XII.PER VIA NON VERADante, affidato al libello, e il testimonio del suo ingegno e della sua arte di adolescente, e l'antefatto del grande suo lavoro, attendeva allo studio. A mano a mano comprendeva meglio gli autori latini; e passavada un autore all'altro, da una scienza all'altra. Cercava argento e trovava oro. Passò a frequentare le scuole de' religiosi e le disputazioni de' filosofanti. In trenta mesi cominciò a sentir tanto della dolcezza del sapere, che quest'“amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero„. Lo studio insomma lo assorbiva tutto. (Co. 2, 13).Nel frattempo, che faceva il suo primo amico? Guido era de' grandi; di quelli nobili, che per essere la spada del comune, s'erano molto insuperbiti per la vittoria di Campaldino, nel 1289, e furono molto contrariati dalla pace conchiusa poi il 12 luglio del 1293 tra le città toscane. Fu questo tempo[84]un bel tempo prima per i grandi, poi per il popolo. Dante che era stato, molto probabilmente, tra i feditori a Campaldino, che aveva certo veduto i fanti uscir patteggiati da Caprona (Inf. 21, 94); che aveva anche veduti corridori, gualdane, torneamenti, giostre nella terra Aretina: (Inf. 22, 1)quando con trombe e quando con campane,con tamburi e con cenni di castella,e con cose nostrali e con istrane;al suo ritorno in patria da quei pericoli che finivano in gioia, lo richiamò, se ne era straniato, ai consueti pensieri, anzi al consueto dolore, la morte della gentilissima. E se nel tempo che due fiate si volse Venere in quel suo cerchio, egli non s'era ancor messo di propositoallo studio, cui alquanti dì dopo quelle due rivoluzioni si dedicò; non però dobbiamo credere che, assorto in lamentare la donna sparita, e in dipingere angeli e in piangere solingo, prendesse troppa parte e all'insuperbire degli altri grandi e all'ingiuriare e al malumore contro a' popolani e alle preoccupazioni per lo avvenire: avvenire malfido, chè già un dei loro, Giano della Bella, si faceva capo e guida del popolo contro i nobili. Quando poi nel 12 di febbraio del 1293 il popolo fu afforzato con gli ordinamenti di giustizia, Dante era da più d'un anno immerso ne' suoi autori e libri e scienze. E non si curò, vogliam credere, gran fatto di essere, con gli altri grandi, per opera di quelli ordini, escluso dalla signoria e gonfalonierato e loro collegi. Perchè la visione poetica che gli sorrideva, implicava la rinunzia alla vita attiva: era, io ripeto e ripeto, il dramma dell'anima la quale, dopo essersi appena provata per i diversi calli che le sono avanti, si mette per quello che solo mena alla sua pace. (Co. 4, 22) E questo calle non è in quella via che conduce all'imperfetta felicità della vita attiva, sì nell'altra che mena a quella quasi perfetta della contemplativa. (ib.) La “tragedia„ di canzoni che lasciò non compiuta, e che inserì nel prologo della nuova tragedia o comedia la quale egli prometteva, narrava già e doveva meglio narrare poi il viaggio per giungere alla sapienza che viventi possiamo quasi vedere per una quasi morte, quando di noi restino in vita soli gli spiriti visivi fuor degli strumenti loro; quando, cioè, noi vediamo con gli occhi chiusi. Egli raccontava già e doveva meglio raccontare le spirituali vicende d'una professione religiosa; poichè questa altro nonè se non l'abbandono della via del mondo per quella di Dio. E si può credere che i sentimenti che esprimeva ed era per esprimere, non fossero simulati, come d'un cantor d'amore che cantasse amore non vero. Si può credere e si deve. Notizie esatte sulla adolescenza di Dante non abbiamo; ma pur due tradizioni, quanto si vuole incerte, che riflettono quella, accennano a un proposito suo di incamminarsi verso la Galilea. (Co. 4, 22) Rammento ciò che annota FDa Buti al XVI Inferni: (106-123) “Questa corda ch'elli avea cinta significa ch'elli fu frate minore; ma non vi fece professione nel tempo della sua fanciullezza... Questa lonza, come fu posto nel primo canto, significa la lussuria, la quale l'autore si pensò di legare col voto della religione di San Francesco„. Con la qual notizia consuona ciò che racconta il Boccaccio delle riluttanze di lui a prender moglie, mentre i parenti “trovata donna giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E... dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l'effetto, e fu sposato„. Or queste due notizie non s'hanno a buttar via. Si consideri che il Butense è l'unico degli antichi interpreti a dichiarare a quel modo la corda: non traeva dunque la notizia dalla lettera di Dante, poichè anche gli altri ne l'avrebbero tratta; se non tutti, molti; se non molti, uno, un altro solo! E il Boccaccio ha certo interpretato a modo suo l'ostinazione di Dante a non volerne sapere, di quel conforto nuziale; ma quell'ostinazione egli non rilevava dal libello, che si vuole quasi unica sua fonte; in quel libello c'era il conforto della donna gentile, e c'era il ritorno allelagrime e ai sospiri. C'era in somma il contrario di ciò che messer Giovanni dice che Dante, bene o male, si consolò. A me pare che s'egli voleva inventare il perchè e il come del matrimonio di tale cui “era... l'amore il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso desiderio spesse volte noioso e grave a sofferire„; di tale, tuttavia, di cui “niuno sguardo, niuna parola, niuno cenno, niuno sembiante, altro che laudevole per alcunosivide mai„[85]in quella ardentissima passione; di tale, inoltre, che raccontava nel libello una sua violenta infermità, con delirio e con rischio, e con quel nome nel cuore; mi pare che il Boccaccio avrebbe mosso, se inventava di suo, prima i parenti a stare “attenti alli suoi conforti„. Verso la Galilea, che tanto è a dire quanto bianchezza, bianchezza di luce, verso la contemplazione, mediante la quale egli avrebbe ora veduta, dopo Giovanna, la verace luce; andava l'anima di Dante, sin forse da quando era fanciullo e vedeva la fanciulla sua vicina: la vedeva senza mai udirne la voce, chi sa? perchè ell'era promessa sin da' quei primissimi anni, ed era tenuta in disparte, come già sposa, sebbene così piccola. E Dante, io imagino,[86]nè imagino per altro se non per indurne la verosimiglianza d'un amor vero per una vera fanciulla e donna; Dante, che pur la vedeva passare per la viae l'aveva veduta una sola volta più da presso, in casa di lei, in una apparizione a una festa; non l'aveva sentita parlare nè allora nè mai. E s'era assuefatto a vedere in lei, piccola sposa, serbata per ciò in casa come in un monastero e quale una piccola monaca, un qualche cosa di sacro e d'intangibile e irraggiungibile se non di là della vita. E anch'esso convertiva sè in un piccolo monaco, e prendeva il suo bordone avviandosi per quella via, in cui non avrebbe mai trovata lei viva, ma lei morta, sì, avrebbe trovata quando che sia. Ed ella andò a nozze, e forse in quella festività, ella vide tra i convitati il vicino di casa Alighieri, e salutò lui non meno che gli altri; ed egli, in quel giorno se in altri mai, propose di non seguirla in quella via del mondo, per la quale ella andava a riposare in un letto nuziale; ma di aspettarla in quell'altra. E sognò di lei, ed ella era, involta in un drappo, nelle braccia d'alcuno. E che più cantò di lei, sino alla ballata del perdono? specialmente, se vogliamo escludere il nome di Bice, dal sonetto del vascello incantato?[87]Egli si provòad amare altre donne. Ma che! erano finzioni, inganni, simulacri d'amore. E tornò a lei; ma a lei già là, nella candida Galilea, trasfigurata nella luminosa sapienza e nella speranza della contemplazione di Dio. E per giungere a lei, bisognava morire al mondo, alla carne, al peccato; cercare anche quaggiù di diventare pura anima e mero spirito visivo. E quand'ella morì, sia vero o non vero che Dante dopo l'annoale della morte, si provò, come forse, ancor più tardi, con le nozze, ad amare un'altra; quand'ella fu morta, più che mai egli si propose d'andarla a vedere e a udire tenendo i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare.Dante, dunque, mentre s'istituiva il gonfaloniere di giustizia che inalberava la croce rossa nel campo bianco e che era cinto d'armati suoi, Dante studiava. E Guido? Gli ordini di giustizia lo cacciavano dalla vita pubblica. Esso, il filosofo amante della solitudine, poteva rassegnarsi. Eppur no, non si rassegnò: di lì a sette anni egli sarà confinato; e il confino era la conchiusione d'un periodo di lotte civili. Possiamo congetturare che appena deliberati quelli ordini, egli disegnasse quel pellegrinaggio che imprese e non compì, durante il quale Messer Corso cercò d'assassinarlo. Il fatto è che, andasse subito o poco dopo, tornò, a quel che pare, a Fiorenza senz'esser giunto a Compostella.[88]A Fiorenza lo traeva la passionedi parte. “Tornato a Firenze... inanimò molti giovani contro a lui (Corso), i quali li promisono esser in suo aiuto. E essendo un dì a cavallo con alcuni da casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer Corso, credendosi esser seguito da' Cerchi, per farli trascorrere nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in vano„. E questo non può essere che un episodio della vita, quale noi e leggiamo e imaginiamo che condusse Guido in quelli anni, e prima che si facessero gli ordini, e poi che furono fatti, e prima che Giano si facesse capo e guida del popolo, e dopo che Giano fu bandito, coi “molti modi„ che “i potenti cittadini„ seppero trovare per abbatterlo. Guido è dipinto astratto e sdegnoso da cronisti e novellieri: è detto da Dino “uno giovane gentile... cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intentoallo studio„; intento allo studio, sì; ma dallo studio frastornato certo, negli ultimi anni della sua vita, mediante le altre sue qualità di “gentile e cortese e ardito„ e partigiano appassionato. Se fosse rimasto intento allo studio, se avesse continuato a mirare “la bieltade diquellaPrimavera gentile„, Dante non avrebbe avuto occasione di consigliare nel trecento il suo bando, e non avrebbe, riferendosi al trecento, nel qual anno Guido moriva o si preparava a morire, detto di lui, che esso, già intento allo studio, ebbe a disdegno lo studio. Chi ben mira, nelle parole di Dante al padre legge il rimpianto che tanta altezza di ingegno avesse dato, colpa più de' tempi che di lui, così poco frutto.Ma nel 1295, essendosi vinto che chi dei grandi volesse abilitarsi agli uffici e agli onori, potesse, togliendosi dal novero de' Grandi e iscrivendosi a una delle Arti; nel 1295 Dante si faceva popolano,[89]e nell'anno stesso, nel luglio e nel dicembre, era consulente ed elettore.Come mai? Non abbandonava egli così la via di Dio per quella degli uomini?Sì: lasciava la sua via. Ben di ciò lo rimprovera, in cima del monte della purgazione, Beatrice: (Pur. 30, 122)Mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte voltoBeatrice dimentica qui gli schermi e le difese; dimenticache, pur da vivente, ebbe a negargli il saluto per quella “soperchievole voce, che parea che l'infamasse viziosamente„. Dimentica o, meglio, è Dante che scrivendo le dichiarazioni della Vita Nova a preparare la Comedia, ha cancellato il traviamento suo avanti la morte di Beatrice, e pur non così cancellato, che a noi non ne apparisca traccia. Insomma quel primo duplice traviamento è come non sia. Continua Beatrice:Sì tosto come in sulla soglia fuidi mia seconda etade, e mutai vita,questi si tolse a me, e diessi altrui.“Quando fui sul mio anno vigesimo quinto e morii, questi si diede ad altri„, cioè, cominciò, almeno, col darsi alla donna gentile.············E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false...Qual è questa via non vera, in cui Dante entrò seguendosimulacrad'amore? Seguendo, per esempio, l'amore della donna gentile, si metteva per questa via non vera? E poichè questa via non vera era quella in che egli si mise, abbandonando, pien di sonno, la verace via (Inf. 1, 12) o la diritta via (ib. 3); domandiamo ancora: Fu per seguire, o seguendo, la donna gentile che venne a trovarsi nella selva oscura?Sì: se avesse scritta la mirabile visione appena la vide o concepì, Dante avrebbe detto che s'era smarrito seguendo quella donna e assecondandoquell'amore, che gli pareva nobilissimo per un inganno dell'anima. Ma questo inganno, avrebbe detto ch'era durato poco: alquanti dì. (VN. 39) Dante non scrisse subito la visione; anzi appena l'ebbe concepita, disse che gli sarebbero occorsi alquanti anni. (VN. 42) Se Dante la Vita Nova avesse scritta nel trecento, quale preparazione prossima alla Comedia, come nella Vita Nova avrebbe scritto alquanti dì, mentre nella Comedia diceva alquanti anni? Invero egli dice che dieci anni durò la sete che egli ebbe di Beatrice; (Pur. 32, 2) e sente dire da lei, che egli si diè altrui non appena ella mutò vita; e mostra col fatto di non essere tornato a lei se non nel trecento, nove anni (poichè sino all'annoale e ancora un po' di tempo, era stato fedele), nove anni dopo essersi dato altrui. Nè, dunque, egli scrisse, anche per questa ragione, la fine della Vita Nova nel trecento; nè, nella Comedia, significa un traviamento o smarrimento durato solo alquanti dì. E non si opponga che egli può aver messo nel libello quel poco tempo così indeterminato per significarne uno tanto maggiore. Gli alquanti dì vengono dopo la designazione precisa dell'annoale: come alquanti dì dovrebbero voler significare alquanti anni, mentre un anno che ha trecensessantacinque dì significa un anno solo? E non sarebbe sfuggito al sottile indagatore del mistero delnove, che nove anni su per giù,quasinove anni, cioè nove anni, sarebbero corsi da quell'annoale alla mirabile visione.E poi: questa visione non era mica per essere uguale in tutto e per tutto a quella della Comedia! E appunto questa via non vera o verace o diritta della Comedia è un elemento che non ci è dato ravvisaretra gli altri elementi che noi abbiamo scorti nella Vita Nova, e che abbiamo giudicato costituire sì il primo disegno di rime nuove, sì il secondo di mirabile visione. Nel fatto, quella via non vera della Comedia è anche detta il corto andare del bel colle. Cioè, non precisamente: il corto andare è la seconda parte della via non vera, di cui la prima parte è quell'errore nella selva oscura. Dante si smarrì in una valle. Vi errò una notte. Al mattino s'avviò per un colle. Mentre tornava verso la valle, l'Ombra gli apparve. Egli dice a Brunetto: (Inf. 15, 49)Lassù di sopra in la vita serena. . . . . mi smarri' in una valleavanti che l'età mia fosse piena,ossia in età che non si poteva ancora chiamare perfetta e giunta al suo colmo: non ancora in piena giovinezza; sì, quando era quasi tuttavia adolescente:pur ier mattina le volsi le spalle:ier mattina? Ma si ritrovò nella selva oscuranel mezzo del cammin di nostra vita,ossia a trentacinque anni! Sono una notte e un mattino che durarono dieci anni, dunque!questi m'apparve, tornand'io in quella;e riducemi a ca per questo calle.Ora lo smarrirsi nella valle o errare nella selva, nella selva erronea, avanti che l'età sia piena, è bensì un vivere “secondo senso e non secondo ragione„, (Co. 1, 4) un mancare didiscrezione(Co. 4, 8; 24), e didirezione(M. 1, 41; Pur. 16, 82), e dilibero volere e di lume di prudenza;[90]ma non è la medesima cosa che lasciarsi impedir dalla lonza e divenir drudo della lupa o della fuia.[91]Ebbene noi possiamo credere che nei due concepimenti che ebbe Dante adolescente, di dramma interno, smarrimento e conversione, egli avrebbe trattato, e cominciò invero a trattare, di ciò che è figurato nella selva, e non di ciò che è rappresentato nel corto andare verso il bel colle. Perchè, questo andare significa il mettersi per la via del mondo o attiva o civile, e il bel colle, simboleggia la beatitudine inferiore che si trova per quel cammino. Il bel colle rassomiglia il santo monte, come la felicità di questa vita rassomiglia alla felicità del paradiso terrestre — figuratus — . Ora qual cenno è nella Vita Nova di tal risoluzione di Dante? In essa egli dice di essere innamorato di tal donna, che è la speranza della contemplazione di Dio e la vera sapienza, la quale non si raggiunge perfettamente se non da morti, e si può veder sì, anche da vivi, pur che quasi si muoia, si esca di noi stessi, ci si liberi, per un momento, del peso della nostra mortalità. Amando lei, era in dritta parte volto, Dante. Stornandosi, e dandosi altrui, certo cessava di essere volto in dritta parte, ma tutte e due le volte, che ho detto, prima delle rime nuove e della mirabile visione, per un inganno d'amore, il quale amore, la prima volta, suggerì isimulacra, e, la seconda, esso amore per donna viva gli si mostrava simile e tutt'uno con quello che lo faceva andar piangendo per la morta.Questo inganno, proprio dell'adolescenza, equivale allo smarrimento nella selva. Egli ne sarebbe uscito subito con la morte, come esce nella Comedia,[92]con la morte medesima che narra di sè anche nella Vita Nova, cioè nella seconda canzone delle Nove Rime; e avrebbe riveduta Beatrice subito. Prima di lei avrebbe veduta, forse, la precorritrice Giovanna, la Primavera cheprima verrà, la Matelda, insomma, che coglie i fiori dell'eterna primavera; ma ad essa non sarebbe giunto dopo un “corto andare„, sì, come nella Comedia, dopo “altro viaggio„. Il corto andare per la piaggia diserta non poteva aver luogo in quei primi disegnati drammi dell'anima semplicetta, perchè quella piaggia non si percorre nell'adolescenza, in quell'età in cui l'uomo non può “certe cose fare senza curatore„, (Co. 4, 24) bensì in quella altra età in cui conviene frenare e spronare l'appetito, e che deve essere perciò temperata e forte. (Co. 4, 26) Nell'adolescenza tali virtù non hanno luogo, perchè non hanno luogo i vizi contrari ad esse virtù. L'adolescenza ha da avere obbedienza, sopra tutto, perchè l'adolescente, se da alcuno non gli è mostrato, non sa tenere il buon cammino. E qui rendiamoci finalmente ragione degli amori della Vita Nova; e fermiamo ben bene, che l'anima di Dante si volse bensì a quella o quell'altra donna gentile e anche ad una (la seconda dello schermo) che forse non era così gentile; ma non s'inoltrò tanto, da aver bisogno del freno della temperanza, per partirsi da qualche Didone. (Co. 4, 26) Andava l'anima dietro, bensì, a imagini false di bene, che somigliavano aBeatrice; ma egli si disingannava, in un empito di pentimento, e tornava a lei.[93]Nella Comedia, invece, il Poeta racconta sì d'essersi smarrito adolescente, e pien di sonno, e sì, dopo essersi ritrovato, di aver impreso un corto andare. Il quale è parte della via non vera, che per consiglio di Virgilio, egli mutò in altro viaggio. E l'altro viaggio lo condusse a Matelda e a Beatrice; la via non vera o il corto andare, no, non l'avrebbe condotto nè all'una nè all'altra. L'avrebbe portato al bel monte, non al santo monte. E il bel monte, cui si giunge con corto andare, non è davvero il santo monte, cui si giunge con tanto aspra fatica di scendere e salire, e con tanto più tempo, e con tutt'altroviaggio. Ben lo dichiara Beatrice nell'apparirgli di là del fiume sacro, che ultimo deve passare il viatore che altri quattro ne ha passati, uno d'acqua morta, un altro di loto, un terzo di fuoco, un quarto di gelo; ben glie lo dichiara, che c'è monte e monte:“Non sapei tu chequiè l'uom felice?Qui, non là, dove volevi andare. E dovevi imaginare che io ero qui, nel luogo della beatitudine, perchè io sono la beatrice„.Non sapeiva unito aBen son Beatrice.Il bel monte non è il santo monte. L'uno è la meta della vita attiva, l'altro è nel cammino della vita contemplativa. Stia certo il lettore. L'andare a quello è l'uso pratico dell'animo, mediante lequattro virtù cardinali, e il giungervi è ottenere buona felicità, non però l'ottima e più eccellente e divina.[94]E il santo monte, se rassomiglia al bel monte, se non altro nell'essere monte, e perciò nel figurare una felicità, non rappresenta, no per certo, la felicità imperfetta. Vi è l'Eden, si ricordi; e nell'Eden Dio non pose l'uomo perchè avesse la felicità soltanto che viene dall'operare, sì anche quella che nasce dal contemplare. Si ricordi che Adamo ebbe “tutta l'animal perfezione„, (Par. 13, 83) non ebbe soltanto la prudenza regale, che ottenne Salomoneacciocchè re sufficiente fosse.(ib. 96)Adamo, cioè, nell'Eden era ugualmente atto alle due vite e felice delle due felicità, mentre Salomone, soltanto alla vita civile, soltanto della felicità buona e non ottima.[95]E nell'Eden apparisce Beatrice, enell'Eden, in cui è l'uom felice, parla di nuovo di quella via non vera, per la quale Dante si straniò da lei, per la quale Dante non sarebbe giunto a lei, al monte sacro, all'Eden, dove ella doveva apparirgli. In vero Dante mal può elevarsi alla parola di Beatrice; ed ella gli replica:Perchè conoschi... quella scuolac'hai seguitata, e veggi sua dottrinacome può seguitar la mia parola;e veggi vostra via dalla divinadistar cotanto, quanto si discordada terra il ciel che più alto festina.(Pur. 33, 85)E Dante soggiunge:Non mi ricordach'io straniassi me giammai da voi...Ora quella scuola e dottrina e via, per la quale Dante si straniò da Beatrice, è la scuola, dottrina, via del mondo o civile o attiva. E questa è la via non vera, non verace, non diritta; la via che fu per una notte dentro una selva, e poi per un giorno, avanti e indietro, in una piaggia diserta infestata da fiere; eppure non si dichiara già per malvagia o peccaminosa in sè, ma solo, a questo punto, per imperfetta e inefficace, che non può seguitare la parola volante sopra l'umana veduta; e distante all'infinito da Dio, nondivina,[96]non però opposta. Se vogliamo interpretaresubito l'episodio, diremo che Dante riconosce che la vita attiva alla quale si diede lasciando la contemplativa per cui già s'era messo, gli aveva lasciato qualche impaccio nell'intelligenza, qualche tardità, qualche offuscamento; sì che, riprendendo la sua vera via, non ci si ritrovava così facilmente. Invero Lia, che aveva veduta in sogno, non aveva più gli occhi malati, e si specchiava, ma non quanto Rachele che mai non si smaga dal suo miraglio. (Pur. 27, 103) E Matelda non assomiglia più a quella Lia, i cui occhi deboli e infermi s'interpretano come lecogitationes mortalium timidae;[97]ma tuttavia ella canta un salmo in cui sono le parole:nimis profundae factae sunt cogitationes tuae;[98]ed ella dice a Dante, segnando un divario tra sè e quella che verrà dopo:venni prestaad ogni tua question,tanto che basti.Alla questione, in cui la parola di Beatrice tanto alto volava sopra la veduta di Dante, Matelda non sarebbe, per esempio, potuta bastare.Insomma il santo monte è la beatitudine della vita attiva ma in quanto s'è disposta alla contemplativa; la beatitudine della vita attiva in sè e per sè, è l'altro monte, il bel monte, il colle al termine della valle. Se questo e quello fossero il medesimo monte, Beatrice non avrebbe detta “non vera„ la via che aveva addotto l'amatore a quel monte e a lei. Non vera ella chiamava la via per la qualeDante non l'avrebbe riveduta in cima al colle, sul quale Dante, avrebbe, se mai, veduta in sogno Lialippis oculis, Lia che non s'adornava e non si specchiava; e avrebbe trovata poi, nella realtà, una Matelda, se mai, affaticata e non lieta della sua operazione. C'è una vita attiva ch'è fine a sè stessa, e una vita attiva che conduce alla contemplazione, che purifica edisponea veder le stelle. (Pur. 33, 145)[99]Ma Dante insegna nel trattatode Monarchia(3, 15): Due fini ha l'uomo, secondo che è corruttibile e incorruttibile: “la beatitudine di questa vita, che consiste nell'operazione della propria virtù,ed è figurata mediante il paradiso terrestre; e la beatitudine di vita eterna, che consiste nella fruizione dell'aspetto divino; alla quale la virtù propria non può salire, se non aiutata dal lume divino;ed essa felicità si dà a intendere col paradiso celeste„. Errerebbe chi raccogliesse da queste parole che essendo il colle simbolo della beatitudine di questa vita, esso è una cosa col monte, poichè su esso è il paradiso terrestre, che figura quella medesima beatitudine. Errerebbe. Nella Comedia c'è il vero paradiso terrestre, a cui Dante giunge mediante la contemplazione:vero. E in esso è la vera beatitudine di questa vita, che però in questa vita non possiamo aver più, dopo il peccato d'Adamo. Dante potrebbe in esso rimanere, pago di quella vera beatitudine? Virgilio invero lascia a lui l'elezione della seconda parte del viaggio, mentre dichiara di necessità la prima.[100]Noi rispondiamo: Virgilio esprime questo concetto: “O la vita attiva o la vita contemplativa (la qual ultima non si dà senza un esercizio di vita attiva che disponga) si può scegliere„. Ma sì: come sarebbe mancato in Dante la volontà di salire, dopo essersi fatto così leggero e nuovo? quando lì era l'anima più degna, per rapirlo seco e addottrinarlo nei misteri imperscrutabili? Dante dunque, una voltapuro e disposto, non si sarebbe fermato nel paradiso terrestre. Ma s'intende che in questo discorso non si tratta d'unaveradimora; perchè Dante giunge sì al paradiso terrestre vero, ma, con la contemplazione, vi giunge! Se il monte ha il vero paradiso, cioè quella che era già e non può esser più la vera beatitudine della nostra vita in terra, il colle invece è il simbolo di essa beatitudine; è nella Comedia quel che è il paradiso terrestre nella Monarchia; simbolo esso come è simbolo quello. Ma come per contemplativi che fossero, i beati di Saturno quand'erano quaggiù, non erano in Saturno, sebben godessero una felicità che è figurabile col paradiso celeste, così gli spiriti attivi di Mercurio non trovavano, nella loro via del mondo, quaggiù il paradiso terrestre.Ebbero anzi tutt'altro che quella pace, quella letizia, quell'agevolezza che è in Matelda: tutt'altro. E anzi gli spiriti attivi pur avendo in vita una beatitudine che è simboleggiata nel paradiso terrestre, il paradiso terrestre proprio non l'avrebbero in vita potuto veder mai; perchè sì il terrestre e sì il celeste non si possono vedere dai viventi se non in una estasi di contemplazione; ed essi erano attivi, non contemplativi.Il colle non è il monte. Il colle è una figurazione simbolica, come la selva, la piaggia diserta, la notte e il mattino. Tutto in essi è accorciato e appena adombrato. Noi ci chiediamo: Se Dante fosse salito fino alla cima, che cosa sarebbe stato di lui? Possiamo rispondere solo: Avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data all'azione; non avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data alla contemplazione. O la beatitudine eterna l'avrebbe poi avuta? Perchè ci sono due vie, attiva e contemplativa, per giungere alla beatitudine in questa terra; beatitudine minore e maggiore, imperfetta e quasi perfetta; ma nè l'una nè l'altra sono la beatitudine perfetta, che è di là della vita, oltre la terra, nel cielo. Avrebbe Dante operato in modo da guadagnarsi la salute eterna? Chi sa? Farinata a ben fare pose l'ingegno; pure è nell'arca di fuoco. Altri che come lui furono attivi perchè loro succedesse onore e fama, sono pur beati, sebbene si mostrino in “picciola stella„. (Par. 6, 112) Ma non potè salire: dunque non era per lui quell'andare. Nella selva, nella quale arretrava, egli sarebbe stato privo di quell'“onore e fama„, che è il fine della vita attiva; sarebbe stato vile e oscuro. Perciò dice Dantee ripete Beatrice che quell'andare era per via non vera.Ma questo solo perchè Dante, come il fatto mostrò, non era per salire? perchè c'era, a' piedi del colle, la lupa che impedisce e fa arretrare nella selva? Ciò non basta perchè si dica non vera la via. Non vera, dunque, per nessuno? nemmeno per il Veltro? Diciamo che non era vera per Dante, perchè Dante era nato e fatto per un'altra vita, per l'altra.La sua tracciaera statafuor di strada, perchè ilprovveder divinoaveva impresso la sua cera d'altro suggello, che quello; perchè la sua radice era fatta per portare altri effetti, che quelli; perchè, non attendendoal fondamento che natura pone, non era statobuono, s'eratortoad altro che a ciò a cui eravolto. (Par. 8, 127) E questo gli rimprovera Beatrice, d'aver contrariato la sua natura e contrastato alla sua stella: (Pur. 30, 109)Non pur per ovra delle rote magne,che drizzan ciascun seme ad alcun fine,secondo che le stelle son compagne;ma per larghezza di grazie divine,che sì alti vapori hanno a lor prova,che nostre viste là non van vicine;questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.È accennato chiaramente che le rote magne drizzavano Dante a un fine ch'egli non perseguì. E se alcuno vuol credere che si tratti solo di bene o male, e non di “differenti uffizii„, vediamo checosa ne pensa Dante stesso. Il quale ci dice quali stelle eran “compagne„ a lui, quando e' nacque. Egli si volge ai Gemini ed esclama: (Par. 22, 112)O gloriose stelle, o lume pregnodi gran virtù, dal quale io riconoscotutto, qual che si sia, il mio ingegno...E Brunetto nel vedere per qual “calle„ Dante cammina, sembra subito approvare, e dire che la sua “stella„, ora, lo guida per la sua via buona. (Inf. 15, 54) Per certo tale stella e tal lume di gran virtù, in quell'esempio duplice che Dante pone, d'uomini torti ad uffizio non loro, ossia d'un guerriero torto alla religione e d'un “da sermone„ fatto re, esempio generale e sintetico che val quanto dire “torcere alla vita contemplativa chi è nato per la attiva eviceversa„; (Par. 8, 145) tale compagnia favorevole all'ingegno, disponeva Dante più al sermone e alla religione, che ad esser re o guerriero, più alla vita di Dio che a quella del mondo. Ma c'è altro. Che vuol dire “ogni abitodestro„? Ogni abito, forse, buono, virtuoso, gentile? Vuol dire: ogni abito della vita contemplativa. Destro è qui opposto, come sovente, a sinistro; agliufici, grandi o men grandi, dellasinistra cura(Par. 12, 128). Ossia della vita attiva o civile o, come altri dice, carnale, opponendola a spirituale. Così S. Bernardo afferma che nel lato sinistro della Chiesa sono significati gli uomini carnali, e nel destro, gli spirituali. Perciò (e mi limito a questa citazione) la destra è la vita spirituale o contemplativa; la sinistra è l'altra, inferiore. Così di terra cotta è il pie' destro del Veglio; e significal'autorità spirituale. (Inf. 14, 110)[101]Beatrice dunque afferma che Dante non seguì la strada che gli era tracciata, ossia la strada della contemplazione, e si mise nell'altra, in quella dell'azione, che perciò non fu vera, perchè non era per lui. Ella ha nel Poema e nel trecento qualcosa da rimproverare, che non avrebbe avuto nelle laudi che Dante cominciò a disegnar di lei nella Vita Nova. Allora ella l'avrebbe garrito per i simulacri d'amore e inganni dell'animo o cuore o appetito, e false imagini di bene. Ora può rinfacciargli anche d'aver seguitata una scuola che non era quella di lei; di non esser tornato a lei dopo quelli inganni, anzi d'essersi inoltrato per una via non vera, che non era, cioè, quella di lui. E dice:E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false;con ciò fondendo nei primi inganni d'adolescente questa seconda più diserzione che traviamento, e facendoci intendere che questa era come effetto di quelli.
Dante, affidato al libello, e il testimonio del suo ingegno e della sua arte di adolescente, e l'antefatto del grande suo lavoro, attendeva allo studio. A mano a mano comprendeva meglio gli autori latini; e passavada un autore all'altro, da una scienza all'altra. Cercava argento e trovava oro. Passò a frequentare le scuole de' religiosi e le disputazioni de' filosofanti. In trenta mesi cominciò a sentir tanto della dolcezza del sapere, che quest'“amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero„. Lo studio insomma lo assorbiva tutto. (Co. 2, 13).
Nel frattempo, che faceva il suo primo amico? Guido era de' grandi; di quelli nobili, che per essere la spada del comune, s'erano molto insuperbiti per la vittoria di Campaldino, nel 1289, e furono molto contrariati dalla pace conchiusa poi il 12 luglio del 1293 tra le città toscane. Fu questo tempo[84]un bel tempo prima per i grandi, poi per il popolo. Dante che era stato, molto probabilmente, tra i feditori a Campaldino, che aveva certo veduto i fanti uscir patteggiati da Caprona (Inf. 21, 94); che aveva anche veduti corridori, gualdane, torneamenti, giostre nella terra Aretina: (Inf. 22, 1)
quando con trombe e quando con campane,con tamburi e con cenni di castella,e con cose nostrali e con istrane;
quando con trombe e quando con campane,con tamburi e con cenni di castella,e con cose nostrali e con istrane;
al suo ritorno in patria da quei pericoli che finivano in gioia, lo richiamò, se ne era straniato, ai consueti pensieri, anzi al consueto dolore, la morte della gentilissima. E se nel tempo che due fiate si volse Venere in quel suo cerchio, egli non s'era ancor messo di propositoallo studio, cui alquanti dì dopo quelle due rivoluzioni si dedicò; non però dobbiamo credere che, assorto in lamentare la donna sparita, e in dipingere angeli e in piangere solingo, prendesse troppa parte e all'insuperbire degli altri grandi e all'ingiuriare e al malumore contro a' popolani e alle preoccupazioni per lo avvenire: avvenire malfido, chè già un dei loro, Giano della Bella, si faceva capo e guida del popolo contro i nobili. Quando poi nel 12 di febbraio del 1293 il popolo fu afforzato con gli ordinamenti di giustizia, Dante era da più d'un anno immerso ne' suoi autori e libri e scienze. E non si curò, vogliam credere, gran fatto di essere, con gli altri grandi, per opera di quelli ordini, escluso dalla signoria e gonfalonierato e loro collegi. Perchè la visione poetica che gli sorrideva, implicava la rinunzia alla vita attiva: era, io ripeto e ripeto, il dramma dell'anima la quale, dopo essersi appena provata per i diversi calli che le sono avanti, si mette per quello che solo mena alla sua pace. (Co. 4, 22) E questo calle non è in quella via che conduce all'imperfetta felicità della vita attiva, sì nell'altra che mena a quella quasi perfetta della contemplativa. (ib.) La “tragedia„ di canzoni che lasciò non compiuta, e che inserì nel prologo della nuova tragedia o comedia la quale egli prometteva, narrava già e doveva meglio narrare poi il viaggio per giungere alla sapienza che viventi possiamo quasi vedere per una quasi morte, quando di noi restino in vita soli gli spiriti visivi fuor degli strumenti loro; quando, cioè, noi vediamo con gli occhi chiusi. Egli raccontava già e doveva meglio raccontare le spirituali vicende d'una professione religiosa; poichè questa altro nonè se non l'abbandono della via del mondo per quella di Dio. E si può credere che i sentimenti che esprimeva ed era per esprimere, non fossero simulati, come d'un cantor d'amore che cantasse amore non vero. Si può credere e si deve. Notizie esatte sulla adolescenza di Dante non abbiamo; ma pur due tradizioni, quanto si vuole incerte, che riflettono quella, accennano a un proposito suo di incamminarsi verso la Galilea. (Co. 4, 22) Rammento ciò che annota FDa Buti al XVI Inferni: (106-123) “Questa corda ch'elli avea cinta significa ch'elli fu frate minore; ma non vi fece professione nel tempo della sua fanciullezza... Questa lonza, come fu posto nel primo canto, significa la lussuria, la quale l'autore si pensò di legare col voto della religione di San Francesco„. Con la qual notizia consuona ciò che racconta il Boccaccio delle riluttanze di lui a prender moglie, mentre i parenti “trovata donna giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E... dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l'effetto, e fu sposato„. Or queste due notizie non s'hanno a buttar via. Si consideri che il Butense è l'unico degli antichi interpreti a dichiarare a quel modo la corda: non traeva dunque la notizia dalla lettera di Dante, poichè anche gli altri ne l'avrebbero tratta; se non tutti, molti; se non molti, uno, un altro solo! E il Boccaccio ha certo interpretato a modo suo l'ostinazione di Dante a non volerne sapere, di quel conforto nuziale; ma quell'ostinazione egli non rilevava dal libello, che si vuole quasi unica sua fonte; in quel libello c'era il conforto della donna gentile, e c'era il ritorno allelagrime e ai sospiri. C'era in somma il contrario di ciò che messer Giovanni dice che Dante, bene o male, si consolò. A me pare che s'egli voleva inventare il perchè e il come del matrimonio di tale cui “era... l'amore il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso desiderio spesse volte noioso e grave a sofferire„; di tale, tuttavia, di cui “niuno sguardo, niuna parola, niuno cenno, niuno sembiante, altro che laudevole per alcunosivide mai„[85]in quella ardentissima passione; di tale, inoltre, che raccontava nel libello una sua violenta infermità, con delirio e con rischio, e con quel nome nel cuore; mi pare che il Boccaccio avrebbe mosso, se inventava di suo, prima i parenti a stare “attenti alli suoi conforti„. Verso la Galilea, che tanto è a dire quanto bianchezza, bianchezza di luce, verso la contemplazione, mediante la quale egli avrebbe ora veduta, dopo Giovanna, la verace luce; andava l'anima di Dante, sin forse da quando era fanciullo e vedeva la fanciulla sua vicina: la vedeva senza mai udirne la voce, chi sa? perchè ell'era promessa sin da' quei primissimi anni, ed era tenuta in disparte, come già sposa, sebbene così piccola. E Dante, io imagino,[86]nè imagino per altro se non per indurne la verosimiglianza d'un amor vero per una vera fanciulla e donna; Dante, che pur la vedeva passare per la viae l'aveva veduta una sola volta più da presso, in casa di lei, in una apparizione a una festa; non l'aveva sentita parlare nè allora nè mai. E s'era assuefatto a vedere in lei, piccola sposa, serbata per ciò in casa come in un monastero e quale una piccola monaca, un qualche cosa di sacro e d'intangibile e irraggiungibile se non di là della vita. E anch'esso convertiva sè in un piccolo monaco, e prendeva il suo bordone avviandosi per quella via, in cui non avrebbe mai trovata lei viva, ma lei morta, sì, avrebbe trovata quando che sia. Ed ella andò a nozze, e forse in quella festività, ella vide tra i convitati il vicino di casa Alighieri, e salutò lui non meno che gli altri; ed egli, in quel giorno se in altri mai, propose di non seguirla in quella via del mondo, per la quale ella andava a riposare in un letto nuziale; ma di aspettarla in quell'altra. E sognò di lei, ed ella era, involta in un drappo, nelle braccia d'alcuno. E che più cantò di lei, sino alla ballata del perdono? specialmente, se vogliamo escludere il nome di Bice, dal sonetto del vascello incantato?[87]Egli si provòad amare altre donne. Ma che! erano finzioni, inganni, simulacri d'amore. E tornò a lei; ma a lei già là, nella candida Galilea, trasfigurata nella luminosa sapienza e nella speranza della contemplazione di Dio. E per giungere a lei, bisognava morire al mondo, alla carne, al peccato; cercare anche quaggiù di diventare pura anima e mero spirito visivo. E quand'ella morì, sia vero o non vero che Dante dopo l'annoale della morte, si provò, come forse, ancor più tardi, con le nozze, ad amare un'altra; quand'ella fu morta, più che mai egli si propose d'andarla a vedere e a udire tenendo i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare.
Dante, dunque, mentre s'istituiva il gonfaloniere di giustizia che inalberava la croce rossa nel campo bianco e che era cinto d'armati suoi, Dante studiava. E Guido? Gli ordini di giustizia lo cacciavano dalla vita pubblica. Esso, il filosofo amante della solitudine, poteva rassegnarsi. Eppur no, non si rassegnò: di lì a sette anni egli sarà confinato; e il confino era la conchiusione d'un periodo di lotte civili. Possiamo congetturare che appena deliberati quelli ordini, egli disegnasse quel pellegrinaggio che imprese e non compì, durante il quale Messer Corso cercò d'assassinarlo. Il fatto è che, andasse subito o poco dopo, tornò, a quel che pare, a Fiorenza senz'esser giunto a Compostella.[88]A Fiorenza lo traeva la passionedi parte. “Tornato a Firenze... inanimò molti giovani contro a lui (Corso), i quali li promisono esser in suo aiuto. E essendo un dì a cavallo con alcuni da casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer Corso, credendosi esser seguito da' Cerchi, per farli trascorrere nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in vano„. E questo non può essere che un episodio della vita, quale noi e leggiamo e imaginiamo che condusse Guido in quelli anni, e prima che si facessero gli ordini, e poi che furono fatti, e prima che Giano si facesse capo e guida del popolo, e dopo che Giano fu bandito, coi “molti modi„ che “i potenti cittadini„ seppero trovare per abbatterlo. Guido è dipinto astratto e sdegnoso da cronisti e novellieri: è detto da Dino “uno giovane gentile... cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intentoallo studio„; intento allo studio, sì; ma dallo studio frastornato certo, negli ultimi anni della sua vita, mediante le altre sue qualità di “gentile e cortese e ardito„ e partigiano appassionato. Se fosse rimasto intento allo studio, se avesse continuato a mirare “la bieltade diquellaPrimavera gentile„, Dante non avrebbe avuto occasione di consigliare nel trecento il suo bando, e non avrebbe, riferendosi al trecento, nel qual anno Guido moriva o si preparava a morire, detto di lui, che esso, già intento allo studio, ebbe a disdegno lo studio. Chi ben mira, nelle parole di Dante al padre legge il rimpianto che tanta altezza di ingegno avesse dato, colpa più de' tempi che di lui, così poco frutto.
Ma nel 1295, essendosi vinto che chi dei grandi volesse abilitarsi agli uffici e agli onori, potesse, togliendosi dal novero de' Grandi e iscrivendosi a una delle Arti; nel 1295 Dante si faceva popolano,[89]e nell'anno stesso, nel luglio e nel dicembre, era consulente ed elettore.
Come mai? Non abbandonava egli così la via di Dio per quella degli uomini?
Sì: lasciava la sua via. Ben di ciò lo rimprovera, in cima del monte della purgazione, Beatrice: (Pur. 30, 122)
Mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto
Mostrando gli occhi giovinetti a lui,meco il menava in dritta parte volto
Beatrice dimentica qui gli schermi e le difese; dimenticache, pur da vivente, ebbe a negargli il saluto per quella “soperchievole voce, che parea che l'infamasse viziosamente„. Dimentica o, meglio, è Dante che scrivendo le dichiarazioni della Vita Nova a preparare la Comedia, ha cancellato il traviamento suo avanti la morte di Beatrice, e pur non così cancellato, che a noi non ne apparisca traccia. Insomma quel primo duplice traviamento è come non sia. Continua Beatrice:
Sì tosto come in sulla soglia fuidi mia seconda etade, e mutai vita,questi si tolse a me, e diessi altrui.
Sì tosto come in sulla soglia fuidi mia seconda etade, e mutai vita,questi si tolse a me, e diessi altrui.
“Quando fui sul mio anno vigesimo quinto e morii, questi si diede ad altri„, cioè, cominciò, almeno, col darsi alla donna gentile.
············E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false...
············E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false...
Qual è questa via non vera, in cui Dante entrò seguendosimulacrad'amore? Seguendo, per esempio, l'amore della donna gentile, si metteva per questa via non vera? E poichè questa via non vera era quella in che egli si mise, abbandonando, pien di sonno, la verace via (Inf. 1, 12) o la diritta via (ib. 3); domandiamo ancora: Fu per seguire, o seguendo, la donna gentile che venne a trovarsi nella selva oscura?
Sì: se avesse scritta la mirabile visione appena la vide o concepì, Dante avrebbe detto che s'era smarrito seguendo quella donna e assecondandoquell'amore, che gli pareva nobilissimo per un inganno dell'anima. Ma questo inganno, avrebbe detto ch'era durato poco: alquanti dì. (VN. 39) Dante non scrisse subito la visione; anzi appena l'ebbe concepita, disse che gli sarebbero occorsi alquanti anni. (VN. 42) Se Dante la Vita Nova avesse scritta nel trecento, quale preparazione prossima alla Comedia, come nella Vita Nova avrebbe scritto alquanti dì, mentre nella Comedia diceva alquanti anni? Invero egli dice che dieci anni durò la sete che egli ebbe di Beatrice; (Pur. 32, 2) e sente dire da lei, che egli si diè altrui non appena ella mutò vita; e mostra col fatto di non essere tornato a lei se non nel trecento, nove anni (poichè sino all'annoale e ancora un po' di tempo, era stato fedele), nove anni dopo essersi dato altrui. Nè, dunque, egli scrisse, anche per questa ragione, la fine della Vita Nova nel trecento; nè, nella Comedia, significa un traviamento o smarrimento durato solo alquanti dì. E non si opponga che egli può aver messo nel libello quel poco tempo così indeterminato per significarne uno tanto maggiore. Gli alquanti dì vengono dopo la designazione precisa dell'annoale: come alquanti dì dovrebbero voler significare alquanti anni, mentre un anno che ha trecensessantacinque dì significa un anno solo? E non sarebbe sfuggito al sottile indagatore del mistero delnove, che nove anni su per giù,quasinove anni, cioè nove anni, sarebbero corsi da quell'annoale alla mirabile visione.
E poi: questa visione non era mica per essere uguale in tutto e per tutto a quella della Comedia! E appunto questa via non vera o verace o diritta della Comedia è un elemento che non ci è dato ravvisaretra gli altri elementi che noi abbiamo scorti nella Vita Nova, e che abbiamo giudicato costituire sì il primo disegno di rime nuove, sì il secondo di mirabile visione. Nel fatto, quella via non vera della Comedia è anche detta il corto andare del bel colle. Cioè, non precisamente: il corto andare è la seconda parte della via non vera, di cui la prima parte è quell'errore nella selva oscura. Dante si smarrì in una valle. Vi errò una notte. Al mattino s'avviò per un colle. Mentre tornava verso la valle, l'Ombra gli apparve. Egli dice a Brunetto: (Inf. 15, 49)
Lassù di sopra in la vita serena. . . . . mi smarri' in una valleavanti che l'età mia fosse piena,
Lassù di sopra in la vita serena. . . . . mi smarri' in una valleavanti che l'età mia fosse piena,
ossia in età che non si poteva ancora chiamare perfetta e giunta al suo colmo: non ancora in piena giovinezza; sì, quando era quasi tuttavia adolescente:
pur ier mattina le volsi le spalle:
pur ier mattina le volsi le spalle:
ier mattina? Ma si ritrovò nella selva oscura
nel mezzo del cammin di nostra vita,
nel mezzo del cammin di nostra vita,
ossia a trentacinque anni! Sono una notte e un mattino che durarono dieci anni, dunque!
questi m'apparve, tornand'io in quella;e riducemi a ca per questo calle.
questi m'apparve, tornand'io in quella;e riducemi a ca per questo calle.
Ora lo smarrirsi nella valle o errare nella selva, nella selva erronea, avanti che l'età sia piena, è bensì un vivere “secondo senso e non secondo ragione„, (Co. 1, 4) un mancare didiscrezione(Co. 4, 8; 24), e didirezione(M. 1, 41; Pur. 16, 82), e dilibero volere e di lume di prudenza;[90]ma non è la medesima cosa che lasciarsi impedir dalla lonza e divenir drudo della lupa o della fuia.[91]Ebbene noi possiamo credere che nei due concepimenti che ebbe Dante adolescente, di dramma interno, smarrimento e conversione, egli avrebbe trattato, e cominciò invero a trattare, di ciò che è figurato nella selva, e non di ciò che è rappresentato nel corto andare verso il bel colle. Perchè, questo andare significa il mettersi per la via del mondo o attiva o civile, e il bel colle, simboleggia la beatitudine inferiore che si trova per quel cammino. Il bel colle rassomiglia il santo monte, come la felicità di questa vita rassomiglia alla felicità del paradiso terrestre — figuratus — . Ora qual cenno è nella Vita Nova di tal risoluzione di Dante? In essa egli dice di essere innamorato di tal donna, che è la speranza della contemplazione di Dio e la vera sapienza, la quale non si raggiunge perfettamente se non da morti, e si può veder sì, anche da vivi, pur che quasi si muoia, si esca di noi stessi, ci si liberi, per un momento, del peso della nostra mortalità. Amando lei, era in dritta parte volto, Dante. Stornandosi, e dandosi altrui, certo cessava di essere volto in dritta parte, ma tutte e due le volte, che ho detto, prima delle rime nuove e della mirabile visione, per un inganno d'amore, il quale amore, la prima volta, suggerì isimulacra, e, la seconda, esso amore per donna viva gli si mostrava simile e tutt'uno con quello che lo faceva andar piangendo per la morta.Questo inganno, proprio dell'adolescenza, equivale allo smarrimento nella selva. Egli ne sarebbe uscito subito con la morte, come esce nella Comedia,[92]con la morte medesima che narra di sè anche nella Vita Nova, cioè nella seconda canzone delle Nove Rime; e avrebbe riveduta Beatrice subito. Prima di lei avrebbe veduta, forse, la precorritrice Giovanna, la Primavera cheprima verrà, la Matelda, insomma, che coglie i fiori dell'eterna primavera; ma ad essa non sarebbe giunto dopo un “corto andare„, sì, come nella Comedia, dopo “altro viaggio„. Il corto andare per la piaggia diserta non poteva aver luogo in quei primi disegnati drammi dell'anima semplicetta, perchè quella piaggia non si percorre nell'adolescenza, in quell'età in cui l'uomo non può “certe cose fare senza curatore„, (Co. 4, 24) bensì in quella altra età in cui conviene frenare e spronare l'appetito, e che deve essere perciò temperata e forte. (Co. 4, 26) Nell'adolescenza tali virtù non hanno luogo, perchè non hanno luogo i vizi contrari ad esse virtù. L'adolescenza ha da avere obbedienza, sopra tutto, perchè l'adolescente, se da alcuno non gli è mostrato, non sa tenere il buon cammino. E qui rendiamoci finalmente ragione degli amori della Vita Nova; e fermiamo ben bene, che l'anima di Dante si volse bensì a quella o quell'altra donna gentile e anche ad una (la seconda dello schermo) che forse non era così gentile; ma non s'inoltrò tanto, da aver bisogno del freno della temperanza, per partirsi da qualche Didone. (Co. 4, 26) Andava l'anima dietro, bensì, a imagini false di bene, che somigliavano aBeatrice; ma egli si disingannava, in un empito di pentimento, e tornava a lei.[93]Nella Comedia, invece, il Poeta racconta sì d'essersi smarrito adolescente, e pien di sonno, e sì, dopo essersi ritrovato, di aver impreso un corto andare. Il quale è parte della via non vera, che per consiglio di Virgilio, egli mutò in altro viaggio. E l'altro viaggio lo condusse a Matelda e a Beatrice; la via non vera o il corto andare, no, non l'avrebbe condotto nè all'una nè all'altra. L'avrebbe portato al bel monte, non al santo monte. E il bel monte, cui si giunge con corto andare, non è davvero il santo monte, cui si giunge con tanto aspra fatica di scendere e salire, e con tanto più tempo, e con tutt'altroviaggio. Ben lo dichiara Beatrice nell'apparirgli di là del fiume sacro, che ultimo deve passare il viatore che altri quattro ne ha passati, uno d'acqua morta, un altro di loto, un terzo di fuoco, un quarto di gelo; ben glie lo dichiara, che c'è monte e monte:
“Non sapei tu chequiè l'uom felice?
“Non sapei tu chequiè l'uom felice?
Qui, non là, dove volevi andare. E dovevi imaginare che io ero qui, nel luogo della beatitudine, perchè io sono la beatrice„.Non sapeiva unito aBen son Beatrice.
Il bel monte non è il santo monte. L'uno è la meta della vita attiva, l'altro è nel cammino della vita contemplativa. Stia certo il lettore. L'andare a quello è l'uso pratico dell'animo, mediante lequattro virtù cardinali, e il giungervi è ottenere buona felicità, non però l'ottima e più eccellente e divina.[94]E il santo monte, se rassomiglia al bel monte, se non altro nell'essere monte, e perciò nel figurare una felicità, non rappresenta, no per certo, la felicità imperfetta. Vi è l'Eden, si ricordi; e nell'Eden Dio non pose l'uomo perchè avesse la felicità soltanto che viene dall'operare, sì anche quella che nasce dal contemplare. Si ricordi che Adamo ebbe “tutta l'animal perfezione„, (Par. 13, 83) non ebbe soltanto la prudenza regale, che ottenne Salomone
acciocchè re sufficiente fosse.(ib. 96)
acciocchè re sufficiente fosse.(ib. 96)
Adamo, cioè, nell'Eden era ugualmente atto alle due vite e felice delle due felicità, mentre Salomone, soltanto alla vita civile, soltanto della felicità buona e non ottima.[95]E nell'Eden apparisce Beatrice, enell'Eden, in cui è l'uom felice, parla di nuovo di quella via non vera, per la quale Dante si straniò da lei, per la quale Dante non sarebbe giunto a lei, al monte sacro, all'Eden, dove ella doveva apparirgli. In vero Dante mal può elevarsi alla parola di Beatrice; ed ella gli replica:
Perchè conoschi... quella scuolac'hai seguitata, e veggi sua dottrinacome può seguitar la mia parola;e veggi vostra via dalla divinadistar cotanto, quanto si discordada terra il ciel che più alto festina.(Pur. 33, 85)
Perchè conoschi... quella scuolac'hai seguitata, e veggi sua dottrinacome può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via dalla divinadistar cotanto, quanto si discordada terra il ciel che più alto festina.(Pur. 33, 85)
E Dante soggiunge:
Non mi ricordach'io straniassi me giammai da voi...
Non mi ricordach'io straniassi me giammai da voi...
Ora quella scuola e dottrina e via, per la quale Dante si straniò da Beatrice, è la scuola, dottrina, via del mondo o civile o attiva. E questa è la via non vera, non verace, non diritta; la via che fu per una notte dentro una selva, e poi per un giorno, avanti e indietro, in una piaggia diserta infestata da fiere; eppure non si dichiara già per malvagia o peccaminosa in sè, ma solo, a questo punto, per imperfetta e inefficace, che non può seguitare la parola volante sopra l'umana veduta; e distante all'infinito da Dio, nondivina,[96]non però opposta. Se vogliamo interpretaresubito l'episodio, diremo che Dante riconosce che la vita attiva alla quale si diede lasciando la contemplativa per cui già s'era messo, gli aveva lasciato qualche impaccio nell'intelligenza, qualche tardità, qualche offuscamento; sì che, riprendendo la sua vera via, non ci si ritrovava così facilmente. Invero Lia, che aveva veduta in sogno, non aveva più gli occhi malati, e si specchiava, ma non quanto Rachele che mai non si smaga dal suo miraglio. (Pur. 27, 103) E Matelda non assomiglia più a quella Lia, i cui occhi deboli e infermi s'interpretano come lecogitationes mortalium timidae;[97]ma tuttavia ella canta un salmo in cui sono le parole:nimis profundae factae sunt cogitationes tuae;[98]ed ella dice a Dante, segnando un divario tra sè e quella che verrà dopo:
venni prestaad ogni tua question,tanto che basti.
venni prestaad ogni tua question,tanto che basti.
Alla questione, in cui la parola di Beatrice tanto alto volava sopra la veduta di Dante, Matelda non sarebbe, per esempio, potuta bastare.
Insomma il santo monte è la beatitudine della vita attiva ma in quanto s'è disposta alla contemplativa; la beatitudine della vita attiva in sè e per sè, è l'altro monte, il bel monte, il colle al termine della valle. Se questo e quello fossero il medesimo monte, Beatrice non avrebbe detta “non vera„ la via che aveva addotto l'amatore a quel monte e a lei. Non vera ella chiamava la via per la qualeDante non l'avrebbe riveduta in cima al colle, sul quale Dante, avrebbe, se mai, veduta in sogno Lialippis oculis, Lia che non s'adornava e non si specchiava; e avrebbe trovata poi, nella realtà, una Matelda, se mai, affaticata e non lieta della sua operazione. C'è una vita attiva ch'è fine a sè stessa, e una vita attiva che conduce alla contemplazione, che purifica edisponea veder le stelle. (Pur. 33, 145)[99]
Ma Dante insegna nel trattatode Monarchia(3, 15): Due fini ha l'uomo, secondo che è corruttibile e incorruttibile: “la beatitudine di questa vita, che consiste nell'operazione della propria virtù,ed è figurata mediante il paradiso terrestre; e la beatitudine di vita eterna, che consiste nella fruizione dell'aspetto divino; alla quale la virtù propria non può salire, se non aiutata dal lume divino;ed essa felicità si dà a intendere col paradiso celeste„. Errerebbe chi raccogliesse da queste parole che essendo il colle simbolo della beatitudine di questa vita, esso è una cosa col monte, poichè su esso è il paradiso terrestre, che figura quella medesima beatitudine. Errerebbe. Nella Comedia c'è il vero paradiso terrestre, a cui Dante giunge mediante la contemplazione:vero. E in esso è la vera beatitudine di questa vita, che però in questa vita non possiamo aver più, dopo il peccato d'Adamo. Dante potrebbe in esso rimanere, pago di quella vera beatitudine? Virgilio invero lascia a lui l'elezione della seconda parte del viaggio, mentre dichiara di necessità la prima.[100]Noi rispondiamo: Virgilio esprime questo concetto: “O la vita attiva o la vita contemplativa (la qual ultima non si dà senza un esercizio di vita attiva che disponga) si può scegliere„. Ma sì: come sarebbe mancato in Dante la volontà di salire, dopo essersi fatto così leggero e nuovo? quando lì era l'anima più degna, per rapirlo seco e addottrinarlo nei misteri imperscrutabili? Dante dunque, una voltapuro e disposto, non si sarebbe fermato nel paradiso terrestre. Ma s'intende che in questo discorso non si tratta d'unaveradimora; perchè Dante giunge sì al paradiso terrestre vero, ma, con la contemplazione, vi giunge! Se il monte ha il vero paradiso, cioè quella che era già e non può esser più la vera beatitudine della nostra vita in terra, il colle invece è il simbolo di essa beatitudine; è nella Comedia quel che è il paradiso terrestre nella Monarchia; simbolo esso come è simbolo quello. Ma come per contemplativi che fossero, i beati di Saturno quand'erano quaggiù, non erano in Saturno, sebben godessero una felicità che è figurabile col paradiso celeste, così gli spiriti attivi di Mercurio non trovavano, nella loro via del mondo, quaggiù il paradiso terrestre.Ebbero anzi tutt'altro che quella pace, quella letizia, quell'agevolezza che è in Matelda: tutt'altro. E anzi gli spiriti attivi pur avendo in vita una beatitudine che è simboleggiata nel paradiso terrestre, il paradiso terrestre proprio non l'avrebbero in vita potuto veder mai; perchè sì il terrestre e sì il celeste non si possono vedere dai viventi se non in una estasi di contemplazione; ed essi erano attivi, non contemplativi.
Il colle non è il monte. Il colle è una figurazione simbolica, come la selva, la piaggia diserta, la notte e il mattino. Tutto in essi è accorciato e appena adombrato. Noi ci chiediamo: Se Dante fosse salito fino alla cima, che cosa sarebbe stato di lui? Possiamo rispondere solo: Avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data all'azione; non avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data alla contemplazione. O la beatitudine eterna l'avrebbe poi avuta? Perchè ci sono due vie, attiva e contemplativa, per giungere alla beatitudine in questa terra; beatitudine minore e maggiore, imperfetta e quasi perfetta; ma nè l'una nè l'altra sono la beatitudine perfetta, che è di là della vita, oltre la terra, nel cielo. Avrebbe Dante operato in modo da guadagnarsi la salute eterna? Chi sa? Farinata a ben fare pose l'ingegno; pure è nell'arca di fuoco. Altri che come lui furono attivi perchè loro succedesse onore e fama, sono pur beati, sebbene si mostrino in “picciola stella„. (Par. 6, 112) Ma non potè salire: dunque non era per lui quell'andare. Nella selva, nella quale arretrava, egli sarebbe stato privo di quell'“onore e fama„, che è il fine della vita attiva; sarebbe stato vile e oscuro. Perciò dice Dantee ripete Beatrice che quell'andare era per via non vera.
Ma questo solo perchè Dante, come il fatto mostrò, non era per salire? perchè c'era, a' piedi del colle, la lupa che impedisce e fa arretrare nella selva? Ciò non basta perchè si dica non vera la via. Non vera, dunque, per nessuno? nemmeno per il Veltro? Diciamo che non era vera per Dante, perchè Dante era nato e fatto per un'altra vita, per l'altra.La sua tracciaera statafuor di strada, perchè ilprovveder divinoaveva impresso la sua cera d'altro suggello, che quello; perchè la sua radice era fatta per portare altri effetti, che quelli; perchè, non attendendoal fondamento che natura pone, non era statobuono, s'eratortoad altro che a ciò a cui eravolto. (Par. 8, 127) E questo gli rimprovera Beatrice, d'aver contrariato la sua natura e contrastato alla sua stella: (Pur. 30, 109)
Non pur per ovra delle rote magne,che drizzan ciascun seme ad alcun fine,secondo che le stelle son compagne;ma per larghezza di grazie divine,che sì alti vapori hanno a lor prova,che nostre viste là non van vicine;questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
Non pur per ovra delle rote magne,che drizzan ciascun seme ad alcun fine,secondo che le stelle son compagne;
ma per larghezza di grazie divine,che sì alti vapori hanno a lor prova,che nostre viste là non van vicine;
questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
È accennato chiaramente che le rote magne drizzavano Dante a un fine ch'egli non perseguì. E se alcuno vuol credere che si tratti solo di bene o male, e non di “differenti uffizii„, vediamo checosa ne pensa Dante stesso. Il quale ci dice quali stelle eran “compagne„ a lui, quando e' nacque. Egli si volge ai Gemini ed esclama: (Par. 22, 112)
O gloriose stelle, o lume pregnodi gran virtù, dal quale io riconoscotutto, qual che si sia, il mio ingegno...
O gloriose stelle, o lume pregnodi gran virtù, dal quale io riconoscotutto, qual che si sia, il mio ingegno...
E Brunetto nel vedere per qual “calle„ Dante cammina, sembra subito approvare, e dire che la sua “stella„, ora, lo guida per la sua via buona. (Inf. 15, 54) Per certo tale stella e tal lume di gran virtù, in quell'esempio duplice che Dante pone, d'uomini torti ad uffizio non loro, ossia d'un guerriero torto alla religione e d'un “da sermone„ fatto re, esempio generale e sintetico che val quanto dire “torcere alla vita contemplativa chi è nato per la attiva eviceversa„; (Par. 8, 145) tale compagnia favorevole all'ingegno, disponeva Dante più al sermone e alla religione, che ad esser re o guerriero, più alla vita di Dio che a quella del mondo. Ma c'è altro. Che vuol dire “ogni abitodestro„? Ogni abito, forse, buono, virtuoso, gentile? Vuol dire: ogni abito della vita contemplativa. Destro è qui opposto, come sovente, a sinistro; agliufici, grandi o men grandi, dellasinistra cura(Par. 12, 128). Ossia della vita attiva o civile o, come altri dice, carnale, opponendola a spirituale. Così S. Bernardo afferma che nel lato sinistro della Chiesa sono significati gli uomini carnali, e nel destro, gli spirituali. Perciò (e mi limito a questa citazione) la destra è la vita spirituale o contemplativa; la sinistra è l'altra, inferiore. Così di terra cotta è il pie' destro del Veglio; e significal'autorità spirituale. (Inf. 14, 110)[101]Beatrice dunque afferma che Dante non seguì la strada che gli era tracciata, ossia la strada della contemplazione, e si mise nell'altra, in quella dell'azione, che perciò non fu vera, perchè non era per lui. Ella ha nel Poema e nel trecento qualcosa da rimproverare, che non avrebbe avuto nelle laudi che Dante cominciò a disegnar di lei nella Vita Nova. Allora ella l'avrebbe garrito per i simulacri d'amore e inganni dell'animo o cuore o appetito, e false imagini di bene. Ora può rinfacciargli anche d'aver seguitata una scuola che non era quella di lei; di non esser tornato a lei dopo quelli inganni, anzi d'essersi inoltrato per una via non vera, che non era, cioè, quella di lui. E dice:
E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false;
E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false;
con ciò fondendo nei primi inganni d'adolescente questa seconda più diserzione che traviamento, e facendoci intendere che questa era come effetto di quelli.