XVIII.IL VELTRO

XVIII.IL VELTROLa Comedia ha per argomento l'abbandono della vita attiva, resa impossibile a Dante da due fiere che trova nel suo cammino, e che sono la violenza e la frode. Il cammino non è per essere libero se non quando verrà un veltro a uccidere e ricacciarnell'inferno la fiera che in sè comprende anche l'altra. Quando il Poeta cominciò il poema, dato quest'argomento?È certo che Dante non rinunziava alla vita civile o attiva nel tempo che assegna alla visione. In quel tempo egli non era ancora stato eletto Priore; elezione che fu la causa delle sue sventure. E in quel tempo, senza alcun dubbio, non cominciava il poema, che ha nel primo suo canto, il quale è la pietra fondamentale del grande edificio, il racconto di questa rinunzia. Ideò, sì, intorno al 1292, una visione in cui egli ritornava a Beatrice, cioè alla sapienza, cioè alla contemplazione; tornava, ma non già per aver trovato sul suo cammino alcune fiere contro cui valesse alcun veltro! Dunque, più tardi e di quest'anno in cui ideò la visione e dell'altro in cui dice d'averla veduta, cominciò. Quando? Quando, possiamo dire, Dante, ponendosi tuttavia nel trecento, disperò di riprendere la vita civile o attiva; quando alla sua vita assegnò ormai l'unico fine della contemplazione, la quale fosse bensì utile alla vita attiva degli uomini, ma differisse da essa vita attiva, come, p. es. un libro di morale da un codice di leggi. Non per sè, che col suo poema si consacrava del tutto alla contemplazione; ma per gli uomini sperava in un avvenire più o meno remoto l'avvento del Veltro che doveva sgombrare il cammino della vita del mondo da quella bestia che non lasciava passare per la sua via. Quella bestia, che è tutto ciò che è avverso a giustizia, non poteva essere rimessa nell'inferno che da ciò che è in tutto e per tutto avverso a cupidità: dall'imperatore. Rifacendosi dal trecento, Dante aveva sperato in Alberto tedesco, eletto nel1298, e nel 1303 confermato da Bonifazio. Dante sperò ch'egli scendesse a incoronarsi in Italia: lo attesta tutta la fiera disgressione,Ahi serva Italia. (Pur. 6, 97) Cominciò dunque il poema negli anni tra il 1303, in cui Alberto fu confermato, e il 1308, in cui Alberto fu ucciso? Se sperava che per opera di lui fosse per essergli libera la via del mondo, non avrebbe cominciato il poema, che è non la sola professione di lasciar quella via (intendiamoci) ma il proprio e definitivo abbandono d'essa. E poi vediamo.Quando il Poeta figurava la sua lupa che impedisce e uccide, aveva presenti anche altre note di essa lupa. La lupa non uccide soltanto, ma anche seduce.Molti son gli animali a cui s'ammogliae più saranno ancora...(Inf. 1, 100)Ella è la cupidità che massimamente contrasta alla giustizia e che, spregiata la società umana, cercaaliena, (M. 1, 13) ma è nel tempo stesso “l'invidia (livor) dall'antico implacabile nemico che sempre e di nascosto insidia la prosperità umana„; (Ep. 7, 1) è tale che “blandisce con velenoso sussurro„ mentre anche “con vane minaccie impedisce„ (Ep. 6, 5); è tale che “suole attirare„ (illexit) al male (ib. 2); è tale che seduce e inganna “a mo' delle Sirene, con non so qual dolcezza addormentando la vigile ragione„; (Ep. 5, 4) è, quando Dante la incarna nella sua Fiorenza, una “vulpecula„, una “vipera volta contro le viscere della madre„, e pure è una Mirra atrocemente sensuale. (Ep. 7, 3) La lupa cheviene innanzi a poco a poco è insidiatrice, la lupa che s'ammoglia a molti è seduttrice.[160]Così Dante sin dall'atrio del poema preparava l'altra figurazione della fuia con cui delinque il gigante, e che deve essere ancisa con lui da un DVX. (Purg. 33, 43) Questo duce messo di Dio che anciderà la fuia, e che è tutt'uno col Veltro che ricaccerà nell'inferno la bestia, può Dante averlo sognato mai nel confermato da Bonifazio, quando si pensa che nella lupa e fuia è adombrata tanta avarizia ecclesiastica, tanta cupidità guelfa? Non sembra verosimile.E poi sappiamo ciò che Dante s'aspettava da Alberto tedesco. Le parole del poema riflettono certo i suoi pensieri degli anni che corsero dall'elezione o dalla conferma alla morte di Alberto. Questi doveva recar pace, mettendosi sulla sella della fiera indomita e selvaggia; doveva venire ad aiutare i suoi fedeli e a consolar Roma vedova e sola, da poi che non aveva più nè papa nè Cesare. (Pur. 6, 82) Ciò che allora faceva chiedere a Dante la discesa dell'imperatore, era il guerreggiar tra loro di tutti, e il pullular di tiranni per tutto — fuor che in Fiorenza (aggiunge ironicamente) che ha i suoi ordini di giustizia, e li muta e rimuta. Or bene la lupa è bestia, senza pace, e chi la rimetterà nell'inferno, darà pace al mondo; la lupa si ammoglia a molti animali, e chi torrà lei, torrà anche questi che certo somigliano ai faziosi e tiranni, contro cui doveva venire Alberto; sì; tuttavia io sento che se Dante avesse scritto quel primo canto mentre le condizioni d'Italia vedeva quali descrive nella digressione chenon tocca Fiorenza, non avrebbe figurato il cammino della vita attiva come una “piaggia diserta„, (Inf. 1, 29; 2, 62) quanto a dire un mondo “tutto deserto d'ogni virtude„, (Pur. 16, 58) poichè a quei tempi il giardin dell'imperio era sì “diserto„, ma c'erano ancora a dar buona speranza di sè, se fossero stati aiutati da chi doveva, tanti “gentili„. (Pur. 6, 110) Ma questi non son più che indizi contrarii. Pensiamo a queste altre ragioni. È verosimile che Dante cominciasse il suo poema e poi l'interrompesse par fare il Convivio? Il fine del Convivio è duplice: dare i precetti di vita attiva e unire tal somma di dottrina da ottenere per essa il ritorno nella dolce patria. E della Comedia è pur duplice il fine: il primo, per usare le parole della epistola o Can Grande,[161]non est gratia speculativi negotii, sed gratia operis; il che s'accorda con ciò che il Poeta fa dire a Cacciaguida, che la “visione„ lascerà “vital nutrimento„; (Par. 17, 131) il secondo è espresso con quelle sublimi parole: (Par. 25, 1)Se mai continga che il poema sacro,al quale ha posto mano e cielo e terra,sì che m'ha fatto per più anni macro,vinca la crudeltà, che fuor mi serradel bello ovil...Vogliamo, anzi possiamo noi, credere che in un momento della sua vita Dante dopo aver cominciatoquesto poema sacro, e questa visione di vital nutrimento, ne levasse la mano sfiduciato, e perseguisse i medesimi fini col comento, spesso artifizioso, di sue canzoni, non sempre e in tutto belle? E così bisogna credere, se si afferma che il poema fu cominciato nell'aspettazione delle mosse (dubbie al certo sin da quando si volgeva,per cupidigia di costà, contro la Boemia — Par. 19, 115) di Alberto. E bisogna credere che l'interruzione sarebbe stata, nella mente del Poeta, un abbandono e non una dilazione; che, avendo fermato sin dal principio del poema la natura simbolica e ultraumana di Beatrice, (Inf. 2, 124) nel Convivio, la ritornava all'esser suo di donna amata quaggiù, e dava a un'altra il suo sacro uffizio di sapienza. E poi il Convivio e il libro d'eloquenza quando sarebbero stati avviati? da che sarebbero stati interrotti, se non furono interrotti dalla Comedia? Dalla morte, si risponde. A parte tante altre ragioni, gli amici e scolari che scrissero versi per il suo sepolcro, avrebbero accennato a queste opere che non potè finire, se uno di essi annunzia che la morte gl'interruppe un'opera bucolica,[162]che egli supponeva avesse intrapresa; se gli altri, l'uno ricorda solo la Monarchia e il poema, l'altro con le paroleconditor eloquii lumenque decusque latinisembra alludere al poema soltanto, come a me par di ritrarre dal verso che segue,vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens,che vuol dire: abbattuto dalla morte mentre si alzava alle stelle, cioè mentre scriveva il Paradiso.[163]A ogni modo il poeta di quest'ultimo epitafio, che è Minghin da Mezzano, non accenna ad altra interruzione che, se mai, a quella della Comedia.[164]E del Convivio (limitandoci a questo) non è punto menzione in sì fatti epigrammi, nè nelle ecloghe, sì di Dante, sì di Giovanni del Virgilio. Il Convivio non lo finì, non perchè non potesse, ma perchè non volle.Forse Dante cominciò la Comedia subito, dopo l'interruzione del Convivio, appena egli seppe della discesa d'Arrigo? No. Nella Comedia si canta la rinunzia alla vita civile, resa impossibile dalla mancanza o assenza dell'imperatore; e questa rinunzia e questa impossibilità è dichiarata nel primo canto angolare del poema. Non poteva dunque Dante dichiarare e l'una e l'altra, quando s'attendeva l'imperatore, che avrebbe sgombrata a lui e agli altri la via. A voler credere che il poema fosse iniziato nell'aspettazione o d'Alberto (che questo argomento vale anche per lui) o di Arrigo, bisognerebbe supporre che il poema dovesse avere altro svolgimento e altro esito. Ora il primo canto dice subito che il poema doveva avere lo svolgimento e l'esito che ebbe: questo: poichè la vita attiva o civile non èpossibile, si imprenda l'altro viaggio, ossia la vita contemplativa. Giova ripetere e insistere.Dunque alla Comedia pose mano dopo la vana discesa d'Arrigo? Certamente: tutto lo afferma e conferma.Arrigo era in Italia, e Dante si rivolge ai principi chiamandolo un sole pacifico, un Moisè liberatore, un Cesare che perdona, un Augusto che punisce, un'aquila sublime che scende come folgore, una pioggia celeste che feconda, un agricola dei Romani, un ettoreo pastore, il luminare minore. Se già l'avesse definito veltro, come non se ne sarebbe ricordato in tali epistole? E sì che ciò che contrasta o può contrastare a lui, è detto, oltre che cupidità che affascina come le Sirene, (Ep. 5, 4) oltre che cupidità che accieca che blandisce che inceppa (Ep. 6, 3; 5) e idra dal capo molteplice e ripullulante; anchevulpecula... venantium secura. (ib. 7) Dante aveva in niente il passo di Cicerone:fraus quasi vulpeculae.[165]Se già il Poeta aveva scritto il suo primo canto, certo avrebbe messa la lupa, dopo l'idra spaventosa; non la volpicella puzzolente: l'insidiatrice degli ovili, e non quella de' pollai. E come ha ricordato Alcide glorioso, a proposito dell'idra, avrebbe, a proposito della volpe o della lupa,venantium secura, ricordato il più veloce dei cani da caccia,[166]tanto più ch'eglidiceva all'imperatore,Rumpe moras! (ib. 8) E non sarebbe stato disdicevole nell'epistola, come non è nella Comedia, tale paragone canino, e per altre ragioni e per questa, che il cane era riputato medico e sapiente.[167]E così nell'epistola quell'idea di sapienza, che pur v'è (Goliam hunc in funda sapientiae tuae... prosterne), avrebbe potuto aver luogo, dopo un paragone col veltro, così come ha luogo nella Comedia:questi non ciberà terra nè peltro,masapienza... (Inf. 1, 103)Da tutto ciò vediamo che si vien preparando nella mente di Dante la formula e l'imagine, che domina tutta la Comedia penetrandola piuttosto d'un grande rammarico che d'un'alta speranza; la formula e imagine del Veltro, la quale deve seguire e non può aver precedute tutte quest'altre formule e imagini.[168]Lavulpeculase la ride dei cacciatori. Su, affrettati... scovala, inseguila! So io quel che ci vorrebbe! sembra pensare Dante. E già si delinea nel suo pensiero la figura del veltro, e allora, per amor del veltro, così gentil fiera, anche la fetida volpicella cresce a lupa, prendendo più diabolico sembiante, ben conveniente a chi fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo il quale in forma di lupo insidia le chiese dei fedeli.[169]Quando questa trasformazione della volpe? quandoquest'imagine del veltro contro colei che èvenantium secura? Quando il buon imperatore, che doveva rompere gl'indugi, dopo averli rotti ma troppo tardi, a giudizio di Dante, dopo questo e quell'assedio, questo e quel badalucco, e molto andare e venire, moriva finalmente senza compier l'impresa a Buonconvento nel 1313. Allora sì che Dante doveva disperare di poter mai riprendere la via del mondo. E allora doveva apparirgli enormemente grande questa cupidità o violenza e frode insieme, o insieme avarizia, invidia e superbia, ossia malizia, in una parola sola, o ingiustizia, in altra parola, che copriva il mondo! E allora doveva invocare contro essa qualcuno che fosse molto diverso dal buon Arrigo: tanto fiero da far morire con doglia la bestia malvagia, tanto corrente da cacciarla per ogni villa, tanto possente da rimetterla all'inferno!Tanto è verosimile. E ci sono ragioni per aiutare la verosimiglianza, e non ce ne sono per diminuirla.Invero, a figurare il salvatore in un cane, il Poeta può essere stato confortato (non dico ispirato) dall'essere Cane il nome dello Scaligero costituito nel 1312 vicario imperiale a Vicenza, e già dal 1311 signore unico di Verona; intorno a cui, fa molto sognare la reticenza di Cacciaguida: (Par. 17, 91)“E porteraine scritto nella mentedi lui, ma nol dirai...„ E disse coseincredibili a quei che fien presente.Quali cose disse Cacciaguida all'orecchio di Dante? Ossia quali incredibili cose volle Dante significare (non forse a Cane stesso?) d'aver pensatedi quel signore? Il primo rifugio di Dante dopo il bando fu Verona, e la casa del gran Lombardo. Vide in essa Can giovinetto. Che del gran Lombardo e della sua casa avesse allora a lodarsi, non pare. Nel Convivio, avanti di scrivere il primo canto della Comedia, dice, o di quel gran Lombardo, o del fratello di lui come di Can Grande: “e Albuino della Scala sarebbe più nobile, che Guido da Castello di Reggio; che... è (cosa) falsissima„. Dopo, si ricredè, avendo riveduto, come parrebbe dalla epistola a Can Grande, s'ella è autentica, il giovinetto divenuto principe di gran virtùin non curar d'argento, nè d'affanni,(come appunto il veltro, che non ciba peltro, ma virtù, nel cacciare per ogni villa la lupa), o anche, non avendolo riveduto di persona, bensì sapendo ch'egli era la spada e lo scudo dei Ghibellini. E le cose che Cacciaguida disse e Dante non ridisse, incredibili cose, hanno da avere attinenza con questa sua qualità. E con quel suo nome forte, aggiungo io; con quel suo nome che non dinotava solo una bestia dall'agil corso, e che può nutrirsi di così ideal cibo, e fornire così alta impresa; ma si trovava a significare anche altro. Invero si legge in Giovanni Villani,[170]dei Tartari: “fecero per divina visioneloro imperatore e signore un povero fabbro di povero stato, che aveva nome Cangius, il quale in su uno poverofeltrofu levatoImperatore; e come egli fu fatto signore, fu soprannominatoCane, cioè in loro linguaggioImperatore. Questi fu molto valoroso e savio...„. Difficilmente si potrà negare che tra questa leggenda, assai diffusa, e la concezione del cane Dantesco, che è un imperatore, nato tra feltro e feltro, ci sia qualche relazione. Ma se ne avesse ancor più di quel che paia? Che Dante osasse concepire l'incredibile speranza che il vicario imperiale, che portava “sulla scala (per cui si ascende) il santo uccello„, potesse essere fatto imperatore? che quella, la quale alla morte di Arrigo, non era forse più che un'imagine ingegnosa, sembrasse a Dante medesimo, nel 1318, un vaticinio destinato ad avverarsi tra le contese del Bavaro e dell'Austriaco? Il nome l'aveva già:Cane. E sarebbe stato un imperatore nato, cioè eletto, comeCangius, fuor dell'aspettazione del trono; tra feltro e feltro, in certo modo; non tra le porpore tessute, bensì tra i peli battuti; come il Cane tartaro, che, secondo il racconto del Villani, fu levato in su uno povero feltro, ed ebbe, per dirlo in altro modo, un feltro per porpora! Ebbene se Dante preso da queste singolari coincidenze, d'un vicario imperiale, che aveva per arma la scala e l'aquila, e si chiamava Cane cioè imperatore, ed era attivo e destro, e magnificente, e unica ormai speranza per i Ghibellini, avesse il suo sperato imperatoreraffigurato come un cane nato tra feltro e feltro, ossia non nella porpora; è ben certo che quel primo canto non l'avrebbe potuto scrivere se non quando Arrigo non era più e Can Grande era già grande: dopo il 1313 o in quell'anno.[171]Ebbene è un sogno questo? Ma che disse Cacciaguida a Dante? Quella reticenza è di gran momento!In tanto bisogna rispondere a un'obbiezione. L'inferno, dicono alcuni, era finito nel 1308. Quest'opinione è rincalzata dal Ricci, che assevera non poter Dante avere scritto il versoche da Vercelli a Marcabò dichina,(Inf. 28, 75)se non prima del 1309, nel qual anno, a' 23 di settembre, quel castello era distrutto dai Polentani.[172]Ora a ciò si può opporre, come altro, così quello che il Ricci non vorrebbe si opponesse: “il solito argomento della data della visione dantesca„. Perchè no? E poi, se il nome come afferma il Ricci, non rimase al luogo, a quei tempi come avrebbe alcuno chiamato quel luogo, dove era sorto Marcabò?[173]Invece, è verosimile che prima d'andare a Ravenna e di conoscere i Polentani, Dante sapesse di quel castello?Ma più grave obbiezione è quella che può fondarsisull'inverosimiglianza del fatto che in sì breve tempo, da più in là che mezzo il 1313 a più in là che mezzo il 1321, prendendo i termini più larghi, in otto anni insomma, potesse Dante compiere quel poema che lo fece macro perpiùanni.Ebbene alcuni si figurano Dante nell'atto di lavorare così come se spesso si grattasse il capo e si rodesse al vivo le unghie: io lo vedo empir le carte della sua lettera magra e lunga e molto corretta con rapidità e sicurezza. Alcuni mostran di credere ch'egli facesse un passo avanti e due indietro: io vedo al baleno dell'idea seguir di schianto il tuono, rotto aspro cupo, della parola. Alcuni amano di pensare che, a modo del suo maestro Virgilio, Dante leccasse, quale orsa, i suoi versi nati goffi e grossi quali orsatti: io vedo che i versi nati male, nati rozzi, nati storpi, Dante li lascia tali quali. Alcuni, o i più, o tutti, esterrefatti avanti la copia delle imaginazioni e delle disquisizioni, delle persone e delle cose, non sanno come egli facesse a ritrovarcisi, senza una lunga, continua, notturna e diurna meditazione. Io credo che egli per la Comedia, come per le rime nuove, ci avesse pensato prima![174]Io imagino che non dovesse durar molto stento e molto tempo a rivocare alla visione tutti i suoi studi del Convivio e dellaMonarchia. Io vedo che a tutto ciò che a noi pare così complesso, così infinito, così inestricabile, sottostà un disegno semplice e nitido. È una gran tela il poema sacro, ma era stata ordita prima che la spola cominciasse il suo lavoro! Egli aveva fatto, per così dire, una forma cava con pazienza e sapienza;e dopo vi gettava dentro, con émpito tranquillo, il metallo della sua anima fuso dalla sua gran passione. L'incendio crocchiava, sprizzava, fumava; e il Poeta s'affrettava lentamente.

La Comedia ha per argomento l'abbandono della vita attiva, resa impossibile a Dante da due fiere che trova nel suo cammino, e che sono la violenza e la frode. Il cammino non è per essere libero se non quando verrà un veltro a uccidere e ricacciarnell'inferno la fiera che in sè comprende anche l'altra. Quando il Poeta cominciò il poema, dato quest'argomento?

È certo che Dante non rinunziava alla vita civile o attiva nel tempo che assegna alla visione. In quel tempo egli non era ancora stato eletto Priore; elezione che fu la causa delle sue sventure. E in quel tempo, senza alcun dubbio, non cominciava il poema, che ha nel primo suo canto, il quale è la pietra fondamentale del grande edificio, il racconto di questa rinunzia. Ideò, sì, intorno al 1292, una visione in cui egli ritornava a Beatrice, cioè alla sapienza, cioè alla contemplazione; tornava, ma non già per aver trovato sul suo cammino alcune fiere contro cui valesse alcun veltro! Dunque, più tardi e di quest'anno in cui ideò la visione e dell'altro in cui dice d'averla veduta, cominciò. Quando? Quando, possiamo dire, Dante, ponendosi tuttavia nel trecento, disperò di riprendere la vita civile o attiva; quando alla sua vita assegnò ormai l'unico fine della contemplazione, la quale fosse bensì utile alla vita attiva degli uomini, ma differisse da essa vita attiva, come, p. es. un libro di morale da un codice di leggi. Non per sè, che col suo poema si consacrava del tutto alla contemplazione; ma per gli uomini sperava in un avvenire più o meno remoto l'avvento del Veltro che doveva sgombrare il cammino della vita del mondo da quella bestia che non lasciava passare per la sua via. Quella bestia, che è tutto ciò che è avverso a giustizia, non poteva essere rimessa nell'inferno che da ciò che è in tutto e per tutto avverso a cupidità: dall'imperatore. Rifacendosi dal trecento, Dante aveva sperato in Alberto tedesco, eletto nel1298, e nel 1303 confermato da Bonifazio. Dante sperò ch'egli scendesse a incoronarsi in Italia: lo attesta tutta la fiera disgressione,Ahi serva Italia. (Pur. 6, 97) Cominciò dunque il poema negli anni tra il 1303, in cui Alberto fu confermato, e il 1308, in cui Alberto fu ucciso? Se sperava che per opera di lui fosse per essergli libera la via del mondo, non avrebbe cominciato il poema, che è non la sola professione di lasciar quella via (intendiamoci) ma il proprio e definitivo abbandono d'essa. E poi vediamo.

Quando il Poeta figurava la sua lupa che impedisce e uccide, aveva presenti anche altre note di essa lupa. La lupa non uccide soltanto, ma anche seduce.

Molti son gli animali a cui s'ammogliae più saranno ancora...(Inf. 1, 100)

Molti son gli animali a cui s'ammogliae più saranno ancora...(Inf. 1, 100)

Ella è la cupidità che massimamente contrasta alla giustizia e che, spregiata la società umana, cercaaliena, (M. 1, 13) ma è nel tempo stesso “l'invidia (livor) dall'antico implacabile nemico che sempre e di nascosto insidia la prosperità umana„; (Ep. 7, 1) è tale che “blandisce con velenoso sussurro„ mentre anche “con vane minaccie impedisce„ (Ep. 6, 5); è tale che “suole attirare„ (illexit) al male (ib. 2); è tale che seduce e inganna “a mo' delle Sirene, con non so qual dolcezza addormentando la vigile ragione„; (Ep. 5, 4) è, quando Dante la incarna nella sua Fiorenza, una “vulpecula„, una “vipera volta contro le viscere della madre„, e pure è una Mirra atrocemente sensuale. (Ep. 7, 3) La lupa cheviene innanzi a poco a poco è insidiatrice, la lupa che s'ammoglia a molti è seduttrice.[160]Così Dante sin dall'atrio del poema preparava l'altra figurazione della fuia con cui delinque il gigante, e che deve essere ancisa con lui da un DVX. (Purg. 33, 43) Questo duce messo di Dio che anciderà la fuia, e che è tutt'uno col Veltro che ricaccerà nell'inferno la bestia, può Dante averlo sognato mai nel confermato da Bonifazio, quando si pensa che nella lupa e fuia è adombrata tanta avarizia ecclesiastica, tanta cupidità guelfa? Non sembra verosimile.

E poi sappiamo ciò che Dante s'aspettava da Alberto tedesco. Le parole del poema riflettono certo i suoi pensieri degli anni che corsero dall'elezione o dalla conferma alla morte di Alberto. Questi doveva recar pace, mettendosi sulla sella della fiera indomita e selvaggia; doveva venire ad aiutare i suoi fedeli e a consolar Roma vedova e sola, da poi che non aveva più nè papa nè Cesare. (Pur. 6, 82) Ciò che allora faceva chiedere a Dante la discesa dell'imperatore, era il guerreggiar tra loro di tutti, e il pullular di tiranni per tutto — fuor che in Fiorenza (aggiunge ironicamente) che ha i suoi ordini di giustizia, e li muta e rimuta. Or bene la lupa è bestia, senza pace, e chi la rimetterà nell'inferno, darà pace al mondo; la lupa si ammoglia a molti animali, e chi torrà lei, torrà anche questi che certo somigliano ai faziosi e tiranni, contro cui doveva venire Alberto; sì; tuttavia io sento che se Dante avesse scritto quel primo canto mentre le condizioni d'Italia vedeva quali descrive nella digressione chenon tocca Fiorenza, non avrebbe figurato il cammino della vita attiva come una “piaggia diserta„, (Inf. 1, 29; 2, 62) quanto a dire un mondo “tutto deserto d'ogni virtude„, (Pur. 16, 58) poichè a quei tempi il giardin dell'imperio era sì “diserto„, ma c'erano ancora a dar buona speranza di sè, se fossero stati aiutati da chi doveva, tanti “gentili„. (Pur. 6, 110) Ma questi non son più che indizi contrarii. Pensiamo a queste altre ragioni. È verosimile che Dante cominciasse il suo poema e poi l'interrompesse par fare il Convivio? Il fine del Convivio è duplice: dare i precetti di vita attiva e unire tal somma di dottrina da ottenere per essa il ritorno nella dolce patria. E della Comedia è pur duplice il fine: il primo, per usare le parole della epistola o Can Grande,[161]non est gratia speculativi negotii, sed gratia operis; il che s'accorda con ciò che il Poeta fa dire a Cacciaguida, che la “visione„ lascerà “vital nutrimento„; (Par. 17, 131) il secondo è espresso con quelle sublimi parole: (Par. 25, 1)

Se mai continga che il poema sacro,al quale ha posto mano e cielo e terra,sì che m'ha fatto per più anni macro,vinca la crudeltà, che fuor mi serradel bello ovil...

Se mai continga che il poema sacro,al quale ha posto mano e cielo e terra,sì che m'ha fatto per più anni macro,

vinca la crudeltà, che fuor mi serradel bello ovil...

Vogliamo, anzi possiamo noi, credere che in un momento della sua vita Dante dopo aver cominciatoquesto poema sacro, e questa visione di vital nutrimento, ne levasse la mano sfiduciato, e perseguisse i medesimi fini col comento, spesso artifizioso, di sue canzoni, non sempre e in tutto belle? E così bisogna credere, se si afferma che il poema fu cominciato nell'aspettazione delle mosse (dubbie al certo sin da quando si volgeva,per cupidigia di costà, contro la Boemia — Par. 19, 115) di Alberto. E bisogna credere che l'interruzione sarebbe stata, nella mente del Poeta, un abbandono e non una dilazione; che, avendo fermato sin dal principio del poema la natura simbolica e ultraumana di Beatrice, (Inf. 2, 124) nel Convivio, la ritornava all'esser suo di donna amata quaggiù, e dava a un'altra il suo sacro uffizio di sapienza. E poi il Convivio e il libro d'eloquenza quando sarebbero stati avviati? da che sarebbero stati interrotti, se non furono interrotti dalla Comedia? Dalla morte, si risponde. A parte tante altre ragioni, gli amici e scolari che scrissero versi per il suo sepolcro, avrebbero accennato a queste opere che non potè finire, se uno di essi annunzia che la morte gl'interruppe un'opera bucolica,[162]che egli supponeva avesse intrapresa; se gli altri, l'uno ricorda solo la Monarchia e il poema, l'altro con le parole

conditor eloquii lumenque decusque latini

conditor eloquii lumenque decusque latini

sembra alludere al poema soltanto, come a me par di ritrarre dal verso che segue,

vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens,

vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens,

che vuol dire: abbattuto dalla morte mentre si alzava alle stelle, cioè mentre scriveva il Paradiso.[163]A ogni modo il poeta di quest'ultimo epitafio, che è Minghin da Mezzano, non accenna ad altra interruzione che, se mai, a quella della Comedia.[164]E del Convivio (limitandoci a questo) non è punto menzione in sì fatti epigrammi, nè nelle ecloghe, sì di Dante, sì di Giovanni del Virgilio. Il Convivio non lo finì, non perchè non potesse, ma perchè non volle.

Forse Dante cominciò la Comedia subito, dopo l'interruzione del Convivio, appena egli seppe della discesa d'Arrigo? No. Nella Comedia si canta la rinunzia alla vita civile, resa impossibile dalla mancanza o assenza dell'imperatore; e questa rinunzia e questa impossibilità è dichiarata nel primo canto angolare del poema. Non poteva dunque Dante dichiarare e l'una e l'altra, quando s'attendeva l'imperatore, che avrebbe sgombrata a lui e agli altri la via. A voler credere che il poema fosse iniziato nell'aspettazione o d'Alberto (che questo argomento vale anche per lui) o di Arrigo, bisognerebbe supporre che il poema dovesse avere altro svolgimento e altro esito. Ora il primo canto dice subito che il poema doveva avere lo svolgimento e l'esito che ebbe: questo: poichè la vita attiva o civile non èpossibile, si imprenda l'altro viaggio, ossia la vita contemplativa. Giova ripetere e insistere.

Dunque alla Comedia pose mano dopo la vana discesa d'Arrigo? Certamente: tutto lo afferma e conferma.

Arrigo era in Italia, e Dante si rivolge ai principi chiamandolo un sole pacifico, un Moisè liberatore, un Cesare che perdona, un Augusto che punisce, un'aquila sublime che scende come folgore, una pioggia celeste che feconda, un agricola dei Romani, un ettoreo pastore, il luminare minore. Se già l'avesse definito veltro, come non se ne sarebbe ricordato in tali epistole? E sì che ciò che contrasta o può contrastare a lui, è detto, oltre che cupidità che affascina come le Sirene, (Ep. 5, 4) oltre che cupidità che accieca che blandisce che inceppa (Ep. 6, 3; 5) e idra dal capo molteplice e ripullulante; anchevulpecula... venantium secura. (ib. 7) Dante aveva in niente il passo di Cicerone:fraus quasi vulpeculae.[165]Se già il Poeta aveva scritto il suo primo canto, certo avrebbe messa la lupa, dopo l'idra spaventosa; non la volpicella puzzolente: l'insidiatrice degli ovili, e non quella de' pollai. E come ha ricordato Alcide glorioso, a proposito dell'idra, avrebbe, a proposito della volpe o della lupa,venantium secura, ricordato il più veloce dei cani da caccia,[166]tanto più ch'eglidiceva all'imperatore,Rumpe moras! (ib. 8) E non sarebbe stato disdicevole nell'epistola, come non è nella Comedia, tale paragone canino, e per altre ragioni e per questa, che il cane era riputato medico e sapiente.[167]E così nell'epistola quell'idea di sapienza, che pur v'è (Goliam hunc in funda sapientiae tuae... prosterne), avrebbe potuto aver luogo, dopo un paragone col veltro, così come ha luogo nella Comedia:

questi non ciberà terra nè peltro,masapienza... (Inf. 1, 103)

questi non ciberà terra nè peltro,masapienza... (Inf. 1, 103)

Da tutto ciò vediamo che si vien preparando nella mente di Dante la formula e l'imagine, che domina tutta la Comedia penetrandola piuttosto d'un grande rammarico che d'un'alta speranza; la formula e imagine del Veltro, la quale deve seguire e non può aver precedute tutte quest'altre formule e imagini.[168]Lavulpeculase la ride dei cacciatori. Su, affrettati... scovala, inseguila! So io quel che ci vorrebbe! sembra pensare Dante. E già si delinea nel suo pensiero la figura del veltro, e allora, per amor del veltro, così gentil fiera, anche la fetida volpicella cresce a lupa, prendendo più diabolico sembiante, ben conveniente a chi fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo il quale in forma di lupo insidia le chiese dei fedeli.[169]Quando questa trasformazione della volpe? quandoquest'imagine del veltro contro colei che èvenantium secura? Quando il buon imperatore, che doveva rompere gl'indugi, dopo averli rotti ma troppo tardi, a giudizio di Dante, dopo questo e quell'assedio, questo e quel badalucco, e molto andare e venire, moriva finalmente senza compier l'impresa a Buonconvento nel 1313. Allora sì che Dante doveva disperare di poter mai riprendere la via del mondo. E allora doveva apparirgli enormemente grande questa cupidità o violenza e frode insieme, o insieme avarizia, invidia e superbia, ossia malizia, in una parola sola, o ingiustizia, in altra parola, che copriva il mondo! E allora doveva invocare contro essa qualcuno che fosse molto diverso dal buon Arrigo: tanto fiero da far morire con doglia la bestia malvagia, tanto corrente da cacciarla per ogni villa, tanto possente da rimetterla all'inferno!

Tanto è verosimile. E ci sono ragioni per aiutare la verosimiglianza, e non ce ne sono per diminuirla.

Invero, a figurare il salvatore in un cane, il Poeta può essere stato confortato (non dico ispirato) dall'essere Cane il nome dello Scaligero costituito nel 1312 vicario imperiale a Vicenza, e già dal 1311 signore unico di Verona; intorno a cui, fa molto sognare la reticenza di Cacciaguida: (Par. 17, 91)

“E porteraine scritto nella mentedi lui, ma nol dirai...„ E disse coseincredibili a quei che fien presente.

“E porteraine scritto nella mentedi lui, ma nol dirai...„ E disse coseincredibili a quei che fien presente.

Quali cose disse Cacciaguida all'orecchio di Dante? Ossia quali incredibili cose volle Dante significare (non forse a Cane stesso?) d'aver pensatedi quel signore? Il primo rifugio di Dante dopo il bando fu Verona, e la casa del gran Lombardo. Vide in essa Can giovinetto. Che del gran Lombardo e della sua casa avesse allora a lodarsi, non pare. Nel Convivio, avanti di scrivere il primo canto della Comedia, dice, o di quel gran Lombardo, o del fratello di lui come di Can Grande: “e Albuino della Scala sarebbe più nobile, che Guido da Castello di Reggio; che... è (cosa) falsissima„. Dopo, si ricredè, avendo riveduto, come parrebbe dalla epistola a Can Grande, s'ella è autentica, il giovinetto divenuto principe di gran virtù

in non curar d'argento, nè d'affanni,

in non curar d'argento, nè d'affanni,

(come appunto il veltro, che non ciba peltro, ma virtù, nel cacciare per ogni villa la lupa), o anche, non avendolo riveduto di persona, bensì sapendo ch'egli era la spada e lo scudo dei Ghibellini. E le cose che Cacciaguida disse e Dante non ridisse, incredibili cose, hanno da avere attinenza con questa sua qualità. E con quel suo nome forte, aggiungo io; con quel suo nome che non dinotava solo una bestia dall'agil corso, e che può nutrirsi di così ideal cibo, e fornire così alta impresa; ma si trovava a significare anche altro. Invero si legge in Giovanni Villani,[170]dei Tartari: “fecero per divina visioneloro imperatore e signore un povero fabbro di povero stato, che aveva nome Cangius, il quale in su uno poverofeltrofu levatoImperatore; e come egli fu fatto signore, fu soprannominatoCane, cioè in loro linguaggioImperatore. Questi fu molto valoroso e savio...„. Difficilmente si potrà negare che tra questa leggenda, assai diffusa, e la concezione del cane Dantesco, che è un imperatore, nato tra feltro e feltro, ci sia qualche relazione. Ma se ne avesse ancor più di quel che paia? Che Dante osasse concepire l'incredibile speranza che il vicario imperiale, che portava “sulla scala (per cui si ascende) il santo uccello„, potesse essere fatto imperatore? che quella, la quale alla morte di Arrigo, non era forse più che un'imagine ingegnosa, sembrasse a Dante medesimo, nel 1318, un vaticinio destinato ad avverarsi tra le contese del Bavaro e dell'Austriaco? Il nome l'aveva già:Cane. E sarebbe stato un imperatore nato, cioè eletto, comeCangius, fuor dell'aspettazione del trono; tra feltro e feltro, in certo modo; non tra le porpore tessute, bensì tra i peli battuti; come il Cane tartaro, che, secondo il racconto del Villani, fu levato in su uno povero feltro, ed ebbe, per dirlo in altro modo, un feltro per porpora! Ebbene se Dante preso da queste singolari coincidenze, d'un vicario imperiale, che aveva per arma la scala e l'aquila, e si chiamava Cane cioè imperatore, ed era attivo e destro, e magnificente, e unica ormai speranza per i Ghibellini, avesse il suo sperato imperatoreraffigurato come un cane nato tra feltro e feltro, ossia non nella porpora; è ben certo che quel primo canto non l'avrebbe potuto scrivere se non quando Arrigo non era più e Can Grande era già grande: dopo il 1313 o in quell'anno.[171]Ebbene è un sogno questo? Ma che disse Cacciaguida a Dante? Quella reticenza è di gran momento!

In tanto bisogna rispondere a un'obbiezione. L'inferno, dicono alcuni, era finito nel 1308. Quest'opinione è rincalzata dal Ricci, che assevera non poter Dante avere scritto il verso

che da Vercelli a Marcabò dichina,(Inf. 28, 75)

che da Vercelli a Marcabò dichina,(Inf. 28, 75)

se non prima del 1309, nel qual anno, a' 23 di settembre, quel castello era distrutto dai Polentani.[172]Ora a ciò si può opporre, come altro, così quello che il Ricci non vorrebbe si opponesse: “il solito argomento della data della visione dantesca„. Perchè no? E poi, se il nome come afferma il Ricci, non rimase al luogo, a quei tempi come avrebbe alcuno chiamato quel luogo, dove era sorto Marcabò?[173]Invece, è verosimile che prima d'andare a Ravenna e di conoscere i Polentani, Dante sapesse di quel castello?

Ma più grave obbiezione è quella che può fondarsisull'inverosimiglianza del fatto che in sì breve tempo, da più in là che mezzo il 1313 a più in là che mezzo il 1321, prendendo i termini più larghi, in otto anni insomma, potesse Dante compiere quel poema che lo fece macro perpiùanni.

Ebbene alcuni si figurano Dante nell'atto di lavorare così come se spesso si grattasse il capo e si rodesse al vivo le unghie: io lo vedo empir le carte della sua lettera magra e lunga e molto corretta con rapidità e sicurezza. Alcuni mostran di credere ch'egli facesse un passo avanti e due indietro: io vedo al baleno dell'idea seguir di schianto il tuono, rotto aspro cupo, della parola. Alcuni amano di pensare che, a modo del suo maestro Virgilio, Dante leccasse, quale orsa, i suoi versi nati goffi e grossi quali orsatti: io vedo che i versi nati male, nati rozzi, nati storpi, Dante li lascia tali quali. Alcuni, o i più, o tutti, esterrefatti avanti la copia delle imaginazioni e delle disquisizioni, delle persone e delle cose, non sanno come egli facesse a ritrovarcisi, senza una lunga, continua, notturna e diurna meditazione. Io credo che egli per la Comedia, come per le rime nuove, ci avesse pensato prima![174]Io imagino che non dovesse durar molto stento e molto tempo a rivocare alla visione tutti i suoi studi del Convivio e dellaMonarchia. Io vedo che a tutto ciò che a noi pare così complesso, così infinito, così inestricabile, sottostà un disegno semplice e nitido. È una gran tela il poema sacro, ma era stata ordita prima che la spola cominciasse il suo lavoro! Egli aveva fatto, per così dire, una forma cava con pazienza e sapienza;e dopo vi gettava dentro, con émpito tranquillo, il metallo della sua anima fuso dalla sua gran passione. L'incendio crocchiava, sprizzava, fumava; e il Poeta s'affrettava lentamente.


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