XXV.IL PASSOIlcorenella notte era stato compunto di paura; nel lago delcoregli era durata la paura; l'animo, quando Dante fu uscito dalla selva e dalla notte, ancor fuggiva. Animo e cuore sono qui per appetito,[280]l'appetito che “seguita efugge„, (Co. 4, 22) che “mai altro non fa che cacciare efuggire, e qualunque ora esso caccia quello che è da cacciare, e quanto si conviene, efuggequello che è dafuggire, e quanto si conviene, l'uomo è nelli termini della sua perfezione„. (ib. 26) Invero l'animo opera prima indistintamente, “poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili, e seguita e fugge, e più e meno, secondochèlaconoscenza distingue„. (ib. 22) Ciò che aveva provato nell'oscurità della selva, era ineffabile e irricordabile: ne restava come un senso di paura. Dante non poteva dire di quella notte, se non che la passò con tantapièta.Piètaè apietàciò che miseria a misericordia. Dante non può dire se non che usciva da uno stato di miseria. La conoscenza altro non distingueva. Ora distingue. L'animo fugge dalla selva, e seguita o caccia verso il colle illuminato. Questa conoscenza che distingue tra la selva e il colle, tra il male e il bene, e che è ladiscrezione, cioè “lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga„, (Co. 4, 8) si chiama concordemente “prudentia„, cioè quella virtù “per cui discerniamo (dignoscimus) tra il bene e il male„,[281]cioè “la cognizione (scientia) di ciò che è da appetire e ciò che è da schivare„;[282]e che in Dante è chiamata “la virtù che consiglia„, come quella in vero il cui atto precipuo èconsiliari, come quella che dirigeper consigliarel'elezione.[283]In fatti Dante afferma che dalla prudenza vengono i buoni consigli. (Co. 4, 27) Senz'essa non può essere alcun'altra virtù:[284]sicchè la selva oscura è lo stato di chi è senza alcuna virtù; il che non vuol dire, ripeto, ch'ella sia la selva dei vizi o la vita viziosa. Ella è la vita nulla. In lei non è se non quella prima voglia che non si dimostra che per effetto; e poichè effetto non ne era, così ella eraindistinta, era come non fosse, e non meritava biasmoo lode. Giunto sul primo mattino a pie' d'un colle, per tale virtù Dante discerne; il suo animo ha guardato in alto e veduto il colle illuminato dal sole, e fuggendo tuttavia dalla selva,si volse indietro a rimirar lo passoche non lasciò giammai persona viva.Non, giammai, persona!La negazione non potrebbe essere più enfatica. Non ne uscì giammai nessuno vivo, da quelpasso; ne sarebbe uscito vivo l'unico Dante? No: morì anche lui nelpasso. O qual è questopasso?Dante era, nella selva oscura, un parvolo di animo. Fosse stato parvolo d'età, come avrebbe, la sua prima voglia indistinta, potuto meritare? prima ch'ell'avesse la prudenza che queste elezioni dirige? che discerne tra il bene e il male? che consiglia? Fosse stato parvolo d'età, Dante avrebbe meritato con la condizione del battesimo. Sarebbe stato, anche parvolo d'età, anzi specialmente se così, in una selva oscura, sonnolento, come morto, cieco, servo, nullo, sotto il giogo del peccato originale. Il suo intelletto e affetto, delle prime notizie e dei primi appetibili, non avrebbe varcato quella soglia su cui è la virtù che consiglia. Eppure il battesimo l'avrebbe a lui fatta varcare; e, morto subito, il parvolo sarebbe stato salvo, non per merito suo, ma per altrui, con l'intelletto come illuminato, con l'affetto come fecondato alle buone opere, secondo la duplice virtù del battesimo.[285]Parvolo d'età, col battesimo sarebbe uscito dalpassodella selva. In vero il battesimo èraffigurato nelpassodel mar rosso, nel camminar di Gesù sulle acque, nel galleggiar dell'arca sul diluvio.[286]E Dante, che ha raffigurato in una selva oscura l'ignoranza e la difficoltà prodotta dal peccato originale, volendo poi figurare il battesimo, che cancella il peccato originale, chiama, come si vede,passoquest'uscita della selva, quasi ella fosse un fiume, chè di fiumi o paludi egli dice altrovepasso. Altopassochiama l'ingresso nel regno della morta gente, che si fapassandolo Acheronte. (Inf. 2, 12; 3, 92, 124, 127) Altropassoè quello dello Stige (8, 21) per cui si entra in parte ben distinta di quel regno. E lo Stige, c'è poi uno “che alpasso„ lopassacon le piante asciutte, (ib. 9, 80) Ora la selva oscura ha unpassocome fosse acqua: Ma che! Ad acqua assomiglia. (Inf. 1, 22)E come quei che con lena affannatauscito fuor delpelagoalla riva,si volge all'acquaperigliosa, e guata;così l'animo mio che ancor fuggiva,si volse indietro a rimirar lopasso...Ma che! Fiume è; non soltanto sembra. Lo dice Lucia a Beatrice. Dante è all'orlo della selva; e Lucia esclama: (ib. 2, 107)non vedi tu la morte che il combattesu lafiumanaove il mar non ha vanto?A pelago Dante ha assomigliata la selva; peggio che mare o pelago, la proclama Lucia. È fiumana dunque;e più come fiumana che come selva, la selva ha unpasso, che è riguardato affannosamente dal naufrago giunto alla riva. Un naufrago, sì, è il parvolo, è l'uomo, è il genere umano, cui salva la fede. È Pietro che cammina sull'acque, e comincia a sommergersi e grida: Signore, muoio; e il Signore gli porge la mano, lo regge, lo incuora, e gli dice:Modicae fidei, perchè hai dubitato?[287]Così Dante, che si trovava in una selva, guata questa come un'acqua “perigliosa„, nella quale fu per sommergere,coepit mergi.Questa definizione, che fa una donna del cielo, della selva, chiamandolafiumana, e questo paragone che fa il Poeta stesso della selva con l'acquaperigliosa d'un pelago, anche a non cercare altro, suggeriscono da sè l'ideale del battesimo, che èex aqua et Spiritu, che, oltre chesanguinis, èfluminis.[288]Ma c'è ben altro: la parolapasso, ossia “transito„, può significare morte, come nell'espressione “doloroso passo„ (Inf. 5, 144), e nell'altra “passo forte„ (Par. 22, 123), tralasciando per ora “l'alto passo„. (Inf. 2, 12) E che qui significhi appunto tal passaggio dalla vita alla morte, da questa ad altra vita, è chiaro dall'aggiunta, così chiara che, per non vederla, bisogna chiuder gli occhi; dall'aggiuntachenonlasciògiammaipersonaviva.Ora “morte„ è appunto il battesimo. Il battesimo e nella morte del Cristo; ed essere battezzati nella morte del Cristo altro non è se non “morire„ alpeccato.[289]Il battesimo, sì nei parvoli sì nei grandi, è a similitudine della “morte e della risurrezione„ del Cristo.[290]Quelli che sono battezzati nella morte del Cristo, “muoiono„ al peccato, per vivere a Dio.[291]Il battesimo è dato perchè “e moriamo e riviviamo„.[292]Nel battesimo è “morte mistica„.[293]Così. Dice S. Ambrogio: “Beata dunque morte quella che ci toglie al peccato per riformarci a Dio. Poichè chi morì, fu giustificato dal peccato. O che colla fine della natura, alcuno è giustificato dal peccato? No, davvero; chè chi muor peccatore, rimane nel peccato„. Dunque è giustificato dal peccato quegli a cui, mediante il battesimo, sono rimessi tutti i peccati, ossia, come dice S. Paolo di cui qui Ambrogio illustra le parole, “colui chemorì„.[294]Siffatta morte S. Ambrogio chiama “mors mystica„.[295]E questa dunque succede in chi si battezza.Ma Dante nella selva era parvolo d'animo, non d'età; e il battesimo l'aveva avuto nel suo bel San Giovanni. Or come può egli dire d'aver incontrata questa battesimale morte mistica nel passo della selva, quand'egli aveva trent'anni, come a me parverosimile, o trentacinque, come par vero ad altri? Non certo, con tali allegorie. Dante vuol significare d'essere anabattista. O che dunque?Prima di tutto: ho già considerato altrove la parte che le Confessioni di S. Agostino ebbero verosimilmente nei primi disegni di Dante, i quali erano come abbozzi di questa mirabile visione.[296]Il libro delle Confessioni fu invero presente allo spirito del Poeta e allora e dopo. Nel Convivio, a principio del proemio, scusa il parlar di sè con l'esempio del Santo: “e questa ragione mosse Agostino nelleConfessionia parlar di sè; che per lo processo della sua vita, la quale fu di buono in buono[297]e di buono in migliore, e di migliore in ottimo, ne diede esemplo e dottrina, la quale per più vero testimonio ricevere non si poteva„. (Co. 1, 2) Emendiamo, probabilmente, quel “di buono in buono„, così, secondo il racconto di S. Agostino: “di buono (in malo, di malo) in buono, di buono in migliore etc.„; e noi vediamo come Dante costruisse, a questo modello, il suo libello giovanile e la sua mirabile Visione. Chè e nella Vita Nova e nella Comedia, egli si dipinge prima buono; anzi, riassume l'un libro e l'altro, facendo dire a Beatrice: (Pur. 30, 115)Questi fu tal nella suavita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.Da buono, si fa men buono, o cattivo; nella Vita Nova travia per inganno d'Amore, vivendo Beatrice;travia, per inganno d'Amore, una seconda volta, morta Beatrice. E questo secondo traviamento è quello narrato nella Comedia, in cui seguendo false imagini di bene entra e dimora nella selva oscura. E poi si pente o ne esce, e così di malo torna buono. La Comedia poi racconta come profittasse, e di buono si facesse migliore nel purgatorio, e di migliore ottimo nel paradiso terrestre e celeste.Ora e nelle Confessioni racconta il Padre aver ricevuto il battesimo nell'anno trigesimo terzo dell'età sua,[298]e nelle altre opere parla sovente del battesimo come di sacramento che si conferisca a uomini adulti e conscienti. Potè Dante da ciò essere indotto a porre questa figurazione del battesimo (che non è, poi, una cosa col battesimo!) nell'età sua adulta e consciente.[299]Ma in S. Agostino egli trovava a questa figurazione anche la ragione morale e teologica. Dice infatti il Padre: “Il parvolo è già fatto fedele (cioè credente, cristiano, incorporato al Cristo etc.) dal sacramento della fede, sebbene non ancora della fede che è nella volontà dei credenti. Chè, come si risponde che crede, così anche si chiama fedele, non per lo annuirvi con la mente, ma per ricevere il sacramento.Quando poi l'uomo comincerà ad aver intero l'uso di ragione (sapere), non ripeterà quel sacramento ma lo intenderà, e si farà adatto (coaptabitur) alla verità di esso, col concorso anchedel volere (consona etiam voluntate)„.[300]La ripetizione del battesimo che è nella Comedia, non può essere se non un così fatto riassumerlo nell'intelletto e aderirvi con la volontà. Ora un parvolo d'animo, quale è Dante o l'uomo nella selva oscura, ha, per la difficoltà e ignoranza originali, assopito, per così dire, e questo lume e questo volere. Uscirne vuol dire svegliar l'uno e veder l'altro; cioè “volere„ gli effetti del battesimo. In questo senso il parvolo d'animo ripete il battesimo che ebbe quand'era parvolo d'età. E gli effetti si scorgono subito. Dante è giunto appiè d'un colle; guarda in alto, e vede i raggi del sole “che mena dritto altrui per ogni calle„, sulle pendici. Allora si rinfranca, nel tempo stesso che vede lume: e si volge indietro e guarda il passo. Dal passo era uscito, prima che vedesse la luce dell'alba e sentisse quetare la paura. Egli “rimira„ il passo. Che è ciò se non il solo modo direpetereche di questo sacramento sia concesso,repeterecon lo sguardo della mente, fisso e iterato; considerarlo e intenderlo, insomma, come è chiaro dalle parole che seguono e che mostrano come lo spaurito viatore abbia capito di che passo si trattava? Lo passoche non lasciò giammai persona viva!Come il viatore trovò il passo? come potè uscirne? La luce dell'alba egli la vide poi, guardando in alto; non fu essa che lo scortò. Qual fu dunque? Chi lo guidò e chi gli fu lucerna? Qualche cosa che è appunto della dottrina sua tacere. Nella visita allaquarta delle male bolgie, nella quale è punita la falsa prudenza o previdenza, di quelli appunto che per aver voluto vedere innanzi hanno il volto tornato dalle reni; Virgilio dice a Dante: (Inf. 20, 127)E già iernotte fu la luna tonda:ben ten dee ricordar, chè non ti nocquealcuna volta per la selva fonda.“Non ti nocque„ vuol dire, per attenuamento, “ti giovò e molto giovò„; “alcuna volta„ vale “tante volte„.[301]Dante se ne deve ricordare; nel fatto, non si ricordò di parlarcene.[302]Ebbene egli non doveva ricordarsi d'averla veduta, la luna tonda; doveva, anzi, non averla veduta, sebbene ella gli giovasse continuamente nella sua notte di miseria. Perchè? Per un perchè somigliante a quello del lume che è nel nobile castello e che non impedisce che vi siano le tenebre:[303]un perchè dottrinale. Col battesimo si conferisce la grazia.[304]Ora la grazia è, di natura sua, occulta. Invero dice S. Agostino, che è il Cristo che battezza, non però con visibile ministerio, sìocculta gratia.[305]La grazia opera dentro noi; Dio non agisce da fuori, ma di dentro: non si mostra, diciamo.[306]La grazia è segretae rimota dai nostri sensi.[307]“Non per suon che venga da fuori, di legge e dottrina, bensì con interna e occulta, mirabile e ineffabile virtù (potestate), Dio ne' cuori degli uomini opera non solo veraci rivelazioni, ma ancora buone volontà„.[308]Nella figurazione mistica del suo battesimo Dante vuole esprimere questo concetto: “Gli uomini possono, perchè vogliono così; ma vogliono così, perchè così Dio opera per grazia sua, che vogliano„.[309]Dante potè uscir dalla selva, perchè volle; infatti la sua uscita significa il riacquisto del volere; ma volle, e perciò potè, per la grazia di Dio, la quale è occulta e ineffabile. La sa Dante e la dice, questa profondità misteriosa. Si fa dire da Guido del Duca: (Pur. 14, 18)tu ne faitanto meravigliar della tua grazia,quanto vuol cosa, che non fu più mai;e soggiungere:ma dacchè Dio in te vuol chetralucatanta sua grazia...Non ci si maraviglia, che di cosa di cui non ci si rende ragione; non traluce, se non cosa che sia coperta. L'Aquila parla, e dice con quella sua tanta esattezza: (Par. 20, 67)Chi crederebbe giù nel mondo errante,che Rifeo Troiano in questo tondofosse la quinta delle luci sante?Ora conosce assaidi quel che il mondoveder non può della divina grazia,benchè sua vista non discerna il fondo.Così Dante non dice, perchè non può dirlo, come fosse che egli potè, cioè che volle. Glielo dice poi Virgilio, come fosse, aggiungendo quel “ben ten dee ricordare„ che fa vedere che, nella finzione del Poeta, Virgilio non sa che Dante non sa e non ricorda. Altra volta, se Virgilio non parlasse. Dante non saprebbe. Dante dorme e sogna. Si sveglia e non sa più dove sia. Dormendo era giunto al purgatorio. Come? Virgilio glielo racconta, vincendo il dubbio e la paura di lui. (Pur. 9, 52)Dianzi nell'alba che precede il giornoquando l'anima tua dentro dormiasopra li fiori, onde laggiù è adorno,venne una donna e disse: I' son Lucia;lasciatemi pigliar costui che dorme,si l'agevolerò per la sua via.Sì: Lucia l'aveva portato sino alla entrata del purgatorio. Ed egli per quanto nel sogno avesse avuta una visione di analogo significato, egli non sapeva nulla ed era in un dubbio pauroso. Ora Lucia è la Grazia; e il sonno di Dante è narrato, oltre che a dichiarare che la Grazia precede i meriti ed è datagratis, anche a significare che ella è occulta e rimota dai nostri sensi, e opera di dentro, senza a noi visibili strumenti. E dunque Dante non dice nulla della luna tonda che alfine gli fece trovare il passo, perchè secondo il senso dottrinale, egli non deve averla veduta, perchè era la Grazia, e la Grazia è invisibile. La luna era piena, e pure egli deve dire che la selva era oscura, e non far cenno di quel lume di grazia che raggiava per lui; chè la luna, secondo Dante medesimo, dal sole riceve quella“luce di grazia„, che secondo i teologi scende da Dio “giustificante„.[310]Così la luna tonda simboleggia lagraziaebuona vogliaconseguente, (Par. 28, 113) di cui Dante non s'accorse. Egli sa ciò solo che deve sapere; che potè.Non sapeva della luna tonda quando parlava a Brunetto. A lui dice: Mi smarrii in una valle, ier mattina ne uscii: ma vi tornavo quando Virgilio m'apparve. (Inf. 15, 50) Quando poi vede Forese (l'uno era il vecchio savio, venerato come maestro, l'altro il compagno di sollazzi giovanili), Dante può parlare della luna, avendone udito parlare Virgilio. A Forese dice: (Pur. 23, 118)Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui(e il sol mostrai)...Il Poeta non senza perchè accenna alla relazione della luna col sole,[311]e non senza perchè ricorda la luna a proposito del suo mutar vita, e non senza perchè fa quel cenno e quel ricordo in questa cornice, dove l'ombre hanno difetto di carne, (v. 51) e dov'esso dichiara come mai faccia il gran viaggio con la sua “vera carne„ che “seconda„ però un essere spirituale quale è Virgilio. Come di luna parlò Virgilio a Dante nella bolgia infernale della falsa prudenza, così ne parla qui Dante a Forese, per indurre l'idea della “prudentia carnis„. Laquale consiste nel tenere i beni delle carne come fine della vita, nell'amare la carne d'amore soverchio. Chè “lecitamente si ama la carne, affinchè ella sia ordinata al bene dell'anima, come ad ultimo fine, ma se si costituisce nel ben della carne l'ultimo fine, sarà inordinato e illecito amore„.[312]E questo concetto si riscontra nel Convivio, dove si descrive il nobile appetito che “conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama; e conciosiacosachè più nobile parte dell'uomo sia l'anima che 'l corpo, quella più ama„. Se questo non fa, l'animo non è nobile, bensì vile, e sè non usa, cioè non usa la volontà e l'intelletto, (Co. 4, 22) cioè erra nella selva oscura, nella vanità del senso, nella notte, con non altro che la prudenza della carne, ben contraria all'altra prudenza che “assomiglia al carbonchio che allumina la notte„,[313]e alla luna che splende da sera a mane, come il suo fratello sole raggia da mane a sera.[314]Uscito, Dante posò alquanto il corpo lasso. Lasso era il corpo, perchè il battesimo, se cancella la colpa originale, lascia però l'infermità. “Si rimette la colpa, non illanguoremeritato della colpa„.[315]Ma il corpo si riposa. E questo è per la virtù della grazia battesimale che ristora e rifà (reficit); chè il battesimo è una seconda natività, è una morte, sì, mache rigenera. Dante, esce dal passo: muore. E si riposa, cioè comincia a rivivere.
Ilcorenella notte era stato compunto di paura; nel lago delcoregli era durata la paura; l'animo, quando Dante fu uscito dalla selva e dalla notte, ancor fuggiva. Animo e cuore sono qui per appetito,[280]l'appetito che “seguita efugge„, (Co. 4, 22) che “mai altro non fa che cacciare efuggire, e qualunque ora esso caccia quello che è da cacciare, e quanto si conviene, efuggequello che è dafuggire, e quanto si conviene, l'uomo è nelli termini della sua perfezione„. (ib. 26) Invero l'animo opera prima indistintamente, “poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili, e seguita e fugge, e più e meno, secondochèlaconoscenza distingue„. (ib. 22) Ciò che aveva provato nell'oscurità della selva, era ineffabile e irricordabile: ne restava come un senso di paura. Dante non poteva dire di quella notte, se non che la passò con tantapièta.Piètaè apietàciò che miseria a misericordia. Dante non può dire se non che usciva da uno stato di miseria. La conoscenza altro non distingueva. Ora distingue. L'animo fugge dalla selva, e seguita o caccia verso il colle illuminato. Questa conoscenza che distingue tra la selva e il colle, tra il male e il bene, e che è ladiscrezione, cioè “lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga„, (Co. 4, 8) si chiama concordemente “prudentia„, cioè quella virtù “per cui discerniamo (dignoscimus) tra il bene e il male„,[281]cioè “la cognizione (scientia) di ciò che è da appetire e ciò che è da schivare„;[282]e che in Dante è chiamata “la virtù che consiglia„, come quella in vero il cui atto precipuo èconsiliari, come quella che dirigeper consigliarel'elezione.[283]In fatti Dante afferma che dalla prudenza vengono i buoni consigli. (Co. 4, 27) Senz'essa non può essere alcun'altra virtù:[284]sicchè la selva oscura è lo stato di chi è senza alcuna virtù; il che non vuol dire, ripeto, ch'ella sia la selva dei vizi o la vita viziosa. Ella è la vita nulla. In lei non è se non quella prima voglia che non si dimostra che per effetto; e poichè effetto non ne era, così ella eraindistinta, era come non fosse, e non meritava biasmoo lode. Giunto sul primo mattino a pie' d'un colle, per tale virtù Dante discerne; il suo animo ha guardato in alto e veduto il colle illuminato dal sole, e fuggendo tuttavia dalla selva,
si volse indietro a rimirar lo passoche non lasciò giammai persona viva.
si volse indietro a rimirar lo passoche non lasciò giammai persona viva.
Non, giammai, persona!La negazione non potrebbe essere più enfatica. Non ne uscì giammai nessuno vivo, da quelpasso; ne sarebbe uscito vivo l'unico Dante? No: morì anche lui nelpasso. O qual è questopasso?
Dante era, nella selva oscura, un parvolo di animo. Fosse stato parvolo d'età, come avrebbe, la sua prima voglia indistinta, potuto meritare? prima ch'ell'avesse la prudenza che queste elezioni dirige? che discerne tra il bene e il male? che consiglia? Fosse stato parvolo d'età, Dante avrebbe meritato con la condizione del battesimo. Sarebbe stato, anche parvolo d'età, anzi specialmente se così, in una selva oscura, sonnolento, come morto, cieco, servo, nullo, sotto il giogo del peccato originale. Il suo intelletto e affetto, delle prime notizie e dei primi appetibili, non avrebbe varcato quella soglia su cui è la virtù che consiglia. Eppure il battesimo l'avrebbe a lui fatta varcare; e, morto subito, il parvolo sarebbe stato salvo, non per merito suo, ma per altrui, con l'intelletto come illuminato, con l'affetto come fecondato alle buone opere, secondo la duplice virtù del battesimo.[285]Parvolo d'età, col battesimo sarebbe uscito dalpassodella selva. In vero il battesimo èraffigurato nelpassodel mar rosso, nel camminar di Gesù sulle acque, nel galleggiar dell'arca sul diluvio.[286]E Dante, che ha raffigurato in una selva oscura l'ignoranza e la difficoltà prodotta dal peccato originale, volendo poi figurare il battesimo, che cancella il peccato originale, chiama, come si vede,passoquest'uscita della selva, quasi ella fosse un fiume, chè di fiumi o paludi egli dice altrovepasso. Altopassochiama l'ingresso nel regno della morta gente, che si fapassandolo Acheronte. (Inf. 2, 12; 3, 92, 124, 127) Altropassoè quello dello Stige (8, 21) per cui si entra in parte ben distinta di quel regno. E lo Stige, c'è poi uno “che alpasso„ lopassacon le piante asciutte, (ib. 9, 80) Ora la selva oscura ha unpassocome fosse acqua: Ma che! Ad acqua assomiglia. (Inf. 1, 22)
E come quei che con lena affannatauscito fuor delpelagoalla riva,si volge all'acquaperigliosa, e guata;così l'animo mio che ancor fuggiva,si volse indietro a rimirar lopasso...
E come quei che con lena affannatauscito fuor delpelagoalla riva,si volge all'acquaperigliosa, e guata;
così l'animo mio che ancor fuggiva,si volse indietro a rimirar lopasso...
Ma che! Fiume è; non soltanto sembra. Lo dice Lucia a Beatrice. Dante è all'orlo della selva; e Lucia esclama: (ib. 2, 107)
non vedi tu la morte che il combattesu lafiumanaove il mar non ha vanto?
non vedi tu la morte che il combattesu lafiumanaove il mar non ha vanto?
A pelago Dante ha assomigliata la selva; peggio che mare o pelago, la proclama Lucia. È fiumana dunque;e più come fiumana che come selva, la selva ha unpasso, che è riguardato affannosamente dal naufrago giunto alla riva. Un naufrago, sì, è il parvolo, è l'uomo, è il genere umano, cui salva la fede. È Pietro che cammina sull'acque, e comincia a sommergersi e grida: Signore, muoio; e il Signore gli porge la mano, lo regge, lo incuora, e gli dice:Modicae fidei, perchè hai dubitato?[287]Così Dante, che si trovava in una selva, guata questa come un'acqua “perigliosa„, nella quale fu per sommergere,coepit mergi.
Questa definizione, che fa una donna del cielo, della selva, chiamandolafiumana, e questo paragone che fa il Poeta stesso della selva con l'acquaperigliosa d'un pelago, anche a non cercare altro, suggeriscono da sè l'ideale del battesimo, che èex aqua et Spiritu, che, oltre chesanguinis, èfluminis.[288]Ma c'è ben altro: la parolapasso, ossia “transito„, può significare morte, come nell'espressione “doloroso passo„ (Inf. 5, 144), e nell'altra “passo forte„ (Par. 22, 123), tralasciando per ora “l'alto passo„. (Inf. 2, 12) E che qui significhi appunto tal passaggio dalla vita alla morte, da questa ad altra vita, è chiaro dall'aggiunta, così chiara che, per non vederla, bisogna chiuder gli occhi; dall'aggiunta
chenonlasciògiammaipersonaviva.
chenonlasciògiammaipersonaviva.
Ora “morte„ è appunto il battesimo. Il battesimo e nella morte del Cristo; ed essere battezzati nella morte del Cristo altro non è se non “morire„ alpeccato.[289]Il battesimo, sì nei parvoli sì nei grandi, è a similitudine della “morte e della risurrezione„ del Cristo.[290]Quelli che sono battezzati nella morte del Cristo, “muoiono„ al peccato, per vivere a Dio.[291]Il battesimo è dato perchè “e moriamo e riviviamo„.[292]Nel battesimo è “morte mistica„.[293]Così. Dice S. Ambrogio: “Beata dunque morte quella che ci toglie al peccato per riformarci a Dio. Poichè chi morì, fu giustificato dal peccato. O che colla fine della natura, alcuno è giustificato dal peccato? No, davvero; chè chi muor peccatore, rimane nel peccato„. Dunque è giustificato dal peccato quegli a cui, mediante il battesimo, sono rimessi tutti i peccati, ossia, come dice S. Paolo di cui qui Ambrogio illustra le parole, “colui chemorì„.[294]Siffatta morte S. Ambrogio chiama “mors mystica„.[295]E questa dunque succede in chi si battezza.
Ma Dante nella selva era parvolo d'animo, non d'età; e il battesimo l'aveva avuto nel suo bel San Giovanni. Or come può egli dire d'aver incontrata questa battesimale morte mistica nel passo della selva, quand'egli aveva trent'anni, come a me parverosimile, o trentacinque, come par vero ad altri? Non certo, con tali allegorie. Dante vuol significare d'essere anabattista. O che dunque?
Prima di tutto: ho già considerato altrove la parte che le Confessioni di S. Agostino ebbero verosimilmente nei primi disegni di Dante, i quali erano come abbozzi di questa mirabile visione.[296]Il libro delle Confessioni fu invero presente allo spirito del Poeta e allora e dopo. Nel Convivio, a principio del proemio, scusa il parlar di sè con l'esempio del Santo: “e questa ragione mosse Agostino nelleConfessionia parlar di sè; che per lo processo della sua vita, la quale fu di buono in buono[297]e di buono in migliore, e di migliore in ottimo, ne diede esemplo e dottrina, la quale per più vero testimonio ricevere non si poteva„. (Co. 1, 2) Emendiamo, probabilmente, quel “di buono in buono„, così, secondo il racconto di S. Agostino: “di buono (in malo, di malo) in buono, di buono in migliore etc.„; e noi vediamo come Dante costruisse, a questo modello, il suo libello giovanile e la sua mirabile Visione. Chè e nella Vita Nova e nella Comedia, egli si dipinge prima buono; anzi, riassume l'un libro e l'altro, facendo dire a Beatrice: (Pur. 30, 115)
Questi fu tal nella suavita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
Questi fu tal nella suavita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova.
Da buono, si fa men buono, o cattivo; nella Vita Nova travia per inganno d'Amore, vivendo Beatrice;travia, per inganno d'Amore, una seconda volta, morta Beatrice. E questo secondo traviamento è quello narrato nella Comedia, in cui seguendo false imagini di bene entra e dimora nella selva oscura. E poi si pente o ne esce, e così di malo torna buono. La Comedia poi racconta come profittasse, e di buono si facesse migliore nel purgatorio, e di migliore ottimo nel paradiso terrestre e celeste.
Ora e nelle Confessioni racconta il Padre aver ricevuto il battesimo nell'anno trigesimo terzo dell'età sua,[298]e nelle altre opere parla sovente del battesimo come di sacramento che si conferisca a uomini adulti e conscienti. Potè Dante da ciò essere indotto a porre questa figurazione del battesimo (che non è, poi, una cosa col battesimo!) nell'età sua adulta e consciente.[299]Ma in S. Agostino egli trovava a questa figurazione anche la ragione morale e teologica. Dice infatti il Padre: “Il parvolo è già fatto fedele (cioè credente, cristiano, incorporato al Cristo etc.) dal sacramento della fede, sebbene non ancora della fede che è nella volontà dei credenti. Chè, come si risponde che crede, così anche si chiama fedele, non per lo annuirvi con la mente, ma per ricevere il sacramento.Quando poi l'uomo comincerà ad aver intero l'uso di ragione (sapere), non ripeterà quel sacramento ma lo intenderà, e si farà adatto (coaptabitur) alla verità di esso, col concorso anchedel volere (consona etiam voluntate)„.[300]La ripetizione del battesimo che è nella Comedia, non può essere se non un così fatto riassumerlo nell'intelletto e aderirvi con la volontà. Ora un parvolo d'animo, quale è Dante o l'uomo nella selva oscura, ha, per la difficoltà e ignoranza originali, assopito, per così dire, e questo lume e questo volere. Uscirne vuol dire svegliar l'uno e veder l'altro; cioè “volere„ gli effetti del battesimo. In questo senso il parvolo d'animo ripete il battesimo che ebbe quand'era parvolo d'età. E gli effetti si scorgono subito. Dante è giunto appiè d'un colle; guarda in alto, e vede i raggi del sole “che mena dritto altrui per ogni calle„, sulle pendici. Allora si rinfranca, nel tempo stesso che vede lume: e si volge indietro e guarda il passo. Dal passo era uscito, prima che vedesse la luce dell'alba e sentisse quetare la paura. Egli “rimira„ il passo. Che è ciò se non il solo modo direpetereche di questo sacramento sia concesso,repeterecon lo sguardo della mente, fisso e iterato; considerarlo e intenderlo, insomma, come è chiaro dalle parole che seguono e che mostrano come lo spaurito viatore abbia capito di che passo si trattava? Lo passo
che non lasciò giammai persona viva!
che non lasciò giammai persona viva!
Come il viatore trovò il passo? come potè uscirne? La luce dell'alba egli la vide poi, guardando in alto; non fu essa che lo scortò. Qual fu dunque? Chi lo guidò e chi gli fu lucerna? Qualche cosa che è appunto della dottrina sua tacere. Nella visita allaquarta delle male bolgie, nella quale è punita la falsa prudenza o previdenza, di quelli appunto che per aver voluto vedere innanzi hanno il volto tornato dalle reni; Virgilio dice a Dante: (Inf. 20, 127)
E già iernotte fu la luna tonda:ben ten dee ricordar, chè non ti nocquealcuna volta per la selva fonda.
E già iernotte fu la luna tonda:ben ten dee ricordar, chè non ti nocquealcuna volta per la selva fonda.
“Non ti nocque„ vuol dire, per attenuamento, “ti giovò e molto giovò„; “alcuna volta„ vale “tante volte„.[301]Dante se ne deve ricordare; nel fatto, non si ricordò di parlarcene.[302]Ebbene egli non doveva ricordarsi d'averla veduta, la luna tonda; doveva, anzi, non averla veduta, sebbene ella gli giovasse continuamente nella sua notte di miseria. Perchè? Per un perchè somigliante a quello del lume che è nel nobile castello e che non impedisce che vi siano le tenebre:[303]un perchè dottrinale. Col battesimo si conferisce la grazia.[304]Ora la grazia è, di natura sua, occulta. Invero dice S. Agostino, che è il Cristo che battezza, non però con visibile ministerio, sìocculta gratia.[305]La grazia opera dentro noi; Dio non agisce da fuori, ma di dentro: non si mostra, diciamo.[306]La grazia è segretae rimota dai nostri sensi.[307]“Non per suon che venga da fuori, di legge e dottrina, bensì con interna e occulta, mirabile e ineffabile virtù (potestate), Dio ne' cuori degli uomini opera non solo veraci rivelazioni, ma ancora buone volontà„.[308]Nella figurazione mistica del suo battesimo Dante vuole esprimere questo concetto: “Gli uomini possono, perchè vogliono così; ma vogliono così, perchè così Dio opera per grazia sua, che vogliano„.[309]Dante potè uscir dalla selva, perchè volle; infatti la sua uscita significa il riacquisto del volere; ma volle, e perciò potè, per la grazia di Dio, la quale è occulta e ineffabile. La sa Dante e la dice, questa profondità misteriosa. Si fa dire da Guido del Duca: (Pur. 14, 18)
tu ne faitanto meravigliar della tua grazia,quanto vuol cosa, che non fu più mai;
tu ne faitanto meravigliar della tua grazia,quanto vuol cosa, che non fu più mai;
e soggiungere:
ma dacchè Dio in te vuol chetralucatanta sua grazia...
ma dacchè Dio in te vuol chetralucatanta sua grazia...
Non ci si maraviglia, che di cosa di cui non ci si rende ragione; non traluce, se non cosa che sia coperta. L'Aquila parla, e dice con quella sua tanta esattezza: (Par. 20, 67)
Chi crederebbe giù nel mondo errante,che Rifeo Troiano in questo tondofosse la quinta delle luci sante?Ora conosce assaidi quel che il mondoveder non può della divina grazia,benchè sua vista non discerna il fondo.
Chi crederebbe giù nel mondo errante,che Rifeo Troiano in questo tondofosse la quinta delle luci sante?
Ora conosce assaidi quel che il mondoveder non può della divina grazia,benchè sua vista non discerna il fondo.
Così Dante non dice, perchè non può dirlo, come fosse che egli potè, cioè che volle. Glielo dice poi Virgilio, come fosse, aggiungendo quel “ben ten dee ricordare„ che fa vedere che, nella finzione del Poeta, Virgilio non sa che Dante non sa e non ricorda. Altra volta, se Virgilio non parlasse. Dante non saprebbe. Dante dorme e sogna. Si sveglia e non sa più dove sia. Dormendo era giunto al purgatorio. Come? Virgilio glielo racconta, vincendo il dubbio e la paura di lui. (Pur. 9, 52)
Dianzi nell'alba che precede il giornoquando l'anima tua dentro dormiasopra li fiori, onde laggiù è adorno,venne una donna e disse: I' son Lucia;lasciatemi pigliar costui che dorme,si l'agevolerò per la sua via.
Dianzi nell'alba che precede il giornoquando l'anima tua dentro dormiasopra li fiori, onde laggiù è adorno,
venne una donna e disse: I' son Lucia;lasciatemi pigliar costui che dorme,si l'agevolerò per la sua via.
Sì: Lucia l'aveva portato sino alla entrata del purgatorio. Ed egli per quanto nel sogno avesse avuta una visione di analogo significato, egli non sapeva nulla ed era in un dubbio pauroso. Ora Lucia è la Grazia; e il sonno di Dante è narrato, oltre che a dichiarare che la Grazia precede i meriti ed è datagratis, anche a significare che ella è occulta e rimota dai nostri sensi, e opera di dentro, senza a noi visibili strumenti. E dunque Dante non dice nulla della luna tonda che alfine gli fece trovare il passo, perchè secondo il senso dottrinale, egli non deve averla veduta, perchè era la Grazia, e la Grazia è invisibile. La luna era piena, e pure egli deve dire che la selva era oscura, e non far cenno di quel lume di grazia che raggiava per lui; chè la luna, secondo Dante medesimo, dal sole riceve quella“luce di grazia„, che secondo i teologi scende da Dio “giustificante„.[310]Così la luna tonda simboleggia lagraziaebuona vogliaconseguente, (Par. 28, 113) di cui Dante non s'accorse. Egli sa ciò solo che deve sapere; che potè.
Non sapeva della luna tonda quando parlava a Brunetto. A lui dice: Mi smarrii in una valle, ier mattina ne uscii: ma vi tornavo quando Virgilio m'apparve. (Inf. 15, 50) Quando poi vede Forese (l'uno era il vecchio savio, venerato come maestro, l'altro il compagno di sollazzi giovanili), Dante può parlare della luna, avendone udito parlare Virgilio. A Forese dice: (Pur. 23, 118)
Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui(e il sol mostrai)...
Di quella vita mi volse costuiche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondavi si mostrò la suora di colui
(e il sol mostrai)...
Il Poeta non senza perchè accenna alla relazione della luna col sole,[311]e non senza perchè ricorda la luna a proposito del suo mutar vita, e non senza perchè fa quel cenno e quel ricordo in questa cornice, dove l'ombre hanno difetto di carne, (v. 51) e dov'esso dichiara come mai faccia il gran viaggio con la sua “vera carne„ che “seconda„ però un essere spirituale quale è Virgilio. Come di luna parlò Virgilio a Dante nella bolgia infernale della falsa prudenza, così ne parla qui Dante a Forese, per indurre l'idea della “prudentia carnis„. Laquale consiste nel tenere i beni delle carne come fine della vita, nell'amare la carne d'amore soverchio. Chè “lecitamente si ama la carne, affinchè ella sia ordinata al bene dell'anima, come ad ultimo fine, ma se si costituisce nel ben della carne l'ultimo fine, sarà inordinato e illecito amore„.[312]E questo concetto si riscontra nel Convivio, dove si descrive il nobile appetito che “conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama; e conciosiacosachè più nobile parte dell'uomo sia l'anima che 'l corpo, quella più ama„. Se questo non fa, l'animo non è nobile, bensì vile, e sè non usa, cioè non usa la volontà e l'intelletto, (Co. 4, 22) cioè erra nella selva oscura, nella vanità del senso, nella notte, con non altro che la prudenza della carne, ben contraria all'altra prudenza che “assomiglia al carbonchio che allumina la notte„,[313]e alla luna che splende da sera a mane, come il suo fratello sole raggia da mane a sera.[314]Uscito, Dante posò alquanto il corpo lasso. Lasso era il corpo, perchè il battesimo, se cancella la colpa originale, lascia però l'infermità. “Si rimette la colpa, non illanguoremeritato della colpa„.[315]Ma il corpo si riposa. E questo è per la virtù della grazia battesimale che ristora e rifà (reficit); chè il battesimo è una seconda natività, è una morte, sì, mache rigenera. Dante, esce dal passo: muore. E si riposa, cioè comincia a rivivere.