XXII.L'ALPIGIANADicono che nell'Inferno non sono allusioni che vadano oltre il 1308, e che quindi nel 1308 la prima cantica era compiuta. Dove sono, io chiedo, nelle altre cantiche allusioni che vadano così lontano? Non si va, in esse, oltre il 1313, anno della morte di Arrigo. Dunque la Comedia era finita in quell'anno? Il fatto è che gli avvenimenti dopo il trecento non potendo essere accennati che a mo' di profezia, il Poeta non poteva abbondare in accennarli e profetarli. E tuttavia la prima cantica contiene un'allusione che va più in là della morte di Arrigo: quella della morte di Clemente, il Guasco che l'ingannò. Nicolò, il figliuol dell'orsa dice che sarà più il tempo da che egli sta sottosopra a cocersi i piedi, che non sarà quello che ci starà Bonifazio. Nicolò morto nel 1280 starà dunque sottosopra sino al 1303 nel qual anno morrà Bonifazio: dunque ventitrè anni. E Bonifazio dovendo star così sino alla morte di Clemente, che è per essere nel 1314, cistarà soli undici anni. Si allude qui, dunque, all'anno 1314. Ed è il canto XIX. (v. 76) C'è poi nel XXVIII il (v. 76) fatto di Guido e Angiolello mazzerati da Malatestino; il qual fatto è posto nel 1312. E a ogni modo è di quelli che Dante difficilmente poteva sapere fuor di Romagna e di Ravenna. Al qual proposito ricordo di nuovo Marcabò che è nominato a proposito di Piero, il cattano seminator di scandoli, prima de' duo miglior di Fano: (v. 73)Rimembriti di Pier da Medicinase mai torni a veder lo dolce pianoche da Vercelli a Marcabò dichina.Invece di credere col Ricci, che queste parole non poterono essere scritte “che prima del 1309, mentre cioè Marcabò esisteva„,[239]io credo che non poterono essere scritte che dopo il 1313 o il '14, dopo, cioè, il tempo, che Dante ebbe conosciuti i Polentani e le loro gesta. Questa designazione che fa Dante della valle del Po, da Vercelli a un castello qualunque, deve essere spiegata come qualunque altra operazione mentale di qualunque omicciuolo. Perchè il pensiero di Dante si fissò in Vercelli e Marcabò? Vercelli altra volta ricorse alla penna dell'Alighieri: nella lettera ad Arrigo: “la qual (rabbia), poichè si sarà chetata sotto il flagello, rigonfierà a Vercelli, a Bergamo, altrove...„ Il nome di Vercelli è qui a mo' d'esempio, come un altro qualunque. Ma perchè si presentò al pensiero di Dante? Forse per il suo studio o forse per il suo assedio passato.E Marcabò, in quest'altro passo, in cui è accoppiato a Vercelli, perchè? Appunto, per la sua distruzione, fatta dai Polentani, coi quali ebbe che fare il cattano che cavalcando per la Romagna sommoveva tra loro, con sue lettere, Messer Malatesta da Rimino e Messer Guido da Ravenna. Sicchè è molto più ragionevole affermare che il verso fu scritto dopo il 1309, che dire che non potè essere scritto che prima.Ma c'è, oltre le molte dichiarate più sopra, una nuova ragione positiva per affermare che la Comedia non fu cominciata che intorno alla morte di Arrigo: Dante stesso narra questo cominciamento!Nel 1306 Dante era in Lunigiana, presso i Malaspina, come risulta da un atto del 6 ottobre di quell'anno, col quale egli è nominato procuratore dai marchesi Franceschino, Moroello e Corradino Malaspina per concludere la pace col Vescovo di Luni; pace che concluse. All'ospitalità, certo condegna, come di tali che adoperavano l'esule in così importanti negoziati, allude il Poeta nella Comedia. (Pur. 8, 115) Or v'è di lui una epistola latinaDomino Maroello Marchioni Malaspinae, la quale ha da esser posta insieme con quelle ai Principi, ai Fiorentini e ad Arrigo, e con quelle scritte per Gherardesca da Battifolle.[240]Non ha ella per vero la soscrizionesolita; perchè termina in tronco, presentando qualcos'altro, che secondo ogni probabilità, è un componimento poetico, la canzoneAmor, dacchè convien, in fondo alla quale, se mai, tal soscrizione è da cercare. Ed ella invero ha nel commiato:O montanina mia Canzon, tu vai:forse vedrai Fiorenza la mia terra,e a principio dell'ultima stanza haCosì m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpinella valle del fiume;i quali accenni equivalgono bene ain finibus Thusciae sub fonte Sarni. E corrispondono a questa frase dell'epistola:cum primum pedes iuxta Sarni fluenta securus et incautus defigerem.La canzone,Amor, dacchè convien, è per certo ciò che Dante annunzia in fine all'epistola con le parole:Regnat itaque Amor in me, nulla refragante virtute; qualiterque me regat, inferius, extra sinum praesentium requiratis. Invero la canzone cominciaAmor, dacchè convien pur ch'io mi dogliaperchè la gente m'oda,e mostri med'ogni virtude spento.E nella seconda stanza c'è:Quale argomento di ragion raffrenaove tanta tempesta in me si gira?E nella terza:La nemica figura che rimanevittoriosa e fera,e signoreggia la virtù che vuole.E altrove sono altre imagini a dichiarare il concetto che è nelle parole:regnat... Amor in me nulla refragante virtute. Il poeta dice di sè, che è “in potere altrui„, che è feruto, senza vita, tutto tremante di paura, serrato da una catena, senza più libertà. E nella epistola, oltre che nella fine, sono di tai concetti anche più su. Vi si parla divincula, dinegligentem carceratum, diterrore, diAmor terribilis et imperiosus, didominuscheoccidit...expulit...ligavit...relegavit...liberum arbitrium ligavit; sì che al Poeta convien andare ove vuol lui, non dove vuol esso. Inoltre l'amore è raffigurato nell'epistola così: “una donna, come folgore che cada, m'apparve... Oh! quanto rimasi attonito nel mirarla! Ma lo stupore cessò col terrore del tuono che seguì il baleno. Chè come alle corruscazioni divine succedono subito i tuoni, così, veduta la fiamma della bellezza di lei, ecco l'Amore terribile e imperioso mi tenne„. E nella canzone, stanza quarta, dice che egli rimane senza vita, dopo che è feruto dagli occhi della “nemica figura„. Poi, l'anima torna al cuore, ma tutta smemorata. Esso si riprende a stento e trema tutto e impallidisce per il tuono che gli giunse addosso:che se con dolce riso è stato mosso,lunga fiata poi rimane oscura (la faccia)perchè lo spirto non si rassicura.C'è qui dunque un lampeggiar di dolce riso, seguito da un rimbombo, che fa tremare, impallidire, stupire e dimenticare.Che l'epistola e la canzone fossero composte nel Casentino, e al tempo della discesa di Arrigo,si conferma per questa notizia del Boccaccio: “troviamo lui sovente avere sospirato e massimamente dopo il suo esilio... vicino allo estremo della sua vita, nell'Alpi di Casentino per unaAlpigiana, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E per qualunque fu l'una di queste, compose più e più lodevoli cose in rima„. Di che si ricava che la canzoneAmor, dacchè convien, dove è tale intensa espressione d'amore improvviso e fiero, era interpretata, e da altri che dal Boccaccio, come veramente amorosa; e, ciò che più monta, si sapeva che era stata scritta nell'Alpi di Casentino, da lui vicino all'estremo della sua vita: nel tempo, dunque, come facilmente s'argomenta, che corre dal 1311 al 1313, quand'egli aveva da 46 a 48 anni.Nell'epistola è un espressione sospetta al primo editore di quella:ad conspectum Magnificentiae vestrae presentisoraculi seriemplacuit destinare. Il Witte supponeoratiunculae. Male. Sìdestinaree sìseriemmostrano che sta beneoraculi. Il destino ofatumdefinisce Ciceroneordinem seriemque causarum.[241]Servio ha la definizione del fato secondo Iulio:fatum estconnexiorerum per aeternitatem, commentando l'oracolo di Eleno,[242]al versovolvitque vices, hic vertiturordo. E Dante sapeva comeal vento nelle foglie lievisi perdea la sentenzia di Sibilla.(Par. 33, 65)Sapeva, egli che sapeva tutta quanta l'Eneida, chela Sibilla dopo aver scritte su foglie l'oracol suo,digerit in numerum, e finchè rimangon fermeneque abordinecedunt, si posson leggere.[243]Quest'idea di serie, ordine, connessione è accoppiata sì a fato sì a oracolo, che è interpretazione del fato. E ce ne persuade anche più il verbodestinare. Ricordiamo il racconto di Sinone, cui Calcante, dopo aver taciuto un pezzo,destinat arae. Ciò interpretando un “oracolo„, l'oracolo portato da Euripilo a cui Dante pensò altra volta. (Inf. 20, 112)Destinat, potè pensare Dante, è la parola che ci voleva per indicare un'assegnazione manifestata mediante l'oracolo; ed è perciò solenne e sacra dove d'oracoli si parli. E sta bene, dunque,oraculi seriem destinare. Ma che vuol dire? Vuol dire appunto “proporre a risolvere questo oracolo sibillino„. E quindi è giusto, più giusto che per altre canzoni, le quali è pur così giusto interpretare allegoricamente, prepararsi a vedere nella donna che scende come folgore, altra donna di quel che paia. Ma leggiamo la lettera.“Perchè al Signore non restino ascosi i legami del servo suo (servo il cui padrone era l'affetto vostro, la grazia vostra gratuita)[244], perchè le dicerie, una cosa riportata per un'altra, il che è semenzaio di false opinioni, non divulghino cheil servos'èfatto mettere, per non badarsi, in prigione; mi piacque al cospetto della Magnificenza vostra proporre questa specie d'oracolo di Sibilla.Quando io m'allontanai dal limitare della vostra corte, che dopo ebbi a sospirare (in essa voi vedeste quasi meravigliando che io ero libero,sebben vostro servo),[245]mentre senza più pensieri e precauzioni piantavo i piedi lungo le correnti d'Arno, a un tratto, ahimè! una donna, calando come folgore, apparse, non so come, conforme ai miei auspicii d'ogni parte per costumi e bellezza. Oh! quanto rimasi attonito all'apparir di lei! Ma lo stupore cessò al terrore del tuono che seguì. Chè, come ai lampi, nel giorno, subito succedono i tuoni, così veduta la fiamma della bellezza di costei, Amore terribile e imperioso mi tenne. E questo feroce, come signore cacciato dalla patria, dopo lungo esilio tornando alla sua terra, tutto ciò che dentro me trovò di contrario a lui, o uccise o sbandeggiò o imprigionò. E dunque uccise quel mio lodevole proposito, per il quale mi astenevo dalle donne e dai canti d'amore, e relegò empiamente, come sospette, quelle assidue meditazioni con le quali contemplavo le cose sì celestiali e sì terrene; e alfine, perchè l'anima mia più non gli si ribellasse, incatenò il mio libero arbitrio, sì che a me conviene volgermi, non dove voglio io, ma dove vuol lui. Dunque regna su me Amore; e in che modo mi governa, cercatelo più sotto, fuor di questa epistola„.Noi sappiamo quando e come egli si mise in “quelle assidue meditazioni„. Anche allora avvenne una battaglia. “Perocchè non subitamente nasceamore e fassi grande o viene perfetto, ma vuole alcuno tempo e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrarii che lo impediscono, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario...„. (Co. 2, 2) Il nuovo amore quella volta era per “la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„. (Co. 2, 16) L'amore per lei “trovando la vitadi Dantedisposta al suo ardore, a guisa di fuoco di picciola in gran fiamma s'accese„. (Co. 3, 1) Sappiamo quali di codesta donna erano gli occhi e il riso: “gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e 'l suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il qual è massimo bene in Paradiso„. (Co. 3, 15) E sappiamo che effetto aveva nell'anima di Dante quell'amore: “nellasuamente informava continue, nuove e altissime considerazioni di questa donna„, cioè della filosofia. (Co. 3, 12) Le assidue meditazioni, con le quali contemplava le cose sì celesti e sì terrene, sono ben codeste! Dunque Dante racconta a Moroello, in forma quasi d'oracolo, il contrario di ciò che avvenne allora, quando l'amore per una donna terrena, sebben morta, fu sopraffatto dall'amor d'un'altra donna, la quale ispirava “continue, nuove e altissime considerazioni„. Ora questo amore qui, ossia le assidue meditazioni con quel che segue, sono relegate come sospette da un altro amore. Poichè appunto il Convivio (dove erano e più avevanoa essere quelle continue considerazioni o assidue meditazioni) fu interrotto, è innegabile che nell'epistola a Moroello Dante dica appunto che ha interrotto il Convivio.Ma qual fu l'amor nuovo che l'interruppe? Dante lo dice chiaramente: è un reduce; è un signore del cuor suo, che n'era stato sbandeggiato, e ritorna terribile e imperioso “dopo lungo esilio„. E qui prorompe il grido che a noi esprimono le verità quando appariscono: è quello, è l'amor di Beatrice, è la mirabile Visione, è la divina Comedia!Non si obbietti, per carità, che nella Comedia, anzi, sono quelle continue considerazioni e assidue meditazioni. Per carità! Anche Beatrice prima del Convivio era simbolo di sapienza, anche i suoi occhi facevano vedere il paradiso: era lei quel che poi fu la donna gentile. Ma Dante de' suoi simboli fa quel che vuole. Nel Convivio mostra di non ricordarsi più che Beatrice era la sapienza; nella lettera a Moroello, finge di non saper più che le assidue meditazioni erano figurate negli occhi e riso e amor d'una donna.L'amor nuovo uccise quel lodevole proposito per il quale Dante s'asteneva da cantar donne. Il Convivio è comento a canzoni d'amore (non tutte anzi d'amore, anzi le più non d'amore ma di rettitudine o salute); ma l'amore è dichiarato per istudio e la donna amata per sapienza e filosofia. Ora se quest'amor nuovo è quello che darà il poema sacro, come può dirsi che Dante abbia mutato proposito? È un canto d'amore il poema sacro? Sì: canto d'amore, canto anzi di nozze, di pieno e intero soddisfacimento. È vero bensì che l'amore èstudiumeBeatrice èsapientia, ma è altrettanto vero che Dante non dichiara esso i suoi simboli, e che conduce l'opera sua, come s'egli rivedesse la sua donna morta, e non la sempreviva sapienza. E gli occhi e il riso di Beatrice, nel terzo regno, sono tal quali gli occhi e il riso della Donna gentile del Convivio;[246]ma che ci abbiamo a veder noi? È la stessa donna, ma Dante vuol che sia un'altra; lo stesso amore, tre volte, per buona metà, almeno, della Vita Nova, per il Convivio, per la Comedia; eppure Dante dice che furono tre, e che il secondo nacque in opposizion del primo, e il terzo in contrasto col secondo. Ed è vero tutte e due le volte: il Convivio tenne in sospeso e quasi che non abolì la Comedia; la Comedia interruppe il Convivio.Così il pensiero della Comedia sarebbe nato, cioè risorto, nelle alpi d'Appennino, lungo l'Arno, anzi alla fonte dell'Arno, d'un tratto, come folgore che scoscenda. Come in un baleno, Dante vide che quella era l'opera sua, e che esso era nato per lei, conforme in tutto a' suoi auspicii, cioè a' suoi desiderii, a' suoi fini, a' suoi studi.Moribus et forma: perchè materiata di filosofia morale; perchè formata di arte poetica. Dopo il lampo, nel quale egli vide quanto ella era bella, grande, sublime, seguì il tuono che atterrisce. Oh! quanto cammino da percorrere! quanti ostacoli da vincere! quanti drammi da raccontare! quante questioni da risolvere! quanti cuori da scrutare! quanti veri da approfondire! quante ire! quante lagrime! quante glorie! cielo e terra!tutto l'universo! Ed egli non pensa più ad altro: egli è prigioniero della sua idea; non ha più libero arbitrio.E leggiamo la canzone.[247]Nella prima stanza Dante invoca da Amore di poter esprimere lo stato dell'anima sua. Così nel Convivio dice: “siccome lo multiplicato incendio pur vuole di fuori mostrarsi, che stare ascoso è impossibile; volontà mi giunse di parlare d'Amore, il quale del tutto tenere non potea„. Il fatto è che questo, di parlare e confidarsi, è un vero bisogno di chi ama; e Dante, con questo, simboleggia l'altro pur imperioso bisogno di chi sa, che vuole scrivere e aprire agli altri quel che sa, quel che ha trovato e veduto. Onde anche nella Vita Nuova la beatitudine dell'amante consiste nelle parole che lodano l'amata; ossia la felicità del filosofo è ne' suoi studi e scritti filosofici, quando egli ha trovato e può manifestare alcuna verità agli uomini. Nella nostra canzone, ciò ch'egli ha a dire, è molto, è grande, è difficile: gli occorre, per dirlo,saverepari allavoglia. Ilduolo, cioè la passione d'amore che egli nutre, cioè il suo disegno di opera, solo con tantosaveresarà espresso dalle parolecomeegli losente. — Eh! non era impresa da pigliare a gabbo! —Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento.Si tratta d'un amore che non può finire con la morte, cioè il più grande che sia possibile; e si tratta, sì,d'un amore che affretterà la fine della vita mortale all'amatore; ma che importa?Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contentoMa chi mi scuserà, s'io non so direciò che mi fai sentire?La morte comune non è nulla; ma s'io non potrò o saprò colorire l'altissimo disegno, oh! quello sì che sarà un “perder vita„! Chi mi scuserà?Ma se mi dai parlar quanto tormento,cioè parole adeguate al mio concetto,fa, signor mio, che innanzi al mio morirequesta rea per me nol possa udire;chè, se intendesse ciò ch'io dentro ascolto,pietà faria men bello il suo bel volto.Il senso letterale è un concetto d'amore, che si può trovar piccolo e grande: “L'amata non sappia la pena che mi conduce a morire, se non quando sarò morto: e così la pietà che di me risentirebbe, non la turberà e non la farà men bella„. Ma per trovarlo ragionevole, questo concetto, dobbiamo scusarlo dicendo che è irragionevole, come il più de' pensieri d'amore. Ragionevole, invece, d'ogni parte, e profondo e grande, è il senso allegorico: “La Comedia (personificata in una donna) non sappia il tormento che mi costa: ella s'impietosirebbe e non vorrebbe che io morissi per lei; e invece io voglio morire, se morire significa compiere il poema sacro!„La seconda stanza:Io non posso fuggir, ch'ella non vegnanell'immagine mia,se non come il pensier che la vi mena.Anche qui il senso letterale non è gran che: “Io non posso non pensarci, perchè... ci penso.„ Ma allegoricamente, è altra cosa: “È una donna, questa mia, cui amare è quanto pensare. Ella è dunque sempre con me, come sempre con me è il mio pensiere„.L'anima folle, che al suo mal s'ingegnacom'ella è bella e riacosì dipinge, e forma la sua pena:poi la riguarda, e quando ella è ben pienadel gran desio, che dagli occhi le tira,incontro a sè s'adira,ch'ha fatto il foco, ov'ella trista incende.L'anima si figura questo poema, così come ha da essere bello e difficile: e fa il proprio danno, perchè lo riguarda, e così lo desidera, e così soffre. E continua dicendo che la ragione non ci può nulla, e che l'angoscia si manifesta con lamenti e lagrime. E nella terza stanza continua a narrare come questa “nemica figura„, che ha vinto il suo libero arbitrio (la virtù che vuole), lo conduca a suo talento, dove vuol ella e non esso. Egli è la neve che va al sole... Oh! di ciò si ricorderà nella Comedia, dicendo, che il poema l'ha fattomacro! È prigione, va a morire. Ma gli par di sentire parole di speranza... Chi le pronunzia? Oh! noi lo sappiamo, chi. È Virgilio, son le Muse, è il buon Apollo, è la coscienza del lungo studio e del grande amore e dell'alto ingegno! E nella quarta esprime il concetto del lampo e deltuono, della luce seguìta dalle tenebre; che è la visione del poema, intera e perfetta, seguìta dallo scoramento di chi deve ricostruirla a parte a parte.L'ultimo:Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,nella valle del fiumelungo il qual sempre sopra me sei forte.Perchè lungo l'Arno, l'Amore è più forte di Dante? Perchè lungo l'Arno egli già pensò la Comedia, ossia vide la mirabile Visione; e qui ora la ripensa, e qui la rivede.Qui vivo o morto, come vuoi, mi palpimercè del fiero lumeche folgorando fa via alla morte.Il fiero lume che uccide folgorando, è quel lampo dell'epistola e quel dolce riso della stanza precedente, seguiti ambedue dal tuono e dallo sbalordimento.Lasso! non donne qui, non genti accortevegg'io, a cui incresca del mio male:se a costei non ne cale,non spero mai da altrui aver soccorso.S'intende: solo l'adempimento del suo mirabile proposito, sola la Comedia, può consolarlo: nessun'altra felicità umana. E si noti che, intendendo a lettera, d'una donna vera, il concetto sarebbe ben puerile!E questa, sbandeggiata di tua corte,Signor, non cura colpo di tuo strale,fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,ch'ogni saetta li spunta suo corso,per che l'armato cuor da nulla è morso.Oh! questo si può dire, e si diceva su per giù, di qualunque donna che si dinegasse all'amatore; eppure le parole hanno un vigore speciale, quando sia tratto dal senso allegorico. La frase “sbandeggiata di tua corte„ significa, sì, nell'apparenza letterale, “insensibile all'amore„, ma non lo significa bene. Bene invece mostra l'altro significato: “non è una femmina come le altre: è un'idea„. E l'ultima espressione, più che una femmina orgogliosa e fredda, ci fa apparir dinanzi la volontà del Poeta, armata da tutto l'odio e da tutto l'amore, e dal desìo dell'arte e della gloria e della patria e della vendetta.Ed ora si oda il commiato:O montanina mia canzon, tu vai:forse vedrai Fiorenza la mia terra,che fuor di sè mi serra,vota d'amore, e nuda di pietate:se dentro v'entri, va dicendo: Omainon vi può fare il mio signor più guerra:là ond'io vegno una catena il serratal, che se piega vostra crudeltate,non ha di ritornar più libertate.Dalla fonte dell'Arno manda la canzone per la fiumana a trovar Fiorenza. Ella già dal 1311 ha rinnovata contro il Poeta la sentenza di morte, che doveva poi, nel 1315, estendere anche ai figli. Con la sua testa, per la quale già presentiva l'alloro immarcescibile, sarebbe dovuta cadere anche quella dei figli, cui in ogni caso faceva innocenti l'età novella. Ma esso, con le sue terribili lettere, non era, verso la patria, innocente: egli aveva fatto guerra alla guelfa città. Ed egli ora fa annunziare la tregua.Risponde, con questi versi, alla riforma di Baldo d'Aguglione. Dice: sta bene! La immensa idea del poema sacro lo incatena. Anche se i Fiorentini vorranno impietosirsi e richiamarlo, egli non verrà, se non compiuto il poema che non è ancora cominciato. Quando per più anni questo avrà fatto macro il suo signore, e il triplice regno dell'oltremondo sarà descritto, allora sì: certo essi lo vorranno tra loro il Poeta, cinto di gloria, e il Poeta tornerà, non come un bandito cui si perdona, ma come un trionfatore che s'incorona.L'Alpigiana che Dante amò nel suo anno quadragesimo ottavo, era dunque l'idea del suo poema, apparsagli come lampo tanto luminoso quanto rapido, seguito dal rimbombo confuso e lungo d'una meditazione piena di sgomento. Per una di quelle enormi ironie che la storia registra, nè altre ne conta più enorme di questa, la tradizione a questa Alpigiana eterea come il baleno, dalla voce di tuono che si franga tra l'alpi, prestò il gozzo, forse comune in alcuna di quelle vallate o borgate. La critica ha saputo distruggere la stolida credenza d'un amor volgare di Dante quasi vecchio, il quale ne scriva goffamente a Moroello; fosse egli il “vapor di vai di Magra„, uomo perciò grave e forte, o il giovanetto amico di Villafranca, unito al savio e dotto esule, come è verosimile, per la reverenza e l'ammirazione. A Moroello, invece, era ben naturale che Dante desse il nunzio della Comedia, come per oracolo, che forse egli solo al mondo poteva sciogliere. E qui alla probabilità sottentra l'evidenza.Moroello Malaspina, al quale indirizzò l'epistola e l'augurale canzone, è (senza entrare in questioni)per certo, dunque, un di quelli che l'aveva ospitato nel suo castello, che il poeta magnificando chiamacuria, di Lunigiana, alcuni anni prima. Mentre il Poeta là dimorava, avvenne ciò che narra il Boccaccio, così. Dante, egli narra, aveva cominciata, poi tralasciata la Comedia. “Ma non avvenne il poterne così tosto vedere il fine, come esso per avventura immaginò; perciò che mentre egli era più attento al glorioso lavoro, avendo già di quello sette canti composti, dei cento che deliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovvero fuga, per la quale egli, quella et ogni altra cosa abbandonata, incerto di sè medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma non potè la nemica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti: li quali con ammirazione leggendo, nè sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò a un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di Messer Lambertuccio, in que' tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduto Dino, e maravigliatosi sì per lo bello e pulito stile, sì per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante immaginò; e dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malaspina,non a lui, ma al marchese e l'accidente et il desiderio suo scrisse, e mandogli i sette canti. Li quali poichè il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandando se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine sì alto principio. Certo, disse Dante, io mi vedea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò sì per questa credenza, e sì per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma poichè inopinatamente innanzi mi sono ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, così avanti procederò. Creder si dee lui non senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la quale seguitando, così cominciò:Io dico seguitando ch'assai primaetc.; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa riconoscere„.[248]Togliete da questa narrazione ciò che è frasca e fantasia o logica del narratore; togliete specialmente ciò che cotesta fantasia ha aggiunto in contradizione coi fatti; per esempio che fossero i sette canti de' quali nel sesto Ciacco predice cose avvenute nell'anno del bando; la qual aggiunta si deve a quel principio del canto ottavo, che appunto il narratore cita; togliete quel che volete: la narrazionein fondo vi apparirà esatta.[249]Dante aveva intermessa la mirabile visione, sebbene, non per essere stato cacciato in esilio, sì per essersi incamminato nella via della vita civile. Però dal 1292 al '95, su per giù, aveva studiato con la mente a quella. È naturale quindi che avesse scritto alcunchè, delle sue grandi fantasie mistiche, in prosa e magari in versi. Questi appunti o questa bozza venuta sotto gli occhi di Dino di messer Lambertuccio, è naturale che lo facesse maravigliare “sì per lo bello e pulito stile, sì (aggiungiamo noi, specialmente) per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole, gli pareva sentire„. Ed è naturale che questi appunti o questa bozza non fosse d'opera che nel 1301 o '2 avesse alle mani (chè altrimenti l'avrebbe recata seco, dovunque egli fosse allora) sì di cosa da tempo intralasciata. Ma la verità lampeggia nella circostanza, che tale, comunque fosse cominciamento creduto della Comedia, si fosse mandato a Moroello, al quale è indirizzata la epistola sibillina e la canzone augurale. Queste fanno veder di essere rivolte a un iniziato, a uno che di tali cose avesse ragionato in altri tempi, e ora potesse comprendere. Dante con esse dice a Moroello: “Sì,quel poema di cui voi allora m'esortaste a riprender l'idea, sì, lo farò. Appena toccato l'Arno, l'antico amore m'ha ripreso. Ma qual terribil cosa! Ho lasciato il Convivio, e sotto la guida d'Amore comincio il gran viaggio. A voi è giusto che lo faccia sapere„.
Dicono che nell'Inferno non sono allusioni che vadano oltre il 1308, e che quindi nel 1308 la prima cantica era compiuta. Dove sono, io chiedo, nelle altre cantiche allusioni che vadano così lontano? Non si va, in esse, oltre il 1313, anno della morte di Arrigo. Dunque la Comedia era finita in quell'anno? Il fatto è che gli avvenimenti dopo il trecento non potendo essere accennati che a mo' di profezia, il Poeta non poteva abbondare in accennarli e profetarli. E tuttavia la prima cantica contiene un'allusione che va più in là della morte di Arrigo: quella della morte di Clemente, il Guasco che l'ingannò. Nicolò, il figliuol dell'orsa dice che sarà più il tempo da che egli sta sottosopra a cocersi i piedi, che non sarà quello che ci starà Bonifazio. Nicolò morto nel 1280 starà dunque sottosopra sino al 1303 nel qual anno morrà Bonifazio: dunque ventitrè anni. E Bonifazio dovendo star così sino alla morte di Clemente, che è per essere nel 1314, cistarà soli undici anni. Si allude qui, dunque, all'anno 1314. Ed è il canto XIX. (v. 76) C'è poi nel XXVIII il (v. 76) fatto di Guido e Angiolello mazzerati da Malatestino; il qual fatto è posto nel 1312. E a ogni modo è di quelli che Dante difficilmente poteva sapere fuor di Romagna e di Ravenna. Al qual proposito ricordo di nuovo Marcabò che è nominato a proposito di Piero, il cattano seminator di scandoli, prima de' duo miglior di Fano: (v. 73)
Rimembriti di Pier da Medicinase mai torni a veder lo dolce pianoche da Vercelli a Marcabò dichina.
Rimembriti di Pier da Medicinase mai torni a veder lo dolce pianoche da Vercelli a Marcabò dichina.
Invece di credere col Ricci, che queste parole non poterono essere scritte “che prima del 1309, mentre cioè Marcabò esisteva„,[239]io credo che non poterono essere scritte che dopo il 1313 o il '14, dopo, cioè, il tempo, che Dante ebbe conosciuti i Polentani e le loro gesta. Questa designazione che fa Dante della valle del Po, da Vercelli a un castello qualunque, deve essere spiegata come qualunque altra operazione mentale di qualunque omicciuolo. Perchè il pensiero di Dante si fissò in Vercelli e Marcabò? Vercelli altra volta ricorse alla penna dell'Alighieri: nella lettera ad Arrigo: “la qual (rabbia), poichè si sarà chetata sotto il flagello, rigonfierà a Vercelli, a Bergamo, altrove...„ Il nome di Vercelli è qui a mo' d'esempio, come un altro qualunque. Ma perchè si presentò al pensiero di Dante? Forse per il suo studio o forse per il suo assedio passato.E Marcabò, in quest'altro passo, in cui è accoppiato a Vercelli, perchè? Appunto, per la sua distruzione, fatta dai Polentani, coi quali ebbe che fare il cattano che cavalcando per la Romagna sommoveva tra loro, con sue lettere, Messer Malatesta da Rimino e Messer Guido da Ravenna. Sicchè è molto più ragionevole affermare che il verso fu scritto dopo il 1309, che dire che non potè essere scritto che prima.
Ma c'è, oltre le molte dichiarate più sopra, una nuova ragione positiva per affermare che la Comedia non fu cominciata che intorno alla morte di Arrigo: Dante stesso narra questo cominciamento!
Nel 1306 Dante era in Lunigiana, presso i Malaspina, come risulta da un atto del 6 ottobre di quell'anno, col quale egli è nominato procuratore dai marchesi Franceschino, Moroello e Corradino Malaspina per concludere la pace col Vescovo di Luni; pace che concluse. All'ospitalità, certo condegna, come di tali che adoperavano l'esule in così importanti negoziati, allude il Poeta nella Comedia. (Pur. 8, 115) Or v'è di lui una epistola latinaDomino Maroello Marchioni Malaspinae, la quale ha da esser posta insieme con quelle ai Principi, ai Fiorentini e ad Arrigo, e con quelle scritte per Gherardesca da Battifolle.[240]Non ha ella per vero la soscrizionesolita; perchè termina in tronco, presentando qualcos'altro, che secondo ogni probabilità, è un componimento poetico, la canzoneAmor, dacchè convien, in fondo alla quale, se mai, tal soscrizione è da cercare. Ed ella invero ha nel commiato:
O montanina mia Canzon, tu vai:forse vedrai Fiorenza la mia terra,
O montanina mia Canzon, tu vai:forse vedrai Fiorenza la mia terra,
e a principio dell'ultima stanza ha
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpinella valle del fiume;
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpinella valle del fiume;
i quali accenni equivalgono bene ain finibus Thusciae sub fonte Sarni. E corrispondono a questa frase dell'epistola:cum primum pedes iuxta Sarni fluenta securus et incautus defigerem.
La canzone,Amor, dacchè convien, è per certo ciò che Dante annunzia in fine all'epistola con le parole:Regnat itaque Amor in me, nulla refragante virtute; qualiterque me regat, inferius, extra sinum praesentium requiratis. Invero la canzone comincia
Amor, dacchè convien pur ch'io mi dogliaperchè la gente m'oda,e mostri med'ogni virtude spento.
Amor, dacchè convien pur ch'io mi dogliaperchè la gente m'oda,e mostri med'ogni virtude spento.
E nella seconda stanza c'è:
Quale argomento di ragion raffrenaove tanta tempesta in me si gira?
Quale argomento di ragion raffrenaove tanta tempesta in me si gira?
E nella terza:
La nemica figura che rimanevittoriosa e fera,e signoreggia la virtù che vuole.
La nemica figura che rimanevittoriosa e fera,e signoreggia la virtù che vuole.
E altrove sono altre imagini a dichiarare il concetto che è nelle parole:regnat... Amor in me nulla refragante virtute. Il poeta dice di sè, che è “in potere altrui„, che è feruto, senza vita, tutto tremante di paura, serrato da una catena, senza più libertà. E nella epistola, oltre che nella fine, sono di tai concetti anche più su. Vi si parla divincula, dinegligentem carceratum, diterrore, diAmor terribilis et imperiosus, didominuscheoccidit...expulit...ligavit...relegavit...liberum arbitrium ligavit; sì che al Poeta convien andare ove vuol lui, non dove vuol esso. Inoltre l'amore è raffigurato nell'epistola così: “una donna, come folgore che cada, m'apparve... Oh! quanto rimasi attonito nel mirarla! Ma lo stupore cessò col terrore del tuono che seguì il baleno. Chè come alle corruscazioni divine succedono subito i tuoni, così, veduta la fiamma della bellezza di lei, ecco l'Amore terribile e imperioso mi tenne„. E nella canzone, stanza quarta, dice che egli rimane senza vita, dopo che è feruto dagli occhi della “nemica figura„. Poi, l'anima torna al cuore, ma tutta smemorata. Esso si riprende a stento e trema tutto e impallidisce per il tuono che gli giunse addosso:
che se con dolce riso è stato mosso,lunga fiata poi rimane oscura (la faccia)perchè lo spirto non si rassicura.
che se con dolce riso è stato mosso,lunga fiata poi rimane oscura (la faccia)perchè lo spirto non si rassicura.
C'è qui dunque un lampeggiar di dolce riso, seguito da un rimbombo, che fa tremare, impallidire, stupire e dimenticare.
Che l'epistola e la canzone fossero composte nel Casentino, e al tempo della discesa di Arrigo,si conferma per questa notizia del Boccaccio: “troviamo lui sovente avere sospirato e massimamente dopo il suo esilio... vicino allo estremo della sua vita, nell'Alpi di Casentino per unaAlpigiana, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E per qualunque fu l'una di queste, compose più e più lodevoli cose in rima„. Di che si ricava che la canzoneAmor, dacchè convien, dove è tale intensa espressione d'amore improvviso e fiero, era interpretata, e da altri che dal Boccaccio, come veramente amorosa; e, ciò che più monta, si sapeva che era stata scritta nell'Alpi di Casentino, da lui vicino all'estremo della sua vita: nel tempo, dunque, come facilmente s'argomenta, che corre dal 1311 al 1313, quand'egli aveva da 46 a 48 anni.
Nell'epistola è un espressione sospetta al primo editore di quella:ad conspectum Magnificentiae vestrae presentisoraculi seriemplacuit destinare. Il Witte supponeoratiunculae. Male. Sìdestinaree sìseriemmostrano che sta beneoraculi. Il destino ofatumdefinisce Ciceroneordinem seriemque causarum.[241]Servio ha la definizione del fato secondo Iulio:fatum estconnexiorerum per aeternitatem, commentando l'oracolo di Eleno,[242]al versovolvitque vices, hic vertiturordo. E Dante sapeva come
al vento nelle foglie lievisi perdea la sentenzia di Sibilla.(Par. 33, 65)
al vento nelle foglie lievisi perdea la sentenzia di Sibilla.(Par. 33, 65)
Sapeva, egli che sapeva tutta quanta l'Eneida, chela Sibilla dopo aver scritte su foglie l'oracol suo,digerit in numerum, e finchè rimangon fermeneque abordinecedunt, si posson leggere.[243]Quest'idea di serie, ordine, connessione è accoppiata sì a fato sì a oracolo, che è interpretazione del fato. E ce ne persuade anche più il verbodestinare. Ricordiamo il racconto di Sinone, cui Calcante, dopo aver taciuto un pezzo,destinat arae. Ciò interpretando un “oracolo„, l'oracolo portato da Euripilo a cui Dante pensò altra volta. (Inf. 20, 112)Destinat, potè pensare Dante, è la parola che ci voleva per indicare un'assegnazione manifestata mediante l'oracolo; ed è perciò solenne e sacra dove d'oracoli si parli. E sta bene, dunque,oraculi seriem destinare. Ma che vuol dire? Vuol dire appunto “proporre a risolvere questo oracolo sibillino„. E quindi è giusto, più giusto che per altre canzoni, le quali è pur così giusto interpretare allegoricamente, prepararsi a vedere nella donna che scende come folgore, altra donna di quel che paia. Ma leggiamo la lettera.
“Perchè al Signore non restino ascosi i legami del servo suo (servo il cui padrone era l'affetto vostro, la grazia vostra gratuita)[244], perchè le dicerie, una cosa riportata per un'altra, il che è semenzaio di false opinioni, non divulghino cheil servos'èfatto mettere, per non badarsi, in prigione; mi piacque al cospetto della Magnificenza vostra proporre questa specie d'oracolo di Sibilla.
Quando io m'allontanai dal limitare della vostra corte, che dopo ebbi a sospirare (in essa voi vedeste quasi meravigliando che io ero libero,sebben vostro servo),[245]mentre senza più pensieri e precauzioni piantavo i piedi lungo le correnti d'Arno, a un tratto, ahimè! una donna, calando come folgore, apparse, non so come, conforme ai miei auspicii d'ogni parte per costumi e bellezza. Oh! quanto rimasi attonito all'apparir di lei! Ma lo stupore cessò al terrore del tuono che seguì. Chè, come ai lampi, nel giorno, subito succedono i tuoni, così veduta la fiamma della bellezza di costei, Amore terribile e imperioso mi tenne. E questo feroce, come signore cacciato dalla patria, dopo lungo esilio tornando alla sua terra, tutto ciò che dentro me trovò di contrario a lui, o uccise o sbandeggiò o imprigionò. E dunque uccise quel mio lodevole proposito, per il quale mi astenevo dalle donne e dai canti d'amore, e relegò empiamente, come sospette, quelle assidue meditazioni con le quali contemplavo le cose sì celestiali e sì terrene; e alfine, perchè l'anima mia più non gli si ribellasse, incatenò il mio libero arbitrio, sì che a me conviene volgermi, non dove voglio io, ma dove vuol lui. Dunque regna su me Amore; e in che modo mi governa, cercatelo più sotto, fuor di questa epistola„.
Noi sappiamo quando e come egli si mise in “quelle assidue meditazioni„. Anche allora avvenne una battaglia. “Perocchè non subitamente nasceamore e fassi grande o viene perfetto, ma vuole alcuno tempo e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrarii che lo impediscono, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era contrario...„. (Co. 2, 2) Il nuovo amore quella volta era per “la bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia„. (Co. 2, 16) L'amore per lei “trovando la vitadi Dantedisposta al suo ardore, a guisa di fuoco di picciola in gran fiamma s'accese„. (Co. 3, 1) Sappiamo quali di codesta donna erano gli occhi e il riso: “gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e 'l suo riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il qual è massimo bene in Paradiso„. (Co. 3, 15) E sappiamo che effetto aveva nell'anima di Dante quell'amore: “nellasuamente informava continue, nuove e altissime considerazioni di questa donna„, cioè della filosofia. (Co. 3, 12) Le assidue meditazioni, con le quali contemplava le cose sì celesti e sì terrene, sono ben codeste! Dunque Dante racconta a Moroello, in forma quasi d'oracolo, il contrario di ciò che avvenne allora, quando l'amore per una donna terrena, sebben morta, fu sopraffatto dall'amor d'un'altra donna, la quale ispirava “continue, nuove e altissime considerazioni„. Ora questo amore qui, ossia le assidue meditazioni con quel che segue, sono relegate come sospette da un altro amore. Poichè appunto il Convivio (dove erano e più avevanoa essere quelle continue considerazioni o assidue meditazioni) fu interrotto, è innegabile che nell'epistola a Moroello Dante dica appunto che ha interrotto il Convivio.
Ma qual fu l'amor nuovo che l'interruppe? Dante lo dice chiaramente: è un reduce; è un signore del cuor suo, che n'era stato sbandeggiato, e ritorna terribile e imperioso “dopo lungo esilio„. E qui prorompe il grido che a noi esprimono le verità quando appariscono: è quello, è l'amor di Beatrice, è la mirabile Visione, è la divina Comedia!
Non si obbietti, per carità, che nella Comedia, anzi, sono quelle continue considerazioni e assidue meditazioni. Per carità! Anche Beatrice prima del Convivio era simbolo di sapienza, anche i suoi occhi facevano vedere il paradiso: era lei quel che poi fu la donna gentile. Ma Dante de' suoi simboli fa quel che vuole. Nel Convivio mostra di non ricordarsi più che Beatrice era la sapienza; nella lettera a Moroello, finge di non saper più che le assidue meditazioni erano figurate negli occhi e riso e amor d'una donna.
L'amor nuovo uccise quel lodevole proposito per il quale Dante s'asteneva da cantar donne. Il Convivio è comento a canzoni d'amore (non tutte anzi d'amore, anzi le più non d'amore ma di rettitudine o salute); ma l'amore è dichiarato per istudio e la donna amata per sapienza e filosofia. Ora se quest'amor nuovo è quello che darà il poema sacro, come può dirsi che Dante abbia mutato proposito? È un canto d'amore il poema sacro? Sì: canto d'amore, canto anzi di nozze, di pieno e intero soddisfacimento. È vero bensì che l'amore èstudiumeBeatrice èsapientia, ma è altrettanto vero che Dante non dichiara esso i suoi simboli, e che conduce l'opera sua, come s'egli rivedesse la sua donna morta, e non la sempreviva sapienza. E gli occhi e il riso di Beatrice, nel terzo regno, sono tal quali gli occhi e il riso della Donna gentile del Convivio;[246]ma che ci abbiamo a veder noi? È la stessa donna, ma Dante vuol che sia un'altra; lo stesso amore, tre volte, per buona metà, almeno, della Vita Nova, per il Convivio, per la Comedia; eppure Dante dice che furono tre, e che il secondo nacque in opposizion del primo, e il terzo in contrasto col secondo. Ed è vero tutte e due le volte: il Convivio tenne in sospeso e quasi che non abolì la Comedia; la Comedia interruppe il Convivio.
Così il pensiero della Comedia sarebbe nato, cioè risorto, nelle alpi d'Appennino, lungo l'Arno, anzi alla fonte dell'Arno, d'un tratto, come folgore che scoscenda. Come in un baleno, Dante vide che quella era l'opera sua, e che esso era nato per lei, conforme in tutto a' suoi auspicii, cioè a' suoi desiderii, a' suoi fini, a' suoi studi.Moribus et forma: perchè materiata di filosofia morale; perchè formata di arte poetica. Dopo il lampo, nel quale egli vide quanto ella era bella, grande, sublime, seguì il tuono che atterrisce. Oh! quanto cammino da percorrere! quanti ostacoli da vincere! quanti drammi da raccontare! quante questioni da risolvere! quanti cuori da scrutare! quanti veri da approfondire! quante ire! quante lagrime! quante glorie! cielo e terra!tutto l'universo! Ed egli non pensa più ad altro: egli è prigioniero della sua idea; non ha più libero arbitrio.
E leggiamo la canzone.[247]Nella prima stanza Dante invoca da Amore di poter esprimere lo stato dell'anima sua. Così nel Convivio dice: “siccome lo multiplicato incendio pur vuole di fuori mostrarsi, che stare ascoso è impossibile; volontà mi giunse di parlare d'Amore, il quale del tutto tenere non potea„. Il fatto è che questo, di parlare e confidarsi, è un vero bisogno di chi ama; e Dante, con questo, simboleggia l'altro pur imperioso bisogno di chi sa, che vuole scrivere e aprire agli altri quel che sa, quel che ha trovato e veduto. Onde anche nella Vita Nuova la beatitudine dell'amante consiste nelle parole che lodano l'amata; ossia la felicità del filosofo è ne' suoi studi e scritti filosofici, quando egli ha trovato e può manifestare alcuna verità agli uomini. Nella nostra canzone, ciò ch'egli ha a dire, è molto, è grande, è difficile: gli occorre, per dirlo,saverepari allavoglia. Ilduolo, cioè la passione d'amore che egli nutre, cioè il suo disegno di opera, solo con tantosaveresarà espresso dalle parolecomeegli losente. — Eh! non era impresa da pigliare a gabbo! —
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento.
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento.
Si tratta d'un amore che non può finire con la morte, cioè il più grande che sia possibile; e si tratta, sì,d'un amore che affretterà la fine della vita mortale all'amatore; ma che importa?
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contentoMa chi mi scuserà, s'io non so direciò che mi fai sentire?
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contentoMa chi mi scuserà, s'io non so direciò che mi fai sentire?
La morte comune non è nulla; ma s'io non potrò o saprò colorire l'altissimo disegno, oh! quello sì che sarà un “perder vita„! Chi mi scuserà?
Ma se mi dai parlar quanto tormento,
Ma se mi dai parlar quanto tormento,
cioè parole adeguate al mio concetto,
fa, signor mio, che innanzi al mio morirequesta rea per me nol possa udire;chè, se intendesse ciò ch'io dentro ascolto,pietà faria men bello il suo bel volto.
fa, signor mio, che innanzi al mio morirequesta rea per me nol possa udire;chè, se intendesse ciò ch'io dentro ascolto,pietà faria men bello il suo bel volto.
Il senso letterale è un concetto d'amore, che si può trovar piccolo e grande: “L'amata non sappia la pena che mi conduce a morire, se non quando sarò morto: e così la pietà che di me risentirebbe, non la turberà e non la farà men bella„. Ma per trovarlo ragionevole, questo concetto, dobbiamo scusarlo dicendo che è irragionevole, come il più de' pensieri d'amore. Ragionevole, invece, d'ogni parte, e profondo e grande, è il senso allegorico: “La Comedia (personificata in una donna) non sappia il tormento che mi costa: ella s'impietosirebbe e non vorrebbe che io morissi per lei; e invece io voglio morire, se morire significa compiere il poema sacro!„
La seconda stanza:
Io non posso fuggir, ch'ella non vegnanell'immagine mia,se non come il pensier che la vi mena.
Io non posso fuggir, ch'ella non vegnanell'immagine mia,se non come il pensier che la vi mena.
Anche qui il senso letterale non è gran che: “Io non posso non pensarci, perchè... ci penso.„ Ma allegoricamente, è altra cosa: “È una donna, questa mia, cui amare è quanto pensare. Ella è dunque sempre con me, come sempre con me è il mio pensiere„.
L'anima folle, che al suo mal s'ingegnacom'ella è bella e riacosì dipinge, e forma la sua pena:poi la riguarda, e quando ella è ben pienadel gran desio, che dagli occhi le tira,incontro a sè s'adira,ch'ha fatto il foco, ov'ella trista incende.
L'anima folle, che al suo mal s'ingegnacom'ella è bella e riacosì dipinge, e forma la sua pena:poi la riguarda, e quando ella è ben pienadel gran desio, che dagli occhi le tira,incontro a sè s'adira,ch'ha fatto il foco, ov'ella trista incende.
L'anima si figura questo poema, così come ha da essere bello e difficile: e fa il proprio danno, perchè lo riguarda, e così lo desidera, e così soffre. E continua dicendo che la ragione non ci può nulla, e che l'angoscia si manifesta con lamenti e lagrime. E nella terza stanza continua a narrare come questa “nemica figura„, che ha vinto il suo libero arbitrio (la virtù che vuole), lo conduca a suo talento, dove vuol ella e non esso. Egli è la neve che va al sole... Oh! di ciò si ricorderà nella Comedia, dicendo, che il poema l'ha fattomacro! È prigione, va a morire. Ma gli par di sentire parole di speranza... Chi le pronunzia? Oh! noi lo sappiamo, chi. È Virgilio, son le Muse, è il buon Apollo, è la coscienza del lungo studio e del grande amore e dell'alto ingegno! E nella quarta esprime il concetto del lampo e deltuono, della luce seguìta dalle tenebre; che è la visione del poema, intera e perfetta, seguìta dallo scoramento di chi deve ricostruirla a parte a parte.
L'ultimo:
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,nella valle del fiumelungo il qual sempre sopra me sei forte.
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,nella valle del fiumelungo il qual sempre sopra me sei forte.
Perchè lungo l'Arno, l'Amore è più forte di Dante? Perchè lungo l'Arno egli già pensò la Comedia, ossia vide la mirabile Visione; e qui ora la ripensa, e qui la rivede.
Qui vivo o morto, come vuoi, mi palpimercè del fiero lumeche folgorando fa via alla morte.
Qui vivo o morto, come vuoi, mi palpimercè del fiero lumeche folgorando fa via alla morte.
Il fiero lume che uccide folgorando, è quel lampo dell'epistola e quel dolce riso della stanza precedente, seguiti ambedue dal tuono e dallo sbalordimento.
Lasso! non donne qui, non genti accortevegg'io, a cui incresca del mio male:se a costei non ne cale,non spero mai da altrui aver soccorso.
Lasso! non donne qui, non genti accortevegg'io, a cui incresca del mio male:se a costei non ne cale,non spero mai da altrui aver soccorso.
S'intende: solo l'adempimento del suo mirabile proposito, sola la Comedia, può consolarlo: nessun'altra felicità umana. E si noti che, intendendo a lettera, d'una donna vera, il concetto sarebbe ben puerile!
E questa, sbandeggiata di tua corte,Signor, non cura colpo di tuo strale,fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,ch'ogni saetta li spunta suo corso,per che l'armato cuor da nulla è morso.
E questa, sbandeggiata di tua corte,Signor, non cura colpo di tuo strale,fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,ch'ogni saetta li spunta suo corso,per che l'armato cuor da nulla è morso.
Oh! questo si può dire, e si diceva su per giù, di qualunque donna che si dinegasse all'amatore; eppure le parole hanno un vigore speciale, quando sia tratto dal senso allegorico. La frase “sbandeggiata di tua corte„ significa, sì, nell'apparenza letterale, “insensibile all'amore„, ma non lo significa bene. Bene invece mostra l'altro significato: “non è una femmina come le altre: è un'idea„. E l'ultima espressione, più che una femmina orgogliosa e fredda, ci fa apparir dinanzi la volontà del Poeta, armata da tutto l'odio e da tutto l'amore, e dal desìo dell'arte e della gloria e della patria e della vendetta.
Ed ora si oda il commiato:
O montanina mia canzon, tu vai:forse vedrai Fiorenza la mia terra,che fuor di sè mi serra,vota d'amore, e nuda di pietate:se dentro v'entri, va dicendo: Omainon vi può fare il mio signor più guerra:là ond'io vegno una catena il serratal, che se piega vostra crudeltate,non ha di ritornar più libertate.
O montanina mia canzon, tu vai:forse vedrai Fiorenza la mia terra,che fuor di sè mi serra,vota d'amore, e nuda di pietate:se dentro v'entri, va dicendo: Omainon vi può fare il mio signor più guerra:là ond'io vegno una catena il serratal, che se piega vostra crudeltate,non ha di ritornar più libertate.
Dalla fonte dell'Arno manda la canzone per la fiumana a trovar Fiorenza. Ella già dal 1311 ha rinnovata contro il Poeta la sentenza di morte, che doveva poi, nel 1315, estendere anche ai figli. Con la sua testa, per la quale già presentiva l'alloro immarcescibile, sarebbe dovuta cadere anche quella dei figli, cui in ogni caso faceva innocenti l'età novella. Ma esso, con le sue terribili lettere, non era, verso la patria, innocente: egli aveva fatto guerra alla guelfa città. Ed egli ora fa annunziare la tregua.Risponde, con questi versi, alla riforma di Baldo d'Aguglione. Dice: sta bene! La immensa idea del poema sacro lo incatena. Anche se i Fiorentini vorranno impietosirsi e richiamarlo, egli non verrà, se non compiuto il poema che non è ancora cominciato. Quando per più anni questo avrà fatto macro il suo signore, e il triplice regno dell'oltremondo sarà descritto, allora sì: certo essi lo vorranno tra loro il Poeta, cinto di gloria, e il Poeta tornerà, non come un bandito cui si perdona, ma come un trionfatore che s'incorona.
L'Alpigiana che Dante amò nel suo anno quadragesimo ottavo, era dunque l'idea del suo poema, apparsagli come lampo tanto luminoso quanto rapido, seguito dal rimbombo confuso e lungo d'una meditazione piena di sgomento. Per una di quelle enormi ironie che la storia registra, nè altre ne conta più enorme di questa, la tradizione a questa Alpigiana eterea come il baleno, dalla voce di tuono che si franga tra l'alpi, prestò il gozzo, forse comune in alcuna di quelle vallate o borgate. La critica ha saputo distruggere la stolida credenza d'un amor volgare di Dante quasi vecchio, il quale ne scriva goffamente a Moroello; fosse egli il “vapor di vai di Magra„, uomo perciò grave e forte, o il giovanetto amico di Villafranca, unito al savio e dotto esule, come è verosimile, per la reverenza e l'ammirazione. A Moroello, invece, era ben naturale che Dante desse il nunzio della Comedia, come per oracolo, che forse egli solo al mondo poteva sciogliere. E qui alla probabilità sottentra l'evidenza.
Moroello Malaspina, al quale indirizzò l'epistola e l'augurale canzone, è (senza entrare in questioni)per certo, dunque, un di quelli che l'aveva ospitato nel suo castello, che il poeta magnificando chiamacuria, di Lunigiana, alcuni anni prima. Mentre il Poeta là dimorava, avvenne ciò che narra il Boccaccio, così. Dante, egli narra, aveva cominciata, poi tralasciata la Comedia. “Ma non avvenne il poterne così tosto vedere il fine, come esso per avventura immaginò; perciò che mentre egli era più attento al glorioso lavoro, avendo già di quello sette canti composti, dei cento che deliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovvero fuga, per la quale egli, quella et ogni altra cosa abbandonata, incerto di sè medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma non potè la nemica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti: li quali con ammirazione leggendo, nè sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò a un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di Messer Lambertuccio, in que' tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduto Dino, e maravigliatosi sì per lo bello e pulito stile, sì per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante immaginò; e dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malaspina,non a lui, ma al marchese e l'accidente et il desiderio suo scrisse, e mandogli i sette canti. Li quali poichè il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandando se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine sì alto principio. Certo, disse Dante, io mi vedea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò sì per questa credenza, e sì per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma poichè inopinatamente innanzi mi sono ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, così avanti procederò. Creder si dee lui non senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la quale seguitando, così cominciò:Io dico seguitando ch'assai primaetc.; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa riconoscere„.[248]
Togliete da questa narrazione ciò che è frasca e fantasia o logica del narratore; togliete specialmente ciò che cotesta fantasia ha aggiunto in contradizione coi fatti; per esempio che fossero i sette canti de' quali nel sesto Ciacco predice cose avvenute nell'anno del bando; la qual aggiunta si deve a quel principio del canto ottavo, che appunto il narratore cita; togliete quel che volete: la narrazionein fondo vi apparirà esatta.[249]Dante aveva intermessa la mirabile visione, sebbene, non per essere stato cacciato in esilio, sì per essersi incamminato nella via della vita civile. Però dal 1292 al '95, su per giù, aveva studiato con la mente a quella. È naturale quindi che avesse scritto alcunchè, delle sue grandi fantasie mistiche, in prosa e magari in versi. Questi appunti o questa bozza venuta sotto gli occhi di Dino di messer Lambertuccio, è naturale che lo facesse maravigliare “sì per lo bello e pulito stile, sì (aggiungiamo noi, specialmente) per la profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole, gli pareva sentire„. Ed è naturale che questi appunti o questa bozza non fosse d'opera che nel 1301 o '2 avesse alle mani (chè altrimenti l'avrebbe recata seco, dovunque egli fosse allora) sì di cosa da tempo intralasciata. Ma la verità lampeggia nella circostanza, che tale, comunque fosse cominciamento creduto della Comedia, si fosse mandato a Moroello, al quale è indirizzata la epistola sibillina e la canzone augurale. Queste fanno veder di essere rivolte a un iniziato, a uno che di tali cose avesse ragionato in altri tempi, e ora potesse comprendere. Dante con esse dice a Moroello: “Sì,quel poema di cui voi allora m'esortaste a riprender l'idea, sì, lo farò. Appena toccato l'Arno, l'antico amore m'ha ripreso. Ma qual terribil cosa! Ho lasciato il Convivio, e sotto la guida d'Amore comincio il gran viaggio. A voi è giusto che lo faccia sapere„.