicata ad AD'Ancona, Barbèra, Firenze MCMI, pag. 97.381.Vel. pag. 196 e 422.382.Servio, al verso in cui la Sibilla interroga Museo, annota: “Et sciendum hoc loco Sibyllam iam a numine derelictam„. Virgilio, all'ultimo, non dichiara più nulla esso a Dante, ma lascia dire a Matelda, e poi sparisce, quasia numine derelictus, avanti Beatrice.383.Pag. 68, 73 sgg. 95 sg.384.Al verso VI 660 Servio annota che è detto figuratamente. “Si deve avvertire che cosa dice Orazio nell'Arte Poetica: dire cose insieme piacevoli e utili alla vita. Chè i nostri maggiori vollero non ci fossearteche non riuscisse di qualche pro' alla repubblica„. Tuttoarte, dunque: dei guerrieri, dei sacerdoti, dei poeti.385.Che è però anche in Lucano.386.Assurdo è pensare che Virgilio intendesse d'alcuno venuto di fuori, che, mentre parlava, egli sentisse già penetrato nell'inferno. Assurdo, assurdissimo. Virgilio avrebbe deposto ogni dubbio ed ogni impazienza; e invece li mostrerebbe, dopo, più che mai. (Inf. 9, 7)387.Vel. pag. 413 sgg.388.Non ascende chi non discende. La discesa nel baratro e la salita per il monte non sono che mezzi per giungere alla divina foresta, donde poi volare al cielo.389.Notevole il comento di Servio al verso:bis Stygios innare lacus, bis nigra videre Tartara: VI 134. Comenta:Modo etpostmortem. Vuol dire, “morendo„, e pur quant'ansa dà all'interpretazione (volutamente arbitraria) di Dante!390.Vel. pag. 236 sgg.391.Vel. 60 sgg. 181 sgg. Michelangelo intuì il pensiero di Dante. Egli pose nel suoGiudizio“per più pena di chi non è ben vissuto, tutta la passione diGesù, facendo portare in aria da diverse figure ignude la croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la corona...„ Vasari.392.EProto in un bell'opuscolo,Gerione, Fir. Olschki 1900, confermò questa equazione.393.Vedi altro in Vel. pag. 421 sgg.394.Vedi a pag. 333 sgg.395.E conservano, s'intende, il loro senso dottrinale. (Vel. pag. 208)Errano, gli sciaurati, esono cruciati. Quanta poesia è nel paragonare l'immobile selva dei suicidi e la selva semovente degl'ignavi! O Dante!396.“Che dir nol posson con parola integra„, oltre la sua derivazione dottrinale, mostra d'imitare il noto verso d'Ovidio: (M. VI 376)quam vis sint sub aqua, sub aqua malediceretentat. E poi a Dante paion rane.397.Diverse l'una dall'altra, per colore e tipo, sono le tre teste di Lucifero, dell'hydra saevior. Vedi su Cerbero a pag. 428, nota.398.Vedi a pag. 376 nota, e nota a 339.399.Vel. pag. 291.400.Vel. pag. 502, nota.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis:Atropos heu! lectum livida rupit opus.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis:Atropos heu! lectum livida rupit opus.
Intorno a cui vedi FNovatiIndagini e Postille Dantesche, Bologna 1899, pag. 37 sgg. Io non credo, come dirò di qui a poco, che Dante volesse fare unopusdi dieci ecloghe; credo però che Giovanni del Virgilio lo credesse.
163.Vedi su questo e sugli altri epitafi il bellissimo libro di CRicci,L'ultimo rifugio di D. A.p. 249 segg.
164.Di che parleremo.
165.De off. I 13, 41. Vedi Vel. pag. 119. LaVulpeculasi chiamaFlorentia, dice Dante; ma è per dire che ha la sua tana in Fiorenza. È, quanto si voglia, cupidità guelfa, ma cupidità, a ogni modo, e frode, come abbiamo dichiarato in Vel.
166.VCian,Sulle orme del Veltro, Messina 1897, pag. 58 sg. Dante, ivi citato, (nel Co. 1, 12) dice che la bontà propria del veltro è “il bene correre„.
167.Vel. pag. 122.
168.Si può opporre che nemmeno nella Monarchia è l'imagine del Veltro. Ma si consideri il diverso stile di quel grave trattato, nel quale non sono neppure le altre imagini di vipera, Mirra, volpe, ecc.
169.Vel. pag. 122 seg.
170.Istorie Fiorentine, V 29. Il Boccaccio nel suo Comento ricorda “alcuni altri„ che pensarono appunto a' Tartari e al feltro di che inviluppano il morto corpo de' loro imperatori. Un moderno, Bassermann, dichiarò il veltro essere l'imperator de' Tartari. Nelle note alla Vita di Dante di CBalbo, scritte da Emmanuele Rocco (Napoli, 1840) a p. 175 si legge: “Io per me son quasi certo che nel Veltro di Dante debba intendersi un Imperatore o già eletto o da eleggersi. Ed in conferma accennerò un fatto che pare ci abbia qualche relazione, e ch'è raccontato da GVillani etc.„. E riporta il passo che io riporto.
171.Secondo i calcoli che si vedono più giù, il canto XVII del paradiso cadrebbe dopo il 1318, nel qual anno a dicembre Can Grande fu eletto capitano della lega ghibellina in Lombardia, e prima dell'agosto del '20, quando la fortuna del “vittorioso tiranno„ si mutò all'assedio di Padova.
172.CRicci.L'ultimo rifugio di D. A.pag. 12.
173.In verità il nome rimase. Vedi l'art.Marcabònell'Enciclopedia Dantescadi GAScartazzini.
174.Vedi a pag. 63 e 68.
175.Vedi su tale questione FNovati,Indagini e Postille Dantesche, pag. 39 sgg. Egli nega ciò che io torno a confermare. FD'Ovidio inStudii sulla Divina Commediaassente in tutto al Nevati, che gli ha “bene aperti gli occhi„, e agli altri augura “non li tengan chiusi per forza„. Questo riporto, perchè il lettore stia sull'avviso.
176.Può questa coincidenza d'argomenti nei due passi accennati persuadere alcuno, che Giovanni non conoscesse le due cantiche per intero, ma avesse avuto sentore o notizia di quei due luoghi soli, che attestavano la cultura antica di messerDantes Alagerii.
177.Queste e simili dichiarazioni si devono all'anonimo glossatore Laurenziano.
178.Poco importa a qual parola si uniscade more. Ma mi pare sia da unire arecensentes. Virgilio hapasti tauri, (ecl. 7, 39, 44)saturae capellae(ecl. 10, 77) senz'altro.
179.Quamquam mala coenula turbet.Mi pare si riferisca a tutti e due, a Titiro e Melibeo. Mangiavano tutti e due lo stesso pane delle sette croste. Lo dice Dante all'ultimo dell'ecloga, dove ci fa sapere persino in che consisteva lacoenula:parva tabernacla et nobis dum farra coquebant.
180.La glosa vuol che significhi lo stil bucolico (bucolicum carmen). Non mi pare. Giovanni del Virgilio non aveva scritta un'ecloga bucolica, sì un cotal sermone oraziano. Vuol dire la poesia latina. Ser Dino è poco saputo di latino, come vedremo. E Titiro ride di codesto. O di che altro? Notiamo la corrispondenza con l'ecl. X 14: Pinifer...Maenalus etgelidi...saxa Lycaei. I due monti arcadici sono fusi in uno, con quell'idea del rezzo.
181.Alveolus, comenta il glossatore,stilus humilis. Errore! Dante attribuisce al poeta bolognese stile tutt'altro che umile, nel cantarehominum superumque labores! Ma il buon glossatore ha preso un dirizzone dal bel principio, nell'interpretare malamente ipascua. Si tratta di un fiumicello che circonda i pascoli del Menalo e lidifendeda chi non sa, come quel del Limbo difende il nobile Castello. Melibeo non poteva passar quello come terra dura; e perciò i pascoli gli eranoignota.
182.Nell'ecl. X 56 èMaenala, come qui, mentre più su, nell'una e nell'altra, èMaenalus.
183.In herbis ignotis, ignota carmina, te monstrante; allude alla poca conoscenza che ha Melibeo di latino. Titiro devetradurrei canti di Mopso, per farli intendere a Ser Dino. Quicaprise più sucapellas:scolares, interpreta l'An.
184.È arbitrario interpretare queste frondi per una “laurea„ vera e propria, sì nella proposta di Giovanni e sì nella risposta di Dante. Indicano esse il pregio della vera “poesia„ che era, anche già secondo Dante, solo latina. E Giovanni che chiama Dante “censor liberrime vatum„ mi pare dovesse conoscere il Trattato d'eloquenza, oltre l'episodio di Bonagiunta. Questo solo non mi pare potesse condurre Giovanni a chiamare l'altro censore, e senza peli sulla lingua. Vedi il cap. VII e seg. a pag. 60.
185.La glosa,ignara deoruminterpretaimperatorum, quia contraria parti Dantis tunc Bononia erat. Ma anche Ravenna! Notevole che Dante conosceva la professione d'empietà di Polifemo.
186.Nam iam senuere capellae Quas concepturis dedimus nos matribus hircos.Si traducematribuscome un “per madri„ predicativo. Io ho tradotto emendandoconcepturisinconcepturas. Eppure, invece dihircos, sarebbe megliohoedos.
187.La glosa interpretacircumflua corporaper il purgatorio,astricolaeper il paradiso. Mainfera regnavale i due regni terreni, del baratro e del monte.
188.Revocarenon può aver qui se non questo senso di “far ricredere„, in relazione colconcedatdi più su.
189.Se Melibeo la conosce, non è una pecoralatina, sì volgare. A ogni modo, anche se non si ammette che prima Dante alluda alla debole latinità di Ser Dino, si spieghi qui in che modo Ser Dino conosca la musa latina o bucolica di Dante!
190.Ha finito il purgatorio: lorumina. Si spieghi, se la pecora è ilbucolicum carmen, in che modo ora rumini.
191.Numquam vi poscere mulctram.Il senso mi pare quel che ho dato io; ma la lettera porterebbe ad altro. Si capisce che Dante ha voluto diresponte, iniussa. Ora si spieghi questa gran facilità di mungere la poesia bucolica; e si abbia la mente a quel che dice prima sul gran pallore di Mopso. Si spieghi ancora come possa Dante credere di assecondare il bolognese che gli aveva chiesti carmi epici, mandandoglibucolicum carmen.
192.FNovati.Indagini e Postille Dantesche: p. 54 segg.
193.Vel. pag. 461 e segg.
194.Fa impressione vedere nell'epistola di Giovanni d. V.Peneis... sertis. Non sembra quest'esordio del Paradiso una risposta al Bolognese? Si potrebbe credere a un rimaneggiamento della protasi, dopo ricevuta l'epistola, nel mandare idecem vascula.
195.Aen. VI 662.
196.Vel. pag. 408.
197.Pag. 18: La speranza de' beati.
198.Aen. VI 657, 645, 658, 665, 638. Vedremo come egli professi codesta speranza alla foce di quell'Eridano, al cui fonte sono ipii vates.
199.Opinione di altri, come può ognuno vedere nel bello studio di FNovati.
200.Ecl. X 15 e 56, 9, 7, 30, 78, 14, 1, 64, 22, 65, 72. E bisogna ricordare che c'èsaturantur capellaeal 30. E i due versi dolcissimiHic gelidi fontessqq. (42 sq.) sono alla meglio imitati nella descrizion de'pascuadi Mopso.
201.ib. 32; V 1 sq.
202.X 50, 46. E della morte: 33.
203.Ecl. X, 16 sqq. L'ecl. si legge: 2.
204.Ecl. I di Dante, v. 18, 21.
205.Ecl. V 4; VII 4, I 2; VI 3. Quest'ultima è citazione di FNovati (Op. cit. pag. 58):Cum caneremreges et proelia,Cynthius aurem Vellit et admonuit:Pastorem,Tityre,pinguis Pascere oportetovis, deductum dicere carmen.
206.Ecl. V, 45.
207.FNovati, Op. cit. pag. 98. E ci sono altre osservazioni da fare. Che autorità aveva Giovanni del Virgilio di proporre a Dante o il modesto convento o la solenne e rarissima cerimonia della, diremo, gran laurea poetica? Come poteva Dante credere di Giovanni un'autorità come d'un Roberto di Napoli o d'un senatore di Roma?
208.CRicci. L'U. R. pag. 69 sgg.
209.Fa pensare, come già ho detto, che Giovanni del Virgilio ricordi i passi dell'inferno e del purgatorio, dove si parla de' poeti nel limbo. Ma certo l'argomento e il fine dell'epistola gli fecero ricordare quelli e non altri.
210.Leggi le belle pagine (170 sgg.) dell'U. R. del Ricci.
211.CRicci. L'U. R. pag. 118 sg.
212.Id. ib. pag. 124 sgg.
213.Id. ib. pag. 126.
214.Id. ib. pag. 127 sgg.
215.Noto di passaggio che col verso
Tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.
Tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.
Dante non ha voluto circoscrivere la Romagna propriamente detta.
216.CRicci, l'U. R. pag. 128 sgg. specialmente per questo punto, pag. 138.
217.CRicci. L'U. R. pag. 138 sg.
218.Id. ib. pag. 128 sgg. Vedi le opinioni di molti in Studi Danteschi di Vittorio Imbriani (che incespica in unapietra), pag. 492 sgg.
219.Vedi nel “Trattato dell'amore humano„ di Flaminio Nobili etc. pubblicato da Pier Desiderio Pasolini, a pag. 18 e altrove: “Aristotile, come nelle altre cose è usato di penetrare più addentro, che tutti gli altri, così in questa mi pare, che toccasse molto il vivo, conchiudendo per ferma ragione, questo vicendevole Amore essere il desiderato fine dell'Amore„.
220.Aen. VI 440 sqq.
221.CRicci, L'U. R. pag. 134, e altr.
222.Aen. I 683 e sqq.
223.Aen. VI 469; IV 331.
224.Aen. VI 467 sqq. E forse Dantelacrimasque ciebatinterpretava “faceva piangere„, piuttosto che “voleva far piangere„, o “piangeva„.
225.Aen. IV 522 sqq. Confrontacarpebant fessa soporemcorpora, conAt non infelixanimiPhoenissa.
226.Aen. IV 648 sqq.
227.CRicci, L'U. R.passim, spec. a pag. 14 sgg.
228.Vedi più su a pag. 49.
229.CRicci, L'U. R. pag. 5. E così in seguito.
230.Vedile in CRicci, L'U. R. a pag. 377 sgg. Su Guido rimatore, leggi nel medesimo libro a pag. 86.
231.L'U. R. pag. 28.
232.Dott. E. M. L'autenticità dellaQuaestio de aqua et terra, Zanichelli 1899. A me non par lecito di dubitar più.
233.CRicci, L'U. R. pag. 19 sgg.
234.MO. Appendice pag. 159 sgg.
235.Per esempio quei di Romena.
236.Vedi in CRicci, L'U. R. pag. 39.
237.Prima di tutto mi sia permesso dire una sciocchezza: quel panesapeva, appunto,di sale, se già d'allora i romagnoli salavano il lor pane, come ora, giovandosi, specialmente a Ravenna, la cui aquila vi stendeva i suoi vanni, del molto sale di Cervia. E un'altra sciocchezza. Nell'ecloga si accenna, da Fiorentino a Fiorentino, alla comunemala coenuladi farro, in cui Melibeo, ossia ser Dino, deve imparare a ficcare i dentiduris crustis. Spiaceva ai due fiorentini il pane, quale s'usa fare anche oggi in Romagna, con la crosta scrosciante sotto i denti? Oltre il sale, anche la solida fattura e vigorosa cottura, spiaceva ai due fiorentini? Solito vezzo degli esuli o spatriati dissimulare col mal di stomaco, il mal di cuore! “Non sanno fare nemmeno il pane!„ E colui che c'è da più tempo, Dante, scherza amaramente, invitandolo ad assuefarsi e rassegnarsi, con l'altro che c'è capitato di fresco. E anche questo è un po' di riprova che Dante, nel 1319, era da tempo in Ravenna.
Ma in che qualità? Di lettore nello studio, afferma il Ricci. (U. R. pag. 78) Nega il Novati. (op. cit. 7 sgg.) A me par certo che non fosse là in tal condizione da essere obbligato a Guido Novello, come fu ai Malaspina e sperò d'essere agli Scaligeri, e da poter o dover dire di ricevere da lui un beneficio. Faceva là, e n'era modicamente retribuito, qualcosa che avrebbe mutato con qualcos'altro. Egli mal soffriva di mangiar quel pane duro e di quell'aver che fare, come Melibeo, con lecapellaedi Ravenna; e sperava in Can Grande. Quelli che suppongono in Dante tal brama di “convento„ per potere insegnare, contradicono a ciò che mostra di noia e di malumore per dovere insegnare. Perchè, lecapellaeche cosa sono se nonscolares? e come, di Melibeo soloscolares, se le rassegnavano tutti e due insieme, Melibeo e Titiro, e tutti e due aspettava al fin della giornata l'istessamala coenuladi farro, cotta nella medesima capanna? e come, se quel di Guido aveva a chiamarsi un vero beneficio di signor magnifico, come, come non avrebbe Dante consegnato a noi, dal poema sacro, il nome di Guido Novello, come consegnò quelli dei Malaspina e degli Scaligeri? Dante era a Ravenna maestro, non molto alto, da appagarsene in sè, non troppo basso, che il povero Ser Dino non fosse più basso di lui. Lavorava, per campare, Dante a Ravenna. E io ringrazio il Podestà della mia sacra Ravenna d'aver offerto a Dante Alighieri, esule immeritevole, il pane, quanto duro e salato che fosse, piuttosto della scuola che della corte.
Tu sei dei nostri, o padre nostro!
238.Leggi la mirabile descrizione che ha della Pineta il Ricci nel libro tante volte citato: pag. 114 sgg.
239.Vedi a pag. 238. Già lo Scartazzini rispose con argomenti simili a CRicci.
240.Secondo LStaffetti (cit. a pag. 209): “... Se di un Moroello, dopo la pace di Castelnuovo, Dante fu amico, siamo indotti a credere che costui fosse il giovane marchese di Villafranca poi che fu uscito dalla minore età. Quel Currado trovato dal Poeta nella valletta del Purgatorio fra gente che gli fu cara, era appunto uno dei principali signori del ramo di Villafranca: Moroello gli fu nipote, perchè figliuolo di suo fratello Obizzino...„.
241.Cic.Div.1, 55. Altrove inNat. D.1, 4:continuatio seriesque rerum.
242.Aen.III 376.
243.ib. 446. Più giù, ib. II 129.
244.Il ms. haquem affectus gratuitatis dominantis servum reddiderat. Il senso è aperto da una parentesi che segue.Gratuitas, sarebbe di una parola sola, la formulagratia gratis data. Ricordiamo che nel poema Dante è fedele, cioè servo, di Lucia, cioè dellaGratiache è l'interpretazione mistica di Laban il quale fudominansdi Giacobbe. Noterò tra poco quanto questo concetto di “servo di grazia„ mi faccia pensare.
245.Ecco il passo che suggerisce il senso del precedente.
246.S'intende però che nella Comedia, oltre Beatrice, è anche Maria.
247.Il Bartoli inStoria d. L. I.IV, pag. 288, vide in questa canzone un amore non reale. Per lui la donna è Firenze.
248.La vita di Dante... per cura di ERostagno: 23.
249.Il concetto angolare della Comedia è nelle nozze del nuovo Giacobbe con la nuova Rachele; le quali nozze impetrò Giacobbe,servendoLaban cioè la Grazia, persetteanni e poi altrisette. Nella lettera a Moroello campeggia il pensiero delservaggioalla Grazia. E io sospetto che nel quadernuccio, contenente la bozza giovanile della Visione, avesse luogo l'interpretazione di quella storia biblica, in cui dominava il numerosette, e qualche divisione dell'opera in cui si procedesse per questo numero. Onde la tradizione, singolarmente rafforzata da quell'Io dico seguitando, a principio del canto ottavo dell'Inferno.
250.Questa data si conferma senza più dubbio nello studio di Nunzio Vaccalluzzo,Il plenilunio e l'anno della Vis. Dant.Trani 1899.
251.Vedi a pag. 178, e anche a 130, dove correggerai la frase “sono una notte e un mattino„ in “sono una notte e un giorno„. Nel Vel. non avvertii questa circostanza.
252.Un Grande, in vero, sin dal 5 marzo del 1295, nel qual giorno Giano della Bella era bandito, poteva prevedere l'abolizione degli Ordini di giustizia, o almeno la loro riforma, che avvenne in quel medesimo anno.
253.Anche questo non è nel Vel. Molti antichi conducono a credere, come io dico qui. E molti moderni così credono.
254.NVaccalluzzo nel citato opuscolo fa acute considerazioni sul fatto che Dante nel primo canto non accenna alla luna, e s'induce a credere che a mettere il plenilunio in quel suo errore fosse ispirato dopo. Vedi però Vel. a pag. 283. E tuttavia il V. non ha torto a porre la questione, che è invero importantissima. Come si vedrà.
255.Così credo d'aver purgato “d'ogni macola„ il mio comento alla selva oscura in Vel. a principio.
256.Segno, del canto notissimo, solo i richiami più importanti.
257.Summa, 1a 94, 4. E vedi Vel. pag. 108.
258.Vel. pag. 84. Ecco il passo dellaSumma1a 2ae 82, 2. “Nel peccato originale virtualmente preesistono tutti i peccati attuali, come in un cotal principio...„. Ma vedi tutto l'articolo, anzi tutta la questione.
259.Il caro e bravo NVaccalluzzo nella recensione del Vel. (Rassegna critica della L. A. di Percopo, pag. 65-84) nota: “Io credo con... (un altro,un'autorità) che il sistema del Casella, con alcune mutazioni, possa ancora sostenersi, specialmente con l'inversione fatta dal Pascoli„. Vedo da queste parole la via per la quale le mie dichiarazioni passeranno nella scienza dantesca: passeranno comemutazioni, magari lievissime, di nessun conto e merito, di sistemi altrui. E sia. Morirò anch'io; e a me morto si renderà quella giustizia che, ora a confronto d'un morto, a me vivo si rende così scarsa. Del resto, passeranno, passeranno. Non ne dubiti l'egregio amico; che conclude: “Ma chi sa? anche qui si finirà col tornare agli antichi!„ Sulla spiegazione del Casella rispetto alla mia, scrissi nel Marzocco del 20 gennaio 1901 e in un num. seg. Così in n. precedenti, del 7, 14, 28 ottobre del 1900, avevo trattato delDisdegno di Guidoe delDolce stil nuovo.
260.La selva è d'origine Virgiliana, come vedremo. Dante trova il suovates, come Enea la suadea, in un bosco o selva. (Aen.VI 13, 118) Dante va all'inferno per un cammino alto e silvestro. Così Enea. (ib.131, 257, 271). Inoltre in una selva Enea trova il ramo d'oro, per il quale può scendere e uscire;itur in antiquam silvam stabula alta ferarum. (ib.179) Ecco le fiere di Dante! E secondo il modello dovrebbero esser nel folto e nel fondo.
261.InSumma1a 2ae 82, 1.
262.Vel. pag. 67.
263.Vedi Aur. Aug.de libero arbitrio, lib. III, passim. Dante riconosce negli spiriti magni l'esercizio delle quattro virtù morali, ilben fare; quindi non riconosce in loro questadifficultas, la quale è in supremo grado negli ignavi del vestibolo. Ma con le parole “non per far ma per non fare„ messe in bocca a Virgilio, sana quel non so che d'eretico che sarebbe nell'affermazione sua, che i grandi uomini non cristiani potessero essere esenti di questa necessaria conseguenza dell'umana colpa. E tuttavianon farepuò (e Dante volle che potesse) interpretarsi, come vedo interpretare, per “non vedere„. Darò di qui a poco l'interpretazione esatta del pensiero di Dante.
264.Summa3a 65, 1; 67, 1; 69, 5.
265.Vel. 174 sgg.Summa2a 2ae 50, 1et al.2a 2ae 58, 6et al.
266.Vedi tutto il libro primo, spec. il cap. 7, in cui parla dellaprudentia, che egli chiamares intellectualis, che è nel singolo uomoregulatrix et rectrix omnium aliarum(cfr.Summa2a 2ae 166, 2, e Co. 4, 19: “Aristotile denumera quella (la prudenza) intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù„).
267.Vel. La selva oscura. Vedi anche in questo volume a pag. 38 e sgg. La concezione giovanile sta un po' a disagio nel poema dell'età matura: pag. 59.
268.Ognun vede qui delinearsi l'imagine degli sciaurati nell'atrio dell'inferno: imagine che è la traduzione visibile di questo concetto.
269.Vel. pag. 20 sgg.
270.Pianta è dunque usata in Pur. 18, 54. Tallo e ramo in Co. 4, 8 e 21.
271.Summa, 3a 69, 5.
272.Ognun vede come l'opposto della selva oscura sia la divina foresta, dove Dante trova la scienza e arte personificata in Matelda, se scienza e arte formano un concetto solo in due parole; oppure l'arte in Matelda, e la scienza osapienzain Beatrice, se quivi, come altrove. Dante ha usato scienza come astratto disapere. Vedi a pag. 77, nota.
273.Aur. Aug.Contra Iul. Pel.IV, 12, parlando di Cicerone: “Egli non sapeva come fosse sui figli di Adamo un grave giogo... perchè... ignorava il peccato originale„. Id. ib. 83: “l'evidenza di questamiseriaspinse i filosofi gentili che non sapevano o non credevano al peccato originale, a dire etc.„ L'espressione “grave giogo„ è dell'Eccl. I 40. E l'uso della parolamiseria, nel senso esatto di conseguenza dell'umana colpa, non avrebbe avuto bisogno d'esemplificazione.
274.Non sarà male che quelli che disputano sull'autenticità dell'epistola a Cane, mettano sulla bilancia anche questo importantissimo argomento. Qualche cosa di simile a questo concetto, de' due termini estremi della Comedia, miseria e felicità, è, si può dire, in tutti i commentatori. I quali peraltro aggiungono qualche cosa, corrompendo l'esattezza del concetto. Per es. il Da Buti così dichiara il fine del poema: “arrecare li uomini viventi nel mondo dalla miseriadel vizioalla felicitàdella virtù„. Come, prima, il Laneo: “rimovere le persone che sono al mondo dal vivere miseroed in peccato, e perducerli a vertuoso e grazioso stato„. E anche: “rimuovere li uominidalli peccati... ed inducerli nelle vertute etc.„ Con le due semplici parole dell'ep. a Cane sarebbero venuti, gl'interpreti antichi e moderni, agevolmente all'interpretazione verace della selva oscura, che invece dichiarano come vita viziosa, peccaminosa etc. sbagliando a bel principio e radicalmente tutto il comento.
275.Si può, sull'ignoranza e difficoltà originali, meditare, tra molti e vulgatissimi, questo passo di S. Bernardo, Op. I 966: “Si, siam figli d'ignoranza, d'ignavia, di servitù, e abbiamo conseguita sapienza, virtù, redenzione (libertà). L'ignoranza della donna sedotta ci aveva acciecati; la debolezza dell'uomo traviato e allettato dalla propria concupiscenza, ci aveva snervati; la malizia del diavolo ci aveva asserviti, esposti giustamente da Dio. Così dunque nasciamo tutti, prima al tutto ignari della via, della città, dell'albergo; poi deboli e ignavi sì, che sebbene ci sia nota la via della vita, siamo impediti e rattenuti dalla nostra propria inerzia; all'ultimo servi sotto il peggiore e più crudel dei tiranni etc.„. Tutto ciò èmiseria. Il passo è del primo sermonein purific. B. Mariaedove è l'espr. di S. Giovanni (1, 5), della lucecui le tenebre non compresero.
276.Questa miseria involve, sì, tutte le miserie, e questo peccato, tutti i peccati. Ma il lettore comprende: un parvoloinnocentemorto avanti il battesimo non è unmalvagio!
277.Vedi in Aur. Aug. Op. XIII 1103, 1224; spec. 774 (contra Iul. Pel.IX 83): “Ecce circumstat sensus tuosmiseria generis humani... parvulos intuere, quot et quanta mala patiantur, in quibusvanitatibus, cruciatibus, erroribus, terroribus crescant. Deinde iam grandes, etiam Deo servientes tentat error, ut decipiat, tentat labor aut dolor, ut frangat, tentat libido, ut accendat, tentat maeror, ut sternat, tentat typhus, ut extollat.Et quis explicet omniafestinanter, quibus gravatur iugum super filios Adam?„
278.Aur. Aug. Op. IX 718 (De civ. D.XIX 4, 2). Notevole che in questo passo si legge: “impetus porro vel actionis appetitus, si hoc modo recte latine appellatur ea quam Graeci vocant hormen...„ che può essere stato fonte del Co. 4, 21: “l'appetito dell'animo, il quale in Greco è chiamatohormen„.
279.Vedi il passo più su alla nota 2.
280.“E non dicesse alcuno, che ogni appetito sia animo, chè qui s'intende animo solamente quello che spetta alla parte razionale, cioè la volontà e lo intelletto, sicchè se volesse chiamare animo l'appetito sensitivo, qui non ha luogo nè stanza può avere etc.„ (Co. 4, 22) “In questo sonetto fo due parti di me secondo che li miei pensieri erano in due divisi. L'una parte chiamocuore, cioè l'appetito; l'altraanima, cioè la ragione„. (VN. 39).
281.Definizione di Aur. Aug. Op. VI 110.
282.Altra def. dello stesso Op. I 723, 888.
283.Summa, in moltissimi luoghi; per es. 1a 22 1; 23, 4; 1a 2ae 57, 6 etc. 2a 2ae 47, 1, 2.
284.Summa,passim: per es. 1a 2ae 57, 5; 58, 4; 65, 1 etc.
285.Vedi a pag. 334.
286.Vel. pag. 94 sgg.
287.Aur. Aug.Op.VII 1686 (De cataclysmo 3).
288.Summa,passim: per es. 3a 66, 11.
289.Aur. Aug. Op. XIII 823, 636.
290.id. XI 591.
291.id. X 817.
292.id. XI 588.
293.id. XIII 662 sqq.
294.Aur. Aug. Op. XIII 662 (contra Iul. Pel.II 14). Le parole di S. Paolo,ad Rom.6, 7 sono appunto quelle “Qui enimmortuus est,iustificatus est a peccato„.
295.Citato ib. L'opera di S. Ambrogio, che non rimane, erade sacramento regenerationis seu de philosophia. Questo concetto del battesimo che è morte, dovuto a S. Paolo, è trattato e accennato inSumma, passim: per es. 2a 2ae 147, 5; 3a 49, 3; 51, 1; 61, 1; 66, 3 etc.
296.Vedi, per es. a pag. 108.
297.Gli editori milanesi emendano in “di malo in buono„.
298.Conf.IX, 14.
299.Anticipando dico che l'altra figurazione, più chiara anzi evidente, del battesimo, che è nel passaggio dell'Acheronte, si riferisce appunto nel colmo dell'età, che è l'anno trigesimo quinto; nel qual anno,in certo modo, morì Gesù Cristo nella cui morte siamo battezzati. (Co. 4, 23).
300.Op. II 351 (Epistola XCVIII).
301.Vedi un opuscoletto di LPerroni Grande, in cui si conferma questo senso “di alcuna volta„, così dichiarata da CCipolla.
302.Arguta osservazione di NVaccalluzzo, il quale spero di convincere con le mie parole.
303.Vel. pag. 67.
304.Summa, passim. Vedi per es. 3a 70, 4; 69, 3, 4, 5, 6, 8, 10; 2a 2ae 47, 13et al.
305.Aur. Aug. Op. XII 415, 423.
306.Id. Op. XIII 132, 133.
307.Id. ib. 962.
308.Id. ib. 300.
309.Id. ib. 903, 948.
310.Vel. pag. 38 segg.
311.Ricordiamo da MO. (126) e dal Vel. (401), che la spera del Sole corrisponde al cerchio e alla cornice della gola.
312.Summa2a 2ae 55, 1. Nel cielo corrispondente al cerchio e alla cornice della gola, nel cielo del sole, si fa, dichiarare in qual modo, e sino a qual punto si deve amare la carne. (Par. 14, 43 segg.).
313.Vel. pag. 283.
314.Vel. pag. 40 sg.
315.Aur. Aug. XIII 661 sqq. XI 714.
316.GFraccaroli fece altrimenti il computo, ma il mio, che ritengo più giusto, è certo ispirato dal suo.
317.Vel. pag. 40 sg.
318.Aen. VI 270 sqq.
319.Perchè Dante chiami nel paradiso figlia del sole quella che nel purgatorio chiama suora, e che nell'inferno dice “luna tonda„, senza nominarla però nel primo canto, mi pare che ogni lettore debba intendere. La grazia si manifesta gradatamente più, e a mano a mano la luna si spiritualizza.
320.Vedi a pag. 211.
321.Vel. pag. 450. Giova ricordare la prima fonte di questa figurazione, che è nelleConfessionidi S. Agostino, libro molto letto da Dante. S. Agostino (Conf. XIII, 23) dice che ilsermo sapientiaedi S. Paolo è illuminare maius, e ilsermo scientiaeè illuminare minus. Tra sapienza e vita contemplativa, e tra scienza e vita attiva è quel nesso che tutti sanno.
322.Vedi a pag. 220.
323.L'abbiamo già veduto in Vel. 168 sgg.
324.Op. XII 559 (Sermo CIX, 4).
325.Pag. 133, e nota a pag. 113.
326.ALubin nel suo comento, che non ho presente, porta luoghi di mistici in cui si dichiara lo zoppicare di Giacobbe a proposito delpie' fermodi Dante.
327.Gen.32, 22 sqq. Non bisogna trascurar nulla in questa narrazione, nemmeno le circostanze che Dante modificò più che tralasciasse. Per es. questa,Iacob... transivit vadum Iaboc.Questo è ilpassodella selva. Ma la fatica Dante la durò prima del passo, e Iacob, dopo.
328.Vel. pag. 453.
329.Vedi a pag. 20 sgg. e 25 sgg. e poi 36.
330.Aur. Aug. Op. III 528 (Quaest. in Gen.I 104).
331.Bern. Op. II 1034 (Guerrici Abbatis in Nat. Iohann. Bapt. SermoII, 1).
332.Bern. Op. I 898 (inCoena Domini Sermo, 4).
333.Contra Iul. Pel.IV 83 inOp.XIII pag. 774.
334.Vedi a pag. 336.
335.È questione, credo, risoluta. Vel. 107-164. Si dice peraltro risoluta da GCasella nel suo Discorso “dell'allegoria della D. C.„ In verità egli disse che essendo la selva prefigurazione dell'inferno, tanto è vero che selva è chiamato il limbo, (4, 65) le tre fiere dovevano esser le tre disposizioni che il ciel non vuole; la Lonza rappresentando la frode, perchè Dante getta la corda, con cui voleva prendere la lonza, a Gerione imagine di froda, la lupa essendo l'avarizia e perciò incontinenza, e il leone violenza. Di tutte queste affermazioni, solo l'ultima resta in piedi; le altre si trovano fallaci tutte. Io mossi in MO. dai caratteri che hanno le due ultime fiere in comune con le tre Furie. Vedi Marzocco in nn. citati a pag. 319, nota.
336.Vedi MO XXI e p. 64. Vel. pag. 252 sgg.
337.Così la rovina, corrisponde all'incontinenza, è ampia e dà facile la scesa. Vel. pag. 189.
338.Vel. pag. 259.
339.Non ce n'avrebbe a esser bisogno; tuttavia vedi a pag. 339 in nota come Dante distingua “la parte razionale„.
340.Vedi sempre Vel. Le tre fiere, pag. 107 sgg.
341.Iud.XVI 19:et rasit septem crines eius... statim... ab eo fortitudo discessit.
342.Vel. 123-136.
343.MO. pag. 50 seg. Vel. pagina 320 e altrove.
344.Questo porta a riconoscere nel leone l'ira, e nella lupa l'invidia e superbia, più, come vedremo, l'avarizia.
345.Vel. pag. 159.
346.Summa1a 2ae 46, 3 Vel. pag. 340 e altr.
347.Vel. pag. 153 sgg.
348.Dell'esattezza di questa indagine, si veda questa riprova. Il leone, avendo inordinato solo l'appetito irascibile e non anche il concupiscibile, come la lonza; essendo tristo e non anche amante di quei beni che concupisce la lonza; apparisce quando l'altra non è ancora scomparsa. Dante bene sperava dalla lonza, quando apparve il leone. Ma si noti, sopra tutto: quando apparisce il leone, Dante, per via dell'ora e della stagione, sperava di vincere la lonza ne' suoi effetti, cioè nella tristizia; quando comparve la tristizia ma accompagnata dal mal volere. Come a dire: quella tristiziamiastavo per vincerla, ma mi capitò addosso la tristiziaaltrui, che era ben altro! Ora qui bisogna ricordare l'episodio del nemico che dice:Son un che piango!O se non si vuol andare tanto in là, basti dire: Quella tristizia, sì, la vincevo; ma venne quest'altra! Ilsìenon sìcongiungono due parole uguali. Si noti che illeoè il nesso sì etimologico e sì filosofico delle altre due bestie;leonza eleopede; incontinente (in particolaretristo) come la prima, ingiusto, come la seconda. Ed è maschio tra femmine.
Le fiere sono connesse l'una all'altra per un de' loro capi, così: leonza è concupiscenza etristizia; leone ètristiziaeingiustizia; leopede èingiustiziae frode. La prima pecca nel concupiscibile eirascibile; il secondo nell'irascibilee nelvolere; la terza nelvoleree nell'intelletto. Illeoè centrale ed è, come si vede dai primi puniti de' violenti, l'ingiustiziatipica. Nè senza cagione è Marco Lombardo, un macchiato d'ira, la quale corrisponde a questaingiustiziatipica, che discorre dell'origine dellamalizia, cioè dell'ingiustizia, che copre e aggrava il mondo.
349.Ma leggi però Vel. 121 segg. Che il lupo sia animale fraudolento, come e più della volpe, e che insidii gli ovili, come la volpe i pollai, e spii l'assenza dei cani e pastori, e si travesta (lo dice Dante) da pastore, e la lupa tolga la voce, vedendo ella per prima, e veduta prima non noccia, e venga innanzisensim, cioè a poco a poco, sarà bene ricordare. Qualcosa posso aggiungere. NelleConstitutiones regni Siculi Tit. I(in Cantù, Doc. 3, 499) leggo:Hi suntlupi rapacesintrinsecus et eo usque mansuetudinem ovium praetendentes, quousque possint ovilesubintraredominicum... Hi sunt filii pravitatum a patre nequitiae etfraudis authoread decipiendas simplices animas destinati... Hi suntserpentesqui latenter videntur inserpere et sub mellis dulcedine virus evomunt, et dum vitae cibum ministrare se simulant,cauda feriunt, et mortis poculum etc.Qui abbiamo la lupa e Gerione, che sono la stessa cosa sotto diversa forma. Come lavulpeculaciceroniana diventasse la lupa dantesca, vediamo da questa strofa di S. Paulino:VulpesHerodes, cur cauda dissimulas Praedam captare? belluino gutture Sanguinem sitis: agni carnes esuris,Lupecrudelis.
350.Osservazione partita da un'altra di TCasini che notò l'allitterazione dei tre nomi, e suggerita da FD'Ovidio, che inFlegrea, 5 luglio 1900, ricordò la pretesa etimologia di lonza, come io aveva riferita in Vel. l'altra, e più curiosa ancora, etimologia falsa di lupo.
351.Vel. 148 sgg.
352.Correggo qui alquanto Vel. p. 331 sg. In verità violenza ci fu, e come; ma mi pare che Dante non volesse fare a tutta quella sequela di tradimenti e frodi l'onore di chiamarla anche violenza. Il giostratore con la lancia di Giuda quipiaggia. A ogni modo, se ha adombrata anche la violenza, ella è, come il leone, compresa nella frode. Che cos'è Vanni Fucci? Un leone divenuto lupo. E nelle bolgie e nella ghiaccia sono tanti violenti, micidiali, commettitori di scismi, che s'avrebbero a dire “violenti con frode„.
353.Non ce n'è bisogno: tuttavia si mediti questo passo delleConf.di S. Agostino (13, 21):Continete vos... abinertivoluptate luxuriae.
354.Vel. pag. 457 sgg. e in questo libro a pag. 72 e sgg. spec. 82, nota. Era facile, credo, trovare anche senza la mia fonte (Vel. 429 sgg.), il significato simbolico di Virgilio. Invero Dante nella VN. e nelle rime personifica continuamente l'amore, e nel Convivio, personificando tuttavia, sebbene in modo meno plastico, ci spiega che amore è studio. Come non pensare che anche nel poema sacro dividesse nelle sue due parti il concetto di filosofia? Come pensare che nella Comedia non desse alcuna parte all'Amore fatto persona?
355.Vedi a pag. 60 sgg.
356.InMonarchia2, 3 ricorda Misenoqui fuerat Hectoris minister“in bello„, e afferma, secondo Aristotile, che OmeroHectorem... prae omnibus glorificat.
357.Vedi però FD'Ovidio nel vol. cit. pag. 520 sgg.
358.Vel. pag. 59.
359.Su questo s'appuntò Dante perammetterenel suo Elisio i sospesi del Limbo, come e abbiamo veduto e vedremo.
360.Vel. pag. 84 sgg.
361.Alcune di queste somiglianze sono imitazioni di arte; sta bene. Il lettore mentalmente tralasci tutto ciò che non riesce a mostrare l'identitàvoluta da Dante, del suo inferno con quello Virgiliano: questa, per esempio. Ma questa può portare ad avere un indizio buono percoluidalgran rifiuto. Deve essere (si può sospettare) un compagno di Dante, come Leucaspi e Oronte e Palinuro sono d'Enea. Non il timoniere, ilgubernator, della parte Bianca? Ma forse è tutt'altri.
362.Vel. pag. 182 sgg.
363.Vedi a pag. 226 sgg.
364.Vel. 264 sgg. Così la verga d'Enea significa con la branca sinistra i vizi, con la destra le virtù. (Serv.ad Aen.VI 136). La distinzione generale è così formulata da S. Bernando (De adv. Dom. SermoV — Op. II 920):Spiritus est ad dexteram, caro est ad sinistram. Donde il doppio significato, di destra, a esprimere la vita contemplativa o spirituale, e la vita buona e virtuosa; di sinistra, a indicare la vita attiva o civile o anche carnale (in senso non vizioso); e la vita malvagia o carnale in senso vizioso.
365.Vel. pag. 264 sgg.
366.Ad Aen.VI 576:alii tria volunt habuisse capita, alii novem, Simonides quinquaginta dicit. Il luogo di più su, intorno Cerbero, èad...395.
367.Vel. pag. 267 sgg.
368.Vedi in Vel. la pag. 102.
369.Vedi nella pag. citata il passo di S. Ambrogio.
370.Vel. pag. 84.
371.Notevole che la contradizione Dante la trovava per questo punto anche nell'autor suo, e segnata dal comentatore, il quale anche gl'insegnava l'essenza simbolica d'Ercole,mente magis quam corpore fortis, e di Cerbero che raffiguraomnes cupiditates et cuncta vitia terrena: l'incontinenza. (Vedi a pag. 411) Servio annota: “Ma Cerbero è subito dopo i fiumi!... Il trono di Plutone è più dentro. Dunque o ci si deve riferire alla natura de' cani, che atterriti fuggono al padrone, osoliumè da intendersipro imperio„.
372.Serv.ad Aen.VI 136.
373.I versi 743 sq. vanno posti fra parentesi. Vedi il mio Epos. I a questo luogo: pag. 256.
374.ad Aen.VI 740.
375.Vel. pag. 65 sgg.
376.Vedi a pag. 336 segg. Dante, a proposito dei veri “miseri„ del suo inferno, di quelli cioè che direttamente patiscono le conseguenze del peccato originale, esprime il difficile concetto che la suprema miseria sia ilnon esse, poichè chi è misero vuol piuttostoessecon quella miseria, chenon essepur senza quella. Intorno a che vedi Aur. Aug.de civ. DeiXI 27. I miseri per es. del vestibolo non sono nè furono: quindi la lor miseria è superiore a qualunque altra, ed essi sono invidiosi di qualunque altra sorte. Qual'è la sorte che lor si presenta come invidiabile? Quella dei morti della seconda morte; morti che sono miseri, ma dunquesono, non sono miseri pernon esse.
377.Serv.ad720. Si potrebbe ricavarne il senso che dà l'autore dell'epistola a Can Grande, della parolasublimis, attribuita alla terza cantica. Significherebbe “grande, magna„; e sarebbe d'accordo con la protasi di essa cantica, e con l'interpretazione dell'ecloga Dantesca. Vedi a pag. 240.
378.Il. XXIV 258.
379.Vedi, per esempio, Pur. 6, 30.
380.Su Catone leggi un opuscolo di PChistoni inRaccolta di studi critici dedicata ad AD'Ancona, Barbèra, Firenze MCMI, pag. 97.
381.Vel. pag. 196 e 422.
382.Servio, al verso in cui la Sibilla interroga Museo, annota: “Et sciendum hoc loco Sibyllam iam a numine derelictam„. Virgilio, all'ultimo, non dichiara più nulla esso a Dante, ma lascia dire a Matelda, e poi sparisce, quasia numine derelictus, avanti Beatrice.
383.Pag. 68, 73 sgg. 95 sg.
384.Al verso VI 660 Servio annota che è detto figuratamente. “Si deve avvertire che cosa dice Orazio nell'Arte Poetica: dire cose insieme piacevoli e utili alla vita. Chè i nostri maggiori vollero non ci fossearteche non riuscisse di qualche pro' alla repubblica„. Tuttoarte, dunque: dei guerrieri, dei sacerdoti, dei poeti.
385.Che è però anche in Lucano.
386.Assurdo è pensare che Virgilio intendesse d'alcuno venuto di fuori, che, mentre parlava, egli sentisse già penetrato nell'inferno. Assurdo, assurdissimo. Virgilio avrebbe deposto ogni dubbio ed ogni impazienza; e invece li mostrerebbe, dopo, più che mai. (Inf. 9, 7)
387.Vel. pag. 413 sgg.
388.Non ascende chi non discende. La discesa nel baratro e la salita per il monte non sono che mezzi per giungere alla divina foresta, donde poi volare al cielo.
389.Notevole il comento di Servio al verso:bis Stygios innare lacus, bis nigra videre Tartara: VI 134. Comenta:Modo etpostmortem. Vuol dire, “morendo„, e pur quant'ansa dà all'interpretazione (volutamente arbitraria) di Dante!
390.Vel. pag. 236 sgg.
391.Vel. 60 sgg. 181 sgg. Michelangelo intuì il pensiero di Dante. Egli pose nel suoGiudizio“per più pena di chi non è ben vissuto, tutta la passione diGesù, facendo portare in aria da diverse figure ignude la croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la corona...„ Vasari.
392.EProto in un bell'opuscolo,Gerione, Fir. Olschki 1900, confermò questa equazione.
393.Vedi altro in Vel. pag. 421 sgg.
394.Vedi a pag. 333 sgg.
395.E conservano, s'intende, il loro senso dottrinale. (Vel. pag. 208)Errano, gli sciaurati, esono cruciati. Quanta poesia è nel paragonare l'immobile selva dei suicidi e la selva semovente degl'ignavi! O Dante!
396.“Che dir nol posson con parola integra„, oltre la sua derivazione dottrinale, mostra d'imitare il noto verso d'Ovidio: (M. VI 376)quam vis sint sub aqua, sub aqua malediceretentat. E poi a Dante paion rane.
397.Diverse l'una dall'altra, per colore e tipo, sono le tre teste di Lucifero, dell'hydra saevior. Vedi su Cerbero a pag. 428, nota.
398.Vedi a pag. 376 nota, e nota a 339.
399.Vel. pag. 291.
400.Vel. pag. 502, nota.