XXVIII.LE TRE FIERE

XXVIII.LE TRE FIEREEd ecco quasi al cominciar dell'ertauna lonza leggiera e presta moltoche di pel maculato era coverta.(Inf. 1, 31)Dante l'aveva sempre dinanzi al volto e ne era impedito nel suo cammino, sì che si volse più volte per ritornare. Ma era mattina, era primavera: l'ora e la stagione gli erano motivo a bene sperare; quando apparve un leone, con la test'alta, con fame rabbiosa da spaventar l'aria, e una lupa, magra, piena di tutte brame, che fece misere molte genti. Queste due, specialmente l'ultima, lo impaurirono: alla vista dell'ultima perdè la speranza di salire. Egli piange e s'attrista in tutti i suoi pensieri; nessuno gliene rimane a confortarlo. La bestia senza pace gli veniva incontro a poco a poco respingendolo nell'oscurità e facendolo ruinare nella bassura di prima. Quando gli si mostrò un'Ombra. Era respinto nell'oscurità; e l'Ombra era d'un poeta onore e lume di tutti i poeti. Era ricacciato nella selva dove non è “vita discienzae d'arte„;[334]e l'ombra era d'uno che onorava ogniscienza ed arte. (Inf. 4, 73) Ruinava in basso loco; dove sono i parvoli d'animo; e del magnanimo era l'Ombra.Le tre fiere che sono?[335]Perchè la selva che impediva Dante, e gli mise tanta paura, rappresenta il peccato, è ragionevole figurino il peccato anche le fiere che impediscono e impauriscono. Ma la selva è il peccato originale; le fiere saranno il peccato attuale. Il peccato attuale presso Dante (e presso tutti) è tenuto separato dal peccato originale. In vero Virgilio, dichiarandolo e dividendolo filosoficamente, non fa parola del limbo e del vestibolo, e parla solo di incontinenza, violenza (o bestialità), frode. Così: prima parla solo di malizia divisa invimefraudem, secondo Cicerone, e la frode suddivide poi in tale che uccide solo il vincolo d'amore e in tale che fa obliare anche l'amore aggiunto per fede speciale; in tale, secondo una distinzione pur Ciceroniana, che offende l'umanità e in tale che offende la pietà (pietas). Quando, chiedendone Dante, Virgilio mentova l'incontinenza che offende meno Dio e acquista meno biasimo, ed è punita perciò fuor di Dite, allora enumera le tre disposizioni aristoteliche, incontinenza, malizia e la matta bestialità. Che la bestialità sia tutt'uno, per Dante, con la violenzaè certo, e parole non ci appulcro.[336]Le disposizioni sono tre, come le fiere; le fiere raffigurano il peccato; saranno dunque queste tre specie di peccato. Di più: l'incontinenza è trattata da Virgilio separatamente, e da Dio punita fuor di Dite in modo assai distinto dalle altre due disposizioni più gravi; la lonza si presenta prima, si presenta quasi al cominciar dell'erta, ed è tale da poter esser vinta: non toglie la speranza, per la quale uno si salva.[337]Di più: la bestialità è in qualche modo incontinenza:[338]il leone si mostra idealmente o, direi, sintatticamente, unito alla lonza:sìche a bene sperar m'era cagionedi quella fiera alla gaietta pellel'ora del tempo e la dolce stagione;ma non sìche paura non mi dessela vista, che m'apparve, d'un leone.Di più: la bestialità, col suo nome ciceroniano divis, è unita strettamente afraus: e Dante ci mostra quasi a un tempo il leone e la lupa:Questi parea che contra me venesse...ed una lupa, che etc.Leone e lupa hanno il predicato in comune; oltre avere in comune la fame e la paura. Gli incontinenti sommettono la ragione al talento, seguono come bestie l'appetito (o cuore o animo ohormeno ira,cioè irascibile); i bestiali sono quel che dice la parola, poco differenti da bestie, pur meno e più bestie dei primi, chè sonouominibestiali, sono semiferini, sono di quelli cui l'ira sopra ilmal volers'aggueffa (Inf. 23, 16); e sono dipinti come bestemmiatori col cuore (o animo o appetito o ira etc.), come trascinati dall'animo a essere ingiusti, e vai dicendo. Nel tempo stesso i bestiali o violenti sono rei d'ingiustizia come i fraudolenti, sebbene di tanto meno rei, in quanto, delle due parti della ragione,[339]corruppero solo la volontà, senza cui non è ingiuria, e non l'intelletto ancora, che è invece nella frode. Ebbene il leone è messo insieme mediante il “ma non sì„ con la lonza, e mediante la comunanza di predicato e quel venire insieme, con la lupa. Si rileggano quei versi, e vi si vedrà fedelmente rispecchiata la dottrina di Virgilio: “L'incontinenza è più leggiera, ma badiamo: c'è una specie d'incontinenza che sebbene sembri operare soltanto col cuore, non è incontinenza, bensì ingiustizia: ingiuria ha per fine, e somiglia molto alla frode, sebben questa, uguale per il fine, sia peggiore per il mezzo„. E l'incontinente danneggia solo sè stesso; la bestialità o violenza e sè stesso e gli altri; la frode soli gli altri. La lonza è solo un impedimento all'uomo, o meglio all'animo(chefuggivae cacciava); il leone e la lupa hanno fame e spaventano. Ma la lupa che ha tutte brame, viene innanzi a poco a poco e finirebbe con lo uccidere il viatore. Il leone ha fame sì, ma rabbiosa. L'aer ne teme. Come si estrinseca la fame, quandoè rabbiosa? Ne troviamo esempi in Dante: (Inf. 8, 62)Lo fiorentino spirito bizzarroin se medesmo si volgea coi denti.Un altro: un mostro semiferino, chiamato bestia da Virgilio, (Inf. 12, 14)quando vide noi sè stesso morse,sì come quei cui l'ira dentro fiacca.Un altro: un dannato, che già mostrò “bestial segno„ rodendo il teschio del nemico, racconta: (Inf. 33, 58)ambo le mani per furor mi morsi,e così che pareva avesse fame o voglia di manicare. E ci sono esempi che dottrinalmente equivalgono: quel di Pier della Vigna, che dice: (Inf. 13, 79)L'animomio per disdegnoso gusto,credendo col morir fuggir disdegno,ingiusto fece me contro me giusto;e quello di Capaneo, che ha per castigo la sua superbia che lo brucia dentro. (Inf. 14, 63) Il leone, rabbiosamente, addenterebbe sè stesso: intanto fa paura all'aria.[340]La lonza è l'incontinenza. Questa disposizione comprende (Inf. 11, 70)quei della palude pingue,che porta il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con si aspre lingue.Quelli della palude dicono: Fummo tristi “nell'aer dolce che dal sol s'allegra„: ora ci attristiamo qui, dove abbiamo fango per la gola invece d'aria, e oscurità invece di sole. Contrappasso! Questi sono gli ultimi, i più disutto, degl'incontinenti; i primi e più di sopra sono quelli “che paion sì al vento esser leggieri„. La lonza èuna fiera leggiera e presta molto:contro la lonza vale “l'ora del tempo„, quando il sole monta, e la dolce stagione, quando dolce è l'aere. È dunque, la lonza, l'incontinenza di quei che porta il vento, e sì di quei della palude pingue: è l'incontinenza, indicata col suo principio e con la sua fine. Così Dante nel purgatorio dipinge il peccato delle tre cornici superiori, come una strega che le appare nella quarta cornice che è dell'accidia. E questa femmina è l'accidia, così come si mostra, balba, guercia, zoppa, monca, scialba. Sotto lo sguardo del sognante (la concupiscenza comincia dagli occhi!) diventa dolce sirena, che canta e sta dritta ed è colorita d'amore. È l'accidia che diventa concupiscenza. Comparisce una donna santa e presta e fende alla sirena i drappi e ne mostra il ventre, che puzza. Ecco la sirena sotto la pioggia che fa putir la terra; (Inf. 6, 12) ecco la sirena nella belletta negra. (Inf. 7, 124) La sirena è dunque manifestamente lussuria, gola e tristizia o accidia. E anche avarizia, che, oltre la chiara lettera, anche le imagini del Poeta lo provano; che gli avari e prodighi sono stati “guerci„ (Inf. 7, 40) e risorgeranno col pugno chiuso e coi crin mozzi; il che s'accorda con le mani monche econ la fiacchezza generale della sirena, prima che la sguardo altrui la vivifichi. I capei mozzi significano (non dico esclusivamente) il partirsi della fortezza, come nel fatto di Sansone,[341]e così il pugno chiuso, oltre la tenacia di chi mal tiene, significa ciò che la man monca: l'inettitudine a qualunque operazione. Ora dice un avaro del purgatorio, e dice dell'avarizia intendendo certo anche del suo contrario; (Pur. 19, 121)Come avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, ondeoperar perdesi,così giustizia qui stretti ne tiene.E gli avari sono, come quelli del vestibolo e come quelli della palude pingue, inconoscibili, e perciò innominabili. Perchè? Perchè non operarono. La femmina balba è dunque l'accidia che diventa lussuria, gola e avarizia; è la concupiscenza che si risolve in accidia. In vero contro lei ha forza una donna santa e presta, e contro lei vale il battere a terra le calcagne, cioè camminare, cioè operare, e contemplare le bellezze del creato. Così contro la lonza vale l'ora del tempo e la dolce stagione, e l'alacrità che ne viene all'animo. Dunque la lonza è l'incontinenza, e comprende dai portati dal vento tutti quei peccatori sino ai tristi nella belletta.[342]Il leone è la violenza o bestialità, come la lupa è la frode e il tradimento. Di vero, hanno fame tutte e due le fiere: l'uno fame rabbiosa, l'altra fame di tutto. La lonza no, non ha fame, e impedisce, manon uccide. Invero ella raffigura il non contenere la “concupiscenza„. La concupiscenza è qualcosa tra sè e sè. Gli avari, golosi e lussuriosi ebbero soverchio l'amor del bene, bene che non fa felici in questa vita, come si vede che son gioie quelle, che finiscono in tristizia, e piaceri quelli, che terminano in puzza; nè nell'altra, come è inutile spiegare: ma amarono il bene; e questo amor soverchio è concupiscenza. Ma oltre l'amor soverchio del bene, e oltre l'amor lento di questo bene medesimo, fonti tutti e due di peccati, c'è un'altra fonte e un altro amore: l'amore del male, (Pur. 17, 91 segg.), ossia, virtualmente almeno, il mal volere. Dal terzettoBenigna volontade in cui si liquasempre l'amor che drittamente spira,come cupidità fa nell'iniqua,(Par. 15, 1)esce nitidamente la proporzione: amor diritto sta a volontà buona, come cupidità sta a volontà iniqua: dunque cupidità è amor del male. E il male che s'ama, non può essere di Dio e di sè, ma solo del prossimo. Orbene quest'amor del male o cupidità è ciò che nelle fiere è la fame; fame che è rabbiosa nel leone, e molteplice e insaziabile nella lupa. Peraltro la cupidità che è nella violenza o bestialità, se guardiamo a Pier della Vigna, è amor del male di sè, se guardiamo a Capaneo è amor del male di Dio; se guardiamo, intendo, a questi due per un esempio: ebbene non è ciò in contraddizione con la teorica del purgatorio? No: perchè tal cupidità o cupidigia è cieca, come tale ira è folle, come tal bestialità è matta.Eppure no, non basta dire che quella cupidigia è cieca, per sanare la contraddizione che sarebbe tra la teorica dell'amore nel purgatorio, e questo amor del male che nell'inferno è anche di sè e di Dio.[343]Perchè nel purgatorio Dante non ha avvertito che, per alcuna cecità, l'uomo può odiar sè e Dio? E invece ha detto: non può. Come mai, se nell'inferno aveva veduto, cioè pensato, altrimenti? Ecco: l'amore del male non può veramente aver per obbietto sè e Dio. Può questo obbietto, il mal di Dio e di sè essere d'altra potenza dell'anima. Di quale? Della volontà.Ben l'amore è distinto del volere. Leggete il verso (Pur. 18, 96)cui buon volere e giusto amor cavalca,e ricordate il terzetto della cupidità, che è detta liquarsi nell'iniquo volere, e non essere una cosa con quello. Il superbo (dice Virgilio) e l'invido e l'iroso amano il mal del prossimo, ma con esso amano anche il bene proprio; il primo, eccellenza, il secondo podere, grazia, onore e fama, il terzo, vendetta. Poniamo che il superbo sopprima il vicino, che l'invido impedisca ad altri di sormontarlo, che l'iroso si vendichi. Essi allora non si appagano d'amare il male del prossimo; bensì lo vogliono; ed è, la loro, iniqua volontà.E Pier della Vigna? Egli volle, sì, il male di sè; chè a sè fece ingiuria, a sè giusto; e ingiuria è fine di malizia, e fine non è se non della volontà. Volle dunque il male di sè. O per questo s'ha a dire, che il male di sè, l'amava? No: tutt'altro: disè amava il bene, cioè la vendetta ch'egli prendeva come bene. In questo amare il bene e fare il male, o amare il mal del prossimo e fare il suo, è quella stolidezza che ognuno nota sempre nel peccato; e più è da notare in questi in cui entra l'ira o il disdegnoso gusto. Ma in tutti si vede. Il più ignorante dei peccatori (una specie di mulino a vento o di maciulla) è quegli che era il più sapiente degli angeli: Lucifero.... Or bene se a Dante si chiedesse: o non amò egli il mal di Dio? risponderebbe che no: egli amava l'eccellenza che è un bene, e la sperò: se la sperava, la riteneva possibile, non credeva che Dio fosse Dio, anzi credeva che fosse un suo vicino da sopprimere; onde se amò il mal di Dio, l'amò ma come di prossimo, non come di Dio, ch'egli non volle riconoscere. Così risponderebbe, o altrimenti; che certo non presumo di rispondere io per lui, specialmente nel fatto di Lucifero, che sto per dire, è l'unico che presenti difficoltà. A ogni modo, Dante ha detto che, quando l'amore è o torto o soverchio o lento,contra il fattore adovra sua fattura.Non si può dire che chi opera contro uno, l'ami. Eppure Dante dice che in nessun caso l'amore volge il viso dall'esser primo. Ma nell'opera della fattura contro il Fattore c'è altro che amore, il quale è dell'operazione la sementa! L'amor del male si è liquato in volontà iniqua. E l'amor del male non è mai verso Dio e la volontà iniqua è sempre contro Dio. L'amore, per conchiudere, ha sede nell'animo(Pur. 17, 93); e l'animoinvero cerca sempre il bene suo, cioè Dio. Ma oltre l'animo, noi abbiamo la ragione, cioè la volontà e l'intelletto.La cupidità è, per Dante, amor del male, e l'amor del male si trova sempre con un amor del bene: speranza d'eccellenza, timor di perdere podere grazia onore e fama, brama di vendetta. Nelle due ultime fiere è questa cupidità, perchè non solo c'è la fame che sarebbe l'amor del cibo che è un bene, ma la brama di offendere altrui, che è l'amor del male; il leone e la lupa vengono contro Dante, con l'atteggiamento di volerlo divorare. Hanno tutti e due cupidità; ma il leone non mostra che una fame rabbiosa e la brama, diciamo, di mangiarsi il viatore; la lupa sembrava carca “di tutte brame„. L'amor del male, o cupidità, nasce in tre modi: la speranza d'eccellenza, e questa può essere in tante cose, in quante è il timore di perdere perchè altri abbia; il timore di perdere podere, grazia, onore e fama, il qual timore presuppone l'amore di queste quattro cose, che ne comprendono tante altre; la bramosia di vendetta, che è una cosa sola. La cupidità del leone, semplice, è questa brama; la cupidità della lupa, molteplice, comprende tutta quella speranza e tutto quel timore. Che ci sia timore nella lupa, è certo. Perchè viene incontro a poco a poco? perchèincontroe noncontracome il leone? E pure è tanto magra, tanto bramosa, tanto famelica! E non uccide subito; ma tanto impedisce il viatore, che lo uccide. E non empie mai la sua voglia, e dopo il pasto ha più fame di prima, e la sua fame è senza fine cupa. Ciò non è nel leone, sebbene non lo dica espressamente il Poeta; ma s'intende che la fame dell'uno non è che rabbiosa, e che la fame dell'altra è insaziabile a differenza di quella. La cupidità di vendetta si sazia con la vendetta; la cupidità di tutte le altrecose non si sazia mai; specialmente quella d'eccellenza. L'eccellenza l'uomo non la può raggiunger mai![344]Così le due bestie potrebbero chiamarsi,metonimicamente, ponendo la causa per l'effetto, cupidigia o cupidità o amor del male. Ora questa cupidità è ciò che contrasta principalmente alla giustizia. Tolta la cupidità, nulla resta di avverso alla giustizia. (M. 1, 13) Ed è dunque, secondo il pensier di Dante, il contrario della malizia di cui “ingiuria è il fine„ e che si chiama perciò da Ciceroneiniustitia. E se leone e lupa sono cupidità per metonimia, con parola propria saranno da chiamarevisefrausin cui si divide lainiustitia; violenza e frode, in cui si distingue la malizia che ha per fine la ingiuria.E questa cupidigia, fonte d'ingiustizia, è sovente figurata come la lupa (nella lupa sparisce il leone). Che la lupa s'ammoglia ad animali che molti son già e più saranno; sicchè non è soltanto famelica, ma seduttrice. Il che osservato a dovere avrebbe vietato a più d'uno di supporre che Dante si confessi reo di ciò che la lupa raffigura. No: la lupa quali uccide, a quali s'ammoglia; e Dante rischiò d'esserne ucciso, non d'esserle drudo. E ciò si conferma dall'altra rappresentazione della medesima lupa, trasformata in fuia. Ella ha le ciglia intorno pronte e bacia spesso un gigante e volge intorno l'occhiocupidoe vago, e ognun sa come Dante la chiami. (Pur. 32, 150) E un Messo di Dio l'anciderà, come dal cielo deve venire colui per cui la lupa discederà, (Pur. 20, 10) e quello,nutrito di sapienza, virtù e amore, che la ricaccerà nell'inferno, donde l'invidia la mosse. (Inf. 1, 101) Nel canto proemiale Dante non si dilunga intorno a questo aspetto della lupa; anzi, per quanto un cenno ne faccia, non ha scelta l'imagine in modo, ch'egli potesse farne più che un cenno. Ma insomma la lupa è anche una fuia, sciolta, ecupidaanche d'altro che di terra e peltro. E così assomiglia a quella “illudens cupiditas, more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans„ (Ep. V 4); ricorda quella “dominantem cupidinem„, che non solo vuol impedire (cohibentem) con minaccie (vane, quella volta, perchè c'era in Italia quello che Dante potè credere il Veltro, e non fu!), ma blandisce con velenoso sussurro; (Ep. VI 5) e accieca. (ib. e 3) E anch'essa è bramosa e in questa frase sono le due qualità della lupa, la fame insaziabile e la seduzione:dira cupiditatis ingluvies illexit. (ib. 2) E Dante preparava nel pensiero la figura di questa lupa, quando parlava dellaculpa vetus(che fu causata dall'invidia del serpente)....quae plerumque serpentis modo torquetur et vertitur in se ipsam. Infatti la lupa fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo, ossia fu prodotta dalla prima colpa, nè per altra ragione ella è chiamata “antica„, (Pur. 20, 10) come “antica„ è la selva dell'Eden, (ib. 28, 23) E Dante s'apparecchiava alla sua terribile sintesi del male, quando parlava d'unavulpeculafetida, che è anche una vipera, una pecora marcia, una Mirra, un'Amata, una parricida, una ribelle, pur piena di carezze e finzioni per allettare i vicini. Ora ognun vede che questa cupidità allettatrice, blanda, di molti uomini, che accieca e avvelena, e che è serpente, è proprio la frode. Sisa dove Dante pone le fuie e le Taidi e le Mirre.L'avarizia in Dante sta in questo rapporto con la cupidità: nella seconda è sempre la prima, nella prima non è mai la seconda.[345]Nessun avaro del cerchio d'inferno e della cornice del purgatorio è anche cupido. Ciò per una chiarissima ragione. La cupidità è amor del male; nell'avarizia, almeno del purgatorio (ma anche dell'inferno, via!), non è amor del male; bensì amor soverchio del bene. Perchè allora parlar di lupa, proprio in quel canto dell'avarizia, nel purgatorio? Perchè l'avarizia può divenire cupidità, che “quaerit aliena„ (M. 1, 13), e allora da mal tenere diviene mal prendere. Ma il mal prendere, in Dante, non è già peccato d'avarizia! La lupa predatrice non è già avarizia, ossia mal tenere, ossia perdita di “operare„, ossia ignavia inconoscibile, come di quelli del vestibolo e del brago! No: dobbiamo dire: la lupa è frode, la frode germina dalla cupidità, che può scambiar il nome con essa; e dunque la lupa si può anche chiamar cupidità. Ora la cupidità è amor del male che nasce dal soverchio amore del bene o dei beni. E così possiamo dire che il seme è avarizia, il germoglio è cupidità, la pianta è frode.Ma le metafore non colgono mai giusto. Non si può dire che avarizia sia un seme; poichè in verità ella è una pianta venuta da un seme che si chiama amor soverchio del bene; anzi da un germoglio che sbullettò da un seme che si chiama amore. La cupidità proviene da questo seme istesso, ma sul germoglio s'insetò un altro germoglio; e così divennecupidità. La qual cupidità crescendo a pianta, non è più cupidità, bensì ingiustizia. Or che ha ella in comune con l'avarizia? Il seme; ma il seme è unico per tutte le piante:amor sementa in voi d'ogni virtutee d'ogni operazion che merta pene;e poi quel germoglio, che là restò come era e qui fu insetato con l'amor del male.La pianta dell'avarizia non dà frutti: è sterile di bene e di male. Quest'altra, è carica di frutti velenosi. Però, se non era quel primo germoglio, non nasceva questa pianta venefica. Ma però, se quel primo germoglio non s'innestava con la cupidità, la pianta rimaneva sterile. Così avviene che quando si vede quella prima pianta sterile e uggiosa, si può maledire a lei pensando all'altra che è così dannosa, tanto più che anch'essa, se non è dannosa, non è però utile; e nel tempo stesso sarebbe errore dire che la prima è la seconda. C'è voluto un innesto per la seconda: l'amor del male innestato sul primo germoglio che era amor del bene, sebbene amor soverchio; quell'innesto che si chiama cupidità.La quale si liqua in volontà ingiusta, ossia ramifica in ingiustizia; e in questo senso cupidità non è soltanto frode, ma anche violenza. Però la violenza, non essendo proprio male dell'uomo, ha un elemento in meno della frode: l'intelletto. Cupidità, dunque, è nella violenza, e mal volere: il contrario di ciò che hanno gli accidiosi pentiti nel purgatorio, cioè, buon volere e giusto amore. (Pur. 18, 96) E noi ci domandiamo: la cupidità dei violenti è amor del male, o ingiusto amore; ma questo ingiusto amore s'innestasu un amore del proprio bene: è esso quel medesimo su cui s'innesta l'amor malvagio dei fraudolenti, che è amore di ricchezze? Dante nel cominciare a trattare della violenza, esclama: (Inf. 12),O ciecacupidigia, oirafolle!Altrove dice: (Inf. 23, 16)Se l'irasopra ilmal volers'aggueffa.Dal confronto dei due versi, ricaviamo che uno degli elementi della violenza, è l'ira, la quale sarà quell'amor del bene proprio che nei fraudolenti è amore di ricchezze e potere e il resto. E l'ira, nel luogo del purgatorio, si compone d'un adontamento per ingiuria e d'un amor della vendetta considerata come bene. Quell'adontamento è tristizia.[346]Ora nell'enumerazione di specie di violenza, è il verso (Inf. 11, 45)e piange là dov'esser dee giocondo;e quei della palude pingue sono tutti tristi, non solo quelli che gorgogliano, or ci attristiam nella belletta; ma anche gli altri che rissano, e dicono per bocca di un di loro. Vedi che son un che piango! E sono tali cui “vinse l'ira„. (Inf. 7, 116) Tale tristezza si ritrova nel leone, che rappresenta la violenza? Poichè nella violenza è quella tristezza. Sì: invero il leone viene “con rabbiosa fame„. Or questa rabbia è consumamento e martirio come si vede, p. e. da questi due versi: (7, 9; 14, 65).Consumadentro te con la tuarabbia.Nullomartirio, fuor che la tuarabbia.Riassumiamo. La lonza non ha fame, dunque non ha cupidità, cioè non ha quell'amor del male che si liqua in volontà ingiusta, dunque non ha volontà. Ha però amor soverchio del bene, essendo ella una sirena che dismaga. Oltre a questo amor soverchio del bene, ha la tristizia uguale a quella dei gorgoglianti nel brago, perchè ella, se è la sirena, è anche la femmina balba, guercia, storta, monca, pallida, contro cui giova il camminare e il contemplare, la stagione bella e l'ora mattutina, l'aer dolce e il sole. Il leone ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del male, che si liqua in volontà ingiusta; egli ha sola questa fame, che non può essere che di vendetta; la fame è con rabbia, cioè con tristizia. La lupa ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del male, cioè iniqua volontà. Con esso amor del male, è anche amor del bene che non fa felice, perchè ella è fuia: di più ha tutte brame, cioè l'amor di tutti quei beni che s'accorda con l'amor del male, ossia eccellenza, podere, grazia, onore e fama; e poichè le ha tutte, non si può escludere nemmeno quell'unica del leone; di più, poichè Dante ne parla nel cerchio dell'avarizia, e dice lupo a Pluto, ha in modo segnalato l'amor delle ricchezze, il quale amore è concupiscenza e pur dà principio alla cupidità; di più ha anch'essa la tristizia, se ha la brama unica del leone, e la concupiscenza della lonza, e quell'attristarsi che è in chi teme di perdere podere, grazia, onore e fama. Con tutto ciò ha qualcos'altro a differenza del leone, oltre aver tutte brame invece d'una brama sola. Viene innanzi a poco a poco; sa allettare come sa uccidere; è, più che simile, una stessa cosa col serpente infernale, in cui per invidia al genere umanosi trasformò il diavolo, poichè dall'inferno “invidia prima dipartilla„; ha insomma, a differenza del leone, l'intelletto. E se l'intelletto non ne traluce meglio, bisogna considerare ch'ella è bestia, non solo (anche il veltro è bestia, eppur si nutre di sapienza), ma anche che l'intelletto, nel peccato e peccatore, è inordinato, e la sua sapienza è insipienza, ignoranza, cecità!Si può così vedere che la lupa ha tutto ciò che ha il leone e che ha la lonza; e perciò in lei spariscono e lonza e leone, e riman sola, ed è la bestia.[347]Il che si può veder meglio raccogliendo, in termini scolastici, tutte le proprietà di questo triplice simbolo del peccato attuale. Diciamo dunque che la concupiscenza e la tristizia hanno lor sede nell'appetito: nell'appetito concupiscibile la prima, nell'irascibile la seconda; e che le altre facoltà dell'anima che possano esser inordinate dal peccato, sono la volontà e l'intelletto. E allora la lonza avendo concupiscenza e tristizia, ha inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; il leone, avendo rabbia e fame, cioè tristizia e cupidità (la cupidità liquandosi in volontà iniqua) ha inordinati l'appetito irascibile e la volontà; la lupa, ha come fuia, inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; come cupida, ha inordinata la volontà; come astuta, ha inordinato l'intelletto.[348]Dunque nella lonza, leggiera e presta, èguasto sol l'appetito; nel leone l'appetito (sebbene in una parte sola) e la volontà, nella lupa l'appetito, la volontà e l'intelletto. Ossia, la lupa è tutto il peccato. Or dunque, cominciando dall'imo, raffigura e compendia tutto l'inferno; come lo compendia Lucifero, che ha tre teste che mostrano la deformazione dell'appetito, della volontà, dell'intelletto. E perciò è la frode, e perciò assomiglia non solo a Lucifero, che è la frode chiamata tradimento; ma a Gerione, che ha tre nature ed è la frode semplice; ma ai giganti che hanno l'argomento della mente oltre il mal volere e la possa; ma, in genere, al diavolo che per fare il male congiunge il mal volere e l'intelletto e la virtù della sua natura (che solmetaphoriceè appetito sensitivo). Chè la lupa è il diavolo, veramente; come il diavolo è il serpente infernale; tutti e due dipartiti dall'invidia: il diavolo, e io posso fare a meno di spogliare bestiari, chè a me e a tutti deve bastare questo passo: “figura dilupoporta ildiavolo, che sempreinvidiail genere umano„.[349]Per quanto dottrinalmente la lupa comprenda anche il leone, oltre che la lonza, e perciò le fiere si riducono alla bestia, non credo che Dante considerando a parte la lupa, vi vedesse sempre quel compendio di tutto il male. Certo la dispregia più. Se, come è probabile, egli sentiva in tutti tre i nomi,leonza,leone,leopede,[350]l'idea di leone, il dispregioè anche nel nome di lupa, che varrebbe: leone di piedi. Quindi io credo che, quando la vedeva a parte, egli non discernesse in lei la natura del leone, che conserva anche nel suo senso simbolico qualcosa della sua nobiltà naturale, per quanto nella violenza sia compresa sodoma e l'usura; che peraltro sono pecche di letterati grandi e di nobiluomini. E non vi discerneva allora la concupiscenza e tristizia della lonza; chè, in fin dei conti, la lupa non è fuia e non si ammoglia se non metaforicamente: altro è libidine d'oro, o di terra e peltro, o di dominio, e vai dicendo; altro, di carne. E allora, togliendo alla lupa il leone e la lonza che in lei sono spariti, e fondandoci soltanto sulla equivalenza di cupidità ed amor del male con relativo desiderio o speranza del proprio bene, dobbiamo dire che le sue “tutte brame„ sono, esclusa l'unica del leone e l'amor soverchio e lento della lonza, quali? Queste: desiderio di soppressione del vicino e speranza d'eccellenza; timore di perder podere grazia onore e fama, e amore o desiderio che altri non sormonti. Avrà dunque i peccati, quali sono nel purgatorio (ma via! anche nell'inferno!) di superbia e d'invidia. Ma la lupa è maledetta nel cerchio dell'avarizia nell'inferno,Maledetto lupo! e nella cornice dell'avarizia nel purgatorio,Maledetta sii tu, antica lupa! E dunque Dante stesso ci dice che tra quei beni desiderati dall'invido e dal superbo, sono anche quelli che l'avaro ama tenere; ci dice che nella lupa è anche avarizia; anzi che ell'è inizialmente avarizia.[351]Superbia, invidia ed avarizia, dunque, sono in lei: letre faville che accesero i cuori in Fiorenza, quando vi venne il giostratore con la lancia di Giuda. (Inf. 6, 74) In Fiorenza si scatenò allora la lupa, e dalla lupa fu offeso e cacciato Dante, che già di sè dice che era “nemico ai lupi„ che insidiavano l'ovile ov'egli dormiva agnello. (Par. 25, 6) E lupi erano, come dice Brunetto, quelli che non vollero che il dolce fico fruttasse tra i lazzi sorbi: lupi, cioè “genteavara, invidiosa, superba„ (Inf. 15, 68). Si scatenò la lupa per Fiorenza; e come l'invidia primafu quella che la dipartì dall'inferno, quando consigliò laculpa vetus, così anche qui, anche ora, come potè la lupa venire nella terra? Ciacco dice che la città era piena “diinvidia„. (Inf. 6, 50) Dante ha sempre il pensiero al primo peccato umano! Solo, per chi legge a fior di vista, Dante qui fa dire a Ciacco prima, che c'era invidia, poi, come correggendosi in cotal modo goffo: ho sbagliato: superbia, invidia e avarizia! No: si tratta dell'invidia diabolica, come quella prima gran volta, la quale sprigiona nel mondo il peccato che è la superbia, come quello dei progenitori, l'invidia come quella di Caino; più l'avarizia, che è di tutti e due, essendo un po' concupiscenza e un po' cupidità.[352]

Ed ecco quasi al cominciar dell'ertauna lonza leggiera e presta moltoche di pel maculato era coverta.(Inf. 1, 31)

Ed ecco quasi al cominciar dell'ertauna lonza leggiera e presta moltoche di pel maculato era coverta.(Inf. 1, 31)

Dante l'aveva sempre dinanzi al volto e ne era impedito nel suo cammino, sì che si volse più volte per ritornare. Ma era mattina, era primavera: l'ora e la stagione gli erano motivo a bene sperare; quando apparve un leone, con la test'alta, con fame rabbiosa da spaventar l'aria, e una lupa, magra, piena di tutte brame, che fece misere molte genti. Queste due, specialmente l'ultima, lo impaurirono: alla vista dell'ultima perdè la speranza di salire. Egli piange e s'attrista in tutti i suoi pensieri; nessuno gliene rimane a confortarlo. La bestia senza pace gli veniva incontro a poco a poco respingendolo nell'oscurità e facendolo ruinare nella bassura di prima. Quando gli si mostrò un'Ombra. Era respinto nell'oscurità; e l'Ombra era d'un poeta onore e lume di tutti i poeti. Era ricacciato nella selva dove non è “vita discienzae d'arte„;[334]e l'ombra era d'uno che onorava ogniscienza ed arte. (Inf. 4, 73) Ruinava in basso loco; dove sono i parvoli d'animo; e del magnanimo era l'Ombra.

Le tre fiere che sono?[335]Perchè la selva che impediva Dante, e gli mise tanta paura, rappresenta il peccato, è ragionevole figurino il peccato anche le fiere che impediscono e impauriscono. Ma la selva è il peccato originale; le fiere saranno il peccato attuale. Il peccato attuale presso Dante (e presso tutti) è tenuto separato dal peccato originale. In vero Virgilio, dichiarandolo e dividendolo filosoficamente, non fa parola del limbo e del vestibolo, e parla solo di incontinenza, violenza (o bestialità), frode. Così: prima parla solo di malizia divisa invimefraudem, secondo Cicerone, e la frode suddivide poi in tale che uccide solo il vincolo d'amore e in tale che fa obliare anche l'amore aggiunto per fede speciale; in tale, secondo una distinzione pur Ciceroniana, che offende l'umanità e in tale che offende la pietà (pietas). Quando, chiedendone Dante, Virgilio mentova l'incontinenza che offende meno Dio e acquista meno biasimo, ed è punita perciò fuor di Dite, allora enumera le tre disposizioni aristoteliche, incontinenza, malizia e la matta bestialità. Che la bestialità sia tutt'uno, per Dante, con la violenzaè certo, e parole non ci appulcro.[336]Le disposizioni sono tre, come le fiere; le fiere raffigurano il peccato; saranno dunque queste tre specie di peccato. Di più: l'incontinenza è trattata da Virgilio separatamente, e da Dio punita fuor di Dite in modo assai distinto dalle altre due disposizioni più gravi; la lonza si presenta prima, si presenta quasi al cominciar dell'erta, ed è tale da poter esser vinta: non toglie la speranza, per la quale uno si salva.[337]Di più: la bestialità è in qualche modo incontinenza:[338]il leone si mostra idealmente o, direi, sintatticamente, unito alla lonza:

sìche a bene sperar m'era cagionedi quella fiera alla gaietta pellel'ora del tempo e la dolce stagione;ma non sìche paura non mi dessela vista, che m'apparve, d'un leone.

sìche a bene sperar m'era cagionedi quella fiera alla gaietta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;ma non sìche paura non mi dessela vista, che m'apparve, d'un leone.

Di più: la bestialità, col suo nome ciceroniano divis, è unita strettamente afraus: e Dante ci mostra quasi a un tempo il leone e la lupa:

Questi parea che contra me venesse...ed una lupa, che etc.

Questi parea che contra me venesse...ed una lupa, che etc.

Leone e lupa hanno il predicato in comune; oltre avere in comune la fame e la paura. Gli incontinenti sommettono la ragione al talento, seguono come bestie l'appetito (o cuore o animo ohormeno ira,cioè irascibile); i bestiali sono quel che dice la parola, poco differenti da bestie, pur meno e più bestie dei primi, chè sonouominibestiali, sono semiferini, sono di quelli cui l'ira sopra ilmal volers'aggueffa (Inf. 23, 16); e sono dipinti come bestemmiatori col cuore (o animo o appetito o ira etc.), come trascinati dall'animo a essere ingiusti, e vai dicendo. Nel tempo stesso i bestiali o violenti sono rei d'ingiustizia come i fraudolenti, sebbene di tanto meno rei, in quanto, delle due parti della ragione,[339]corruppero solo la volontà, senza cui non è ingiuria, e non l'intelletto ancora, che è invece nella frode. Ebbene il leone è messo insieme mediante il “ma non sì„ con la lonza, e mediante la comunanza di predicato e quel venire insieme, con la lupa. Si rileggano quei versi, e vi si vedrà fedelmente rispecchiata la dottrina di Virgilio: “L'incontinenza è più leggiera, ma badiamo: c'è una specie d'incontinenza che sebbene sembri operare soltanto col cuore, non è incontinenza, bensì ingiustizia: ingiuria ha per fine, e somiglia molto alla frode, sebben questa, uguale per il fine, sia peggiore per il mezzo„. E l'incontinente danneggia solo sè stesso; la bestialità o violenza e sè stesso e gli altri; la frode soli gli altri. La lonza è solo un impedimento all'uomo, o meglio all'animo(chefuggivae cacciava); il leone e la lupa hanno fame e spaventano. Ma la lupa che ha tutte brame, viene innanzi a poco a poco e finirebbe con lo uccidere il viatore. Il leone ha fame sì, ma rabbiosa. L'aer ne teme. Come si estrinseca la fame, quandoè rabbiosa? Ne troviamo esempi in Dante: (Inf. 8, 62)

Lo fiorentino spirito bizzarroin se medesmo si volgea coi denti.

Lo fiorentino spirito bizzarroin se medesmo si volgea coi denti.

Un altro: un mostro semiferino, chiamato bestia da Virgilio, (Inf. 12, 14)

quando vide noi sè stesso morse,sì come quei cui l'ira dentro fiacca.

quando vide noi sè stesso morse,sì come quei cui l'ira dentro fiacca.

Un altro: un dannato, che già mostrò “bestial segno„ rodendo il teschio del nemico, racconta: (Inf. 33, 58)

ambo le mani per furor mi morsi,

ambo le mani per furor mi morsi,

e così che pareva avesse fame o voglia di manicare. E ci sono esempi che dottrinalmente equivalgono: quel di Pier della Vigna, che dice: (Inf. 13, 79)

L'animomio per disdegnoso gusto,credendo col morir fuggir disdegno,ingiusto fece me contro me giusto;

L'animomio per disdegnoso gusto,credendo col morir fuggir disdegno,ingiusto fece me contro me giusto;

e quello di Capaneo, che ha per castigo la sua superbia che lo brucia dentro. (Inf. 14, 63) Il leone, rabbiosamente, addenterebbe sè stesso: intanto fa paura all'aria.[340]

La lonza è l'incontinenza. Questa disposizione comprende (Inf. 11, 70)

quei della palude pingue,che porta il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con si aspre lingue.

quei della palude pingue,che porta il vento, che batte la pioggiae che s'incontran con si aspre lingue.

Quelli della palude dicono: Fummo tristi “nell'aer dolce che dal sol s'allegra„: ora ci attristiamo qui, dove abbiamo fango per la gola invece d'aria, e oscurità invece di sole. Contrappasso! Questi sono gli ultimi, i più disutto, degl'incontinenti; i primi e più di sopra sono quelli “che paion sì al vento esser leggieri„. La lonza è

una fiera leggiera e presta molto:

una fiera leggiera e presta molto:

contro la lonza vale “l'ora del tempo„, quando il sole monta, e la dolce stagione, quando dolce è l'aere. È dunque, la lonza, l'incontinenza di quei che porta il vento, e sì di quei della palude pingue: è l'incontinenza, indicata col suo principio e con la sua fine. Così Dante nel purgatorio dipinge il peccato delle tre cornici superiori, come una strega che le appare nella quarta cornice che è dell'accidia. E questa femmina è l'accidia, così come si mostra, balba, guercia, zoppa, monca, scialba. Sotto lo sguardo del sognante (la concupiscenza comincia dagli occhi!) diventa dolce sirena, che canta e sta dritta ed è colorita d'amore. È l'accidia che diventa concupiscenza. Comparisce una donna santa e presta e fende alla sirena i drappi e ne mostra il ventre, che puzza. Ecco la sirena sotto la pioggia che fa putir la terra; (Inf. 6, 12) ecco la sirena nella belletta negra. (Inf. 7, 124) La sirena è dunque manifestamente lussuria, gola e tristizia o accidia. E anche avarizia, che, oltre la chiara lettera, anche le imagini del Poeta lo provano; che gli avari e prodighi sono stati “guerci„ (Inf. 7, 40) e risorgeranno col pugno chiuso e coi crin mozzi; il che s'accorda con le mani monche econ la fiacchezza generale della sirena, prima che la sguardo altrui la vivifichi. I capei mozzi significano (non dico esclusivamente) il partirsi della fortezza, come nel fatto di Sansone,[341]e così il pugno chiuso, oltre la tenacia di chi mal tiene, significa ciò che la man monca: l'inettitudine a qualunque operazione. Ora dice un avaro del purgatorio, e dice dell'avarizia intendendo certo anche del suo contrario; (Pur. 19, 121)

Come avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, ondeoperar perdesi,così giustizia qui stretti ne tiene.

Come avarizia spense a ciascun benelo nostro amore, ondeoperar perdesi,così giustizia qui stretti ne tiene.

E gli avari sono, come quelli del vestibolo e come quelli della palude pingue, inconoscibili, e perciò innominabili. Perchè? Perchè non operarono. La femmina balba è dunque l'accidia che diventa lussuria, gola e avarizia; è la concupiscenza che si risolve in accidia. In vero contro lei ha forza una donna santa e presta, e contro lei vale il battere a terra le calcagne, cioè camminare, cioè operare, e contemplare le bellezze del creato. Così contro la lonza vale l'ora del tempo e la dolce stagione, e l'alacrità che ne viene all'animo. Dunque la lonza è l'incontinenza, e comprende dai portati dal vento tutti quei peccatori sino ai tristi nella belletta.[342]

Il leone è la violenza o bestialità, come la lupa è la frode e il tradimento. Di vero, hanno fame tutte e due le fiere: l'uno fame rabbiosa, l'altra fame di tutto. La lonza no, non ha fame, e impedisce, manon uccide. Invero ella raffigura il non contenere la “concupiscenza„. La concupiscenza è qualcosa tra sè e sè. Gli avari, golosi e lussuriosi ebbero soverchio l'amor del bene, bene che non fa felici in questa vita, come si vede che son gioie quelle, che finiscono in tristizia, e piaceri quelli, che terminano in puzza; nè nell'altra, come è inutile spiegare: ma amarono il bene; e questo amor soverchio è concupiscenza. Ma oltre l'amor soverchio del bene, e oltre l'amor lento di questo bene medesimo, fonti tutti e due di peccati, c'è un'altra fonte e un altro amore: l'amore del male, (Pur. 17, 91 segg.), ossia, virtualmente almeno, il mal volere. Dal terzetto

Benigna volontade in cui si liquasempre l'amor che drittamente spira,come cupidità fa nell'iniqua,(Par. 15, 1)

Benigna volontade in cui si liquasempre l'amor che drittamente spira,come cupidità fa nell'iniqua,(Par. 15, 1)

esce nitidamente la proporzione: amor diritto sta a volontà buona, come cupidità sta a volontà iniqua: dunque cupidità è amor del male. E il male che s'ama, non può essere di Dio e di sè, ma solo del prossimo. Orbene quest'amor del male o cupidità è ciò che nelle fiere è la fame; fame che è rabbiosa nel leone, e molteplice e insaziabile nella lupa. Peraltro la cupidità che è nella violenza o bestialità, se guardiamo a Pier della Vigna, è amor del male di sè, se guardiamo a Capaneo è amor del male di Dio; se guardiamo, intendo, a questi due per un esempio: ebbene non è ciò in contraddizione con la teorica del purgatorio? No: perchè tal cupidità o cupidigia è cieca, come tale ira è folle, come tal bestialità è matta.

Eppure no, non basta dire che quella cupidigia è cieca, per sanare la contraddizione che sarebbe tra la teorica dell'amore nel purgatorio, e questo amor del male che nell'inferno è anche di sè e di Dio.[343]Perchè nel purgatorio Dante non ha avvertito che, per alcuna cecità, l'uomo può odiar sè e Dio? E invece ha detto: non può. Come mai, se nell'inferno aveva veduto, cioè pensato, altrimenti? Ecco: l'amore del male non può veramente aver per obbietto sè e Dio. Può questo obbietto, il mal di Dio e di sè essere d'altra potenza dell'anima. Di quale? Della volontà.

Ben l'amore è distinto del volere. Leggete il verso (Pur. 18, 96)

cui buon volere e giusto amor cavalca,

cui buon volere e giusto amor cavalca,

e ricordate il terzetto della cupidità, che è detta liquarsi nell'iniquo volere, e non essere una cosa con quello. Il superbo (dice Virgilio) e l'invido e l'iroso amano il mal del prossimo, ma con esso amano anche il bene proprio; il primo, eccellenza, il secondo podere, grazia, onore e fama, il terzo, vendetta. Poniamo che il superbo sopprima il vicino, che l'invido impedisca ad altri di sormontarlo, che l'iroso si vendichi. Essi allora non si appagano d'amare il male del prossimo; bensì lo vogliono; ed è, la loro, iniqua volontà.

E Pier della Vigna? Egli volle, sì, il male di sè; chè a sè fece ingiuria, a sè giusto; e ingiuria è fine di malizia, e fine non è se non della volontà. Volle dunque il male di sè. O per questo s'ha a dire, che il male di sè, l'amava? No: tutt'altro: disè amava il bene, cioè la vendetta ch'egli prendeva come bene. In questo amare il bene e fare il male, o amare il mal del prossimo e fare il suo, è quella stolidezza che ognuno nota sempre nel peccato; e più è da notare in questi in cui entra l'ira o il disdegnoso gusto. Ma in tutti si vede. Il più ignorante dei peccatori (una specie di mulino a vento o di maciulla) è quegli che era il più sapiente degli angeli: Lucifero.... Or bene se a Dante si chiedesse: o non amò egli il mal di Dio? risponderebbe che no: egli amava l'eccellenza che è un bene, e la sperò: se la sperava, la riteneva possibile, non credeva che Dio fosse Dio, anzi credeva che fosse un suo vicino da sopprimere; onde se amò il mal di Dio, l'amò ma come di prossimo, non come di Dio, ch'egli non volle riconoscere. Così risponderebbe, o altrimenti; che certo non presumo di rispondere io per lui, specialmente nel fatto di Lucifero, che sto per dire, è l'unico che presenti difficoltà. A ogni modo, Dante ha detto che, quando l'amore è o torto o soverchio o lento,

contra il fattore adovra sua fattura.

contra il fattore adovra sua fattura.

Non si può dire che chi opera contro uno, l'ami. Eppure Dante dice che in nessun caso l'amore volge il viso dall'esser primo. Ma nell'opera della fattura contro il Fattore c'è altro che amore, il quale è dell'operazione la sementa! L'amor del male si è liquato in volontà iniqua. E l'amor del male non è mai verso Dio e la volontà iniqua è sempre contro Dio. L'amore, per conchiudere, ha sede nell'animo(Pur. 17, 93); e l'animoinvero cerca sempre il bene suo, cioè Dio. Ma oltre l'animo, noi abbiamo la ragione, cioè la volontà e l'intelletto.

La cupidità è, per Dante, amor del male, e l'amor del male si trova sempre con un amor del bene: speranza d'eccellenza, timor di perdere podere grazia onore e fama, brama di vendetta. Nelle due ultime fiere è questa cupidità, perchè non solo c'è la fame che sarebbe l'amor del cibo che è un bene, ma la brama di offendere altrui, che è l'amor del male; il leone e la lupa vengono contro Dante, con l'atteggiamento di volerlo divorare. Hanno tutti e due cupidità; ma il leone non mostra che una fame rabbiosa e la brama, diciamo, di mangiarsi il viatore; la lupa sembrava carca “di tutte brame„. L'amor del male, o cupidità, nasce in tre modi: la speranza d'eccellenza, e questa può essere in tante cose, in quante è il timore di perdere perchè altri abbia; il timore di perdere podere, grazia, onore e fama, il qual timore presuppone l'amore di queste quattro cose, che ne comprendono tante altre; la bramosia di vendetta, che è una cosa sola. La cupidità del leone, semplice, è questa brama; la cupidità della lupa, molteplice, comprende tutta quella speranza e tutto quel timore. Che ci sia timore nella lupa, è certo. Perchè viene incontro a poco a poco? perchèincontroe noncontracome il leone? E pure è tanto magra, tanto bramosa, tanto famelica! E non uccide subito; ma tanto impedisce il viatore, che lo uccide. E non empie mai la sua voglia, e dopo il pasto ha più fame di prima, e la sua fame è senza fine cupa. Ciò non è nel leone, sebbene non lo dica espressamente il Poeta; ma s'intende che la fame dell'uno non è che rabbiosa, e che la fame dell'altra è insaziabile a differenza di quella. La cupidità di vendetta si sazia con la vendetta; la cupidità di tutte le altrecose non si sazia mai; specialmente quella d'eccellenza. L'eccellenza l'uomo non la può raggiunger mai![344]

Così le due bestie potrebbero chiamarsi,metonimicamente, ponendo la causa per l'effetto, cupidigia o cupidità o amor del male. Ora questa cupidità è ciò che contrasta principalmente alla giustizia. Tolta la cupidità, nulla resta di avverso alla giustizia. (M. 1, 13) Ed è dunque, secondo il pensier di Dante, il contrario della malizia di cui “ingiuria è il fine„ e che si chiama perciò da Ciceroneiniustitia. E se leone e lupa sono cupidità per metonimia, con parola propria saranno da chiamarevisefrausin cui si divide lainiustitia; violenza e frode, in cui si distingue la malizia che ha per fine la ingiuria.

E questa cupidigia, fonte d'ingiustizia, è sovente figurata come la lupa (nella lupa sparisce il leone). Che la lupa s'ammoglia ad animali che molti son già e più saranno; sicchè non è soltanto famelica, ma seduttrice. Il che osservato a dovere avrebbe vietato a più d'uno di supporre che Dante si confessi reo di ciò che la lupa raffigura. No: la lupa quali uccide, a quali s'ammoglia; e Dante rischiò d'esserne ucciso, non d'esserle drudo. E ciò si conferma dall'altra rappresentazione della medesima lupa, trasformata in fuia. Ella ha le ciglia intorno pronte e bacia spesso un gigante e volge intorno l'occhiocupidoe vago, e ognun sa come Dante la chiami. (Pur. 32, 150) E un Messo di Dio l'anciderà, come dal cielo deve venire colui per cui la lupa discederà, (Pur. 20, 10) e quello,nutrito di sapienza, virtù e amore, che la ricaccerà nell'inferno, donde l'invidia la mosse. (Inf. 1, 101) Nel canto proemiale Dante non si dilunga intorno a questo aspetto della lupa; anzi, per quanto un cenno ne faccia, non ha scelta l'imagine in modo, ch'egli potesse farne più che un cenno. Ma insomma la lupa è anche una fuia, sciolta, ecupidaanche d'altro che di terra e peltro. E così assomiglia a quella “illudens cupiditas, more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam rationis mortificans„ (Ep. V 4); ricorda quella “dominantem cupidinem„, che non solo vuol impedire (cohibentem) con minaccie (vane, quella volta, perchè c'era in Italia quello che Dante potè credere il Veltro, e non fu!), ma blandisce con velenoso sussurro; (Ep. VI 5) e accieca. (ib. e 3) E anch'essa è bramosa e in questa frase sono le due qualità della lupa, la fame insaziabile e la seduzione:dira cupiditatis ingluvies illexit. (ib. 2) E Dante preparava nel pensiero la figura di questa lupa, quando parlava dellaculpa vetus(che fu causata dall'invidia del serpente)....quae plerumque serpentis modo torquetur et vertitur in se ipsam. Infatti la lupa fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo, ossia fu prodotta dalla prima colpa, nè per altra ragione ella è chiamata “antica„, (Pur. 20, 10) come “antica„ è la selva dell'Eden, (ib. 28, 23) E Dante s'apparecchiava alla sua terribile sintesi del male, quando parlava d'unavulpeculafetida, che è anche una vipera, una pecora marcia, una Mirra, un'Amata, una parricida, una ribelle, pur piena di carezze e finzioni per allettare i vicini. Ora ognun vede che questa cupidità allettatrice, blanda, di molti uomini, che accieca e avvelena, e che è serpente, è proprio la frode. Sisa dove Dante pone le fuie e le Taidi e le Mirre.

L'avarizia in Dante sta in questo rapporto con la cupidità: nella seconda è sempre la prima, nella prima non è mai la seconda.[345]Nessun avaro del cerchio d'inferno e della cornice del purgatorio è anche cupido. Ciò per una chiarissima ragione. La cupidità è amor del male; nell'avarizia, almeno del purgatorio (ma anche dell'inferno, via!), non è amor del male; bensì amor soverchio del bene. Perchè allora parlar di lupa, proprio in quel canto dell'avarizia, nel purgatorio? Perchè l'avarizia può divenire cupidità, che “quaerit aliena„ (M. 1, 13), e allora da mal tenere diviene mal prendere. Ma il mal prendere, in Dante, non è già peccato d'avarizia! La lupa predatrice non è già avarizia, ossia mal tenere, ossia perdita di “operare„, ossia ignavia inconoscibile, come di quelli del vestibolo e del brago! No: dobbiamo dire: la lupa è frode, la frode germina dalla cupidità, che può scambiar il nome con essa; e dunque la lupa si può anche chiamar cupidità. Ora la cupidità è amor del male che nasce dal soverchio amore del bene o dei beni. E così possiamo dire che il seme è avarizia, il germoglio è cupidità, la pianta è frode.

Ma le metafore non colgono mai giusto. Non si può dire che avarizia sia un seme; poichè in verità ella è una pianta venuta da un seme che si chiama amor soverchio del bene; anzi da un germoglio che sbullettò da un seme che si chiama amore. La cupidità proviene da questo seme istesso, ma sul germoglio s'insetò un altro germoglio; e così divennecupidità. La qual cupidità crescendo a pianta, non è più cupidità, bensì ingiustizia. Or che ha ella in comune con l'avarizia? Il seme; ma il seme è unico per tutte le piante:

amor sementa in voi d'ogni virtutee d'ogni operazion che merta pene;

amor sementa in voi d'ogni virtutee d'ogni operazion che merta pene;

e poi quel germoglio, che là restò come era e qui fu insetato con l'amor del male.

La pianta dell'avarizia non dà frutti: è sterile di bene e di male. Quest'altra, è carica di frutti velenosi. Però, se non era quel primo germoglio, non nasceva questa pianta venefica. Ma però, se quel primo germoglio non s'innestava con la cupidità, la pianta rimaneva sterile. Così avviene che quando si vede quella prima pianta sterile e uggiosa, si può maledire a lei pensando all'altra che è così dannosa, tanto più che anch'essa, se non è dannosa, non è però utile; e nel tempo stesso sarebbe errore dire che la prima è la seconda. C'è voluto un innesto per la seconda: l'amor del male innestato sul primo germoglio che era amor del bene, sebbene amor soverchio; quell'innesto che si chiama cupidità.

La quale si liqua in volontà ingiusta, ossia ramifica in ingiustizia; e in questo senso cupidità non è soltanto frode, ma anche violenza. Però la violenza, non essendo proprio male dell'uomo, ha un elemento in meno della frode: l'intelletto. Cupidità, dunque, è nella violenza, e mal volere: il contrario di ciò che hanno gli accidiosi pentiti nel purgatorio, cioè, buon volere e giusto amore. (Pur. 18, 96) E noi ci domandiamo: la cupidità dei violenti è amor del male, o ingiusto amore; ma questo ingiusto amore s'innestasu un amore del proprio bene: è esso quel medesimo su cui s'innesta l'amor malvagio dei fraudolenti, che è amore di ricchezze? Dante nel cominciare a trattare della violenza, esclama: (Inf. 12),

O ciecacupidigia, oirafolle!

O ciecacupidigia, oirafolle!

Altrove dice: (Inf. 23, 16)

Se l'irasopra ilmal volers'aggueffa.

Se l'irasopra ilmal volers'aggueffa.

Dal confronto dei due versi, ricaviamo che uno degli elementi della violenza, è l'ira, la quale sarà quell'amor del bene proprio che nei fraudolenti è amore di ricchezze e potere e il resto. E l'ira, nel luogo del purgatorio, si compone d'un adontamento per ingiuria e d'un amor della vendetta considerata come bene. Quell'adontamento è tristizia.[346]Ora nell'enumerazione di specie di violenza, è il verso (Inf. 11, 45)

e piange là dov'esser dee giocondo;

e piange là dov'esser dee giocondo;

e quei della palude pingue sono tutti tristi, non solo quelli che gorgogliano, or ci attristiam nella belletta; ma anche gli altri che rissano, e dicono per bocca di un di loro. Vedi che son un che piango! E sono tali cui “vinse l'ira„. (Inf. 7, 116) Tale tristezza si ritrova nel leone, che rappresenta la violenza? Poichè nella violenza è quella tristezza. Sì: invero il leone viene “con rabbiosa fame„. Or questa rabbia è consumamento e martirio come si vede, p. e. da questi due versi: (7, 9; 14, 65).

Consumadentro te con la tuarabbia.Nullomartirio, fuor che la tuarabbia.

Consumadentro te con la tuarabbia.Nullomartirio, fuor che la tuarabbia.

Riassumiamo. La lonza non ha fame, dunque non ha cupidità, cioè non ha quell'amor del male che si liqua in volontà ingiusta, dunque non ha volontà. Ha però amor soverchio del bene, essendo ella una sirena che dismaga. Oltre a questo amor soverchio del bene, ha la tristizia uguale a quella dei gorgoglianti nel brago, perchè ella, se è la sirena, è anche la femmina balba, guercia, storta, monca, pallida, contro cui giova il camminare e il contemplare, la stagione bella e l'ora mattutina, l'aer dolce e il sole. Il leone ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del male, che si liqua in volontà ingiusta; egli ha sola questa fame, che non può essere che di vendetta; la fame è con rabbia, cioè con tristizia. La lupa ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del male, cioè iniqua volontà. Con esso amor del male, è anche amor del bene che non fa felice, perchè ella è fuia: di più ha tutte brame, cioè l'amor di tutti quei beni che s'accorda con l'amor del male, ossia eccellenza, podere, grazia, onore e fama; e poichè le ha tutte, non si può escludere nemmeno quell'unica del leone; di più, poichè Dante ne parla nel cerchio dell'avarizia, e dice lupo a Pluto, ha in modo segnalato l'amor delle ricchezze, il quale amore è concupiscenza e pur dà principio alla cupidità; di più ha anch'essa la tristizia, se ha la brama unica del leone, e la concupiscenza della lonza, e quell'attristarsi che è in chi teme di perdere podere, grazia, onore e fama. Con tutto ciò ha qualcos'altro a differenza del leone, oltre aver tutte brame invece d'una brama sola. Viene innanzi a poco a poco; sa allettare come sa uccidere; è, più che simile, una stessa cosa col serpente infernale, in cui per invidia al genere umanosi trasformò il diavolo, poichè dall'inferno “invidia prima dipartilla„; ha insomma, a differenza del leone, l'intelletto. E se l'intelletto non ne traluce meglio, bisogna considerare ch'ella è bestia, non solo (anche il veltro è bestia, eppur si nutre di sapienza), ma anche che l'intelletto, nel peccato e peccatore, è inordinato, e la sua sapienza è insipienza, ignoranza, cecità!

Si può così vedere che la lupa ha tutto ciò che ha il leone e che ha la lonza; e perciò in lei spariscono e lonza e leone, e riman sola, ed è la bestia.[347]Il che si può veder meglio raccogliendo, in termini scolastici, tutte le proprietà di questo triplice simbolo del peccato attuale. Diciamo dunque che la concupiscenza e la tristizia hanno lor sede nell'appetito: nell'appetito concupiscibile la prima, nell'irascibile la seconda; e che le altre facoltà dell'anima che possano esser inordinate dal peccato, sono la volontà e l'intelletto. E allora la lonza avendo concupiscenza e tristizia, ha inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; il leone, avendo rabbia e fame, cioè tristizia e cupidità (la cupidità liquandosi in volontà iniqua) ha inordinati l'appetito irascibile e la volontà; la lupa, ha come fuia, inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; come cupida, ha inordinata la volontà; come astuta, ha inordinato l'intelletto.[348]Dunque nella lonza, leggiera e presta, èguasto sol l'appetito; nel leone l'appetito (sebbene in una parte sola) e la volontà, nella lupa l'appetito, la volontà e l'intelletto. Ossia, la lupa è tutto il peccato. Or dunque, cominciando dall'imo, raffigura e compendia tutto l'inferno; come lo compendia Lucifero, che ha tre teste che mostrano la deformazione dell'appetito, della volontà, dell'intelletto. E perciò è la frode, e perciò assomiglia non solo a Lucifero, che è la frode chiamata tradimento; ma a Gerione, che ha tre nature ed è la frode semplice; ma ai giganti che hanno l'argomento della mente oltre il mal volere e la possa; ma, in genere, al diavolo che per fare il male congiunge il mal volere e l'intelletto e la virtù della sua natura (che solmetaphoriceè appetito sensitivo). Chè la lupa è il diavolo, veramente; come il diavolo è il serpente infernale; tutti e due dipartiti dall'invidia: il diavolo, e io posso fare a meno di spogliare bestiari, chè a me e a tutti deve bastare questo passo: “figura dilupoporta ildiavolo, che sempreinvidiail genere umano„.[349]

Per quanto dottrinalmente la lupa comprenda anche il leone, oltre che la lonza, e perciò le fiere si riducono alla bestia, non credo che Dante considerando a parte la lupa, vi vedesse sempre quel compendio di tutto il male. Certo la dispregia più. Se, come è probabile, egli sentiva in tutti tre i nomi,leonza,leone,leopede,[350]l'idea di leone, il dispregioè anche nel nome di lupa, che varrebbe: leone di piedi. Quindi io credo che, quando la vedeva a parte, egli non discernesse in lei la natura del leone, che conserva anche nel suo senso simbolico qualcosa della sua nobiltà naturale, per quanto nella violenza sia compresa sodoma e l'usura; che peraltro sono pecche di letterati grandi e di nobiluomini. E non vi discerneva allora la concupiscenza e tristizia della lonza; chè, in fin dei conti, la lupa non è fuia e non si ammoglia se non metaforicamente: altro è libidine d'oro, o di terra e peltro, o di dominio, e vai dicendo; altro, di carne. E allora, togliendo alla lupa il leone e la lonza che in lei sono spariti, e fondandoci soltanto sulla equivalenza di cupidità ed amor del male con relativo desiderio o speranza del proprio bene, dobbiamo dire che le sue “tutte brame„ sono, esclusa l'unica del leone e l'amor soverchio e lento della lonza, quali? Queste: desiderio di soppressione del vicino e speranza d'eccellenza; timore di perder podere grazia onore e fama, e amore o desiderio che altri non sormonti. Avrà dunque i peccati, quali sono nel purgatorio (ma via! anche nell'inferno!) di superbia e d'invidia. Ma la lupa è maledetta nel cerchio dell'avarizia nell'inferno,Maledetto lupo! e nella cornice dell'avarizia nel purgatorio,Maledetta sii tu, antica lupa! E dunque Dante stesso ci dice che tra quei beni desiderati dall'invido e dal superbo, sono anche quelli che l'avaro ama tenere; ci dice che nella lupa è anche avarizia; anzi che ell'è inizialmente avarizia.[351]Superbia, invidia ed avarizia, dunque, sono in lei: letre faville che accesero i cuori in Fiorenza, quando vi venne il giostratore con la lancia di Giuda. (Inf. 6, 74) In Fiorenza si scatenò allora la lupa, e dalla lupa fu offeso e cacciato Dante, che già di sè dice che era “nemico ai lupi„ che insidiavano l'ovile ov'egli dormiva agnello. (Par. 25, 6) E lupi erano, come dice Brunetto, quelli che non vollero che il dolce fico fruttasse tra i lazzi sorbi: lupi, cioè “genteavara, invidiosa, superba„ (Inf. 15, 68). Si scatenò la lupa per Fiorenza; e come l'invidia primafu quella che la dipartì dall'inferno, quando consigliò laculpa vetus, così anche qui, anche ora, come potè la lupa venire nella terra? Ciacco dice che la città era piena “diinvidia„. (Inf. 6, 50) Dante ha sempre il pensiero al primo peccato umano! Solo, per chi legge a fior di vista, Dante qui fa dire a Ciacco prima, che c'era invidia, poi, come correggendosi in cotal modo goffo: ho sbagliato: superbia, invidia e avarizia! No: si tratta dell'invidia diabolica, come quella prima gran volta, la quale sprigiona nel mondo il peccato che è la superbia, come quello dei progenitori, l'invidia come quella di Caino; più l'avarizia, che è di tutti e due, essendo un po' concupiscenza e un po' cupidità.[352]


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