XIX.DECEM VASCULA

XIX.DECEM VASCULAE poi lo sappiamo da lui medesimo, quanto tempo metteva nel comporre i canti del suo poema.Egli aveva compito l'inferno e il purgatorio. Giovanni del Virgilio[175]conosceva le due cantiche, delle quali un episodio a principio dell'una e un altro alla fine dell'altro, tutti e due riguardanti poesia antica e poeti antichi,[176]ricordava in una sua epistola latina a Dante. In essa accenna al primo, dicendoPraeterea nullus, quos inter es agmine sextus,che è il ricordo del noto “fui sesto„; e mostra col verso seguente,nec quem consequeris caelo,che è Stazio, sì di conoscere l'ultima parte del purgatorio, e sì, forse d'ignorare il paradiso, in cui non è più parola di Stazio, mentre a me pare che Giovanni si figurasse che dovesse aver qualche parte nell'ultima cantica. Come che ciò sia, il buon verseggiatore bolognese nomina bensì gliepiphoebia regna; chè certo sapeva che ai due regni terrestri doveva tener dietro il celeste, ma non dice di esso alcuna particolarità, quale dice dei due primi. In quell'epistola il verseggiatore incuora il Poeta (così diciamo noi: allora almen l'uno de' due pensava tutto al contrario) a lasciare il sermone laico e la lingua volgare; a non gettar perle ai porci, a non mettere una plebea guarnacca alle sorelle Castalie. Egli vuole che canti epiche imprese recenti, la salita al cielo d'Enrico imperatore, la sconfitta dei gigli fiorentini per opera del Faggiolano, le sevizie patite dai Padovani,et Ligurum montes et classes Parthenopaeas.Poi promette di presentarlo alle scuole bolognesi ornato di laurea: il che può essere, e anche non essere, una proposta di conventarsi a Bologna.Dante risponde con un'ecloga pastorale: “Ebbi la tua lettera. S'era io e il mio Melibeo (un certo ser Dino Perini fiorentino),[177]e rassegnavamo, secondo il nostro solito,[178]le capre pasciute. Esso,che voleva conoscere il carme che m'era giunto, mi dice: — O Titiro (Dante), che vuol Mopso (Giovanni del Virgilio)? Narra. — Io, o Mopso, rideva; ed esso insisteva vie più. Finalmente, per il ben che gli voglio, smisi di ridere, e gli dissi: — Pazzarello, che cerchi? Bada piuttosto alle capre che ti sono affidate, sebbene la piccola cena ti dia pensiero.[179]Tu non sai i pascoli, che il Menalo col capo inclinato, celando il sole, adombra:[180]i pascoli dall'erba screziata di fiori. Li circonda un ruscelletto, che s'è fatta la via dall'alto donde sorge.[181]Là Mopso, mentre i bovi ruzzano per le pieghevoli erbette, contempla lieto l'opere degli uomini e dei celesti. Poi, dando fiato alla zampogna, manifesta le gioie del suo cuore, sì che gli armenti seguono il suocanto, placati dal monte scendono al piano i leoni, e le onde corrono addietro, e Menalo[182]accenna col fruscìo delle sue frondi. — E Melibeo ripiglia: — O Titiro, se Mopso canta tra verzura a me ignota, tuttavia potrei i suoi carmi, per quanto a me ignoti, se tu me limostrassi, insegnarli alle capre errabonde.[183]Che aveva a far io, poichè questi insisteva anelando? — Sai? Mopso s'è dato alla poesia, mentre gli altri vanno là ad apparar leggi, ed è impallidito nell'ombre del sacro bosco. Pieno di poesia, egli m'invita alle frondi cresciute dalla fanciulla del Peneo conversa in albero.[184]Melibeo esclama: — E che farai? Pastore errerai sempre per i pascoli senza l'alloro alla fronte? E io: — O Melibeo, l'onore e la fama dei poeti svanì: Mopso appena, a forza di veglie, è diventato poeta! — Così avevo risposto, quando saltandomi l'umore esclamai: — Che belati per i colli e per le praterie, quando, col verde alla chioma, intonerò il peana! Ma ho paura di quelle forre e di quelle campagne che nononorano gli dei.[185]Non sarà meglio ornare i capelli, trionfando, se mai mi avverrà di tornare, e coprirli ora che son bianchi, mentre erano biondi allora, con la fronda intrecciata in riva al patrio Arno?— Ed esso: — Chi può dubitarne? Però guarda il tempo come passa presto! Già son vecchie le capre, che noi lasciammo alle loro madri, perchè figliassero altri capri.[186]E io: — Quandoi corpi fluidi intorno al mondo e gli abitatori delle stellesaranno noti come i regni inferi, allora gioverà coronar il capo d'edera e lauro.[187]Mopso lo concederà? — E Melibeo: Mopso?! perchè? — E io: O non vedi che egli riprende le parole comiche (volgari), sì perchè sonano come trite, nelle bocche delle femminette, sì perchè le sorelle Castalie hanno vergogna d'accettarle? — Così risposi, e rilessi, o Mopso, i tuoi versi. Allora Melibeo fece spallucce, e disse: O che faremo dunque, volendo convertire Mopso?[188]— E io: — Ho con me una pecora,che tu conosci,[189]la piùcara, che appena regge le poppe, tanto abbonda di latte (sotto una gran rupe ora rimastica[190]le erbe che già brucò) che non va col gregge, che non è avvezza ad alcun chiuso, che suol venire da sè, nè mai a forza si lascia mungere;[191]questa io mungerò e del suo latte empiròdieci vasiper mandarli a Mopso. E tu intanto bada ai capri che cozzano, e impara a mettere i denti nelle dure croste del pane. — Così cantavamo io e Melibeo sotto una quercia, mentre nella casetta ci si coceva il farro„.Che si ricava dall'Ecloga? Questo, a parer mio. Dante interpreta che Giovanni del Virgilio lo abbia invitato a fare alcun canto epico in latino. Di ciò, a detta di Giovanni, è per venirgli la gloria che invano aspetta dal suo pur bel poema volgare. E Dante esclama, nella sua finzione bucolica: Quando canterò laureato il mio peana, sentirai che belati per i colli e i prati! Queste parole le mette fuoriindignatio. Perchè questa indignazione? La poesia è senza onore, ha detto prima: io, dice ora con empito di ribellione, le lo renderò! Non ci lasciamo qui fuorviare dal travestimento bucolico delle idee, per ilquale, ad esempio, il sermone o la epistola del poeta bolognese diventa una serie dimodulamina. Può stare che siano ecloghe pastorali quelle che devono far belare di gioia i colli e i prati; che queste ecloghe, delle quali una è la presente, debbano restituire l'onore ai poeti e alla poesia, non può stare. Che Dante lo dica al “poeta„ del Virgilio, non può stare. Che Dante dica d'intonare il peana, laureato per queste ecloghe latine, esso che stava per finire il poema sacro, esso a cui s'erano chiesti canti epici, non può stare. Non sta. Nel fatto soggiunge: A Bologna, per altro, c'è cagione di alcun timore; non è meglio attendere di essere laureati a Fiorenza? Sì, ma il tempo passa, replica ser Dino. E Dante insiste: Sì: io voglio aver finito il paradiso, con le sue stelle (circumflua corpora) e coi suoi santi e angeli (astricolae). Mopso lo vorrà allora concedere, Mopso che non apprezza se non la poesia latina? E, poichè ser Dino si meraviglia. Dante gli rilegge la lettera di Mopso, dove disdegna le rime e la lingua volgare. Dal che si ricava che il peana Dante ha detto d'essere per cantarlo, quando avrà finito il paradiso e la Comedia; e perciò di non poterlo cantare a Bologna, dove, oltre varie difficoltà, non ci sarebbe forse il consenso di Giovanni del Virgilio. E come far ricredere Mopso? — Gli manderò dieci vasi di latte della mia pecora più cara. — Si interpreta dall'antico glossatore che la pecora sia la poesia bucolica; si dichiara da un valente critico moderno che i dieci vasi di latte siano un libro d'ecloghe nel numero consacrato da Virgilio, di dieci.[192]E il senso correrebbecosì: “A Bologna non vorrei andare; non è meglio laurearsi a Fiorenza? Quando il paradiso sarà terminato, prenderò certo il cappello. Mopso lo permetterà? Egli non vuol saperne, di volgare; ma per convincerlo, gli manderò dieci ecloghe, quante ne fece Virgilio„. E il senso corre così bene, che così invero intese Mopso, che rispose a Titiro che la sua ecloga fu molto ammirata, e che Dante sarà o secondo dopo Virgilio, o un altro Virgilio a dirittura; e che gli augura di tornare in patria, ma intanto può cantare (latinamente) con esso lui e deliziarsi, a Bologna, dove non c'è nulla da temere. Iola (Guido Novello) non lo permetterà? Oh! il mio antro non è men sicuro della sua casa o capanna; e qui sarai amato e vedrai il Mussato. E io farò altrettante ecloghe, “quante tu ne prometti. Sebbene, mandar latte a un pastore...„. Così intende Mopso, e d'aver così inteso mostra anche con l'epitafio che scrisse di lì a non molto del grande Poeta:Pascua Pieriis demum resonabat avenis:Atropos heu! lectum livida rupit opus.Ma intende bene? Qui sta il punto. Già a me pare che il grande e il piccolo poeta non s'intendessero per la laurea, se il grande parla d'una vera e propria laurea o d'un reale “convento„. Scrive Mopso, che se vuol altra fama, che quella che dispensa il volgo,en ego iam primus, si dignum duxeris esse,clericus Aonidum, vocalis verna Maronis,promere gymnasiis te delectabor ovantuminclita peneis redolentem tempora sertis...Mopso, cioè il buonverna Maronis, presenterà Dante ai lettori e agli scolari di Bologna: quel che segue, non è forse una circoscrizione poetica per dire “te poeta„?poetanel senso distinto da rimatore? Il fatto è che nella replica di Mopso a Titiro, di laurea non mi pare si parli più; nell'epitafio, dove pur si tocca delle Bucoliche interrotte, di laurea non si tocca. Ma lasciamo questo punto: l'altro punto dei dieci vasi, l'intende, Giovanni del Virgilio, bene? Dante, scrivendo la sua seconda ecloga, dice che a Bologna, ai sassi etnei, non andrà, perchè teme di Polifemo, e si fa dire da Alfesibeo, che è unmagister Fiducius de Milottis de Certaldo medicus, qui tunc morabatur Ravennae: Ah! ti prego: non sia mai che il Reno e quella Naiade abbia questo illustre capo, cui già il frondatore s'affretta a scegliere in vetta all'alloro le foglie dell'immortalità. Non sia mai che vada a Bologna questo capo, cui già si prepara l'alloro! Questo concetto non si accorda con l'interpretazione data prima, dei dieci vasi, e di ciò che precede e segue.In verità: per conventarsi, se mai, non a Bologna, ma a Fiorenza, Dante avrebbe promesso le dieci ecloghe a Giovanni! Ora, questo medesimo intento, di prendere il cappello nella patria, Dante lo manifesta nel poema sacro con parole che tutti ricordano. Oh! sia pure che quelconcedat, come dirò tra poco, significhi “approverà, sarà contento„: ma come possiamo credere che a vincer la crudeltà dei suoi cittadini Dante credesse necessario, oltre il poema sacro, anche dieci bucoliche dirette a Giovanni del Virgilio bolognese?Ma più che di laurea si tratta di gloria: il trionfoha da essere senza cavalli bianchi. Dante è per compiere un vero poema. Quando scriveva il Trattato d'eloquenza, nemmeno sospettava che fosse possibile. Egli l'ha composto e compone con quelproximius imitari“i poeti grandi, cioè regolari„, (VE, 2, 4) che non può meglio esser significato che col farsi discepolo di Virgilio, col far la mente seguace delle parole sue. (Pur. 24, 101) Due cantiche n'ha compiute. In esse egli si mette per sesto nel grande canone; in esse si trova a pari pari con Stazio, sebbene anche da lui si faccia ammaestrare (Pur. 25, 31), seguendo la “scuola„ (ib. 21, 93) dell'altissimo poeta. Giovanni del Virgilio gli scrive in versi latini, ricordandogli appunto, di esse due cantiche, gli episodi in cui Dante fa tal professione di essere un poeta vero, grande e regolare, sebbene versifichi in volgare, e di non differire in nulla da quelli: (VE 2, 4) ha detto d'essere sesto in quella scuola del signor del canto; ha detto e mostrato d'essere a Virgilio come a Virgilio è Stazio.[193]Ma ora viene il buono; ora ha da mostrar veramente ch'egli può poetaremagno sermone et arte regulari; (VE. ib.) ora gli è bisogno, nell'aringo rimaso, Apollo. L'alloro l'avrà con quest'“ultimo lavoro„. Apollo, non Aretusa, gli deve concedere “extremum hunc laborem„, che non è un'ecloga pastorale, ma il paradiso della Comedia. (Par. 1, 1) Nel qual ultimo lavoro non ha più seco il dolce pedagogo; cioè, ha tanto studiato, che dell'arte e della materia è padrone. Non è più un'Eneide volgare, la sua: è più e meglio: è, per dirla brevemente, unaPauleide; il che sembra significare ilPoeta con quella parola “vaso„del valore, che richiamalo vas d'elezione. Ora dunque stende le mani alla fronda Peneia;[194]ora potrà chiamarsi trionfatore; ora potrà dirsi “poeta„, nel senso intero e puro, senza restrizioni di sorta. E in verità, quando “l'aringo„ sarà percorso per buona parte, “poeta„ si proclamerà. (Par. 25, 8) In tanto, al principio della cantica sublime, intuona il peana.Sì: peana. Dante sa che il peana è canto di trionfo, e che è rivolto ad Apollo, come altre grida a Bacco. (Par. 13, 25) Ed egli che l'alta tragedia sapeva tutta quanta, aveva letto che cosa cantassero nell'Elisio, tra un odorato bosco di lauro, i vatipii... et Phoebo digna locuti.[195]Cantavano in coro il peana. La protasi del paradiso amplifica e spiritualizza codesta imagine virgiliana. Egli spera la fronda peneia; perchè lamateriaè tale che nessun altro poeta può essere più pio di chi tratta quella; e tutti quei versi riescono a dire che Febo deve ispirare esso, se il canto ha da esseredegno(Par. 1, 27) di Febo. Ora vogliam credere, che qui Dante alluda a una vera e propria laurea solenne o modesto convento nella umile terra nostra? Il peana qui intonato si afferma poi nel centro dei tre canti delle tre virtù teologali, cioè nel proprio luogo dellapietas,[196]nel canto della speranza, per cui fu salvo,[197]che è ilvigesimo quinto, preceduto e seguito dai canti della fede e della carità. Qui, dunque, proclama: (25, 7)Con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, ed in sul fontedel mio battesmo prenderò il cappello.Egli è Stato tre volte cinto e benedetto per la fede: è supremamente pio. Tornerà dunque pio vate, dopo aver cantato cose degne d'Apollo, con altra voce, cioè con quella con cui si canta il lieto peana, con altro vello, che d'agnello, come quando si partì, ma con la lunga veste in cui è l'antico citaredo; poeta, come quelli antichi, grandi e regolari; e si troverà anche esso come loro presso un fonte, non dell'Eridano, ma del battesimo, circondato le tempie, anch'esso, sì, dinivea vitta. E anch'esso dimorerà in luoghi lieti, tra amena verzura, in una sede beata:[198]nella patria. Vogliam credere, ripeto, che in questo trionfale ritorno Dante veda anche l'accoglimento solenne nel suo bel San Giovanni? che lanivea vittadel poeta pio e degno d'Apollo, sia proprio unabirettatio? Si può credere e non credere. Certo fa d'uopo credere che il peana, che Dante, nella ecloga, vuol cantare, facendo risonar di belati i colli e i pascoli, è questo medesimo peana della Comedia; ed è per il gran trionfo d'essere riuscito a fare in volgare un poema quali gli antichi; che ha anzi, una parte in più dell'Eneide: quella appunto, che Giovanni del Virgilio ignora e che quel povero Melibeosa. Chè l'ovis gratissimaè indubbiamente la Comedia volgare, nella sua ultima cantica:[199]Ser Dino, cui l'alveolustien lontano dal Menalo latino, che gli è perciò ignoto, conosce questa cantica; l'ha vista nascere, la vede crescere, la vede porgere le poppe al pastore. Indubbiamente! Ciò deduco dal raffronto dell'ecloga prima Dantesca alla decima Virgiliana che è a lei principal modello. Codesta decima è quella che sa più di ogni altra, d'epistola. È indirizzata a un amico poeta e ne fa molte lodi: contiene dialoghi, ma in forma narrativa. Era presente allo spirito di Dante, quando egli lavorava all'“ultimo lavoro„.Vi è nell'una e nell'altraMaenaluseMaenala, saltusecapellae; saturaelà, quapastae;là e quasub rupe;làArethusa, concede, concedite, silvae,quaconcedat Mopsus;là, Galle quid insanis, inquit, tua cura,qua, stulte, quid insanis, inquam, tua cura;lànostri labores,quahominum superumque labores.E si chiudono col notare la contemporaneità d'una altra azione pastorale o casareccia: là si tesse l'ibisco, qua si cuoce il farro.[200]Si parla, nell'ecloga virgiliana, di Arcadi,soli cantare periti; nella Dantesca, di Mopso, che è un Arcade, perchè dimora nel Menalo, e che, oltre a essere dichiarato, col nome stesso, divino poeta, e buono acalamos inflare levesal par d'un altro che è buono adicere versus[201](Dante ne ricorda appunto gl'inflatos calamos, con ciò sottintendendo i propri relativiversus); è detto parimente un de' pochi o il solo, in tanto vanir dell'onore e persin del nome de' vati. Ma sopra tutto c'è nell'una e nell'altra una gran promessa di canti sublimi:Ibo et Chalcidico... nell'una;Quantos balatus!... quum mundi circumflua corpora... nell'altra. E sopra anche questo, c'è nell'una e nell'altra il pensiero tristo e pio dell'esilio:procul a patria... nella prima;patrio, redeam si quando...Sarno, nella seconda.[202]Or bene l'idea madre dell'ecloga epistolare di Dante è in questi versi della Virgiliana:[203]Stant et oves circum, nostri nec poenitet illas,nec te poeniteat pecoris, divine poeta:et formonsus oves ad flumina pavit Adonis.Chè con tali versi sentiva Dante scusata l'inferiorità d'un genere poetico. Ed egli, così, designa con l'ovis gratissimaun genere poetico inferiore a quello coltivato da tale a cuilentabovesper gramina ludunt, e cui possono seguirearmenta.[204]Così invece di chiamarsi Menalca, che è il compagno “buono„ di Mopso, egli si dà il nome di Titiro, il nome più caro al suo maestro, perchè Mopso a Menalca dice,Tu maior, che detto dell'età, può intendersi d'altro; perchè Menalca, forse, pare a Dante della stessa patria con Mopso, abitator del Menalo, come Coridone con Tirsi,Arcades ambo; perchè, certo, Titiro sta, nel pensier di Dante come nel nostro, atteggiato a meditaresilvestrem tenui musam... avena; e a pascerele pecore, cioè cantare, al tempo stesso, umile canto.[205]Dunque, l'ovisin comparazione deibovesearmentadi Mopso, è veramente la poesia volgare rispetto alle latina. E presente al pensier di Dante era, e al nostro deve essere, in tutta l'ecloga, quel verso su cui l'ecloga si fonda:Nec te poeniteat pecoris, divine poeta!Divino poeta è Mopso, per essere Mopso,[206]ed è detto e confermato per essere Gallo. Servio comentava il verso:Nec tu erubescas bucolica scribere: il che, mutato secondo l'andamento dell'ecloga nuova, riesce: Non ti dispiaccia ch'io cerchi la mia gloria nell'umile poesia volgare. Nè già nella bucolica! Giovanni aveva scritto un'epistola, proponeva argomenti epici, esigeva la lingua latina, contemplavahominum superumque labores: tutto ciò Dante, traducendo in istile bucolico, afferma essere un dar fiato a calami, nel Menalo circondato e difeso da un fiumicello, con intorno bovi e armenti. Dunque, interpretando (ma a nessuno verrà in mente!) a quel modo, si dovrebbe dire, che anche Giovanni fosse poeta bucolico, più propriamente bucolico, cioè bovino, e Dante s'assegnasse un genere bucolico inferiore, cioè ovino. E concludiamo.Nella prima ecloga Dante volle dire: Quando io avrò fatto il paradiso, e sarò coronato poeta,Mopso ci troverà a ridire? (concedat Mopsus?) Sarà contento, approverà? O meglio ancora: cederà? si ritratterà? si ricrederà? Econcedere(neutro) avrebbe il senso, presso a poco, d'unrevocari, facendo passivo ilrevocaredel verso che segue dopo alcuni altri:Quid faciemus, ait, Mopsum revocare volentes?Titiro: “Sarà contento Mopso?„ oppure: “si ricrederà Mopso?„Melibeo: “Mopso? come?„Titiro: “O non vedi che di volgare non ne vuol sapere?„Melibeo: “Che faremo per farlo ricredere?„Titiro: “Tu conosci (tu a cui sono ignoti i carmi o i pascoli latini) la mia pecora prediletta: l'ultima cantica del mio poema. Bene: gliene manderò dieci canti.Così comprenderà che possoottener la gloria di poeta grande e regolare, o, se si vuole (ma non ci credo),esser laureato, senza scrivere versi latini, come vuol lui.In vero nella seconda ecloga egli fa dire ad Alfesibeo che sarà coronato, senza andare a Bologna; anzi non andrà a Bologna, perchè avrà già avuta la corona. Che necessità d'andarci? perchè affrontare Polifemo? esporre agli odii degli empi un capo sacro per la fronda peneia?Ma questa fronda peneia per me è più probabilmente metaforica. Infatti, l'egregio critico di più sopra, assevera che Dante non avrebbe potuto ottenere il convento con il poema volgare.[207]Se losappiamo noi, lo sapeva anche esso. Ora nel paradiso diceva che l'avrebbe preso per il suo poema, il cappello: si tratta dunque d'una simbolicavitta, come la fronda peneia è una simbolicalaurea.Se i dieci vasi di latte sono dieci canti del paradiso, questi sono i primi dieci. È chiaro infatti che Dante si ripromette di far chetare anche quelli che gli rinfaccianocomica verbae lo rimproverano di volgersi al volgo. Egli mostrerà loro questa nuova, ineffabile, incredibile parte del suo poema, preceduta da un vero “peana„. Se quella sublime cantica era già, poco o molto, nota altrui, egli certo non poteva aspettarsi nessuna sorpresa e nessun ricredimento. Ne seguita inoltre che dieci canti, quando scriveva la prima ecloga, aveva quasi pronti o pronti del tutto. E poichè tra i fatti ricordati da Giovanni del Virgilio nella sua epistola, sono le vicende marittime dell'assedio di Genova,[208]e queste furono nella prima metà del 1319; così possiamo affermar di certo che nel 1319 erano conosciute le due prime cantiche del poema,[209]e, almeno alla metà di quell'anno, erano pronti o quasi pronti i primi dieci canti della terza. Dante morì tra il 13 e il 14 settembre del 1321; sicchè in due anni egli avrebbecompiuta la terza cantica, componendo ventitrè canti. E che li finisse appena appena, e che negli ultimi tempi della sua vita fosse occupato nel finirli, è confermato dal racconto che lasciò il Boccaccio, del rinvenimento degli ultimi tredici canti, che si credeva non avesse fatti.[210]Nel qual racconto si ha anche la conferma dell'interpretazione per cui i dieci vasi di latte sono dichiarati dieci canti del paradiso; poichè il Boccaccio narra: “Egli era suo costume, qualora sei o otto o più o meno canti fatti n'avea, quelli, prima che alcuno altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane dalla Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo aveva in reverenzia; e poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne voleva„. E l'interpretazione deidecem vasculadà e, a sua volta, riceve gran lume di certezza da questo numero tredici, dei canti ritrovati; chè si capisce come, per quest'ultima cantica almeno, i canti che Dante mandava a messer Cane e ad altri (nel nostro caso, a Giovanni del Virgilio) e che erano “sei o otto o più o meno„, furono appunto dieci e poi dieci; sicchè rimasero tredici non mandati, non trascritti, non conosciuti.Ora se ventitrè canti, e del paradiso, della cantica cioè, per la quale al Poeta fu necessario entrar nell'aringo con ambedue i gioghi di Parnaso; se ventitrè canti di questa cantica potè, compiere in due anni; i cento dell'intero poema poterono ben essere compiuti in otto. E così noi risaliamo al 1313. In quell'anno avrebbe cominciato il suo poema; a metà di quell'anno; dopo l'annunzio della morte dell'alto Arrigo; dopo il 24 di agosto.

E poi lo sappiamo da lui medesimo, quanto tempo metteva nel comporre i canti del suo poema.

Egli aveva compito l'inferno e il purgatorio. Giovanni del Virgilio[175]conosceva le due cantiche, delle quali un episodio a principio dell'una e un altro alla fine dell'altro, tutti e due riguardanti poesia antica e poeti antichi,[176]ricordava in una sua epistola latina a Dante. In essa accenna al primo, dicendo

Praeterea nullus, quos inter es agmine sextus,

Praeterea nullus, quos inter es agmine sextus,

che è il ricordo del noto “fui sesto„; e mostra col verso seguente,

nec quem consequeris caelo,

nec quem consequeris caelo,

che è Stazio, sì di conoscere l'ultima parte del purgatorio, e sì, forse d'ignorare il paradiso, in cui non è più parola di Stazio, mentre a me pare che Giovanni si figurasse che dovesse aver qualche parte nell'ultima cantica. Come che ciò sia, il buon verseggiatore bolognese nomina bensì gliepiphoebia regna; chè certo sapeva che ai due regni terrestri doveva tener dietro il celeste, ma non dice di esso alcuna particolarità, quale dice dei due primi. In quell'epistola il verseggiatore incuora il Poeta (così diciamo noi: allora almen l'uno de' due pensava tutto al contrario) a lasciare il sermone laico e la lingua volgare; a non gettar perle ai porci, a non mettere una plebea guarnacca alle sorelle Castalie. Egli vuole che canti epiche imprese recenti, la salita al cielo d'Enrico imperatore, la sconfitta dei gigli fiorentini per opera del Faggiolano, le sevizie patite dai Padovani,

et Ligurum montes et classes Parthenopaeas.

et Ligurum montes et classes Parthenopaeas.

Poi promette di presentarlo alle scuole bolognesi ornato di laurea: il che può essere, e anche non essere, una proposta di conventarsi a Bologna.

Dante risponde con un'ecloga pastorale: “Ebbi la tua lettera. S'era io e il mio Melibeo (un certo ser Dino Perini fiorentino),[177]e rassegnavamo, secondo il nostro solito,[178]le capre pasciute. Esso,che voleva conoscere il carme che m'era giunto, mi dice: — O Titiro (Dante), che vuol Mopso (Giovanni del Virgilio)? Narra. — Io, o Mopso, rideva; ed esso insisteva vie più. Finalmente, per il ben che gli voglio, smisi di ridere, e gli dissi: — Pazzarello, che cerchi? Bada piuttosto alle capre che ti sono affidate, sebbene la piccola cena ti dia pensiero.[179]Tu non sai i pascoli, che il Menalo col capo inclinato, celando il sole, adombra:[180]i pascoli dall'erba screziata di fiori. Li circonda un ruscelletto, che s'è fatta la via dall'alto donde sorge.[181]Là Mopso, mentre i bovi ruzzano per le pieghevoli erbette, contempla lieto l'opere degli uomini e dei celesti. Poi, dando fiato alla zampogna, manifesta le gioie del suo cuore, sì che gli armenti seguono il suocanto, placati dal monte scendono al piano i leoni, e le onde corrono addietro, e Menalo[182]accenna col fruscìo delle sue frondi. — E Melibeo ripiglia: — O Titiro, se Mopso canta tra verzura a me ignota, tuttavia potrei i suoi carmi, per quanto a me ignoti, se tu me limostrassi, insegnarli alle capre errabonde.[183]Che aveva a far io, poichè questi insisteva anelando? — Sai? Mopso s'è dato alla poesia, mentre gli altri vanno là ad apparar leggi, ed è impallidito nell'ombre del sacro bosco. Pieno di poesia, egli m'invita alle frondi cresciute dalla fanciulla del Peneo conversa in albero.[184]Melibeo esclama: — E che farai? Pastore errerai sempre per i pascoli senza l'alloro alla fronte? E io: — O Melibeo, l'onore e la fama dei poeti svanì: Mopso appena, a forza di veglie, è diventato poeta! — Così avevo risposto, quando saltandomi l'umore esclamai: — Che belati per i colli e per le praterie, quando, col verde alla chioma, intonerò il peana! Ma ho paura di quelle forre e di quelle campagne che nononorano gli dei.[185]Non sarà meglio ornare i capelli, trionfando, se mai mi avverrà di tornare, e coprirli ora che son bianchi, mentre erano biondi allora, con la fronda intrecciata in riva al patrio Arno?— Ed esso: — Chi può dubitarne? Però guarda il tempo come passa presto! Già son vecchie le capre, che noi lasciammo alle loro madri, perchè figliassero altri capri.[186]E io: — Quandoi corpi fluidi intorno al mondo e gli abitatori delle stellesaranno noti come i regni inferi, allora gioverà coronar il capo d'edera e lauro.[187]Mopso lo concederà? — E Melibeo: Mopso?! perchè? — E io: O non vedi che egli riprende le parole comiche (volgari), sì perchè sonano come trite, nelle bocche delle femminette, sì perchè le sorelle Castalie hanno vergogna d'accettarle? — Così risposi, e rilessi, o Mopso, i tuoi versi. Allora Melibeo fece spallucce, e disse: O che faremo dunque, volendo convertire Mopso?[188]— E io: — Ho con me una pecora,che tu conosci,[189]la piùcara, che appena regge le poppe, tanto abbonda di latte (sotto una gran rupe ora rimastica[190]le erbe che già brucò) che non va col gregge, che non è avvezza ad alcun chiuso, che suol venire da sè, nè mai a forza si lascia mungere;[191]questa io mungerò e del suo latte empiròdieci vasiper mandarli a Mopso. E tu intanto bada ai capri che cozzano, e impara a mettere i denti nelle dure croste del pane. — Così cantavamo io e Melibeo sotto una quercia, mentre nella casetta ci si coceva il farro„.

Che si ricava dall'Ecloga? Questo, a parer mio. Dante interpreta che Giovanni del Virgilio lo abbia invitato a fare alcun canto epico in latino. Di ciò, a detta di Giovanni, è per venirgli la gloria che invano aspetta dal suo pur bel poema volgare. E Dante esclama, nella sua finzione bucolica: Quando canterò laureato il mio peana, sentirai che belati per i colli e i prati! Queste parole le mette fuoriindignatio. Perchè questa indignazione? La poesia è senza onore, ha detto prima: io, dice ora con empito di ribellione, le lo renderò! Non ci lasciamo qui fuorviare dal travestimento bucolico delle idee, per ilquale, ad esempio, il sermone o la epistola del poeta bolognese diventa una serie dimodulamina. Può stare che siano ecloghe pastorali quelle che devono far belare di gioia i colli e i prati; che queste ecloghe, delle quali una è la presente, debbano restituire l'onore ai poeti e alla poesia, non può stare. Che Dante lo dica al “poeta„ del Virgilio, non può stare. Che Dante dica d'intonare il peana, laureato per queste ecloghe latine, esso che stava per finire il poema sacro, esso a cui s'erano chiesti canti epici, non può stare. Non sta. Nel fatto soggiunge: A Bologna, per altro, c'è cagione di alcun timore; non è meglio attendere di essere laureati a Fiorenza? Sì, ma il tempo passa, replica ser Dino. E Dante insiste: Sì: io voglio aver finito il paradiso, con le sue stelle (circumflua corpora) e coi suoi santi e angeli (astricolae). Mopso lo vorrà allora concedere, Mopso che non apprezza se non la poesia latina? E, poichè ser Dino si meraviglia. Dante gli rilegge la lettera di Mopso, dove disdegna le rime e la lingua volgare. Dal che si ricava che il peana Dante ha detto d'essere per cantarlo, quando avrà finito il paradiso e la Comedia; e perciò di non poterlo cantare a Bologna, dove, oltre varie difficoltà, non ci sarebbe forse il consenso di Giovanni del Virgilio. E come far ricredere Mopso? — Gli manderò dieci vasi di latte della mia pecora più cara. — Si interpreta dall'antico glossatore che la pecora sia la poesia bucolica; si dichiara da un valente critico moderno che i dieci vasi di latte siano un libro d'ecloghe nel numero consacrato da Virgilio, di dieci.[192]E il senso correrebbecosì: “A Bologna non vorrei andare; non è meglio laurearsi a Fiorenza? Quando il paradiso sarà terminato, prenderò certo il cappello. Mopso lo permetterà? Egli non vuol saperne, di volgare; ma per convincerlo, gli manderò dieci ecloghe, quante ne fece Virgilio„. E il senso corre così bene, che così invero intese Mopso, che rispose a Titiro che la sua ecloga fu molto ammirata, e che Dante sarà o secondo dopo Virgilio, o un altro Virgilio a dirittura; e che gli augura di tornare in patria, ma intanto può cantare (latinamente) con esso lui e deliziarsi, a Bologna, dove non c'è nulla da temere. Iola (Guido Novello) non lo permetterà? Oh! il mio antro non è men sicuro della sua casa o capanna; e qui sarai amato e vedrai il Mussato. E io farò altrettante ecloghe, “quante tu ne prometti. Sebbene, mandar latte a un pastore...„. Così intende Mopso, e d'aver così inteso mostra anche con l'epitafio che scrisse di lì a non molto del grande Poeta:

Pascua Pieriis demum resonabat avenis:Atropos heu! lectum livida rupit opus.

Pascua Pieriis demum resonabat avenis:Atropos heu! lectum livida rupit opus.

Ma intende bene? Qui sta il punto. Già a me pare che il grande e il piccolo poeta non s'intendessero per la laurea, se il grande parla d'una vera e propria laurea o d'un reale “convento„. Scrive Mopso, che se vuol altra fama, che quella che dispensa il volgo,

en ego iam primus, si dignum duxeris esse,clericus Aonidum, vocalis verna Maronis,promere gymnasiis te delectabor ovantuminclita peneis redolentem tempora sertis...

en ego iam primus, si dignum duxeris esse,clericus Aonidum, vocalis verna Maronis,promere gymnasiis te delectabor ovantuminclita peneis redolentem tempora sertis...

Mopso, cioè il buonverna Maronis, presenterà Dante ai lettori e agli scolari di Bologna: quel che segue, non è forse una circoscrizione poetica per dire “te poeta„?poetanel senso distinto da rimatore? Il fatto è che nella replica di Mopso a Titiro, di laurea non mi pare si parli più; nell'epitafio, dove pur si tocca delle Bucoliche interrotte, di laurea non si tocca. Ma lasciamo questo punto: l'altro punto dei dieci vasi, l'intende, Giovanni del Virgilio, bene? Dante, scrivendo la sua seconda ecloga, dice che a Bologna, ai sassi etnei, non andrà, perchè teme di Polifemo, e si fa dire da Alfesibeo, che è unmagister Fiducius de Milottis de Certaldo medicus, qui tunc morabatur Ravennae: Ah! ti prego: non sia mai che il Reno e quella Naiade abbia questo illustre capo, cui già il frondatore s'affretta a scegliere in vetta all'alloro le foglie dell'immortalità. Non sia mai che vada a Bologna questo capo, cui già si prepara l'alloro! Questo concetto non si accorda con l'interpretazione data prima, dei dieci vasi, e di ciò che precede e segue.

In verità: per conventarsi, se mai, non a Bologna, ma a Fiorenza, Dante avrebbe promesso le dieci ecloghe a Giovanni! Ora, questo medesimo intento, di prendere il cappello nella patria, Dante lo manifesta nel poema sacro con parole che tutti ricordano. Oh! sia pure che quelconcedat, come dirò tra poco, significhi “approverà, sarà contento„: ma come possiamo credere che a vincer la crudeltà dei suoi cittadini Dante credesse necessario, oltre il poema sacro, anche dieci bucoliche dirette a Giovanni del Virgilio bolognese?

Ma più che di laurea si tratta di gloria: il trionfoha da essere senza cavalli bianchi. Dante è per compiere un vero poema. Quando scriveva il Trattato d'eloquenza, nemmeno sospettava che fosse possibile. Egli l'ha composto e compone con quelproximius imitari“i poeti grandi, cioè regolari„, (VE, 2, 4) che non può meglio esser significato che col farsi discepolo di Virgilio, col far la mente seguace delle parole sue. (Pur. 24, 101) Due cantiche n'ha compiute. In esse egli si mette per sesto nel grande canone; in esse si trova a pari pari con Stazio, sebbene anche da lui si faccia ammaestrare (Pur. 25, 31), seguendo la “scuola„ (ib. 21, 93) dell'altissimo poeta. Giovanni del Virgilio gli scrive in versi latini, ricordandogli appunto, di esse due cantiche, gli episodi in cui Dante fa tal professione di essere un poeta vero, grande e regolare, sebbene versifichi in volgare, e di non differire in nulla da quelli: (VE 2, 4) ha detto d'essere sesto in quella scuola del signor del canto; ha detto e mostrato d'essere a Virgilio come a Virgilio è Stazio.[193]Ma ora viene il buono; ora ha da mostrar veramente ch'egli può poetaremagno sermone et arte regulari; (VE. ib.) ora gli è bisogno, nell'aringo rimaso, Apollo. L'alloro l'avrà con quest'“ultimo lavoro„. Apollo, non Aretusa, gli deve concedere “extremum hunc laborem„, che non è un'ecloga pastorale, ma il paradiso della Comedia. (Par. 1, 1) Nel qual ultimo lavoro non ha più seco il dolce pedagogo; cioè, ha tanto studiato, che dell'arte e della materia è padrone. Non è più un'Eneide volgare, la sua: è più e meglio: è, per dirla brevemente, unaPauleide; il che sembra significare ilPoeta con quella parola “vaso„del valore, che richiamalo vas d'elezione. Ora dunque stende le mani alla fronda Peneia;[194]ora potrà chiamarsi trionfatore; ora potrà dirsi “poeta„, nel senso intero e puro, senza restrizioni di sorta. E in verità, quando “l'aringo„ sarà percorso per buona parte, “poeta„ si proclamerà. (Par. 25, 8) In tanto, al principio della cantica sublime, intuona il peana.

Sì: peana. Dante sa che il peana è canto di trionfo, e che è rivolto ad Apollo, come altre grida a Bacco. (Par. 13, 25) Ed egli che l'alta tragedia sapeva tutta quanta, aveva letto che cosa cantassero nell'Elisio, tra un odorato bosco di lauro, i vatipii... et Phoebo digna locuti.[195]Cantavano in coro il peana. La protasi del paradiso amplifica e spiritualizza codesta imagine virgiliana. Egli spera la fronda peneia; perchè lamateriaè tale che nessun altro poeta può essere più pio di chi tratta quella; e tutti quei versi riescono a dire che Febo deve ispirare esso, se il canto ha da esseredegno(Par. 1, 27) di Febo. Ora vogliam credere, che qui Dante alluda a una vera e propria laurea solenne o modesto convento nella umile terra nostra? Il peana qui intonato si afferma poi nel centro dei tre canti delle tre virtù teologali, cioè nel proprio luogo dellapietas,[196]nel canto della speranza, per cui fu salvo,[197]che è ilvigesimo quinto, preceduto e seguito dai canti della fede e della carità. Qui, dunque, proclama: (25, 7)

Con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, ed in sul fontedel mio battesmo prenderò il cappello.

Con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, ed in sul fontedel mio battesmo prenderò il cappello.

Egli è Stato tre volte cinto e benedetto per la fede: è supremamente pio. Tornerà dunque pio vate, dopo aver cantato cose degne d'Apollo, con altra voce, cioè con quella con cui si canta il lieto peana, con altro vello, che d'agnello, come quando si partì, ma con la lunga veste in cui è l'antico citaredo; poeta, come quelli antichi, grandi e regolari; e si troverà anche esso come loro presso un fonte, non dell'Eridano, ma del battesimo, circondato le tempie, anch'esso, sì, dinivea vitta. E anch'esso dimorerà in luoghi lieti, tra amena verzura, in una sede beata:[198]nella patria. Vogliam credere, ripeto, che in questo trionfale ritorno Dante veda anche l'accoglimento solenne nel suo bel San Giovanni? che lanivea vittadel poeta pio e degno d'Apollo, sia proprio unabirettatio? Si può credere e non credere. Certo fa d'uopo credere che il peana, che Dante, nella ecloga, vuol cantare, facendo risonar di belati i colli e i pascoli, è questo medesimo peana della Comedia; ed è per il gran trionfo d'essere riuscito a fare in volgare un poema quali gli antichi; che ha anzi, una parte in più dell'Eneide: quella appunto, che Giovanni del Virgilio ignora e che quel povero Melibeosa. Chè l'ovis gratissimaè indubbiamente la Comedia volgare, nella sua ultima cantica:[199]Ser Dino, cui l'alveolustien lontano dal Menalo latino, che gli è perciò ignoto, conosce questa cantica; l'ha vista nascere, la vede crescere, la vede porgere le poppe al pastore. Indubbiamente! Ciò deduco dal raffronto dell'ecloga prima Dantesca alla decima Virgiliana che è a lei principal modello. Codesta decima è quella che sa più di ogni altra, d'epistola. È indirizzata a un amico poeta e ne fa molte lodi: contiene dialoghi, ma in forma narrativa. Era presente allo spirito di Dante, quando egli lavorava all'“ultimo lavoro„.Vi è nell'una e nell'altraMaenaluseMaenala, saltusecapellae; saturaelà, quapastae;là e quasub rupe;làArethusa, concede, concedite, silvae,quaconcedat Mopsus;là, Galle quid insanis, inquit, tua cura,qua, stulte, quid insanis, inquam, tua cura;lànostri labores,quahominum superumque labores.E si chiudono col notare la contemporaneità d'una altra azione pastorale o casareccia: là si tesse l'ibisco, qua si cuoce il farro.[200]Si parla, nell'ecloga virgiliana, di Arcadi,soli cantare periti; nella Dantesca, di Mopso, che è un Arcade, perchè dimora nel Menalo, e che, oltre a essere dichiarato, col nome stesso, divino poeta, e buono acalamos inflare levesal par d'un altro che è buono adicere versus[201](Dante ne ricorda appunto gl'inflatos calamos, con ciò sottintendendo i propri relativiversus); è detto parimente un de' pochi o il solo, in tanto vanir dell'onore e persin del nome de' vati. Ma sopra tutto c'è nell'una e nell'altra una gran promessa di canti sublimi:Ibo et Chalcidico... nell'una;Quantos balatus!... quum mundi circumflua corpora... nell'altra. E sopra anche questo, c'è nell'una e nell'altra il pensiero tristo e pio dell'esilio:procul a patria... nella prima;patrio, redeam si quando...Sarno, nella seconda.[202]Or bene l'idea madre dell'ecloga epistolare di Dante è in questi versi della Virgiliana:[203]

Stant et oves circum, nostri nec poenitet illas,nec te poeniteat pecoris, divine poeta:et formonsus oves ad flumina pavit Adonis.

Stant et oves circum, nostri nec poenitet illas,nec te poeniteat pecoris, divine poeta:et formonsus oves ad flumina pavit Adonis.

Chè con tali versi sentiva Dante scusata l'inferiorità d'un genere poetico. Ed egli, così, designa con l'ovis gratissimaun genere poetico inferiore a quello coltivato da tale a cuilentabovesper gramina ludunt, e cui possono seguirearmenta.[204]Così invece di chiamarsi Menalca, che è il compagno “buono„ di Mopso, egli si dà il nome di Titiro, il nome più caro al suo maestro, perchè Mopso a Menalca dice,Tu maior, che detto dell'età, può intendersi d'altro; perchè Menalca, forse, pare a Dante della stessa patria con Mopso, abitator del Menalo, come Coridone con Tirsi,Arcades ambo; perchè, certo, Titiro sta, nel pensier di Dante come nel nostro, atteggiato a meditaresilvestrem tenui musam... avena; e a pascerele pecore, cioè cantare, al tempo stesso, umile canto.[205]

Dunque, l'ovisin comparazione deibovesearmentadi Mopso, è veramente la poesia volgare rispetto alle latina. E presente al pensier di Dante era, e al nostro deve essere, in tutta l'ecloga, quel verso su cui l'ecloga si fonda:

Nec te poeniteat pecoris, divine poeta!

Nec te poeniteat pecoris, divine poeta!

Divino poeta è Mopso, per essere Mopso,[206]ed è detto e confermato per essere Gallo. Servio comentava il verso:Nec tu erubescas bucolica scribere: il che, mutato secondo l'andamento dell'ecloga nuova, riesce: Non ti dispiaccia ch'io cerchi la mia gloria nell'umile poesia volgare. Nè già nella bucolica! Giovanni aveva scritto un'epistola, proponeva argomenti epici, esigeva la lingua latina, contemplavahominum superumque labores: tutto ciò Dante, traducendo in istile bucolico, afferma essere un dar fiato a calami, nel Menalo circondato e difeso da un fiumicello, con intorno bovi e armenti. Dunque, interpretando (ma a nessuno verrà in mente!) a quel modo, si dovrebbe dire, che anche Giovanni fosse poeta bucolico, più propriamente bucolico, cioè bovino, e Dante s'assegnasse un genere bucolico inferiore, cioè ovino. E concludiamo.

Nella prima ecloga Dante volle dire: Quando io avrò fatto il paradiso, e sarò coronato poeta,Mopso ci troverà a ridire? (concedat Mopsus?) Sarà contento, approverà? O meglio ancora: cederà? si ritratterà? si ricrederà? Econcedere(neutro) avrebbe il senso, presso a poco, d'unrevocari, facendo passivo ilrevocaredel verso che segue dopo alcuni altri:

Quid faciemus, ait, Mopsum revocare volentes?

Quid faciemus, ait, Mopsum revocare volentes?

Titiro: “Sarà contento Mopso?„ oppure: “si ricrederà Mopso?„

Melibeo: “Mopso? come?„

Titiro: “O non vedi che di volgare non ne vuol sapere?„

Melibeo: “Che faremo per farlo ricredere?„

Titiro: “Tu conosci (tu a cui sono ignoti i carmi o i pascoli latini) la mia pecora prediletta: l'ultima cantica del mio poema. Bene: gliene manderò dieci canti.Così comprenderà che possoottener la gloria di poeta grande e regolare, o, se si vuole (ma non ci credo),esser laureato, senza scrivere versi latini, come vuol lui.

In vero nella seconda ecloga egli fa dire ad Alfesibeo che sarà coronato, senza andare a Bologna; anzi non andrà a Bologna, perchè avrà già avuta la corona. Che necessità d'andarci? perchè affrontare Polifemo? esporre agli odii degli empi un capo sacro per la fronda peneia?

Ma questa fronda peneia per me è più probabilmente metaforica. Infatti, l'egregio critico di più sopra, assevera che Dante non avrebbe potuto ottenere il convento con il poema volgare.[207]Se losappiamo noi, lo sapeva anche esso. Ora nel paradiso diceva che l'avrebbe preso per il suo poema, il cappello: si tratta dunque d'una simbolicavitta, come la fronda peneia è una simbolicalaurea.

Se i dieci vasi di latte sono dieci canti del paradiso, questi sono i primi dieci. È chiaro infatti che Dante si ripromette di far chetare anche quelli che gli rinfaccianocomica verbae lo rimproverano di volgersi al volgo. Egli mostrerà loro questa nuova, ineffabile, incredibile parte del suo poema, preceduta da un vero “peana„. Se quella sublime cantica era già, poco o molto, nota altrui, egli certo non poteva aspettarsi nessuna sorpresa e nessun ricredimento. Ne seguita inoltre che dieci canti, quando scriveva la prima ecloga, aveva quasi pronti o pronti del tutto. E poichè tra i fatti ricordati da Giovanni del Virgilio nella sua epistola, sono le vicende marittime dell'assedio di Genova,[208]e queste furono nella prima metà del 1319; così possiamo affermar di certo che nel 1319 erano conosciute le due prime cantiche del poema,[209]e, almeno alla metà di quell'anno, erano pronti o quasi pronti i primi dieci canti della terza. Dante morì tra il 13 e il 14 settembre del 1321; sicchè in due anni egli avrebbecompiuta la terza cantica, componendo ventitrè canti. E che li finisse appena appena, e che negli ultimi tempi della sua vita fosse occupato nel finirli, è confermato dal racconto che lasciò il Boccaccio, del rinvenimento degli ultimi tredici canti, che si credeva non avesse fatti.[210]Nel qual racconto si ha anche la conferma dell'interpretazione per cui i dieci vasi di latte sono dichiarati dieci canti del paradiso; poichè il Boccaccio narra: “Egli era suo costume, qualora sei o otto o più o meno canti fatti n'avea, quelli, prima che alcuno altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane dalla Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo aveva in reverenzia; e poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne voleva„. E l'interpretazione deidecem vasculadà e, a sua volta, riceve gran lume di certezza da questo numero tredici, dei canti ritrovati; chè si capisce come, per quest'ultima cantica almeno, i canti che Dante mandava a messer Cane e ad altri (nel nostro caso, a Giovanni del Virgilio) e che erano “sei o otto o più o meno„, furono appunto dieci e poi dieci; sicchè rimasero tredici non mandati, non trascritti, non conosciuti.

Ora se ventitrè canti, e del paradiso, della cantica cioè, per la quale al Poeta fu necessario entrar nell'aringo con ambedue i gioghi di Parnaso; se ventitrè canti di questa cantica potè, compiere in due anni; i cento dell'intero poema poterono ben essere compiuti in otto. E così noi risaliamo al 1313. In quell'anno avrebbe cominciato il suo poema; a metà di quell'anno; dopo l'annunzio della morte dell'alto Arrigo; dopo il 24 di agosto.


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