XV.RECTITUDO

XV.RECTITUDONella via non vera, per lui, si mise il Poeta nel 1295. Durante l'equinozio di primavera del trecento, fingerà poi d'essersi smarrito e ritrovato in una selva. Poichè la notte era uguale, in quella stagione, al dì, ed egli uscì della selva al principio del mattino, e quella notte e quel dì figurano dieci anni della vita di Dante; noi possiamo credere ch'egli, pareggiando i tempi, intendesse d'assegnare cinque anni, dal 1290, tosto che Beatrice mutò vita, al 1295,quand'egli si diede alla vita civile, cioè riprese via per la piaggia diserta, alla notte e alla oscurità; e cinque anni, “dal principio del mattino„ all'ora in cui “lo giorno se ne andava„, al corto andare. Conosceva egli il verso Virgiliano delle Georgiche nel quale si dividono l'ore tra ilsonnoe ilgiorno?[136]Non mi par difficile, essendochè il concetto, espresso in quel primo canto, che il mondo fu creato di primavera, poteva egli averlo imparato mediante citazione, se non altro, delle Georgiche, le quali lo contengono;[137]e con quella poteva essere questa altra citazione dell'equinozio che le è legata.Sappiamo della vita pubblica di Dante in quei cinque anni, qualche cosa: per esempio: il 6 luglio del novantacinque fu consulente nella riforma degli Ordini di giustizia; il 14 dicembre dell'anno medesimo, partecipava all'elezione bimestrale de' Priori;[138]il 3 giugno dell'anno seguente era dei cento, e parlò; il 7 maggio del novantanove andò ambasciatore a S. Gimignano;[139]nel trecento dal 15 giugno al 15 agosto fu dei Priori. L'elezione non fu senza grande contrasto tra Cerchieschi e Donateschi. Egli scriveva poi, secondo la testimonianza di Lionardo Aretino, “tutti i mali e inconvenienti suoi dalli infausti comizi del suo priorato aver avuto cagione e principio„. Nel fatto, non molto più d'un anno dopo,nel 27 gennaio del 1302, era accusato e condannato in contumacia da Cante de' Gabrielli; e il 10 marzo di quell'anno, era destinato al rogo. Per quanto il colmo, per dir così, della vita politica di Dante sia dopo l'equinozio vernale del trecento, pure nella Comedia egli assegna al marzo di quell'anno la fine di quella breve favola. La lupa, in quel mese e in quel torno, (Inf. 1, 60)loripingeva là dove il sol tace.Dalla notizia conservataci dall'Aretino, comprendiamo perchè, nel tempo stesso che altre ragioni per certo v'erano per Dante, di porre la sua visione nel trecento, questo fatto, che la fine della sua vita pubblica non avvenne in quell'anno, non contrastasse. Le altre ragioni quali possono essere? Era l'anno del giubileo, e una visione di spirituale purificazione ben era adatta a quell'anno di perdono. Eppur non è questa la ragione precipua, se pure è tra le ragioni: il giubileo, nella Comedia, si ricorda una volta per descriverci nell'inferno due schiere di peccatori più e meno ignobili e meno e più sfacciati; (Inf. 18, 28) un'altra volta, per poter introdurre un soavissimo episodio, d'un appena giunto nel mondo di là sul vasello snelleto e leggiero, e che là canta la canzone “Amor che nella mente mi ragiona„. La qual canzone è lode della filosofia e lauda di Maria, e bene risuona nel lido del mare, in quel mattino luminoso, alle radici del monte santo della purificazione, sacro alla madre purissima. Ma certo dell'anno santo sarebbe presente in ogni parte del Poema l'idea, se nel pensiero di Dante ell'era stataprecipua.[140]Anche l'altra ragione di sceglier l'anno centesimo, che fu quella di partire a mezzo la seconda età del Poeta, ossia la giovinezza, e tutta la sua vita, non appare poi, sebbene si scorga sin dal primo verso, così forte. Coi rimproveri di Beatrice ci sembra che si sarebbe adattata meglio un'età più giovanile, più prossima all'età delle false imagini di bene, un'età in cui la barba non fosse troppo dura e lunga. A mettere la visione in quell'anno, determinando ch'era l'equinozio di primavera, e riassumendo allegoricamente dieci anni di vita in una notte e in un dì, facendo cominciare la notte col sonno, cioè con la sera, quando l'aer bruno toglie i viventi dalle loro fatiche, e terminare con l'ora in cui la luce lambisce ancora a pena le cime dei monti, e curando con tanta diligenza che il dì sia ben marcato, dal principio del mattino all'andar del giorno; a ciò fu indotto principalmente il Poeta da questa simmetria che vedeva veramente nei dieci anni della vita trascorsa dopo la morte di Beatrice; che furono tagliati in due parti uguali, di cinque anni l'una, dal consiglio ch'ei prese di dedicarsi alla vita civile. La qual vita civile era, se non di fatto, almeno potenzialmente, finita con la sventura, con la persecuzione, con l'esilio, nei comizi infausti del trecento. A questa norma, i primi cinque anni dei quali un anno e più era stato di dolore, e trenta mesi, di studio, furonodichiarati tutti, da tosto che Beatrice fu partita, di smarrimento e di sonno.Se la lupa lo ripingeva verso la selva delle tenebre e della viltà nell'anno trecento (e ciò fu virtualmente, non realmente), la lonza lo impediva “dal principio del mattino„, “quasi al cominciar dell'erta„. Dante fu “per ritornar più volte volto„. (Inf. I 29) Questo impedimento dunque sarebbe venuto al principio di quel giorno di cinque anni, intorno al tempo in cui Dante era entrato nella vita civile. Poichè in quel volgersi più volte per ritornare, è da intendere che Dante non fu vittorioso della carne, se non dopo alcuna battaglia perduta, noi dobbiamo credere ch'egli dica che intorno al 1295 e poco più oltre egli ebbe a cedere alle tentazioni di ciò che la lonza simboleggia, dell'incontinenza carnale. E in vero con Forese egli condusse una vita che è grave memorare; (Pur. 23, 115) e della quale restano a testimoni i tre noti sonetti. Quando ciò? Prima del 1296 nel qual anno “Bicci novel„ moriva; dopo il 1295, nel qual anno Dante si dedicava alla vita civile, se da quella vita, Dante dice nel purgatorio a Forese, (23, 118)mi volse costuiche mi va innanzi;ossia Virgilio, che lo volse non già dalla vita viziosa, ma dalla via del mondo, per fargli fare altro viaggio per la via di Deo. Chè Dante non vuol veramente dire che Virgilio lo tolse a suoi disordini: della lonza era stato vincitore, e della lupa stava per diventar vittima; vittima sì, non già drudo! Ma pur qui nondice che lo tolse alla via del mondo; bensì che lo sottrasse dal tornar nella selva oscura, dove sarebbe stato quel che era prima d'uscirne, senza virtù e senza vizio. Dunque non confessa alcun vizio di gola o d'altro, ma, come vedremo, uno stato di “miseria„. Soltanto, nel tempo in cui si metteva nella via del mondo, egli ebbe a patire degli stimoli della carne e a vivere con alcuna libertà; di che presto riuscì a bene, prendendo la lonza, non più forse, ora, con la corda con cui altra volta aveva creduto di poterla prendere, (Inf. 16, 106) ma, più che probabilmente, col matrimonio. E così continuò il suo cammino, essendo aiutato dalla sua temperanza e fortezza a fuggire sì la carnalità e sì l'accidia che ne nasce. Chè la lonza è l'una e perciò l'altra[141]. Ma sorvenne la violenza, la quale, anch'essa forse, non avrebbe avuto il potere di respingerlo, se non era la frode, nella quale si fuse la violenza. Invero egli fu vittima delpaciaroche viene senz'arme e giostra con la lancia di Giuda. (Pur. 20, 73) Egli fu vittima d'un papa non solo simoniaco e usurpatore e in varii modi fraudolento (Inf. 19, 52; 27, 98; Par. 27, 22 etc.), ma anche violento, se faceva del cimiterio di S. Pietro una cloaca non solo di puzza, come è alcuna bolgia della frode, ma anche di sangue, come è la riviera dei predoni e tiranni. (Par. 27, 25).Vincitore dell'incontinenza, sereno ed alacre, dice di sè il Poeta, che saliva e sarebbe salito. Le altre due virtù della vita attiva, cioè, oltre la temperanza e fortezza, la prudenza e la giustizia, dice di sè il Poeta, che le aveva, poichè uscì dalla selva e fuminacciato e tratto a mal partito, non sedotto, dall'ingiustizia, cioè dal leone e dalla lupa. Tra i giusti che Ciacco vede in Fiorenza, fossero essi due soli oppur due o tre, come a dire pochi, Dante metteva al certo sè medesimo, e si dichiarava immune di quell'incendio maligno che è acceso dalle tre faville, superbia, invidia e avarizia; di quell'incendio che è l'ingiustizia.[142]E sebbene e' facesse una strada che non era la sua, e perciò non era vera o verace o dritta, come quella che era stata intrapresa dopo l'oblìo di Beatrice, cioè della sapienza che si trova soltanto per quell'altra via; nondimeno non si può dire che agli studi avesse rinunziato al tutto. Egli aveva, intorno al cominciare della vita attiva, significato l'abbandono della contemplativa, mettendosi come sotto la protezione della filosofia che è anche laRegina Coeli. Ciò con le due canzoniVoi che intendendoeAmor che nella mente; di cui la prima era nota a Carlo Martello morto nel 1295, e l'altra, a Casella che forse le diede la nota, e che morì nel tempo del giubileo. Altra canzone, che non c'è difficoltà di assegnare a tempo precedente l'anno centesimo, è quella che comincia:Le dolci rime; ossia la terza del Convivio. C'è anzi così qualche ragione in favore, come nessuna contra.La canzone ha uno stretto legame con le due precedenti.Le dolci rime d'Amor, ch'io solïacercar ne' miei pensieri,convien ch'io lasci.In secondo luogo, essa vuol riprovare un “giudiciofalso e vile„, che è presumibile fosse, in quei tempi avanti il trecento, pronunziato contro il Poeta medesimo. Invero, o nobile o popolano che fosse di schiatta, Dante iscrivendosi nelle arti poteva sentirsi rimproverare, anche da chi fu suo primo amico, di non essere nobile o non essere più. Ma prescindendo anche dalla sua persona, è ben certo che a quei tempi nessun discorso doveva essere più frequente e vivo di questo intorno alla nobiltà, in quella Fiorenza che nel 1293 faceva gli ordini di giustizia contro i Grandi, nel 1295 li riformava, e via via non quetò per il malumore e il discordare di essi grandi o nobili. In tale aria ambiente è verosimile che Dante esponesse il suo pensiero, che la nobiltà consiste non nella ricchezza redata, con bei costumi o senz'essi, ma nelle virtù convenienti a ogni età dell'uomo.Questa canzone è “contra gli erranti„; ed è fatta per riprovare un giudicio falso; e ha quindi, non più per soggetto l'amore oVenus, sì la direzion della volontà orectitudooSalus(VE. 2, 2). Ma meglio considerando si troverà che pure trattando un de'magnalia, ed essendo diretta alla utilità, cioè alla salute, non ha per soggetto propriamente la direzion della volontà, se non in modo proemiale. Essa dice infatti: “Chi è nobile o non vile? Chi ha virtù. E che è virtù? Un abito eligente. Nell'elezione ha luogo la volontà. Virtù significa aver la volontà educata a scegliere, tra due contrari, il mezzo che è bene„. Dunque della direzion della volontà è per trattare trattando della o delle virtù. E questo, che la nobiltà stia nella virtù, non è che il proemio al trattato della rettitudine. E questa considerazione aiuta anch'ella a porre il componimento proemiale al tempo in cuiDante tuttora dormiva in Firenze agnello nemico ai lupi.E qui giova ricordare l'epistola che Dante scrisse ai principi della terra dopo la morte di Beatrice. Quest'epistola, la quale è più che verosimile contenesse precetti di rettitudine e significasse lo sparire dallaterradi quella sapienza, confondeva la sapienza che è speranza della contemplazione di Dio, con quella che è prudenza regale o senno.[143]Ora non le confonde più. Ora dice di deporre il soave stile che ha tenuto “nel trattar d'amore„; ora tratta disalute, che è termine generico in cui è compreso gentilezza e nobiltà (v. 106); ora proemia a un trattato di rettitudine nella via del mondo. Sì; perchè le virtù alle quali accenna qui, e delle quali vuol trattare poi, come si vede dal fatto, che ne trattò veramente, sono virtù di quelle che stanno nel mezzo a due contrari, cioè sono virtù morali, nelle quali consiste la vita attiva.In verità Dante continuò questo trattato di rettitudine in canzoni, questo codice poetico di vita attiva, quest'illustrazione in istile tragico delle virtù morali. Notevole è che le canzoni dovevano essere quattordici. Con le tre già nominate, che sono tra tutte e tre un grande proemio, mostrando la prima l'abbandono del disegno primo di visione, la seconda avendo le lodi della donna che deve presiedere al trattato, la terza contenendo il fine a cui è destinato il libro. Le altre canzoni dovevano essere, dunque, undici. Ora undici appunto sono le virtù dell'Etica: Fortezza, Temperanza, Magnificenza, Magnanimità,Amativa d'onore, Mansuetudine, Liberalità, Affabilità, Verità, Eutrapelia, Giustizia. (Co. 4, 17) Se determinò questo numero, quando scrisse il primo trattato; (Co. 1, 12; 8) certo, almeno quando lo scriveva, pensava a coteste undici virtù. Ammettiamo in vero che esso trattato sia stato scritto dopo i tre seguenti, e soli compiuti.[144]Egli aveva innanzi sè, da cominciare piuttosto che da compiere, la parte sostanziale del suo libro, e questa doveva consistere d'undici canzoni e trattati. Ciò non esclude ch'egli avrebbe potuto mutare; e che qualcosa già mutasse, è manifesto anche di qui. Invero delle canzoni che è verosimile fossero fatte per il Convivio, e che a noi sono pervenute, è una,Doglia mi reca, che riguarda la liberalità. Ella è contro uno dei vizi collaterali di essa; non però trascura l'altro, poichè dicendo (85 seg.)come con dismisura si ragunacosì con dismisura si distringe,accenna che si deve pure ragunare e distringere con misura, e quindi riprova chi non raguna e non distringe affatto. Inveisce il Poeta specialmente, anzi, se si vuole, esclusivamente contro gli avari e l'avarizia, ma tien fermo il concetto che la virtù di liberalità, come le altre morali, è un abito eligente, e che il vizio o i vizi contrari sono dismisura. E il comento avrebbe certo contenuto molto di più di quel che la canzone. È dunque intonata alla canzonedella nobiltà, in cui definiscesi la virtù. E dunque si fa, per questa, probabile che veramente Dante volesse in undici canzoni trattare delle undici virtù. Sì; ma essa doveva essere l'ultima. Dice infatti il Poeta: “Per che sì caro costa quello che si prega, non intendo qui ragionare, perchè sufficientemente si ragionerà nell'ultimo trattato di questo libro„. (Co. 1, 8) L'ultima, invece, delle virtù nell'enumerazione che Dante trae dall'Etica, è la giustizia. Possiamo dunque dire che non avrebbe seguito quell'ordine; invero dice egli stesso che le virtù morali “diversamente da diversi Filosofi sono distinte e numerate„. (Co. 4, 18) Ed egli stesso le distingue nella CanzoneAmor che nella mente, ed enumera nel comento, diversamente, sebbene dica: “dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile, da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia„. (ib. 17) e sebbene, col prestabilire a undici le canzoni, abbia mostrato di volere quella divina sentenzia seguire. Ma nella detta canzone e nel detto trattato pur così distingue e numera, se non le virtù, le “cose necessarie„ almeno, alle singole età: alla adolescenza, obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale; (Co. 4, 24) alla gioventù, lealtà, cortesia, amore, fortezza e temperanza; (ib. 26) alla senetta, prudenza cioè saviezza (senno), giustizia, larghezza, affabilità. (ib. 27) Altra volta a fortezza fa uguale magnanimità: “questo sprone si chiama fortezza ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungare„. (ib. 26) Da tutto ciò si vede, primo, che pur mantenendo alle virtù il numero aristotelico di undici, egli si sarebbe governato liberamente, col fonderne almeno una (la magnanimità) in un'altra, e con introdurre senon virtù nuove, almeno nuovi nomi. Per es. la leggiadria.Di essa tratta nella canzone,Poscia ch'amor del tutto m'ha lasciato, il cui principio consuona col cominciamento della canzone,Le dolci rime.Si parla, in quella, di tali che gittano via i loro averi, che intendono a conviti e a lussuria e ad ornarsi; e che ridono sempre e parlano troppo per piacere, e fanno gli arguti e i popolari, e non trattano con donne gentili e savie. Si dice che per aver leggiadria, bisogna che sollazzo si unisca con amore. Si conchiude che leggiadro è l'uomo che, nel dare e ricevere, non si duole, anzi “in ciò diletto tragge„, a somiglianza del sole che illumina le stelle e ne è illuminato; l'uomo che non s'adira per parole che oda, che non dice parole che offendano altrui; che si cura dei savi e de' selvaggi no; non si inorgoglisce e pur non tien nascosto il suo pensiero. Se cerchiamo tra le undici virtù di Aristotile, qual sia quella che si convenga con questa, troviamo che può essere l'affabilità “la quale fa noi ben convivere cogli altri„, e può essere l'eutrapelia “la quale modera noi nelli sollazzi, facendoci quelli usare debitamente„. (Co. 4, 17) Ma, prima per il chiaro raffronto dell'espressione della Canzone,Sollazzo è che convene con esso Amore, e la frase citata, poi per una ragione che si vedrà, sembra piuttosto, la leggiadra canzone, tradurre in leggiadria nostrana l'eutrapelia aristotelica.Della temperanza avrebbe discorso nel trattato settimo, ossia nella canzone terza dopo le tre proemiali, mentre nell'ordine aristotelico delle virtù ella è la seconda. Enea sarebbe stato il modello. “Quantoraffrenare fu quello, quando (Enea) avendo ricevuto da Dido tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo Trattato si dirà; e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partì; per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneida è scritto!„ (Co. 4, 26) La giustizia sarebbe stata l'argomento della penultima canzone. “Di questa virtù innanzi dirò più pienamente nel quattordecimo Trattato„. (Co. 1, 12) “Di Giustizia nel penultimo trattato di questo libro si tratterà„. (Co. 4, 27) Tale canzone sembra ci resti, e sarebbe quella che cominciaTre donne intorno al cor mi son venute, la quale per le difficoltà allegoriche ond'è avviluppata, è naturale che porgesse occasione a ragionare della forma allegorica. Poichè Dante dice anche: “Perchè questo nascondimento fosse trovato per li savii, nel penultimo Trattato si mostrerà„. In essa canzone, quella delle tre donne che è madre e ava delle altre due, si chiama Drittura; delle altre due non è detto il nome. E così, ritenendo che l'eutrapelia entri nella canzonePoscia ch'amor, non vi si legge però quel nome, nè si legge il nome di liberalità nella canzone,Doglia mi reca.Ne deduciamo che tenendo il numero di undici, Dante nascondeva per altro, in suo modo faticoso e forte, la congruenza delle virtù sue con quelle dell'Etica. E così non ci meraviglieremo che anche in un'altra, la quale possiamo attribuire al Convivio, quella che comincia,Io sento sì d'amor la gran possanza, sia, per esempio, la virtù che è chiamata Amativa d'onore. Si tratta in essa d'un amore non dei soliti:Ben è verace amor quel che m'ha presoe ben mi stringe fortequand'io farei quel ch'io dico per lui:chè nullo amore è di cotanto peso,quanto è quel che la morteface piacer, per ben servir altrui.Questo amore, per cui s'affronta la morte, nacque dal dì che vide prima quella donna gentile, e d'allora è servo e non si duole, e tutta la mercede che spera, è far bene, e non pensa a sè, amando, ma ad accrescere il bene e l'onore di lei. È un amore ben disinteressato!Altri ch'Amor non mi potea far tale,ch'io fossi degnamentecosa di quella che non s'innamora,ma stassi come donna, a cui non caledell'amorosa mente,che senza lei non può passare un'ora.Non ne vuol nulla, l'amatore; e quanto più la guarda, più la trova bella. E tra una verità che ha scoperta e un'altra che deve ancora scoprire, è uno stato di martiro e di dolcezza. Si parla della soave necessità della scienza, la quale di null'altro compensa l'amante, che d'onore. E in un verso Dante rivela il suo pensiero con due parole quasi messe a caso:Amordi tantoonorm'ha fatto degno.Viene in mente il passo centrale del Paradiso; il passo, cioè, del canto di mezzo, decimosettimo, che ha avanti sè e dopo sè un pari numero di canti: sedici. In quel passo Dante chiede alla cara pianta sua notizie e consigli intorno alla ventura o fortunache a lui è per toccare, e di cui aveva già intese parole gravi e a cui egli già si sentiva tetragono. Invero delle due eterne rivali, la sapienza e la fortuna, la sapienza egli amava; sì che ella, in sembiante di Beatrice, poteva dir di lui: “L'amico mio e non della ventura„.[145]E Cacciaguida gli rivela le contingenze future: l'esilio, lo stento, l'avversione pur dei compagni, la fiera solitudine, e anche il benevolo accoglimento degli Scaligeri e la misteriosa aspettazione di Cane, e l'infuturarsi della vita di Dantevia più làche la pena che i nemici di lui avranno della lor frode. (Par. 17, 37) E Dante mostra un po' di dubbio su quel che gli può accadere di male, per suoi carmi, che, liberamente espressi, possono privarlo d'ogni asilo, e di altra parte, egli dice: (ib. 118)s'io al vero son timido amicotemo di perder vita tra coloroche questo tempo chiameranno antico.Allora il tritavolo lo conforta a far manifesta la sua visione, checchè debba accadergli: sia il suo grido come il vento, che più percuote le cime più alte; (ib. 135)e ciò non fia d'onorpoco argomento.Prima ch'egli si ponesse al poema sacro, lo studio e l'imitazione di Virgilio, la cui Eneide era il poema allegorico per eccellenza, l'aveva fornito di quel bello stile che gli aveva fattoonore. La Comedia ch'egli per due cantiche aveva composta in compagnia equasi a dettatura dell'autore della alta tragedia, doveva, a suo giudizio, fargli ben altroonore, come fa dire al suo progenitore martire! Eonorecercava col Convivio, volendo egli fuggire ciò per cui “ciascuno profeta è menoonoratonella sua patria„, ossia le macchie che la presenza discopre. (Co. 1, 4) E nella canzone citata egli proclama che l'amor della sapienza gli fa piacer la morte; perchè? Perchè quella morte non è tale da far perder vita tra gli avveniri. E in altra canzone, che non si può dubitare fosse per appartenere all'amoroso Convivio, nella canzoneTre donne, ossia della giustizia, egli esclama, con parole degne del colloquio tra la fronda e la sua radice:Ed io che ascolto nel parlar divinoconsolarsi e dolersicosì alti dispersi,l'esilio che m'è datoonormi tegno;e se giudizio, o forza di destino,vuol pur che il mondo versii bianchi fiori in persi,cader tra' buoni è pur di lode degno.Questi argomenti meditava o già svolgeva Dante prima dell'anno infausto e in quell'anno medesimo e dopo. La canzone dell'Amativa d'onore porremmo volentieri in quel tempo, nel quale, come Dante fa dire a Cacciaguida, già si cercava l'esilio di lui. (Par. 17, 49)Questo si vuole e questo già si cerca,nella curia papale. La canzone della giustizia, è naturalmente, di Dante esule, che facendo tali opere di stile tragico non pensava certo d'esprimere duplicatamente i medesimi concetti nella Comedia.E gli argomenti appartenevano, come egli stesso era poi per dichiarare, alla vita attiva. Infatti era per domandare: “Poichè la felicità della vita contemplativa è più eccellente che quella dell'attiva, e l'una e l'altra possa essere e sia frutto e fine di nobiltà, perchè non anzi si procedette per la via delle vertù intellettuali, che delle morali?„ (Co. 4, 17) Qual che sia a questo punto la sua risposta, noi crederemmo meglio che la ragione fosse nel fatto che egli andava per questa nuova via pratica, e voleva, come altrove dice, “gridare alla gente che per mal cammino andavano, acciocchè per diritto calle si dirizzassono„, voleva “per tostana via... medicina ordinare, acciocchè tostana fosse la sanitade, la quale corrotta, a così laida morte si correa„. (Co. 4, 1) E ciò, come, e precipuamente, per il falso concetto di nobiltà, che era intorno al trecento in Fiorenza il vero veleno della vita pubblica, così per gli altri errori. E voleva rivolgersi a tutte le età, dichiarando via via le virtù loro convenienti. (Co. 4, 23 sgg.) E in ciò è da riconoscere la ragione per cui la liberalità o larghezza è così fuor del posto che le assegnò Aristotile, e si trova all'ultimo; perchè ella è virtù propria della senetta, la quale per il contrario è afflitta dall'uno dei vizi collaterali: dal mal tenere; mentre il mal dare difficilmente in lei si ritrova. E così poco o punto se ne ragiona nella canzone: il che conferma che la canzone era destinata ai vecchi. E così dei vecchi ha da essere la giustizia, che è la penultima canzone.E così possiamo ora dire che leggiadria è traduzione piuttosto d'eutrapelia, che d'affabilità, perchè, essendo ella virtù giovanile, meglio si conviene conle doti che Dante ascrive all'adolescenza (obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale — Co. 4, 24) e alla giovinezza (temperanza, fortezza, amor dei maggiori e minori, cortesia, lealtà — ib. 26), nel mentre l'affabilità è detta virtù della senetta. E per conchiudere con un'ipotesi che può condurre altri a disegnare un assai razionale ordinamento del Convivio, io suppongo che sola Dante avesse fusa una virtù in un'altra: la magnanimità nella fortezza, dandone anzi alcunchè all'Amativa d'onore, poichè e questa e quella hanno molto di comune; essendo la magnanimità “moderatrice e acquistatrice de' grandi onori e fama„; essendo l'Amativa d'onore “moderatricecheordina noi agli onori di questo mondo„. (Co. 4, 17) E ricordo, per l'altra parte: “questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità„. (ib. 26) Ridotte le virtù a dieci, numero perfetto, suppongo che Dante se avesse continuato l'amoroso Convivio, avrebbe trattato, prima che di queste dieci, della Prudenza, di cui parla così: “Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere morale vertù; ma Aristotile dinumera quella intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali vertù, e mostri la via per che elle si compongono...„ La canzone che avrebbe avuto a essere quarta di tutto il Convivio, prima di quelle di rettitudine, seguìta da dieci virtù morali che con essa lei avrebbero formato il classico numero di quelle dell'Etica, suppongo dunque che avrebbe trattato della Prudenza e addimostrato in che modo si compongono le virtù seguenti. E con la supposizione, metto avanti un mio sospetto: che interrompendo il Convivio, Dante all'ultimo trattato affidasse molte idee destinate daprima ai Trattati che dovevano seguire. Esso è infatti quasi il doppio, per estensione, del precedente, e più del doppio dei due primi. Probabilmente i tre trattati sulle tre canzoni, che aveva già composti nel 1309, quando morì re Carlo secondo, il quale è accennato come vivo, (Co. 4, 6) e prima ch'egli avesse sentore dell'elezione d'Arrigo di Lucimburgo, (ib. 4, 3) giudicò sufficiente al suo fine di mostrare il suo valore; e scrisse intorno al 1310, quando la sua giovinezza andava trapassando, secondo le sue teoriche, ed era, secondo la verità, trapassata, il proemio col quale l'opera si presentava assai organica e compiuta.Nè certo in tutto questo tempo, dal trecento al trecento dieci pensava più alla mirabile visione. Il pane ch'egli imbandiva agli uomini non era il pane degli angeli: era qualche briciola caduta dalla mensa alla quale si era voluto sedere e ora non sedeva più. E sè non dimenticava, e per i miseri erranti alcuna cosa riservava. (Co. 1, 1)

Nella via non vera, per lui, si mise il Poeta nel 1295. Durante l'equinozio di primavera del trecento, fingerà poi d'essersi smarrito e ritrovato in una selva. Poichè la notte era uguale, in quella stagione, al dì, ed egli uscì della selva al principio del mattino, e quella notte e quel dì figurano dieci anni della vita di Dante; noi possiamo credere ch'egli, pareggiando i tempi, intendesse d'assegnare cinque anni, dal 1290, tosto che Beatrice mutò vita, al 1295,quand'egli si diede alla vita civile, cioè riprese via per la piaggia diserta, alla notte e alla oscurità; e cinque anni, “dal principio del mattino„ all'ora in cui “lo giorno se ne andava„, al corto andare. Conosceva egli il verso Virgiliano delle Georgiche nel quale si dividono l'ore tra ilsonnoe ilgiorno?[136]Non mi par difficile, essendochè il concetto, espresso in quel primo canto, che il mondo fu creato di primavera, poteva egli averlo imparato mediante citazione, se non altro, delle Georgiche, le quali lo contengono;[137]e con quella poteva essere questa altra citazione dell'equinozio che le è legata.

Sappiamo della vita pubblica di Dante in quei cinque anni, qualche cosa: per esempio: il 6 luglio del novantacinque fu consulente nella riforma degli Ordini di giustizia; il 14 dicembre dell'anno medesimo, partecipava all'elezione bimestrale de' Priori;[138]il 3 giugno dell'anno seguente era dei cento, e parlò; il 7 maggio del novantanove andò ambasciatore a S. Gimignano;[139]nel trecento dal 15 giugno al 15 agosto fu dei Priori. L'elezione non fu senza grande contrasto tra Cerchieschi e Donateschi. Egli scriveva poi, secondo la testimonianza di Lionardo Aretino, “tutti i mali e inconvenienti suoi dalli infausti comizi del suo priorato aver avuto cagione e principio„. Nel fatto, non molto più d'un anno dopo,nel 27 gennaio del 1302, era accusato e condannato in contumacia da Cante de' Gabrielli; e il 10 marzo di quell'anno, era destinato al rogo. Per quanto il colmo, per dir così, della vita politica di Dante sia dopo l'equinozio vernale del trecento, pure nella Comedia egli assegna al marzo di quell'anno la fine di quella breve favola. La lupa, in quel mese e in quel torno, (Inf. 1, 60)

loripingeva là dove il sol tace.

loripingeva là dove il sol tace.

Dalla notizia conservataci dall'Aretino, comprendiamo perchè, nel tempo stesso che altre ragioni per certo v'erano per Dante, di porre la sua visione nel trecento, questo fatto, che la fine della sua vita pubblica non avvenne in quell'anno, non contrastasse. Le altre ragioni quali possono essere? Era l'anno del giubileo, e una visione di spirituale purificazione ben era adatta a quell'anno di perdono. Eppur non è questa la ragione precipua, se pure è tra le ragioni: il giubileo, nella Comedia, si ricorda una volta per descriverci nell'inferno due schiere di peccatori più e meno ignobili e meno e più sfacciati; (Inf. 18, 28) un'altra volta, per poter introdurre un soavissimo episodio, d'un appena giunto nel mondo di là sul vasello snelleto e leggiero, e che là canta la canzone “Amor che nella mente mi ragiona„. La qual canzone è lode della filosofia e lauda di Maria, e bene risuona nel lido del mare, in quel mattino luminoso, alle radici del monte santo della purificazione, sacro alla madre purissima. Ma certo dell'anno santo sarebbe presente in ogni parte del Poema l'idea, se nel pensiero di Dante ell'era stataprecipua.[140]Anche l'altra ragione di sceglier l'anno centesimo, che fu quella di partire a mezzo la seconda età del Poeta, ossia la giovinezza, e tutta la sua vita, non appare poi, sebbene si scorga sin dal primo verso, così forte. Coi rimproveri di Beatrice ci sembra che si sarebbe adattata meglio un'età più giovanile, più prossima all'età delle false imagini di bene, un'età in cui la barba non fosse troppo dura e lunga. A mettere la visione in quell'anno, determinando ch'era l'equinozio di primavera, e riassumendo allegoricamente dieci anni di vita in una notte e in un dì, facendo cominciare la notte col sonno, cioè con la sera, quando l'aer bruno toglie i viventi dalle loro fatiche, e terminare con l'ora in cui la luce lambisce ancora a pena le cime dei monti, e curando con tanta diligenza che il dì sia ben marcato, dal principio del mattino all'andar del giorno; a ciò fu indotto principalmente il Poeta da questa simmetria che vedeva veramente nei dieci anni della vita trascorsa dopo la morte di Beatrice; che furono tagliati in due parti uguali, di cinque anni l'una, dal consiglio ch'ei prese di dedicarsi alla vita civile. La qual vita civile era, se non di fatto, almeno potenzialmente, finita con la sventura, con la persecuzione, con l'esilio, nei comizi infausti del trecento. A questa norma, i primi cinque anni dei quali un anno e più era stato di dolore, e trenta mesi, di studio, furonodichiarati tutti, da tosto che Beatrice fu partita, di smarrimento e di sonno.

Se la lupa lo ripingeva verso la selva delle tenebre e della viltà nell'anno trecento (e ciò fu virtualmente, non realmente), la lonza lo impediva “dal principio del mattino„, “quasi al cominciar dell'erta„. Dante fu “per ritornar più volte volto„. (Inf. I 29) Questo impedimento dunque sarebbe venuto al principio di quel giorno di cinque anni, intorno al tempo in cui Dante era entrato nella vita civile. Poichè in quel volgersi più volte per ritornare, è da intendere che Dante non fu vittorioso della carne, se non dopo alcuna battaglia perduta, noi dobbiamo credere ch'egli dica che intorno al 1295 e poco più oltre egli ebbe a cedere alle tentazioni di ciò che la lonza simboleggia, dell'incontinenza carnale. E in vero con Forese egli condusse una vita che è grave memorare; (Pur. 23, 115) e della quale restano a testimoni i tre noti sonetti. Quando ciò? Prima del 1296 nel qual anno “Bicci novel„ moriva; dopo il 1295, nel qual anno Dante si dedicava alla vita civile, se da quella vita, Dante dice nel purgatorio a Forese, (23, 118)

mi volse costuiche mi va innanzi;

mi volse costuiche mi va innanzi;

ossia Virgilio, che lo volse non già dalla vita viziosa, ma dalla via del mondo, per fargli fare altro viaggio per la via di Deo. Chè Dante non vuol veramente dire che Virgilio lo tolse a suoi disordini: della lonza era stato vincitore, e della lupa stava per diventar vittima; vittima sì, non già drudo! Ma pur qui nondice che lo tolse alla via del mondo; bensì che lo sottrasse dal tornar nella selva oscura, dove sarebbe stato quel che era prima d'uscirne, senza virtù e senza vizio. Dunque non confessa alcun vizio di gola o d'altro, ma, come vedremo, uno stato di “miseria„. Soltanto, nel tempo in cui si metteva nella via del mondo, egli ebbe a patire degli stimoli della carne e a vivere con alcuna libertà; di che presto riuscì a bene, prendendo la lonza, non più forse, ora, con la corda con cui altra volta aveva creduto di poterla prendere, (Inf. 16, 106) ma, più che probabilmente, col matrimonio. E così continuò il suo cammino, essendo aiutato dalla sua temperanza e fortezza a fuggire sì la carnalità e sì l'accidia che ne nasce. Chè la lonza è l'una e perciò l'altra[141]. Ma sorvenne la violenza, la quale, anch'essa forse, non avrebbe avuto il potere di respingerlo, se non era la frode, nella quale si fuse la violenza. Invero egli fu vittima delpaciaroche viene senz'arme e giostra con la lancia di Giuda. (Pur. 20, 73) Egli fu vittima d'un papa non solo simoniaco e usurpatore e in varii modi fraudolento (Inf. 19, 52; 27, 98; Par. 27, 22 etc.), ma anche violento, se faceva del cimiterio di S. Pietro una cloaca non solo di puzza, come è alcuna bolgia della frode, ma anche di sangue, come è la riviera dei predoni e tiranni. (Par. 27, 25).

Vincitore dell'incontinenza, sereno ed alacre, dice di sè il Poeta, che saliva e sarebbe salito. Le altre due virtù della vita attiva, cioè, oltre la temperanza e fortezza, la prudenza e la giustizia, dice di sè il Poeta, che le aveva, poichè uscì dalla selva e fuminacciato e tratto a mal partito, non sedotto, dall'ingiustizia, cioè dal leone e dalla lupa. Tra i giusti che Ciacco vede in Fiorenza, fossero essi due soli oppur due o tre, come a dire pochi, Dante metteva al certo sè medesimo, e si dichiarava immune di quell'incendio maligno che è acceso dalle tre faville, superbia, invidia e avarizia; di quell'incendio che è l'ingiustizia.[142]E sebbene e' facesse una strada che non era la sua, e perciò non era vera o verace o dritta, come quella che era stata intrapresa dopo l'oblìo di Beatrice, cioè della sapienza che si trova soltanto per quell'altra via; nondimeno non si può dire che agli studi avesse rinunziato al tutto. Egli aveva, intorno al cominciare della vita attiva, significato l'abbandono della contemplativa, mettendosi come sotto la protezione della filosofia che è anche laRegina Coeli. Ciò con le due canzoniVoi che intendendoeAmor che nella mente; di cui la prima era nota a Carlo Martello morto nel 1295, e l'altra, a Casella che forse le diede la nota, e che morì nel tempo del giubileo. Altra canzone, che non c'è difficoltà di assegnare a tempo precedente l'anno centesimo, è quella che comincia:Le dolci rime; ossia la terza del Convivio. C'è anzi così qualche ragione in favore, come nessuna contra.

La canzone ha uno stretto legame con le due precedenti.

Le dolci rime d'Amor, ch'io solïacercar ne' miei pensieri,convien ch'io lasci.

Le dolci rime d'Amor, ch'io solïacercar ne' miei pensieri,convien ch'io lasci.

In secondo luogo, essa vuol riprovare un “giudiciofalso e vile„, che è presumibile fosse, in quei tempi avanti il trecento, pronunziato contro il Poeta medesimo. Invero, o nobile o popolano che fosse di schiatta, Dante iscrivendosi nelle arti poteva sentirsi rimproverare, anche da chi fu suo primo amico, di non essere nobile o non essere più. Ma prescindendo anche dalla sua persona, è ben certo che a quei tempi nessun discorso doveva essere più frequente e vivo di questo intorno alla nobiltà, in quella Fiorenza che nel 1293 faceva gli ordini di giustizia contro i Grandi, nel 1295 li riformava, e via via non quetò per il malumore e il discordare di essi grandi o nobili. In tale aria ambiente è verosimile che Dante esponesse il suo pensiero, che la nobiltà consiste non nella ricchezza redata, con bei costumi o senz'essi, ma nelle virtù convenienti a ogni età dell'uomo.

Questa canzone è “contra gli erranti„; ed è fatta per riprovare un giudicio falso; e ha quindi, non più per soggetto l'amore oVenus, sì la direzion della volontà orectitudooSalus(VE. 2, 2). Ma meglio considerando si troverà che pure trattando un de'magnalia, ed essendo diretta alla utilità, cioè alla salute, non ha per soggetto propriamente la direzion della volontà, se non in modo proemiale. Essa dice infatti: “Chi è nobile o non vile? Chi ha virtù. E che è virtù? Un abito eligente. Nell'elezione ha luogo la volontà. Virtù significa aver la volontà educata a scegliere, tra due contrari, il mezzo che è bene„. Dunque della direzion della volontà è per trattare trattando della o delle virtù. E questo, che la nobiltà stia nella virtù, non è che il proemio al trattato della rettitudine. E questa considerazione aiuta anch'ella a porre il componimento proemiale al tempo in cuiDante tuttora dormiva in Firenze agnello nemico ai lupi.

E qui giova ricordare l'epistola che Dante scrisse ai principi della terra dopo la morte di Beatrice. Quest'epistola, la quale è più che verosimile contenesse precetti di rettitudine e significasse lo sparire dallaterradi quella sapienza, confondeva la sapienza che è speranza della contemplazione di Dio, con quella che è prudenza regale o senno.[143]Ora non le confonde più. Ora dice di deporre il soave stile che ha tenuto “nel trattar d'amore„; ora tratta disalute, che è termine generico in cui è compreso gentilezza e nobiltà (v. 106); ora proemia a un trattato di rettitudine nella via del mondo. Sì; perchè le virtù alle quali accenna qui, e delle quali vuol trattare poi, come si vede dal fatto, che ne trattò veramente, sono virtù di quelle che stanno nel mezzo a due contrari, cioè sono virtù morali, nelle quali consiste la vita attiva.

In verità Dante continuò questo trattato di rettitudine in canzoni, questo codice poetico di vita attiva, quest'illustrazione in istile tragico delle virtù morali. Notevole è che le canzoni dovevano essere quattordici. Con le tre già nominate, che sono tra tutte e tre un grande proemio, mostrando la prima l'abbandono del disegno primo di visione, la seconda avendo le lodi della donna che deve presiedere al trattato, la terza contenendo il fine a cui è destinato il libro. Le altre canzoni dovevano essere, dunque, undici. Ora undici appunto sono le virtù dell'Etica: Fortezza, Temperanza, Magnificenza, Magnanimità,Amativa d'onore, Mansuetudine, Liberalità, Affabilità, Verità, Eutrapelia, Giustizia. (Co. 4, 17) Se determinò questo numero, quando scrisse il primo trattato; (Co. 1, 12; 8) certo, almeno quando lo scriveva, pensava a coteste undici virtù. Ammettiamo in vero che esso trattato sia stato scritto dopo i tre seguenti, e soli compiuti.[144]Egli aveva innanzi sè, da cominciare piuttosto che da compiere, la parte sostanziale del suo libro, e questa doveva consistere d'undici canzoni e trattati. Ciò non esclude ch'egli avrebbe potuto mutare; e che qualcosa già mutasse, è manifesto anche di qui. Invero delle canzoni che è verosimile fossero fatte per il Convivio, e che a noi sono pervenute, è una,Doglia mi reca, che riguarda la liberalità. Ella è contro uno dei vizi collaterali di essa; non però trascura l'altro, poichè dicendo (85 seg.)

come con dismisura si ragunacosì con dismisura si distringe,

come con dismisura si ragunacosì con dismisura si distringe,

accenna che si deve pure ragunare e distringere con misura, e quindi riprova chi non raguna e non distringe affatto. Inveisce il Poeta specialmente, anzi, se si vuole, esclusivamente contro gli avari e l'avarizia, ma tien fermo il concetto che la virtù di liberalità, come le altre morali, è un abito eligente, e che il vizio o i vizi contrari sono dismisura. E il comento avrebbe certo contenuto molto di più di quel che la canzone. È dunque intonata alla canzonedella nobiltà, in cui definiscesi la virtù. E dunque si fa, per questa, probabile che veramente Dante volesse in undici canzoni trattare delle undici virtù. Sì; ma essa doveva essere l'ultima. Dice infatti il Poeta: “Per che sì caro costa quello che si prega, non intendo qui ragionare, perchè sufficientemente si ragionerà nell'ultimo trattato di questo libro„. (Co. 1, 8) L'ultima, invece, delle virtù nell'enumerazione che Dante trae dall'Etica, è la giustizia. Possiamo dunque dire che non avrebbe seguito quell'ordine; invero dice egli stesso che le virtù morali “diversamente da diversi Filosofi sono distinte e numerate„. (Co. 4, 18) Ed egli stesso le distingue nella CanzoneAmor che nella mente, ed enumera nel comento, diversamente, sebbene dica: “dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile, da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia„. (ib. 17) e sebbene, col prestabilire a undici le canzoni, abbia mostrato di volere quella divina sentenzia seguire. Ma nella detta canzone e nel detto trattato pur così distingue e numera, se non le virtù, le “cose necessarie„ almeno, alle singole età: alla adolescenza, obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale; (Co. 4, 24) alla gioventù, lealtà, cortesia, amore, fortezza e temperanza; (ib. 26) alla senetta, prudenza cioè saviezza (senno), giustizia, larghezza, affabilità. (ib. 27) Altra volta a fortezza fa uguale magnanimità: “questo sprone si chiama fortezza ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungare„. (ib. 26) Da tutto ciò si vede, primo, che pur mantenendo alle virtù il numero aristotelico di undici, egli si sarebbe governato liberamente, col fonderne almeno una (la magnanimità) in un'altra, e con introdurre senon virtù nuove, almeno nuovi nomi. Per es. la leggiadria.

Di essa tratta nella canzone,Poscia ch'amor del tutto m'ha lasciato, il cui principio consuona col cominciamento della canzone,Le dolci rime.

Si parla, in quella, di tali che gittano via i loro averi, che intendono a conviti e a lussuria e ad ornarsi; e che ridono sempre e parlano troppo per piacere, e fanno gli arguti e i popolari, e non trattano con donne gentili e savie. Si dice che per aver leggiadria, bisogna che sollazzo si unisca con amore. Si conchiude che leggiadro è l'uomo che, nel dare e ricevere, non si duole, anzi “in ciò diletto tragge„, a somiglianza del sole che illumina le stelle e ne è illuminato; l'uomo che non s'adira per parole che oda, che non dice parole che offendano altrui; che si cura dei savi e de' selvaggi no; non si inorgoglisce e pur non tien nascosto il suo pensiero. Se cerchiamo tra le undici virtù di Aristotile, qual sia quella che si convenga con questa, troviamo che può essere l'affabilità “la quale fa noi ben convivere cogli altri„, e può essere l'eutrapelia “la quale modera noi nelli sollazzi, facendoci quelli usare debitamente„. (Co. 4, 17) Ma, prima per il chiaro raffronto dell'espressione della Canzone,Sollazzo è che convene con esso Amore, e la frase citata, poi per una ragione che si vedrà, sembra piuttosto, la leggiadra canzone, tradurre in leggiadria nostrana l'eutrapelia aristotelica.

Della temperanza avrebbe discorso nel trattato settimo, ossia nella canzone terza dopo le tre proemiali, mentre nell'ordine aristotelico delle virtù ella è la seconda. Enea sarebbe stato il modello. “Quantoraffrenare fu quello, quando (Enea) avendo ricevuto da Dido tanto di piacere, quanto di sotto nel settimo Trattato si dirà; e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partì; per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneida è scritto!„ (Co. 4, 26) La giustizia sarebbe stata l'argomento della penultima canzone. “Di questa virtù innanzi dirò più pienamente nel quattordecimo Trattato„. (Co. 1, 12) “Di Giustizia nel penultimo trattato di questo libro si tratterà„. (Co. 4, 27) Tale canzone sembra ci resti, e sarebbe quella che cominciaTre donne intorno al cor mi son venute, la quale per le difficoltà allegoriche ond'è avviluppata, è naturale che porgesse occasione a ragionare della forma allegorica. Poichè Dante dice anche: “Perchè questo nascondimento fosse trovato per li savii, nel penultimo Trattato si mostrerà„. In essa canzone, quella delle tre donne che è madre e ava delle altre due, si chiama Drittura; delle altre due non è detto il nome. E così, ritenendo che l'eutrapelia entri nella canzonePoscia ch'amor, non vi si legge però quel nome, nè si legge il nome di liberalità nella canzone,Doglia mi reca.

Ne deduciamo che tenendo il numero di undici, Dante nascondeva per altro, in suo modo faticoso e forte, la congruenza delle virtù sue con quelle dell'Etica. E così non ci meraviglieremo che anche in un'altra, la quale possiamo attribuire al Convivio, quella che comincia,Io sento sì d'amor la gran possanza, sia, per esempio, la virtù che è chiamata Amativa d'onore. Si tratta in essa d'un amore non dei soliti:

Ben è verace amor quel che m'ha presoe ben mi stringe fortequand'io farei quel ch'io dico per lui:chè nullo amore è di cotanto peso,quanto è quel che la morteface piacer, per ben servir altrui.

Ben è verace amor quel che m'ha presoe ben mi stringe fortequand'io farei quel ch'io dico per lui:chè nullo amore è di cotanto peso,quanto è quel che la morteface piacer, per ben servir altrui.

Questo amore, per cui s'affronta la morte, nacque dal dì che vide prima quella donna gentile, e d'allora è servo e non si duole, e tutta la mercede che spera, è far bene, e non pensa a sè, amando, ma ad accrescere il bene e l'onore di lei. È un amore ben disinteressato!

Altri ch'Amor non mi potea far tale,ch'io fossi degnamentecosa di quella che non s'innamora,ma stassi come donna, a cui non caledell'amorosa mente,che senza lei non può passare un'ora.

Altri ch'Amor non mi potea far tale,ch'io fossi degnamentecosa di quella che non s'innamora,ma stassi come donna, a cui non caledell'amorosa mente,che senza lei non può passare un'ora.

Non ne vuol nulla, l'amatore; e quanto più la guarda, più la trova bella. E tra una verità che ha scoperta e un'altra che deve ancora scoprire, è uno stato di martiro e di dolcezza. Si parla della soave necessità della scienza, la quale di null'altro compensa l'amante, che d'onore. E in un verso Dante rivela il suo pensiero con due parole quasi messe a caso:

Amordi tantoonorm'ha fatto degno.

Amordi tantoonorm'ha fatto degno.

Viene in mente il passo centrale del Paradiso; il passo, cioè, del canto di mezzo, decimosettimo, che ha avanti sè e dopo sè un pari numero di canti: sedici. In quel passo Dante chiede alla cara pianta sua notizie e consigli intorno alla ventura o fortunache a lui è per toccare, e di cui aveva già intese parole gravi e a cui egli già si sentiva tetragono. Invero delle due eterne rivali, la sapienza e la fortuna, la sapienza egli amava; sì che ella, in sembiante di Beatrice, poteva dir di lui: “L'amico mio e non della ventura„.[145]E Cacciaguida gli rivela le contingenze future: l'esilio, lo stento, l'avversione pur dei compagni, la fiera solitudine, e anche il benevolo accoglimento degli Scaligeri e la misteriosa aspettazione di Cane, e l'infuturarsi della vita di Dantevia più làche la pena che i nemici di lui avranno della lor frode. (Par. 17, 37) E Dante mostra un po' di dubbio su quel che gli può accadere di male, per suoi carmi, che, liberamente espressi, possono privarlo d'ogni asilo, e di altra parte, egli dice: (ib. 118)

s'io al vero son timido amicotemo di perder vita tra coloroche questo tempo chiameranno antico.

s'io al vero son timido amicotemo di perder vita tra coloroche questo tempo chiameranno antico.

Allora il tritavolo lo conforta a far manifesta la sua visione, checchè debba accadergli: sia il suo grido come il vento, che più percuote le cime più alte; (ib. 135)

e ciò non fia d'onorpoco argomento.

e ciò non fia d'onorpoco argomento.

Prima ch'egli si ponesse al poema sacro, lo studio e l'imitazione di Virgilio, la cui Eneide era il poema allegorico per eccellenza, l'aveva fornito di quel bello stile che gli aveva fattoonore. La Comedia ch'egli per due cantiche aveva composta in compagnia equasi a dettatura dell'autore della alta tragedia, doveva, a suo giudizio, fargli ben altroonore, come fa dire al suo progenitore martire! Eonorecercava col Convivio, volendo egli fuggire ciò per cui “ciascuno profeta è menoonoratonella sua patria„, ossia le macchie che la presenza discopre. (Co. 1, 4) E nella canzone citata egli proclama che l'amor della sapienza gli fa piacer la morte; perchè? Perchè quella morte non è tale da far perder vita tra gli avveniri. E in altra canzone, che non si può dubitare fosse per appartenere all'amoroso Convivio, nella canzoneTre donne, ossia della giustizia, egli esclama, con parole degne del colloquio tra la fronda e la sua radice:

Ed io che ascolto nel parlar divinoconsolarsi e dolersicosì alti dispersi,l'esilio che m'è datoonormi tegno;e se giudizio, o forza di destino,vuol pur che il mondo versii bianchi fiori in persi,cader tra' buoni è pur di lode degno.

Ed io che ascolto nel parlar divinoconsolarsi e dolersicosì alti dispersi,l'esilio che m'è datoonormi tegno;e se giudizio, o forza di destino,vuol pur che il mondo versii bianchi fiori in persi,cader tra' buoni è pur di lode degno.

Questi argomenti meditava o già svolgeva Dante prima dell'anno infausto e in quell'anno medesimo e dopo. La canzone dell'Amativa d'onore porremmo volentieri in quel tempo, nel quale, come Dante fa dire a Cacciaguida, già si cercava l'esilio di lui. (Par. 17, 49)

Questo si vuole e questo già si cerca,

Questo si vuole e questo già si cerca,

nella curia papale. La canzone della giustizia, è naturalmente, di Dante esule, che facendo tali opere di stile tragico non pensava certo d'esprimere duplicatamente i medesimi concetti nella Comedia.

E gli argomenti appartenevano, come egli stesso era poi per dichiarare, alla vita attiva. Infatti era per domandare: “Poichè la felicità della vita contemplativa è più eccellente che quella dell'attiva, e l'una e l'altra possa essere e sia frutto e fine di nobiltà, perchè non anzi si procedette per la via delle vertù intellettuali, che delle morali?„ (Co. 4, 17) Qual che sia a questo punto la sua risposta, noi crederemmo meglio che la ragione fosse nel fatto che egli andava per questa nuova via pratica, e voleva, come altrove dice, “gridare alla gente che per mal cammino andavano, acciocchè per diritto calle si dirizzassono„, voleva “per tostana via... medicina ordinare, acciocchè tostana fosse la sanitade, la quale corrotta, a così laida morte si correa„. (Co. 4, 1) E ciò, come, e precipuamente, per il falso concetto di nobiltà, che era intorno al trecento in Fiorenza il vero veleno della vita pubblica, così per gli altri errori. E voleva rivolgersi a tutte le età, dichiarando via via le virtù loro convenienti. (Co. 4, 23 sgg.) E in ciò è da riconoscere la ragione per cui la liberalità o larghezza è così fuor del posto che le assegnò Aristotile, e si trova all'ultimo; perchè ella è virtù propria della senetta, la quale per il contrario è afflitta dall'uno dei vizi collaterali: dal mal tenere; mentre il mal dare difficilmente in lei si ritrova. E così poco o punto se ne ragiona nella canzone: il che conferma che la canzone era destinata ai vecchi. E così dei vecchi ha da essere la giustizia, che è la penultima canzone.

E così possiamo ora dire che leggiadria è traduzione piuttosto d'eutrapelia, che d'affabilità, perchè, essendo ella virtù giovanile, meglio si conviene conle doti che Dante ascrive all'adolescenza (obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale — Co. 4, 24) e alla giovinezza (temperanza, fortezza, amor dei maggiori e minori, cortesia, lealtà — ib. 26), nel mentre l'affabilità è detta virtù della senetta. E per conchiudere con un'ipotesi che può condurre altri a disegnare un assai razionale ordinamento del Convivio, io suppongo che sola Dante avesse fusa una virtù in un'altra: la magnanimità nella fortezza, dandone anzi alcunchè all'Amativa d'onore, poichè e questa e quella hanno molto di comune; essendo la magnanimità “moderatrice e acquistatrice de' grandi onori e fama„; essendo l'Amativa d'onore “moderatricecheordina noi agli onori di questo mondo„. (Co. 4, 17) E ricordo, per l'altra parte: “questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità„. (ib. 26) Ridotte le virtù a dieci, numero perfetto, suppongo che Dante se avesse continuato l'amoroso Convivio, avrebbe trattato, prima che di queste dieci, della Prudenza, di cui parla così: “Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere morale vertù; ma Aristotile dinumera quella intra le intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali vertù, e mostri la via per che elle si compongono...„ La canzone che avrebbe avuto a essere quarta di tutto il Convivio, prima di quelle di rettitudine, seguìta da dieci virtù morali che con essa lei avrebbero formato il classico numero di quelle dell'Etica, suppongo dunque che avrebbe trattato della Prudenza e addimostrato in che modo si compongono le virtù seguenti. E con la supposizione, metto avanti un mio sospetto: che interrompendo il Convivio, Dante all'ultimo trattato affidasse molte idee destinate daprima ai Trattati che dovevano seguire. Esso è infatti quasi il doppio, per estensione, del precedente, e più del doppio dei due primi. Probabilmente i tre trattati sulle tre canzoni, che aveva già composti nel 1309, quando morì re Carlo secondo, il quale è accennato come vivo, (Co. 4, 6) e prima ch'egli avesse sentore dell'elezione d'Arrigo di Lucimburgo, (ib. 4, 3) giudicò sufficiente al suo fine di mostrare il suo valore; e scrisse intorno al 1310, quando la sua giovinezza andava trapassando, secondo le sue teoriche, ed era, secondo la verità, trapassata, il proemio col quale l'opera si presentava assai organica e compiuta.

Nè certo in tutto questo tempo, dal trecento al trecento dieci pensava più alla mirabile visione. Il pane ch'egli imbandiva agli uomini non era il pane degli angeli: era qualche briciola caduta dalla mensa alla quale si era voluto sedere e ora non sedeva più. E sè non dimenticava, e per i miseri erranti alcuna cosa riservava. (Co. 1, 1)


Back to IndexNext