XXIV.L'UMANA COLPAMa si domanda: O che Dante non era stato battezzato? Nomina pure il fonte del suo battesmo! E se era stato battezzato, non aveva egli il lume al bene ed a malizia e il libero volere? E come dunque errava nella selva del peccato originale.Dai teologi (che putono a certi Dantisti i quali, suppongo, studierebbero la storia prescindendo dalle iscrizioni e dai diplomi), dai teologi prendiamo questa definizione: Il peccato originale èlanguor naturae.[261]Si consideri come lo stato di Dante nella selva oscura, stato che cominciò col sonno e finì con tanta lassitudine di corpo e tanto affanno di lena, risponda a tal definizione. Ora il battesimo toglie tal languore? tal malattia, come il dottore anche si esprime? Rispondiamo col buon senso, che è più accetto che i teologi: no. Se il battesimo sanasse questa malattia e questo languore, col peccato originale sarebbe abolito anche ogni specie di peccato attuale. Poichè il peccato originale portò nel mondo la possibilità degli altri peccati, se quello non era, questa non sarebbe. Ora il battesimo toglie il primo e non toglie la seconda; toglie dunque la labe, non toglie il languore. Ma lasciamo anche il buon senso, che è molto infido, poichè il buon senso nostro può non essere quello di Dante; e spieghiamo Dante con Dante.La condizione dell'uomo macchiato dalla colpa originale è descritta dal Poeta, in poche parole, così. Egli fa dire a Virgilio: (Pur. 7, 25)Non per far,ma per non fare, ho perdutodi veder l'alto sol che tu desiri,e che fu tardi da me conosciuto.Luogo è laggiù non tristo da martiri,ma di tenebre solo, ove i lamentinon suonan come guai ma son sospiri.Quivi sto io co' parvoli innocentida' denti morsi della morte, avanteche fosser dell'umana colpa esenti.Dunque, Virgilionon fece. E Dante al medesimo fa dire altrove: (Pur. 3, 38)Se potuto aveste veder tuttomestier non era partorir Maria;e disiar vedeste senza fruttotal che sarebbe lordisioquetato,ch'eternamente è dato lor per lutto.Questodisioch'ebbero i non battezzati in vita, e hanno in morte per castigo (vivono con disio senza speme), è quel medesimo che è detto nell'altro passo riferito:di veder l'alto Sole. Dunque in vita desiderarono invano e invano sospirano in morte il sole, il lume: quel lume che vien dal sereno, e che se dal sereno non viene non è lume ma è tenebra; (Par. 19, 64) quel lume, nel fatto, che è nel limbo (Inf. 4, 68, 103, 116) e che pur non impedisce che sia luogo di tenebre. (Pur. 7, 29)[262]Insomma il macchiato della colpa originale, è nel limbo per non aver fatto e per non aver veduto il lume. Questo non fare e non vedere sono appunto ciò che S. Agostino chiamadifficultaseignorantia,[263]le quali sonopoenaliadel peccato cui la nostra natura “peccò tota nel seme suo„, cioè in Adamo. (Pur. 7, 85) E così almeno per l'ignoranza, vediamo che Dante acconsente al santo padre, nel concetto di tal penalità, dando per lutto a quelli che desiderarono invanola luce questo medesimo desiderio di luce, il quale a sua volta era pena anche in lor vivente; pena e non destino o necessità.Ora questadifficultase questaignorantiasopravivono al battesimo? Rileggiamo: (Pur. 16, 75)Lume v'è dato a bene ed a malizia,e libero voler che, sefaticanelle prime battaglie col ciel dura,poi vince tutto, se ben si notrica.Il volere, per quanto libero e per quanto illuminato, dura fatica, cioè prova difficoltà. Ma chi lo libera, il volere, chi lo illumina? Il battesimo che ha “virtù illuminativa e fecondativa alle buone opere„.[264]Dunque, secondo Dante e secondo tutti i padri e i dottori, anche dopo il battesimo la volontà umana, in conseguenza dell'umana colpa, deve faticare per conservare, diciamo, quel lume e quella libertà, provando sempre difficoltà e ignoranza.E Dante dice, quando:nelle prime battaglie. Dice, che bisogna notricarlo, il volere; e notricare è parola di fanciullezza. E in verità Marco Lombardo continua la sua spiegazione (Pur. 16, 85) così:Esce di mano a lui che la vagheggiaprima che sia, a guisa difanciullache piangendo e ridendopargoleggia,l'anima semplicetta che sa nulla,salvo che mossa da lieto fattorevolentier torna a ciò che la trastulla.Di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e dietro ad esso corre...La metafora è cambiata: non si parla più di battaglie e di nutrimento; ma si tratta della stessa cosa. Il cielo ha iniziati i movimenti di quest'anima semplicetta. Ella, per quest'impulso, corre a un bene. S'inganna, cioè non si fa illuminare da quel lume che c'è dato a bene ed a malizia. Corre dietro ad esso falso bene, falso perchè picciolo, mentre è creduto grande. Corre, cioè non fatica a trattenersi e non vince quella prima battaglia. Ha avuto la luce e la libertà, cioè il battesimo; ma non ne usa. Quando? Quando è più necessario che mai, ch'ella non siacorriva; nell'età che decide sovente di tutta la vita; nella primavera o nell'adolescenza in cui si forma l'avvenir della pianta o dell'uomo. Quand'ell'è fanciulla e semplicetta, quando bisogna ch'ella fatichi e si notrichi. E anche questa fatica e questo nutrimento sono per lo più vani,se guida o fren non torce il suo amore.Onde convenne legge per fren porre,convenne rege aver, chediscernessedella vera cittade almen la torre.Ci vuole una guida, chediscernaper lei; è necessario un lume altrui, poichè il suo non vale. Ci vuole una legge per freno; è necessario un voler altrui, che aiuti il suo a durar quella fatica e a vincer quelle prime battaglie. Ora nessuno, spero, dirà che sono sottile e oscuro se affermo che questa guida direche discerne, è ciò che i filosofi chiamano prudenzaregnativa, e quel freno dileggeche dirige l'amore dell'anima, è ciò che i filosofi dicono giustizialegale.[265]E ognuno consentirà nel vedere l'identità del discorso di Marco Lombardo con l'argomentazione del librode Monarchia:[266]“Ogni concordia dipende dall'unità che è nei voleri. Il genere umano, quando meglio vive, è una cotal concordia; chè come un individuo, quando meglio vive, sì rispetto all'anima sì rispetto al corpo, è una cotal concordia (la qual concordia, aggiungo, è procacciata dal reggere della prudenza individuale), e similmente una casa, una città, un regno (prudenza economica e politica); così tutto il genere umano. Dunque il genere umano, quando meglio vive, dipende dall'unità che è nei voleri. Ma questo non può essere, se non c'è un volere unico, signore e regolatore di tutti gli altri in uno; poichèle volontà dei mortali per le blande dilettazioni dell'adolescenza hanno bisogno di direzione, come il Filosofo insegna nell'ultimo libro a Nicomaco. Nè può esistere questo unico volere, se non c'è un unico principe, il cui volere sia signore e regolatore di tutti gli altri„; (M. 1, 17) se non c'è insomma una cotale incarnazione della prudenza rettrice e regolatrice.Marco Lombardo doveva rispondere al dubbio di Dante, qual fosse la cagione per che il mondo era “così tutto diserto d'ogni vertude„; e risponde perciò, dimostrando perchè “il mondo presentedisvia„, e non perchè disvia il singolo uomo,unus homo; ma è tutto un perchè, per sìunus homoe sìdomusecivitaseregnumegenus humanum. E il perchè è il manco di lume che discerna e di volere che vinca; e ciò per l'ignoranza e difficoltà, penali della prima colpa, le quali persistono oltre il battesimo.Ora la selva oscura è questa ignoranza, la selva aspra e forte è questa difficoltà. È il peccato originale nelle sue conseguenze. È dunque un uomo, non il mondo presente, che disvia; ma, considerando che quest'uomo che si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita„, sembra un uomo tipico, l'umanità in genere; possiamo dire, sì che è il mondo d'allora che disviava. L'uomo disvia: la diritta via era smarrita. L'uomo entrò nella selva pien di sonno: s'ingannò e corse dietro al primo picciol bene di cui sentì sapore. E più l'esatta somiglianza vedremo tra il mondo presente descritto da Marco, e Dante che si smarrisce nella selva, se ricorderemo le parole on cui Beatrice rimprovera a Dante il suo disviare. (Pur. 30, 121)Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a luimeco il menava in dritta parte volto.Dante aveva, prima di disviare, una guida o freno che torceva il suo amore, sì che esso non correva dove sentiva sapore di picciol bene.Sì tosto come in su la soglia fuidi mia seconda etade e mutai vita,questi si tolse a me, e diessi altrui.Ciò, dunque, dieci anni prima, quando Dante aveva venticinque anni, quando era appena entrato anche lui nella giovinezza, quando insomma avevano ancor luogo quelle blande dilettazioni dell'adolescenza, che fan necessaria la direzione d'alcuno.Quando di carne a spirto era salita,e bellezza e virtù cresciuta m'era,fu' io a lui men cara e men gradita.S'ingannava, dunque, Dante, poichè trovava men bellezza e men virtù, dove la bellezza e la virtù erano cresciute.E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false,che nulla promission rendono intera:S'ingannava, dunque, s'ingannava: correva dietro al picciol bene, cioè a imagini false di bene, che si trovano poi vane. S'ingannava: l'afferma Beatrice parlando a lui per punta: (Pur. 31, 22)Per dentro i miei disiriche ti menavano ad amar lo benedi là dal qual non è a che s'aspiri,quai fosse attraversate o quai catene trovasti? Non c'erano, e tu ne trovasti! Eri abbagliato!E quali agevolezze, o quali avanzinella fronte degli altri si mostraroperchè dovessi lor passeggiare anzi?Erano speciose imagini di bene; non erano il bene. Eri illuso! E Dante se ne confessa:Le presenti cosecolfalsolor piacer volser miei passitosto che 'l vostro viso si nascose:il viso che lo menava seco in dritta parte volto; la luce equivalente a quella guida, che discerne per gli altri. E Beatrice continua confermando sempre che il disviare di Dante era dovuto a tale inganno d'anima fanciulla e semplicetta, paragonando l'amatore a un augelletto, che, già pennuto, non doveva ricader più negli inganni dell'uccellatore. E Dante sta nella sua vergogna, muto, con gli occhi a terra, come un fanciullo; quando Beatrice gli ricorda ch'egli è un fanciullo con la barba![267]Questa teorica di Marco si ricongiunge col discorso di Virgilio intorno all'amore. Questi dice che l'amore d'animo (Pur. 17, 95)puote errar per malo obbiettoo per troppo o per poco di vigore,e così dare origine ai sette peccati attuali, di cui si purga la macchia nelle sette cornici del purgatorio. Ma dà loro origine mediatamente. Invero l'amore è un moversi ver cosa che piaccia, un piegar verso lei. Poi l'animo entra in desire, sin che non posa nella quiete del possesso. (Pur. 18, 19) Quella prima vogliamerto di lode o dì biasmo non cape.Il principio di meritare è nell'assentire o negare che fa “la virtù che consiglia„, agli atti della volontàche seguitano quella prima voglia illaudabile e incolpabile. Questa virtù consigliatrice ha la libertà di accogliere e vigliare (ossia escluder, gettar via) i buoni e i rei amori. E questa virtù della virtù consigliatrice, d'esser libera, si chiama “la nobile virtù„. E nobile sappiamo che Dante intendeva “non vile„. (Co. 4, 16) Marco ha detto che abbiamo, nelle nostre battaglie col cielo ossia con le disposizioni naturali, lume per discernere il ben dal male, e volere libero per ripugnare e acconsentire. Il lume, cioè, la virtù che consiglia; il libero arbitrio o libero volere, ossia la libertà di accogliere o rifiutare quel consiglio, ossia la nobile virtù.La virtù consigliatrice deve “tener la soglia„ dell'assentimento. Seguiamo la metafora dantesca che non è suggerita dalla rima. Avanti il limitare della porta, dove sta la virtù che consiglia, nel vestibolo insomma, è la prima voglia, che non può meritare biasimo o lode.[268]Ella è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; del conoscere certe prime notizie, dell'amare certi primi appetibili; un intelletto e un affetto; un lume e un moto. Se essa vuol entrare, cioè procedere ad ulteriori operazioni, trova sulla soglia la nobile virtù che dice sì alle buone, no alle cattive, ma le lascia passare entrambe. E le prime hanno lode e le seconde biasimo; ed è giustizia che le prime portino letizia e le seconde lutto. Se quella prima voglia resta di là, avanti la porta, non cape merito di lode e di biasimo, e non è giustiziache abbia letizia o lutto, premio o pena. Quella voglia non ha osato sottoporsi al giudizio della virtù nobile, cioè non vile. Diremo ch'ella è vile. La virtù che consiglia, non ha avuta occasione d'illuminarla, quella prima voglia. Diremmo ch'ella è nell'oscurità. Eppure è lì, avanti lei, la porta donde passare.Così Dante o l'uomo in genere erra talvolta in una selva oscura, che ha un passo. (Inf. 1, 26) Uscendo di quello, si vede lume; uscendo di quello, cessa la paura, almeno un poco. Finchè l'uomo rimase nella selva, assonnato e pauroso, quasi morto e ottenebrato, non aveva che quellaprima voglia. Ma egli non s'accorgeva d'averla, poichè tale intelletto di prime notizie, tale affetto di primi appetibili, non sono sentiti senza operare, non si dimostrano che per effetto, come in una pianta la vita apparisce soltanto per mettere le foglie. Quell'intelletto e quell'affetto foglie non misero, sicchè non mostravano la lor vita, pur essendo vivi: erano, insomma, quasi morti, perchè morti parevano.In che differiva allora Dante, o l'uomo, da un parvolo? Egli parla altrove delle prime voglie dei parvoli. Così: “.... Vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo; e più oltre procedendo desiderare uno uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose trova quello che va cercando, e credelo trovar più oltre„. Il “parvolo„ via via qui è cresciuto ad uomo, o, meglio, s'è fatto adolescente; e tuttavia cavallo e donna e ricchezza non grande e più grande e vie più, sono, non meno che il pomo e l'uccellinoe il bello vestimento, tali appetibili cui appetire è senza lode e senza biasimo. Che sono naturali; tanto è vero, che sono introdotti a significare l'ampliarsi, dalla punta ver la base, della piramide dei desiderabili; e la punta o il vertice è quel pomo, e la base è Dio. (Co. 4, 12) È un paragone, quello, a dimostrare come l'anima semplicetta,che sa nulla, cerchi il suo lieto fattore in tali piccioli beni, di cui i più piccioli sono il pomo e l'uccellino. In un altro paragone, ella è un peregrino. “Siccome peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra, e così di casa in casa tanto, che all'albergo viene; così l'anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (torna a ciò che la trastulla); e però qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede che sia esso. E perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi; e però da quelli comincia prima a desiderare„. (ib.) Così l'anima, la cuiconoscenza è imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, l'anima che è a guisa di fanciulla e pargoleggia, è assomigliata alparvolo. E in cotali suoi movimenti da picciol bene a picciol bene, da casa a casa, non merita nè lode nè biasimo. Ora vi sono alcuni uomini che restanoparvolimolto tempo più che non si soglia o si debba, e anche per tutto il tempo della lor vita; che dimorano sempre, per dirla con Dante, “nelbassostato della puerizia„, non toccando mai il sommo o il colmo dell'età. (Co. 4, 23) Ma chedicoalcuni uomini? “La maggior partedegli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa dipargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade... non veggiono (hanno laconoscenza imperfetta), perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione„. E questa è “puerizia, non dico d'etade, ma d'animo„. (Co. 1, 4) Questi sifatti, che hanno chiusi gli occhi della ragione e vivono secondo senso sono quelle genti che “ambulant, in vanitate sensus tenebris obscurati„; (Ep. V, 10) e Dante, errando nella selva oscura, con gli occhi come chiusi, viveva secondo senso, e non secondo ragione,in vanitate sensus, a guisa di pargolo.[269]Senza meritare, perciò, nè biasimo nè lode. E come la maggior parte degli uomini.Siffatti pargoli, d'animo, che formano la maggior parte del genere umano, in che differiscono dai pargoli d'età? In questi la prima voglia non mise le verdi fronde; in quelli certo le mise, poichè a lungo vissero. Ma d'una pianta, d'un tallo, d'un ramo[270]la vera vita non si estrinseca già soltanto con le foglie: essi vivono per dare il frutto. Ora tale ramo o tallo o pianta nei pargoli d'animo, crescendo essi nella vita, fiorì per dare il frutto, e non lo diede, in ciò simile a quello dei parvoli d'età, che però non misero nemmen le foglie, se morirono subito; non misero le foglie che sono fatte, del resto, per difensione del frutto futuro. (Co. 4, 24). Il frutto nei parvoli d'età, morsi dal dente dellamorte anzi ora, non venne; non venne nei parvoli d'animo. Il volere o la voglia in questi germinò le foglie e fece il fiore; sì: (Par. 27, 124)ben fiorisce negli uomini il volere,ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.In primavera, cioè nell'adolescenza, le intemperie impedirono al fiore di legare bene e di dare il frutto. Il frutto appena formato imbozzacchì e cadde. Nell'una e nell'altra specie di parvoli restò senz'altro segno di vita quel volere o quella voglia che “merto di lode o di biasimo non cape„.Ciò però, nei parvoli d'età, se morirono avanti che fossero esenti dall'umana colpa. Che se ebbero battesimo, merito acquistarono e hanno, non che lode, gloria. Essi siedono nel paradiso “per nullo proprio merito„ (Par. 32, 42)ma per l'altrui con certe condizioni:chè tutti questi sono spirti assoltiprima ch'avesser vere elezioni.È il battesimo, con la sua virtù illuminativa e fecondativa,[271]che fa fiorire il volere. Con la prima di esse si vince l'ignoranza, con la seconda la difficoltà; fede si ha con la prima, innocenza con la seconda. E così Beatrice spiega come fiorisca il volere negli uomini. Invero, aggiunge ella, (Par. 27, 127)fede ed innocenzia son repertesolo nei parvoletti,battezzati, s'intende; che, mentre ancora balbettano, quanto a fede, digiunano, e, quanto a buone opere, se non altro, amano e ascoltano la madre loro. Ma che giova? Tale virtù illuminante e fecondante presto si perde; fede e innocenza spariscono; e la redenzione è come non fosse avvenuta. Dante ne sa qualcosa; perchè fa dire a Beatrice, non senza un perchè, “le susine vere„. Quest'espressione comica traduce quell'altre e solenni: (Pur. 30, 109)Non pur per opra delle rote magne,che drizzan ciascunsemead alcun fine,secondo che le stelle son compagne,ma per larghezza di grazie divineche sì alti vapori hanno a lorpiovache nostre viste là non van vicine,questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.Ma tanto più maligno e più silvestrosi fa il terrencol mal seme e non colto,quant'egli ha più del buon vigor terrestro.Nella mente di Dante appariscono imagini analoghe a quella delle susine vere. Persino qui è una piova, che per essere direttamente contraria a quell'altra pioggia continua, non però la ricorda meno. Il fatto è che le susine vere sono opposte alle prugne selvatiche, che sono un “mal seme e non cólto„. Sicchè si può sospettare nella parole di Beatrice in paradiso una lieve ironia e un accenno discreto al suo amatore che nella sua primavera dava così bene a sperare, mostrava già un dolcissimo frutto di sè,e rischiò d'inselvatichire e di diventare un bozzacchione...Come? Rimanendo nella selva, o tornandovi dopo esserne uscito. Essere nella selva significa essere selvatico, appuntino. La selva è appunto questo o non fiorire o fiorire senza frutto, del volere. È l'ignoranza e la difficoltà che nascono dall'umana colpa; a cui consegue in questo mondo, facile è intuirlo, tolto ogni sapere o vedere o operare, una nullità assoluta in vita e in morte. Che l'uomo che v'è dentro, è un cieco, un servo, un parvolo d'animo, un bozzacchione, uno di cui, quando muore, si può dire che non fu mai vivo. Essere nella selva significa essere nella condizione di “arbori...„ cioè di tali “che non hanno vita discienzae d'arte„.[272]Dante dice di sè, d'esserci stato in tal selva, d'esserne uscito e poi d'aver rischiato di tornarci. Ma non ci tornò! Ed egli appunto scrisse il volume eterno per mostrare come da servo si vada a libertà, come “da stato di miseria„ si possa giungere “a stato di felicità„. (Ep. XI, 15) Le quali ultime parole sono così esatte, da far pensare molto. Che è invero lo stato di miseria? La miseria del genere umano è “il giogo„ di cui lo gravò il peccato originale.[273]Dal peccato originale, ossia dalla selva oscura, muove il Poeta in persona del genere umano, per giungere all'innocenza prima e poi alla visione di Dio, alla divina foresta e all'Empireo.[274]In tale viaggio dell'uomo e del genere umano, sarebbe stata una smemorataggine e una insipienza che neanche quelli che oggidì parlano di Dante come d'un pover'uomo, saprebbero creder possibile, non cominciare da ciò che è la mossa e la causa;[275]dalla colpa umana,e dalle sue conseguenze persistenti in noi, che sono la cecità e la ignavia, la servitù e la morte; in una parola, lamiseria.[276]Oh! ella è ben grande! Comincia dal primo vagito di chi nasce e va sino all'ultimo alito di chi muore.[277]La vita non è che un morbo; non è anzi che una morte. La morte entrò nel mondo col peccato di Adamo. Di tale miseria, dice Dante che è duro dir qual era! Chi potè descriverla mai? Ecco un certo autor di Dante, in opera certo a lui nota: “Chi... basta, pur con un gran fiume d'eloquenza, a spiegare le miserie di questa vita? La quale Cicerone compianse... come potè; ma quanto è quel che potè?„[278]E altrove: “Chi può spiegare così infretta tutti i pesi che fanno grave il giogo sopra i figli d'Adamo?„[279]Come sarebbe strano, senza questi raffronti, quel preparare una descrizione senza poi farla!
Ma si domanda: O che Dante non era stato battezzato? Nomina pure il fonte del suo battesmo! E se era stato battezzato, non aveva egli il lume al bene ed a malizia e il libero volere? E come dunque errava nella selva del peccato originale.
Dai teologi (che putono a certi Dantisti i quali, suppongo, studierebbero la storia prescindendo dalle iscrizioni e dai diplomi), dai teologi prendiamo questa definizione: Il peccato originale èlanguor naturae.[261]Si consideri come lo stato di Dante nella selva oscura, stato che cominciò col sonno e finì con tanta lassitudine di corpo e tanto affanno di lena, risponda a tal definizione. Ora il battesimo toglie tal languore? tal malattia, come il dottore anche si esprime? Rispondiamo col buon senso, che è più accetto che i teologi: no. Se il battesimo sanasse questa malattia e questo languore, col peccato originale sarebbe abolito anche ogni specie di peccato attuale. Poichè il peccato originale portò nel mondo la possibilità degli altri peccati, se quello non era, questa non sarebbe. Ora il battesimo toglie il primo e non toglie la seconda; toglie dunque la labe, non toglie il languore. Ma lasciamo anche il buon senso, che è molto infido, poichè il buon senso nostro può non essere quello di Dante; e spieghiamo Dante con Dante.
La condizione dell'uomo macchiato dalla colpa originale è descritta dal Poeta, in poche parole, così. Egli fa dire a Virgilio: (Pur. 7, 25)
Non per far,ma per non fare, ho perdutodi veder l'alto sol che tu desiri,e che fu tardi da me conosciuto.Luogo è laggiù non tristo da martiri,ma di tenebre solo, ove i lamentinon suonan come guai ma son sospiri.Quivi sto io co' parvoli innocentida' denti morsi della morte, avanteche fosser dell'umana colpa esenti.
Non per far,ma per non fare, ho perdutodi veder l'alto sol che tu desiri,e che fu tardi da me conosciuto.
Luogo è laggiù non tristo da martiri,ma di tenebre solo, ove i lamentinon suonan come guai ma son sospiri.
Quivi sto io co' parvoli innocentida' denti morsi della morte, avanteche fosser dell'umana colpa esenti.
Dunque, Virgilionon fece. E Dante al medesimo fa dire altrove: (Pur. 3, 38)
Se potuto aveste veder tuttomestier non era partorir Maria;e disiar vedeste senza fruttotal che sarebbe lordisioquetato,ch'eternamente è dato lor per lutto.
Se potuto aveste veder tuttomestier non era partorir Maria;e disiar vedeste senza fruttotal che sarebbe lordisioquetato,ch'eternamente è dato lor per lutto.
Questodisioch'ebbero i non battezzati in vita, e hanno in morte per castigo (vivono con disio senza speme), è quel medesimo che è detto nell'altro passo riferito:di veder l'alto Sole. Dunque in vita desiderarono invano e invano sospirano in morte il sole, il lume: quel lume che vien dal sereno, e che se dal sereno non viene non è lume ma è tenebra; (Par. 19, 64) quel lume, nel fatto, che è nel limbo (Inf. 4, 68, 103, 116) e che pur non impedisce che sia luogo di tenebre. (Pur. 7, 29)[262]Insomma il macchiato della colpa originale, è nel limbo per non aver fatto e per non aver veduto il lume. Questo non fare e non vedere sono appunto ciò che S. Agostino chiamadifficultaseignorantia,[263]le quali sonopoenaliadel peccato cui la nostra natura “peccò tota nel seme suo„, cioè in Adamo. (Pur. 7, 85) E così almeno per l'ignoranza, vediamo che Dante acconsente al santo padre, nel concetto di tal penalità, dando per lutto a quelli che desiderarono invanola luce questo medesimo desiderio di luce, il quale a sua volta era pena anche in lor vivente; pena e non destino o necessità.
Ora questadifficultase questaignorantiasopravivono al battesimo? Rileggiamo: (Pur. 16, 75)
Lume v'è dato a bene ed a malizia,e libero voler che, sefaticanelle prime battaglie col ciel dura,poi vince tutto, se ben si notrica.
Lume v'è dato a bene ed a malizia,
e libero voler che, sefaticanelle prime battaglie col ciel dura,poi vince tutto, se ben si notrica.
Il volere, per quanto libero e per quanto illuminato, dura fatica, cioè prova difficoltà. Ma chi lo libera, il volere, chi lo illumina? Il battesimo che ha “virtù illuminativa e fecondativa alle buone opere„.[264]Dunque, secondo Dante e secondo tutti i padri e i dottori, anche dopo il battesimo la volontà umana, in conseguenza dell'umana colpa, deve faticare per conservare, diciamo, quel lume e quella libertà, provando sempre difficoltà e ignoranza.
E Dante dice, quando:nelle prime battaglie. Dice, che bisogna notricarlo, il volere; e notricare è parola di fanciullezza. E in verità Marco Lombardo continua la sua spiegazione (Pur. 16, 85) così:
Esce di mano a lui che la vagheggiaprima che sia, a guisa difanciullache piangendo e ridendopargoleggia,l'anima semplicetta che sa nulla,salvo che mossa da lieto fattorevolentier torna a ciò che la trastulla.Di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e dietro ad esso corre...
Esce di mano a lui che la vagheggiaprima che sia, a guisa difanciullache piangendo e ridendopargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla,salvo che mossa da lieto fattorevolentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;quivi s'inganna, e dietro ad esso corre...
La metafora è cambiata: non si parla più di battaglie e di nutrimento; ma si tratta della stessa cosa. Il cielo ha iniziati i movimenti di quest'anima semplicetta. Ella, per quest'impulso, corre a un bene. S'inganna, cioè non si fa illuminare da quel lume che c'è dato a bene ed a malizia. Corre dietro ad esso falso bene, falso perchè picciolo, mentre è creduto grande. Corre, cioè non fatica a trattenersi e non vince quella prima battaglia. Ha avuto la luce e la libertà, cioè il battesimo; ma non ne usa. Quando? Quando è più necessario che mai, ch'ella non siacorriva; nell'età che decide sovente di tutta la vita; nella primavera o nell'adolescenza in cui si forma l'avvenir della pianta o dell'uomo. Quand'ell'è fanciulla e semplicetta, quando bisogna ch'ella fatichi e si notrichi. E anche questa fatica e questo nutrimento sono per lo più vani,
se guida o fren non torce il suo amore.Onde convenne legge per fren porre,convenne rege aver, chediscernessedella vera cittade almen la torre.
se guida o fren non torce il suo amore.
Onde convenne legge per fren porre,convenne rege aver, chediscernessedella vera cittade almen la torre.
Ci vuole una guida, chediscernaper lei; è necessario un lume altrui, poichè il suo non vale. Ci vuole una legge per freno; è necessario un voler altrui, che aiuti il suo a durar quella fatica e a vincer quelle prime battaglie. Ora nessuno, spero, dirà che sono sottile e oscuro se affermo che questa guida direche discerne, è ciò che i filosofi chiamano prudenzaregnativa, e quel freno dileggeche dirige l'amore dell'anima, è ciò che i filosofi dicono giustizialegale.[265]E ognuno consentirà nel vedere l'identità del discorso di Marco Lombardo con l'argomentazione del librode Monarchia:[266]“Ogni concordia dipende dall'unità che è nei voleri. Il genere umano, quando meglio vive, è una cotal concordia; chè come un individuo, quando meglio vive, sì rispetto all'anima sì rispetto al corpo, è una cotal concordia (la qual concordia, aggiungo, è procacciata dal reggere della prudenza individuale), e similmente una casa, una città, un regno (prudenza economica e politica); così tutto il genere umano. Dunque il genere umano, quando meglio vive, dipende dall'unità che è nei voleri. Ma questo non può essere, se non c'è un volere unico, signore e regolatore di tutti gli altri in uno; poichèle volontà dei mortali per le blande dilettazioni dell'adolescenza hanno bisogno di direzione, come il Filosofo insegna nell'ultimo libro a Nicomaco. Nè può esistere questo unico volere, se non c'è un unico principe, il cui volere sia signore e regolatore di tutti gli altri„; (M. 1, 17) se non c'è insomma una cotale incarnazione della prudenza rettrice e regolatrice.
Marco Lombardo doveva rispondere al dubbio di Dante, qual fosse la cagione per che il mondo era “così tutto diserto d'ogni vertude„; e risponde perciò, dimostrando perchè “il mondo presentedisvia„, e non perchè disvia il singolo uomo,unus homo; ma è tutto un perchè, per sìunus homoe sìdomusecivitaseregnumegenus humanum. E il perchè è il manco di lume che discerna e di volere che vinca; e ciò per l'ignoranza e difficoltà, penali della prima colpa, le quali persistono oltre il battesimo.
Ora la selva oscura è questa ignoranza, la selva aspra e forte è questa difficoltà. È il peccato originale nelle sue conseguenze. È dunque un uomo, non il mondo presente, che disvia; ma, considerando che quest'uomo che si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita„, sembra un uomo tipico, l'umanità in genere; possiamo dire, sì che è il mondo d'allora che disviava. L'uomo disvia: la diritta via era smarrita. L'uomo entrò nella selva pien di sonno: s'ingannò e corse dietro al primo picciol bene di cui sentì sapore. E più l'esatta somiglianza vedremo tra il mondo presente descritto da Marco, e Dante che si smarrisce nella selva, se ricorderemo le parole on cui Beatrice rimprovera a Dante il suo disviare. (Pur. 30, 121)
Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a luimeco il menava in dritta parte volto.
Alcun tempo il sostenni col mio volto;mostrando gli occhi giovinetti a luimeco il menava in dritta parte volto.
Dante aveva, prima di disviare, una guida o freno che torceva il suo amore, sì che esso non correva dove sentiva sapore di picciol bene.
Sì tosto come in su la soglia fuidi mia seconda etade e mutai vita,questi si tolse a me, e diessi altrui.
Sì tosto come in su la soglia fuidi mia seconda etade e mutai vita,questi si tolse a me, e diessi altrui.
Ciò, dunque, dieci anni prima, quando Dante aveva venticinque anni, quando era appena entrato anche lui nella giovinezza, quando insomma avevano ancor luogo quelle blande dilettazioni dell'adolescenza, che fan necessaria la direzione d'alcuno.
Quando di carne a spirto era salita,e bellezza e virtù cresciuta m'era,fu' io a lui men cara e men gradita.
Quando di carne a spirto era salita,e bellezza e virtù cresciuta m'era,fu' io a lui men cara e men gradita.
S'ingannava, dunque, Dante, poichè trovava men bellezza e men virtù, dove la bellezza e la virtù erano cresciute.
E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false,che nulla promission rendono intera:
E volse i passi suoi per via non veraimagini di ben seguendo false,che nulla promission rendono intera:
S'ingannava, dunque, s'ingannava: correva dietro al picciol bene, cioè a imagini false di bene, che si trovano poi vane. S'ingannava: l'afferma Beatrice parlando a lui per punta: (Pur. 31, 22)
Per dentro i miei disiriche ti menavano ad amar lo benedi là dal qual non è a che s'aspiri,
Per dentro i miei disiriche ti menavano ad amar lo benedi là dal qual non è a che s'aspiri,
quai fosse attraversate o quai catene trovasti? Non c'erano, e tu ne trovasti! Eri abbagliato!
E quali agevolezze, o quali avanzinella fronte degli altri si mostraroperchè dovessi lor passeggiare anzi?
E quali agevolezze, o quali avanzinella fronte degli altri si mostraroperchè dovessi lor passeggiare anzi?
Erano speciose imagini di bene; non erano il bene. Eri illuso! E Dante se ne confessa:
Le presenti cosecolfalsolor piacer volser miei passitosto che 'l vostro viso si nascose:
Le presenti cosecolfalsolor piacer volser miei passitosto che 'l vostro viso si nascose:
il viso che lo menava seco in dritta parte volto; la luce equivalente a quella guida, che discerne per gli altri. E Beatrice continua confermando sempre che il disviare di Dante era dovuto a tale inganno d'anima fanciulla e semplicetta, paragonando l'amatore a un augelletto, che, già pennuto, non doveva ricader più negli inganni dell'uccellatore. E Dante sta nella sua vergogna, muto, con gli occhi a terra, come un fanciullo; quando Beatrice gli ricorda ch'egli è un fanciullo con la barba![267]
Questa teorica di Marco si ricongiunge col discorso di Virgilio intorno all'amore. Questi dice che l'amore d'animo (Pur. 17, 95)
puote errar per malo obbiettoo per troppo o per poco di vigore,
puote errar per malo obbiettoo per troppo o per poco di vigore,
e così dare origine ai sette peccati attuali, di cui si purga la macchia nelle sette cornici del purgatorio. Ma dà loro origine mediatamente. Invero l'amore è un moversi ver cosa che piaccia, un piegar verso lei. Poi l'animo entra in desire, sin che non posa nella quiete del possesso. (Pur. 18, 19) Quella prima voglia
merto di lode o dì biasmo non cape.
merto di lode o dì biasmo non cape.
Il principio di meritare è nell'assentire o negare che fa “la virtù che consiglia„, agli atti della volontàche seguitano quella prima voglia illaudabile e incolpabile. Questa virtù consigliatrice ha la libertà di accogliere e vigliare (ossia escluder, gettar via) i buoni e i rei amori. E questa virtù della virtù consigliatrice, d'esser libera, si chiama “la nobile virtù„. E nobile sappiamo che Dante intendeva “non vile„. (Co. 4, 16) Marco ha detto che abbiamo, nelle nostre battaglie col cielo ossia con le disposizioni naturali, lume per discernere il ben dal male, e volere libero per ripugnare e acconsentire. Il lume, cioè, la virtù che consiglia; il libero arbitrio o libero volere, ossia la libertà di accogliere o rifiutare quel consiglio, ossia la nobile virtù.
La virtù consigliatrice deve “tener la soglia„ dell'assentimento. Seguiamo la metafora dantesca che non è suggerita dalla rima. Avanti il limitare della porta, dove sta la virtù che consiglia, nel vestibolo insomma, è la prima voglia, che non può meritare biasimo o lode.[268]Ella è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; del conoscere certe prime notizie, dell'amare certi primi appetibili; un intelletto e un affetto; un lume e un moto. Se essa vuol entrare, cioè procedere ad ulteriori operazioni, trova sulla soglia la nobile virtù che dice sì alle buone, no alle cattive, ma le lascia passare entrambe. E le prime hanno lode e le seconde biasimo; ed è giustizia che le prime portino letizia e le seconde lutto. Se quella prima voglia resta di là, avanti la porta, non cape merito di lode e di biasimo, e non è giustiziache abbia letizia o lutto, premio o pena. Quella voglia non ha osato sottoporsi al giudizio della virtù nobile, cioè non vile. Diremo ch'ella è vile. La virtù che consiglia, non ha avuta occasione d'illuminarla, quella prima voglia. Diremmo ch'ella è nell'oscurità. Eppure è lì, avanti lei, la porta donde passare.
Così Dante o l'uomo in genere erra talvolta in una selva oscura, che ha un passo. (Inf. 1, 26) Uscendo di quello, si vede lume; uscendo di quello, cessa la paura, almeno un poco. Finchè l'uomo rimase nella selva, assonnato e pauroso, quasi morto e ottenebrato, non aveva che quellaprima voglia. Ma egli non s'accorgeva d'averla, poichè tale intelletto di prime notizie, tale affetto di primi appetibili, non sono sentiti senza operare, non si dimostrano che per effetto, come in una pianta la vita apparisce soltanto per mettere le foglie. Quell'intelletto e quell'affetto foglie non misero, sicchè non mostravano la lor vita, pur essendo vivi: erano, insomma, quasi morti, perchè morti parevano.
In che differiva allora Dante, o l'uomo, da un parvolo? Egli parla altrove delle prime voglie dei parvoli. Così: “.... Vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo; e più oltre procedendo desiderare uno uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose trova quello che va cercando, e credelo trovar più oltre„. Il “parvolo„ via via qui è cresciuto ad uomo, o, meglio, s'è fatto adolescente; e tuttavia cavallo e donna e ricchezza non grande e più grande e vie più, sono, non meno che il pomo e l'uccellinoe il bello vestimento, tali appetibili cui appetire è senza lode e senza biasimo. Che sono naturali; tanto è vero, che sono introdotti a significare l'ampliarsi, dalla punta ver la base, della piramide dei desiderabili; e la punta o il vertice è quel pomo, e la base è Dio. (Co. 4, 12) È un paragone, quello, a dimostrare come l'anima semplicetta,che sa nulla, cerchi il suo lieto fattore in tali piccioli beni, di cui i più piccioli sono il pomo e l'uccellino. In un altro paragone, ella è un peregrino. “Siccome peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra, e così di casa in casa tanto, che all'albergo viene; così l'anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (torna a ciò che la trastulla); e però qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede che sia esso. E perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi; e però da quelli comincia prima a desiderare„. (ib.) Così l'anima, la cuiconoscenza è imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, l'anima che è a guisa di fanciulla e pargoleggia, è assomigliata alparvolo. E in cotali suoi movimenti da picciol bene a picciol bene, da casa a casa, non merita nè lode nè biasimo. Ora vi sono alcuni uomini che restanoparvolimolto tempo più che non si soglia o si debba, e anche per tutto il tempo della lor vita; che dimorano sempre, per dirla con Dante, “nelbassostato della puerizia„, non toccando mai il sommo o il colmo dell'età. (Co. 4, 23) Ma chedicoalcuni uomini? “La maggior partedegli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa dipargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade... non veggiono (hanno laconoscenza imperfetta), perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione„. E questa è “puerizia, non dico d'etade, ma d'animo„. (Co. 1, 4) Questi sifatti, che hanno chiusi gli occhi della ragione e vivono secondo senso sono quelle genti che “ambulant, in vanitate sensus tenebris obscurati„; (Ep. V, 10) e Dante, errando nella selva oscura, con gli occhi come chiusi, viveva secondo senso, e non secondo ragione,in vanitate sensus, a guisa di pargolo.[269]Senza meritare, perciò, nè biasimo nè lode. E come la maggior parte degli uomini.
Siffatti pargoli, d'animo, che formano la maggior parte del genere umano, in che differiscono dai pargoli d'età? In questi la prima voglia non mise le verdi fronde; in quelli certo le mise, poichè a lungo vissero. Ma d'una pianta, d'un tallo, d'un ramo[270]la vera vita non si estrinseca già soltanto con le foglie: essi vivono per dare il frutto. Ora tale ramo o tallo o pianta nei pargoli d'animo, crescendo essi nella vita, fiorì per dare il frutto, e non lo diede, in ciò simile a quello dei parvoli d'età, che però non misero nemmen le foglie, se morirono subito; non misero le foglie che sono fatte, del resto, per difensione del frutto futuro. (Co. 4, 24). Il frutto nei parvoli d'età, morsi dal dente dellamorte anzi ora, non venne; non venne nei parvoli d'animo. Il volere o la voglia in questi germinò le foglie e fece il fiore; sì: (Par. 27, 124)
ben fiorisce negli uomini il volere,ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.
ben fiorisce negli uomini il volere,ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.
In primavera, cioè nell'adolescenza, le intemperie impedirono al fiore di legare bene e di dare il frutto. Il frutto appena formato imbozzacchì e cadde. Nell'una e nell'altra specie di parvoli restò senz'altro segno di vita quel volere o quella voglia che “merto di lode o di biasimo non cape„.
Ciò però, nei parvoli d'età, se morirono avanti che fossero esenti dall'umana colpa. Che se ebbero battesimo, merito acquistarono e hanno, non che lode, gloria. Essi siedono nel paradiso “per nullo proprio merito„ (Par. 32, 42)
ma per l'altrui con certe condizioni:chè tutti questi sono spirti assoltiprima ch'avesser vere elezioni.
ma per l'altrui con certe condizioni:chè tutti questi sono spirti assoltiprima ch'avesser vere elezioni.
È il battesimo, con la sua virtù illuminativa e fecondativa,[271]che fa fiorire il volere. Con la prima di esse si vince l'ignoranza, con la seconda la difficoltà; fede si ha con la prima, innocenza con la seconda. E così Beatrice spiega come fiorisca il volere negli uomini. Invero, aggiunge ella, (Par. 27, 127)
fede ed innocenzia son repertesolo nei parvoletti,
fede ed innocenzia son repertesolo nei parvoletti,
battezzati, s'intende; che, mentre ancora balbettano, quanto a fede, digiunano, e, quanto a buone opere, se non altro, amano e ascoltano la madre loro. Ma che giova? Tale virtù illuminante e fecondante presto si perde; fede e innocenza spariscono; e la redenzione è come non fosse avvenuta. Dante ne sa qualcosa; perchè fa dire a Beatrice, non senza un perchè, “le susine vere„. Quest'espressione comica traduce quell'altre e solenni: (Pur. 30, 109)
Non pur per opra delle rote magne,che drizzan ciascunsemead alcun fine,secondo che le stelle son compagne,ma per larghezza di grazie divineche sì alti vapori hanno a lorpiovache nostre viste là non van vicine,questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.Ma tanto più maligno e più silvestrosi fa il terrencol mal seme e non colto,quant'egli ha più del buon vigor terrestro.
Non pur per opra delle rote magne,che drizzan ciascunsemead alcun fine,secondo che le stelle son compagne,
ma per larghezza di grazie divineche sì alti vapori hanno a lorpiovache nostre viste là non van vicine,
questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
Ma tanto più maligno e più silvestrosi fa il terrencol mal seme e non colto,quant'egli ha più del buon vigor terrestro.
Nella mente di Dante appariscono imagini analoghe a quella delle susine vere. Persino qui è una piova, che per essere direttamente contraria a quell'altra pioggia continua, non però la ricorda meno. Il fatto è che le susine vere sono opposte alle prugne selvatiche, che sono un “mal seme e non cólto„. Sicchè si può sospettare nella parole di Beatrice in paradiso una lieve ironia e un accenno discreto al suo amatore che nella sua primavera dava così bene a sperare, mostrava già un dolcissimo frutto di sè,e rischiò d'inselvatichire e di diventare un bozzacchione...
Come? Rimanendo nella selva, o tornandovi dopo esserne uscito. Essere nella selva significa essere selvatico, appuntino. La selva è appunto questo o non fiorire o fiorire senza frutto, del volere. È l'ignoranza e la difficoltà che nascono dall'umana colpa; a cui consegue in questo mondo, facile è intuirlo, tolto ogni sapere o vedere o operare, una nullità assoluta in vita e in morte. Che l'uomo che v'è dentro, è un cieco, un servo, un parvolo d'animo, un bozzacchione, uno di cui, quando muore, si può dire che non fu mai vivo. Essere nella selva significa essere nella condizione di “arbori...„ cioè di tali “che non hanno vita discienzae d'arte„.[272]Dante dice di sè, d'esserci stato in tal selva, d'esserne uscito e poi d'aver rischiato di tornarci. Ma non ci tornò! Ed egli appunto scrisse il volume eterno per mostrare come da servo si vada a libertà, come “da stato di miseria„ si possa giungere “a stato di felicità„. (Ep. XI, 15) Le quali ultime parole sono così esatte, da far pensare molto. Che è invero lo stato di miseria? La miseria del genere umano è “il giogo„ di cui lo gravò il peccato originale.[273]Dal peccato originale, ossia dalla selva oscura, muove il Poeta in persona del genere umano, per giungere all'innocenza prima e poi alla visione di Dio, alla divina foresta e all'Empireo.[274]In tale viaggio dell'uomo e del genere umano, sarebbe stata una smemorataggine e una insipienza che neanche quelli che oggidì parlano di Dante come d'un pover'uomo, saprebbero creder possibile, non cominciare da ciò che è la mossa e la causa;[275]dalla colpa umana,e dalle sue conseguenze persistenti in noi, che sono la cecità e la ignavia, la servitù e la morte; in una parola, lamiseria.[276]
Oh! ella è ben grande! Comincia dal primo vagito di chi nasce e va sino all'ultimo alito di chi muore.[277]La vita non è che un morbo; non è anzi che una morte. La morte entrò nel mondo col peccato di Adamo. Di tale miseria, dice Dante che è duro dir qual era! Chi potè descriverla mai? Ecco un certo autor di Dante, in opera certo a lui nota: “Chi... basta, pur con un gran fiume d'eloquenza, a spiegare le miserie di questa vita? La quale Cicerone compianse... come potè; ma quanto è quel che potè?„[278]E altrove: “Chi può spiegare così infretta tutti i pesi che fanno grave il giogo sopra i figli d'Adamo?„[279]Come sarebbe strano, senza questi raffronti, quel preparare una descrizione senza poi farla!