XVII.IL RE PACIFICO

XVII.IL RE PACIFICONell'anno 1308, il 27 di novembre, era eletto imperatore Arrigo conte di Lucimburgo.Dante nel Convivio intanto trattava anche dell'imperiale maestà. Egli diceva che l'imperio era necessario alla vita felice; poichè la felicità non può essere che nella pace, e la pace, via via nella casa, nella vicinanza, nella città, tra le città, tra i regni, non può essere procacciata che da un principe dell'intero mondo; che tenga contenti i regni, quiete le città, amiche le vicinanze, sodisfatte le case, e così felice l'uomo. Nè altri può essere questo principe, che lo imperatore di Roma, la cui elezione procede da Dio; chè il popolo santo latino, nel quale era misto il sangue troiano, fu a ciò più disposto, come dice Virgilio: “A costoro (cioè alli Romani) nè termine di cose, nè di tempo pongo: a loro ho dato imperio senza fine„. (Co. 4, 4) E l'imperio ebbe da Dio spezial nascimento, e da Dio spezial processo. Invero il Figlio di Dio scese in terra, a ristabilire la concordia tra l'uomo e Dio quando la terra era in ottima disposizione a riceverlo, quando cioè era tutta a un Principe soggetta. Così David, onde doveva nascere Maria, era al tempo in cui Enea veniva daTroia in Italia. Tutta poi la storia Romana ci attesta che le braccia di Dio erano presenti. (Co. 4, 4 e 5)Questa teorica imperiale non è necessario supporre che fosse pensata e scritta all'annunzio dell'elezione d'Arrigo. Già sotto il ponteficato di Benedetto parve che le idee dei Ghibellini e dei Guelfi potessero accordarsi; e Dante potè sperare il suo rimpatrio dall'opera d'un paciaro che era cardinale di Santa Chiesa e pur ghibellino d'origine.[147]Il rimpatrio, che così ardentemente bramava e così sommessamente chiedeva, a capo del Trattato primo, come egli non avrebbe voluto a patto d'alcuna viltà, così doveva credere possibile anche con siffatte teoriche imperiali. Però, certe parole del Trattato quarto possono metterci in sospetto, che Dante già sapesse dell'elezion d'Arrigo o del suo proposito di scendere in Italia. Son queste: “Oh! istoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d'uomini pascete, che presumete contro a nostra fede parlare; e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio con tanta prudenzia ha ordinato! Maledetto siate voi e la vostra presunzione, e chi a voi crede!„ (Co. 4, 5) Ma no. Leggiamo quest'altre parole dello stesso Trattato: “..... quasi dire si può dello Imperadore, volendo il suo ufficio figurare con una immagine, che elli sia il cavalcatore della umana volontà, lo qual cavallo come vada sanza il cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente nella misera Italia che sanza mezzo alcuno alla sua governazione è rimasa„. (ib. 9) Quest'imagine e queste parole, confrontandole a quelle notissime con cui nel purgatorioDante rimprovera ad Alberto tedesco di non inforcare gli arcioni d'Italia, sembrano un residuo delle imaginazioni e dei parlari fatti al tempo in cui d'Alberto sperava e disperava; al tempo precedente il maggio del 1308, nel quale Alberto morì.Del resto sì fatte teoriche imperiali non toccavano il punto in cui era dissidio tra chiesa e impero, tra guelfi e ghibellini; punto che il Poeta tratterà nel terzo di Monarchia; e anche in quella limitata esposizione, Dante sembra piuttosto un guelfo che risponda a chi l'abbia accusato di misconoscere l'autorità imperiale, che un ghibellino che si faccia vanto di riconoscerla. Anche l'invettiva contro le bestiole può sembrare rivolta più che a guelfi contumaci, a ghibellini scìoli che cercassero, in loro grossi discorsi, filando e zappando, altro fondamento al diritto d'imperio, che quel della fede. Quando scriveva questo Trattato, Dante s'era già fatto parte per sè stesso; la qual condizion d'animo se gli aveva suggerito di lasciar la compagnia malvagia e scempia de' Guelfi Bianchi, gli aveva permesso di cercar rifugio presso gli Scaligeri Ghibellini, e di lasciarli poi mal soddisfatto di loro nobiltà non verace; e di essere ospite d'un altro Ghibellino, Franceschino Malaspina, e d'essere amico, forse, anche a Guelfi congiunti di costui, e di esser portato da quel “vento secco„ a porti e foci e lidi che possono essere anche città guelfe come Lucca e Bologna. Chè certo essi porti e foci e lidi non si possono ridurre a due soli, cioè a Verona e a Mulazzo, sebbene questi due asili siano i soli accertati, perchè hanno ambedue, la esplicita testimonianza del Poeta nella Comedia; (Par. 17, 70; Pur. 8, 13) e il secondoanche un documento storico inoppugnabile.[148]Dovendo errare per tanti luoghi, quanti egli accenna, in tempi, in cui erano partite non solo le città, ma le famiglie (in Lunigiana egli ne faceva esperienza) la necessità stessa, se anche non era la sublimità equanime del pensiero, gli ingiungeva di elevarsi sulle parti e di non presentarsi se non come un dotto e un poeta immeritamente esule dalla dolce patria.Comunque ciò sia, noi dobbiamo credere che il Convivio egli lo interrompesse, soprapreso da una grande improvvisa speranza. Arrigo s'apparecchiava a venire in Italia, e nell'ottobre del 1310 passava le Alpi. Già prima della discesa, Dante, secondo la testimonianza di Leonardo Aretino, aveva scritto lettere “non solamente a' particulari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo„, chiedendo il ritorno. Quest'ultima cominciava con le parole,Popule mee, quid feci tibi; ed era dunque del tono con cui a principio del Convivio mostra la pia brama del patrio dolcissimo seno. Quando la discesa era imminente, scrisse “a tutti e singoli i re d'Italia e senatori dell'alma città, a' duchi, marchesi e conti, ed a' popoli„.[149]L'umile italoDantes Alageriifiorentino ed esule innocente, pregava pace a costoro; e indicava i segni precursori di questa pace: un'alba con la brezza mattutina. “Noi vedremo la gioia aspettata, noi che pernottammo a lungo nel deserto; chèè per sorgere il Titano pacifico, e la giustizia, che languiva come fior d'eliotropio senza sole, rinverdirà, appena quegli avrà lanciato il primo raggio„. L'imperadore verrà alle nozze con l'Italia che libererà dal carcere degli empi, e questi distruggerà, e affiderà la vigna ad altri vignaioli che rendano nella vendemmia frutto di giustizia. E sarà clemente, e concederà misericordia a chi la invocherà; nel punire sarà di qua del mezzo, nel premiare, di là. Non per questo e' non vorrà vincere: egli è Augusto e vorrà la sua fatale Tessaglia per distruggere del tutto i suoi nemici. O Lombardi, figli della Scandia, preparatevi ad accogliere “l'aquila sublime che vien giù come folgore„. “Non vi seduca la lusinghiera cupidità che a mo' delle Sirene, con non so qual dolcezza, mortifica la vigilia della ragione.„ E voi, oppressi, riprendete cuore: germinate il verde che frutta la vera pace, e perdonate; a ciò che l'Ettoreo pastore vi riconosca per pecorelle del suo ovile. Egli “quantunque da Dio abbia il potere di castigare temporalmente, tuttavia, perchè sappia odore della bontà di Lui, da cui come da un punto si biforca la podestà di Pietro e di Cesare, volentieri bensì corregge la sua famiglia, ma più volentieri ne ha pietà. Se dunqueculpa vetusnon pone ostacolo, la quale spesse volte come serpente si torce e si volge contro sè, gli uni e gli altri (Guelfi e Ghibellini) potete riconoscere che a ognuno è preparata la pace...„ la pace che solo l'imperio può dare, come si dimostra col fatto che Gesù non si mostrò, se non quando Augusto ebbe stabilita la pace. E Gesù poi stabilì la netta divisione dei poteri,Sibi et Caesari universa distribuens. E lo confermò anche legato, che affermòprovenir di lassù l'autorità cui Pilato vantava come vicario di Cesare. E il successore di Pietro, Clemente, ci ammonisce d'onorare il successore di Cesare. Dove non basta il raggio spirituale, ci deve illuminare lo splendore del minor luminare.Questa lettera interpreta divinamente il pensiero e il consiglio di quel buon principe che veniva per conciliar le parti irreconciliabili e non voleva sentir parlare di Guelfi e Ghibellini.[150]E noi nel linguaggio latino, nell'indirizzo a re e principi, nelle reminiscenze bibliche, ci ritroviamo avanti l'adolescente di venti anni prima, che si volgeva aiprincipi della terra, lamentando la sparizione della sapienza, e ricordando, forse, di amar la giustizia.Ma il sogno di concordia svanisce presto. I Fiorentini chiudono la città di mura e di steccati, e l'apparecchiano a resistere all'imperatore. E allora Dante scrivescelestissimis Florentinis intrinsecis. Egli minaccia loro la vendetta celeste, perchè, “allettati dalla funesta fame (ingluvies) della cupidità„, si diniegano a ciò che è la provvidenza, a ciò che è la pace e il diritto. Come c'è un sole unico, ossia una autorità spirituale, così c'è un'unica luna (e voi ne volete fare un'altra), l'autorità civile. “O acciecati da strana cupidità, che vi gioveranno lo steccato e i baluardi e le torri, quando volerà verso voi l'aquila d'oro terribile?„ Voi siete ciechi e non vedete “la cupidità tiranna che con velenoso sussurro vi lusinga, con vane minaccie vi astringe, vi fa schiavi nella legge del peccato, vi vieta di ubbidire alle sacre leggi che della naturale giustizia imitano l'imagine; la cuiosservanza, se è lieta se è libera, non solo si prova non essere servitù, ma, chi ben guardi, apparisce, qual essa è, il sommo della libertà. Che infatti altro è libertà se non il libero corso della volontà all'azione, corso che le leggi appianano ai loro seguaci? Sicchè soli essendo liberi quelli che volontariamente obbediscono alla legge, quali crederete esser voi, che mentre vi coprite con l'amor di libertà, cospirate, offendendo tutte le leggi, contro il principe di esse?„ E continua paragonando il “baiulo dell'imperio romano„ al Cristo “che patì le nostre infermità e portò i nostri dolori„.Scriveva a' 31 di marzo, nei confini di Toscana, sotto il fonte dell'Arno (ch'egli chiama Sarno male interpretando Virgilio), l'anno primo del faustissimo passaggio di Arrigo Cesare in Italia. In verità ad Arrigo non era valso di parlare “in nomine Regis pacifici„, cioè di Gesù, che, come aveva scritto il buon papa Benedetto, “per la pace del mondo venne fra noi e pace lasciò a noi„;[151]non era valso di non voler udir ricordare parte guelfa o ghibellina; non era valso che la sua volontà fosse giustissima “perchè ciascuno amava, ciascuno onorava, come suoi uomini„.[152]Egli vedeva imperversare le vecchie discordie sotto i suoi occhi, si vedeva chiuder le porte della città, si doveva indugiare ad assediare Brescia e a districarsi dai sempre rinascenti viluppi di Lombardia. E Dante, dal fonte dell'Arno, aspettava con impazienza. E ad Arrigo, ponendo pochi giorni in mezzo, scrisse di là un'epistola in cui ricorda d'averloveduto (nei primi del 1311 a Milano) tutto benigno, e averlo udito tutto clemente, e d'aver toccati con le sue mani i suoi piedi, e d'aver con le labbra pagato il suo debito.[153]Nell'epistola egli dice, per sè e per altri, di temere che il sole, che era sorto annunziando miglior secolo all'Italia, si sia fermo o torni addietro. Maraviglia è in tutti per questo tardo indugio. L'Italia e l'impero non hanno così piccoli confini, come egli mostrò di credere fermandosi prima in Lombardia e poi in Liguria! Che fa egli a Milano? L'idra non si uccide per tagliar di capi. Bisogna svellere al pestilente animale il principio della vita, come fece il magnanimo Ercole. Che Cremona, che Brescia, Pavia, Vercelli, Bergamo! La volpe (vulpecula) della puzza non è sul Po nè sul Tevere; è sull'Arno, e si chiama Fiorenza. Questa è la vipera volta contro le viscere della madre; questa è la pecora inferma che infetta col suo contagio tutto il gregge del signor suo; questa è Mirra scellerata ed empia che brama l'amplesso di Cinira suo padre; questa è quella intollerante Amata che volle il genero non concesso dai fati, e attizzò la guerra, e infine s'appese a un laccio. Ella vuol lacerare sua madre, ella alza le corna contro Roma, ella esala fumi di putredine. Ella vuol farti nemico il Pontefice. Resiste all'ordine di Dio, riconosce un re non suo. Su, rompi gl'indugi, o prole d'Isai, abbatti Golia con la fionda della tua sapienza, con la pietra della tua fortezza. Fuggiranno i Filistei, e l'eredità nostra ci sarà restituita. Noi gemiamo nell'esilio...L'epistola è del 18 aprile del 1311. In essacolui che segnava innomine regis pacifici, è anche meglio che nella precedente assomigliato al Cristo: “Allora esultò in te lo spirito mio, e tacito dissi tra me:Ecce agnus dei, ecce qui abstulit peccata mundi„.E l'agnello di Dio veniva per mare a Pisa poco men d'un anno (quanto lungo aspettare per l'esule!) dopo quell'epistola. Ivi dimorava dal 6 marzo al 23 aprile del 1312, e ivi forse Dante lo rivedeva. Egli già, dal 24 settembre dell'anno prima, era stato ricondannato, per non vero guelfo, nella riforma di Baldo d'Aguglione; e non aveva più speranza di tornare in patria che con l'armi imperiali. Le quali invano assediarono la città dal 19 settembre del 1312 a tutt'ottobre. La notte d'Ognissanti l'imperatore levava il campo e si trasferiva a S. Casciano e a Poggibonsi e a Pisa. Il 24 agosto del 1313 l'imperatore moriva. L'“alto Arrigo„ come lo chiamò Dante, il “fierissimo tiranno Arrigo, conte che fu di Lucimburgo„, come lo chiamava la signoria di Firenze, finiva a Buonconvento la vita sua e portava con sè le speranze, se pur sino all'ultimo erano durate, dell'esule Poeta.In questo tempo dell'aspettazione e poi della venuta dello sperato pacificatore, è da mettere, a parer mio, il trattatode Monarchia. Al che non si oppone direttamente se non il fatto che si trova citato il paradiso della Comedia, canto quinto. Questo è il passo: “Hoc viso, iterum manifestum esse potest, quod haec libertas, sive principium hoc totius nostrae libertatis, est maximum donum humanae naturae a Deo collatum„, alle quali parole, alcuni codici, secondo lo Scartazzini, tutti, secondo lo SchefferBoichorst,[154]fanno seguire quest'altre:Sicut in paradiso comediae iam dixi. Per ora notiamo che non si deve intendere che Dante pubblicasse, al tempo delcursusdi Arrigo, bensì componesse, il Trattato. Quale è la notizia del Boccaccio: “Similmente questo egregio autore nella venuta di Arrigo VII imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo èMonarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso determina, in tre libri divise„. Pubblicato non fu forse mai in suo vivente. Invero, quando gli argomenti, che in quel libro erano, furono usati in favore di Lodovico duca di Baviera, il Cardinal del Poggetto lo dannò, e proibì che non lo dovesse studiare alcuno. Se fosse stato pubblicato al tempo della venuta di Arrigo, qualche segno di riprovazione si sarebbe veduto da Fiorenza, e da altra autorità o città. Nè ci par probabile che Dante così tranquillamente potesse cercare ospitalità presso il Polentano guelfo, se avesse così fieramente messo il campo a rumore con tal libro ghibellinesco.Non diede fuori allora, in quei due anni o poco più, il libro, nè anzi lo compì, tanto rapido fu l'avvenimento che gli diede occasione. Allora, scrisse probabilmente i primi due libri, nei quali svolge le due tesi del Convivio; poi nel 1317 e dopo riprese il Trattato, lo rimaneggiò, e aggiunse il libro terzo, nel quale combatte la dipendenza in dritto dell'impero dal papato. Perchè è probabile che esso libro terzo fosse risposta alla bolla con la quale nel 31 marzodel 1317 Giovanni XXII, dichiarato vacante l'impero, ne rimetteva il governo nelle mani del Papa, che come successore di S. Pietro aveva l'autorità non solo spirituale ma temporale.[155]Certo è che la mente di Dante era nel 1311 già piena di quelli argomenti. Nel Convivio aveva alle mani il suo codice di vita operativa; e già nel proemio dei suoi undici trattati, cioè nel Trattato IV del Convivio quale rimase, indicava il “fondamento radicale della imperiale maestà„ essere nel fine del consorzio umano, che è la felicità, e per ciò la pace. E poneva in stretto nesso tra loro il fatto di Dio che volle “l'umana creatura a sè riconfermare„, e quello dello impero istituito a ciò che Dio, discendendo a fare questa concordia, trovasse la terra in ottima disposizione. (Co. 4, 4) E segnava ancora una relazione misteriosa tra la nascita di David, da cui doveva sorgere il “bel fiore„, e l'approdo di Enea in Italia, (ib. 5) Enea doveva poi nel Trattato della Temperanza aver gran parte, nè soltanto in quello, forse; chè come di temperanza, egli è modello di fortezza e magnanimità, e d'amore per i maggiori e i minori, e di cortesia, e di lealtà. (Co. 4, 26) Ed Enea è gran parte nelle argomentazioni dellaMonarchia. Quanto all'altro nesso, vediamo che nelle epistole si mostra a grado a grado più chiaro. In quella ai Re, egli dice che l'impero fu confermatoverbo Verbi, (Ep. V 7) accenna che fu opera della provvidenza sino ai trionfi d'Ottaviano (ib. 8), e riferisce alla divisione delledue vie e vite le parole di Gesù, di dare a Cesare ciò che è di Cesare. (ib. 9) E parla della cupidità seduttrice (ib. 4) e della vanità del senso in cui si procede al buio. (ib. 10) In quella ai Fiorentini, oltre i cenni alla divinità dell'istituzione imperiale, (Ep. VI 1) e alla funesta gola della cupidità, (ib. 2) e alla cecità che ne viene, (ib. 3) e alle sue blandizie, (ib. 5) ha il concetto che libertà è nell'impero. In quella ad Arrigo, egli quasi confonde l'imperadore col Cristo, quando si dice costretto a irrompere nella voce del Precursore: “Sei tu colui che deve venire o ne aspettiamo un altro?„; quando gli dice di aver gridato esultando in lui:Ecce agnus Dei!quando lo chiama prole d'Isai, e lo paragona a David che maneggia una fionda di sapienza e una pietra di fortezza. (Ep. VII 2, 8) Così è già delineato il concetto e l'imagine dell'imperatore che è un Cristo, in certo modo rinnovellantesi a conservar libera ciò che il Cristo già liberò: la volontà umana. La quale è di nuovo e sempre insidiata, tentata, sedotta dallo stesso antico serpente, dallaculpa vetus, cui già Maria o la Sapienza conculcò ma non uccise.Ora il trattatode Monarchia, scritto in latino come le epistole, in latino come il libro di eloquenza che Dante aveva alle mani nel tempo stesso che il Convivio; scritto in latino anche con fine che fosse inteso da chi il volgare non intendeva a sai o punto; è molto probabile fosse cominciato a comporre appunto in tempi, in cui le quistioni ivi trattate fossero vive e tra uomini d'ogni nazione d'Italia e fuori, e in tempi seguenti quelli degli altri due trattati, insieme connessi, che lasciava incompiuti; e in tempi prossimi all'epistole che, come il Convivio, contenevanoaccenni della materia di cui è materiata laMonarchia. In vero questo Trattato contiene ne' primi due libri ordinate e svolte tutte le considerazioni e argomentazioni sparse nel Convivio e nelle Epistole. Dante “pubblicis documentis imbutus„ vuole recare alcun benefizio alla “repubblica„. Non altra intenzione aveva nel concepire il Convivio la cui moralità trascendeva la vita privata. Enea, Catone non erano modelli di virtù casereccie. La rettitudine odirectio voluntatisdoveva servire per la gran via del mondo. Nel suo nuovo Trattato, più apertamente morale-politico, egli nei primi due libri tratta se la Monarchia temporale sia necessaria al bene del mondo, e se il popolo romano a buon dritto si sia arrogato l'uffizio della monarchia. Nel terzo doveva discorrere se l'autorità del Monarca dipende immediatamente da Dio o da altro ministro o vicario di Dio. Per il primo punto, assevera che al genere umano per il suo fine che è di attuare tutta la potenza dell'intelletto possibile, prima a speculare, poi a operare, è necessaria la pace universale. (M. I, 5) Che in quell'attuazione è la felicità. Ora sì l'uomo, sì la famiglia, sì la borgata, sì la città, sì il regno sono ordinati a uno, cioè richiedono che in loro una parte di loro regoli e regga. Dunque anche tutta la generazione umana richiede che sia uno che regoli e regga: l'imperatore. (1, 7) L'umanità è un tutto rispetto alle sue parti, e una parte rispetto all'universo: come l'universo ha un solo Dio, così l'umanità deve avere un solo monarca. (1, 9) L'umanità sta bene quanto più somiglia a Dio: Dio è uno; dunque l'umanità più starà bene, quanto più sarà una. (1, 10) L'umanità, figlia del cielo, è ottima in quanto imita il cielo: ilcielo è mosso da un unico motore. (1, 11) Dove può essere litigio, deve essere giudice, e non può essere giudice se non superiore a quelli che ha a giudicare: dunque l'umanità ha bisogno d'un principe dei principi, se vuol giudice, avendo litigio. (1, 12) La giustizia fa ottimo il mondo, e la giustizia è valida solo sotto il monarca. Invero la giustizia è tanto più valida, quanto meno le si mescola del suo contrario: allora è veramente la luna piena che vede al mattino sorgere il sole: ebbene il contrario della giustizia è o nel volere o nel potere, cioè nella cupidità o nella debolezza. Dove non c'è che desiderare, non ha luogo la cupidità; dove c'è carità, la giustizia è acuita e rischiarata, come dalla cupidità è annebbiata. Or la carità è principalmente nel Monarca, perchè a lui sono gli uomini più da presso che agli altri principi, e quindi ne sono più amati. Inoltre poichè il Monarca è la principal causa, per cui gli uomini siano felici, egli ama, più che ogni altro, ciò che è effetto di lui, ossia il bene degli uomini. Quanto poi al potere, s'egli è Monarca, non ha nemici; dunque può senza opposizione alcuna. (1, 13) Il genere umano più è libero e meglio vive. Ora il principio della libertà nostra è la libertà dell'arbitrio ossia libero giudizio di volontà. Il giudizio è medio tra l'apprensione e l'appetito. Se l'appetito precede il giudizio, questi non è libero; è libero se esso muove l'appetito. Il bruto non è libero, perchè l'appetito in esso previene il giudizio: l'uomo sì, è libero, per il benefizio più grande che abbia avuto l'uomo da Dio. Soltanto sotto il Monarca l'uomo può ottimamente usare questo principio. (1, 14) Il Monarca solo può disporre gli altri, essendo meglio disposto esso, eperciò solo può reggere, perchè ha o nulla o poco di cupidità, e perciò più di giustizia. (1, 15) È meglio essere governati per uno che per molti. (1, 16) Una cosa è ottima quando è massime una, e l'essere uno è radice dell'esser buono, e l'uomo la famiglia la città il regno l'uman genere sono più buoni quanto più uni; e non ci è unità, nei voleri, se non c'è una volontà che sia donna e regolatrice delle altre in uno; chè le volontà de' mortali, per le lusinghevoli dilettazioni dell'adolescenza, hanno bisogno di chi a bene le drizzi. E questa volontà una è quella del principe uno. (1, 17) Ciò si conferma per una memorabile esperienza. Dal primo peccato che fu il “diverticulum totius nostrae deviationis„ (togliendo la libertà dell'arbitrio) il mondo, sol quando venne Dio, il re mansueto, in terra (a restituire tale libertà), ebbe pace universale e felicità. La qual felicità è come una veste inconsutile stracciata dalle unghie della cupidità.Questa conclusione non è così generica, se ricordiamo l'invettiva del Convivio e le fiere parole dell'epistola ai Fiorentini e ad Arrigo. E più chiaramente dirette contro i principi e le città che contrastarono ad Arrigo l'esercizio dell'autorità imperiale, sono le parole del libro secondo, a principio. “Quare fremuerunt gentes„ comincia egli, col salmo. E continuando dice: “cum gentes noverim contra Romani populi praeminentiam fremuisse; cum videam populos vana meditantes, ut ipse solebam: cum insuper doleam reges et principes in hoc uno concordantes, ut adversentur Domino suo et unico suo Romano Principi„. E così ripete le parole del salmo in favore del popolo glorioso e di Cesare. (2, 1) Queste parole sono dovutea quella stessa ispirazione del momento storico che dettava, per esempio, quest'altre delle epistole:Non igitur ambuletis, sicut et gentes ambulant, invanitate sensustenebris obscurati; (Ep. V 10) e queste altre:iugum libertatis horrentes in romani principis... gloriamfremuistis. (Ep. VI 2).Nel secondo libro dimostra che il popolo romano a buon dritto si arroga l'uffizio della Monarchia o Impero. Tale assunto è in brevi parole pur nel Convivio, in cui il popolo Romano è detto santo; (Co. 4, 4) in cui si dimostra che l'impero ebbe spezial nascimento e spezial processo da Dio; in cui si conclude: “e certo sono di ferma opinione, che le pietre che nelle mura di Roma stanno, siano degne di reverenzia; e 'l suolo dov'ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e provato„. (Co. 4, 5) Qui, nellaMonarchia, dichiara che Dio la sua invisibile volontà mostrando per le cose visibili, come il suggello dà notizia di sè per il segno che ha impresso nella cera, anche se il suggello stesso è occulto, ha dato quell'uffizio dell'impero al popolo romano. Invero egli è il nobilissimo de' popoli, ed ha le due nobiltà, quella dei maggiori, quale è definita da Aristotile, e quella propria, quale è definita nelle parole di Giovenale: La virtù sola è nobiltà. Nel che è da vedere in qual nesso sia questo trattato politico col trattato morale che lo precede; laMonarchiacol Convivio. Chè nel Convivio egli la definizione di Aristotile giudica essere secondo la sensuale apparenza, (Co. 4, 8) e ammette per vera l'altra, sebbene non la esponga con le parole di Giovenale. Ora è manifesto sì che queste parole non le conosceva quando scriveva il Convivio, (sebbene di Giovenale altrosapesse — Co. 4, 12, 29) e le conosceva quando scriveva laMonarchia, la quale è dunque posteriore a quello; e sì che non avrebbe nel Convivio rifiutata quella definizione, se l'avesse approvata nella Monarchia, la quale non è dunque anteriore a quello. Nel suo trattato politico Dante abbonda in concedere la verità vera pur della definizione Aristotelica; perchè è in grado di provare che anche secondo il filosofo il concetto della nobiltà si conviene al popolo romano. Il quale è dunque nobilissimo della nobiltà intesa a quei due modi. E lo prova con fatti non solo storici come nel Convivio, ma mitici. Di questi ultimi esempi Enea è il centro: l'eroe giusto e pio e forte su tutti. Nel Convivio, al punto dove si tratta il medesimo argomento, Enea è appena accennato: “tutto questo fu in uno temporale che David nacque e nacque Roma; cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine della nobilissima città romana„. (Co. 4, 5) Poi, dimostra Dante nella Monarchia, che il popolo romano assoggettando il mondo, ebbe di mira, “allontanata ogni cupidità„, la giustizia, la libertà e la pace. (M. 2, 5) Poi, dimostra che avendo esso un fine di giustizia, giustamente si assoggettò il mondo. (M. 2, 6) Anche: che giustamente il dominio del mondo esso ha a serbare, poichè l'ebbe da natura. (2,7) Infine: che avendo egli prevalso sui concorrenti atleti e pugili, fu vincitore in duello, ed ebbe dunque per sè la manifestazione del giudizio di Dio. (M. 2, 8, 9) Continua dimostrando la verità de' suoi asserti con principii della fede Cristiana. E qui di nuovo si rivolge contro quelli che “fremerono„ e che “meditarono vanità„. Egli ha di mira quelli che si professanozelatores fidei Christianae. E qui Dante dichiara d'attendereil soccorso del “Salvator nostro„, perchè le ricchezze, date dall'imperatore ai pastori in aiuto dei poveri, tornino donde vennero, perchè siano spese bene. Il Cristo con la sua nascita mostrò il diritto dell'impero. (2, 10) Se l'impero non è di diritto, il peccato di Adamo non fu punito. Chè punizione non si dà che da giudice legittimo; se il giudice non era legittimo, non sarebbe stata “punizione„ del peccato di Adamo la passione dell'uomo Dio. E conclude “O felice popolo, o Italia gloriosa, se quegli che indebolì l'impero tuo mai non fosse nato, ovvero la sua pia intenzione non l'avesse ingannato!„ (2, 11) La quale esclamazione, dico di passaggio, avrebbe potuto, come altre molte asserzioni, corredate di unsicut... iam dixinell'Inferno, questa (18, 115) se è vero che l'altra della libertà corredò esso della citazione del Paradiso. Ma qui, secondo il mio avviso, non essendo nominato Costantino, l'interpolatoresaccente non fu così saputo da riscontrare i due concetti identici. È invero una non dubbia interpolazione. Dante non cita mai se stesso a questo modo ozioso; mai. Nel Convivio ricorda la Vita Nova, per rettificare; nella Volgare Eloquenza cita sue rime, per addottrinare; nella Comedia, fa ricordare e citare queste e altre rime, per narrare e documentare e illustrare la sua arte. Qui avrebbe citato per nulla, se non per una cotal goffa vanità, che avrebbe avuto luogo tante altre volte!Ora è anche da dire che quel passo diMonarchianon può essere stato scritto al tempo delcorsodi Enrico. Il “Salvatore„, che non può essere che quella specie di Cristo che è l'imperatore, non sarebbe detto atteso, se era presente. Nè il libro puòcredersi tuttavia anteriore; perchè nel Convivio tale speranza non è mostrata; anzi, con la sommissione dell'esordio, è mostrato il contrario. E potrà alcuno pensare a tempo molto anteriore; al tempo delle contese tra Bonifazio e Alberto.[156]Ma ciò mette a soqquadro, a dirittura, ogni ragionevol disegno della vita di Dante. Bisognerebbe invero ammettere che il disegno e la prosa del Convivio fossero anteriori a quel tempo, perchè il seme è prima della pianta, e l'innesto è dopo la pianta;[157]e che la Comedia fosse sin d'allora disegnata sino al paradiso, e fosse condotta innanzi insieme col Convivio che ne è, quanto a materia, il duplicato, e, quanto a forma, la contradizione. Che sin d'allora Dante cercasse e trovasse contro Bonifazio gli argomenti che gli avevano a valere contro Giovanni, e mettesse in Alberto le speranze che doveva poi mettere, e invano anche questa volta, in Enrico, è ragionevole supposizione.[158]Nel libro terzo Dante entra nella vera battaglia. La giustizia lo assicura in faccia ai leoni. (M. 3, 1) Egli si arma, per difendere contro il papato i diritti dell'impero, delle parole di S. Paolo, e indossa la lorica della fede. Si arma delle parole di David, e si dichiara giusto e non timido amico del vero, nell'assumersi di essere giudice tra il Romano Ponteficee il Romano principe. E così dichiara che l'argomento de' due luminari non è conveniente, perchè Dio fece il sole e la luna avanti l'uomo; e poi la luna per l'essere non dipende dal sole, nè la sua virtù trae tutta dal sole, avendo luce anche di per sè: la luna ha dal sole perfezione di virtù.[159]Così distruggendo altri argomenti tratti dall'interpretazione mistica delle scritture e da detti dei Vangeli, passa a mostrare che Costantino non poteva alienare l'impero, nè la chiesa acquistarlo. Non ammette egli che, perchè eccellente è l'unità, tuttavia si debbano i due, papa e imperadore, ridurre a uno. Torna a dimostrare che l'autorità imperiale dipende dalla sommità di tutto l'essere, che è Dio. Afferma che la chiesa non ha virtù di dar autorità al principe Romano, perchè tale autorità non ha nè da Dio, nè da sè, nè da altro imperatore, nè dal consentimento di tutti o dei più. Assevera che la virtù di dare autorità all'impero è contro alla natura della chiesa. Conchiude che l'imperatore immediatamente dipende dal principe dell'universo che è Dio. Chè Dio assegnò due fini all'uomo secondo che è corruttibile o no; e a guidarlo a questi due fini elesse l'imperatore e il pontefice. “Ma la verità di quest'ultima quistione nonsi deve così strettamente intendere, che il Principe Romano non sia al Romano Pontefice in alcuna cosa soggetto; poichè questa mortale felicità alla felicità immortale sia ordinata. Cesare adunque quella reverenza usi a Pietro, la quale il primogenito figliuolo usare verso il Padre debbe, acciocchè egli illustrato dalla luce della paterna grazia, con più virtù il circolo della terra illumini„. (M. 3, 15)Tutto ci dice che questo trattato è in parte svolgimento, in parte anche correzione di ciò che in proposito a Roma e impero aveva Dante scritto nel Convivio, e che si connette strettamente alle epistole. Fu cominciato dunque quando egli interruppe il Convivio e il libro di eloquenza volgare. Ma, per altri rispetti sembra preceduto dalla Comedia. Sì che si deve ritenere che negli ultimi anni della sua vita egli lo riprendesse e finisse, rispondendo alla bolla di papa Giovanni, e sotto il dominio d'una vaga speranza che s'affaccia nel Trattato come serpeggia nella Comedia. Che nel Trattato sembra attendere un Salvatore, come nella Comedia un Veltro e un Messo del cielo.

Nell'anno 1308, il 27 di novembre, era eletto imperatore Arrigo conte di Lucimburgo.

Dante nel Convivio intanto trattava anche dell'imperiale maestà. Egli diceva che l'imperio era necessario alla vita felice; poichè la felicità non può essere che nella pace, e la pace, via via nella casa, nella vicinanza, nella città, tra le città, tra i regni, non può essere procacciata che da un principe dell'intero mondo; che tenga contenti i regni, quiete le città, amiche le vicinanze, sodisfatte le case, e così felice l'uomo. Nè altri può essere questo principe, che lo imperatore di Roma, la cui elezione procede da Dio; chè il popolo santo latino, nel quale era misto il sangue troiano, fu a ciò più disposto, come dice Virgilio: “A costoro (cioè alli Romani) nè termine di cose, nè di tempo pongo: a loro ho dato imperio senza fine„. (Co. 4, 4) E l'imperio ebbe da Dio spezial nascimento, e da Dio spezial processo. Invero il Figlio di Dio scese in terra, a ristabilire la concordia tra l'uomo e Dio quando la terra era in ottima disposizione a riceverlo, quando cioè era tutta a un Principe soggetta. Così David, onde doveva nascere Maria, era al tempo in cui Enea veniva daTroia in Italia. Tutta poi la storia Romana ci attesta che le braccia di Dio erano presenti. (Co. 4, 4 e 5)

Questa teorica imperiale non è necessario supporre che fosse pensata e scritta all'annunzio dell'elezione d'Arrigo. Già sotto il ponteficato di Benedetto parve che le idee dei Ghibellini e dei Guelfi potessero accordarsi; e Dante potè sperare il suo rimpatrio dall'opera d'un paciaro che era cardinale di Santa Chiesa e pur ghibellino d'origine.[147]Il rimpatrio, che così ardentemente bramava e così sommessamente chiedeva, a capo del Trattato primo, come egli non avrebbe voluto a patto d'alcuna viltà, così doveva credere possibile anche con siffatte teoriche imperiali. Però, certe parole del Trattato quarto possono metterci in sospetto, che Dante già sapesse dell'elezion d'Arrigo o del suo proposito di scendere in Italia. Son queste: “Oh! istoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d'uomini pascete, che presumete contro a nostra fede parlare; e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio con tanta prudenzia ha ordinato! Maledetto siate voi e la vostra presunzione, e chi a voi crede!„ (Co. 4, 5) Ma no. Leggiamo quest'altre parole dello stesso Trattato: “..... quasi dire si può dello Imperadore, volendo il suo ufficio figurare con una immagine, che elli sia il cavalcatore della umana volontà, lo qual cavallo come vada sanza il cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente nella misera Italia che sanza mezzo alcuno alla sua governazione è rimasa„. (ib. 9) Quest'imagine e queste parole, confrontandole a quelle notissime con cui nel purgatorioDante rimprovera ad Alberto tedesco di non inforcare gli arcioni d'Italia, sembrano un residuo delle imaginazioni e dei parlari fatti al tempo in cui d'Alberto sperava e disperava; al tempo precedente il maggio del 1308, nel quale Alberto morì.

Del resto sì fatte teoriche imperiali non toccavano il punto in cui era dissidio tra chiesa e impero, tra guelfi e ghibellini; punto che il Poeta tratterà nel terzo di Monarchia; e anche in quella limitata esposizione, Dante sembra piuttosto un guelfo che risponda a chi l'abbia accusato di misconoscere l'autorità imperiale, che un ghibellino che si faccia vanto di riconoscerla. Anche l'invettiva contro le bestiole può sembrare rivolta più che a guelfi contumaci, a ghibellini scìoli che cercassero, in loro grossi discorsi, filando e zappando, altro fondamento al diritto d'imperio, che quel della fede. Quando scriveva questo Trattato, Dante s'era già fatto parte per sè stesso; la qual condizion d'animo se gli aveva suggerito di lasciar la compagnia malvagia e scempia de' Guelfi Bianchi, gli aveva permesso di cercar rifugio presso gli Scaligeri Ghibellini, e di lasciarli poi mal soddisfatto di loro nobiltà non verace; e di essere ospite d'un altro Ghibellino, Franceschino Malaspina, e d'essere amico, forse, anche a Guelfi congiunti di costui, e di esser portato da quel “vento secco„ a porti e foci e lidi che possono essere anche città guelfe come Lucca e Bologna. Chè certo essi porti e foci e lidi non si possono ridurre a due soli, cioè a Verona e a Mulazzo, sebbene questi due asili siano i soli accertati, perchè hanno ambedue, la esplicita testimonianza del Poeta nella Comedia; (Par. 17, 70; Pur. 8, 13) e il secondoanche un documento storico inoppugnabile.[148]Dovendo errare per tanti luoghi, quanti egli accenna, in tempi, in cui erano partite non solo le città, ma le famiglie (in Lunigiana egli ne faceva esperienza) la necessità stessa, se anche non era la sublimità equanime del pensiero, gli ingiungeva di elevarsi sulle parti e di non presentarsi se non come un dotto e un poeta immeritamente esule dalla dolce patria.

Comunque ciò sia, noi dobbiamo credere che il Convivio egli lo interrompesse, soprapreso da una grande improvvisa speranza. Arrigo s'apparecchiava a venire in Italia, e nell'ottobre del 1310 passava le Alpi. Già prima della discesa, Dante, secondo la testimonianza di Leonardo Aretino, aveva scritto lettere “non solamente a' particulari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo„, chiedendo il ritorno. Quest'ultima cominciava con le parole,Popule mee, quid feci tibi; ed era dunque del tono con cui a principio del Convivio mostra la pia brama del patrio dolcissimo seno. Quando la discesa era imminente, scrisse “a tutti e singoli i re d'Italia e senatori dell'alma città, a' duchi, marchesi e conti, ed a' popoli„.[149]L'umile italoDantes Alageriifiorentino ed esule innocente, pregava pace a costoro; e indicava i segni precursori di questa pace: un'alba con la brezza mattutina. “Noi vedremo la gioia aspettata, noi che pernottammo a lungo nel deserto; chèè per sorgere il Titano pacifico, e la giustizia, che languiva come fior d'eliotropio senza sole, rinverdirà, appena quegli avrà lanciato il primo raggio„. L'imperadore verrà alle nozze con l'Italia che libererà dal carcere degli empi, e questi distruggerà, e affiderà la vigna ad altri vignaioli che rendano nella vendemmia frutto di giustizia. E sarà clemente, e concederà misericordia a chi la invocherà; nel punire sarà di qua del mezzo, nel premiare, di là. Non per questo e' non vorrà vincere: egli è Augusto e vorrà la sua fatale Tessaglia per distruggere del tutto i suoi nemici. O Lombardi, figli della Scandia, preparatevi ad accogliere “l'aquila sublime che vien giù come folgore„. “Non vi seduca la lusinghiera cupidità che a mo' delle Sirene, con non so qual dolcezza, mortifica la vigilia della ragione.„ E voi, oppressi, riprendete cuore: germinate il verde che frutta la vera pace, e perdonate; a ciò che l'Ettoreo pastore vi riconosca per pecorelle del suo ovile. Egli “quantunque da Dio abbia il potere di castigare temporalmente, tuttavia, perchè sappia odore della bontà di Lui, da cui come da un punto si biforca la podestà di Pietro e di Cesare, volentieri bensì corregge la sua famiglia, ma più volentieri ne ha pietà. Se dunqueculpa vetusnon pone ostacolo, la quale spesse volte come serpente si torce e si volge contro sè, gli uni e gli altri (Guelfi e Ghibellini) potete riconoscere che a ognuno è preparata la pace...„ la pace che solo l'imperio può dare, come si dimostra col fatto che Gesù non si mostrò, se non quando Augusto ebbe stabilita la pace. E Gesù poi stabilì la netta divisione dei poteri,Sibi et Caesari universa distribuens. E lo confermò anche legato, che affermòprovenir di lassù l'autorità cui Pilato vantava come vicario di Cesare. E il successore di Pietro, Clemente, ci ammonisce d'onorare il successore di Cesare. Dove non basta il raggio spirituale, ci deve illuminare lo splendore del minor luminare.

Questa lettera interpreta divinamente il pensiero e il consiglio di quel buon principe che veniva per conciliar le parti irreconciliabili e non voleva sentir parlare di Guelfi e Ghibellini.[150]E noi nel linguaggio latino, nell'indirizzo a re e principi, nelle reminiscenze bibliche, ci ritroviamo avanti l'adolescente di venti anni prima, che si volgeva aiprincipi della terra, lamentando la sparizione della sapienza, e ricordando, forse, di amar la giustizia.

Ma il sogno di concordia svanisce presto. I Fiorentini chiudono la città di mura e di steccati, e l'apparecchiano a resistere all'imperatore. E allora Dante scrivescelestissimis Florentinis intrinsecis. Egli minaccia loro la vendetta celeste, perchè, “allettati dalla funesta fame (ingluvies) della cupidità„, si diniegano a ciò che è la provvidenza, a ciò che è la pace e il diritto. Come c'è un sole unico, ossia una autorità spirituale, così c'è un'unica luna (e voi ne volete fare un'altra), l'autorità civile. “O acciecati da strana cupidità, che vi gioveranno lo steccato e i baluardi e le torri, quando volerà verso voi l'aquila d'oro terribile?„ Voi siete ciechi e non vedete “la cupidità tiranna che con velenoso sussurro vi lusinga, con vane minaccie vi astringe, vi fa schiavi nella legge del peccato, vi vieta di ubbidire alle sacre leggi che della naturale giustizia imitano l'imagine; la cuiosservanza, se è lieta se è libera, non solo si prova non essere servitù, ma, chi ben guardi, apparisce, qual essa è, il sommo della libertà. Che infatti altro è libertà se non il libero corso della volontà all'azione, corso che le leggi appianano ai loro seguaci? Sicchè soli essendo liberi quelli che volontariamente obbediscono alla legge, quali crederete esser voi, che mentre vi coprite con l'amor di libertà, cospirate, offendendo tutte le leggi, contro il principe di esse?„ E continua paragonando il “baiulo dell'imperio romano„ al Cristo “che patì le nostre infermità e portò i nostri dolori„.

Scriveva a' 31 di marzo, nei confini di Toscana, sotto il fonte dell'Arno (ch'egli chiama Sarno male interpretando Virgilio), l'anno primo del faustissimo passaggio di Arrigo Cesare in Italia. In verità ad Arrigo non era valso di parlare “in nomine Regis pacifici„, cioè di Gesù, che, come aveva scritto il buon papa Benedetto, “per la pace del mondo venne fra noi e pace lasciò a noi„;[151]non era valso di non voler udir ricordare parte guelfa o ghibellina; non era valso che la sua volontà fosse giustissima “perchè ciascuno amava, ciascuno onorava, come suoi uomini„.[152]Egli vedeva imperversare le vecchie discordie sotto i suoi occhi, si vedeva chiuder le porte della città, si doveva indugiare ad assediare Brescia e a districarsi dai sempre rinascenti viluppi di Lombardia. E Dante, dal fonte dell'Arno, aspettava con impazienza. E ad Arrigo, ponendo pochi giorni in mezzo, scrisse di là un'epistola in cui ricorda d'averloveduto (nei primi del 1311 a Milano) tutto benigno, e averlo udito tutto clemente, e d'aver toccati con le sue mani i suoi piedi, e d'aver con le labbra pagato il suo debito.[153]Nell'epistola egli dice, per sè e per altri, di temere che il sole, che era sorto annunziando miglior secolo all'Italia, si sia fermo o torni addietro. Maraviglia è in tutti per questo tardo indugio. L'Italia e l'impero non hanno così piccoli confini, come egli mostrò di credere fermandosi prima in Lombardia e poi in Liguria! Che fa egli a Milano? L'idra non si uccide per tagliar di capi. Bisogna svellere al pestilente animale il principio della vita, come fece il magnanimo Ercole. Che Cremona, che Brescia, Pavia, Vercelli, Bergamo! La volpe (vulpecula) della puzza non è sul Po nè sul Tevere; è sull'Arno, e si chiama Fiorenza. Questa è la vipera volta contro le viscere della madre; questa è la pecora inferma che infetta col suo contagio tutto il gregge del signor suo; questa è Mirra scellerata ed empia che brama l'amplesso di Cinira suo padre; questa è quella intollerante Amata che volle il genero non concesso dai fati, e attizzò la guerra, e infine s'appese a un laccio. Ella vuol lacerare sua madre, ella alza le corna contro Roma, ella esala fumi di putredine. Ella vuol farti nemico il Pontefice. Resiste all'ordine di Dio, riconosce un re non suo. Su, rompi gl'indugi, o prole d'Isai, abbatti Golia con la fionda della tua sapienza, con la pietra della tua fortezza. Fuggiranno i Filistei, e l'eredità nostra ci sarà restituita. Noi gemiamo nell'esilio...

L'epistola è del 18 aprile del 1311. In essacolui che segnava innomine regis pacifici, è anche meglio che nella precedente assomigliato al Cristo: “Allora esultò in te lo spirito mio, e tacito dissi tra me:Ecce agnus dei, ecce qui abstulit peccata mundi„.

E l'agnello di Dio veniva per mare a Pisa poco men d'un anno (quanto lungo aspettare per l'esule!) dopo quell'epistola. Ivi dimorava dal 6 marzo al 23 aprile del 1312, e ivi forse Dante lo rivedeva. Egli già, dal 24 settembre dell'anno prima, era stato ricondannato, per non vero guelfo, nella riforma di Baldo d'Aguglione; e non aveva più speranza di tornare in patria che con l'armi imperiali. Le quali invano assediarono la città dal 19 settembre del 1312 a tutt'ottobre. La notte d'Ognissanti l'imperatore levava il campo e si trasferiva a S. Casciano e a Poggibonsi e a Pisa. Il 24 agosto del 1313 l'imperatore moriva. L'“alto Arrigo„ come lo chiamò Dante, il “fierissimo tiranno Arrigo, conte che fu di Lucimburgo„, come lo chiamava la signoria di Firenze, finiva a Buonconvento la vita sua e portava con sè le speranze, se pur sino all'ultimo erano durate, dell'esule Poeta.

In questo tempo dell'aspettazione e poi della venuta dello sperato pacificatore, è da mettere, a parer mio, il trattatode Monarchia. Al che non si oppone direttamente se non il fatto che si trova citato il paradiso della Comedia, canto quinto. Questo è il passo: “Hoc viso, iterum manifestum esse potest, quod haec libertas, sive principium hoc totius nostrae libertatis, est maximum donum humanae naturae a Deo collatum„, alle quali parole, alcuni codici, secondo lo Scartazzini, tutti, secondo lo SchefferBoichorst,[154]fanno seguire quest'altre:Sicut in paradiso comediae iam dixi. Per ora notiamo che non si deve intendere che Dante pubblicasse, al tempo delcursusdi Arrigo, bensì componesse, il Trattato. Quale è la notizia del Boccaccio: “Similmente questo egregio autore nella venuta di Arrigo VII imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo èMonarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso determina, in tre libri divise„. Pubblicato non fu forse mai in suo vivente. Invero, quando gli argomenti, che in quel libro erano, furono usati in favore di Lodovico duca di Baviera, il Cardinal del Poggetto lo dannò, e proibì che non lo dovesse studiare alcuno. Se fosse stato pubblicato al tempo della venuta di Arrigo, qualche segno di riprovazione si sarebbe veduto da Fiorenza, e da altra autorità o città. Nè ci par probabile che Dante così tranquillamente potesse cercare ospitalità presso il Polentano guelfo, se avesse così fieramente messo il campo a rumore con tal libro ghibellinesco.

Non diede fuori allora, in quei due anni o poco più, il libro, nè anzi lo compì, tanto rapido fu l'avvenimento che gli diede occasione. Allora, scrisse probabilmente i primi due libri, nei quali svolge le due tesi del Convivio; poi nel 1317 e dopo riprese il Trattato, lo rimaneggiò, e aggiunse il libro terzo, nel quale combatte la dipendenza in dritto dell'impero dal papato. Perchè è probabile che esso libro terzo fosse risposta alla bolla con la quale nel 31 marzodel 1317 Giovanni XXII, dichiarato vacante l'impero, ne rimetteva il governo nelle mani del Papa, che come successore di S. Pietro aveva l'autorità non solo spirituale ma temporale.[155]Certo è che la mente di Dante era nel 1311 già piena di quelli argomenti. Nel Convivio aveva alle mani il suo codice di vita operativa; e già nel proemio dei suoi undici trattati, cioè nel Trattato IV del Convivio quale rimase, indicava il “fondamento radicale della imperiale maestà„ essere nel fine del consorzio umano, che è la felicità, e per ciò la pace. E poneva in stretto nesso tra loro il fatto di Dio che volle “l'umana creatura a sè riconfermare„, e quello dello impero istituito a ciò che Dio, discendendo a fare questa concordia, trovasse la terra in ottima disposizione. (Co. 4, 4) E segnava ancora una relazione misteriosa tra la nascita di David, da cui doveva sorgere il “bel fiore„, e l'approdo di Enea in Italia, (ib. 5) Enea doveva poi nel Trattato della Temperanza aver gran parte, nè soltanto in quello, forse; chè come di temperanza, egli è modello di fortezza e magnanimità, e d'amore per i maggiori e i minori, e di cortesia, e di lealtà. (Co. 4, 26) Ed Enea è gran parte nelle argomentazioni dellaMonarchia. Quanto all'altro nesso, vediamo che nelle epistole si mostra a grado a grado più chiaro. In quella ai Re, egli dice che l'impero fu confermatoverbo Verbi, (Ep. V 7) accenna che fu opera della provvidenza sino ai trionfi d'Ottaviano (ib. 8), e riferisce alla divisione delledue vie e vite le parole di Gesù, di dare a Cesare ciò che è di Cesare. (ib. 9) E parla della cupidità seduttrice (ib. 4) e della vanità del senso in cui si procede al buio. (ib. 10) In quella ai Fiorentini, oltre i cenni alla divinità dell'istituzione imperiale, (Ep. VI 1) e alla funesta gola della cupidità, (ib. 2) e alla cecità che ne viene, (ib. 3) e alle sue blandizie, (ib. 5) ha il concetto che libertà è nell'impero. In quella ad Arrigo, egli quasi confonde l'imperadore col Cristo, quando si dice costretto a irrompere nella voce del Precursore: “Sei tu colui che deve venire o ne aspettiamo un altro?„; quando gli dice di aver gridato esultando in lui:Ecce agnus Dei!quando lo chiama prole d'Isai, e lo paragona a David che maneggia una fionda di sapienza e una pietra di fortezza. (Ep. VII 2, 8) Così è già delineato il concetto e l'imagine dell'imperatore che è un Cristo, in certo modo rinnovellantesi a conservar libera ciò che il Cristo già liberò: la volontà umana. La quale è di nuovo e sempre insidiata, tentata, sedotta dallo stesso antico serpente, dallaculpa vetus, cui già Maria o la Sapienza conculcò ma non uccise.

Ora il trattatode Monarchia, scritto in latino come le epistole, in latino come il libro di eloquenza che Dante aveva alle mani nel tempo stesso che il Convivio; scritto in latino anche con fine che fosse inteso da chi il volgare non intendeva a sai o punto; è molto probabile fosse cominciato a comporre appunto in tempi, in cui le quistioni ivi trattate fossero vive e tra uomini d'ogni nazione d'Italia e fuori, e in tempi seguenti quelli degli altri due trattati, insieme connessi, che lasciava incompiuti; e in tempi prossimi all'epistole che, come il Convivio, contenevanoaccenni della materia di cui è materiata laMonarchia. In vero questo Trattato contiene ne' primi due libri ordinate e svolte tutte le considerazioni e argomentazioni sparse nel Convivio e nelle Epistole. Dante “pubblicis documentis imbutus„ vuole recare alcun benefizio alla “repubblica„. Non altra intenzione aveva nel concepire il Convivio la cui moralità trascendeva la vita privata. Enea, Catone non erano modelli di virtù casereccie. La rettitudine odirectio voluntatisdoveva servire per la gran via del mondo. Nel suo nuovo Trattato, più apertamente morale-politico, egli nei primi due libri tratta se la Monarchia temporale sia necessaria al bene del mondo, e se il popolo romano a buon dritto si sia arrogato l'uffizio della monarchia. Nel terzo doveva discorrere se l'autorità del Monarca dipende immediatamente da Dio o da altro ministro o vicario di Dio. Per il primo punto, assevera che al genere umano per il suo fine che è di attuare tutta la potenza dell'intelletto possibile, prima a speculare, poi a operare, è necessaria la pace universale. (M. I, 5) Che in quell'attuazione è la felicità. Ora sì l'uomo, sì la famiglia, sì la borgata, sì la città, sì il regno sono ordinati a uno, cioè richiedono che in loro una parte di loro regoli e regga. Dunque anche tutta la generazione umana richiede che sia uno che regoli e regga: l'imperatore. (1, 7) L'umanità è un tutto rispetto alle sue parti, e una parte rispetto all'universo: come l'universo ha un solo Dio, così l'umanità deve avere un solo monarca. (1, 9) L'umanità sta bene quanto più somiglia a Dio: Dio è uno; dunque l'umanità più starà bene, quanto più sarà una. (1, 10) L'umanità, figlia del cielo, è ottima in quanto imita il cielo: ilcielo è mosso da un unico motore. (1, 11) Dove può essere litigio, deve essere giudice, e non può essere giudice se non superiore a quelli che ha a giudicare: dunque l'umanità ha bisogno d'un principe dei principi, se vuol giudice, avendo litigio. (1, 12) La giustizia fa ottimo il mondo, e la giustizia è valida solo sotto il monarca. Invero la giustizia è tanto più valida, quanto meno le si mescola del suo contrario: allora è veramente la luna piena che vede al mattino sorgere il sole: ebbene il contrario della giustizia è o nel volere o nel potere, cioè nella cupidità o nella debolezza. Dove non c'è che desiderare, non ha luogo la cupidità; dove c'è carità, la giustizia è acuita e rischiarata, come dalla cupidità è annebbiata. Or la carità è principalmente nel Monarca, perchè a lui sono gli uomini più da presso che agli altri principi, e quindi ne sono più amati. Inoltre poichè il Monarca è la principal causa, per cui gli uomini siano felici, egli ama, più che ogni altro, ciò che è effetto di lui, ossia il bene degli uomini. Quanto poi al potere, s'egli è Monarca, non ha nemici; dunque può senza opposizione alcuna. (1, 13) Il genere umano più è libero e meglio vive. Ora il principio della libertà nostra è la libertà dell'arbitrio ossia libero giudizio di volontà. Il giudizio è medio tra l'apprensione e l'appetito. Se l'appetito precede il giudizio, questi non è libero; è libero se esso muove l'appetito. Il bruto non è libero, perchè l'appetito in esso previene il giudizio: l'uomo sì, è libero, per il benefizio più grande che abbia avuto l'uomo da Dio. Soltanto sotto il Monarca l'uomo può ottimamente usare questo principio. (1, 14) Il Monarca solo può disporre gli altri, essendo meglio disposto esso, eperciò solo può reggere, perchè ha o nulla o poco di cupidità, e perciò più di giustizia. (1, 15) È meglio essere governati per uno che per molti. (1, 16) Una cosa è ottima quando è massime una, e l'essere uno è radice dell'esser buono, e l'uomo la famiglia la città il regno l'uman genere sono più buoni quanto più uni; e non ci è unità, nei voleri, se non c'è una volontà che sia donna e regolatrice delle altre in uno; chè le volontà de' mortali, per le lusinghevoli dilettazioni dell'adolescenza, hanno bisogno di chi a bene le drizzi. E questa volontà una è quella del principe uno. (1, 17) Ciò si conferma per una memorabile esperienza. Dal primo peccato che fu il “diverticulum totius nostrae deviationis„ (togliendo la libertà dell'arbitrio) il mondo, sol quando venne Dio, il re mansueto, in terra (a restituire tale libertà), ebbe pace universale e felicità. La qual felicità è come una veste inconsutile stracciata dalle unghie della cupidità.

Questa conclusione non è così generica, se ricordiamo l'invettiva del Convivio e le fiere parole dell'epistola ai Fiorentini e ad Arrigo. E più chiaramente dirette contro i principi e le città che contrastarono ad Arrigo l'esercizio dell'autorità imperiale, sono le parole del libro secondo, a principio. “Quare fremuerunt gentes„ comincia egli, col salmo. E continuando dice: “cum gentes noverim contra Romani populi praeminentiam fremuisse; cum videam populos vana meditantes, ut ipse solebam: cum insuper doleam reges et principes in hoc uno concordantes, ut adversentur Domino suo et unico suo Romano Principi„. E così ripete le parole del salmo in favore del popolo glorioso e di Cesare. (2, 1) Queste parole sono dovutea quella stessa ispirazione del momento storico che dettava, per esempio, quest'altre delle epistole:Non igitur ambuletis, sicut et gentes ambulant, invanitate sensustenebris obscurati; (Ep. V 10) e queste altre:iugum libertatis horrentes in romani principis... gloriamfremuistis. (Ep. VI 2).

Nel secondo libro dimostra che il popolo romano a buon dritto si arroga l'uffizio della Monarchia o Impero. Tale assunto è in brevi parole pur nel Convivio, in cui il popolo Romano è detto santo; (Co. 4, 4) in cui si dimostra che l'impero ebbe spezial nascimento e spezial processo da Dio; in cui si conclude: “e certo sono di ferma opinione, che le pietre che nelle mura di Roma stanno, siano degne di reverenzia; e 'l suolo dov'ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e provato„. (Co. 4, 5) Qui, nellaMonarchia, dichiara che Dio la sua invisibile volontà mostrando per le cose visibili, come il suggello dà notizia di sè per il segno che ha impresso nella cera, anche se il suggello stesso è occulto, ha dato quell'uffizio dell'impero al popolo romano. Invero egli è il nobilissimo de' popoli, ed ha le due nobiltà, quella dei maggiori, quale è definita da Aristotile, e quella propria, quale è definita nelle parole di Giovenale: La virtù sola è nobiltà. Nel che è da vedere in qual nesso sia questo trattato politico col trattato morale che lo precede; laMonarchiacol Convivio. Chè nel Convivio egli la definizione di Aristotile giudica essere secondo la sensuale apparenza, (Co. 4, 8) e ammette per vera l'altra, sebbene non la esponga con le parole di Giovenale. Ora è manifesto sì che queste parole non le conosceva quando scriveva il Convivio, (sebbene di Giovenale altrosapesse — Co. 4, 12, 29) e le conosceva quando scriveva laMonarchia, la quale è dunque posteriore a quello; e sì che non avrebbe nel Convivio rifiutata quella definizione, se l'avesse approvata nella Monarchia, la quale non è dunque anteriore a quello. Nel suo trattato politico Dante abbonda in concedere la verità vera pur della definizione Aristotelica; perchè è in grado di provare che anche secondo il filosofo il concetto della nobiltà si conviene al popolo romano. Il quale è dunque nobilissimo della nobiltà intesa a quei due modi. E lo prova con fatti non solo storici come nel Convivio, ma mitici. Di questi ultimi esempi Enea è il centro: l'eroe giusto e pio e forte su tutti. Nel Convivio, al punto dove si tratta il medesimo argomento, Enea è appena accennato: “tutto questo fu in uno temporale che David nacque e nacque Roma; cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine della nobilissima città romana„. (Co. 4, 5) Poi, dimostra Dante nella Monarchia, che il popolo romano assoggettando il mondo, ebbe di mira, “allontanata ogni cupidità„, la giustizia, la libertà e la pace. (M. 2, 5) Poi, dimostra che avendo esso un fine di giustizia, giustamente si assoggettò il mondo. (M. 2, 6) Anche: che giustamente il dominio del mondo esso ha a serbare, poichè l'ebbe da natura. (2,7) Infine: che avendo egli prevalso sui concorrenti atleti e pugili, fu vincitore in duello, ed ebbe dunque per sè la manifestazione del giudizio di Dio. (M. 2, 8, 9) Continua dimostrando la verità de' suoi asserti con principii della fede Cristiana. E qui di nuovo si rivolge contro quelli che “fremerono„ e che “meditarono vanità„. Egli ha di mira quelli che si professanozelatores fidei Christianae. E qui Dante dichiara d'attendereil soccorso del “Salvator nostro„, perchè le ricchezze, date dall'imperatore ai pastori in aiuto dei poveri, tornino donde vennero, perchè siano spese bene. Il Cristo con la sua nascita mostrò il diritto dell'impero. (2, 10) Se l'impero non è di diritto, il peccato di Adamo non fu punito. Chè punizione non si dà che da giudice legittimo; se il giudice non era legittimo, non sarebbe stata “punizione„ del peccato di Adamo la passione dell'uomo Dio. E conclude “O felice popolo, o Italia gloriosa, se quegli che indebolì l'impero tuo mai non fosse nato, ovvero la sua pia intenzione non l'avesse ingannato!„ (2, 11) La quale esclamazione, dico di passaggio, avrebbe potuto, come altre molte asserzioni, corredate di unsicut... iam dixinell'Inferno, questa (18, 115) se è vero che l'altra della libertà corredò esso della citazione del Paradiso. Ma qui, secondo il mio avviso, non essendo nominato Costantino, l'interpolatoresaccente non fu così saputo da riscontrare i due concetti identici. È invero una non dubbia interpolazione. Dante non cita mai se stesso a questo modo ozioso; mai. Nel Convivio ricorda la Vita Nova, per rettificare; nella Volgare Eloquenza cita sue rime, per addottrinare; nella Comedia, fa ricordare e citare queste e altre rime, per narrare e documentare e illustrare la sua arte. Qui avrebbe citato per nulla, se non per una cotal goffa vanità, che avrebbe avuto luogo tante altre volte!

Ora è anche da dire che quel passo diMonarchianon può essere stato scritto al tempo delcorsodi Enrico. Il “Salvatore„, che non può essere che quella specie di Cristo che è l'imperatore, non sarebbe detto atteso, se era presente. Nè il libro puòcredersi tuttavia anteriore; perchè nel Convivio tale speranza non è mostrata; anzi, con la sommissione dell'esordio, è mostrato il contrario. E potrà alcuno pensare a tempo molto anteriore; al tempo delle contese tra Bonifazio e Alberto.[156]Ma ciò mette a soqquadro, a dirittura, ogni ragionevol disegno della vita di Dante. Bisognerebbe invero ammettere che il disegno e la prosa del Convivio fossero anteriori a quel tempo, perchè il seme è prima della pianta, e l'innesto è dopo la pianta;[157]e che la Comedia fosse sin d'allora disegnata sino al paradiso, e fosse condotta innanzi insieme col Convivio che ne è, quanto a materia, il duplicato, e, quanto a forma, la contradizione. Che sin d'allora Dante cercasse e trovasse contro Bonifazio gli argomenti che gli avevano a valere contro Giovanni, e mettesse in Alberto le speranze che doveva poi mettere, e invano anche questa volta, in Enrico, è ragionevole supposizione.[158]

Nel libro terzo Dante entra nella vera battaglia. La giustizia lo assicura in faccia ai leoni. (M. 3, 1) Egli si arma, per difendere contro il papato i diritti dell'impero, delle parole di S. Paolo, e indossa la lorica della fede. Si arma delle parole di David, e si dichiara giusto e non timido amico del vero, nell'assumersi di essere giudice tra il Romano Ponteficee il Romano principe. E così dichiara che l'argomento de' due luminari non è conveniente, perchè Dio fece il sole e la luna avanti l'uomo; e poi la luna per l'essere non dipende dal sole, nè la sua virtù trae tutta dal sole, avendo luce anche di per sè: la luna ha dal sole perfezione di virtù.[159]Così distruggendo altri argomenti tratti dall'interpretazione mistica delle scritture e da detti dei Vangeli, passa a mostrare che Costantino non poteva alienare l'impero, nè la chiesa acquistarlo. Non ammette egli che, perchè eccellente è l'unità, tuttavia si debbano i due, papa e imperadore, ridurre a uno. Torna a dimostrare che l'autorità imperiale dipende dalla sommità di tutto l'essere, che è Dio. Afferma che la chiesa non ha virtù di dar autorità al principe Romano, perchè tale autorità non ha nè da Dio, nè da sè, nè da altro imperatore, nè dal consentimento di tutti o dei più. Assevera che la virtù di dare autorità all'impero è contro alla natura della chiesa. Conchiude che l'imperatore immediatamente dipende dal principe dell'universo che è Dio. Chè Dio assegnò due fini all'uomo secondo che è corruttibile o no; e a guidarlo a questi due fini elesse l'imperatore e il pontefice. “Ma la verità di quest'ultima quistione nonsi deve così strettamente intendere, che il Principe Romano non sia al Romano Pontefice in alcuna cosa soggetto; poichè questa mortale felicità alla felicità immortale sia ordinata. Cesare adunque quella reverenza usi a Pietro, la quale il primogenito figliuolo usare verso il Padre debbe, acciocchè egli illustrato dalla luce della paterna grazia, con più virtù il circolo della terra illumini„. (M. 3, 15)

Tutto ci dice che questo trattato è in parte svolgimento, in parte anche correzione di ciò che in proposito a Roma e impero aveva Dante scritto nel Convivio, e che si connette strettamente alle epistole. Fu cominciato dunque quando egli interruppe il Convivio e il libro di eloquenza volgare. Ma, per altri rispetti sembra preceduto dalla Comedia. Sì che si deve ritenere che negli ultimi anni della sua vita egli lo riprendesse e finisse, rispondendo alla bolla di papa Giovanni, e sotto il dominio d'una vaga speranza che s'affaccia nel Trattato come serpeggia nella Comedia. Che nel Trattato sembra attendere un Salvatore, come nella Comedia un Veltro e un Messo del cielo.


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