VIII.GUIDO E IL SUO DISDEGNO

VIII.GUIDO E IL SUO DISDEGNOMa no: l'ingegno non lo nomina neppure. Perchè quelle parole sono professione di, secondo il pensamento degli uomini, modestia. Dante dice: “È lo studio che mi fa quel che sono: io non duro altra fatica che in trascrivere ciò che mi si detta„. Certo l'ingegno è sottinteso: non è possibile poetare “sine strenuitateingeniietartisassiduitatescientiarumquehabitu„. (VE. 2, 4) È sottinteso: altra volta se lo riconosce e lo dicealto; (Inf. 2, 7) qui non ne parla. Ne parla anche a proposito de' suoi studi al loro principio o a dir meglio alla loro ripresa: nella sentenza d'un libro di Boezio e d'un altro di Tullio era entrato “tant'entro quanto l'arte di Gramatica ch'egliavea, e un poco disuoingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, già vedea; siccome nella Vita Nova si può vedere„.L'artedi gramatica e un pocod'ingegno, allora; ora l'abito delle scienze e l'assiduità dell'arte, con l'alto ingegno, sottinteso, però, nel conversare con Bonagiunta. Conversando con costui, Dante non ha già più sulla fronte il primo P, nè dà prova di quella vanagloria o superbia (che noi chiameremmo coscienza legittima di sè), della quale egli pur s'accusa in altra cornice (Pur. 13, 136), e della quale, chi ben consideri,dà prova nel trattare di quel peccato istesso, facendo che altri, nella finzione poetica, indichi, mentre indica esso, nella realtà, uno che all'uno e all'altro Guido toglierà la gloria della lingua, cioè del dire. (Pur. 11, 98) Con Bonagiunta fa professione di modestia. Il vecchio rimatore domanda se ha in presenza l'autore di quella tale e tanta novità; e il rimatore nuovo risponde: “Oh! non c'è da menarne vampo! è per un po' di studio che faccio, innamorato come sono del sapere!„ E tale studio e amore è così, per così dire, fuor di noi, s'appartiene così poco all'io che dentro noi “in alto galla„, che appunto il grande Poeta nostro lo raffigura in altra persona che con lui vada; in Virgilio. Ma l'ingegno si sottintende. L'amore spira; chi nota, se non l'ingegno? Lo studio detta; chi accoglie le sue parole, se non l'ingegno? Il “seguace ingegno„, come Dante stesso dice (Pur. 18, 40): “Le tue parole,„ cioè di te, o studio, “e il mio seguace ingegno... m'hanno amor discoverto„ cioè, mi hanno data la conoscenza di codesta teorica sull'amore. Così come quella volta, è sempre. Con lo studio, ci vuol l'ingegno; e si capisce bene, tanto che si può anche tacere; e con l'ingegno, ci vuol lo studio; il che non si vuol capire da tutti; dai vecchi rimatori, per un esempio, come il Notaro e Guittone e Bonagiunta, cui questo nodo ritenne di qua del dolce stil nuovo di Dante: dagli stolti rimatori per un altro (proprio altro?) esempio, che “arte scientiaque immunes, de solo ingenio confidentes„ si buttano ai grandi soggetti e al grande stile. Dante, no. Subito a principio della prima cantica del poema sacro esclama: (Inf. 2, 7)o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!o Muse, cioè, “tu, oscienza medesimadel poeta„. (VN. 25) Dunquescienzadel poeta oartepoetica, e ingegno. E a capo della seconda cantica (Pur. 1, 1) fa alzar le vele alla navicella del suo ingegno e chiama ancora le Muse, cioè la scienza o arte:O sante Muse, poichè vostro sono:come a dire che dell'arte poetica è ormai padrone. E a capo, infine, della terza più sublime parte dell'opera sua, se non l'alto ingegno, ha l'intelletto che “si profonda„,[59]e oltre le Muse dell'un giogo di Parnaso, ha il buono Apollo che siede nell'altro. Anche qui, dunque, ingegno e scienza o arte. E con essi, nomina, nella prima e nell'ultima cantica, in principio e in fine della visione, anche la mente che scrisse ciò che vide (Inf. 2, 8); e la mente che fece tesoro, sì, di qualche cosa del regno santo, non però di tutto, che non sa nè può ridire: (Par. 1, 5) la memoria, insomma. E noi pensiamo alle parole di Beatrice: (Par. 5, 40).Apri la mente a quel ch'io ti paleso,e fermalvi entro, chè non fa scienza,senza lo ritenere, aver inteso.Or come le cose che Dante nella sua visione vide eudì, appartengono tutte ora all'una ora all'altre di quellescientiaeche sono le membra della Sapienza (Co. 3, 11), così questo ritenere le cose che vide e udì, è tutt'uno con quelloscientiarum habitusche con l'ingegno strenuo e con l'arte assidua egli dice necessario al poeta che non sia stolto. (VE. 2, 4) Poichè “abito„ propriamente detto è un perfetto acquisto (Co. 3, 13), e così può ben ragguagliarsi a un apprendere non solo ma ritenere.[60]E usare, aggiungo; chè all'abito consegue l'uso di ciò che s'è perfettamente acquistato (Co. ib.); sì che noi leggendo questo verso (Par. 10, 43)perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,ci troviamo innanzi sempre quella triade: la strenuità dell'ingegno, l'assiduità dell'arte, l'abito delle scienze, che allora è perfetto, quando noi possiamo usarne.Fermiamo dunque nella mente nostra che Dante proclama necessari alla sua visione l'ingegno, l'arte e l'abito e uso conseguente delle scienze, ch'egli, quasi allegorizzando, dice non essere se non la memoria delle cose ch'egli udì e vide; e non vide certo nè udì a quel modo che dice; ma studiò e apprese e ritenne e usò. L'ingegno l'aveva da sè; ed egli lo riconosceva dalle gloriose stelle dei Gemini (Par. 22, 112), qual che egli si fosse; e anche assai giovane se lo riconosceva, sebben dicesse: un poco (Co. 2, 13); e lo riconosceva, perchè sottintesa, in tutto il libellodella Vita Nova, circola[61]questa frase del libro della Sapienza: “Puer... eramingeniosuset sortitus sum animam bonam„; frase che echeggia sotto le parole di Beatrice: (Pur. 30, 115).Questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.In tale sua virtualità era certo anche l'ingegno. Ingegno egli aveva: che gli mancava? Qual parola avrebbe usata Dante a indicare, nel proposito dell'ingegno, in una parola sola, quel che gli mancava? Nella Comedia fa dire a un angelo: L'altra vuol troppa d'ingegno e d'arte; fa dire a Virgilio: Tratto t'ho qui con ingegno e conarte(Pur. 9, 125; 27, 130); dice: La gente con ingegno edarteacquista. (Par. 14, 117) Facilmente questa parola,arte, avrebbe egli detta, come quegli che dice in vero che ne aveva una dall'arti, l'arte di grammatica, che non poteva bastare. E ad acquistarla, l'arte, ci si mise di proposito come afferma sul fine del suo libello: “di venire a ciò (a poter trattare più degnamente della benedetta) io studio quanto posso„; e lo conferma altrove dicendo di essersi messo a leggere un libro di Boezio e uno di Tullio, e poi d'aver trovato “vocaboli d'autori e di scienze e di libri„, e d'essere andato “nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti„. (Co. 2, 13) Ma così finiva egli forse con acquistare soltanto l'abito dell'arte? Anche l'altro abito, diciamo noi, quelloscientiarum. Ma l'uno adduceva l'altro, per naturale svolgimento, sì che adir l'uno si dice anche l'altro; e noi non crederemmo, per esempio, che Virgilio dicendo “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„, non comprendesse nella parola arte anche l'abito delle scienze, delle quali dà tante prove nel suo viaggio. E così leggendo nel libro dell'eloquenza volgare, che il volgare illustre cerca gli eccellentiingenio et scientia, e che gli ottimi concetti non possono essere se non dove èscientia et ingenium, e che l'ottima loquela non conviene se non a quelli in cui èingenium et scientia(VE. 2, 1), noi non esitiamo a credere che in quella parolascientiasia compreso tutto ciò che ci vuole, oltre l'ingegno; quindi, oltre l'assiduità dell'arte, anche l'abito delle scienze; o oltre questo, quella; sia chescientiacrediamo stia qui per arte, come parrebbe dal raffronto con la locuzionecasu magis quam arte(VE. 2, 4, 1), sia che valga perscientiae, come supporrebbesi col raffronto aarte scientiaque immunes(ib. 7). La fraseexcellentes ingenio et scientia, senz'alcun'ombra di dubbio, vale a indicare quelli stessi uomini, diletti di Dio e sublimati al cielo, che ebbero strenuità d'ingegno e assiduità d'arte e abito di scienze. E di questi era certo il Poeta che guida il rimatore nuovo per la sua lunga via! Ora egli si chiama studio e amore, interpretando; quello stesso studio e amore “il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia (cioè sapienza)„;[62]“quellostudio e quella affezione che suole precedere negli uomini la generazione dell'amistà, quando già dall'una parte è nato amore, e desiderasi e procurasi che sia dall'altra„. (Co. 3, 12).Or bene. Da una delle arche dell'inferno, sorge alla vista del viatore un'Ombra che è il padre del primo amico suo degli anni giovanili. (Inf. X, 51) L'ultima parola che suona nel discorso di Dante, sembra abbia avuta virtù di farlo levar su in ginocchione. Guarda, come se volesse vedere s'altriera col fiorentino che aveva parlato, e non vedendo un'Ombra come lui, oltre Dante, piangendo dice: “Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„ Poichè all'andare per quel cieco carcere si era resi idonei da qualcosa di cui almeno un elemento era l'ingegno (a giudizio del sepolto, era anzi l'unico); ebbene possiamo subito dire quali altri elementi costituivano quella facoltà, dato che ella non fosse costituita da quel solo elemento. Così se un bimbo dice: tu mi dai soltanto la buccia; noi intendiamo, che quel che ei vuole è costituito anche da polpa o gheriglio. E così se un altro dice: voglio solo il tuorlo; intendiamo che ciò che non vuole, è il bianco e magari il guscio. E dunque è certo già dalla domanda che, se Dante è per rispondere che l'alto ingegno (chericonosce a sè e riconosce al primo amico suo) non basta, risponderà che a Guido mancava, o ciò che è indicato dalle Muse e dalla mente che scrive, (Inf. 2, 7) in quel passo dove è l'alto ingegno; o ciò che è significato dai due gioghi di Parnaso e dalla memoria, nell'altro passo dove è l'intelletto che si profonda (Par. 1, 5); o ciò che è accennato dalle sante Muse e da Calliopea nell'altro luogo dove è la navicella dell'ingegno; (Pur. 1, 2) o ciò (aggiungo) che è simboleggiato in quella diva Pegasea, senza la quale gli ingegni avrebbero un bello essere alti ma non sarebbero gloriosi e longevi (Par. 18, 82); risponderà che a Guido mancava ciò che è accoppiato da solo con ingegno nella Comedia, ossia l'arte; ciò che è accoppiato a ingegno da solo nella Volgare Eloquenza, ossia la scienza; ciò che nel poema e nel trattato è meglio esplicato per due elementi, ossia l'arte e l'uso, ossia l'assiduità dell'arte e l'abito delle scienze, ossia, come si dice, ricapitolando, in questo ultimo passo,l'arte e la scienza. E Dante parla e dice: Da me stesso non vegno. Dunque risponde negando ciò che il sepolto ha affermato: Tu vai per altezza di ingegno. E Dante aggiunge: Mimenaper il cieco carcere quell'Ombra che attende là. Dunque dice: per qui mi mena, non ciò che dite voi, o almeno non ciò solo, ma lo studio; lo studio o amore (ripetiamo con le parole del Convivio 3, 12) “il qualemenal'uomo all'abitodell'arte e della scienza„. Invero quell'Ombra è un savio gentil che tutto seppe, è uno “che onora ogniscienza ed arte„. E Dante conclude:forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.Ebbe: perchè lo studio che ora menava Dante per il cieco carcere, era cominciato da un buon po'; e da un buon po' avrebbe dovuto cominciare in Guido, se voleva fare il medesimo viaggio; da un buon po', come assevera Dante stesso, sul principio del poema, a Virgilio: (Inf. 1, 84) “Vagliami il lungo studio„ oltre il grande amore. Ebbe: perchè si tratta dello studio che conduce all'arte e alla scienza, e non di queste medesime; chè allora Dante avrebbe detto: “Aveva in disdegno, quand'io mi mossi; ha in disdegno, ora che vo„. Ebbe; e non si può dire se non,ebbe; quell'ebbeche non sta con alcun'altra interpretazione. L'ingegno Guido l'aveva, e alto, come per bocca del padre di lui proclama il primo di lui amico; ma che è l'ingegno? L'ingegno è come, sulle panche di scuola, il bimbo che scrive a dettatura dell'amore o studio; ossia èseguacedelleparoledi codestui, che attende là: se non c'è lui che parli e che detti, che cosa intende, che cosa scrive questo bimbo dell'ingegno? E così il nostro Poeta con Cavalcante fa la stessa professione di modestia, che farà con Bonagiunta. “Da me stesso„ non farei nulla; chi fa è un altro, sono altri; sono i grandi poeti e i grandi filosofi che mi parlano e mi dettano.[63]Così Dante non dice di Guido filosofo e autored'una nobile canzone filosofica: Non fu o era filosofo. Non dice di Guido poeta e partecipe con lui dello sdegno per gli stolti rimatori, e tale che tolse all'altro Guido la gloria della lingua: Non fu poeta. Il che è ben assurdo che Dante dicesse, quando sappiamo che non lo pensava: nello sdegno, in vero, per quelli che rimano stoltamente, senza verace intendimento, sono implicite, a non parlar d'altro, le conoscenze filosofiche e artistiche: (VN. 25) e, se l'avesse pensato, assurdissimo sarebbe che lo dicesse al padre amoroso, e così seccamente. E poi avrebbe detto: Non era, quando m'avviai, non è, ora che sono in via, filosofo o poeta; e dice invece: Ebbe a disdegno. E altrettanto assurdo è pensare che, secondo il pensiero di Dante, avesse avuto a disdegno, in Virgilio, la latinità. Sì: da Guido fu Dante confermato nel suo consiglio di scrivere in volgare la Vita Nova: “lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare... e simile intenzione so che ebbe questo mio amico a cui ciò scrivo, cioè che io gli scrivessi solamente in volgare„ (VN. 31). Fu confermato in tal consiglio, e così bene, che Dante poi difese l'uso del volgare nel Convivio e ne teorizzò nel trattato della Eloquenza e lo sublimò nella Comedia. E ora, con le parole di appunto questa sua Comedia in volgare, rimprovererebbe tal consiglio di lui e tal uso di tutti e due all'amico? E più che mai è assurdo pensare a un disdegno di Guido per la ragione sommessa alla fede; la qual ragione così sommessa fosse simboleggiata in colui che attende là. Il che non è; ma se fosse, a Dante si farebbe dire che Guido, d'alto ingegno, non disdegnava la sommessione alla fede, bensì la ragione;come, per tacer d'altro, si rileverebbe dalle parole di Virgilio: (Pur. 18, 46)Quanto ragion qui vededirti poss'io, da indi in là t'aspettapure a Beatrice ch'è opra di fede.Nè si esce dall'assurdo, imaginando che la disdegnata o il disdegnato sia Beatrice o Dio. Lasciando al solito ogni altra considerazione, la risposta, in tal caso, di Dante non sarebbe cominciata col dire: Da me stesso non vegno; e non avrebbe continuato con l'indicare la guida; ma poniamo anche che il Poeta con quel giro di parole mostri... che altro se non una cotal vergogna di andare a Dio o Beatrice? Poniamo questo assurdo: ma il fatto è che Dante nella sua risposta non inchiuderebbe se non la notizia che era inclusa nella domanda del Cavalcante, il quale sapendo che Dante è vivo e va per il cieco carcere, sa appunto che fa un viaggio di contemplazione, con la suaaltezza d'ingegno, e che la contemplazione è di Dio.Ma che giova indugiarci? La mia dichiarazione non è di quelle che hanno bisogno dell'assurdo delle altre, per essere probabili.[64]È indubitabile, la mia dichiarazione. Dante risponde umilmente al padre di Guido: gli dice: Faccio questo viaggio perchè mi sono fatto seguace, servo, discepolo di colui, che è mio duca, signore, maestro. E con ciò non dice, al padre di Guido, che questi non istudiò; bensì che non istudiò tanto da bastare a tal via. Dice soltantoche questi non si diede a tale umile e paziente studio a quale si era dato esso. E perciò l'arte, che da sè può esprimere ciò che occorre oltre l'ingegno, l'arte che è la parola al cui suono par destarsi dal suo letto il padre di Guido, l'arte di Guido non era quanta bisognava. Ma, pur nel fare un appunto al suo primo amico, Dante ponendo la causa invece dell'effetto, indicando lo studio piuttosto che l'arte, lo viene in certo modo a scusare. Lo studio i poeti sogliono (e solevano anche al tempo di Dante), quasi per proprio istituto, spregiarlo o sdegnarlo. Essi preferiscono dovere i loro canti a qualche cosa che non è loro merito se l'hanno, come non è nostra colpa se non l'abbiamo, cioè all'ingegno; di quello che a qualche altra cosa che è nel poter nostro averla o non averla, e quindi è vero merito se l'abbiamo e vero demerito se non l'abbiamo: allo studio. Tant'è: e il padre di Guido, che ha l'orgoglio di padre, mostra anch'esso, con quel fissarsi sull'altezza dell'ingegno, di non aver presente allo spirito quell'altro termine del binomio e di non curarne più che tanto. E Guido stesso, ciò che di lui morto dice l'amico, se l'avesse potuto udir da vivo, oh! quasi quasi l'avrebbe ascoltato con piacere. Chè l'amico gli riconosceva ciò che non è in noi acquistare quando manca, e gli negava solo ciò che si può avere quando si voglia e da chi si voglia. E poi,forse! poi, non del tutto! Virgilio personifica, sì, lo studio di Dante e l'amore; ma, ripeto, uno studio che fu lungo e un amore che fu grande. Andare col “savio gentil che tutto seppe„ significa saper tutto. Udire da Virgilio tante dichiarazioni storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche e vai dicendo, vuol dire avere studiatostoria, mitologia, filosofia, teologia: tutto il trivio e tutto il quadrivio e altro. E avere appreso e ritenuto.[65]Nel che è da osservare che se è vero che Dante raffigura in Virgilio che lo volve per gli empi giri, lo studio che mena all'abito dell'arte e della scienza, non è men vero che viene a rappresentare in lui l'abito stesso, e l'uso d'esso: perchè Dante finge sì d'essere addottrinato via via da Virgilio, ma s'intende che quelle dottrine e' le possiede già; possiede l'arte con cui egli scrive e possiede la scienza della quale egli tratta. S'intende. E s'intende, per contrario, che, quando, vedendo l'Ombra nel gran deserto, dice a lei: Miserere di me!, non da quel momento vede Virgilio e l'opera sua, e non da quel momento comincia lo studio, che in Virgilio o nel suo volume è simboleggiato. Lo grida egli stesso, che non comincia d'allora!vagliami il lungo studio e il grande amoreche m'han fatto cercar lo tuo volume!Che m'han fatto! Quando? nella selva oscura? mentre avanzava verso la lonza e arretrava avanti la lupa? E sì, il tempo del verbo farebbe pensare proprio a quel mattino! Ma nell'allegoria Dantesca il veraceintendimento è nascosto sotto una vesta di figura; non è a parte a parte e del tutto impersonato in tante figure. Scoprendo via via tal vesta o tal velame, voi vedete il verace intendimento che si svolge sovente con parole sue proprie.Or qui, dunque, ci chiediamo: Quando cominciò lo studio lungo, che è simboleggiato in Virgilio? Poichè Dante dice che Guido l'ebbe a disdegno tale studio, questo non cominciò, credo io, quando i due amici procedevano unanimi e a pari a pari per la stessa via; non cominciò, vedo io, quando Dante trasse fuori le nove rime. Sino ad allora lo studio, e l'arte e scienza conseguenti, di Guido doveva parere a Dante non dissimile nè disuguale dal suo proprio, se fa dire a Bonagiunta “le vostre penne„, tra le quali è intuitivo sia compresa anche quella del vincitore dell'altro Guido, quella del primo suo amico d'allora, che la pensava come lui riguardo al volgare, a cui aveva “scritta„ la Vita Nova, con cui s'accordava nel disprezzo dei rimatori stolti. Ma nel Convivio non nomina Guido, nemmeno a proposito dell'uso del volgare; ma nel trattato dell'eloquenza, più e meglio che Guido, nomina Cino e sè. Nella Comedia, riferendosi al trecento, e afferma che questo Guido tolse all'altro la gloria della lingua e assevera che non imprese quel lungo studio che aveva impreso esso. Non si tratta dunque di quel tanto pensar che Dante fece prima e dopo quel cominciamento della canzone, prima delle rime nove e del dolce stil novo e della materia nova. Si viene invece, innegabilmente, all'altro momento della vita di Dante, quand'egli ci narra d'essersi messo in un nuovo proposito. Ce lo narra due volte. La prima:“Apparve a me una mirabil visione nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso„. (VN. 43) La seconda: “Dopo alquanto tempo, la mia mente, che si argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio... E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro... misimi a leggere quello... E... io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri... E... cominciai ad andare... nelle scuole dei religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi„, cominciai a essere assai addottrinato in filosofia. (Co. 2, 13) Della qual filosofia tratta in quel libro. Ora e questa filosofia trattata nel Convivio e quell'argomento promesso nella Vita Nova, rampollano, per così dire, da un fatto che segnò nel libello giovanile una terza rubrica (la primaIncipit Vita Nova, la seconda, le rime nuove o la lauda della gentilissima), e introducono una materia nuova rispetto a quella nuova che la precede. Il cominciamento, questa volta, era di Geremia profeta.Quomodo sedet sola... Dante aveva concepita la terza canzone delle rime nuove, e ne aveva già composta la prima stanza, quando e interuppe la canzone e lasciò il suo disegno di “tragedia„ e persino, per un momento, il suo proposito di scrivere in volgare. Al qual momento va riferito, se mai, il consiglio di Guido; enon al primo principio del libello.Quomodo sedet sola civitas... E aggiunge: “E questo dico, acciò che altri non si maravigli, perchè io lo abbia allegato di sopra, quasi come entrata de lanovamateria che appresso viene„. Questa nova materia comincia alla morte della gentilissima.

Ma no: l'ingegno non lo nomina neppure. Perchè quelle parole sono professione di, secondo il pensamento degli uomini, modestia. Dante dice: “È lo studio che mi fa quel che sono: io non duro altra fatica che in trascrivere ciò che mi si detta„. Certo l'ingegno è sottinteso: non è possibile poetare “sine strenuitateingeniietartisassiduitatescientiarumquehabitu„. (VE. 2, 4) È sottinteso: altra volta se lo riconosce e lo dicealto; (Inf. 2, 7) qui non ne parla. Ne parla anche a proposito de' suoi studi al loro principio o a dir meglio alla loro ripresa: nella sentenza d'un libro di Boezio e d'un altro di Tullio era entrato “tant'entro quanto l'arte di Gramatica ch'egliavea, e un poco disuoingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, già vedea; siccome nella Vita Nova si può vedere„.L'artedi gramatica e un pocod'ingegno, allora; ora l'abito delle scienze e l'assiduità dell'arte, con l'alto ingegno, sottinteso, però, nel conversare con Bonagiunta. Conversando con costui, Dante non ha già più sulla fronte il primo P, nè dà prova di quella vanagloria o superbia (che noi chiameremmo coscienza legittima di sè), della quale egli pur s'accusa in altra cornice (Pur. 13, 136), e della quale, chi ben consideri,dà prova nel trattare di quel peccato istesso, facendo che altri, nella finzione poetica, indichi, mentre indica esso, nella realtà, uno che all'uno e all'altro Guido toglierà la gloria della lingua, cioè del dire. (Pur. 11, 98) Con Bonagiunta fa professione di modestia. Il vecchio rimatore domanda se ha in presenza l'autore di quella tale e tanta novità; e il rimatore nuovo risponde: “Oh! non c'è da menarne vampo! è per un po' di studio che faccio, innamorato come sono del sapere!„ E tale studio e amore è così, per così dire, fuor di noi, s'appartiene così poco all'io che dentro noi “in alto galla„, che appunto il grande Poeta nostro lo raffigura in altra persona che con lui vada; in Virgilio. Ma l'ingegno si sottintende. L'amore spira; chi nota, se non l'ingegno? Lo studio detta; chi accoglie le sue parole, se non l'ingegno? Il “seguace ingegno„, come Dante stesso dice (Pur. 18, 40): “Le tue parole,„ cioè di te, o studio, “e il mio seguace ingegno... m'hanno amor discoverto„ cioè, mi hanno data la conoscenza di codesta teorica sull'amore. Così come quella volta, è sempre. Con lo studio, ci vuol l'ingegno; e si capisce bene, tanto che si può anche tacere; e con l'ingegno, ci vuol lo studio; il che non si vuol capire da tutti; dai vecchi rimatori, per un esempio, come il Notaro e Guittone e Bonagiunta, cui questo nodo ritenne di qua del dolce stil nuovo di Dante: dagli stolti rimatori per un altro (proprio altro?) esempio, che “arte scientiaque immunes, de solo ingenio confidentes„ si buttano ai grandi soggetti e al grande stile. Dante, no. Subito a principio della prima cantica del poema sacro esclama: (Inf. 2, 7)

o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!

o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!

o Muse, cioè, “tu, oscienza medesimadel poeta„. (VN. 25) Dunquescienzadel poeta oartepoetica, e ingegno. E a capo della seconda cantica (Pur. 1, 1) fa alzar le vele alla navicella del suo ingegno e chiama ancora le Muse, cioè la scienza o arte:

O sante Muse, poichè vostro sono:

O sante Muse, poichè vostro sono:

come a dire che dell'arte poetica è ormai padrone. E a capo, infine, della terza più sublime parte dell'opera sua, se non l'alto ingegno, ha l'intelletto che “si profonda„,[59]e oltre le Muse dell'un giogo di Parnaso, ha il buono Apollo che siede nell'altro. Anche qui, dunque, ingegno e scienza o arte. E con essi, nomina, nella prima e nell'ultima cantica, in principio e in fine della visione, anche la mente che scrisse ciò che vide (Inf. 2, 8); e la mente che fece tesoro, sì, di qualche cosa del regno santo, non però di tutto, che non sa nè può ridire: (Par. 1, 5) la memoria, insomma. E noi pensiamo alle parole di Beatrice: (Par. 5, 40).

Apri la mente a quel ch'io ti paleso,e fermalvi entro, chè non fa scienza,senza lo ritenere, aver inteso.

Apri la mente a quel ch'io ti paleso,e fermalvi entro, chè non fa scienza,senza lo ritenere, aver inteso.

Or come le cose che Dante nella sua visione vide eudì, appartengono tutte ora all'una ora all'altre di quellescientiaeche sono le membra della Sapienza (Co. 3, 11), così questo ritenere le cose che vide e udì, è tutt'uno con quelloscientiarum habitusche con l'ingegno strenuo e con l'arte assidua egli dice necessario al poeta che non sia stolto. (VE. 2, 4) Poichè “abito„ propriamente detto è un perfetto acquisto (Co. 3, 13), e così può ben ragguagliarsi a un apprendere non solo ma ritenere.[60]E usare, aggiungo; chè all'abito consegue l'uso di ciò che s'è perfettamente acquistato (Co. ib.); sì che noi leggendo questo verso (Par. 10, 43)

perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,

perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,

ci troviamo innanzi sempre quella triade: la strenuità dell'ingegno, l'assiduità dell'arte, l'abito delle scienze, che allora è perfetto, quando noi possiamo usarne.

Fermiamo dunque nella mente nostra che Dante proclama necessari alla sua visione l'ingegno, l'arte e l'abito e uso conseguente delle scienze, ch'egli, quasi allegorizzando, dice non essere se non la memoria delle cose ch'egli udì e vide; e non vide certo nè udì a quel modo che dice; ma studiò e apprese e ritenne e usò. L'ingegno l'aveva da sè; ed egli lo riconosceva dalle gloriose stelle dei Gemini (Par. 22, 112), qual che egli si fosse; e anche assai giovane se lo riconosceva, sebben dicesse: un poco (Co. 2, 13); e lo riconosceva, perchè sottintesa, in tutto il libellodella Vita Nova, circola[61]questa frase del libro della Sapienza: “Puer... eramingeniosuset sortitus sum animam bonam„; frase che echeggia sotto le parole di Beatrice: (Pur. 30, 115).

Questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.

Questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.

In tale sua virtualità era certo anche l'ingegno. Ingegno egli aveva: che gli mancava? Qual parola avrebbe usata Dante a indicare, nel proposito dell'ingegno, in una parola sola, quel che gli mancava? Nella Comedia fa dire a un angelo: L'altra vuol troppa d'ingegno e d'arte; fa dire a Virgilio: Tratto t'ho qui con ingegno e conarte(Pur. 9, 125; 27, 130); dice: La gente con ingegno edarteacquista. (Par. 14, 117) Facilmente questa parola,arte, avrebbe egli detta, come quegli che dice in vero che ne aveva una dall'arti, l'arte di grammatica, che non poteva bastare. E ad acquistarla, l'arte, ci si mise di proposito come afferma sul fine del suo libello: “di venire a ciò (a poter trattare più degnamente della benedetta) io studio quanto posso„; e lo conferma altrove dicendo di essersi messo a leggere un libro di Boezio e uno di Tullio, e poi d'aver trovato “vocaboli d'autori e di scienze e di libri„, e d'essere andato “nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti„. (Co. 2, 13) Ma così finiva egli forse con acquistare soltanto l'abito dell'arte? Anche l'altro abito, diciamo noi, quelloscientiarum. Ma l'uno adduceva l'altro, per naturale svolgimento, sì che adir l'uno si dice anche l'altro; e noi non crederemmo, per esempio, che Virgilio dicendo “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„, non comprendesse nella parola arte anche l'abito delle scienze, delle quali dà tante prove nel suo viaggio. E così leggendo nel libro dell'eloquenza volgare, che il volgare illustre cerca gli eccellentiingenio et scientia, e che gli ottimi concetti non possono essere se non dove èscientia et ingenium, e che l'ottima loquela non conviene se non a quelli in cui èingenium et scientia(VE. 2, 1), noi non esitiamo a credere che in quella parolascientiasia compreso tutto ciò che ci vuole, oltre l'ingegno; quindi, oltre l'assiduità dell'arte, anche l'abito delle scienze; o oltre questo, quella; sia chescientiacrediamo stia qui per arte, come parrebbe dal raffronto con la locuzionecasu magis quam arte(VE. 2, 4, 1), sia che valga perscientiae, come supporrebbesi col raffronto aarte scientiaque immunes(ib. 7). La fraseexcellentes ingenio et scientia, senz'alcun'ombra di dubbio, vale a indicare quelli stessi uomini, diletti di Dio e sublimati al cielo, che ebbero strenuità d'ingegno e assiduità d'arte e abito di scienze. E di questi era certo il Poeta che guida il rimatore nuovo per la sua lunga via! Ora egli si chiama studio e amore, interpretando; quello stesso studio e amore “il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia (cioè sapienza)„;[62]“quellostudio e quella affezione che suole precedere negli uomini la generazione dell'amistà, quando già dall'una parte è nato amore, e desiderasi e procurasi che sia dall'altra„. (Co. 3, 12).

Or bene. Da una delle arche dell'inferno, sorge alla vista del viatore un'Ombra che è il padre del primo amico suo degli anni giovanili. (Inf. X, 51) L'ultima parola che suona nel discorso di Dante, sembra abbia avuta virtù di farlo levar su in ginocchione. Guarda, come se volesse vedere s'altriera col fiorentino che aveva parlato, e non vedendo un'Ombra come lui, oltre Dante, piangendo dice: “Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„ Poichè all'andare per quel cieco carcere si era resi idonei da qualcosa di cui almeno un elemento era l'ingegno (a giudizio del sepolto, era anzi l'unico); ebbene possiamo subito dire quali altri elementi costituivano quella facoltà, dato che ella non fosse costituita da quel solo elemento. Così se un bimbo dice: tu mi dai soltanto la buccia; noi intendiamo, che quel che ei vuole è costituito anche da polpa o gheriglio. E così se un altro dice: voglio solo il tuorlo; intendiamo che ciò che non vuole, è il bianco e magari il guscio. E dunque è certo già dalla domanda che, se Dante è per rispondere che l'alto ingegno (chericonosce a sè e riconosce al primo amico suo) non basta, risponderà che a Guido mancava, o ciò che è indicato dalle Muse e dalla mente che scrive, (Inf. 2, 7) in quel passo dove è l'alto ingegno; o ciò che è significato dai due gioghi di Parnaso e dalla memoria, nell'altro passo dove è l'intelletto che si profonda (Par. 1, 5); o ciò che è accennato dalle sante Muse e da Calliopea nell'altro luogo dove è la navicella dell'ingegno; (Pur. 1, 2) o ciò (aggiungo) che è simboleggiato in quella diva Pegasea, senza la quale gli ingegni avrebbero un bello essere alti ma non sarebbero gloriosi e longevi (Par. 18, 82); risponderà che a Guido mancava ciò che è accoppiato da solo con ingegno nella Comedia, ossia l'arte; ciò che è accoppiato a ingegno da solo nella Volgare Eloquenza, ossia la scienza; ciò che nel poema e nel trattato è meglio esplicato per due elementi, ossia l'arte e l'uso, ossia l'assiduità dell'arte e l'abito delle scienze, ossia, come si dice, ricapitolando, in questo ultimo passo,l'arte e la scienza. E Dante parla e dice: Da me stesso non vegno. Dunque risponde negando ciò che il sepolto ha affermato: Tu vai per altezza di ingegno. E Dante aggiunge: Mimenaper il cieco carcere quell'Ombra che attende là. Dunque dice: per qui mi mena, non ciò che dite voi, o almeno non ciò solo, ma lo studio; lo studio o amore (ripetiamo con le parole del Convivio 3, 12) “il qualemenal'uomo all'abitodell'arte e della scienza„. Invero quell'Ombra è un savio gentil che tutto seppe, è uno “che onora ogniscienza ed arte„. E Dante conclude:

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

Ebbe: perchè lo studio che ora menava Dante per il cieco carcere, era cominciato da un buon po'; e da un buon po' avrebbe dovuto cominciare in Guido, se voleva fare il medesimo viaggio; da un buon po', come assevera Dante stesso, sul principio del poema, a Virgilio: (Inf. 1, 84) “Vagliami il lungo studio„ oltre il grande amore. Ebbe: perchè si tratta dello studio che conduce all'arte e alla scienza, e non di queste medesime; chè allora Dante avrebbe detto: “Aveva in disdegno, quand'io mi mossi; ha in disdegno, ora che vo„. Ebbe; e non si può dire se non,ebbe; quell'ebbeche non sta con alcun'altra interpretazione. L'ingegno Guido l'aveva, e alto, come per bocca del padre di lui proclama il primo di lui amico; ma che è l'ingegno? L'ingegno è come, sulle panche di scuola, il bimbo che scrive a dettatura dell'amore o studio; ossia èseguacedelleparoledi codestui, che attende là: se non c'è lui che parli e che detti, che cosa intende, che cosa scrive questo bimbo dell'ingegno? E così il nostro Poeta con Cavalcante fa la stessa professione di modestia, che farà con Bonagiunta. “Da me stesso„ non farei nulla; chi fa è un altro, sono altri; sono i grandi poeti e i grandi filosofi che mi parlano e mi dettano.[63]

Così Dante non dice di Guido filosofo e autored'una nobile canzone filosofica: Non fu o era filosofo. Non dice di Guido poeta e partecipe con lui dello sdegno per gli stolti rimatori, e tale che tolse all'altro Guido la gloria della lingua: Non fu poeta. Il che è ben assurdo che Dante dicesse, quando sappiamo che non lo pensava: nello sdegno, in vero, per quelli che rimano stoltamente, senza verace intendimento, sono implicite, a non parlar d'altro, le conoscenze filosofiche e artistiche: (VN. 25) e, se l'avesse pensato, assurdissimo sarebbe che lo dicesse al padre amoroso, e così seccamente. E poi avrebbe detto: Non era, quando m'avviai, non è, ora che sono in via, filosofo o poeta; e dice invece: Ebbe a disdegno. E altrettanto assurdo è pensare che, secondo il pensiero di Dante, avesse avuto a disdegno, in Virgilio, la latinità. Sì: da Guido fu Dante confermato nel suo consiglio di scrivere in volgare la Vita Nova: “lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare... e simile intenzione so che ebbe questo mio amico a cui ciò scrivo, cioè che io gli scrivessi solamente in volgare„ (VN. 31). Fu confermato in tal consiglio, e così bene, che Dante poi difese l'uso del volgare nel Convivio e ne teorizzò nel trattato della Eloquenza e lo sublimò nella Comedia. E ora, con le parole di appunto questa sua Comedia in volgare, rimprovererebbe tal consiglio di lui e tal uso di tutti e due all'amico? E più che mai è assurdo pensare a un disdegno di Guido per la ragione sommessa alla fede; la qual ragione così sommessa fosse simboleggiata in colui che attende là. Il che non è; ma se fosse, a Dante si farebbe dire che Guido, d'alto ingegno, non disdegnava la sommessione alla fede, bensì la ragione;come, per tacer d'altro, si rileverebbe dalle parole di Virgilio: (Pur. 18, 46)

Quanto ragion qui vededirti poss'io, da indi in là t'aspettapure a Beatrice ch'è opra di fede.

Quanto ragion qui vededirti poss'io, da indi in là t'aspettapure a Beatrice ch'è opra di fede.

Nè si esce dall'assurdo, imaginando che la disdegnata o il disdegnato sia Beatrice o Dio. Lasciando al solito ogni altra considerazione, la risposta, in tal caso, di Dante non sarebbe cominciata col dire: Da me stesso non vegno; e non avrebbe continuato con l'indicare la guida; ma poniamo anche che il Poeta con quel giro di parole mostri... che altro se non una cotal vergogna di andare a Dio o Beatrice? Poniamo questo assurdo: ma il fatto è che Dante nella sua risposta non inchiuderebbe se non la notizia che era inclusa nella domanda del Cavalcante, il quale sapendo che Dante è vivo e va per il cieco carcere, sa appunto che fa un viaggio di contemplazione, con la suaaltezza d'ingegno, e che la contemplazione è di Dio.

Ma che giova indugiarci? La mia dichiarazione non è di quelle che hanno bisogno dell'assurdo delle altre, per essere probabili.[64]È indubitabile, la mia dichiarazione. Dante risponde umilmente al padre di Guido: gli dice: Faccio questo viaggio perchè mi sono fatto seguace, servo, discepolo di colui, che è mio duca, signore, maestro. E con ciò non dice, al padre di Guido, che questi non istudiò; bensì che non istudiò tanto da bastare a tal via. Dice soltantoche questi non si diede a tale umile e paziente studio a quale si era dato esso. E perciò l'arte, che da sè può esprimere ciò che occorre oltre l'ingegno, l'arte che è la parola al cui suono par destarsi dal suo letto il padre di Guido, l'arte di Guido non era quanta bisognava. Ma, pur nel fare un appunto al suo primo amico, Dante ponendo la causa invece dell'effetto, indicando lo studio piuttosto che l'arte, lo viene in certo modo a scusare. Lo studio i poeti sogliono (e solevano anche al tempo di Dante), quasi per proprio istituto, spregiarlo o sdegnarlo. Essi preferiscono dovere i loro canti a qualche cosa che non è loro merito se l'hanno, come non è nostra colpa se non l'abbiamo, cioè all'ingegno; di quello che a qualche altra cosa che è nel poter nostro averla o non averla, e quindi è vero merito se l'abbiamo e vero demerito se non l'abbiamo: allo studio. Tant'è: e il padre di Guido, che ha l'orgoglio di padre, mostra anch'esso, con quel fissarsi sull'altezza dell'ingegno, di non aver presente allo spirito quell'altro termine del binomio e di non curarne più che tanto. E Guido stesso, ciò che di lui morto dice l'amico, se l'avesse potuto udir da vivo, oh! quasi quasi l'avrebbe ascoltato con piacere. Chè l'amico gli riconosceva ciò che non è in noi acquistare quando manca, e gli negava solo ciò che si può avere quando si voglia e da chi si voglia. E poi,forse! poi, non del tutto! Virgilio personifica, sì, lo studio di Dante e l'amore; ma, ripeto, uno studio che fu lungo e un amore che fu grande. Andare col “savio gentil che tutto seppe„ significa saper tutto. Udire da Virgilio tante dichiarazioni storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche e vai dicendo, vuol dire avere studiatostoria, mitologia, filosofia, teologia: tutto il trivio e tutto il quadrivio e altro. E avere appreso e ritenuto.[65]

Nel che è da osservare che se è vero che Dante raffigura in Virgilio che lo volve per gli empi giri, lo studio che mena all'abito dell'arte e della scienza, non è men vero che viene a rappresentare in lui l'abito stesso, e l'uso d'esso: perchè Dante finge sì d'essere addottrinato via via da Virgilio, ma s'intende che quelle dottrine e' le possiede già; possiede l'arte con cui egli scrive e possiede la scienza della quale egli tratta. S'intende. E s'intende, per contrario, che, quando, vedendo l'Ombra nel gran deserto, dice a lei: Miserere di me!, non da quel momento vede Virgilio e l'opera sua, e non da quel momento comincia lo studio, che in Virgilio o nel suo volume è simboleggiato. Lo grida egli stesso, che non comincia d'allora!

vagliami il lungo studio e il grande amoreche m'han fatto cercar lo tuo volume!

vagliami il lungo studio e il grande amoreche m'han fatto cercar lo tuo volume!

Che m'han fatto! Quando? nella selva oscura? mentre avanzava verso la lonza e arretrava avanti la lupa? E sì, il tempo del verbo farebbe pensare proprio a quel mattino! Ma nell'allegoria Dantesca il veraceintendimento è nascosto sotto una vesta di figura; non è a parte a parte e del tutto impersonato in tante figure. Scoprendo via via tal vesta o tal velame, voi vedete il verace intendimento che si svolge sovente con parole sue proprie.

Or qui, dunque, ci chiediamo: Quando cominciò lo studio lungo, che è simboleggiato in Virgilio? Poichè Dante dice che Guido l'ebbe a disdegno tale studio, questo non cominciò, credo io, quando i due amici procedevano unanimi e a pari a pari per la stessa via; non cominciò, vedo io, quando Dante trasse fuori le nove rime. Sino ad allora lo studio, e l'arte e scienza conseguenti, di Guido doveva parere a Dante non dissimile nè disuguale dal suo proprio, se fa dire a Bonagiunta “le vostre penne„, tra le quali è intuitivo sia compresa anche quella del vincitore dell'altro Guido, quella del primo suo amico d'allora, che la pensava come lui riguardo al volgare, a cui aveva “scritta„ la Vita Nova, con cui s'accordava nel disprezzo dei rimatori stolti. Ma nel Convivio non nomina Guido, nemmeno a proposito dell'uso del volgare; ma nel trattato dell'eloquenza, più e meglio che Guido, nomina Cino e sè. Nella Comedia, riferendosi al trecento, e afferma che questo Guido tolse all'altro la gloria della lingua e assevera che non imprese quel lungo studio che aveva impreso esso. Non si tratta dunque di quel tanto pensar che Dante fece prima e dopo quel cominciamento della canzone, prima delle rime nove e del dolce stil novo e della materia nova. Si viene invece, innegabilmente, all'altro momento della vita di Dante, quand'egli ci narra d'essersi messo in un nuovo proposito. Ce lo narra due volte. La prima:“Apparve a me una mirabil visione nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso„. (VN. 43) La seconda: “Dopo alquanto tempo, la mia mente, che si argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio... E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro... misimi a leggere quello... E... io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri... E... cominciai ad andare... nelle scuole dei religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi„, cominciai a essere assai addottrinato in filosofia. (Co. 2, 13) Della qual filosofia tratta in quel libro. Ora e questa filosofia trattata nel Convivio e quell'argomento promesso nella Vita Nova, rampollano, per così dire, da un fatto che segnò nel libello giovanile una terza rubrica (la primaIncipit Vita Nova, la seconda, le rime nuove o la lauda della gentilissima), e introducono una materia nuova rispetto a quella nuova che la precede. Il cominciamento, questa volta, era di Geremia profeta.Quomodo sedet sola... Dante aveva concepita la terza canzone delle rime nuove, e ne aveva già composta la prima stanza, quando e interuppe la canzone e lasciò il suo disegno di “tragedia„ e persino, per un momento, il suo proposito di scrivere in volgare. Al qual momento va riferito, se mai, il consiglio di Guido; enon al primo principio del libello.Quomodo sedet sola civitas... E aggiunge: “E questo dico, acciò che altri non si maravigli, perchè io lo abbia allegato di sopra, quasi come entrata de lanovamateria che appresso viene„. Questa nova materia comincia alla morte della gentilissima.


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