IV.MENTIS EXCESSUS

IV.MENTIS EXCESSUSNe lo inferno — Dante fa che Dio medesimo pronunzi di lui — dirà ai malnati quelle parole che suonano: “Spe salvus factus sum; per la speranza, che non occorrendo ai beati, Dio pietosamente lascia in terra, e che io vidi, sì, vidi incarnata„. Noi corriamo subito col pensiero alla Comedia. Ivi Danteperde “la speranza„ dell'altezza, dopo che “a bene sperare„ era stato indotto dall'ora del tempo e dalla stagione; e va “per loco eterno„ ove al principio udrà “disperate strida„ e vedrà all'ultimo anime che cantano nel fuoco “perchè sperano„ (Inf. I, 115, 119). Nel qual loco eterno entra da una porta la quale ha al sommo: “Lasciate ogni speranza!„. Entrato ode un nocchiere eterno che grida all'anime: “Non isperate!„ Scende nel primo cerchio e ascolta i sospiri d'infinite turbe che vivono in desio, “senza speme„. Scende nel secondo, e vede anime in balìa del vento, e “nulla speranza„ mai le conforta. (Inf. 3, 9, 46, 85; 4, 42; 5, 44 etc.). Insomma partendosi da un punto in cui anch'esso aveva perduto la speranza, entra ed attraversa il luogo della disperazione; l'attraversa tutto, e sale per il monte in cui ultimi vede quelli che pur nel fuoco sperano; ed egli passa per quel fuoco, che aguzza gli occhi alla visione, e così vede, che cosa? La “speranza dell'eterna contemplazione„, quella che l'ha mandato a togliere avanti la fiera che fa perder la speranza, quella che vide in questo mondo e che rivede nell'altro; quella per cui opera è salvo.Orbene: con quella stanza e con quella canzone Dante prometteva la Comedia? Chè tanto s'assomigliano e si riscontrano nel concetto fondamentale la canzone e la Comedia. Che promettesse la Comedia, non direi: dico che aveva già in mano le fila principali di quella mirabile testura, ma non in capo la intenzione di far proprio quella tela. Un'altra tela, anzi.Valga il vero. Nella Comedia Dante si trova in una selva che è quasi morte. Ne esce, morendo, per un passo che in fatto “non lasciò giammai personaviva„. Trova nel suo cammino tre fiere, da cui, o da quella che in certa guisa la compendia e nella quale le altre spariscono, è quasi ucciso. Imprende, per consiglio e con la guida d'un'Ombra, altro viaggio. In questo, dopo aver traversato un vestibolo di mezza vita e mezza morte, di quasi morte, di nè morte nè vita (come la selva, tanto amara chepocoèpiùmorte), passa un fiume, morendo; lo passa coi segni della morte di Gesù, e si trova morto nel regno dei morti.[39]L'Ombra conduce il morto, e lo conduce a quella che egli ama, a una donna morta.Ebbene la canzone seconda della Vita Nova contiene una visione in cui queste idee di morte si rincorrono e s'intrecciano come in quella più alta visione della Comedia. (VN. 23, c. 2). Dante era infermo e “chiamava spesso morte„. Una donna pietosa si mise a piangere. Altre donne fecero partir via quella, e si diedero a consolar lui, che si riscuote dalla sua “fantasia„ col nome di Beatrice più nel core che sulle labbra. E riscosso, narrò alle donne ciò che aveva veduto e udito in sogno o in delirio. Egli pensava alla brevità della sua vita, quando Amore gli pianse nel cuore: “ben converrà che la mia donna mora„. Chiuse gli occhi “vilmente gravati„, e allora delirando videvisi di donne... crucciatichè gli dicean pur Morràti, morràti.[40]Poi vide nel vano imaginare “cose dubitose molte„. Gli parea d'essere non sapeva “in qual loco„. Nella prosa egli spiega in qual loco gli pareva d'essere, perchè dice: “M'apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano — Tu sei morto! — Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello, che non sapea ov'io mi fossi„. Io ricordo il viatore oltremondano che dopo aver patita la morte mistica,l'alto sonno, tra il terremoto della redenzione, e il vento e il lampo battesimale, si riscuote e guarda e riguarda dritto levato “per conoscer lo loco„ dov'era. Era nella gran tomba.[41]Non anche nella sua “nova fantasia„ d'infermo? E anche qui sente lagrimare e tragger guai in foco di tristizia, come là, non appena fu dentro alle segrete cose. E poi qui vide oscurarsi il sole ed apparire i segni del grande sconvolgimento, quali sono nell'Apocalissi e in parte alla morte di Gesù: la terra trema qui, come nel passaggio dell'Acheronte; qui s'oscura il sole, là buia è la campagna; qui piangono sole e stelle, là lagrimosa è la terra (nè sole nè stelle sono laggiù). Un “omo„ appare “scolorito e fioco„ tra quell'oscurarsi, piangere, cadere, tremare; e non si può non pensare a colui che “per lungo silenzio parea fioco„ e disse: — Non uomo, uomo già fui — . E quest'“omo„ annunzia la morte della donna “che era sì bella„, mentre l'altro che uomo non era ma era stato, ed era pur fioco anch'esso, viene da parte d'una donnabeata e bella, di quella donna medesima ch'era più bella che mai, poichè, sì, era morta. E qui Dante invero la vede tornar su con gli angeli nella sua patria celeste:Levava gli occhi miei bagnati in piantie vedea, che parean pioggia di manna,li angeli che tornavan suso in cielo,ed una nuvoletta avean davanti,dopo la qual gridavan tutti — Osanna.Gli angeli avevano da Dio impetrato ciò che chiamavano. Dante si trovava (ma nel fantasticare vano d'un delirio) nella condizione prevista da Dio: egli ha perduto “lei„. Amore in fatti (e chi è quest'Amore se non quell'omo scolorito e fioco?, ma Dante, nella prosa, dice primaalcuno amicoe poiil cuore ov'era tanto amore) parla a Dante ed esclama:Vieni a veder nostra donna che giace.E io ricordo che nella Comedia quel non uomo ma che fu uomo, ed è fioco al suo apparire, conduce Dante a veder la sua donna, che non giace no, ma trionfa nella sua seconda vita; e che egli lo chiama sì, Virgilio, ma intende “studio cioè amore„. Nella canzone, Dante va a vedere la donna morta cui le donne ricoprono d'un velo (non quel medesimo, candido, su cui era la ghirlanda d'oliva là nella divina foresta?), e sente desiderio della morte alla quale esso assomiglia nel colore. E solo rimasto, guarda verso il cielo, ed esclama:Beato, anima bella, chi ti vede!Nella qual esclamazione è espressa più fortemente che prima, la bramosia di morire e di essere di quei beati che vedono quella donna, che è ormai pura anima, beata e bella.Dunque Dante è infermo, e invoca la morte e sembra morto, e presentisce la morte della donna amata; ed ecco si sente dire: Morrai! morrai! e sì, è morto: è in non sa qual luogo dove ascolta lagrime e guai di tristizia, e tra segni di morte impara da un uomo scolorito e fioco che la sua donna è morta; e la vede invero salire al cielo, e poi con Amore va a vederla morta; e invoca la morte, vuol morire anch'esso per veder lei ed essere beato.In questa canzone e c'è il delineamento, quanto si voglia incerto, del poema sacro, e c'è la continuazione del concetto mistico accennato nella precedente canzone. Basti invero osservare che in quella gli angeli vogliono in cielo la terrena maraviglia, e qui in cielo la riconducono, come una nuvoletta; e in quella si allude a un viaggio di Dante, che attraversi l'inferno proclamando d'esser salvo per la speranza, in faccia ai disperati per sempre; e in questa si parla d'un morir non vero e di cose dubitose molte e di lagrime e di guai e di tristizia e di segni forieri di sfacelo, cui segue una visione celeste. Sopra tutto, si scorge il nesso tra le due canzoni, quando si tenga a mente l'equivalenza della donna che è speme, allaspes aeternae contemplationisdi S. Agostino, la quale è istessamente luminosa sapienza, di cui ogni piamente studioso è innamorato. Dice d'essa il santo padre che subito noi vorremmo giungere alle delizie della bella e perfetta sapienza; “ma ciò non è possibilein terra morientium„. Dante nellacanzone seconda, si raffigura moribondo e in atto di chiamare la sua donna. E dove o quando è possibile vederla? Quando s'è sciolti dal corpo e dove si sia puri spiriti. Perchè? Perchè (risponde il santo padre con le parole del libro della Sapienza), perchè “il corpo corruttibile aggrava l'anima e l'abitar in terra deprime il senso che a troppe cose ha da pensare„.[42]Morire, dunque, bisogna, se si vuol vedere la bella e perfetta sapienza. Ma se ella è incarnata in una donna di quaggiù, come si potrà vederla da morti, se non è morta anche essa? Questo semplice ragionamento può da sè aver indotto il poeta, s'e' voleva continuare la figurazione del suo concetto mistico, a sognare morta la sua donna nel tempo istesso che figura morto sè; ma può avervelo condotto anche altro. Se la sua donna era per Dante ciò che Rachele per Giacobbe egli può aver seguito un mistico, Riccardo di San Vittore, nello imaginarla morta.[43]Invero questi così discorre: “Per Beniamino propriamente s'intendel'atto della intelligenza pura, la intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi, e che sono senza mistura d'imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio, e spera, sappia che ha già concepito Beniamino; quanto più cresce il suo desiderio più si approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore; imperocchè, come la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano i limiti d'ogni umana argomentazione, e non appena vede in estasi il lume divino, la umana ragione soccombe.Questo è il morir di Rachele dando a vita Beniamino.Non era forse nell'Apostolo morta Rachele e mancante ogni senso di umana ragione, quando diceva:Scio hominem, sive in corpore, sive extra corpus, nescio, Deus scit, raptum huiusmodi usque ad tertium caelum![44]... Ma a questo terzo cielo che trascende ogni modo dell'umana ragione, non possono da sè stessi venire neanche coloro che sanno ascendere a' cieli e discendere insino agli abissi; ma solo possono dove, per la partita della mente (per mentis excessum), sono rapiti sopra se stessi„.Dunque la morte di Rachele è dichiarata comementis excessus. E mentre talementis excessussi può dichiarare come una morte di sè, in quanto l'anima esce dal corpo per virtù dell'estasi, si vede che fu ravvisato in figura nella morte di Rachele, della donna bella e amata. E anche dunque, con questo esempio, noi ci rendiamo ragione come Dante il quale già nella sua donna aveva veduta “la speranza della contemplazion di Dio„, ossia la sua Rachele, continuando la canzoneDonne che avetecon la canzoneDonna pietosa, faccia di sognare e che esso muoia e che muoia Beatrice. Esso esce dalla sua mente, cioè muore; la sua mente esce e parte, cioè muore la sua donna.Ma ecco che, tutto sommando, noi dobbiamoconcludere, non che scrivendo la prima canzone Dante pensasse alla Comedia futura, ma che scrivendo la prima, così augurale come esso dice che è, e continuandola con la seconda, egli veniva a trattare con quelle lo stesso argomento che trattò poi con la Comedia. E aggiungiamo, che se Dante, tratto dalla natura del suo soggetto, ricorreva al complicato mezzo di sognare, in un delirio d'infermo, morta la sua donna, la cui morte era necessaria alla sua figurazione; se ricorreva a questo mezzo, e sia pure che avesse veramente delirato e sognato, poichè certe coincidenze non sono impossibili anche quando paiono inverosimili; se Dante cantava della sua donna morta, prima che morisse, è segno indubitabile ch'ella era pur viva e vera, questa donna, nella quale pur figurava la speranza della contemplazione e la sapienza bella e perfetta. Se no, e come non avrebbe finto che ella era morta davvero? Nè si dica che non è gentilezza di cuore finger così la morte di persona che si ama. La fingeva pur di sè Dante; e quella della sua donna è, meglio che morte, glorificazione e ritorno al cielo; e quando egli insisteva sulla pietà e bontà dell'angiola giovanissima, non era lontano da questo pensiero; che poteva essere, perchè no? un presentimento; e anche, se monna Bice era intanto andata a nozze terrene, perchè no? un desiderio non consaputo e non confessato, ma un desiderio dell'anima. Chi amò invano lo sa.

Ne lo inferno — Dante fa che Dio medesimo pronunzi di lui — dirà ai malnati quelle parole che suonano: “Spe salvus factus sum; per la speranza, che non occorrendo ai beati, Dio pietosamente lascia in terra, e che io vidi, sì, vidi incarnata„. Noi corriamo subito col pensiero alla Comedia. Ivi Danteperde “la speranza„ dell'altezza, dopo che “a bene sperare„ era stato indotto dall'ora del tempo e dalla stagione; e va “per loco eterno„ ove al principio udrà “disperate strida„ e vedrà all'ultimo anime che cantano nel fuoco “perchè sperano„ (Inf. I, 115, 119). Nel qual loco eterno entra da una porta la quale ha al sommo: “Lasciate ogni speranza!„. Entrato ode un nocchiere eterno che grida all'anime: “Non isperate!„ Scende nel primo cerchio e ascolta i sospiri d'infinite turbe che vivono in desio, “senza speme„. Scende nel secondo, e vede anime in balìa del vento, e “nulla speranza„ mai le conforta. (Inf. 3, 9, 46, 85; 4, 42; 5, 44 etc.). Insomma partendosi da un punto in cui anch'esso aveva perduto la speranza, entra ed attraversa il luogo della disperazione; l'attraversa tutto, e sale per il monte in cui ultimi vede quelli che pur nel fuoco sperano; ed egli passa per quel fuoco, che aguzza gli occhi alla visione, e così vede, che cosa? La “speranza dell'eterna contemplazione„, quella che l'ha mandato a togliere avanti la fiera che fa perder la speranza, quella che vide in questo mondo e che rivede nell'altro; quella per cui opera è salvo.

Orbene: con quella stanza e con quella canzone Dante prometteva la Comedia? Chè tanto s'assomigliano e si riscontrano nel concetto fondamentale la canzone e la Comedia. Che promettesse la Comedia, non direi: dico che aveva già in mano le fila principali di quella mirabile testura, ma non in capo la intenzione di far proprio quella tela. Un'altra tela, anzi.

Valga il vero. Nella Comedia Dante si trova in una selva che è quasi morte. Ne esce, morendo, per un passo che in fatto “non lasciò giammai personaviva„. Trova nel suo cammino tre fiere, da cui, o da quella che in certa guisa la compendia e nella quale le altre spariscono, è quasi ucciso. Imprende, per consiglio e con la guida d'un'Ombra, altro viaggio. In questo, dopo aver traversato un vestibolo di mezza vita e mezza morte, di quasi morte, di nè morte nè vita (come la selva, tanto amara chepocoèpiùmorte), passa un fiume, morendo; lo passa coi segni della morte di Gesù, e si trova morto nel regno dei morti.[39]L'Ombra conduce il morto, e lo conduce a quella che egli ama, a una donna morta.

Ebbene la canzone seconda della Vita Nova contiene una visione in cui queste idee di morte si rincorrono e s'intrecciano come in quella più alta visione della Comedia. (VN. 23, c. 2). Dante era infermo e “chiamava spesso morte„. Una donna pietosa si mise a piangere. Altre donne fecero partir via quella, e si diedero a consolar lui, che si riscuote dalla sua “fantasia„ col nome di Beatrice più nel core che sulle labbra. E riscosso, narrò alle donne ciò che aveva veduto e udito in sogno o in delirio. Egli pensava alla brevità della sua vita, quando Amore gli pianse nel cuore: “ben converrà che la mia donna mora„. Chiuse gli occhi “vilmente gravati„, e allora delirando vide

visi di donne... crucciatichè gli dicean pur Morràti, morràti.[40]

visi di donne... crucciatichè gli dicean pur Morràti, morràti.[40]

Poi vide nel vano imaginare “cose dubitose molte„. Gli parea d'essere non sapeva “in qual loco„. Nella prosa egli spiega in qual loco gli pareva d'essere, perchè dice: “M'apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano — Tu sei morto! — Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello, che non sapea ov'io mi fossi„. Io ricordo il viatore oltremondano che dopo aver patita la morte mistica,l'alto sonno, tra il terremoto della redenzione, e il vento e il lampo battesimale, si riscuote e guarda e riguarda dritto levato “per conoscer lo loco„ dov'era. Era nella gran tomba.[41]Non anche nella sua “nova fantasia„ d'infermo? E anche qui sente lagrimare e tragger guai in foco di tristizia, come là, non appena fu dentro alle segrete cose. E poi qui vide oscurarsi il sole ed apparire i segni del grande sconvolgimento, quali sono nell'Apocalissi e in parte alla morte di Gesù: la terra trema qui, come nel passaggio dell'Acheronte; qui s'oscura il sole, là buia è la campagna; qui piangono sole e stelle, là lagrimosa è la terra (nè sole nè stelle sono laggiù). Un “omo„ appare “scolorito e fioco„ tra quell'oscurarsi, piangere, cadere, tremare; e non si può non pensare a colui che “per lungo silenzio parea fioco„ e disse: — Non uomo, uomo già fui — . E quest'“omo„ annunzia la morte della donna “che era sì bella„, mentre l'altro che uomo non era ma era stato, ed era pur fioco anch'esso, viene da parte d'una donnabeata e bella, di quella donna medesima ch'era più bella che mai, poichè, sì, era morta. E qui Dante invero la vede tornar su con gli angeli nella sua patria celeste:

Levava gli occhi miei bagnati in piantie vedea, che parean pioggia di manna,li angeli che tornavan suso in cielo,ed una nuvoletta avean davanti,dopo la qual gridavan tutti — Osanna.

Levava gli occhi miei bagnati in piantie vedea, che parean pioggia di manna,li angeli che tornavan suso in cielo,ed una nuvoletta avean davanti,dopo la qual gridavan tutti — Osanna.

Gli angeli avevano da Dio impetrato ciò che chiamavano. Dante si trovava (ma nel fantasticare vano d'un delirio) nella condizione prevista da Dio: egli ha perduto “lei„. Amore in fatti (e chi è quest'Amore se non quell'omo scolorito e fioco?, ma Dante, nella prosa, dice primaalcuno amicoe poiil cuore ov'era tanto amore) parla a Dante ed esclama:

Vieni a veder nostra donna che giace.

Vieni a veder nostra donna che giace.

E io ricordo che nella Comedia quel non uomo ma che fu uomo, ed è fioco al suo apparire, conduce Dante a veder la sua donna, che non giace no, ma trionfa nella sua seconda vita; e che egli lo chiama sì, Virgilio, ma intende “studio cioè amore„. Nella canzone, Dante va a vedere la donna morta cui le donne ricoprono d'un velo (non quel medesimo, candido, su cui era la ghirlanda d'oliva là nella divina foresta?), e sente desiderio della morte alla quale esso assomiglia nel colore. E solo rimasto, guarda verso il cielo, ed esclama:

Beato, anima bella, chi ti vede!

Beato, anima bella, chi ti vede!

Nella qual esclamazione è espressa più fortemente che prima, la bramosia di morire e di essere di quei beati che vedono quella donna, che è ormai pura anima, beata e bella.

Dunque Dante è infermo, e invoca la morte e sembra morto, e presentisce la morte della donna amata; ed ecco si sente dire: Morrai! morrai! e sì, è morto: è in non sa qual luogo dove ascolta lagrime e guai di tristizia, e tra segni di morte impara da un uomo scolorito e fioco che la sua donna è morta; e la vede invero salire al cielo, e poi con Amore va a vederla morta; e invoca la morte, vuol morire anch'esso per veder lei ed essere beato.

In questa canzone e c'è il delineamento, quanto si voglia incerto, del poema sacro, e c'è la continuazione del concetto mistico accennato nella precedente canzone. Basti invero osservare che in quella gli angeli vogliono in cielo la terrena maraviglia, e qui in cielo la riconducono, come una nuvoletta; e in quella si allude a un viaggio di Dante, che attraversi l'inferno proclamando d'esser salvo per la speranza, in faccia ai disperati per sempre; e in questa si parla d'un morir non vero e di cose dubitose molte e di lagrime e di guai e di tristizia e di segni forieri di sfacelo, cui segue una visione celeste. Sopra tutto, si scorge il nesso tra le due canzoni, quando si tenga a mente l'equivalenza della donna che è speme, allaspes aeternae contemplationisdi S. Agostino, la quale è istessamente luminosa sapienza, di cui ogni piamente studioso è innamorato. Dice d'essa il santo padre che subito noi vorremmo giungere alle delizie della bella e perfetta sapienza; “ma ciò non è possibilein terra morientium„. Dante nellacanzone seconda, si raffigura moribondo e in atto di chiamare la sua donna. E dove o quando è possibile vederla? Quando s'è sciolti dal corpo e dove si sia puri spiriti. Perchè? Perchè (risponde il santo padre con le parole del libro della Sapienza), perchè “il corpo corruttibile aggrava l'anima e l'abitar in terra deprime il senso che a troppe cose ha da pensare„.[42]Morire, dunque, bisogna, se si vuol vedere la bella e perfetta sapienza. Ma se ella è incarnata in una donna di quaggiù, come si potrà vederla da morti, se non è morta anche essa? Questo semplice ragionamento può da sè aver indotto il poeta, s'e' voleva continuare la figurazione del suo concetto mistico, a sognare morta la sua donna nel tempo istesso che figura morto sè; ma può avervelo condotto anche altro. Se la sua donna era per Dante ciò che Rachele per Giacobbe egli può aver seguito un mistico, Riccardo di San Vittore, nello imaginarla morta.[43]Invero questi così discorre: “Per Beniamino propriamente s'intendel'atto della intelligenza pura, la intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi, e che sono senza mistura d'imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio, e spera, sappia che ha già concepito Beniamino; quanto più cresce il suo desiderio più si approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore; imperocchè, come la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano i limiti d'ogni umana argomentazione, e non appena vede in estasi il lume divino, la umana ragione soccombe.Questo è il morir di Rachele dando a vita Beniamino.

Non era forse nell'Apostolo morta Rachele e mancante ogni senso di umana ragione, quando diceva:Scio hominem, sive in corpore, sive extra corpus, nescio, Deus scit, raptum huiusmodi usque ad tertium caelum![44]

... Ma a questo terzo cielo che trascende ogni modo dell'umana ragione, non possono da sè stessi venire neanche coloro che sanno ascendere a' cieli e discendere insino agli abissi; ma solo possono dove, per la partita della mente (per mentis excessum), sono rapiti sopra se stessi„.

Dunque la morte di Rachele è dichiarata comementis excessus. E mentre talementis excessussi può dichiarare come una morte di sè, in quanto l'anima esce dal corpo per virtù dell'estasi, si vede che fu ravvisato in figura nella morte di Rachele, della donna bella e amata. E anche dunque, con questo esempio, noi ci rendiamo ragione come Dante il quale già nella sua donna aveva veduta “la speranza della contemplazion di Dio„, ossia la sua Rachele, continuando la canzoneDonne che avetecon la canzoneDonna pietosa, faccia di sognare e che esso muoia e che muoia Beatrice. Esso esce dalla sua mente, cioè muore; la sua mente esce e parte, cioè muore la sua donna.

Ma ecco che, tutto sommando, noi dobbiamoconcludere, non che scrivendo la prima canzone Dante pensasse alla Comedia futura, ma che scrivendo la prima, così augurale come esso dice che è, e continuandola con la seconda, egli veniva a trattare con quelle lo stesso argomento che trattò poi con la Comedia. E aggiungiamo, che se Dante, tratto dalla natura del suo soggetto, ricorreva al complicato mezzo di sognare, in un delirio d'infermo, morta la sua donna, la cui morte era necessaria alla sua figurazione; se ricorreva a questo mezzo, e sia pure che avesse veramente delirato e sognato, poichè certe coincidenze non sono impossibili anche quando paiono inverosimili; se Dante cantava della sua donna morta, prima che morisse, è segno indubitabile ch'ella era pur viva e vera, questa donna, nella quale pur figurava la speranza della contemplazione e la sapienza bella e perfetta. Se no, e come non avrebbe finto che ella era morta davvero? Nè si dica che non è gentilezza di cuore finger così la morte di persona che si ama. La fingeva pur di sè Dante; e quella della sua donna è, meglio che morte, glorificazione e ritorno al cielo; e quando egli insisteva sulla pietà e bontà dell'angiola giovanissima, non era lontano da questo pensiero; che poteva essere, perchè no? un presentimento; e anche, se monna Bice era intanto andata a nozze terrene, perchè no? un desiderio non consaputo e non confessato, ma un desiderio dell'anima. Chi amò invano lo sa.


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