XXI.IN RAVENNA

XXI.IN RAVENNAQuesta glorificazione... Perchè è glorificazione. Chi dirà: “ma Francesa è posta nell'inferno„? Nessun lettore poteva allora, come non può ora credere al poeta in questo, che egli l'abbia veduta laggiù; ma gli credeva e crede e crederà nel resto: ch'ella era bella e amante e sventurata; che era simile a una di quelle donne antiche, a quella, anzi, di cui più pietosa e illustre è la storia. Questa glorificazione non può essere stata imaginata dal Poeta prima di conoscere Guido Novello e di essere a Ravenna. E glorificazione dovè parere (senza escludere che sembrasse anche infamia per il “traditore„ che sparse sangue fraterno, e per la sua gente) a Guido Novello. È non solo verosimile, ma vero.Verosimile. I Polentini erano guelfi.[227]Durante la corsa di Arrigo VII, sì Lamberto e sì Benardino avevano guerreggiato contro lui. Lamberto aveva tentato invano di impedire all'imperatore l'entrata in Roma. Bernardino aveva portato aiuto a Fiorenza minacciata, ed era stato gran parte in quelle operazioni di guerra che costrinsero Arrigo a levare l'assedio dalla città guelfa; sì che questa nominò Bernardino suo podestà per il primo semestre del 1313. Se Dante fu invitato o accolto in Ravenna, mentredurava ancor la vita di questi due signori (de' quali Bernardino morì ai 22 d'aprile del 1313, Lamberto al 22 di giugno del 1316), non vi fu certo accolto e invitato per le sue epistole ai principi italiani, ai fiorentini, ad Arrigo! Non per quelle lettere, se mai, e per i suoi maneggi ghibellini; ma non ostanti questi e quelle. Per che cosa, dunque, se non per la sua chiara fama di poeta? E che di questa fama ei godesse, attesta egli medesimo a principio del poema, quando riconosce da Virgilio, cioè dallo studio,lo bello stile chegliha fatto onore.E qui, se anche mancassero altre testimonianze, potremmo subito arguire presso quale dei Polentani gli facesse onore “lo bello stile„ che iniziò con la canzone,Donne che avete, nota così presto in Bologna.[228]Presso, non i duri guerrieri guelfi, ma Guido Novello, che fu buon rimatore. Questi, figlio di Ostasio da Polenta, era abiatico di Guido Minore o il Vecchio, e nepote quindi de' figli di costui, Lamberto e Bernardino e Francesca.“Nel 1301 era de' savi o consiglieri, e testimoniava: doveva dunque avere circa venticinque anni ed esser nato intorno al 1275„.[229]Sin dai primi uffizi che tenne, mostrò “animo tranquillo gentile„. Accanto ai suoi cugini, egli, nel consiglio dei Savi, prendeva parte ai pubblici negozi. Non è inverosimile, che, nelle assenze guerresche di Bernardino eLamberto, egli avesse gran parte nel governo della città. Nel 1314 era podestà di Cesena, e respinse il Vicario di Re Roberto. Respintolo, non potè rientrare in Cesena che in tanto si era ammutinata, e piegò verso Cervia e rientrò in Ravenna. Quivi divenne podestà, alla morte di Lamberto suo zio, mentre Ostasio figlio di Bernardino teneva Cervia. E fu costui che dopo sei anni, mentre Guido era capitano del popolo in Bologna, s'impadronì di Ravenna, e lo escluse per sempre dalla città.Di Guido restano diciassette ballate e un sonetto.[230]In esse è più d'una traccia d'imitazione dantesca. Ma dobbiamo noi dire che Guido apprendesse a rimare da Dante? Dopo il 1313 andò Dante a Ravenna; e Guido aveva nel 1313 trentott'anni su per giù. Poniamo pure che dall'esule fiorentino imparasse di persona a meglio fare; ma a fare aveva certo imparato prima di veder Dante. Probabile che anche prima di conoscerlo, lo prediligesse, l'autore del dolce stil nuovo, e lo imitasse. È verosimile che, quando in qualche modo seppe che il dolce rimatore non era lungi da Ravenna, lo chiamasse a sè. Ma quando? Quando, io direi, l'uffizio di Guido Novello non era così alto e sovrano, da richiamar troppo l'attenzione su colui che egli invitava, sì che nel dotto maestro fiorentino si scorgesse piuttosto l'esule ghibellino, che il rimatore. Mancava forse a Guido autorità, anche quando non era ancor signore o podestà, di poter proporre o invitare un maestro forestiere a insegnare ai giovani ravignani?Non mancava certo a chi nel testamento di Lamberto era dichiarato erede col suo fratello Rainaldo in parti uguali col cugino Ostasio figlio di Bernardino; a chi, morto Lamberto, era fatto subito Podestà, a preferenza di quell'Ostasio. Egli era dunque assai autorevole, per invitare il lettore; non era in vista e in grado tale, da dover rifiutare il partigiano. Coltivava la poesia d'amore. Si sa che proprio esso lo chiamò e accolse in Ravenna. Dunque è verosimile che il dramma ultramondano d'amore, per il quale una Francesca del suo sangue diventava una Elissa novella, fosse preso da lui, per quel ch'era: una glorificazione.E poi è non solo verosimile, ma vero. In una delle sue ballate è riportato un verso, lievemente mutato, di quell'episodio:E quando sono in più lontana parte,più mi sovvien de 'l tuo piacente riso,sì dolcemente ne 'l mio cor venisti,per un soave sguardo che facistida' tuoi begli occhi, che mi mirar fiso,sì che già mai da te non fia diviso...Dove l'eco dell'episodio di Francesca non è solo in quest'ultimo verso; ma nelriso, e, sopra tutto nel concetto del soave sguardo:Per più fiate gli occhi ci sospinse. Le parole di Francesca erano nel pensiero del suo nepote a cui parevano le formule necessarie dell'amore che non s'estingue nemmen nella morte.Ma forse ad alcuno si presenta un'ipotesi contraria: Guido avrebbe conosciuto l'inferno e questo canto, e per questo avrebbe amato e poi accolto ilpoeta. Ma tale ipotesi è da respingersi subito. Dante, in vero, sarebbe stato profeta? avrebbe preveduto l'invito e l'ospitalità dei Polentani, sì che esaltava e abbelliva, tanti anni prima, una lor donna adultera? Perchè la intenzione d'abbellire ed esaltare è manifesta. E poi si tenga sempre fermo che il primo canto dell'inferno, ossia la pietra angolare del poema non poteva esser deposta nelle fondamenta, se non quando al Poeta si fosse mostrata impossibile la vita attiva. Riteniamo dunque che Dante compiacque al Polentano con questa trista e pia narrazione. Ma essa è nel V canto dell'inferno, al bel principio della Comedia; è anzi il primo dei piccoli e insieme grandi drammi di cui è intessuto il poema sacro. Dunque l'inferno e il poema furono cominciati presso a poco, a Ravenna, intorno al tempo in cui Dante conobbe Guido Novello? Così, io credo, avrebbero creduto e crederebbero tutti, se non fosse quel preconcetto, per il quale noi imaginiamo che al poema infinito sia occorso, sto per dire, un tempo infinito. Di questo preconcetto ho fatto ragione, mostrando con la testimonianza dell'autore stesso, che nelle proporzioni del tempo che gli occorse per gli ultimi ventitrè canti del Paradiso, la Comedia e' l'avrebbe potuta compiere in otto anni e meno, in quanti passano dal settembre 1313 al settembre del 1321. E c'è chi attesta che nel 1313 appunto Dante si recò a Ravenna: il Boccaccio, i cui asserti si mostrano via via esatti. Egli narra che morto Arrigo, Dante “sanza andare di suo ritorno più avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino, se n'andò in Romagna, là dove l'ultimo suo dì, e che alle sue fatiche dovea por fine, l'aspettava„. Morto Arrigo, comincia il poema: proclamala logica. Morto Arrigo, va in Romagna: narra chi per i suoi conversari in Romagna, in Ravenna, coi discepoli e amici di Dante, lo poteva ben sapere. E questi continua dicendo che Guido “seco per più anni il tenne„; e nel sonetto in cui lo ritrae, mette insieme Fiorenza e Ravenna, le due città che l'ebbero prima e dopo dell'esilio:Fiorenza gloriosa ebbi per madreanzi noverca...Ravenna fummi albergo nel mio esigilo...Il tempo in cui errò come legno senza vela, senza compier cosa che cominciasse, è come non fosse. Nella vita di Dante non c'è, per il Boccaccio, che Fiorenza e Ravenna, che la Vita Nova e la Comedia, legate insieme dalla mirabile visione, che là vide e qua descrive. Che cosa induce i più dei critici, o tutti, a non prestar fede al Boccaccio? Il Ricci, pur disposto ad albergar Dante il più possibile nella sua Ravenna, il Ricci oppone: Guido Novello nel 1313 o 1314, non era Signor di Ravenna. Perchè il Boccaccio afferma appunto questo: “Era in que' tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novello da Polenta; il quale ne' liberali studi ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quelli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto, Dante fuori d'ogni speranza essere in Romagna (avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta disperazione, si dispose di riceverlo e d'onorarlo„. Bene: io ricordo queste parole appunto del Ricci: “Col 1314 la persona di Guido Novello comincia a primeggiarenella storia dei Polentani e di Romagna.„[231]E anche prima, quando Lamberto e Bernardino guerreggiavano contro Arrigo, e Bernardino poi era fatto podestà in Fiorenza, non è ragionevole credere che Guido Novello li rappresentasse in Ravenna? A ogni modo, Guido non fusignoredi Ravenna nemmen dopo la morte di Lamberto: fu podestà, non signore. Se il Boccaccio avesse scritto “Era in quei tempi podestà di Ravenna etc.„, si avrebbe ragione d'imputargli un errore di data; ma questo termine di “signore„ non indica se non un'effettuale autorità la quale è ben certo che Guido Novello poteva esercitare anche prima d'essere podestà. A ogni modo, l'errore perchè emendarlo dicendo: “Dante venne a Ravenna solo nel 1316, quando Guido Novello era veramente podestà o signore„, invece che dicendo: “Dante venne a Ravenna nel 1313 o '14, ma Guido non era ancora signore o podestà„? Tanto più che il resto della narrazione del Boccaccio difficilmente può sostenersi, se si protragga la data della sua venuta a Ravenna. Invero Dante fuori d'ogni speranza del ritorno, si sarebbe aggirato in tanta disperazione per la Romagna... quanto tempo? Tre anni e mezzo! Pochi più sarebbero in questo caso gli anni che Dante dimorò in Ravenna; sarebbero quattro, sì e no. E tanti bastano perchè il Boccaccio dica “per più anni„, e divida, in certo modo, la vita di Dante in due periodi, il fiorentino e il ravennate?O in questo periodo di tre anni e mezzo Dante sarebbe stato altrove: a Pisa, per esempio, a Lucca, a Verona? Osserviamo prima di tutto, che dalla rettainterpretazione del poema, ossia dalla bocca del Poeta stesso, si ha che egli spera in un futuro imperatore che distrugga la cupidità dalla quale tutti i mali provengono e la quale impedisce l'esercizio della vita attiva; ma che esso, in tanto, rinunzia alla vita attiva, impossibile per lui. E l'avrebbe dunque dopo la morte d'Arrigo perseguita ancora, mettendosi con Uguccione Faggiolano, per esempio, e con Cane Scaligero? Sì? E allora non avrebbe certo cominciata la Comedia, e forza è allora restringere anche più i termini dentro i quali fu composto il poemaal quale han posto mano e cielo e terra.Può, sì, darsi che il nome e la parte e la dignità di Cane gli suggerissero un'imagine e forse anche una speranza meravigliosa; ma che andasse allora in Verona, deve negarsi. Dante fu a Verona poco dopo l'esilio: fu quello il suo primo rifugio. (Par. 17, 70) Se il versoA lui t'aspetta ed a' suoi benefici,combinato con le parole della sospetta epistola “Le vostre magnificenze io vidi; vidi pure i benefici e n'ebbi parte„, provano che Dante fece ritorno a Verona e rivide Cane in grande stato; ebbene lo rivide più tardi. Poichè laQuaestio de aqua et terra, dopo, le osservazioni di Edoardo Moore, non è più sospetta,[232]ed essa fu dall'Alighieri sostenuta il 20 gennaio 1320, il ritorno a Verona si fece attendermolto. E vedete coincidenza mirabile. Il canto decimosettimo del Paradiso, appartiene a quella seconda decina che, secondo il computo nostro, Dante avrebbe composta intorno a questo tempo; sì che le parole “A lui t'aspetta ed a' suoi benefici„ son quelle, in certo modo, che il povero lettore di retorica, l'annoveratore dellecapellaeravignane, rivolgeva al suo animo, nel partire per Verona.Non s'esclude che durante la discesa di Arrigo, se si vuole, e alcun tempo dopo, Dante si trovasse a Pisa e a Lucca; ma il Casentino è il luogo dove è attestato che dimorasse. Egli scrisse le lettere ai Fiorentini e ad Arrigoin finibus Thusciae sub fontem Sarniein Thuscia sub fontem Sarni, il 31 di marzo e il 18 d'aprile del 1311,Divi Enrici faustissimi cursus ad Italiam anno primo. Nel Casentino dimorò a lungo: tanti sono i personaggi, i luoghi, i fenomeni che ne descrisse nella Comedia.[233]Rivide il luogo dove aveva provato, da giovine feditore, paura e letizia. Era bello il grano e l'erba a Certomondo, in quella primavera dell'anno da cui sperava Dante cominciasse un'era nuova? Come quando vi si trovarono a passeggio quelle due donne del Sacchetti. “Fu, non è gran tempo, in casa conti Guidi maritate due donne; l'una fu figliuola del conte Ugolino della Gherardesca, il quale i Pisani feciono morire di fame co' figliuoli; l'altra fu figliuola di Bonconte da Montefeltro, uomo e quasi capo di parte Ghibellina, e che era, o egli o' suoi, stato sconfitto con gli Aretini da' Fiorentini a Certomondo. Advenne adunque per caso, che del mese di Marzo, queste duedonne, andando a sollazzo verso il castello di Poppi, e giugnendo in quel luogo a Certomondo, dove i Fiorentini aveano data la detta sconfitta, la figliuola del conte Ugolino si volse alla compagna e disse: O madonna tale, guardate quanto è bello questo grano, e questo biado, dove furono sconfitti i Ghibellini da' Fiorentini; son certa che il terreno sente ancora di quella grassezza. Quella di Bonconte subito rispose: ben è bello; ma noi potremo morire prima di fame che fosse da mangiare„. Appunto questa donna, che cominciò a trafiggere e poi fu morsa, Dante la conobbe. Era Gherardesca di Donoratico moglie di Guido di Simone da Battifolle. Per lei scrisse Dante (è probabile) tre lettere a Margherita di Brabante, moglie di Arrigo, soscrivendone una “missum de Castro Poppii XV Kalendas Iunias, faustissimi cursus Henrici Caesaris ad Italiam anno primo„. Vicino alla figlia del Conte Ugolino, udendo muggire l'Archian rubesto che travolse Bonconte, vedendo scorrere freddi e limpidi i ruscelletti che inasprivano la sete di Maestro Adamo, visse Dante, nell'aspettazione del ritorno in patria, al fonte di quel fiume alla cui foce doveva augurare una siepe d'isole... E la divina Comedia non ora ancor nata, e Dante, forse distrattamente, udiva qua e là porre i problemi insolubili ch'egli doveva solvere varcando il confine che è tra la vita e la morte: Come morì il padre di costei? dove morì il padre di colei?Ma la divina Comedia non era ancora nata. Per concepire il primo di quelli che ho chiamati grandi e piccoli drammi ultramondani, egli doveva scendere di là dell'Apennino, e recarsi alla foce dell'altro più gran fiume d'Italia, alla foce di quell'Eridanoal cui fonte cantano il peana i pii vati. E il dramma di Francesca, che è il primo dello inferno, accompagna, no, suggerisce e prepara l'ultimo dell'inferno, che è il dramma di Ugolino. Invero non scriveva l'uno senza aver pensato anche l'altro, che gli è simmetrico e analogo. Già Francesca nomina il luogo dove l'altro episodio consimile si svolge: la Caina che è parte della ghiaccia, la Caina, nella quale, del resto, Ugolino avrebbe a essere.[234]Tra il vento della bufera infernale ella intravede la palude solidificata dal ventilare delle grandi ali di vispistrello. Ella è in eterno unita al suo amante; l'altro unito eternamente al suo nemico. Ma questi vanno insieme, quelli l'un mangia l'altro. L'amore e l'odio, l'un a capo, l'altro in fondo. Sì Francesca e sì Ugolino cessano dall'andare e dal rodere, per parlare a Dante. Dante allo stesso modo è attratto dalla vista delle due coppie. Francesca e Ugolino (la Romagna e la Toscana) dicono a lui, perchè sian “tal vicini„. Dall'una vuol Dante sapere il principio della loro sventura; dall'altro non è mestieri che oda questo: quel che non può avere inteso, è la fine. E questo principio e questa fine, dicono ambedue, piangendo. Farò come colui che piange e dice: esclama l'una; e l'altro: Parlare e lagrimar vedrai insieme. E ambedue hanno una sentenza a capo della loro narrazione, una sentenza virgiliana: così:Poi cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovellidisperato dolor che il cor mi premegià pur pensando pria ch'i' ne favelli;e così:ed ella a me: Nessun maggior doloreche ricordarsi del tempo felicenella miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.L'uno aborrisce da rinnovare un doloreinfandum, cioè indicibile, perchè preme il cuore prima che si dica; l'altra rifugge dal richiamare un piacere. Ma perchè il ricordo del bene è così doloroso come il ricordo del male? Perchè manca nell'uno e nell'altro caso, la speranza; la speranza di annullare quel male e di richiamare quel bene: disperato dolore. Se la sentenza di Ugolino è un noto verso di Virgilio, quella di Francesca, che il dottore di Dante sa, è il sunto di tutta una storia di lui. E un'imprecazione hanno infine ambedue; l'una: Caina attende chi vita ci spense... l'altro, non dice nulla, ma come cane addenta il cranio del nemico. Tacciono i compagni o vicini, tutti e due; mentre la donna fa il racconto d'uno spasso cavalleresco, qual'è la lettura d'un romanzo d'amore; e l'uomo narra un sogno, orribile e sanguinoso, ma d'uno spasso pur cavalleresco: una caccia. E non è da tralasciare che in principio dell'un dramma si parla delle foci del Po, e in fine dell'altro, delle foci dall'Arno; opposte foci, come è opposto l'amore e l'odio, il principio dell'inferno e la fine, il bacio che trema lassù e il morso che scricchiola laggiù.Or vediamo quanta persuasiva congruenza è nei tratti della vita di Dante, che ci paiono certi, con la genesi, che ci studiamo di rilevare, del suo poema. L'esule fiorentino all'avvento di Enrico ritrova nel cuore rinfrescate tutte le speranze del ritorno e tutte le memorie della patria. Stando alla fonte dell'Arno,egli rivive il tempo che di poco precede l'esilio. Si vede, senza sforzo, nel mezzo del cammino della sua vita, così grama da più d'un decennio. Tutto e tutti, che erano nella sua patria, quando dovè lasciarla o non potè rientrarvi, gli appariscono vivi della vita d'allora, col sembiante di quei tempi. Aspetta, errando forse di castello in castello, nel Casentino. Quei luoghi, quei discorsi, quei personaggi gli s'imprimono nella mente. Egli conosce (almeno ne sente parlare) la figlia del conte Ugolino: apprende o ricorda quel lugubre dramma, tanto più ch'egli è forse andato a Pisa, a veder l'imperatore e Uguccione. Sente là parlar bene di Can della Scala, ch'egli aveva conosciuto fanciullo. Quando Arrigo inopinatamente muore, ogni speranza crolla. Egli ripercorre le vicende di quella corsa punto faustissima: Ci voleva più rapidità e risoluzione: il Cane doveva essere più veloce: doveva esser veltro, contro questa che non è una volpicella, ma una lupa. Il Casentino non è più rifugio sicuro per lui: quei conti sono troppo abituati a cambiar parte.[235]E passa le “alpi di Appennino„. Si fermò egli a Forlì, da Scarpetta degli Ordelaffi? È possibile.[236]Ma ecco che un cavaliere, di potente famiglia e di liberali studi, sa di lui; e lo invita a venire a Ravenna. Potrà vivere colà quieto, benchè la città sia guelfa; lo assicura il cavaliere gentile, che è spregiudicato ed equanime. D'altra parte, egli si guadagnerà il suo pane insegnando in quello studio.[237]Oh! sì:rinunziamo a tutto; alle parti e magari alla patria! E ripensa alla sua Beatrice, che aveva trasformata in sapienza, la quale non si trova se non nella via della contemplazione, uscendo, in cotal guisa, dal grave involucro terreno. E riprende laMirabile Visione.La città è antica. È piena di chiese e di santi. Sono in quelle chiese teorie di santi estatici, che hanno riflessi di cielo. Una grande foresta è ai confinidell'orizzonte.[238]Per certo in quella errò meditabondo. E da una selva comincia il poema. Il viatore cammina da una selva selvaggia a una divina foresta: poi da viatore si fa comprensore, e ascende. Là dove ascende, udrà parlare Giustiniano e gli apostoli, vedrà trionfare il Redentore, le cui imagini ammira già ne' musaici orientali di San Vitale. Subito a principio della Comedia egli narra la storia di Francesca che non aveva potuto saper prima, o non avrebbe voluto prima abbellire e sublimare. La storia di Francesca si abbina ad altra più lugubre, pure appresa o ricordata in quelli ultimi tempi. Fiorenza, cui tanto bramò pochi mesi prima, il Casentino da pochi mesi lasciato, la Romagna in cui è e dimora gli forniscono a dovizia materia per il grande edifizio. Si aggiungono tutti gli studi che già iniziò nel 1291, tutta l'esperienza acquistata quando errava come legno senza vela, tutte le cognizioni tesoreggiate per il Convivio e per la Volgare Eloquenza, tutti i raziocinii già esposti nelle epistole e nel cominciatolibro diMonarchia; tutte le speranze deluse, tutte le memorie risognate, tutte le sue ire, tutti i suoi amori; e nella silenziosa città della marina Padana, già rifugio dell'impero di Roma, tutta odorata di profumo ascetico, piena d'arche, piena di monumenti, piena di visioni, egli pon mano al Poema Sacro.

Questa glorificazione... Perchè è glorificazione. Chi dirà: “ma Francesa è posta nell'inferno„? Nessun lettore poteva allora, come non può ora credere al poeta in questo, che egli l'abbia veduta laggiù; ma gli credeva e crede e crederà nel resto: ch'ella era bella e amante e sventurata; che era simile a una di quelle donne antiche, a quella, anzi, di cui più pietosa e illustre è la storia. Questa glorificazione non può essere stata imaginata dal Poeta prima di conoscere Guido Novello e di essere a Ravenna. E glorificazione dovè parere (senza escludere che sembrasse anche infamia per il “traditore„ che sparse sangue fraterno, e per la sua gente) a Guido Novello. È non solo verosimile, ma vero.

Verosimile. I Polentini erano guelfi.[227]Durante la corsa di Arrigo VII, sì Lamberto e sì Benardino avevano guerreggiato contro lui. Lamberto aveva tentato invano di impedire all'imperatore l'entrata in Roma. Bernardino aveva portato aiuto a Fiorenza minacciata, ed era stato gran parte in quelle operazioni di guerra che costrinsero Arrigo a levare l'assedio dalla città guelfa; sì che questa nominò Bernardino suo podestà per il primo semestre del 1313. Se Dante fu invitato o accolto in Ravenna, mentredurava ancor la vita di questi due signori (de' quali Bernardino morì ai 22 d'aprile del 1313, Lamberto al 22 di giugno del 1316), non vi fu certo accolto e invitato per le sue epistole ai principi italiani, ai fiorentini, ad Arrigo! Non per quelle lettere, se mai, e per i suoi maneggi ghibellini; ma non ostanti questi e quelle. Per che cosa, dunque, se non per la sua chiara fama di poeta? E che di questa fama ei godesse, attesta egli medesimo a principio del poema, quando riconosce da Virgilio, cioè dallo studio,

lo bello stile chegliha fatto onore.

lo bello stile chegliha fatto onore.

E qui, se anche mancassero altre testimonianze, potremmo subito arguire presso quale dei Polentani gli facesse onore “lo bello stile„ che iniziò con la canzone,Donne che avete, nota così presto in Bologna.[228]Presso, non i duri guerrieri guelfi, ma Guido Novello, che fu buon rimatore. Questi, figlio di Ostasio da Polenta, era abiatico di Guido Minore o il Vecchio, e nepote quindi de' figli di costui, Lamberto e Bernardino e Francesca.

“Nel 1301 era de' savi o consiglieri, e testimoniava: doveva dunque avere circa venticinque anni ed esser nato intorno al 1275„.[229]Sin dai primi uffizi che tenne, mostrò “animo tranquillo gentile„. Accanto ai suoi cugini, egli, nel consiglio dei Savi, prendeva parte ai pubblici negozi. Non è inverosimile, che, nelle assenze guerresche di Bernardino eLamberto, egli avesse gran parte nel governo della città. Nel 1314 era podestà di Cesena, e respinse il Vicario di Re Roberto. Respintolo, non potè rientrare in Cesena che in tanto si era ammutinata, e piegò verso Cervia e rientrò in Ravenna. Quivi divenne podestà, alla morte di Lamberto suo zio, mentre Ostasio figlio di Bernardino teneva Cervia. E fu costui che dopo sei anni, mentre Guido era capitano del popolo in Bologna, s'impadronì di Ravenna, e lo escluse per sempre dalla città.

Di Guido restano diciassette ballate e un sonetto.[230]In esse è più d'una traccia d'imitazione dantesca. Ma dobbiamo noi dire che Guido apprendesse a rimare da Dante? Dopo il 1313 andò Dante a Ravenna; e Guido aveva nel 1313 trentott'anni su per giù. Poniamo pure che dall'esule fiorentino imparasse di persona a meglio fare; ma a fare aveva certo imparato prima di veder Dante. Probabile che anche prima di conoscerlo, lo prediligesse, l'autore del dolce stil nuovo, e lo imitasse. È verosimile che, quando in qualche modo seppe che il dolce rimatore non era lungi da Ravenna, lo chiamasse a sè. Ma quando? Quando, io direi, l'uffizio di Guido Novello non era così alto e sovrano, da richiamar troppo l'attenzione su colui che egli invitava, sì che nel dotto maestro fiorentino si scorgesse piuttosto l'esule ghibellino, che il rimatore. Mancava forse a Guido autorità, anche quando non era ancor signore o podestà, di poter proporre o invitare un maestro forestiere a insegnare ai giovani ravignani?Non mancava certo a chi nel testamento di Lamberto era dichiarato erede col suo fratello Rainaldo in parti uguali col cugino Ostasio figlio di Bernardino; a chi, morto Lamberto, era fatto subito Podestà, a preferenza di quell'Ostasio. Egli era dunque assai autorevole, per invitare il lettore; non era in vista e in grado tale, da dover rifiutare il partigiano. Coltivava la poesia d'amore. Si sa che proprio esso lo chiamò e accolse in Ravenna. Dunque è verosimile che il dramma ultramondano d'amore, per il quale una Francesca del suo sangue diventava una Elissa novella, fosse preso da lui, per quel ch'era: una glorificazione.

E poi è non solo verosimile, ma vero. In una delle sue ballate è riportato un verso, lievemente mutato, di quell'episodio:

E quando sono in più lontana parte,più mi sovvien de 'l tuo piacente riso,sì dolcemente ne 'l mio cor venisti,per un soave sguardo che facistida' tuoi begli occhi, che mi mirar fiso,sì che già mai da te non fia diviso...

E quando sono in più lontana parte,più mi sovvien de 'l tuo piacente riso,sì dolcemente ne 'l mio cor venisti,per un soave sguardo che facistida' tuoi begli occhi, che mi mirar fiso,sì che già mai da te non fia diviso...

Dove l'eco dell'episodio di Francesca non è solo in quest'ultimo verso; ma nelriso, e, sopra tutto nel concetto del soave sguardo:Per più fiate gli occhi ci sospinse. Le parole di Francesca erano nel pensiero del suo nepote a cui parevano le formule necessarie dell'amore che non s'estingue nemmen nella morte.

Ma forse ad alcuno si presenta un'ipotesi contraria: Guido avrebbe conosciuto l'inferno e questo canto, e per questo avrebbe amato e poi accolto ilpoeta. Ma tale ipotesi è da respingersi subito. Dante, in vero, sarebbe stato profeta? avrebbe preveduto l'invito e l'ospitalità dei Polentani, sì che esaltava e abbelliva, tanti anni prima, una lor donna adultera? Perchè la intenzione d'abbellire ed esaltare è manifesta. E poi si tenga sempre fermo che il primo canto dell'inferno, ossia la pietra angolare del poema non poteva esser deposta nelle fondamenta, se non quando al Poeta si fosse mostrata impossibile la vita attiva. Riteniamo dunque che Dante compiacque al Polentano con questa trista e pia narrazione. Ma essa è nel V canto dell'inferno, al bel principio della Comedia; è anzi il primo dei piccoli e insieme grandi drammi di cui è intessuto il poema sacro. Dunque l'inferno e il poema furono cominciati presso a poco, a Ravenna, intorno al tempo in cui Dante conobbe Guido Novello? Così, io credo, avrebbero creduto e crederebbero tutti, se non fosse quel preconcetto, per il quale noi imaginiamo che al poema infinito sia occorso, sto per dire, un tempo infinito. Di questo preconcetto ho fatto ragione, mostrando con la testimonianza dell'autore stesso, che nelle proporzioni del tempo che gli occorse per gli ultimi ventitrè canti del Paradiso, la Comedia e' l'avrebbe potuta compiere in otto anni e meno, in quanti passano dal settembre 1313 al settembre del 1321. E c'è chi attesta che nel 1313 appunto Dante si recò a Ravenna: il Boccaccio, i cui asserti si mostrano via via esatti. Egli narra che morto Arrigo, Dante “sanza andare di suo ritorno più avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino, se n'andò in Romagna, là dove l'ultimo suo dì, e che alle sue fatiche dovea por fine, l'aspettava„. Morto Arrigo, comincia il poema: proclamala logica. Morto Arrigo, va in Romagna: narra chi per i suoi conversari in Romagna, in Ravenna, coi discepoli e amici di Dante, lo poteva ben sapere. E questi continua dicendo che Guido “seco per più anni il tenne„; e nel sonetto in cui lo ritrae, mette insieme Fiorenza e Ravenna, le due città che l'ebbero prima e dopo dell'esilio:

Fiorenza gloriosa ebbi per madreanzi noverca...Ravenna fummi albergo nel mio esigilo...

Fiorenza gloriosa ebbi per madreanzi noverca...Ravenna fummi albergo nel mio esigilo...

Il tempo in cui errò come legno senza vela, senza compier cosa che cominciasse, è come non fosse. Nella vita di Dante non c'è, per il Boccaccio, che Fiorenza e Ravenna, che la Vita Nova e la Comedia, legate insieme dalla mirabile visione, che là vide e qua descrive. Che cosa induce i più dei critici, o tutti, a non prestar fede al Boccaccio? Il Ricci, pur disposto ad albergar Dante il più possibile nella sua Ravenna, il Ricci oppone: Guido Novello nel 1313 o 1314, non era Signor di Ravenna. Perchè il Boccaccio afferma appunto questo: “Era in que' tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novello da Polenta; il quale ne' liberali studi ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quelli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto, Dante fuori d'ogni speranza essere in Romagna (avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta disperazione, si dispose di riceverlo e d'onorarlo„. Bene: io ricordo queste parole appunto del Ricci: “Col 1314 la persona di Guido Novello comincia a primeggiarenella storia dei Polentani e di Romagna.„[231]E anche prima, quando Lamberto e Bernardino guerreggiavano contro Arrigo, e Bernardino poi era fatto podestà in Fiorenza, non è ragionevole credere che Guido Novello li rappresentasse in Ravenna? A ogni modo, Guido non fusignoredi Ravenna nemmen dopo la morte di Lamberto: fu podestà, non signore. Se il Boccaccio avesse scritto “Era in quei tempi podestà di Ravenna etc.„, si avrebbe ragione d'imputargli un errore di data; ma questo termine di “signore„ non indica se non un'effettuale autorità la quale è ben certo che Guido Novello poteva esercitare anche prima d'essere podestà. A ogni modo, l'errore perchè emendarlo dicendo: “Dante venne a Ravenna solo nel 1316, quando Guido Novello era veramente podestà o signore„, invece che dicendo: “Dante venne a Ravenna nel 1313 o '14, ma Guido non era ancora signore o podestà„? Tanto più che il resto della narrazione del Boccaccio difficilmente può sostenersi, se si protragga la data della sua venuta a Ravenna. Invero Dante fuori d'ogni speranza del ritorno, si sarebbe aggirato in tanta disperazione per la Romagna... quanto tempo? Tre anni e mezzo! Pochi più sarebbero in questo caso gli anni che Dante dimorò in Ravenna; sarebbero quattro, sì e no. E tanti bastano perchè il Boccaccio dica “per più anni„, e divida, in certo modo, la vita di Dante in due periodi, il fiorentino e il ravennate?

O in questo periodo di tre anni e mezzo Dante sarebbe stato altrove: a Pisa, per esempio, a Lucca, a Verona? Osserviamo prima di tutto, che dalla rettainterpretazione del poema, ossia dalla bocca del Poeta stesso, si ha che egli spera in un futuro imperatore che distrugga la cupidità dalla quale tutti i mali provengono e la quale impedisce l'esercizio della vita attiva; ma che esso, in tanto, rinunzia alla vita attiva, impossibile per lui. E l'avrebbe dunque dopo la morte d'Arrigo perseguita ancora, mettendosi con Uguccione Faggiolano, per esempio, e con Cane Scaligero? Sì? E allora non avrebbe certo cominciata la Comedia, e forza è allora restringere anche più i termini dentro i quali fu composto il poema

al quale han posto mano e cielo e terra.

al quale han posto mano e cielo e terra.

Può, sì, darsi che il nome e la parte e la dignità di Cane gli suggerissero un'imagine e forse anche una speranza meravigliosa; ma che andasse allora in Verona, deve negarsi. Dante fu a Verona poco dopo l'esilio: fu quello il suo primo rifugio. (Par. 17, 70) Se il verso

A lui t'aspetta ed a' suoi benefici,

A lui t'aspetta ed a' suoi benefici,

combinato con le parole della sospetta epistola “Le vostre magnificenze io vidi; vidi pure i benefici e n'ebbi parte„, provano che Dante fece ritorno a Verona e rivide Cane in grande stato; ebbene lo rivide più tardi. Poichè laQuaestio de aqua et terra, dopo, le osservazioni di Edoardo Moore, non è più sospetta,[232]ed essa fu dall'Alighieri sostenuta il 20 gennaio 1320, il ritorno a Verona si fece attendermolto. E vedete coincidenza mirabile. Il canto decimosettimo del Paradiso, appartiene a quella seconda decina che, secondo il computo nostro, Dante avrebbe composta intorno a questo tempo; sì che le parole “A lui t'aspetta ed a' suoi benefici„ son quelle, in certo modo, che il povero lettore di retorica, l'annoveratore dellecapellaeravignane, rivolgeva al suo animo, nel partire per Verona.

Non s'esclude che durante la discesa di Arrigo, se si vuole, e alcun tempo dopo, Dante si trovasse a Pisa e a Lucca; ma il Casentino è il luogo dove è attestato che dimorasse. Egli scrisse le lettere ai Fiorentini e ad Arrigoin finibus Thusciae sub fontem Sarniein Thuscia sub fontem Sarni, il 31 di marzo e il 18 d'aprile del 1311,Divi Enrici faustissimi cursus ad Italiam anno primo. Nel Casentino dimorò a lungo: tanti sono i personaggi, i luoghi, i fenomeni che ne descrisse nella Comedia.[233]Rivide il luogo dove aveva provato, da giovine feditore, paura e letizia. Era bello il grano e l'erba a Certomondo, in quella primavera dell'anno da cui sperava Dante cominciasse un'era nuova? Come quando vi si trovarono a passeggio quelle due donne del Sacchetti. “Fu, non è gran tempo, in casa conti Guidi maritate due donne; l'una fu figliuola del conte Ugolino della Gherardesca, il quale i Pisani feciono morire di fame co' figliuoli; l'altra fu figliuola di Bonconte da Montefeltro, uomo e quasi capo di parte Ghibellina, e che era, o egli o' suoi, stato sconfitto con gli Aretini da' Fiorentini a Certomondo. Advenne adunque per caso, che del mese di Marzo, queste duedonne, andando a sollazzo verso il castello di Poppi, e giugnendo in quel luogo a Certomondo, dove i Fiorentini aveano data la detta sconfitta, la figliuola del conte Ugolino si volse alla compagna e disse: O madonna tale, guardate quanto è bello questo grano, e questo biado, dove furono sconfitti i Ghibellini da' Fiorentini; son certa che il terreno sente ancora di quella grassezza. Quella di Bonconte subito rispose: ben è bello; ma noi potremo morire prima di fame che fosse da mangiare„. Appunto questa donna, che cominciò a trafiggere e poi fu morsa, Dante la conobbe. Era Gherardesca di Donoratico moglie di Guido di Simone da Battifolle. Per lei scrisse Dante (è probabile) tre lettere a Margherita di Brabante, moglie di Arrigo, soscrivendone una “missum de Castro Poppii XV Kalendas Iunias, faustissimi cursus Henrici Caesaris ad Italiam anno primo„. Vicino alla figlia del Conte Ugolino, udendo muggire l'Archian rubesto che travolse Bonconte, vedendo scorrere freddi e limpidi i ruscelletti che inasprivano la sete di Maestro Adamo, visse Dante, nell'aspettazione del ritorno in patria, al fonte di quel fiume alla cui foce doveva augurare una siepe d'isole... E la divina Comedia non ora ancor nata, e Dante, forse distrattamente, udiva qua e là porre i problemi insolubili ch'egli doveva solvere varcando il confine che è tra la vita e la morte: Come morì il padre di costei? dove morì il padre di colei?

Ma la divina Comedia non era ancora nata. Per concepire il primo di quelli che ho chiamati grandi e piccoli drammi ultramondani, egli doveva scendere di là dell'Apennino, e recarsi alla foce dell'altro più gran fiume d'Italia, alla foce di quell'Eridanoal cui fonte cantano il peana i pii vati. E il dramma di Francesca, che è il primo dello inferno, accompagna, no, suggerisce e prepara l'ultimo dell'inferno, che è il dramma di Ugolino. Invero non scriveva l'uno senza aver pensato anche l'altro, che gli è simmetrico e analogo. Già Francesca nomina il luogo dove l'altro episodio consimile si svolge: la Caina che è parte della ghiaccia, la Caina, nella quale, del resto, Ugolino avrebbe a essere.[234]Tra il vento della bufera infernale ella intravede la palude solidificata dal ventilare delle grandi ali di vispistrello. Ella è in eterno unita al suo amante; l'altro unito eternamente al suo nemico. Ma questi vanno insieme, quelli l'un mangia l'altro. L'amore e l'odio, l'un a capo, l'altro in fondo. Sì Francesca e sì Ugolino cessano dall'andare e dal rodere, per parlare a Dante. Dante allo stesso modo è attratto dalla vista delle due coppie. Francesca e Ugolino (la Romagna e la Toscana) dicono a lui, perchè sian “tal vicini„. Dall'una vuol Dante sapere il principio della loro sventura; dall'altro non è mestieri che oda questo: quel che non può avere inteso, è la fine. E questo principio e questa fine, dicono ambedue, piangendo. Farò come colui che piange e dice: esclama l'una; e l'altro: Parlare e lagrimar vedrai insieme. E ambedue hanno una sentenza a capo della loro narrazione, una sentenza virgiliana: così:

Poi cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovellidisperato dolor che il cor mi premegià pur pensando pria ch'i' ne favelli;

Poi cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovellidisperato dolor che il cor mi premegià pur pensando pria ch'i' ne favelli;

e così:

ed ella a me: Nessun maggior doloreche ricordarsi del tempo felicenella miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

ed ella a me: Nessun maggior doloreche ricordarsi del tempo felicenella miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

L'uno aborrisce da rinnovare un doloreinfandum, cioè indicibile, perchè preme il cuore prima che si dica; l'altra rifugge dal richiamare un piacere. Ma perchè il ricordo del bene è così doloroso come il ricordo del male? Perchè manca nell'uno e nell'altro caso, la speranza; la speranza di annullare quel male e di richiamare quel bene: disperato dolore. Se la sentenza di Ugolino è un noto verso di Virgilio, quella di Francesca, che il dottore di Dante sa, è il sunto di tutta una storia di lui. E un'imprecazione hanno infine ambedue; l'una: Caina attende chi vita ci spense... l'altro, non dice nulla, ma come cane addenta il cranio del nemico. Tacciono i compagni o vicini, tutti e due; mentre la donna fa il racconto d'uno spasso cavalleresco, qual'è la lettura d'un romanzo d'amore; e l'uomo narra un sogno, orribile e sanguinoso, ma d'uno spasso pur cavalleresco: una caccia. E non è da tralasciare che in principio dell'un dramma si parla delle foci del Po, e in fine dell'altro, delle foci dall'Arno; opposte foci, come è opposto l'amore e l'odio, il principio dell'inferno e la fine, il bacio che trema lassù e il morso che scricchiola laggiù.

Or vediamo quanta persuasiva congruenza è nei tratti della vita di Dante, che ci paiono certi, con la genesi, che ci studiamo di rilevare, del suo poema. L'esule fiorentino all'avvento di Enrico ritrova nel cuore rinfrescate tutte le speranze del ritorno e tutte le memorie della patria. Stando alla fonte dell'Arno,egli rivive il tempo che di poco precede l'esilio. Si vede, senza sforzo, nel mezzo del cammino della sua vita, così grama da più d'un decennio. Tutto e tutti, che erano nella sua patria, quando dovè lasciarla o non potè rientrarvi, gli appariscono vivi della vita d'allora, col sembiante di quei tempi. Aspetta, errando forse di castello in castello, nel Casentino. Quei luoghi, quei discorsi, quei personaggi gli s'imprimono nella mente. Egli conosce (almeno ne sente parlare) la figlia del conte Ugolino: apprende o ricorda quel lugubre dramma, tanto più ch'egli è forse andato a Pisa, a veder l'imperatore e Uguccione. Sente là parlar bene di Can della Scala, ch'egli aveva conosciuto fanciullo. Quando Arrigo inopinatamente muore, ogni speranza crolla. Egli ripercorre le vicende di quella corsa punto faustissima: Ci voleva più rapidità e risoluzione: il Cane doveva essere più veloce: doveva esser veltro, contro questa che non è una volpicella, ma una lupa. Il Casentino non è più rifugio sicuro per lui: quei conti sono troppo abituati a cambiar parte.[235]E passa le “alpi di Appennino„. Si fermò egli a Forlì, da Scarpetta degli Ordelaffi? È possibile.[236]Ma ecco che un cavaliere, di potente famiglia e di liberali studi, sa di lui; e lo invita a venire a Ravenna. Potrà vivere colà quieto, benchè la città sia guelfa; lo assicura il cavaliere gentile, che è spregiudicato ed equanime. D'altra parte, egli si guadagnerà il suo pane insegnando in quello studio.[237]Oh! sì:rinunziamo a tutto; alle parti e magari alla patria! E ripensa alla sua Beatrice, che aveva trasformata in sapienza, la quale non si trova se non nella via della contemplazione, uscendo, in cotal guisa, dal grave involucro terreno. E riprende laMirabile Visione.

La città è antica. È piena di chiese e di santi. Sono in quelle chiese teorie di santi estatici, che hanno riflessi di cielo. Una grande foresta è ai confinidell'orizzonte.[238]Per certo in quella errò meditabondo. E da una selva comincia il poema. Il viatore cammina da una selva selvaggia a una divina foresta: poi da viatore si fa comprensore, e ascende. Là dove ascende, udrà parlare Giustiniano e gli apostoli, vedrà trionfare il Redentore, le cui imagini ammira già ne' musaici orientali di San Vitale. Subito a principio della Comedia egli narra la storia di Francesca che non aveva potuto saper prima, o non avrebbe voluto prima abbellire e sublimare. La storia di Francesca si abbina ad altra più lugubre, pure appresa o ricordata in quelli ultimi tempi. Fiorenza, cui tanto bramò pochi mesi prima, il Casentino da pochi mesi lasciato, la Romagna in cui è e dimora gli forniscono a dovizia materia per il grande edifizio. Si aggiungono tutti gli studi che già iniziò nel 1291, tutta l'esperienza acquistata quando errava come legno senza vela, tutte le cognizioni tesoreggiate per il Convivio e per la Volgare Eloquenza, tutti i raziocinii già esposti nelle epistole e nel cominciatolibro diMonarchia; tutte le speranze deluse, tutte le memorie risognate, tutte le sue ire, tutti i suoi amori; e nella silenziosa città della marina Padana, già rifugio dell'impero di Roma, tutta odorata di profumo ascetico, piena d'arche, piena di monumenti, piena di visioni, egli pon mano al Poema Sacro.


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