XX.ROMAGNA TUANel Convivio, della Romagna non è, si può dire, menzione. Di personaggi romagnoli non sono nominati che Guido da Montefeltro, uomo di nomea italica, (Co. 4, 28) e Galasso pur da Montefeltro (4, 11). E sì che vi si fa ricordo di Gherardo da Cammino da Treviso (Co. 4, 14), di Asdente, il calzolaio di Parma, (ib. 16) di Guido da Castello, da Reggio (ib.), i quali tutti e tre hanno luogo nella Comedia (Inf. 20, 118; Pur. 16, 124 e 125). Vi sono rammentati Manfredi da Vico, San Nazaro e Piscitelli o Piscicelli, di Viterbo, di Pavia, di Napoli. (ib. 29) Nel libro di eloquenza, si parla come degli altri volgari, anche del romagnolo; si fa una distinzione, a dir vero, esatta, tra il parlare de' Faentini e de' Ravennati; (1, 9) ma non si ragiona al certo di quel vernacolo con la conoscenza più particolare di chi ci vivesse in mezzo, e non ragionasse per sentita dire. Se si vuole, anzi Dante non ne ragiona giusto, trovandolomuliebre... propter vocabulorum et prolationis mollitiem. Per quanto anche oggi i Forlivesi parlino con tal quale mollezza, pure e il loro e quello degli altri romagnoli merita piuttosto gli aggettivi che Dante applica al vernacolo contrario:vócabulis accentibusque hirsutum et hispidum. (1, 14) E in questo medesimo capitolo è una frase che può far sospettare che di coteste cose Dante avesse notizia solo indiretta:horum aliquos a proprio poetandodivertisseaudivimus,Thomam videlicet et Ugolinum Bucciolam Faventinos. Si può credere che chi gli parlò di questi due poeti Faentini, lo informò anche del divario tra il volgar di Ravenna e quel di Faenza.“Nella Comedia„ usiamo le parole di Corrado Ricci “la Romagna occupa una parte essenziale, che dimostra quale e quanta conoscenza avesse il poeta di quella regione. Tutte le città e i castelli d'una certa importanza, come Ravenna, Ferrara, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, il Montefeltro, Bagnacavallo, Bertinoro, Castrocaro, Cervia, Cunio, S. Leo, Verrucchio, Marcabò, Medicina ecc. vi si trovano ricordati; così i fiumi principali come il Lamone, il Santerno, il Savio e il Montone; e le famiglie nobili e potenti degli Anastagi, dei Traversari, dei Manfredi, dei Polentani, dei Malatesta, degli Ordelaffi, dei Pagani, degli Onesti ecc., di alcune delle quali designa gli stemmi e le imprese. Vi si trova inoltre il ricordo di Guido del Duca, di Pier Traversaro, di Pier Damiano, di Pier degli Onesti e di Pier da Medicina, di Guido da Prata, di Guido Bonatti e di Guido da Montefeltro; dell'arcivescovo Bonifazio, di Rinier da Calboli, di Giovanna da Montefeltro, di Federigo Tignoso, di Lizio da Valbona, d'Arrigo Mainardi, di Tebaldello, d'Albericodalle frutta del mal orto; d'Obizzo da Este, di Montagna, d'Ugolino dei Fantoli, di Pagano Mainardi e di tanti altri, in ispecie appartenuti alle famiglie ora nominate.La Romagna per tal modo offerse, dopo la Toscana, il maggior contributo di nomi e di fatti al divino poeta...„[211]Da questo fatto, se noi non sapessimo d'altre fonti (da lui non lo sappiamo) che egli visse in Romagna, potremmo arguirlo infallantemente. Ma non basta: da questo fatto messo a confronto con l'altro, la nessuna o scarsissima menzione e conoscenza della Romagna nelle opere anteriori, dobbiamo infallantemente inferire che la Comedia la scrisse, per gran parte, quando viveva in Romagna.Per gran parte! Quanta? Nel paradiso si trova notata una distinzione e corretto un errore, che difficilmente avrebbe notato e corretto chi non fosse dimorato in Ravenna. Si confondevano due santi, due Pietri, tutti e due di Ravenna: Pier Damiano e Pier degli Onesti, che si dissero ambedue “peccatori„, sebben quest'ultimo più solitamente. Dante al primo di questi fa dire: (Par. XXI 121)In quel loco fu' io Pier Damiano;e Pietro peccator fu nella casadi nostra Donna in sul lito adriano.[212]Il Boccaccio, che fu a Ravenna ma non vi dimorò, non riuscì poi a strigarsi tra questi e altri Pietri santi di Ravenna;[213]ma Dante ci riuscì, “vivendo a Ravenna — mentre vi fioriva S. Rainaldo dottissimo nella storia della Chiesa ch'ei resse per quattro lustri — a Ravenna dov'erano ancora i discendenti degli Onesti, custodi gelosi delle glorie di lor casa, e dove poteva vedere e vide certamente lo stesso sepolcro di Pietro Peccatore posto come oggi in luogoeminente proprio nella chiesa di Nostra Donna in sul lido Adriano„.[214]Se questa diligenza ed esattezza non ci par possibile se non a patto di una grande dimestichezza con cose e luoghi di Ravenna; che diremo della tanta e così intima conoscenza di uomini e famiglie romagnoli, anche a' suoi tempi estinte, che sfoggia per bocca d'un romagnolo?Però sappi ch'io son Guido del Duca.Fu 'l sangue mio d'invidia sì riarso...············Quest'è Rinier: quest'è il pregio e l'onoredella casa da Calboli, ove nullofatto s'è reda poi del suo valore.E non pur lo suo sangue è fatto brullotra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Renodel ben richiesto al vero ed al trastullo:chè dentro a questi termini è ripienodi venenosi sterpi, sì che tardiper coltivare omai verrebber meno.Ov'è il buon Lizio e Arrigo Manardi,Pier Traversaro e Guido da Carpigna?O Romagnoli tornati in bastardi!Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?quando in Faenza un Bernardin di Tosco,verga gentil di picciola gramigna?Non ti maravigliar s'io piango, o Tosco,quando rimembro con Guido da PrataUgolin d'Azzo, che vivette nosco.Federigo Tignoso e sua brigata,la casa Traversara e gli Anastagi,e l'una e l'altra gente è diredata;le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi,che ne invogliava amore e cortesia,là dove i cuor son fatti sì malvagi.O Brettinoro, chè non fuggi via,poichè gita se n'è la tua famiglia,e molta gente, per non esser ria?Ben fa Bagnacaval che non rifiglia;e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,che di figliar tai conti più s'impiglia.Ben faranno i Pagan, da che 'l Demoniolor sen girà; ma non però, che purogiammai rimanga d'essi testimonio.O Ugolin de' Fantoli, sicuroè il nome tuo, da che più non s'aspettachi far lo possa, tralignando, oscuro.Difficile è dare a intendere a sè medesimo che tali notizie Dante acquistasse altrove che appunto nel paese che ètra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.Ebbene codesti versi sono del XIV del Purgatorio (v. 81). E farà pensare la risposta che Dante, come latino, dà a Guido da Montefeltro, che ha domandato “se i Romagnoli han pace o guerra„.Romagna tua non è e non fu maisanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;ma palese nessuna or ven lasciai.Ravenna sta come è stata molti anni:l'aquila da Polenta la si cova,si che Cervia ricuopre co' suoi vanni.La terra che fe già la lunga prova,e di Franceschi sanguinoso mucchio,sotto le branche verdi si ritrova.E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,che fecer di Montagna il mal governo,là, dove soglion, fan de' denti succhio.La città del Lamone e del Santernoconduce il leoncel dal nido bianco,che muta parte dalla state al verno:e quella a cui il Savio bagna 'l fianco,così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte,tra tirannia si vive e stato franco.Non si nega che tali notizie potesse aver Dante prima di andare in Romagna; ma quel cominciar da Ravenna! quel nominare, la prima e ultima volta nella Comedia, la famiglia da Polenta! quel nominarla per il suo nobile stemma! quell'accennare al suo incremento di potenza! Ebbene quei versi sono del XXVII dell'Inferno (v. 37). Chi dalle copiose e minute menzioni di cose e persone romagnole, inferisce la lunga dimora di Dante in Romagna,[215]come spiega che le più di queste menzioni sono del tempo in cui, secondo lui e altri e tutti, Dante in Romagna non dimorava ancora? Era forse presciente il Poeta?prevedeva egli forse che si sarebbe ricoverato sotto le ali dell'aquila che covava Ravenna?Ma qui sorge una grave obbiezione. Dante inveisce contro i Romagnoli in genere, chiamandoli rimbastarditi, contro i suoi signori, chiamandoli tiranni, contro i Polentani, mettendoli tra quei tiranni, contro i congiunti dei Polentani stessi, dicendoben fa Bagnacaval che non rifiglia,e detestando così la progenitura della famiglia Malabocca, di cui era Caterina, moglie di Guido Novello suo ospite. Ella appunto sopravisse alla sua gente; e “le parole del poeta non potevan certo garbarletroppo„.[216]L'obbiezione è grave solo per chi dimentica la natura del poema dantesco e i costumi de' suoi tempi. Il poema dantesco è un poemasacro, molto più affine a una predicazione appassionata, che a un livido libello. La parola èbrusca, ma deve lasciare vital nutrimento. (Par. 17, 131) Strana sarebbe la nostra maraviglia, ricordando l'imperversar d'invettive in bocca di alcun predicatore anche di pace, sì in quei tempi e sì nei nostri. A molte, insieme, di tali invettive può essere assomigliato il poema di Dante, il qual Dante, come un fiero domenicano, come un ardente francescano, rimbrottando, in genere e a nome, i lor peccati ai suoi uditori, professa pur d'essere anche lui peccatore, l'ultimo anzi dei peccatori, come quegli che scende nell'inferno, e non ascende al paradiso, se non dopo essersimondato delle macchie di tutti e sette i peccati capitali. E così egli “aprela bocca„ come piuttosto un paciaro che un giustiziere, dicendo il fatto suo a tutti, a ricchi e poveri, signori e sudditi, chierici e laici, più scagliandosi, come di sì fatti predicatori era costume, contro i ricchi i signori e i chierici, che contro gli altri.Ma facciamo pure la sua parte anche alla passione d'amore e d'odio. Ebbene nel fatto della Romagna, dei Romaguoli, dei Polentani e dei loro congiunti, ravvisiamo più l'amore che l'odio. Non si chiamano imbastarditi, se non quelli che furono nobili; non si abomina la guerra che è nei cuori anche quando non è palese, se non per affetto alla regione che ne è straziata o minacciata. E tiranni diceva Dante signori che d'essere chiamati tiranni non isdegnavano, essi che prediligevano e assumevano e ritenevano tali nomi come Malatesta, Malabocca, Malvicino, Demonio, e simili. Oh! volevano esser tenuti piuttosto forti che buoni! Quanto ai Polentani, sono sì accomunati agli altri tiranni; ma la loro aquila è posta in altro atteggiamento che le altre bestie, araldiche o no, che sono i mastini e il leoncello, gli uni dai denti così aguzzi e l'altro dalla parte così mutabile. L'aquila cova, e sebbene ella sia predatrice e abbia fatta una preda di Cervia, pur non si dice se non ch'ella ricovra sotto la sua ombra quella terra. Così non è accennato se non il dominio, e magari la protezione, nelle parole con cui si designano gli Ordelaffi, forse ospiti di Dante:La terra che fe già la lunga provae di Franceschi sanguinoso mucchiosotto le branche verdi si ritrova.Or non è significativo che esprima con ben diverse parole la tirannide dei Malatesta, quando si consideri ch'essi erano nemici dei Polentani? E poi noi non sappiamo tutto. La guerra era sempre in quei cuori, non ostante la consanguineità e l'affinità. Erano famiglie d'Atrei e Tiesti, quelle; e anche quando il Poeta fa la singolar lode dei Malabocca, che non rifigliano, noi non possiamo giurare che ciò tornasse piuttosto sgradito che gradito a Madonna Caterina e a Guido Novello. Il Ricci ricorda “un documento scritto nel gennaio del 1320, mentre fiorivano Dante, Guido Novello e Caterina in Ravenna, per certa questione tra questa città e Bagnacavallo. In esso — non si sa se per malcontento o per malevolenza —Bagnacavalloè chiamatoBagnaasino, ed uno dei testi presenti è ricordato con le parole: —Cicho... familiari domini comitis Bernardini de Bagnaasino— mentre lo stesso notaro si sottoscrive: —Et ego Magister Maximus Dotavolus de Bagnaasino„.[217]Tal mutamento, inscritto da conte e notaro di Bagnacavallo, somiglia a riconoscimento e rinfacciamento d'ingiuria ricevuta e solita anzi a riceversi. E non è prova di molto buon sangue tra Ravenna e Bagnaasino, e tra Guido Novello e i suoi affini.E chi può, venendo a un punto più importante, affermare che l'episodio di Francesca tornasse, nel rispetto degli amori e odii di famiglia, piuttosto discaro al consanguineo dell'uccisa, che caro al nemico dei consanguinei dell'uccisore? Certo è che la parte più brutta (e a noi non deve parere meritata) è del Malatesta, atteso in Caina. Ed è superfluo notare che lapoesia di cui il Poeta circonda le due anime affannate, doveva esser sentita allora come s'è sentita e si sentirà in tutti i tempi; e che certo ella non discese a caso su loro dalla bocca incosciente di Dante. Or quanto maggior tenerezza, nell'udire quella voce soave alzarsi tra l'improvviso silenzio del vento infernale, doveva essere in chi era alla donna congiunto di sangue!Il dramma è ad arte abbellito. Si trattava dell'amore di due cognati, che avevano l'una marito e l'altro moglie; quella da forse dieci anni, questi da almen quattordici. E Paolo aveva due figli; e una figlia aveva Francesca.[218]Or bene, come tra i peccator carnali, rei d'incontinenza, Dante pone Dido, che per essersi uccisa dovrebbe stare nella selva con Pier della Vigna, così mette questa coppia d'adulteri, per di più incestuosi, la cui propria reità sarebbe malizia o ingiustizia. Il Poeta fa espressamente dichiarare da Francesca, d'essere vittima d'amore; d'amore che s'apprende a cuor gentile, come affermava il rimatore bolognese, maestro suo e di tutti i poeti d'amore; d'amore che a nullo amato amar perdona, come dichiarava il filosofo greco, maestro di color che sanno: “amore ha per fine il vicendevole amore„.[219]Escono i due cognati della schiera ov'èDido, che per amore s'uccise come per amore essi furono uccisi, e ruppe fede a un cenere, come essi a un vivo; e così la selva mirtea di Virgilio adombra e in certo modo refrigera il tetro inferno nuovo. Gli “affanni„ dei due amanti durano anche tra la bufera, così comecurae non ipsa in morte relinquuntgli antichi morti d'amore. Piange Francesca, piange Paolo:lugentes campisono quelli di Virgilio; e, come pianse Dante tristo e pio, così Eneademisit lacrimas; e l'uno lancia un affettuoso grido, e l'altrodulci affatus amore est; e l'uno dice “o anime affannate„, e l'altro “Infelix Dido!„. E là Francesca, in cotal guisa, mostra la ferita, per la quale tinse il mondo di sanguigno, per la quale gli fu tolta la bella persona, per la quale fu condotta da amore a una morte con l'amator suo; e qua oltre Didorecens a vulnere, è in atto di dolore (moestam) Erifile che mostra le ferite d'un figlio, così crudele come fu crudele quel marito: crudeli; sebbene l'uno e l'altro avessero cagione di questa vendetta contro la madre avara e contro la moglie infida. E, come Didone ha nella selva il suo Sicheo che risponde a' suoi affanni e al suo amore, così Francesca, nel luogo d'ogni luce muto, ha con sè il suo Paolo, che mai da lei non sarà diviso. E sono anime offense queste, come offensa è Didone; ed Enea narra piangendo, che fu per un fato imperioso, e Francesca narra piangendo, che fu per un ineluttabile amore.[220]Chi potrebbe, o avrebbe potuto, recarsi a vergogna d'avere in tali nuovilugentes campiuna donna della sua schiatta? una sorella di suo padre, mortada già molti anni (vedremo quanti)? d'averla distinta, come è evidente, da altre peccatrici o peccatori volanti in globo confuso come stornelli al venir dell'inverno; e messa invece in una riga ordinata e canora di gru? e in compagnia, contando insieme le due specie di dannati, soltanto di regine, d'eroine, d'eroi antichi e nuovi, Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paris, Tristano? e nominata, esso, lei sola (Paolo è taciuto e tace) tra più di mille, che Virgilio nomina a Dante?Chè Dante, dopo ch'ella ha detto brevemente la la patria, il suo amore, la sua fine, Dante sa qual nome darle: Francesca, i tuoi martiri... E questa circostanza non è da passarsi senza esame. Dante impara a conoscere gli altri peccatori perchè Virgilio glieli nomina.Vidi Paris, Tristano. E più di milleombre mostrommi, enominolle, a dito,ch'Amor di nostra vita dipartille.Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditonomar le donne antiche e i cavalieri,pietà mi vinse...Poi cominciai: Poeta, volentieriparlerei a quei duo...Questo cominciamento di Dante èposciache Virgilio ebbe nomate quelle altre ombre: in vero Virgilio non noma queste due. L'insistere del Poeta su quel nominare e nomar di Virgilio, prepara, dopo il chinar del viso, dopo il lungo pensare, dopo la esclamazione quasi tra sè e sè di compianto, prepara quel nome sussurrato: Francesca! E l'esclamazione emessa quasi a parte è da interpretarsi rettamente.Oh! lasso!quanti dolci pensier, quanto disiomenò costoro al doloroso passo!Queste parole, congiunte col nome che poi pronunzia, attestano non che egli abbia raccolto dalla bocca dell'anima offensa materia a tanta meditazione e a tanto compianto, ma che le brevi designazioni di quella donna l'hanno fatto ripensare a un caso pietoso già saputo, e di cui sa, anzi, molti particolari, salvo che il primo e più importante: la prima radice. E intanto le parole di Francesca gli hanno già letto di lei il nome, come nell'episodio di Cavalcante.Che se ne induce? che Dante conosceva l'amore e la sventura di Francesca da domestici conversari con Guido Novello; e che li rinarrò nel suo poema per piacergli e compiacergli.In verità, qual cronista, dei commentatori e biografi di Dante in fuori, ricorda quella sventura e quell'amore? Da chi potè Dante apprendere tale storia così intima e delicata? Poco verosimile è certo che ne avesse notizia lungi da Ravenna. La quale città egli descrive, per la postura, in un modo che noi mal volontieri crediamo potesse fare, prima d'esservi andato e avervi dimorato.Siede la terra dove nata fui,su la marina dove 'l Po discendeper aver pace co' seguaci sui.Questi versi non vogliono già dire: La mia patria è sul lido adriano. Ce ne sono tante altre su quel lido! Vogliono dire: La mia patria è alle foci del Po. Qual altra città è alle foci del Po, oltre che Ravenna?Ma che alle foci del Po sia Ravenna, par difficile che lo sapesse (e anche che lo sappia) chi non aveva o ha veduto che poco lungi da Ravenna è il Po di Primaro; chi non aveva veduto (questo non si vede più) che “passava presso Ravenna ilPadorenoe fra le mura della stessa città s'inoltrava ilPadenna, due fiumi derivanti, come rivela il loro nome, dal Po„.[221]Sì che bene a ragione Giovanni del Virgilio, nella sua epistola latina a Dante, poteva dirgli:Padi mediane: vivente in mezzo al Po.E come, altronde, è poco probabile sapesse tale istoria, così è improbabilissimo che Dante scegliesse da sè, senza suggerimento altrui, senza intenzione di compiacere altrui, questa adultera Polentana ad essere l'Elissa, non più taciturna ma altrettanto dolorosa, de' suoi inferi. Chè tra Elissa e Francesca le somiglianze sono ancor più che quelle che noi vediamo subito. Francesca non è solo vittima d'amore, come Elissa del fato d'Enea; ma, come Elissa, è tradita dall'Amore stessoche si trasforma in altra persona per accenderla d'un ardore irresistibile. È questo cambiamento ingannevole che innamora e uccide Didone;[222]e non anco Francesca? Ecco apparire una volta di più, la veracità del tanto calunniato novellatore Boccaccio, il quale apprese la storia là dove l'apprese Dante. Sì: anche Francesca cade in un inganno, come Didone. “.... Al tempo dato venne in Ravenna Polo, fratello di Gianni, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo belloe piacevole uomo e costumato molto; et andando con altri gentili uomini per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da una damigella di là entro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio d'una finestra a madonna Francesca, dicendole: — Madonna, quegli è colui, che deve esser vostro marito — E così si credea la buona femmina; di che madonna Francesca incontanente in lui pose l'animo e l'amor suo„. Sì fatta circostanza comune alle storie delle due donne è affermata e anche espressa da Dante, col mettere tanta somiglianza tra il suo episodio e quello di Virgilio. Persino il tacere e il pensar di Dante a capo basso è il ricordo dall'atteggiamento di Didone nella pianura del pianto:Illa solo fixos oculos aversa tenebat...che è, a sua volta, l'atteggiamento medesimo che tenne, in un gran momento, Enea vivo, il quale ora lo ritrova in Elissa morta:Ille Jovis monitis immota tenebatlumina, et obnixus curam sub corde premebat.[223]Ma il centro, per così dire, della somiglianza, anzi dell'equazione, è in quelle parole di Francesca:Nessun maggior doloreche ricordarsi del tempo felicenella miseria; e ciò sa il tuo dottore.Questodottoreè quel medesimo chedottoreha Dante chiamato più su:Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditonomar le donne antiche e i cavalieri...Il dottore di Dante sa di questo massimo dolore, perchè l'ha descritto in una di quelle donne antiche, in quella nella cui schiera è la nuova vittima d'un inganno fatale. L'ha descritto, quando fa che per l'ombra oscura, tra le ombre dei morti, per i luoghi pieni di squallore, per la notte profonda, Enea parli a Didone morta, per placarla e farla piangere;[224]ed ella sta immobile con gli occhi fitti a terra. “A che pensa?„ domandava, forse, Dante leggendo l'alta tragedia. Tutto è vano: ora ella pensa al certo. L'ha descritto, quel dolore, il poeta di Didone, quando fa che tutti riposino il corpo nella notte, e sola la Fenissa vegli con l'anima irrequieta;[225]e quando, specialmente, narra che ella, poco prima di uccidersi, contempla le vesti iliache e il noto letto, e vi si indugia con lagrime di rimembranza (lacrimis et mente), e vi stende su, e dice le novissime parole:Dulces exuviae...![226]“Lo sa, lo sa il tuo dottore, che ha raccontata la storia di Dido, di quella Dido, nella cui schiera io sono; quella storia che tanto assomiglia alla mia!„
Nel Convivio, della Romagna non è, si può dire, menzione. Di personaggi romagnoli non sono nominati che Guido da Montefeltro, uomo di nomea italica, (Co. 4, 28) e Galasso pur da Montefeltro (4, 11). E sì che vi si fa ricordo di Gherardo da Cammino da Treviso (Co. 4, 14), di Asdente, il calzolaio di Parma, (ib. 16) di Guido da Castello, da Reggio (ib.), i quali tutti e tre hanno luogo nella Comedia (Inf. 20, 118; Pur. 16, 124 e 125). Vi sono rammentati Manfredi da Vico, San Nazaro e Piscitelli o Piscicelli, di Viterbo, di Pavia, di Napoli. (ib. 29) Nel libro di eloquenza, si parla come degli altri volgari, anche del romagnolo; si fa una distinzione, a dir vero, esatta, tra il parlare de' Faentini e de' Ravennati; (1, 9) ma non si ragiona al certo di quel vernacolo con la conoscenza più particolare di chi ci vivesse in mezzo, e non ragionasse per sentita dire. Se si vuole, anzi Dante non ne ragiona giusto, trovandolomuliebre... propter vocabulorum et prolationis mollitiem. Per quanto anche oggi i Forlivesi parlino con tal quale mollezza, pure e il loro e quello degli altri romagnoli merita piuttosto gli aggettivi che Dante applica al vernacolo contrario:vócabulis accentibusque hirsutum et hispidum. (1, 14) E in questo medesimo capitolo è una frase che può far sospettare che di coteste cose Dante avesse notizia solo indiretta:horum aliquos a proprio poetandodivertisseaudivimus,Thomam videlicet et Ugolinum Bucciolam Faventinos. Si può credere che chi gli parlò di questi due poeti Faentini, lo informò anche del divario tra il volgar di Ravenna e quel di Faenza.
“Nella Comedia„ usiamo le parole di Corrado Ricci “la Romagna occupa una parte essenziale, che dimostra quale e quanta conoscenza avesse il poeta di quella regione. Tutte le città e i castelli d'una certa importanza, come Ravenna, Ferrara, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, il Montefeltro, Bagnacavallo, Bertinoro, Castrocaro, Cervia, Cunio, S. Leo, Verrucchio, Marcabò, Medicina ecc. vi si trovano ricordati; così i fiumi principali come il Lamone, il Santerno, il Savio e il Montone; e le famiglie nobili e potenti degli Anastagi, dei Traversari, dei Manfredi, dei Polentani, dei Malatesta, degli Ordelaffi, dei Pagani, degli Onesti ecc., di alcune delle quali designa gli stemmi e le imprese. Vi si trova inoltre il ricordo di Guido del Duca, di Pier Traversaro, di Pier Damiano, di Pier degli Onesti e di Pier da Medicina, di Guido da Prata, di Guido Bonatti e di Guido da Montefeltro; dell'arcivescovo Bonifazio, di Rinier da Calboli, di Giovanna da Montefeltro, di Federigo Tignoso, di Lizio da Valbona, d'Arrigo Mainardi, di Tebaldello, d'Albericodalle frutta del mal orto; d'Obizzo da Este, di Montagna, d'Ugolino dei Fantoli, di Pagano Mainardi e di tanti altri, in ispecie appartenuti alle famiglie ora nominate.
La Romagna per tal modo offerse, dopo la Toscana, il maggior contributo di nomi e di fatti al divino poeta...„[211]
Da questo fatto, se noi non sapessimo d'altre fonti (da lui non lo sappiamo) che egli visse in Romagna, potremmo arguirlo infallantemente. Ma non basta: da questo fatto messo a confronto con l'altro, la nessuna o scarsissima menzione e conoscenza della Romagna nelle opere anteriori, dobbiamo infallantemente inferire che la Comedia la scrisse, per gran parte, quando viveva in Romagna.
Per gran parte! Quanta? Nel paradiso si trova notata una distinzione e corretto un errore, che difficilmente avrebbe notato e corretto chi non fosse dimorato in Ravenna. Si confondevano due santi, due Pietri, tutti e due di Ravenna: Pier Damiano e Pier degli Onesti, che si dissero ambedue “peccatori„, sebben quest'ultimo più solitamente. Dante al primo di questi fa dire: (Par. XXI 121)
In quel loco fu' io Pier Damiano;e Pietro peccator fu nella casadi nostra Donna in sul lito adriano.[212]
In quel loco fu' io Pier Damiano;e Pietro peccator fu nella casadi nostra Donna in sul lito adriano.[212]
Il Boccaccio, che fu a Ravenna ma non vi dimorò, non riuscì poi a strigarsi tra questi e altri Pietri santi di Ravenna;[213]ma Dante ci riuscì, “vivendo a Ravenna — mentre vi fioriva S. Rainaldo dottissimo nella storia della Chiesa ch'ei resse per quattro lustri — a Ravenna dov'erano ancora i discendenti degli Onesti, custodi gelosi delle glorie di lor casa, e dove poteva vedere e vide certamente lo stesso sepolcro di Pietro Peccatore posto come oggi in luogoeminente proprio nella chiesa di Nostra Donna in sul lido Adriano„.[214]
Se questa diligenza ed esattezza non ci par possibile se non a patto di una grande dimestichezza con cose e luoghi di Ravenna; che diremo della tanta e così intima conoscenza di uomini e famiglie romagnoli, anche a' suoi tempi estinte, che sfoggia per bocca d'un romagnolo?
Però sappi ch'io son Guido del Duca.Fu 'l sangue mio d'invidia sì riarso...············Quest'è Rinier: quest'è il pregio e l'onoredella casa da Calboli, ove nullofatto s'è reda poi del suo valore.E non pur lo suo sangue è fatto brullotra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Renodel ben richiesto al vero ed al trastullo:chè dentro a questi termini è ripienodi venenosi sterpi, sì che tardiper coltivare omai verrebber meno.Ov'è il buon Lizio e Arrigo Manardi,Pier Traversaro e Guido da Carpigna?O Romagnoli tornati in bastardi!Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?quando in Faenza un Bernardin di Tosco,verga gentil di picciola gramigna?Non ti maravigliar s'io piango, o Tosco,quando rimembro con Guido da PrataUgolin d'Azzo, che vivette nosco.Federigo Tignoso e sua brigata,la casa Traversara e gli Anastagi,e l'una e l'altra gente è diredata;le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi,che ne invogliava amore e cortesia,là dove i cuor son fatti sì malvagi.O Brettinoro, chè non fuggi via,poichè gita se n'è la tua famiglia,e molta gente, per non esser ria?Ben fa Bagnacaval che non rifiglia;e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,che di figliar tai conti più s'impiglia.Ben faranno i Pagan, da che 'l Demoniolor sen girà; ma non però, che purogiammai rimanga d'essi testimonio.O Ugolin de' Fantoli, sicuroè il nome tuo, da che più non s'aspettachi far lo possa, tralignando, oscuro.
Però sappi ch'io son Guido del Duca.
Fu 'l sangue mio d'invidia sì riarso...············
Quest'è Rinier: quest'è il pregio e l'onoredella casa da Calboli, ove nullofatto s'è reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullotra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Renodel ben richiesto al vero ed al trastullo:
chè dentro a questi termini è ripienodi venenosi sterpi, sì che tardiper coltivare omai verrebber meno.
Ov'è il buon Lizio e Arrigo Manardi,Pier Traversaro e Guido da Carpigna?O Romagnoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?quando in Faenza un Bernardin di Tosco,verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango, o Tosco,quando rimembro con Guido da PrataUgolin d'Azzo, che vivette nosco.
Federigo Tignoso e sua brigata,la casa Traversara e gli Anastagi,e l'una e l'altra gente è diredata;
le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi,che ne invogliava amore e cortesia,là dove i cuor son fatti sì malvagi.
O Brettinoro, chè non fuggi via,poichè gita se n'è la tua famiglia,e molta gente, per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval che non rifiglia;e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,che di figliar tai conti più s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l Demoniolor sen girà; ma non però, che purogiammai rimanga d'essi testimonio.
O Ugolin de' Fantoli, sicuroè il nome tuo, da che più non s'aspettachi far lo possa, tralignando, oscuro.
Difficile è dare a intendere a sè medesimo che tali notizie Dante acquistasse altrove che appunto nel paese che è
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.
Ebbene codesti versi sono del XIV del Purgatorio (v. 81). E farà pensare la risposta che Dante, come latino, dà a Guido da Montefeltro, che ha domandato “se i Romagnoli han pace o guerra„.
Romagna tua non è e non fu maisanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;ma palese nessuna or ven lasciai.Ravenna sta come è stata molti anni:l'aquila da Polenta la si cova,si che Cervia ricuopre co' suoi vanni.La terra che fe già la lunga prova,e di Franceschi sanguinoso mucchio,sotto le branche verdi si ritrova.E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,che fecer di Montagna il mal governo,là, dove soglion, fan de' denti succhio.La città del Lamone e del Santernoconduce il leoncel dal nido bianco,che muta parte dalla state al verno:e quella a cui il Savio bagna 'l fianco,così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte,tra tirannia si vive e stato franco.
Romagna tua non è e non fu maisanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;ma palese nessuna or ven lasciai.
Ravenna sta come è stata molti anni:l'aquila da Polenta la si cova,si che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
La terra che fe già la lunga prova,e di Franceschi sanguinoso mucchio,sotto le branche verdi si ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,che fecer di Montagna il mal governo,là, dove soglion, fan de' denti succhio.
La città del Lamone e del Santernoconduce il leoncel dal nido bianco,che muta parte dalla state al verno:
e quella a cui il Savio bagna 'l fianco,così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte,tra tirannia si vive e stato franco.
Non si nega che tali notizie potesse aver Dante prima di andare in Romagna; ma quel cominciar da Ravenna! quel nominare, la prima e ultima volta nella Comedia, la famiglia da Polenta! quel nominarla per il suo nobile stemma! quell'accennare al suo incremento di potenza! Ebbene quei versi sono del XXVII dell'Inferno (v. 37). Chi dalle copiose e minute menzioni di cose e persone romagnole, inferisce la lunga dimora di Dante in Romagna,[215]come spiega che le più di queste menzioni sono del tempo in cui, secondo lui e altri e tutti, Dante in Romagna non dimorava ancora? Era forse presciente il Poeta?prevedeva egli forse che si sarebbe ricoverato sotto le ali dell'aquila che covava Ravenna?
Ma qui sorge una grave obbiezione. Dante inveisce contro i Romagnoli in genere, chiamandoli rimbastarditi, contro i suoi signori, chiamandoli tiranni, contro i Polentani, mettendoli tra quei tiranni, contro i congiunti dei Polentani stessi, dicendo
ben fa Bagnacaval che non rifiglia,
ben fa Bagnacaval che non rifiglia,
e detestando così la progenitura della famiglia Malabocca, di cui era Caterina, moglie di Guido Novello suo ospite. Ella appunto sopravisse alla sua gente; e “le parole del poeta non potevan certo garbarletroppo„.[216]L'obbiezione è grave solo per chi dimentica la natura del poema dantesco e i costumi de' suoi tempi. Il poema dantesco è un poemasacro, molto più affine a una predicazione appassionata, che a un livido libello. La parola èbrusca, ma deve lasciare vital nutrimento. (Par. 17, 131) Strana sarebbe la nostra maraviglia, ricordando l'imperversar d'invettive in bocca di alcun predicatore anche di pace, sì in quei tempi e sì nei nostri. A molte, insieme, di tali invettive può essere assomigliato il poema di Dante, il qual Dante, come un fiero domenicano, come un ardente francescano, rimbrottando, in genere e a nome, i lor peccati ai suoi uditori, professa pur d'essere anche lui peccatore, l'ultimo anzi dei peccatori, come quegli che scende nell'inferno, e non ascende al paradiso, se non dopo essersimondato delle macchie di tutti e sette i peccati capitali. E così egli “aprela bocca„ come piuttosto un paciaro che un giustiziere, dicendo il fatto suo a tutti, a ricchi e poveri, signori e sudditi, chierici e laici, più scagliandosi, come di sì fatti predicatori era costume, contro i ricchi i signori e i chierici, che contro gli altri.
Ma facciamo pure la sua parte anche alla passione d'amore e d'odio. Ebbene nel fatto della Romagna, dei Romaguoli, dei Polentani e dei loro congiunti, ravvisiamo più l'amore che l'odio. Non si chiamano imbastarditi, se non quelli che furono nobili; non si abomina la guerra che è nei cuori anche quando non è palese, se non per affetto alla regione che ne è straziata o minacciata. E tiranni diceva Dante signori che d'essere chiamati tiranni non isdegnavano, essi che prediligevano e assumevano e ritenevano tali nomi come Malatesta, Malabocca, Malvicino, Demonio, e simili. Oh! volevano esser tenuti piuttosto forti che buoni! Quanto ai Polentani, sono sì accomunati agli altri tiranni; ma la loro aquila è posta in altro atteggiamento che le altre bestie, araldiche o no, che sono i mastini e il leoncello, gli uni dai denti così aguzzi e l'altro dalla parte così mutabile. L'aquila cova, e sebbene ella sia predatrice e abbia fatta una preda di Cervia, pur non si dice se non ch'ella ricovra sotto la sua ombra quella terra. Così non è accennato se non il dominio, e magari la protezione, nelle parole con cui si designano gli Ordelaffi, forse ospiti di Dante:
La terra che fe già la lunga provae di Franceschi sanguinoso mucchiosotto le branche verdi si ritrova.
La terra che fe già la lunga provae di Franceschi sanguinoso mucchiosotto le branche verdi si ritrova.
Or non è significativo che esprima con ben diverse parole la tirannide dei Malatesta, quando si consideri ch'essi erano nemici dei Polentani? E poi noi non sappiamo tutto. La guerra era sempre in quei cuori, non ostante la consanguineità e l'affinità. Erano famiglie d'Atrei e Tiesti, quelle; e anche quando il Poeta fa la singolar lode dei Malabocca, che non rifigliano, noi non possiamo giurare che ciò tornasse piuttosto sgradito che gradito a Madonna Caterina e a Guido Novello. Il Ricci ricorda “un documento scritto nel gennaio del 1320, mentre fiorivano Dante, Guido Novello e Caterina in Ravenna, per certa questione tra questa città e Bagnacavallo. In esso — non si sa se per malcontento o per malevolenza —Bagnacavalloè chiamatoBagnaasino, ed uno dei testi presenti è ricordato con le parole: —Cicho... familiari domini comitis Bernardini de Bagnaasino— mentre lo stesso notaro si sottoscrive: —Et ego Magister Maximus Dotavolus de Bagnaasino„.[217]Tal mutamento, inscritto da conte e notaro di Bagnacavallo, somiglia a riconoscimento e rinfacciamento d'ingiuria ricevuta e solita anzi a riceversi. E non è prova di molto buon sangue tra Ravenna e Bagnaasino, e tra Guido Novello e i suoi affini.
E chi può, venendo a un punto più importante, affermare che l'episodio di Francesca tornasse, nel rispetto degli amori e odii di famiglia, piuttosto discaro al consanguineo dell'uccisa, che caro al nemico dei consanguinei dell'uccisore? Certo è che la parte più brutta (e a noi non deve parere meritata) è del Malatesta, atteso in Caina. Ed è superfluo notare che lapoesia di cui il Poeta circonda le due anime affannate, doveva esser sentita allora come s'è sentita e si sentirà in tutti i tempi; e che certo ella non discese a caso su loro dalla bocca incosciente di Dante. Or quanto maggior tenerezza, nell'udire quella voce soave alzarsi tra l'improvviso silenzio del vento infernale, doveva essere in chi era alla donna congiunto di sangue!
Il dramma è ad arte abbellito. Si trattava dell'amore di due cognati, che avevano l'una marito e l'altro moglie; quella da forse dieci anni, questi da almen quattordici. E Paolo aveva due figli; e una figlia aveva Francesca.[218]Or bene, come tra i peccator carnali, rei d'incontinenza, Dante pone Dido, che per essersi uccisa dovrebbe stare nella selva con Pier della Vigna, così mette questa coppia d'adulteri, per di più incestuosi, la cui propria reità sarebbe malizia o ingiustizia. Il Poeta fa espressamente dichiarare da Francesca, d'essere vittima d'amore; d'amore che s'apprende a cuor gentile, come affermava il rimatore bolognese, maestro suo e di tutti i poeti d'amore; d'amore che a nullo amato amar perdona, come dichiarava il filosofo greco, maestro di color che sanno: “amore ha per fine il vicendevole amore„.[219]Escono i due cognati della schiera ov'èDido, che per amore s'uccise come per amore essi furono uccisi, e ruppe fede a un cenere, come essi a un vivo; e così la selva mirtea di Virgilio adombra e in certo modo refrigera il tetro inferno nuovo. Gli “affanni„ dei due amanti durano anche tra la bufera, così comecurae non ipsa in morte relinquuntgli antichi morti d'amore. Piange Francesca, piange Paolo:lugentes campisono quelli di Virgilio; e, come pianse Dante tristo e pio, così Eneademisit lacrimas; e l'uno lancia un affettuoso grido, e l'altrodulci affatus amore est; e l'uno dice “o anime affannate„, e l'altro “Infelix Dido!„. E là Francesca, in cotal guisa, mostra la ferita, per la quale tinse il mondo di sanguigno, per la quale gli fu tolta la bella persona, per la quale fu condotta da amore a una morte con l'amator suo; e qua oltre Didorecens a vulnere, è in atto di dolore (moestam) Erifile che mostra le ferite d'un figlio, così crudele come fu crudele quel marito: crudeli; sebbene l'uno e l'altro avessero cagione di questa vendetta contro la madre avara e contro la moglie infida. E, come Didone ha nella selva il suo Sicheo che risponde a' suoi affanni e al suo amore, così Francesca, nel luogo d'ogni luce muto, ha con sè il suo Paolo, che mai da lei non sarà diviso. E sono anime offense queste, come offensa è Didone; ed Enea narra piangendo, che fu per un fato imperioso, e Francesca narra piangendo, che fu per un ineluttabile amore.[220]
Chi potrebbe, o avrebbe potuto, recarsi a vergogna d'avere in tali nuovilugentes campiuna donna della sua schiatta? una sorella di suo padre, mortada già molti anni (vedremo quanti)? d'averla distinta, come è evidente, da altre peccatrici o peccatori volanti in globo confuso come stornelli al venir dell'inverno; e messa invece in una riga ordinata e canora di gru? e in compagnia, contando insieme le due specie di dannati, soltanto di regine, d'eroine, d'eroi antichi e nuovi, Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paris, Tristano? e nominata, esso, lei sola (Paolo è taciuto e tace) tra più di mille, che Virgilio nomina a Dante?
Chè Dante, dopo ch'ella ha detto brevemente la la patria, il suo amore, la sua fine, Dante sa qual nome darle: Francesca, i tuoi martiri... E questa circostanza non è da passarsi senza esame. Dante impara a conoscere gli altri peccatori perchè Virgilio glieli nomina.
Vidi Paris, Tristano. E più di milleombre mostrommi, enominolle, a dito,ch'Amor di nostra vita dipartille.Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditonomar le donne antiche e i cavalieri,pietà mi vinse...Poi cominciai: Poeta, volentieriparlerei a quei duo...
Vidi Paris, Tristano. E più di milleombre mostrommi, enominolle, a dito,ch'Amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditonomar le donne antiche e i cavalieri,pietà mi vinse...
Poi cominciai: Poeta, volentieriparlerei a quei duo...
Questo cominciamento di Dante èposciache Virgilio ebbe nomate quelle altre ombre: in vero Virgilio non noma queste due. L'insistere del Poeta su quel nominare e nomar di Virgilio, prepara, dopo il chinar del viso, dopo il lungo pensare, dopo la esclamazione quasi tra sè e sè di compianto, prepara quel nome sussurrato: Francesca! E l'esclamazione emessa quasi a parte è da interpretarsi rettamente.
Oh! lasso!quanti dolci pensier, quanto disiomenò costoro al doloroso passo!
Oh! lasso!quanti dolci pensier, quanto disiomenò costoro al doloroso passo!
Queste parole, congiunte col nome che poi pronunzia, attestano non che egli abbia raccolto dalla bocca dell'anima offensa materia a tanta meditazione e a tanto compianto, ma che le brevi designazioni di quella donna l'hanno fatto ripensare a un caso pietoso già saputo, e di cui sa, anzi, molti particolari, salvo che il primo e più importante: la prima radice. E intanto le parole di Francesca gli hanno già letto di lei il nome, come nell'episodio di Cavalcante.
Che se ne induce? che Dante conosceva l'amore e la sventura di Francesca da domestici conversari con Guido Novello; e che li rinarrò nel suo poema per piacergli e compiacergli.
In verità, qual cronista, dei commentatori e biografi di Dante in fuori, ricorda quella sventura e quell'amore? Da chi potè Dante apprendere tale storia così intima e delicata? Poco verosimile è certo che ne avesse notizia lungi da Ravenna. La quale città egli descrive, per la postura, in un modo che noi mal volontieri crediamo potesse fare, prima d'esservi andato e avervi dimorato.
Siede la terra dove nata fui,su la marina dove 'l Po discendeper aver pace co' seguaci sui.
Siede la terra dove nata fui,su la marina dove 'l Po discendeper aver pace co' seguaci sui.
Questi versi non vogliono già dire: La mia patria è sul lido adriano. Ce ne sono tante altre su quel lido! Vogliono dire: La mia patria è alle foci del Po. Qual altra città è alle foci del Po, oltre che Ravenna?Ma che alle foci del Po sia Ravenna, par difficile che lo sapesse (e anche che lo sappia) chi non aveva o ha veduto che poco lungi da Ravenna è il Po di Primaro; chi non aveva veduto (questo non si vede più) che “passava presso Ravenna ilPadorenoe fra le mura della stessa città s'inoltrava ilPadenna, due fiumi derivanti, come rivela il loro nome, dal Po„.[221]Sì che bene a ragione Giovanni del Virgilio, nella sua epistola latina a Dante, poteva dirgli:Padi mediane: vivente in mezzo al Po.
E come, altronde, è poco probabile sapesse tale istoria, così è improbabilissimo che Dante scegliesse da sè, senza suggerimento altrui, senza intenzione di compiacere altrui, questa adultera Polentana ad essere l'Elissa, non più taciturna ma altrettanto dolorosa, de' suoi inferi. Chè tra Elissa e Francesca le somiglianze sono ancor più che quelle che noi vediamo subito. Francesca non è solo vittima d'amore, come Elissa del fato d'Enea; ma, come Elissa, è tradita dall'Amore stessoche si trasforma in altra persona per accenderla d'un ardore irresistibile. È questo cambiamento ingannevole che innamora e uccide Didone;[222]e non anco Francesca? Ecco apparire una volta di più, la veracità del tanto calunniato novellatore Boccaccio, il quale apprese la storia là dove l'apprese Dante. Sì: anche Francesca cade in un inganno, come Didone. “.... Al tempo dato venne in Ravenna Polo, fratello di Gianni, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo belloe piacevole uomo e costumato molto; et andando con altri gentili uomini per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da una damigella di là entro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio d'una finestra a madonna Francesca, dicendole: — Madonna, quegli è colui, che deve esser vostro marito — E così si credea la buona femmina; di che madonna Francesca incontanente in lui pose l'animo e l'amor suo„. Sì fatta circostanza comune alle storie delle due donne è affermata e anche espressa da Dante, col mettere tanta somiglianza tra il suo episodio e quello di Virgilio. Persino il tacere e il pensar di Dante a capo basso è il ricordo dall'atteggiamento di Didone nella pianura del pianto:
Illa solo fixos oculos aversa tenebat...
Illa solo fixos oculos aversa tenebat...
che è, a sua volta, l'atteggiamento medesimo che tenne, in un gran momento, Enea vivo, il quale ora lo ritrova in Elissa morta:
Ille Jovis monitis immota tenebatlumina, et obnixus curam sub corde premebat.[223]
Ille Jovis monitis immota tenebatlumina, et obnixus curam sub corde premebat.[223]
Ma il centro, per così dire, della somiglianza, anzi dell'equazione, è in quelle parole di Francesca:
Nessun maggior doloreche ricordarsi del tempo felicenella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Nessun maggior doloreche ricordarsi del tempo felicenella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Questodottoreè quel medesimo chedottoreha Dante chiamato più su:
Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditonomar le donne antiche e i cavalieri...
Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditonomar le donne antiche e i cavalieri...
Il dottore di Dante sa di questo massimo dolore, perchè l'ha descritto in una di quelle donne antiche, in quella nella cui schiera è la nuova vittima d'un inganno fatale. L'ha descritto, quando fa che per l'ombra oscura, tra le ombre dei morti, per i luoghi pieni di squallore, per la notte profonda, Enea parli a Didone morta, per placarla e farla piangere;[224]ed ella sta immobile con gli occhi fitti a terra. “A che pensa?„ domandava, forse, Dante leggendo l'alta tragedia. Tutto è vano: ora ella pensa al certo. L'ha descritto, quel dolore, il poeta di Didone, quando fa che tutti riposino il corpo nella notte, e sola la Fenissa vegli con l'anima irrequieta;[225]e quando, specialmente, narra che ella, poco prima di uccidersi, contempla le vesti iliache e il noto letto, e vi si indugia con lagrime di rimembranza (lacrimis et mente), e vi stende su, e dice le novissime parole:Dulces exuviae...![226]“Lo sa, lo sa il tuo dottore, che ha raccontata la storia di Dido, di quella Dido, nella cui schiera io sono; quella storia che tanto assomiglia alla mia!„