XVI.LEGNO SENZA VELA

XVI.LEGNO SENZA VELADi questo nuovo decennio della sua vita, l'anno centesimo e il seguente distolsero certo il Poeta da ogni utile studio. Poi dal gennaio del trecentodue egli cominciò a errare per l'Italia, sulle prime, come è verosimile, ansioso per troppo corte speranze, poi afflitto dalla dolorosa povertà che lo faceva, secondo il suo sentimento, vile apparire agli occhi di quellia cui nel suo peregrinare e quasi mendicare si presentava. Dopo qualche anno egli si diede a mettere insieme un libro, con l'intendimento professato di rialzar sè stesso in faccia a “quasi a tutti gl'Italici„, e accennato pietosamente di tornare, “con buona pace„ di Fiorenza, a “riposare l'animo stanco e terminare il tempo chegli eradato„ nel dolcissimo seno della sua patria. (Co. 1, 3) Egli parla di sè, come d'uomo che “per alcuna fama„ potesse essere da quelli a cui andava “per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende„, imaginato in altra forma, che quella d'un peregrino mendico. E questa alcuna fama era per certo procacciata, oltre che dagli uffizi esercitati nella sua patria, come priore e ambasciatore, e da ciò che, nei primi tempi dell'esilio, aveva operato con gli altri esuli e solo; anche e specialmente, come si scorge dall'accenno allalingua, dalle sue rime. Di che abbiamo testimonianza nella divulgazione così rapida della sua canzoneDonne che avete,[146]e del suo libello di Vita Nova, come scorgiamo dallo studio con cui ora egli ne parla. Egli scusa col fatto che “certi costumi sono idonei e laudabili a una etade, che sono sconci e biasimevoli ad altra„, il fervore e la passione di quell'operetta. (Co. 1, 1) Ed è notevole che non mette innanzi per la Vita Nova l'interpretazione allegorica, che le sarebbe stata ben più valevole scusa. Ma egli crede che infamia gli sarebbe venuta, se gl'italici avessero creduto a quella tanta passione che era nelle canzoni scritte dopo la Vita Nova, nè solo perchè compostein altra età che quella in cui tanta passione è scusabile, ma perchè contradicevano al grande e poetico amore per l'angiola. È manifesto che la fama sua e il consenso degli animi egli vedeva causati da quelle rime così ardenti e pure; e che credeva, se non vedeva, che le altre rime d'amore che aveva composte o veniva componendo, non si lasciassero ammirare ed amare, perchè trovavano i cuori preoccupati dall'imagine e quasi dall'amore di quell'angiola giovanissima. Così succede: succede che e la prima e più fresca e ingenua opera d'un autore sia guardata con gelosa cura dall'animo del lettore; e la figura ideale, che da essa vien fuori, sia amata dal lettore come fu amata dall'autore; così che quello non consente così facilmente a questo di fare ingiuria all'amore che ormai è di tutti e due. E così Dante non intende alla Vita Nova “in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa quella„. Invero togliendo alla giovane salutatrice ogni veste simbolica, fa a grado dei lettori che in quelle soavi e ardenti espressioni sentivano un amor vero, e non fa torto a sè, perchè a quell'età era laudabile anche il fervore e la passione; e lasciando (se non forse, ad alcuna, anche mettendo) codesta loro veste alle canzoni venute dopo, toglie ogni infamia a sè, che, già perfetto e maturo, si perdesse in fantasie amorose, e riesce caro ai lettori, cui l'infedeltà a Beatrice non era cara. E perciò vuol cancellare anche l'episodio della donna pietosa, dichiarandola, contro ogni verità, un simbolo di sapienza e di filosofia anche nel libello.La sua fama di poeta e di scrittore non su altro si fondava allora che sulle rime della Vita Nova esu alcune altre che parevano contradire a quelle e forse contradicevano.Non su altro; che egli non avrebbe lasciato di accennare a quant'altro avesse fatto o fosse per fare, come ricorda la Vita Nova e promette il libro di eloquenza. (Co. 1, 5) Specialmente se aveva già compiuta alcuna parte della Comedia, ne avrebbe parlato. Che dico? S'egli la avesse avuta solo ancora in mente, solo per allora come ombra, non avrebbe per certissimo trasposta nella Donna Gentile tutta l'essenza simbolica di Beatrice, se doveva poi nella Comedia rimettere, se già rimetteva anzi, la donna gentile tra le imagini false di bene, e faceva di Beatrice una Donna del cielo strettamente congiunta, mediante Lucia, a quell'altra più alta Donna del cielo. La quale doveva chiamare pur Donna Gentile, che riusciva così quella stessa del Convivio e tutt'altro che quella della Vita Nova. Nè si dica che il Poeta affermando, nel Trattato, che della “viva Beatrice beata„ non intende più parlare “in questo libro„ cioè nel Convivio, prometta in tal guisa un altro libro, nel quale sia per parlarne. A ogni modo, questo non sarebbe la Comedia, nella quale è, sì, Beatrice viva della sua vita immortale, ma tale che manda e si mostra a Dante vivo, sebben morto di morte mistica; mentre in quel capitolo del Convivio esso Poeta non si aspetta di riveder Beatrice, se non passando veramente ad altra vita migliore. (Co. 2, 9) Nello scrivere il Convivio, è mosso da timore d'infamia; d'infamia “di tanta passione avere seguita„. Come, scrivendo ciò, poteva avere in mente la Comedia in cui confessasse di aver seguita veramente quella tanta passione? Come poteva pensare allaComedia, in cui “quella tanta passione„ si riducesse a un inganno dell'animo? E a scrivere il Convivio, era anche mosso dal desiderio di dottrina dare. Come poteva egli aver cominciata o non avere già rifiutata quella Comedia, in cui era per mettere tanta dottrina? E pietosamente e rimessamente parla del suo bando: “Poichè fu piacere de' cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno (nel quale nato e nudrito fui fino al colmo della mia vita, e nel quale,con buona pacedi quella, desidero con tutto il cuore di riposare l'animo stanco e terminare il tempo che m'è dato), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato...„. (Co. 1, 3) Tra le canzoni ch'egli è per imbandire col pane orzato del suo comento, è, come ho detto, forse quella che dice:l'esilio che m'è dato onor mi tegno.Comunque il pane avesse menomato l'agro sapore della vivanda, noi vediamo che Dante, che desidera ardentemente il ritorno, non l'avrebbe implorato con viltà. Avrebbe adoperato come nella Comedia, la quale, piena di aspre contumelie alla patria e ai cittadini, contiene pure, molto in là, quasi come conchiusione personale, la speranza che il poema sacro vinca la crudeltà dei suoi banditori. (Par. 25, 1) Il medesimo fine, diremo, pratico, perseguì Dante coi medesimi mezzi, in vita sua, e con la medesima libertà di sentire e parlare. Ora può essere che avesse a mano i due mezzi nel tempo stesso? che mentre preparava il Convivio, e che doveva essere di XVtrattati, un'enciclopedia, a dirittura, di vita attiva, avesse in mente anche la Comedia, altra enciclopedia e di vita attiva e di contemplativa, poema immenso, senza dubbio, ma che poteva esser dato fuori per particole? Non avrebbe messe tutte le fatiche in compiere una cantica, almeno, di questa? Non avrebbe dato il suo tempo tutto alla Visione, che per avere Beatrice a capo, sarebbe stata più a grado dei lettori di quella Vita Nova, a cui derogare non voleva? E come, avendo assunta una così fatta impresa, da non pigliarsi a gabbo, di descriver fondo a tutto l'universo, poteva pensare a tale altra enciclopedia, la cui prosa, così nuova, non doveva costare meno tempo e fatica che le sottili e aspre e artificiosissime rime? E tutto questo è avvalorato dal sospetto che al Convivio, il quale doveva constare di quindici trattati, il Poeta desse una certa fine, sia pur provvisoria, facendo così ampio e comprensivo l'ultimo trattato. Il che possiamo indurre facesse per il suo intento di tornare in patria. Ora questo medesimo intento poteva figurarsi d'avere a ottener meglio pubblicando la prima cantica del poema; se l'aveva già cominciato, se l'aveva ancora in mente, se non ne aveva ancora deposta l'idea.Dante non pensava alla mirabile Visione da tanti anni veduta, non pensava alla divina Comedia, che di lì a poco doveva intraprendere, non ci pensava più, non ci pensava ancora, quando apparecchiava “il generale convito„ di ciò che sino ad allora aveva mostrato. (Co. 1, 1) E così non ci pensava, poi e ancora, quando, scrivendo il Convivio, disegnava e in parte faceva l'altro libro di volgare eloquenza. (Co. 1, 5) Invero non è possibile, che, avendoin mente il poema sacro, ed è inconcepibile, che, avendolo già cominciato e condotto avanti, egli esponesse le teoriche sulla lingua e sugli stili e sui generi letterari, che espose nel libro dell'eloquenza. Nessuna industria di critico ci può convincere che il concetto, il quale Dante aveva dello stile comico, quando scriveva il libro di eloquenza, sia lo stesso che aveva, quando componeva la sua Comedia.Dalla comedia, in quello, escludeva il volgare illustre, e diceva non esserle adatto se non ora il mediocre ora l'umile. Ma il poema sacro doveva avere un paradiso, oltre i due primi regni; e non sarebbero sembratisummaquelli argomenti e da cantaresumme? E diciamo il paradiso, e potremmo dire il purgatorio, dove sono le disquisizioni sul libero arbitrio e sull'amore, per non parlar d'altro; e potremmo dire l'inferno, dove è la lezione di Virgilio sui peccati e le pene: argomenti che il cantor della rettitudine avrebbe detto di “salute„ e da “tragedia„.Nel Poema era a Dante guida Virgilio sin dal primo canto della prima cantica; e l'ingegno dell'uno sin d'allora era seguace delle parole dell'altro: non si può significar meglio, per certo, quelproximius imitari. (VE. 2, 4) Or bene non sentiva già egli, se aveva già cominciato, che se c'erano nel poema delle cose da cantarecomiceedelegiace, ce n'erano e ce ne sarebbero state da cantaretragice? E in volgare altissimo? Come non prevedeva egli che la sua Visione sarebbe stato un genere da racchiudere e i tre volgari e i tre stili? che avrebbe avuto luogo, in esso, eSaluseAmoreVirtus, soggetti degni, come diceva nel libro d'eloquenza, soltanto di canzone? Tantopiù che il poema doveva essere o era contesto, in tutto e per tutto, delsuperbissimum carmen, cioè dell'endecasillabo, che dà, col suo prevalere, gravità alla canzone; la quale quando comincia con un eptasillabo, fa sentire una cotal ombra d'elegia. (VE. 2, 12; 5) E avrebbe affermato che le canzoni son quelle chemagis honoris afferunt? (VE. 2, 1) E avrebbe detto che sole le canzoni comprendono tutta l'arte? e non ciò che meditava o preparava o componeva, a cui doveva valere lungo studio e grande amore, e in cui descriveva fondo a tutto l'universo? E avrebbe relegata la trattazione di tal genere poetico al libro quarto, in cui oltre quel delle ballate e dei sonetti, avrebbe compreso, come un serventese qualunque, la comedia, traalios illegiptimos et irregulares modos? Insomma, e scritta e scrivendo la Comedia, Dante sapeva quel che faceva e avea fatto. E il trattato d'eloquenza o fu composto prima d'intraprendere il poema, perchè il Poeta non sapeva allora quel ch'egli avrebbe fatto; o fu composto, dopo compiuto il poema; e allora egli avrebbe dichiarato di non aver fatto nulla di buono. Il che non sta.Nel poema egli dicecomediail suo, etragediaquello del suo duca. Certo in tali appellativi vi è alcun ricordo di ciò che assevera e insegna nel Trattato d'eloquenza; ma si intuisce che la ragion precipua non è quivi, come non è nella lettera a Can della Scala: perchè abbia lieto fine e perchè sia scritto in lingua che anche le femminette parlano: è nel confronto e nella proporzione tra il poema volgare e il poema latino, la ragion precipua. Come egli non chiama tragedie le sue canzoni (io sì, per brevità) sebbene scritte in istile tragico, così, solo peressere in lingua e stile comico, mettendo che il tutto sia in tale stile e lingua, non avrebbe chiamata comedia la Comedia. Comedia dice Dante la sua Eneide (Eneide, per le due prime cantiche; nell'altra, ascende e trascende), per modestia; perchè simile e pur tanto, a suo dire, inferiore all'altra Eneide, che è tragedia: tragedia, per eccellenza. Or questo concetto non è nel libro d'eloquenza; perchè in esso della possibilità d'un poema volgare non è nemmeno il sospetto. Infine, il trattatista dell'eloquenza è pieno del suo disegno di filosofare per canzoni e di filosofare prosaicando, in volgare. Le due opere, dell'eloquenza e del Convivio, erano tirate avanti insieme, a rinforzo l'una dell'altra, col fine, anche, di far vedere che il prosatore volgare del Convivio poteva anche proseggiare in latino; tanto insieme condotte, che tutte e due si fermarono a un certo punto, arrestate dalla medesima cagione. Non c'era più bisogno del trattato d'eloquenza volgare, quando non si aveva più intenzione di scrivere in prosa volgare un comento filosofico a canzoni.Il Trattato d'eloquenza è accennato nel Trattato di filosofia. (Co. 1, 5) Questo, per il cenno che ha della morte di Gherardo da Cammino, (4, 14) morto il 26 marzo del 1306, e per il cenno, come di vivente, di Carlo II (ib. 6) che morì il 5 maggio del 1309, si pone tra questi due anni, tra il 1306 e il 1309, il che s'accorda con la rimessione e stanchezza di Dante nel ricordare il suo esilio che doveva esser già lungo. E il trattato d'eloquenza dovè dunque essere cominciato dopo il trecento e nove; ma il ricordo che v'è di Giovanni da Monferrato come vivente, (1, 12) mentre morì nel gennaio del 1305,induce a credere che ne fosse stata scritta, già da allora, alcuna parte.Nel 1309, dunque, Dante che aveva rinunziato sin dal 1295 a profittare degli studi suoi per dire degnamente di quella gentilissima e descrivere quella mirabile visione, speculava bensì, nel suo triste esilio, ma per dare soltanto ammonimenti di vita attiva. In quell'anno, o meglio nel seguente, stabilì, forse, di dar fuori intanto il comento alle tre canzoni (il numero tre ha il suo valore) come saggio e promessa di tutta l'opera, col fine d'impetrare il ritorno; e così scrisse allora il proemio. Doveva ancora fare undici Trattati in prosa, in cui parlare delle undici virtù morali, diversamente composte e denominate e intese, ma in quel numero che Aristotile aveva fissato. Per esempio, è possibile che facendo una virtù sola della fortezza e magnanimità, includesse nel novero e facesse anzi prima del canone, la virtù intellettuale di prudenza. Doveva anche compire il suo libro d'eloquenza volgare, aggiungendo almeno due trattati e finendo il secondo. Beatrice, l'avrebbe riveduta nell'altra vita, quando a Dio fosse piaciuto chiamar di là anche lui. Che il transito avvenisse “nella bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza„ era suo desiderio e già speranza.I due trattati, dei quali l'uno aiutava l'altro, forse avrebbero fatto sì che il legno senza vela e governo “portato a diversi porti e foci e lidi dal vento secco che vapora la dolorosa povertà„ finalmente giungesse al dolcissimo seno della patria.Anche se sapeva dell'elezion d'Arrigo, poteva sperare in una sua discesa? Tale speranza non s'era avverata nel predecessore. E poi, anche sapendo chesarebbe disceso, Dante il suo ritorno non l'avrebbe aspettato dall'armi dell'impero, bensì dal consenso di tutti tra un grande intenerimento di pace e amore.

Di questo nuovo decennio della sua vita, l'anno centesimo e il seguente distolsero certo il Poeta da ogni utile studio. Poi dal gennaio del trecentodue egli cominciò a errare per l'Italia, sulle prime, come è verosimile, ansioso per troppo corte speranze, poi afflitto dalla dolorosa povertà che lo faceva, secondo il suo sentimento, vile apparire agli occhi di quellia cui nel suo peregrinare e quasi mendicare si presentava. Dopo qualche anno egli si diede a mettere insieme un libro, con l'intendimento professato di rialzar sè stesso in faccia a “quasi a tutti gl'Italici„, e accennato pietosamente di tornare, “con buona pace„ di Fiorenza, a “riposare l'animo stanco e terminare il tempo chegli eradato„ nel dolcissimo seno della sua patria. (Co. 1, 3) Egli parla di sè, come d'uomo che “per alcuna fama„ potesse essere da quelli a cui andava “per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende„, imaginato in altra forma, che quella d'un peregrino mendico. E questa alcuna fama era per certo procacciata, oltre che dagli uffizi esercitati nella sua patria, come priore e ambasciatore, e da ciò che, nei primi tempi dell'esilio, aveva operato con gli altri esuli e solo; anche e specialmente, come si scorge dall'accenno allalingua, dalle sue rime. Di che abbiamo testimonianza nella divulgazione così rapida della sua canzoneDonne che avete,[146]e del suo libello di Vita Nova, come scorgiamo dallo studio con cui ora egli ne parla. Egli scusa col fatto che “certi costumi sono idonei e laudabili a una etade, che sono sconci e biasimevoli ad altra„, il fervore e la passione di quell'operetta. (Co. 1, 1) Ed è notevole che non mette innanzi per la Vita Nova l'interpretazione allegorica, che le sarebbe stata ben più valevole scusa. Ma egli crede che infamia gli sarebbe venuta, se gl'italici avessero creduto a quella tanta passione che era nelle canzoni scritte dopo la Vita Nova, nè solo perchè compostein altra età che quella in cui tanta passione è scusabile, ma perchè contradicevano al grande e poetico amore per l'angiola. È manifesto che la fama sua e il consenso degli animi egli vedeva causati da quelle rime così ardenti e pure; e che credeva, se non vedeva, che le altre rime d'amore che aveva composte o veniva componendo, non si lasciassero ammirare ed amare, perchè trovavano i cuori preoccupati dall'imagine e quasi dall'amore di quell'angiola giovanissima. Così succede: succede che e la prima e più fresca e ingenua opera d'un autore sia guardata con gelosa cura dall'animo del lettore; e la figura ideale, che da essa vien fuori, sia amata dal lettore come fu amata dall'autore; così che quello non consente così facilmente a questo di fare ingiuria all'amore che ormai è di tutti e due. E così Dante non intende alla Vita Nova “in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa quella„. Invero togliendo alla giovane salutatrice ogni veste simbolica, fa a grado dei lettori che in quelle soavi e ardenti espressioni sentivano un amor vero, e non fa torto a sè, perchè a quell'età era laudabile anche il fervore e la passione; e lasciando (se non forse, ad alcuna, anche mettendo) codesta loro veste alle canzoni venute dopo, toglie ogni infamia a sè, che, già perfetto e maturo, si perdesse in fantasie amorose, e riesce caro ai lettori, cui l'infedeltà a Beatrice non era cara. E perciò vuol cancellare anche l'episodio della donna pietosa, dichiarandola, contro ogni verità, un simbolo di sapienza e di filosofia anche nel libello.

La sua fama di poeta e di scrittore non su altro si fondava allora che sulle rime della Vita Nova esu alcune altre che parevano contradire a quelle e forse contradicevano.

Non su altro; che egli non avrebbe lasciato di accennare a quant'altro avesse fatto o fosse per fare, come ricorda la Vita Nova e promette il libro di eloquenza. (Co. 1, 5) Specialmente se aveva già compiuta alcuna parte della Comedia, ne avrebbe parlato. Che dico? S'egli la avesse avuta solo ancora in mente, solo per allora come ombra, non avrebbe per certissimo trasposta nella Donna Gentile tutta l'essenza simbolica di Beatrice, se doveva poi nella Comedia rimettere, se già rimetteva anzi, la donna gentile tra le imagini false di bene, e faceva di Beatrice una Donna del cielo strettamente congiunta, mediante Lucia, a quell'altra più alta Donna del cielo. La quale doveva chiamare pur Donna Gentile, che riusciva così quella stessa del Convivio e tutt'altro che quella della Vita Nova. Nè si dica che il Poeta affermando, nel Trattato, che della “viva Beatrice beata„ non intende più parlare “in questo libro„ cioè nel Convivio, prometta in tal guisa un altro libro, nel quale sia per parlarne. A ogni modo, questo non sarebbe la Comedia, nella quale è, sì, Beatrice viva della sua vita immortale, ma tale che manda e si mostra a Dante vivo, sebben morto di morte mistica; mentre in quel capitolo del Convivio esso Poeta non si aspetta di riveder Beatrice, se non passando veramente ad altra vita migliore. (Co. 2, 9) Nello scrivere il Convivio, è mosso da timore d'infamia; d'infamia “di tanta passione avere seguita„. Come, scrivendo ciò, poteva avere in mente la Comedia in cui confessasse di aver seguita veramente quella tanta passione? Come poteva pensare allaComedia, in cui “quella tanta passione„ si riducesse a un inganno dell'animo? E a scrivere il Convivio, era anche mosso dal desiderio di dottrina dare. Come poteva egli aver cominciata o non avere già rifiutata quella Comedia, in cui era per mettere tanta dottrina? E pietosamente e rimessamente parla del suo bando: “Poichè fu piacere de' cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno (nel quale nato e nudrito fui fino al colmo della mia vita, e nel quale,con buona pacedi quella, desidero con tutto il cuore di riposare l'animo stanco e terminare il tempo che m'è dato), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato...„. (Co. 1, 3) Tra le canzoni ch'egli è per imbandire col pane orzato del suo comento, è, come ho detto, forse quella che dice:

l'esilio che m'è dato onor mi tegno.

l'esilio che m'è dato onor mi tegno.

Comunque il pane avesse menomato l'agro sapore della vivanda, noi vediamo che Dante, che desidera ardentemente il ritorno, non l'avrebbe implorato con viltà. Avrebbe adoperato come nella Comedia, la quale, piena di aspre contumelie alla patria e ai cittadini, contiene pure, molto in là, quasi come conchiusione personale, la speranza che il poema sacro vinca la crudeltà dei suoi banditori. (Par. 25, 1) Il medesimo fine, diremo, pratico, perseguì Dante coi medesimi mezzi, in vita sua, e con la medesima libertà di sentire e parlare. Ora può essere che avesse a mano i due mezzi nel tempo stesso? che mentre preparava il Convivio, e che doveva essere di XVtrattati, un'enciclopedia, a dirittura, di vita attiva, avesse in mente anche la Comedia, altra enciclopedia e di vita attiva e di contemplativa, poema immenso, senza dubbio, ma che poteva esser dato fuori per particole? Non avrebbe messe tutte le fatiche in compiere una cantica, almeno, di questa? Non avrebbe dato il suo tempo tutto alla Visione, che per avere Beatrice a capo, sarebbe stata più a grado dei lettori di quella Vita Nova, a cui derogare non voleva? E come, avendo assunta una così fatta impresa, da non pigliarsi a gabbo, di descriver fondo a tutto l'universo, poteva pensare a tale altra enciclopedia, la cui prosa, così nuova, non doveva costare meno tempo e fatica che le sottili e aspre e artificiosissime rime? E tutto questo è avvalorato dal sospetto che al Convivio, il quale doveva constare di quindici trattati, il Poeta desse una certa fine, sia pur provvisoria, facendo così ampio e comprensivo l'ultimo trattato. Il che possiamo indurre facesse per il suo intento di tornare in patria. Ora questo medesimo intento poteva figurarsi d'avere a ottener meglio pubblicando la prima cantica del poema; se l'aveva già cominciato, se l'aveva ancora in mente, se non ne aveva ancora deposta l'idea.

Dante non pensava alla mirabile Visione da tanti anni veduta, non pensava alla divina Comedia, che di lì a poco doveva intraprendere, non ci pensava più, non ci pensava ancora, quando apparecchiava “il generale convito„ di ciò che sino ad allora aveva mostrato. (Co. 1, 1) E così non ci pensava, poi e ancora, quando, scrivendo il Convivio, disegnava e in parte faceva l'altro libro di volgare eloquenza. (Co. 1, 5) Invero non è possibile, che, avendoin mente il poema sacro, ed è inconcepibile, che, avendolo già cominciato e condotto avanti, egli esponesse le teoriche sulla lingua e sugli stili e sui generi letterari, che espose nel libro dell'eloquenza. Nessuna industria di critico ci può convincere che il concetto, il quale Dante aveva dello stile comico, quando scriveva il libro di eloquenza, sia lo stesso che aveva, quando componeva la sua Comedia.

Dalla comedia, in quello, escludeva il volgare illustre, e diceva non esserle adatto se non ora il mediocre ora l'umile. Ma il poema sacro doveva avere un paradiso, oltre i due primi regni; e non sarebbero sembratisummaquelli argomenti e da cantaresumme? E diciamo il paradiso, e potremmo dire il purgatorio, dove sono le disquisizioni sul libero arbitrio e sull'amore, per non parlar d'altro; e potremmo dire l'inferno, dove è la lezione di Virgilio sui peccati e le pene: argomenti che il cantor della rettitudine avrebbe detto di “salute„ e da “tragedia„.

Nel Poema era a Dante guida Virgilio sin dal primo canto della prima cantica; e l'ingegno dell'uno sin d'allora era seguace delle parole dell'altro: non si può significar meglio, per certo, quelproximius imitari. (VE. 2, 4) Or bene non sentiva già egli, se aveva già cominciato, che se c'erano nel poema delle cose da cantarecomiceedelegiace, ce n'erano e ce ne sarebbero state da cantaretragice? E in volgare altissimo? Come non prevedeva egli che la sua Visione sarebbe stato un genere da racchiudere e i tre volgari e i tre stili? che avrebbe avuto luogo, in esso, eSaluseAmoreVirtus, soggetti degni, come diceva nel libro d'eloquenza, soltanto di canzone? Tantopiù che il poema doveva essere o era contesto, in tutto e per tutto, delsuperbissimum carmen, cioè dell'endecasillabo, che dà, col suo prevalere, gravità alla canzone; la quale quando comincia con un eptasillabo, fa sentire una cotal ombra d'elegia. (VE. 2, 12; 5) E avrebbe affermato che le canzoni son quelle chemagis honoris afferunt? (VE. 2, 1) E avrebbe detto che sole le canzoni comprendono tutta l'arte? e non ciò che meditava o preparava o componeva, a cui doveva valere lungo studio e grande amore, e in cui descriveva fondo a tutto l'universo? E avrebbe relegata la trattazione di tal genere poetico al libro quarto, in cui oltre quel delle ballate e dei sonetti, avrebbe compreso, come un serventese qualunque, la comedia, traalios illegiptimos et irregulares modos? Insomma, e scritta e scrivendo la Comedia, Dante sapeva quel che faceva e avea fatto. E il trattato d'eloquenza o fu composto prima d'intraprendere il poema, perchè il Poeta non sapeva allora quel ch'egli avrebbe fatto; o fu composto, dopo compiuto il poema; e allora egli avrebbe dichiarato di non aver fatto nulla di buono. Il che non sta.

Nel poema egli dicecomediail suo, etragediaquello del suo duca. Certo in tali appellativi vi è alcun ricordo di ciò che assevera e insegna nel Trattato d'eloquenza; ma si intuisce che la ragion precipua non è quivi, come non è nella lettera a Can della Scala: perchè abbia lieto fine e perchè sia scritto in lingua che anche le femminette parlano: è nel confronto e nella proporzione tra il poema volgare e il poema latino, la ragion precipua. Come egli non chiama tragedie le sue canzoni (io sì, per brevità) sebbene scritte in istile tragico, così, solo peressere in lingua e stile comico, mettendo che il tutto sia in tale stile e lingua, non avrebbe chiamata comedia la Comedia. Comedia dice Dante la sua Eneide (Eneide, per le due prime cantiche; nell'altra, ascende e trascende), per modestia; perchè simile e pur tanto, a suo dire, inferiore all'altra Eneide, che è tragedia: tragedia, per eccellenza. Or questo concetto non è nel libro d'eloquenza; perchè in esso della possibilità d'un poema volgare non è nemmeno il sospetto. Infine, il trattatista dell'eloquenza è pieno del suo disegno di filosofare per canzoni e di filosofare prosaicando, in volgare. Le due opere, dell'eloquenza e del Convivio, erano tirate avanti insieme, a rinforzo l'una dell'altra, col fine, anche, di far vedere che il prosatore volgare del Convivio poteva anche proseggiare in latino; tanto insieme condotte, che tutte e due si fermarono a un certo punto, arrestate dalla medesima cagione. Non c'era più bisogno del trattato d'eloquenza volgare, quando non si aveva più intenzione di scrivere in prosa volgare un comento filosofico a canzoni.

Il Trattato d'eloquenza è accennato nel Trattato di filosofia. (Co. 1, 5) Questo, per il cenno che ha della morte di Gherardo da Cammino, (4, 14) morto il 26 marzo del 1306, e per il cenno, come di vivente, di Carlo II (ib. 6) che morì il 5 maggio del 1309, si pone tra questi due anni, tra il 1306 e il 1309, il che s'accorda con la rimessione e stanchezza di Dante nel ricordare il suo esilio che doveva esser già lungo. E il trattato d'eloquenza dovè dunque essere cominciato dopo il trecento e nove; ma il ricordo che v'è di Giovanni da Monferrato come vivente, (1, 12) mentre morì nel gennaio del 1305,induce a credere che ne fosse stata scritta, già da allora, alcuna parte.

Nel 1309, dunque, Dante che aveva rinunziato sin dal 1295 a profittare degli studi suoi per dire degnamente di quella gentilissima e descrivere quella mirabile visione, speculava bensì, nel suo triste esilio, ma per dare soltanto ammonimenti di vita attiva. In quell'anno, o meglio nel seguente, stabilì, forse, di dar fuori intanto il comento alle tre canzoni (il numero tre ha il suo valore) come saggio e promessa di tutta l'opera, col fine d'impetrare il ritorno; e così scrisse allora il proemio. Doveva ancora fare undici Trattati in prosa, in cui parlare delle undici virtù morali, diversamente composte e denominate e intese, ma in quel numero che Aristotile aveva fissato. Per esempio, è possibile che facendo una virtù sola della fortezza e magnanimità, includesse nel novero e facesse anzi prima del canone, la virtù intellettuale di prudenza. Doveva anche compire il suo libro d'eloquenza volgare, aggiungendo almeno due trattati e finendo il secondo. Beatrice, l'avrebbe riveduta nell'altra vita, quando a Dio fosse piaciuto chiamar di là anche lui. Che il transito avvenisse “nella bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza„ era suo desiderio e già speranza.

I due trattati, dei quali l'uno aiutava l'altro, forse avrebbero fatto sì che il legno senza vela e governo “portato a diversi porti e foci e lidi dal vento secco che vapora la dolorosa povertà„ finalmente giungesse al dolcissimo seno della patria.

Anche se sapeva dell'elezion d'Arrigo, poteva sperare in una sua discesa? Tale speranza non s'era avverata nel predecessore. E poi, anche sapendo chesarebbe disceso, Dante il suo ritorno non l'avrebbe aspettato dall'armi dell'impero, bensì dal consenso di tutti tra un grande intenerimento di pace e amore.


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