XXIII.LA SELVA E LA FORESTA

XXIII.LA SELVA E LA FORESTAIn Ravenna, nella città dove aveva già fatto l'ultimo nido l'aquila, prima che sotto lei Carlo Magno vincesse, Dante cominciò è finì il poema sacro che aveva ripensato nel Casentino, consolando con la visione giovanile il suo profondo dolore per la morte dell'alto Arrigo e per lo svanire d'ogni sua speranza. Lo cominciò disegnando, sin dal primo canto proemiale, e lo svolgimento del poema e, specialmente, la prima parte del viaggio, per cui lo condurrà Virgilio: da una selva a una foresta. Chè in vero a Virgilio che gli ha proposto questo viaggio e poi ha aggiunto che se vorrà, potrà salire anche al cielo, Dante, che per una ragione dottrinale non può volere ora ciò che vorrà allora, risponde:Poeta, i' ti richieggio,············che tu mi meni là dov'or dicesti,sì ch'io vegga la porta di San Pietroe color che tu fai cotanto mesti:il purgatorio, cioè, e l'inferno, come Virgilio gli ha proposto l'inferno e il purgatorio. La selva, con laquale il poema s'inizia, presuppone la foresta, con cui si chiude la seconda cantica.Il Poeta disegnando la selva oscura, dove il sole taceva, aveva già in mente la foresta che solo temperava agli occhi la luce; figurando quella come amara quasi quanto la morte, pensava quell'altra che è divina e viva; quella selvaggia, aspra e forte; quell'altra piena di odori, di brezze, di canti d'uccelli; quella che ci s'entra senza saper d'entrare e che si riguarda con orrore e si ripensa con paura; quell'altra che si è vaghi di cercar dentro e dintorno. Dante sin da quando sè rappresentava come naufrago in una valle, in un deserto, in un basso loco, sentiva frusciare la pineta “in sul lito di Chiassi„. Ciò a conferma, non a prova. Cominciò, dunque. Narrò di essersi ritrovato in una selva oscuranel mezzo del cammin di nostra vita,cioè a trentacinque anni, cioè nell'anno mille e trecento.[250]Il sole era in Ariete: era dunque l'equinozio. La notte che aveva passata con tanta pietà, fu uguale al dì che dal principio del mattino all'andarsene del giorno Dante passò nella piaggia diserta procedendo verso il colle e arretrando da quello sino alla selva.[251]Dante chiamerà poi decenne la sete che ebbe di Beatrice; (Pur. 32,2) Beatrice dirà, cheegli volse i passi per via non vera, tosto ch'ella morì. (Pur. 30, 124) Orbene: i dieci anni, dal 1290 al 1300, di traviamento, non sono da considerarsi tutti passati nella selva e nella notte, ma anche nella piaggia diserta e nel giorno, sino alla sera, nella quale, dopo un nuovo colloquio con Virgilio, entra nell'oltremondo. Il tempo passato nell'oltremondo va computato a parte: quei giorni, quanti che siano, sono di ventiquattr'ore, mentre la notte e il dì che lì precede sono un decennio intero. E poichè era l'equinozio, possiamo affermare che Dante affermi d'aver passato cinque anni nella selva e cinque nella piaggia diserta. Il che sembra veramente coincidere con l'entrata di Dante nella vita civile, la qual entrata fu nel 1295. E a puntino; perchè entrò o pensò d'entrare nella vita civile nella primavera, come nella primavera riprese via per la piaggia diserta.[252]In tal caso il verso “mi ritrovai per una selva oscura„ è più comprensivo che non paia. Selva, la cui imagine mal si può disgiungere da bestie selvaggie, indica nel primo verso, ciò che “valle„ nel colloquio con Brunetto: (Inf. 15, 30) sì la selva “fonda„ (Inf. 20, 129) e sì la piaggia diserta son tutte una selva: fonda, quella nella notte, e la luna, sebben piena, a stento mostrò la via; rada, questa, come si capisce dall'antitesi, sia che fonda indichi il mezzo, sia che indichi il folto.[253]Ma con ciò (intendiamoci!) non cessa la distinzione tra selva e piaggia. Solo si deve avvertire che bisogna aggiungere un aggettivo a selva traendolo, anche più che dalla sua asprezza e fortezza, dal tempo che Dante vi passò. Nella selva egli fu di notte, nella piaggia si trovò di giorno. Selva oscura, dunque: oscura, non ostante che ci fosse la luna, non ostante che la luna fosse piena;[254]perciò oscura, perchè molto spessa. E tuttavia il concetto d'oscurità proveniente dalla notte, predomina, così come spesso l'essenza mistica mal si accomoda sotto la pervenza letterale.Per dirla più esattamente, la selva della Comedia è quel medesimo che la selva del Convivio. Della quale il poeta così parla: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino...„. (Co. 4, 24) La selva erronea è la vita; la vita cosciente, nella quale si erra se non si è guidati. E così è la selva della Comedia: la vita, nella quale è l'oscuro e il chiaro, la via diritta e la via torta, anzi due grandi strade e molti tragetti. “Noi potemo avere in questa vita due felicità, secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò ne menano: l'una è la vita attiva, e l'altra la contemplativa„. (Co. 4, 17) Sono, le operazioni proprie di queste due vite, “vie spedite e direttissime a menare alla somma beatitudine,la quale qui non si puote avere„. (Co. 4, 22). Ora, queste due vie che menano tutte e due a Dio, Dante altrove chiama, e ben a ragione, “cammino(al singolare) di nostra vita„, che è volto al termine del suo sommo bene. (Co. 4, 12) Sicchè intende di tutte e due le vie, quando soggiunge: “Questo cammino si perde per errore, come la strada della terra: chè siccome da una città a un'altra di necessità è un'ottima e dirittissima via, e un'altra che sempre se ne dilunga, cioè quella che va nell'altra parte, e molte altre, qual meno allungandosi e qual meno appressandosi; così nella vita umana sono diversi cammini, delli quali uno è veracissimo e un altro fallacissimo, e certi men fallaci e certi men veraci. E siccome vedemo che quello che dirittissimo va alla città compie il desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può; così nella nostra vita avviene: lo buono camminatore giunge a termine e a posa; lo erroneo mai non la giugne, ma con molta fatica del suo animo sempre cogli occhi golosi si mira innanzi„. (Co. 4, 12) Intendiamo qui dunque che Dante parla di ognun dei due cammini, i quali hanno, come s'è visto, la meta comune; e per questa comunanza Dante li considera uno solo. E ognun di questi due cammini, della vita attiva e della contemplativa, è il veracissimo tra diversi cammini, e c'è con esso il fallacissimo, e certi men fallaci e certi men veraci. Il che torna a dire: Due vie ha la nostra vita. Tutte e due conducono a una meta nell'esistenza nostra oltremondana: a Dio. Ma in questa esistenza mondana conducono a due beatitudini diverse, una imperfetta, l'altra quasi perfetta. E ogni uomo, in ambedue levie, può andar verso la meta e può andare al punto opposto, o può prendere sentieri diversi, più o meno deviando e tardando.E Dante nella Comedia dice che nella selva della vita smarrì la strada, (a 35 anni?) e si ritrovò nella oscurità di essa selva, cioè in luogo dov'ella era selvaggia e aspra e forte e paurosa: poi, al mattino, fu all'orlo di essa selva, dove ella era men folta, e vide un colle illuminato dal sole, che è una delle due mete in questa esistenza. Ma questa meta non era quella che doveva e poteva raggiungere, e perciò la via che imprese nella piaggia diserta verso il colle, non era la via diritta. La via diritta, l'abbandonò pien di sonno. E questa via era quella cui seguendo, egli era “in dritta parte volto„; era l'altra via, la via della vita contemplativa. Dunque, riassumendo, Dante nella selva o valle della vita, prima era per quello dei due cammini, che mena alla felicità quasi perfetta od ottima in questa vita. Si smarrì. Entrò nel folto di essa selva, nel basso di essa valle. Ci si ritrovò, dopo una notte d'angoscia e di paura. Era, quando rinvenne dal suo errare, sull'orlo o sulla radura della selva, e per l'altro cammino, che conduce alla felicità buona, rispetto all'ottima, imperfetta, rispetto alla quasi perfetta. Quel cammino e' non potè tenere, sì che arretrando e ruinando veniva già a esser di nuovo nell'oscurità della selva e nella bassura della valle.[255]Che è la selva oscura nella quale Dante si smarrì deviando da quella diritta via, in cui quando camminava,egli era in dritta parte volto? la selva oscura dove il sol tace e che è in basso loco, nella quale tornava ruinando dopo essersi provato a salire il colle?Ella è, prima di tutto, oscura. È quasi morte. È piena di paura. È bassa. (Inf. 1, 14, 61)[256]Chi ci si aggira, è vile perchè ha paura, vilissimo perchè ne ha tanta (chi non segue il cammino mostratogli è vile); è cieco (naturalmente, perchè la selva è oscura), onde il Poeta fa l'altro viaggio “per non esser più cieco„; (Pur. 26, 58) è morto, poichè ella non lascia mai “persona viva„, ed ella è in vero tanto amara “che poco è più morte„; è servo, poichè Dante medesimo esclama ver Beatrice, che gli ha mandato Virgilio, quando il suo amico era volto per paura, e lì lì per morir di nuovo (Inf. 2, 64), cioè quando ruinava in basso loco; esclama:Tu m'hai di servo tratto a libertate!(Par. 31, 85)E invero Virgilio dice a Catone, che il suo discepolo andava cercando libertà (Pur. 1, 71); e libero invero lo proclama al termine del viaggio in cui esso gli è duce. (Pur. 27, 140) Sicchè la libertà Dante l'acquista (dovremmo dire, riacquista), già nell'orlo della divina foresta, non nell'empireo. Il che egli dice chiaramente a Beatrice stessa, affermando ch'ella lo trasse a libertà, mediatamente,per tutte quelle vie, per tutt'i modiche di ciò fare avean la potestate.(Par. 31, 86)E lo dichiara Beatrice, quando appunto in Virgilio rimette queste vie e questi modi:Or muovi, e con la tua parola ornatae con ciò ch'ha mestieri al suo campare,l'aiuta sì ch'io ne sia consolata.(Inf. 2, 67)Dante dunque divien libero (dovrei dire, ridiventa) sul grado superno della scala, col sole avanti che lo illumina in fronte. (Pur. 27, 125)Lo tuo piacere omai prendi per duce:gli dice Virgilio; ed esso profitta di quest'annunzio di libertà, mostrandosi subitovago già di cercar dentro e dintornola divina foresta spessa e viva(Pur. 28, 1)Ripensando che nella selva oscura entrò pien di sonno, ossia in istato d'incoscienza e di mancanza dilibertà d'arbitrio;[257]vediamo delinearsi la perfetta antitesi tra la selva oscura e la divina foresta; le quali sono tutte e due un'antica selva, (Pur. 28, 23) se l'una è l'Eden e l'altra è la selva erronea della vita. E da tale antitesi possiamo subito rilevare il senso allegorico della selva. La foresta dunque è l'Eden, è il luogo dove fu “innocentel'umanaradice„, (Pur. 28, 142) è, cioè, la sede dell'originale innocenza: la selva oscura è, dunque, la sede del peccato originale. Così chi è in essa, vale a dire, chiè nel peccato originale, è servo, cioè privo di libero arbitrio; è cieco, cioè privo del lume (diciamolo con Dante) che c'è dato a bene e a malizia. (Pur. 16, 75) Alla qual servitù e cecità equivalgono le altre due qualità di morto e di vile o impacciato dalla paura. Perchè la viltà impedisce ogni azione, cioè è contraria alla libertà; e la morte è lo stato di chi appunto è privo di quel lume, che è, con altre parole di Dante, “la virtù che consiglia„; (Pur. 18, 62) senza la quale l'uomo non potrebbe meritare, cioè vivere; senza la quale l'uomo non userebbe la ragione, cioè non vivrebbe; chè “vivere nell'uomo è ragione usare„. (Co. 4, 7) Possiamo dunque tenere sole le due espressioni; libero volere e lume a bene e a malizia, quali sono in questi terzetti: (Par. 16, 75)Lumev'è dato a bene ed a malizia,elibero volerche, se faticanelle prime battaglie col ciel dura,poi vince tutto, se ben si notrica.Dunque libero volere e lume, significati nelle grandi parole di Virgilio così: (Pur. 27, 131)Lo tuo piacere omai prendi per duce!...Vedi là il sol che in fronte ti riluce!Prima di procedere oltre, bisogna convincere quelli, i quali, osservando che ciechi, per esempio, sono chiamati da Dante peccatori d'altro che di peccato originale, rifiutinoa prioriquesta semplice evidente irrecusabile dichiarazione della selva oscura, quale si ricava subito dall'antitesi con la soleggiataforesta. Sì: ciechi sono detti i compagni di pena di Ciacco, che (Inf. 6, 91)gli diritti occhi torse allora in biechi:guardommi un poco; e poi chinò la testa:cadde con essa a par deglialtri ciechi.Si potrebbe rispondere che ciechi sono chiamati i golosi, non i dannati in genere, almen qui; ciechi per la medesima ragione per cui la femmina balba ha “gli occhi guerci„, (Pur. 19, 7) a dinotare l'offuscamento e perdita della vista portati dalla crapula; e che tal cecità deriva dalla medesima intenzione che mise a giacere in così sozza mistura quei peccatori, e li dipinse cogli occhi stravolti e col capo barellante e col corpo caduco; dalla medesima particolare intenzione che diede così mala luce agli eresiarche e forò le palpebre agl'invidi del purgatorio. Ma non appaghiamoci di queste ragioni. Cieco carcere (Inf. 10, 58; Pur. 23, 103) cieco mondo (Inf. 4, 13; 6, 93; 27, 25) è detto l'inferno: cieco fiume (Pur. 1, 40) il suo fiume. Se notte è nella selva, notte è nel regno dei morti; se tenebre sono nel limbo, tenebre son nell'inferno. (Inf. 5, 28 etc.) Dunque? Dunque bisogna ricordare che il peccato originale contiene virtualmente tutti i peccati attuali, perchè è il peccato.[258]È naturale, dunque, che sia la tenebra ne' peccati e peccatori attuali, se c'è nell'originale. Come è naturale che ci sia la servitù.Servi sono, ossia, privi di libertà, tutti i peccatori dell'inferno. Sono in fatti, per non dilungarci, in un carcere.Carcere cieco, è la formula esatta e comprensiva dell'inferno, luogo dove non è più volere e non più lume. Ma con ciò non si deve confondere il peccato, che è un difetto e non un reo, è un non fare, non un fare, di Virgilio e dei parvoli innocenti, che pur sono “nel primo cinghio del carcere cieco„, con gli altri prigionieri, tormentati e sepolti, del cieco carcere. Come non si deve credere che nella selva oscura ci sia altro che quel difetto di volere e di lume, che dicemmo. In verità, dicano quelli che vedono nella selva oscura ogni vizio, dicano, perchè non sono in essa le tre fiere, dicano perchè le fiere siano nella radura e non nel folto e si mostrino di giorno e non di notte. Ci sono nella selva oscura tutti i vizi e peccati fuor che quelli figurati nelle tre fiere? Questo, s'intende, chiedo a quelli che non credano ancora (suppongo che sian pochi) che le tre fiere siano tutto il peccato attuale.[259]Siano,invece, tre peccati speciali, invidia o lussuria, superbia, lussuria o avarizia, o quel che vogliano gl'interpreti; ma questi medesimi interpreti si propongano ora anche altri problemi; se tutti i peccati o vizi eran nella selva oscura, come mai questi tre son fuori, nella piaggia diserta? Oppure: quali son dentro, posto che dentro siano quelli che non son fuori? perchè gli uni sono figurati in una selva (vedremo che d'un solo peccato o d'una sola condizion d'animo, la selva può essere figurazione) e gli altri in bestie? perchè le bestie, delle quali una, anzi due, se non tutte e tre, amano predar di notte, Dante non le ha sentite ruggir nella notte e nel folto della selva selvaggia?[260]E s'ingegnino, e lascino, come è naturale, il tempo che trovano. Ovvero (anticipo una lortrovata) ovvero, la selva sarà il cumulo e il viluppo tenebroso de' peccati di Dante, e le tre fiere diverranno tre peccatialtruiche impediscano il gran peccatore, uscito fuor del pelago? Ma non insisto. Chiarire l'errore e le assurdità altrui non mi è mai sembrato che equivalga a dimostrare la verità e l'esattezza propria.Basti ripetere che la selva oscura e la notte passata con tanta pièta devono pur significare qualchecosa, e che questo qualche cosa non è la vita viziosa o altro di simile, se vizi o peccati sono le tre fiere che di giorno gli appariscono, sia pur nella selva, ma fuor del passo e non più nel fitto e nel buio. Ma dal confronto della selva con la foresta, risulta già che, come la foresta è la innocenza originale, così la selva è il peccato originale, che porta appunto servitù e oscurità; la qual servitù ed oscurità, o morte e paura, sono sì effetti portati anche dai peccati attuali, ma solo perchè i peccati attuali sono virtualmente compresi nel peccato originale. E diciamo intanto che con intenzione analoga a quella per la quale convertì in piante i suicidi e ne fece una dolorosa selva, Dante figurò in una selva oscura l'umana colpa, che fu un suicidio e che ebbe per effetto una condizion d'animo per cui si ricusa la vita, o non si è mai vivi.

In Ravenna, nella città dove aveva già fatto l'ultimo nido l'aquila, prima che sotto lei Carlo Magno vincesse, Dante cominciò è finì il poema sacro che aveva ripensato nel Casentino, consolando con la visione giovanile il suo profondo dolore per la morte dell'alto Arrigo e per lo svanire d'ogni sua speranza. Lo cominciò disegnando, sin dal primo canto proemiale, e lo svolgimento del poema e, specialmente, la prima parte del viaggio, per cui lo condurrà Virgilio: da una selva a una foresta. Chè in vero a Virgilio che gli ha proposto questo viaggio e poi ha aggiunto che se vorrà, potrà salire anche al cielo, Dante, che per una ragione dottrinale non può volere ora ciò che vorrà allora, risponde:

Poeta, i' ti richieggio,············che tu mi meni là dov'or dicesti,sì ch'io vegga la porta di San Pietroe color che tu fai cotanto mesti:

Poeta, i' ti richieggio,············che tu mi meni là dov'or dicesti,sì ch'io vegga la porta di San Pietroe color che tu fai cotanto mesti:

il purgatorio, cioè, e l'inferno, come Virgilio gli ha proposto l'inferno e il purgatorio. La selva, con laquale il poema s'inizia, presuppone la foresta, con cui si chiude la seconda cantica.

Il Poeta disegnando la selva oscura, dove il sole taceva, aveva già in mente la foresta che solo temperava agli occhi la luce; figurando quella come amara quasi quanto la morte, pensava quell'altra che è divina e viva; quella selvaggia, aspra e forte; quell'altra piena di odori, di brezze, di canti d'uccelli; quella che ci s'entra senza saper d'entrare e che si riguarda con orrore e si ripensa con paura; quell'altra che si è vaghi di cercar dentro e dintorno. Dante sin da quando sè rappresentava come naufrago in una valle, in un deserto, in un basso loco, sentiva frusciare la pineta “in sul lito di Chiassi„. Ciò a conferma, non a prova. Cominciò, dunque. Narrò di essersi ritrovato in una selva oscura

nel mezzo del cammin di nostra vita,

nel mezzo del cammin di nostra vita,

cioè a trentacinque anni, cioè nell'anno mille e trecento.[250]Il sole era in Ariete: era dunque l'equinozio. La notte che aveva passata con tanta pietà, fu uguale al dì che dal principio del mattino all'andarsene del giorno Dante passò nella piaggia diserta procedendo verso il colle e arretrando da quello sino alla selva.[251]Dante chiamerà poi decenne la sete che ebbe di Beatrice; (Pur. 32,2) Beatrice dirà, cheegli volse i passi per via non vera, tosto ch'ella morì. (Pur. 30, 124) Orbene: i dieci anni, dal 1290 al 1300, di traviamento, non sono da considerarsi tutti passati nella selva e nella notte, ma anche nella piaggia diserta e nel giorno, sino alla sera, nella quale, dopo un nuovo colloquio con Virgilio, entra nell'oltremondo. Il tempo passato nell'oltremondo va computato a parte: quei giorni, quanti che siano, sono di ventiquattr'ore, mentre la notte e il dì che lì precede sono un decennio intero. E poichè era l'equinozio, possiamo affermare che Dante affermi d'aver passato cinque anni nella selva e cinque nella piaggia diserta. Il che sembra veramente coincidere con l'entrata di Dante nella vita civile, la qual entrata fu nel 1295. E a puntino; perchè entrò o pensò d'entrare nella vita civile nella primavera, come nella primavera riprese via per la piaggia diserta.[252]

In tal caso il verso “mi ritrovai per una selva oscura„ è più comprensivo che non paia. Selva, la cui imagine mal si può disgiungere da bestie selvaggie, indica nel primo verso, ciò che “valle„ nel colloquio con Brunetto: (Inf. 15, 30) sì la selva “fonda„ (Inf. 20, 129) e sì la piaggia diserta son tutte una selva: fonda, quella nella notte, e la luna, sebben piena, a stento mostrò la via; rada, questa, come si capisce dall'antitesi, sia che fonda indichi il mezzo, sia che indichi il folto.[253]

Ma con ciò (intendiamoci!) non cessa la distinzione tra selva e piaggia. Solo si deve avvertire che bisogna aggiungere un aggettivo a selva traendolo, anche più che dalla sua asprezza e fortezza, dal tempo che Dante vi passò. Nella selva egli fu di notte, nella piaggia si trovò di giorno. Selva oscura, dunque: oscura, non ostante che ci fosse la luna, non ostante che la luna fosse piena;[254]perciò oscura, perchè molto spessa. E tuttavia il concetto d'oscurità proveniente dalla notte, predomina, così come spesso l'essenza mistica mal si accomoda sotto la pervenza letterale.

Per dirla più esattamente, la selva della Comedia è quel medesimo che la selva del Convivio. Della quale il poeta così parla: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino...„. (Co. 4, 24) La selva erronea è la vita; la vita cosciente, nella quale si erra se non si è guidati. E così è la selva della Comedia: la vita, nella quale è l'oscuro e il chiaro, la via diritta e la via torta, anzi due grandi strade e molti tragetti. “Noi potemo avere in questa vita due felicità, secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò ne menano: l'una è la vita attiva, e l'altra la contemplativa„. (Co. 4, 17) Sono, le operazioni proprie di queste due vite, “vie spedite e direttissime a menare alla somma beatitudine,la quale qui non si puote avere„. (Co. 4, 22). Ora, queste due vie che menano tutte e due a Dio, Dante altrove chiama, e ben a ragione, “cammino(al singolare) di nostra vita„, che è volto al termine del suo sommo bene. (Co. 4, 12) Sicchè intende di tutte e due le vie, quando soggiunge: “Questo cammino si perde per errore, come la strada della terra: chè siccome da una città a un'altra di necessità è un'ottima e dirittissima via, e un'altra che sempre se ne dilunga, cioè quella che va nell'altra parte, e molte altre, qual meno allungandosi e qual meno appressandosi; così nella vita umana sono diversi cammini, delli quali uno è veracissimo e un altro fallacissimo, e certi men fallaci e certi men veraci. E siccome vedemo che quello che dirittissimo va alla città compie il desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può; così nella nostra vita avviene: lo buono camminatore giunge a termine e a posa; lo erroneo mai non la giugne, ma con molta fatica del suo animo sempre cogli occhi golosi si mira innanzi„. (Co. 4, 12) Intendiamo qui dunque che Dante parla di ognun dei due cammini, i quali hanno, come s'è visto, la meta comune; e per questa comunanza Dante li considera uno solo. E ognun di questi due cammini, della vita attiva e della contemplativa, è il veracissimo tra diversi cammini, e c'è con esso il fallacissimo, e certi men fallaci e certi men veraci. Il che torna a dire: Due vie ha la nostra vita. Tutte e due conducono a una meta nell'esistenza nostra oltremondana: a Dio. Ma in questa esistenza mondana conducono a due beatitudini diverse, una imperfetta, l'altra quasi perfetta. E ogni uomo, in ambedue levie, può andar verso la meta e può andare al punto opposto, o può prendere sentieri diversi, più o meno deviando e tardando.

E Dante nella Comedia dice che nella selva della vita smarrì la strada, (a 35 anni?) e si ritrovò nella oscurità di essa selva, cioè in luogo dov'ella era selvaggia e aspra e forte e paurosa: poi, al mattino, fu all'orlo di essa selva, dove ella era men folta, e vide un colle illuminato dal sole, che è una delle due mete in questa esistenza. Ma questa meta non era quella che doveva e poteva raggiungere, e perciò la via che imprese nella piaggia diserta verso il colle, non era la via diritta. La via diritta, l'abbandonò pien di sonno. E questa via era quella cui seguendo, egli era “in dritta parte volto„; era l'altra via, la via della vita contemplativa. Dunque, riassumendo, Dante nella selva o valle della vita, prima era per quello dei due cammini, che mena alla felicità quasi perfetta od ottima in questa vita. Si smarrì. Entrò nel folto di essa selva, nel basso di essa valle. Ci si ritrovò, dopo una notte d'angoscia e di paura. Era, quando rinvenne dal suo errare, sull'orlo o sulla radura della selva, e per l'altro cammino, che conduce alla felicità buona, rispetto all'ottima, imperfetta, rispetto alla quasi perfetta. Quel cammino e' non potè tenere, sì che arretrando e ruinando veniva già a esser di nuovo nell'oscurità della selva e nella bassura della valle.[255]

Che è la selva oscura nella quale Dante si smarrì deviando da quella diritta via, in cui quando camminava,egli era in dritta parte volto? la selva oscura dove il sol tace e che è in basso loco, nella quale tornava ruinando dopo essersi provato a salire il colle?

Ella è, prima di tutto, oscura. È quasi morte. È piena di paura. È bassa. (Inf. 1, 14, 61)[256]Chi ci si aggira, è vile perchè ha paura, vilissimo perchè ne ha tanta (chi non segue il cammino mostratogli è vile); è cieco (naturalmente, perchè la selva è oscura), onde il Poeta fa l'altro viaggio “per non esser più cieco„; (Pur. 26, 58) è morto, poichè ella non lascia mai “persona viva„, ed ella è in vero tanto amara “che poco è più morte„; è servo, poichè Dante medesimo esclama ver Beatrice, che gli ha mandato Virgilio, quando il suo amico era volto per paura, e lì lì per morir di nuovo (Inf. 2, 64), cioè quando ruinava in basso loco; esclama:

Tu m'hai di servo tratto a libertate!(Par. 31, 85)

Tu m'hai di servo tratto a libertate!(Par. 31, 85)

E invero Virgilio dice a Catone, che il suo discepolo andava cercando libertà (Pur. 1, 71); e libero invero lo proclama al termine del viaggio in cui esso gli è duce. (Pur. 27, 140) Sicchè la libertà Dante l'acquista (dovremmo dire, riacquista), già nell'orlo della divina foresta, non nell'empireo. Il che egli dice chiaramente a Beatrice stessa, affermando ch'ella lo trasse a libertà, mediatamente,

per tutte quelle vie, per tutt'i modiche di ciò fare avean la potestate.(Par. 31, 86)

per tutte quelle vie, per tutt'i modiche di ciò fare avean la potestate.(Par. 31, 86)

E lo dichiara Beatrice, quando appunto in Virgilio rimette queste vie e questi modi:

Or muovi, e con la tua parola ornatae con ciò ch'ha mestieri al suo campare,l'aiuta sì ch'io ne sia consolata.(Inf. 2, 67)

Or muovi, e con la tua parola ornatae con ciò ch'ha mestieri al suo campare,l'aiuta sì ch'io ne sia consolata.(Inf. 2, 67)

Dante dunque divien libero (dovrei dire, ridiventa) sul grado superno della scala, col sole avanti che lo illumina in fronte. (Pur. 27, 125)

Lo tuo piacere omai prendi per duce:

Lo tuo piacere omai prendi per duce:

gli dice Virgilio; ed esso profitta di quest'annunzio di libertà, mostrandosi subito

vago già di cercar dentro e dintornola divina foresta spessa e viva(Pur. 28, 1)

vago già di cercar dentro e dintornola divina foresta spessa e viva(Pur. 28, 1)

Ripensando che nella selva oscura entrò pien di sonno, ossia in istato d'incoscienza e di mancanza dilibertà d'arbitrio;[257]vediamo delinearsi la perfetta antitesi tra la selva oscura e la divina foresta; le quali sono tutte e due un'antica selva, (Pur. 28, 23) se l'una è l'Eden e l'altra è la selva erronea della vita. E da tale antitesi possiamo subito rilevare il senso allegorico della selva. La foresta dunque è l'Eden, è il luogo dove fu “innocentel'umanaradice„, (Pur. 28, 142) è, cioè, la sede dell'originale innocenza: la selva oscura è, dunque, la sede del peccato originale. Così chi è in essa, vale a dire, chiè nel peccato originale, è servo, cioè privo di libero arbitrio; è cieco, cioè privo del lume (diciamolo con Dante) che c'è dato a bene e a malizia. (Pur. 16, 75) Alla qual servitù e cecità equivalgono le altre due qualità di morto e di vile o impacciato dalla paura. Perchè la viltà impedisce ogni azione, cioè è contraria alla libertà; e la morte è lo stato di chi appunto è privo di quel lume, che è, con altre parole di Dante, “la virtù che consiglia„; (Pur. 18, 62) senza la quale l'uomo non potrebbe meritare, cioè vivere; senza la quale l'uomo non userebbe la ragione, cioè non vivrebbe; chè “vivere nell'uomo è ragione usare„. (Co. 4, 7) Possiamo dunque tenere sole le due espressioni; libero volere e lume a bene e a malizia, quali sono in questi terzetti: (Par. 16, 75)

Lumev'è dato a bene ed a malizia,elibero volerche, se faticanelle prime battaglie col ciel dura,poi vince tutto, se ben si notrica.

Lumev'è dato a bene ed a malizia,

elibero volerche, se faticanelle prime battaglie col ciel dura,poi vince tutto, se ben si notrica.

Dunque libero volere e lume, significati nelle grandi parole di Virgilio così: (Pur. 27, 131)

Lo tuo piacere omai prendi per duce!...Vedi là il sol che in fronte ti riluce!

Lo tuo piacere omai prendi per duce!...Vedi là il sol che in fronte ti riluce!

Prima di procedere oltre, bisogna convincere quelli, i quali, osservando che ciechi, per esempio, sono chiamati da Dante peccatori d'altro che di peccato originale, rifiutinoa prioriquesta semplice evidente irrecusabile dichiarazione della selva oscura, quale si ricava subito dall'antitesi con la soleggiataforesta. Sì: ciechi sono detti i compagni di pena di Ciacco, che (Inf. 6, 91)

gli diritti occhi torse allora in biechi:guardommi un poco; e poi chinò la testa:cadde con essa a par deglialtri ciechi.

gli diritti occhi torse allora in biechi:guardommi un poco; e poi chinò la testa:cadde con essa a par deglialtri ciechi.

Si potrebbe rispondere che ciechi sono chiamati i golosi, non i dannati in genere, almen qui; ciechi per la medesima ragione per cui la femmina balba ha “gli occhi guerci„, (Pur. 19, 7) a dinotare l'offuscamento e perdita della vista portati dalla crapula; e che tal cecità deriva dalla medesima intenzione che mise a giacere in così sozza mistura quei peccatori, e li dipinse cogli occhi stravolti e col capo barellante e col corpo caduco; dalla medesima particolare intenzione che diede così mala luce agli eresiarche e forò le palpebre agl'invidi del purgatorio. Ma non appaghiamoci di queste ragioni. Cieco carcere (Inf. 10, 58; Pur. 23, 103) cieco mondo (Inf. 4, 13; 6, 93; 27, 25) è detto l'inferno: cieco fiume (Pur. 1, 40) il suo fiume. Se notte è nella selva, notte è nel regno dei morti; se tenebre sono nel limbo, tenebre son nell'inferno. (Inf. 5, 28 etc.) Dunque? Dunque bisogna ricordare che il peccato originale contiene virtualmente tutti i peccati attuali, perchè è il peccato.[258]È naturale, dunque, che sia la tenebra ne' peccati e peccatori attuali, se c'è nell'originale. Come è naturale che ci sia la servitù.Servi sono, ossia, privi di libertà, tutti i peccatori dell'inferno. Sono in fatti, per non dilungarci, in un carcere.Carcere cieco, è la formula esatta e comprensiva dell'inferno, luogo dove non è più volere e non più lume. Ma con ciò non si deve confondere il peccato, che è un difetto e non un reo, è un non fare, non un fare, di Virgilio e dei parvoli innocenti, che pur sono “nel primo cinghio del carcere cieco„, con gli altri prigionieri, tormentati e sepolti, del cieco carcere. Come non si deve credere che nella selva oscura ci sia altro che quel difetto di volere e di lume, che dicemmo. In verità, dicano quelli che vedono nella selva oscura ogni vizio, dicano, perchè non sono in essa le tre fiere, dicano perchè le fiere siano nella radura e non nel folto e si mostrino di giorno e non di notte. Ci sono nella selva oscura tutti i vizi e peccati fuor che quelli figurati nelle tre fiere? Questo, s'intende, chiedo a quelli che non credano ancora (suppongo che sian pochi) che le tre fiere siano tutto il peccato attuale.[259]Siano,invece, tre peccati speciali, invidia o lussuria, superbia, lussuria o avarizia, o quel che vogliano gl'interpreti; ma questi medesimi interpreti si propongano ora anche altri problemi; se tutti i peccati o vizi eran nella selva oscura, come mai questi tre son fuori, nella piaggia diserta? Oppure: quali son dentro, posto che dentro siano quelli che non son fuori? perchè gli uni sono figurati in una selva (vedremo che d'un solo peccato o d'una sola condizion d'animo, la selva può essere figurazione) e gli altri in bestie? perchè le bestie, delle quali una, anzi due, se non tutte e tre, amano predar di notte, Dante non le ha sentite ruggir nella notte e nel folto della selva selvaggia?[260]E s'ingegnino, e lascino, come è naturale, il tempo che trovano. Ovvero (anticipo una lortrovata) ovvero, la selva sarà il cumulo e il viluppo tenebroso de' peccati di Dante, e le tre fiere diverranno tre peccatialtruiche impediscano il gran peccatore, uscito fuor del pelago? Ma non insisto. Chiarire l'errore e le assurdità altrui non mi è mai sembrato che equivalga a dimostrare la verità e l'esattezza propria.

Basti ripetere che la selva oscura e la notte passata con tanta pièta devono pur significare qualchecosa, e che questo qualche cosa non è la vita viziosa o altro di simile, se vizi o peccati sono le tre fiere che di giorno gli appariscono, sia pur nella selva, ma fuor del passo e non più nel fitto e nel buio. Ma dal confronto della selva con la foresta, risulta già che, come la foresta è la innocenza originale, così la selva è il peccato originale, che porta appunto servitù e oscurità; la qual servitù ed oscurità, o morte e paura, sono sì effetti portati anche dai peccati attuali, ma solo perchè i peccati attuali sono virtualmente compresi nel peccato originale. E diciamo intanto che con intenzione analoga a quella per la quale convertì in piante i suicidi e ne fece una dolorosa selva, Dante figurò in una selva oscura l'umana colpa, che fu un suicidio e che ebbe per effetto una condizion d'animo per cui si ricusa la vita, o non si è mai vivi.


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