XI.LA VITA NOVAI due argomenti, anzi l'unico sdoppiato, sono compresi in quel libello che Dante chiamò Vita Nova. Che voglia dir vita nova, si dubita. Certo è ch'ella cominciò per Dante, e secondo lui comincia per tutti, nove anni dopo la nascita; perchè il libro della memoria“dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„, ha una rubrica appunto ai nove anni, la qual dice:Incipit vita nova. Nella Comedia egli usò altra volta queste parole,vita nova: (Pur. 30, 115)questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.La vita nuova sarà, dunque, quella in cui la virtualità dell'uomo può cominciare a svolgersi in abiti, destri o sinistri, buoni o cattivi.E Dante pensa così: “Incontra che dell'umano seme e di queste virtù (la disposizione del cielo) più e men pura anima si produce; e secondo la sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile... E s'elli avviene che per la purità dell'anima ricevente, la intellettuale virtù sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontà in lei multiplica, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella: e quindi si multiplica nell'anima di questa intelligenzia, secondochè ricever può: e questo è quel seme di felicità...„ (Co. 4, 21) L'anima di Dante (dice quel terzetto) era pura e aveva ricevuta la intellettuale virtù bene astratta, e in lei la divina bontà multiplicava. Ma il medesimo concetto si esprime poi “pel modo teologico, cioè divino e spirituale„, mentre il modo sopra scritto è “naturale„. Dunque “per via teologica si può dire, che poichè la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto apparecchiata è a riceverne„. (Co. ib.) Questo beneficio consiste nei doni dello Spirito Santo, che sono come una sementa, il cuiprimo e più nobile rampollo “si è l'appetito dell'animo„; un tallo, come già riferii, che si ha a indurare e rifermare.[72]Or questo tallo s'indura e riferma in quella delle quattro età dell'uomo, la quale si può assomigliare alla primavera (ib. 23), in quell'età che è entrata nella buona vita, e ad essa entrata la buona natura dà certe cose, come “alla vite le foglie per difensione del frutto, e i vignuoli, colli quali difende e lega la sua imbecillità„ (ib. 24); in quell'età in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„ (ib.); in quell'età che si chiama adolescenza, nella quale, “dinanzi all'entrata disuagioventute„ afferma d'aver parlato (Co. 1, 19); e che si può chiamarnova, come in latinonovumsi aggiunge aver, e in volgare si dice di tutto ciò che risulta “da molte e grandi trasmutazioni„.Novadunque questavita, perchè è adolescenza, non, come volle alcuno, gioventù. Nella gioventù quel tallo è già adulto, e, dritto o storto, non c'è più che fare. Nella gioventù l'appetito caccia e fugge, bene o male secondo che fu bene culto nell'adolescenza, e secondo che in essa gioventù è bene o male spronato e frenato; ma un uomo, in gioventù, è quel ch'è, non virtualmente, sì effettivamente. Nella gioventù, la vita che si poteva chiamare nuova nell'adolescenza, non è più nuova, se non come son nuove certe vie e nuovi certi ponti e castelli antichi. Ma di lei non si dice. Nella gioventù è il “colmo della nostra vita„, e la “perfezione„ rispetto a noi medesimi se non rispetto agli altri. (Co. 4, 26) Insommanell'adolescenza l'uomo si va facendo, e nella gioventù è bell'e fatto. Dunque Dante dice,incipit vita nova, cioè l'età dei molti e grandi trasmutamenti; per tutti, non per lui solo. E vuole appunto nel libello trattare di ciò che avviene al tallo o del tallo, che dissi, nell'età in cui esso ha da indurarsi e rifermarsi. Il che si vede, come accennai, chiaro in quel mettere la sua visione prima quasi a metà dell'adolescenza, come poi dopo, nella Divina Comedia in cui lo argomento era ben più esteso, metteva la sua visione ultimaNel mezzo del cammin di nostra vita.E poiquasia metà! chi ci dice che allora avesse le precise idee del Convivio intorno alle quattro età dell'uomo? “Diversamente„ dice nel Convivio (4, 24) “è preso il tempo da molti„, riguardo alla gioventù. E a ogni modo, sappiamo qual valore ha ilquasiin certi computi di lui. “Si può comprendere per quelloquasi(dice Luca che quando Gesù morì, eraquasiora sesta), che al trentacinquesimo anno di Cristo era il colmo della sua età„. (ib. 23) Aveva trentatrè anni, dunque era nel trentaquattresimo anno, dunque quasi nel trentacinquesimo, perciò nel trentacinquesimo. Questo ragionamento ci porterebbe benissimo a credere che Dante volesse intendere che a diciott'anni era proprio nel colmo dell'adolescenza. Ma non è anche probabile ch'egli allora dividesse l'età così: nove anni di puerizia, e due volte nove di adolescenza o vita nova? Non vediamo che appunto gli anni di cui si parla nella Vita Nova sono, oltre i nove della puerizia, quasi diciotto, divisi in due novene, perfetta la prima e la seconda imperfetta,dal saluto e dalla visione? e che dunque forse pensava allora che l'adolescenza finisse a ventisette anni?In vero quando fu scritto il libello?[73]Non nell'anno milletrecento, sebbene la mirabile visione che chiude il libro sia tutt'uno con la visione del Poema sacro e questa sia posta nel trecento. Non nel trecento, perchè nel Poema Dante parla a Virgilio del suo lungo studio, e siccome egli vuol intendere dello studio cominciato appunto per descrivere quella visione, non poteva essere lungo lo studio che cominciasse appunto allora. E invece egli dice che prima di cominciare la prima canzone del Convivio, aveva studiato trenta mesi. “Cominciòad andare là ov'ella si dimostrava veracemente (la filosofia in figura didonna gentile), cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciòtanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava e distruggeva ogni altro„. (Co. 2, 2) E cominciò a dire: Voi che, intendendo, il terzo ciel movete; la qual canzone essendo stata nota a Carlo Martello, (Par. 8, 36) che fu in Fiorenza nei primi del 1294, e morì l'anno dopo; fu fatta prima di quello o almeno di quest'anno, e lo studio, se cominciò due anni e mezzo prima, cominciò dunque nel 1292 o giù di lì. Ma abbiamo un altro dato di tempo. La gentil donna apparve agli occhi di Dante quando “la stella di Venere due fiate era rivolta in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i duediversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata„. (Co. 2, 2) Dunque, secondo i calcoli astronomici antichi,[74]apparve poco meno che quindici mesi dopo la morte di Beatrice, cioè dopo il giugno del 1290, cioè a principio del settembre del 1291. Il cuore di Dante si lasciò possedere dal desiderio di quella donna “alquanti die„ (VN. 39); e dopo egli si pentì, e dopo ebbe la mirabile visione, e si propose di studiare. Dunque questo proposito fu alla fine del 1291 o a principio dell'anno seguente. Dante nato nel maggio del 1265, era allora nel suo anno vigesimo settimo, sebben non l'avesse compiuto, ed era vissuto quasi tre novene d'anni.E ritorno al novennio in cui Sant'Agostino seduceva ed era sedotto.[75]Questo novennio fu tra l'anno decimonono e il vigesimo ottavo, o, come si può dire con lo stesso effetto, tra gli anni diciotto e ventisette della sua vita. E il Santo parla dell'età sua prima “che nonsiricordad'aver vissuto, e di cui credèad altrui„. Dice: “mi rincresce d'annumerarla a questa mia vita che vivo in questo secolo... Ma ecco, io tralascio quel tempo. E che ho da fario con ciò di cui non ritrovo alcuna traccia?„[76]È impossibile non ricordare “quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„; (VN. pr.) impossibile non ripensare a quest'altro passo: “però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcun parlare fabuloso, mi partirò da esse„. (VN. I) Prima di quel novennio di seduzione, il Santo giunge coi suoi studi, a un “certo libro d'un certo Cicerone„ (da chi aveva imparato Dante a parlare in questo modo “udendo ancora che Tullio scritto avea un altro libro etc.„? — Co. 2, 13): e legge l'Ortensio che contiene un'esortazione alla filosofia. Egli aggiunge: “Quel libro mutò il mio affetto, e mutò ver te stesso, o Signore, le mie preci, e fece diversi i miei voti e desiri. A un tratto mi si fece vile ogni vana speranza, e bramavo con fervore incredibile del cuore l'immortalità dellasapienza„.[77]Ciò a diciott'anni. E a diciott'anni Dante (scrivendo quando già aveva compiuto il vigesimo sesto) pone d'essersi innamorato veramente della gentilissima che rappresentava la speranza vera, nonvana, e la sapienza immortale. E come il Santo subito dopo questo suo fervore per la sapienza, è sedotto e seduce e dura a quel modo un novennio, così Dante scrive d'aver subito preso uno schermo o una difesa, cioè d'esser stato sedotto o traviato. E con tutte le vicende che nel libello sono descritte, pure abbiamo questo notevol riscontro: che dopo su per giù un novennio Dante è pentito e contrito, e ritorna all'amor di Beatrice.Nè è da tralasciare il sogno che a Monnica dà a presentire la conversione del figlio traviato: “ella vide... venir ver lei un giovane splendido, ilare e a lei sorridente, mentre ella era mesta e rifinita dal dolore„.[78]Dante s'è ispirato molto per certo alle Confessioni. Le quali, notiamo, parlano di quel Fausto, contro il quale sono i libri già ricordati.[79]Dante scriveva la prosa della Vita Nova nel suo anno vigesimo settimo. Vedasi come questa data è congruente a ciò che si disse del disdegno di Guido. Nel trecento Dante figura di aver detto che Guido ebbe a disdegno lo studio. Non parlava egli certo di quel tanto studio, che aveva prodotto quella tanta e tale arte e scienza, quanta e quale avevano tutti e due, i dolci amici, allora, al tempo della Vita Nova e delle Rime Nove. Dante non mostra che in Guido vedesse allora alcun difetto; anzi scrive a lui il libello e segue il suo consiglio di scriverlo in volgare. (VN. 24 e 31) Quand'egli dice a Virgilio, Vagliami il lungo studio, e dice di Guido, che forse ebbe a disdegno questo Virgilio stesso, certo prescindeva da quel tempo, in cui ed esso Dante e Guido rimavano non stoltamente. Noi comprendiamo, insomma, che Dante non diceva che al suo primo amico mancasse ciò che a lui valse per scrivere la Vita Nova. Dunque ebbe a disdegno qualcosa che cominciò per l'uno e doveva cominciare per l'altro dopo la composizione di quel libello. Non però molto dopo, non però nel trecento. O come avrebbe Dante detto di sè che, in pochi giorni o in un istante diventò degnodi trattar di Beatrice? Dice pur esso che prevedeva gli sarebbero occorsi “alquanti anni„! Non nel trecento, perchè se nel trecento egli avesse scritto tal libello, che ha tal glorificazione del suo amico, non poteva Dante essere tanto distratto, quando scriveva la Comedia, da finger di dire in quel medesimo anno al padre di quel medesimo Guido, che l'un degli amici non poteva fare, per manco d'arte e scienza, non ostante l'altezza d'ingegno, quel che l'altro faceva.Dante invece scriveva la Vita Nova a principio, su per giù, del 1292. Se le rime erano nate sparsamente nei quasi nove anni addietro, la prosa però è tutta d'un getto. Quando Dante si pose ad assemprare, il concetto espresso nell'ultimo paragrafo l'aveva pure in mente: non s'ha mica a credere a un “giornale„ che egli tenesse de' suoi casi d'amore! Ora la prosa fu scritta quando aveva cominciato a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, quando leggeva Boezio e Tullio e frequentava già le scuole dei religiosi e le disputazioni dei filosofanti. Ebbene si può supporre che Guido appunto allora ebbe quel disdegno, che sette o otto anni dopo Dante racconta d'avere riferito a suo padre sepolto. Perchè si può supporre? Perchè nella prosa della Vita Nova ce n'è un chiaro cenno. Leggiamo. Dopo aver parlato del simbolo nascosto in Beatrice e Giovanna, soggiunge: “ripensando, propuosi di scrivere in rima al mio primo amico (tacendomi certe parole le quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile„. (VN. 24) Il sonetto, in verità, tace tanto quelle certe parole, che difficilmente Guido s'avrebbe imaginato altro intendimentodi quel che v'appare. Ma la prosa, scritta ben più tardi del sonetto che fu scritto vivente Beatrice, la prosa dice che Guido non amava più Primavera gentile e dice che questa Primavera è detta così, perchèprima verrà, e che “lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce„. Dichiariamo meglio questa verace luce. “La beatitudine precederà noi in Galilea, cioè nella speculazione. Galilea è tanto a dire, quanto bianchezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale, più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale, che altra cosa che quaggiù sia„. (Co. 4, 22) Son parole di Dante. Chi può rimanere in dubbio che nella mente di lui, quando scriveva quel luogo della Vita Nova, Beatrice non fosse trasfigurata in questa luce spirituale della contemplazione? e che la sua precorritrice o Giovanna non significasse l'altra beatitudine che è nella vita attiva? Non forse dunque Dante afferma qui, nella prosa, che Guido non mirava più la beltà di quella che precorre la beatitudine della contemplazione, ossia quella che nella comedia è Matelda? ossia l'arte? E dice che credeva allora che ancora la mirasse; dunque dice che un tempo la mirò; e nel sonetto infatti non dà a divedere alcun dubbio, mentre nella prosa esprime che per vero Guido non la mirava più. E quelle parole sono forse un invito amichevole e discreto a riamarla e a rimirarla! In ciò dunque che della Vita Nova Dante scriveva nel 1292, egli affermava che Guido non mirava più la precorritrice della verace luce, cioè la Matelda della Comedia; e nella Comedia, riferendosi al 1300 affermava che Guido ebbe a disdegno colui che conduceva prima a Mateldae poi Beatrice. Non tutto torna così?[80]Non sappiamo così il preciso momento a cui si riferisce Dante con quell'ebbe? “Ebbe a disdegno quasi nove anni fa, quand'io mi misi a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, ossia per acquistare l'abito dell'arte; ed esso rinunziò allo studio, perchè all'arte più non mirava„. Non è in ciò la prova, sì che l'anno della composizione del libello non è il trecento, e sì che non s'ha a mettere troppo lontano dalla morte di Beatrice?Ma c'è una difficoltà. “Dopo questa tribulazione (il pentimento del malvagio desiderio) avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura...„ (VN. 40) Ebbene secondo la lezione di codici meno autorevoli, si legge: che molta genteandava; e s'induce chequei peregrini andavano a Roma per il giubileo del trecento.[81]Per quanto il Villani nel narrare di tali pellegrinaggi faccia menzione della Veronica, pure dice ch'ella si mostrava “per consolazione de' cristiani pellegrini„; ma il fine precipuo loro era di accorrere a quella “somma e grande indulgenza„, quale a differenza degli altri centesimi d'anni, in cui era solo grande, fece in quell'anno Bonifazio ottavo. Se il passaggio de' peregrini era per questa somma indulgenza, non avrebbe Dante, nella prosa dichiarativa, parlato solo di ciò che si dava ai peregrini come consolazione. Egli ha parlato altrove di abituali pellegrinaggi per la Veronica (Par. 31, 103); quando gli è occorso parlare dell'affollarsi della gente nell'anno del Giubileo, l'ha detto, che era per il giubileo. (Inf. 18, 28) Ma poi, la lezione dei codici più autorevoli recavae nonandava. E pur tenendoandava, si potrebbe sempre intendere chequel tempoindichi la stagione, o che l'imperfetto sia per attrazione del verbo principaleavvenne, e ciò anche se Dante scriveva in forma storica d'un fatto contemporaneo o recente. Come del resto sarebbe, se egli avesse scritto nel trecento di un fatto che nel trecento avveniva. Ma ciò che è assurdo del tutto è questo, che nell'anno del giubileo, dieci anni dopo la morte della gentilissima, il Poeta si rivolgesse a peregrini e si meravigliasse che non intendessero il dolore della città per la perdita, fatta tanto tempo prima, della “sua beatrice„. È invece possibile che il sonetto sia di data più antica, e fosse scrittonon dopo il pentère di Dante, ma dopo il morire di Beatrice. Vediamo che l'imagine del peregrino, la quale ebbe poi tanta efficacia sull'anima di lui esule, era presente al suo spirito sin da quando figurava Amore in abito di tali mesti viandanti. E lo studio di particolareggiare nella prosa il tempo e la meta di quei peregrini, è forse per acquistar fede a tale fantasia, ch'egli pur confessa essere fantasia in parte, in ciò che il Poeta parla ai peregrini e invece no, quelle parole le aveva dette fra sè medesimo, e aveva proposto di dire come se avesse parlato a loro, “acciò che più paresse pietoso„. La qual mezza confessione ci può portare a credere che Dante imaginasse e d'aver parlato, e d'aver veduto; e che per esprimere più pietosamente il suo dolore, fingesse di gridarlo sì ai principi della città, sì ai pellegrini che la città attraversavano, ricordandosi di quella consueta formulacives et peregrini, e ponendola a confronto con le esclamazioni del profeta. In verità la morte di Beatrice gli poneva sulle labbra le lugubri parole:Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium!(VN. 28) E nel sonetto echeggiavano, quelle medesime:che non piangete quando voi passateper lo suo mezzo la città dolente,come quelle persone che neentepar che 'ntendesser la sua gravitate.Sì: ell'èquasi viduao quasi orba:Ell'ha perduta la sua Beatrice.Orbene questi peregrini non sono essi coloro cui il Profeta si volgeva in quella medesima lamentazione?O vos omnes qui transitis per viam, attendite....Le quali parole Dante avea nel pensiero anche prima dell'altre. (VN. 7) E Dante leggeva nel medesimo profeta:Viae Sion lugent....Leggeva: “Plaudirono su te tutti che passavano per la via; fischiarono e tentennarono il capo sulla figlia di Gerusalemme, dicendo: Questa è la città di perfetta bellezza, gioia di tutta la terra?„ Il pensiero di Dante può ben derivare di qui. I suoi peregrini non plaudono nè fischiano nè scrollano il capo sulle disgrazie della città di Beatrice; certo; però l'attraversanocome quelle persone che neentepar che 'ntendesser la sua gravitate...Insomma il sonetto viene da quella medesima fonte, da cui sgorgarono le prime parole ch'egli diresse ai principi della città (quelli che erano divenuti come arieti che non trovano i pascoli)[82]in quel momento della morte; ed è ragionevole supporre, per ciò, che il sonetto sia più antico di quel che Dante ci dica; più ragionevole, a ogni modo, che credere che sia lontano di dieci anni da quell'ispirazione lugubre di dolore.Nel principio dell'anno 1292, quand'egli aveva compiuto i ventisei anni della sua vita (il Boccaccio dice “quasi nel suo vigesimo sesto anno„ perchè nella VN. non trovava altra data che quella dell'annoale, 34, e poialquanto tempo, 35, ealquanti die, 39, dopo la morte di Beatrice: l'annoale,un anno; l'alquantotempo e gli alquanti die,quasi), Dante uscito d'adolescenza componeva questo libello dell'adolescenza, col fine di farne un proemio a una loda della benedetta morta, loda più nuova e più degna di quella che ne aveva cominciata in vivente di lei. Quel suo primo disegno era stato troncato dalla morte della gentilissima. Egli inserì nel libello quella loda lasciata a mezzo, e con quel disegno stesso ma con maggiore ampiezza, propose di farne un'altra, di cui tutto questo libello costituisse l'antefatto. Perchè ciò fosse, Dante ripetè nella seconda parte del libello il fatto che nella prima già costituiva lo antefatto delle Rime Nove che cominciò e non finì: un inganno d'amore, che lo stornò dall'amor suo vero; un amore per donna gentile, un amore che pareva nobile ed era vile, che lo distolse dall'amore nobilissimo per la donna gentilissima. Allora questa era viva; ora non più. È morta, ma che fa, se anche in lei viva non vedeva ormai che la speranza della contemplazione e la sapienza, la quale gli occhi non possono vedere se non fuor degli strumenti loro, e la mente o l'anima non può raggiungere, se non uscendo dall'involucro pesante del corpo? Che fa, s'ella, uscita dalle sue membra, è ora di maggior bellezza e virtù che allora? Ora, dunque, il suo disegno d'allora è più semplice: non è necessario fingere la morte di tutti e due ora, come era necessario allora! Fingere, sì. E agli argomenti di tanti valentuomini,[83]che hanno voluto dimostrare che la beatrice sapienza era a principio una Bice bella e pia, e invano amatain questa terra, io aggiungo questi miei. Se la gentilissima non era in origine altro che la Sapienza che va per le vie e lietamente si mostra a quelli che sono degni di lei, e si lascia vedere e trovare da quelli che l'amano e la cercano, ma non si trova e vede perfettamente se non da chi si libera del peso del corpo corruttibile; ebbene Dante non avrebbe finto o narrato veracemente un sogno o un delirio o una visione, in cui ella moriva od era morta: avrebbe finta, di donna imaginata, la morte a dirittura. Nè si dica che Dante può aver finto prima il presentimento e poi la morte. No: egli fingeva la morte della donna amata, col fine evidente di fare un poema di canzoni, nel quale egli, morendo anch'esso, lei vedeva, a lei parlava, con lei si univa nella spiritualità della morte (infelice! e chi può rimproverarti tale finzione?); ora se poi fingeva, non più solo il sogno di morte, ma la morte reale, non poteva fingerla, se non per quel fine stesso; e tuttavia quel fine come l'adempie più? dove rivede egli più, dove parla più alla morta?La rivede e le riparla; ma non nella Vita Nova. Qui la sogna bensì, ma bambina; e poi “gliparve„ vederla; e poi nessuna parola ne ode. Qui un sospiro di lui esce dal cuore e va su, e vede, vede lei sì,una donna; e lo spirito peregrino tornando al core, parla sottile e Dante non lo intende, sebbene sappia che ricorda Beatrice; e così lo intende bene, sì. La rivedrà, le riparlerà, ne avrà i rimproveri e le lodi, ascenderà anch'esso con lei oltre quella spera che più larga gira; ma in quella mirabile visione, che per ora gli fa proporre di non dir più di lei infino a tanto che ne possa trattare più degnamente. Questaultima dichiarazione è il proprio fine del libello. Dante dice a tutti e specialmente al suo primo amico, che tutto quello ch'egli ha detto sino ad allora, è non degno, e tuttavia va ricordato per via di qualcosa di più degno che verrà. Il rimatore si farà rivedere dopo alquanti anni; per ora studia, quanto può, di venire a quel punto. “Guido„ sembra che dica “mio primo amico, ciò che dicemmo, sì, era buono, e non era stoltamente rimato, e bene a ragione era scritto in volgare; a te devo anzi, se smisi quel pensiero di trattare in latino della Sapienza che non si raggiunge se non da morti. Ma io non sono contento nemmeno di ciò che dissi in volgare. Lo stil nuovo della mia materia nuova, delle mie (e anche tue) rime nuove, non basta ancora. Io studio. E tu? Non miri più la beltà della tua Primavera gentile? non vuoi seguitare, con me, gli studi di arte e sapienza? non vuoi venir meco per la via migliore della contemplazione? Hai dunque a disdegno l'Amore?„ E poteva aggiungere: “È un tempo, questo, che l'altra via è per esserci impedita.I principi della terranon amano la giustizia!„
I due argomenti, anzi l'unico sdoppiato, sono compresi in quel libello che Dante chiamò Vita Nova. Che voglia dir vita nova, si dubita. Certo è ch'ella cominciò per Dante, e secondo lui comincia per tutti, nove anni dopo la nascita; perchè il libro della memoria“dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„, ha una rubrica appunto ai nove anni, la qual dice:Incipit vita nova. Nella Comedia egli usò altra volta queste parole,vita nova: (Pur. 30, 115)
questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
La vita nuova sarà, dunque, quella in cui la virtualità dell'uomo può cominciare a svolgersi in abiti, destri o sinistri, buoni o cattivi.
E Dante pensa così: “Incontra che dell'umano seme e di queste virtù (la disposizione del cielo) più e men pura anima si produce; e secondo la sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile... E s'elli avviene che per la purità dell'anima ricevente, la intellettuale virtù sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontà in lei multiplica, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella: e quindi si multiplica nell'anima di questa intelligenzia, secondochè ricever può: e questo è quel seme di felicità...„ (Co. 4, 21) L'anima di Dante (dice quel terzetto) era pura e aveva ricevuta la intellettuale virtù bene astratta, e in lei la divina bontà multiplicava. Ma il medesimo concetto si esprime poi “pel modo teologico, cioè divino e spirituale„, mentre il modo sopra scritto è “naturale„. Dunque “per via teologica si può dire, che poichè la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto apparecchiata è a riceverne„. (Co. ib.) Questo beneficio consiste nei doni dello Spirito Santo, che sono come una sementa, il cuiprimo e più nobile rampollo “si è l'appetito dell'animo„; un tallo, come già riferii, che si ha a indurare e rifermare.[72]Or questo tallo s'indura e riferma in quella delle quattro età dell'uomo, la quale si può assomigliare alla primavera (ib. 23), in quell'età che è entrata nella buona vita, e ad essa entrata la buona natura dà certe cose, come “alla vite le foglie per difensione del frutto, e i vignuoli, colli quali difende e lega la sua imbecillità„ (ib. 24); in quell'età in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„ (ib.); in quell'età che si chiama adolescenza, nella quale, “dinanzi all'entrata disuagioventute„ afferma d'aver parlato (Co. 1, 19); e che si può chiamarnova, come in latinonovumsi aggiunge aver, e in volgare si dice di tutto ciò che risulta “da molte e grandi trasmutazioni„.Novadunque questavita, perchè è adolescenza, non, come volle alcuno, gioventù. Nella gioventù quel tallo è già adulto, e, dritto o storto, non c'è più che fare. Nella gioventù l'appetito caccia e fugge, bene o male secondo che fu bene culto nell'adolescenza, e secondo che in essa gioventù è bene o male spronato e frenato; ma un uomo, in gioventù, è quel ch'è, non virtualmente, sì effettivamente. Nella gioventù, la vita che si poteva chiamare nuova nell'adolescenza, non è più nuova, se non come son nuove certe vie e nuovi certi ponti e castelli antichi. Ma di lei non si dice. Nella gioventù è il “colmo della nostra vita„, e la “perfezione„ rispetto a noi medesimi se non rispetto agli altri. (Co. 4, 26) Insommanell'adolescenza l'uomo si va facendo, e nella gioventù è bell'e fatto. Dunque Dante dice,incipit vita nova, cioè l'età dei molti e grandi trasmutamenti; per tutti, non per lui solo. E vuole appunto nel libello trattare di ciò che avviene al tallo o del tallo, che dissi, nell'età in cui esso ha da indurarsi e rifermarsi. Il che si vede, come accennai, chiaro in quel mettere la sua visione prima quasi a metà dell'adolescenza, come poi dopo, nella Divina Comedia in cui lo argomento era ben più esteso, metteva la sua visione ultima
Nel mezzo del cammin di nostra vita.
Nel mezzo del cammin di nostra vita.
E poiquasia metà! chi ci dice che allora avesse le precise idee del Convivio intorno alle quattro età dell'uomo? “Diversamente„ dice nel Convivio (4, 24) “è preso il tempo da molti„, riguardo alla gioventù. E a ogni modo, sappiamo qual valore ha ilquasiin certi computi di lui. “Si può comprendere per quelloquasi(dice Luca che quando Gesù morì, eraquasiora sesta), che al trentacinquesimo anno di Cristo era il colmo della sua età„. (ib. 23) Aveva trentatrè anni, dunque era nel trentaquattresimo anno, dunque quasi nel trentacinquesimo, perciò nel trentacinquesimo. Questo ragionamento ci porterebbe benissimo a credere che Dante volesse intendere che a diciott'anni era proprio nel colmo dell'adolescenza. Ma non è anche probabile ch'egli allora dividesse l'età così: nove anni di puerizia, e due volte nove di adolescenza o vita nova? Non vediamo che appunto gli anni di cui si parla nella Vita Nova sono, oltre i nove della puerizia, quasi diciotto, divisi in due novene, perfetta la prima e la seconda imperfetta,dal saluto e dalla visione? e che dunque forse pensava allora che l'adolescenza finisse a ventisette anni?
In vero quando fu scritto il libello?[73]Non nell'anno milletrecento, sebbene la mirabile visione che chiude il libro sia tutt'uno con la visione del Poema sacro e questa sia posta nel trecento. Non nel trecento, perchè nel Poema Dante parla a Virgilio del suo lungo studio, e siccome egli vuol intendere dello studio cominciato appunto per descrivere quella visione, non poteva essere lungo lo studio che cominciasse appunto allora. E invece egli dice che prima di cominciare la prima canzone del Convivio, aveva studiato trenta mesi. “Cominciòad andare là ov'ella si dimostrava veracemente (la filosofia in figura didonna gentile), cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciòtanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava e distruggeva ogni altro„. (Co. 2, 2) E cominciò a dire: Voi che, intendendo, il terzo ciel movete; la qual canzone essendo stata nota a Carlo Martello, (Par. 8, 36) che fu in Fiorenza nei primi del 1294, e morì l'anno dopo; fu fatta prima di quello o almeno di quest'anno, e lo studio, se cominciò due anni e mezzo prima, cominciò dunque nel 1292 o giù di lì. Ma abbiamo un altro dato di tempo. La gentil donna apparve agli occhi di Dante quando “la stella di Venere due fiate era rivolta in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i duediversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata„. (Co. 2, 2) Dunque, secondo i calcoli astronomici antichi,[74]apparve poco meno che quindici mesi dopo la morte di Beatrice, cioè dopo il giugno del 1290, cioè a principio del settembre del 1291. Il cuore di Dante si lasciò possedere dal desiderio di quella donna “alquanti die„ (VN. 39); e dopo egli si pentì, e dopo ebbe la mirabile visione, e si propose di studiare. Dunque questo proposito fu alla fine del 1291 o a principio dell'anno seguente. Dante nato nel maggio del 1265, era allora nel suo anno vigesimo settimo, sebben non l'avesse compiuto, ed era vissuto quasi tre novene d'anni.
E ritorno al novennio in cui Sant'Agostino seduceva ed era sedotto.[75]Questo novennio fu tra l'anno decimonono e il vigesimo ottavo, o, come si può dire con lo stesso effetto, tra gli anni diciotto e ventisette della sua vita. E il Santo parla dell'età sua prima “che nonsiricordad'aver vissuto, e di cui credèad altrui„. Dice: “mi rincresce d'annumerarla a questa mia vita che vivo in questo secolo... Ma ecco, io tralascio quel tempo. E che ho da fario con ciò di cui non ritrovo alcuna traccia?„[76]È impossibile non ricordare “quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„; (VN. pr.) impossibile non ripensare a quest'altro passo: “però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcun parlare fabuloso, mi partirò da esse„. (VN. I) Prima di quel novennio di seduzione, il Santo giunge coi suoi studi, a un “certo libro d'un certo Cicerone„ (da chi aveva imparato Dante a parlare in questo modo “udendo ancora che Tullio scritto avea un altro libro etc.„? — Co. 2, 13): e legge l'Ortensio che contiene un'esortazione alla filosofia. Egli aggiunge: “Quel libro mutò il mio affetto, e mutò ver te stesso, o Signore, le mie preci, e fece diversi i miei voti e desiri. A un tratto mi si fece vile ogni vana speranza, e bramavo con fervore incredibile del cuore l'immortalità dellasapienza„.[77]Ciò a diciott'anni. E a diciott'anni Dante (scrivendo quando già aveva compiuto il vigesimo sesto) pone d'essersi innamorato veramente della gentilissima che rappresentava la speranza vera, nonvana, e la sapienza immortale. E come il Santo subito dopo questo suo fervore per la sapienza, è sedotto e seduce e dura a quel modo un novennio, così Dante scrive d'aver subito preso uno schermo o una difesa, cioè d'esser stato sedotto o traviato. E con tutte le vicende che nel libello sono descritte, pure abbiamo questo notevol riscontro: che dopo su per giù un novennio Dante è pentito e contrito, e ritorna all'amor di Beatrice.
Nè è da tralasciare il sogno che a Monnica dà a presentire la conversione del figlio traviato: “ella vide... venir ver lei un giovane splendido, ilare e a lei sorridente, mentre ella era mesta e rifinita dal dolore„.[78]Dante s'è ispirato molto per certo alle Confessioni. Le quali, notiamo, parlano di quel Fausto, contro il quale sono i libri già ricordati.[79]
Dante scriveva la prosa della Vita Nova nel suo anno vigesimo settimo. Vedasi come questa data è congruente a ciò che si disse del disdegno di Guido. Nel trecento Dante figura di aver detto che Guido ebbe a disdegno lo studio. Non parlava egli certo di quel tanto studio, che aveva prodotto quella tanta e tale arte e scienza, quanta e quale avevano tutti e due, i dolci amici, allora, al tempo della Vita Nova e delle Rime Nove. Dante non mostra che in Guido vedesse allora alcun difetto; anzi scrive a lui il libello e segue il suo consiglio di scriverlo in volgare. (VN. 24 e 31) Quand'egli dice a Virgilio, Vagliami il lungo studio, e dice di Guido, che forse ebbe a disdegno questo Virgilio stesso, certo prescindeva da quel tempo, in cui ed esso Dante e Guido rimavano non stoltamente. Noi comprendiamo, insomma, che Dante non diceva che al suo primo amico mancasse ciò che a lui valse per scrivere la Vita Nova. Dunque ebbe a disdegno qualcosa che cominciò per l'uno e doveva cominciare per l'altro dopo la composizione di quel libello. Non però molto dopo, non però nel trecento. O come avrebbe Dante detto di sè che, in pochi giorni o in un istante diventò degnodi trattar di Beatrice? Dice pur esso che prevedeva gli sarebbero occorsi “alquanti anni„! Non nel trecento, perchè se nel trecento egli avesse scritto tal libello, che ha tal glorificazione del suo amico, non poteva Dante essere tanto distratto, quando scriveva la Comedia, da finger di dire in quel medesimo anno al padre di quel medesimo Guido, che l'un degli amici non poteva fare, per manco d'arte e scienza, non ostante l'altezza d'ingegno, quel che l'altro faceva.
Dante invece scriveva la Vita Nova a principio, su per giù, del 1292. Se le rime erano nate sparsamente nei quasi nove anni addietro, la prosa però è tutta d'un getto. Quando Dante si pose ad assemprare, il concetto espresso nell'ultimo paragrafo l'aveva pure in mente: non s'ha mica a credere a un “giornale„ che egli tenesse de' suoi casi d'amore! Ora la prosa fu scritta quando aveva cominciato a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, quando leggeva Boezio e Tullio e frequentava già le scuole dei religiosi e le disputazioni dei filosofanti. Ebbene si può supporre che Guido appunto allora ebbe quel disdegno, che sette o otto anni dopo Dante racconta d'avere riferito a suo padre sepolto. Perchè si può supporre? Perchè nella prosa della Vita Nova ce n'è un chiaro cenno. Leggiamo. Dopo aver parlato del simbolo nascosto in Beatrice e Giovanna, soggiunge: “ripensando, propuosi di scrivere in rima al mio primo amico (tacendomi certe parole le quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile„. (VN. 24) Il sonetto, in verità, tace tanto quelle certe parole, che difficilmente Guido s'avrebbe imaginato altro intendimentodi quel che v'appare. Ma la prosa, scritta ben più tardi del sonetto che fu scritto vivente Beatrice, la prosa dice che Guido non amava più Primavera gentile e dice che questa Primavera è detta così, perchèprima verrà, e che “lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce„. Dichiariamo meglio questa verace luce. “La beatitudine precederà noi in Galilea, cioè nella speculazione. Galilea è tanto a dire, quanto bianchezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale, più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale, che altra cosa che quaggiù sia„. (Co. 4, 22) Son parole di Dante. Chi può rimanere in dubbio che nella mente di lui, quando scriveva quel luogo della Vita Nova, Beatrice non fosse trasfigurata in questa luce spirituale della contemplazione? e che la sua precorritrice o Giovanna non significasse l'altra beatitudine che è nella vita attiva? Non forse dunque Dante afferma qui, nella prosa, che Guido non mirava più la beltà di quella che precorre la beatitudine della contemplazione, ossia quella che nella comedia è Matelda? ossia l'arte? E dice che credeva allora che ancora la mirasse; dunque dice che un tempo la mirò; e nel sonetto infatti non dà a divedere alcun dubbio, mentre nella prosa esprime che per vero Guido non la mirava più. E quelle parole sono forse un invito amichevole e discreto a riamarla e a rimirarla! In ciò dunque che della Vita Nova Dante scriveva nel 1292, egli affermava che Guido non mirava più la precorritrice della verace luce, cioè la Matelda della Comedia; e nella Comedia, riferendosi al 1300 affermava che Guido ebbe a disdegno colui che conduceva prima a Mateldae poi Beatrice. Non tutto torna così?[80]Non sappiamo così il preciso momento a cui si riferisce Dante con quell'ebbe? “Ebbe a disdegno quasi nove anni fa, quand'io mi misi a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, ossia per acquistare l'abito dell'arte; ed esso rinunziò allo studio, perchè all'arte più non mirava„. Non è in ciò la prova, sì che l'anno della composizione del libello non è il trecento, e sì che non s'ha a mettere troppo lontano dalla morte di Beatrice?
Ma c'è una difficoltà. “Dopo questa tribulazione (il pentimento del malvagio desiderio) avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura...„ (VN. 40) Ebbene secondo la lezione di codici meno autorevoli, si legge: che molta genteandava; e s'induce chequei peregrini andavano a Roma per il giubileo del trecento.[81]Per quanto il Villani nel narrare di tali pellegrinaggi faccia menzione della Veronica, pure dice ch'ella si mostrava “per consolazione de' cristiani pellegrini„; ma il fine precipuo loro era di accorrere a quella “somma e grande indulgenza„, quale a differenza degli altri centesimi d'anni, in cui era solo grande, fece in quell'anno Bonifazio ottavo. Se il passaggio de' peregrini era per questa somma indulgenza, non avrebbe Dante, nella prosa dichiarativa, parlato solo di ciò che si dava ai peregrini come consolazione. Egli ha parlato altrove di abituali pellegrinaggi per la Veronica (Par. 31, 103); quando gli è occorso parlare dell'affollarsi della gente nell'anno del Giubileo, l'ha detto, che era per il giubileo. (Inf. 18, 28) Ma poi, la lezione dei codici più autorevoli recavae nonandava. E pur tenendoandava, si potrebbe sempre intendere chequel tempoindichi la stagione, o che l'imperfetto sia per attrazione del verbo principaleavvenne, e ciò anche se Dante scriveva in forma storica d'un fatto contemporaneo o recente. Come del resto sarebbe, se egli avesse scritto nel trecento di un fatto che nel trecento avveniva. Ma ciò che è assurdo del tutto è questo, che nell'anno del giubileo, dieci anni dopo la morte della gentilissima, il Poeta si rivolgesse a peregrini e si meravigliasse che non intendessero il dolore della città per la perdita, fatta tanto tempo prima, della “sua beatrice„. È invece possibile che il sonetto sia di data più antica, e fosse scrittonon dopo il pentère di Dante, ma dopo il morire di Beatrice. Vediamo che l'imagine del peregrino, la quale ebbe poi tanta efficacia sull'anima di lui esule, era presente al suo spirito sin da quando figurava Amore in abito di tali mesti viandanti. E lo studio di particolareggiare nella prosa il tempo e la meta di quei peregrini, è forse per acquistar fede a tale fantasia, ch'egli pur confessa essere fantasia in parte, in ciò che il Poeta parla ai peregrini e invece no, quelle parole le aveva dette fra sè medesimo, e aveva proposto di dire come se avesse parlato a loro, “acciò che più paresse pietoso„. La qual mezza confessione ci può portare a credere che Dante imaginasse e d'aver parlato, e d'aver veduto; e che per esprimere più pietosamente il suo dolore, fingesse di gridarlo sì ai principi della città, sì ai pellegrini che la città attraversavano, ricordandosi di quella consueta formulacives et peregrini, e ponendola a confronto con le esclamazioni del profeta. In verità la morte di Beatrice gli poneva sulle labbra le lugubri parole:Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium!(VN. 28) E nel sonetto echeggiavano, quelle medesime:
che non piangete quando voi passateper lo suo mezzo la città dolente,come quelle persone che neentepar che 'ntendesser la sua gravitate.
che non piangete quando voi passateper lo suo mezzo la città dolente,come quelle persone che neentepar che 'ntendesser la sua gravitate.
Sì: ell'èquasi viduao quasi orba:
Ell'ha perduta la sua Beatrice.
Ell'ha perduta la sua Beatrice.
Orbene questi peregrini non sono essi coloro cui il Profeta si volgeva in quella medesima lamentazione?O vos omnes qui transitis per viam, attendite....Le quali parole Dante avea nel pensiero anche prima dell'altre. (VN. 7) E Dante leggeva nel medesimo profeta:Viae Sion lugent....Leggeva: “Plaudirono su te tutti che passavano per la via; fischiarono e tentennarono il capo sulla figlia di Gerusalemme, dicendo: Questa è la città di perfetta bellezza, gioia di tutta la terra?„ Il pensiero di Dante può ben derivare di qui. I suoi peregrini non plaudono nè fischiano nè scrollano il capo sulle disgrazie della città di Beatrice; certo; però l'attraversano
come quelle persone che neentepar che 'ntendesser la sua gravitate...
come quelle persone che neentepar che 'ntendesser la sua gravitate...
Insomma il sonetto viene da quella medesima fonte, da cui sgorgarono le prime parole ch'egli diresse ai principi della città (quelli che erano divenuti come arieti che non trovano i pascoli)[82]in quel momento della morte; ed è ragionevole supporre, per ciò, che il sonetto sia più antico di quel che Dante ci dica; più ragionevole, a ogni modo, che credere che sia lontano di dieci anni da quell'ispirazione lugubre di dolore.
Nel principio dell'anno 1292, quand'egli aveva compiuto i ventisei anni della sua vita (il Boccaccio dice “quasi nel suo vigesimo sesto anno„ perchè nella VN. non trovava altra data che quella dell'annoale, 34, e poialquanto tempo, 35, ealquanti die, 39, dopo la morte di Beatrice: l'annoale,un anno; l'alquantotempo e gli alquanti die,quasi), Dante uscito d'adolescenza componeva questo libello dell'adolescenza, col fine di farne un proemio a una loda della benedetta morta, loda più nuova e più degna di quella che ne aveva cominciata in vivente di lei. Quel suo primo disegno era stato troncato dalla morte della gentilissima. Egli inserì nel libello quella loda lasciata a mezzo, e con quel disegno stesso ma con maggiore ampiezza, propose di farne un'altra, di cui tutto questo libello costituisse l'antefatto. Perchè ciò fosse, Dante ripetè nella seconda parte del libello il fatto che nella prima già costituiva lo antefatto delle Rime Nove che cominciò e non finì: un inganno d'amore, che lo stornò dall'amor suo vero; un amore per donna gentile, un amore che pareva nobile ed era vile, che lo distolse dall'amore nobilissimo per la donna gentilissima. Allora questa era viva; ora non più. È morta, ma che fa, se anche in lei viva non vedeva ormai che la speranza della contemplazione e la sapienza, la quale gli occhi non possono vedere se non fuor degli strumenti loro, e la mente o l'anima non può raggiungere, se non uscendo dall'involucro pesante del corpo? Che fa, s'ella, uscita dalle sue membra, è ora di maggior bellezza e virtù che allora? Ora, dunque, il suo disegno d'allora è più semplice: non è necessario fingere la morte di tutti e due ora, come era necessario allora! Fingere, sì. E agli argomenti di tanti valentuomini,[83]che hanno voluto dimostrare che la beatrice sapienza era a principio una Bice bella e pia, e invano amatain questa terra, io aggiungo questi miei. Se la gentilissima non era in origine altro che la Sapienza che va per le vie e lietamente si mostra a quelli che sono degni di lei, e si lascia vedere e trovare da quelli che l'amano e la cercano, ma non si trova e vede perfettamente se non da chi si libera del peso del corpo corruttibile; ebbene Dante non avrebbe finto o narrato veracemente un sogno o un delirio o una visione, in cui ella moriva od era morta: avrebbe finta, di donna imaginata, la morte a dirittura. Nè si dica che Dante può aver finto prima il presentimento e poi la morte. No: egli fingeva la morte della donna amata, col fine evidente di fare un poema di canzoni, nel quale egli, morendo anch'esso, lei vedeva, a lei parlava, con lei si univa nella spiritualità della morte (infelice! e chi può rimproverarti tale finzione?); ora se poi fingeva, non più solo il sogno di morte, ma la morte reale, non poteva fingerla, se non per quel fine stesso; e tuttavia quel fine come l'adempie più? dove rivede egli più, dove parla più alla morta?
La rivede e le riparla; ma non nella Vita Nova. Qui la sogna bensì, ma bambina; e poi “gliparve„ vederla; e poi nessuna parola ne ode. Qui un sospiro di lui esce dal cuore e va su, e vede, vede lei sì,una donna; e lo spirito peregrino tornando al core, parla sottile e Dante non lo intende, sebbene sappia che ricorda Beatrice; e così lo intende bene, sì. La rivedrà, le riparlerà, ne avrà i rimproveri e le lodi, ascenderà anch'esso con lei oltre quella spera che più larga gira; ma in quella mirabile visione, che per ora gli fa proporre di non dir più di lei infino a tanto che ne possa trattare più degnamente. Questaultima dichiarazione è il proprio fine del libello. Dante dice a tutti e specialmente al suo primo amico, che tutto quello ch'egli ha detto sino ad allora, è non degno, e tuttavia va ricordato per via di qualcosa di più degno che verrà. Il rimatore si farà rivedere dopo alquanti anni; per ora studia, quanto può, di venire a quel punto. “Guido„ sembra che dica “mio primo amico, ciò che dicemmo, sì, era buono, e non era stoltamente rimato, e bene a ragione era scritto in volgare; a te devo anzi, se smisi quel pensiero di trattare in latino della Sapienza che non si raggiunge se non da morti. Ma io non sono contento nemmeno di ciò che dissi in volgare. Lo stil nuovo della mia materia nuova, delle mie (e anche tue) rime nuove, non basta ancora. Io studio. E tu? Non miri più la beltà della tua Primavera gentile? non vuoi seguitare, con me, gli studi di arte e sapienza? non vuoi venir meco per la via migliore della contemplazione? Hai dunque a disdegno l'Amore?„ E poteva aggiungere: “È un tempo, questo, che l'altra via è per esserci impedita.I principi della terranon amano la giustizia!„