XXXIII.LIA E RACHELE

XXXIII.LIA E RACHELEIl nuovo Enea è anche un Giacobbe novello. Egli ama Beatrice che siede “con l'antica Rachele„.(Inf. 2, 102, Par. 32, 8) Rachele ebbe un'ancella, Bala, che s'interpreta “inveterata„, come Lia un'altra, Zelfa, che s'interpreta “os hians„.[400]Poichè in Dante anche Lia è idealmente insieme con una donna, la quale sta a lei, come Beatrice a Rachele, senza difficoltà possiamo ammettere che il Poeta s'ispirasse al fatto di queste ancelle, per dare a Rachele una compagna di nome Beatrice, alla quale egli appartenne “tostamente dallasuapuerizia„, (VN. 12) e che rivede, dopo una decenne sete, provando nel cuore “i segni dell'antica (veteris) fiamma„; (Pur. 30, 48) e per dare a Lia una compagna, o quel ch'ella sia, di nome Matelda, che oltre cantare e ammaestrare,[401]è quella, nel suo significato diarte, oscienza e arte, oMusa, che rende atto Dante ad “aprir la bocca„ per far manifesta la sua visione. E Beatrice è “inveterata„ anche per un'altra ragione: ell'è, per l'Enea novello, quello che per l'antico è Anchise, il vecchio Anchise, cui, per dirne una, il re Anioveterem... agnoscit amicum. (Aen. III83) Due vecchioni del poema Virgiliano trasforma il Poeta della nuova Italia in due donne bellissime; ciò in qualche modo ispirato dagli interpreti mistici di Virgilio. Fulgenzio non manca di ricordare che nei campi Elisii Enea “vede primo Museo, che è più eccelso di tuttiper il dono delle Muse, il quale gli mostra Anchise e il fiume Leteo: il padre pertenere la gravità de' costumi, il Leteo per dimenticare la levità della puerizia (puerizia di animo, in Dante, non molto differente da quella d'età in fatto e in ispecie)„. Ma fermiamoci un poco. Può riluttare alcuno alle mie dimostrazioni che Beatrice rimproveri l'amico di puerizia d'animo; può riluttare non ostante che Dante figuri sè, a quei rimproveri, come un fanciullo che si sente dire a un tratto, Alza la barba. Ebbene, Enea era un fanciullo, che aveva, secondo Fulgenzio, a dimenticare la levità della puerizia? “E poi considera„ aggiunge Fulgenzio “il nome di Anchise. Anchise, quasiainoiscenon(parola indecifrabile per ora), vuol direabitante la patria. E il solo Dio è padre, re di tutti, solo abitante negli eccelsi, il quale si vedeper il dono della scienza(sapientia). Vedi infatti, che cosa insegna al figlio:Principio caelum ac terram camposque liquentes.Lucentemque globum Lunae Titaniaque astra...„[402]Beatrice non è Dio, bensì la sapienza, che nella Trinità di Dio è la seconda persona. Ma si veda a ogni modo che Beatrice mostra al visitatore dell'oltremondo “il globo della luna e le stelle„, come Anchise, e che Matelda adduce prima il medesimo viatore a Beatrice, e gli parla, e prima e dopo, del fiume Leteo. E si può aggiungere che Fulgenzio aveva rilevati in Anchise il suo insegnamento intorno ai misteri della natura e la sua dimostrazione circa il ritornar dell'anima alla vita e le sue predizioni del futuro.Dante è Enea e Giacobbe in uno. Già nello errar per la selva oscura egli vuol assomigliare tanto a Enea che camminiper incertam lunam in silvis, (Aen. VI270) il che non impedisce che il cammino siasola sub nocte per umbram; (ib.268) quanto a Giacobbe che lotta con l'angelo. Muove sul mattino a pie' zoppo, per la via del mondo, come Giacobbe dopo la lotta: grida in quel giornoMisererea un vate, come Enea alla Sibilla.[403]Quando poi il vate acconsente ad aiutarlo, ecco veramente che Giacobbe si fonde in Enea. L'altro viaggio che il vate propone all'uomo, è sì il cammino d'Enea agli inferi per ritrovare il vecchio Anchise, e sì il servaggio di sette e sette anni per congiungersi aRachele; e sì quel cammino e sì questo servaggio hanno un fine che è di là di Anchise e di Rachele. Enea vuol l'Italia, Giacobbe vuole il cielo; e l'Italia, interpretatamentis excessus,[404]è la stessa cosa del cielo; chè l'una e l'altro riescono a “contemplazione di Dio„. Sicchè e il cammino e il servaggio sono verso la contemplazione, ma non sono la contemplazione propria; sono ciò senza cui non si giunge a quella, non sono quella. Sono la contemplazione, madispositivamente.[405]Ora, codestadispositivitàè data dall'esercizio delle quattro virtù cardinali;[406]o, secondo l'autore nostro Aurelio Agostino, dall'osservanza dei sette comandamenti che pertengono a giustizia, e dei sette precetti di virtù impliciti nelle sette beatitudini, per i quali si ottiene Rachele, cioè la facoltà di contemplare, e perciò la beatitudine superiore. Ora Dante, come Enea, che è l'eroe della vita attiva in qualità di fondatore dello impero, esercita le quattro virtù cardinali; come Giacobbe, che è il patriarca della vita contemplativa in qualità di innamorato di Rachele, serve a Laban, cioè alla Grazia della remission dei peccati, che è unadealbatiodell'anima; cioè a Lucia, quanto a dire “bianca di luce„; serve o è “fedele„ di Lucia, mortificando sette peccati, sentendosi poi promettere le sette beatitudini, nelle quali sono impliciti sette precetti di virtù.Questo esercizio delle quattro virtù, e questamortificazione e cancellazione dei sette peccati che gli equivale, è proprio della vita attiva. In essa consiste l'uso operativo dell'animo. Dunque il viaggio e il servaggio di Enea e Giacobbe sarà la ripetizione del corto andare al bel colle. Infatti, è. La selva oscura è il vestibolo e il limbo dell'inferno, le tre fiere sono le tre disposizioni che il ciel non vuole. La selva oscura è ilpeccatooriginale, le tre fiere sonoi sette peccati, di quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia, che s'incontrano con voci discordi, di violenti, fraudolenti e traditori, ne' quali sette peccati si risolvono, a detta di Virgilio, le tre disposizioni. La selva oscura è la condizion vegetativa dell'anima; quindi è la stessa che la selva degli spiriti e che quell'altra selva semovente punta dagli insetti; le tre fiere sono il Cerbero, trifauce ma unicorpore, cane, vermo, fiera crudele e diversa; e il Minotauro, toro furioso per la ferita, bestia bicorpore, intorno a cui s'aggruppano i bimembri Centauri, le Arpie e le cagne biformi; e il Dite tricipite, o il vermo reo, o il tergemino Gerione, o la fiera che appuzza, o il maledetto lupo che è Pluto che comincia a regnare là dove mal si tiene: bestie tutte e tre anche queste, con la gradazione che è tra l'uomo che vive come bestia, e quello che vive peggio di bestia, e quello che molto peggio di bestia. Contro tali bestie Dante userà le medesime virtù, che contro le fiere della piaggia deserta: la temperanza e fortezza contro la doppia incontinenza di concupiscibile e d'irascibile; la giustizia contro ciò che nella malizia è il mal volere; la prudenza contro ciò che nella malizia è il mal pensare o mal vedere. E giungerà al vero inferno dal vestibolo edal limbo in modo analogo e simile a quello per cui esce dalla selva. Dalla guerra contro le bestie degli abissi uscirà vincitore, come non contro le fiere della piaggia diserta, e allora salirà un monte in vetta al quale è la beatitudine. E questo è dunque il cammino della vita attiva, ma è dispositivo alla vita contemplativa, in quanto che su quella cima egli sogna, bensì, Lia, che è la vita attiva, e vede Matelda, che è di Lia la compagna come di Rachele è Beatrice; ma Lia non èlaborans, e Matelda non èlippis oculis: l'una e l'altra colgono i fiori, che è una operazione sì, ma dilettevole, e Lia si specchia, sebben non come Rachele che siede tutto giorno, e Matelda ha gli occhi, quelli occhi che avrebbero a esserelippi, ardenti e lucenti come di Venere trafitta da Amore. “Contro il lor costume„ sono l'una e l'altra così; e differiscono da quel che dovrebbero essere, per ciò appunto per cui Lia, e dietro lei Matelda, sono simboli della vita attiva: nonlaborant, non hanno gli occhilippi, contemplano. Lia dunque (per limitarci ad essa) è la vita attiva in quanto è disposta alla contemplativa. In vero su quella cima Dante trova Beatrice, che è la speranza della contemplazione di Dio, e si trova “puro edispostoa salire alle stelle„.Ma il bel colle non potrebbe rappresentare questa beatitudine della vita attiva in quanto dispone all'altra? non sarebbe egli, il colle, lo esatto equivalente del monte? No.Il viaggio per loco eterno èaltrodall'andare al colle. Dante troppo insiste altra volta sui due cammini: buono e ottimo. E li distingue per la meta in questa vita. Se il viaggio proposto da Virgilio èaltro, la sua meta non è il bel colle. L'andare al colle ècorto, e s'intende che ciò è detto non riguardo al tempo sottinteso sotto il velo dell'allegoria che sarebbe di cinque anni, ma riguardo al tempo espresso nell'allegoria medesima. Un mattino o magari un giorno sarebbe bastato a Dante per salire; nell'altro viaggio gli occorsero più giorni e più notti. Ora questa proporzion di tempo, s'intuisce che significa la minore e maggior difficoltà. Agevole è raggiungere la beatitudine della vita attiva: lo andare al colle è corto. E sarà dunque della vita contemplativa l'altro viaggio che è tanto malagevole, a cui si richiede in Dante tanto coraggio, tanta perseveranza, tanta fatica, tanto tormento. Nell'andare al colle nessuno gli era scorta; nell'altro viaggio gli è duce, maestro, pedagogo, Virgilio che è lostudio: studio dell'arte, studio della sapienza o delle scienze, studio che fu lungo. Infine quell'andare fu su questa superficie terrestre; la lupa che lo impedì, era bensì un mostro dell'inferno, ma non era nell'inferno, dipartita come era di là, dall'invidia satanica: l'altro viaggio fu sotterra. Ora nascondersi sotterra vale “contemplare„. Fu, entrando col terremoto della redenzione la quale fece le tre rovine. Ora fare le rovine, o le macerie, significa contemplare. Fu, uscendo da un foro nel sasso. Ora andare per taliforamina petraesignifica contemplare.[407]E poi ognun vede, ognun comprende che Dante salendo al colle, cammina e opera, che è lo stesso, e altro non fa; e che, scendendo negli abissi e risalendone sino al monte, cammina e opera, sì, e con fatica e con timore e conpietà e con ira, ma guarda, anche se guarda e passa, guarda, nota, chiede e riceve dichiarazioni e lezioni: studia, insomma, e contempla. E infine ognun sa che Dante medesimo chiama “visione„ tutto il suoaltroviaggio.Non avrebbe Dante in vetta al bel colle trovato nè Matelda nè Beatrice. E lo studio che adduce all'una e all'altra; e Virgilio che è lo studio, mandato da Beatrice a soccorrerlo, come gli dice sulle prime?Perchè non sali il dilettoso montech'è principio e cagion di tutta gioia?Per quanto, a rigore, lo studio sia utile e necessario anche nella vita attiva, e perciò a rigore, non si debba escludere che Virgilio potesse accompagnar Dante per il corto andare;[408]tuttavia, pur sembrando sulle prime incorarlo a salire, non gli propone già di salirlo con lui, il bel colle, non gli dice mica: Ti condurrò! Non è la sua via, quella; e d'altra parte egli non avrebbe potere contro la “bestia„. Con Virgilio egli diventa, come Stazio, poeta; con Virgilio egli diventa, come Stazio,verocristiano, cioè sapiente e filosofo. Poeti e filosofi non son uomini di vita attiva. Perchè mi sembra inutile ripetere che Matelda è l'arte, in genere e in ispecie. Come Beatrice è la sapienza, Matelda è l'arte. Ella pertiene sì alla vita attiva e sì alla vita contemplativa: opera e sa o vede. Ebbene è l'arte, che è virtù intellettuale e abito operativo.[409]È l'operazione, ma gioconda, perchè è nel paradiso terrestre, dovel'operare sarebbe stato giocondo: dunque è l'arte, figlia veramente della natura e veramente nepote di Dio. Su ciò non è dubbio.[410]Ella è ilMusaeusdi Dante; e noi dobbiamo imaginare, invece del vecchio sacerdote, la gentile coglitrice di fiori e cantatrice e danzatrice, dagli occhi lucenti e ardenti d'amore, tra quei gruppi d'eroi, di guerrieri, di poeti, di sacerdoti, (Aen. VI663)inventas aut qui vitam excoluere perartisquique sui memores aliquos fecere merendo,i quali tutti Dante direbbe aver l'abito dell'arte. Chè egli conosce un'arte di Dio, (Inf. 11, 100 al.) degli angeli, (Par. 29, 52 al.) dell'imperatore (Co. 4, 9) dei guerrieri, (Inf. 13, 145) dei sacerdoti, (Pur. 1, 126) dei filosofi, degli altri scienziati, (Par. 13, 123, Pur. 4, 80 al.) dei meccanici, (Co. 4, 9 al.) e la sua, l'arte dei poeti; (Inf. 4, 73 al.) la quale, prima di veder Matelda, sentiva usare agli uccelli della foresta, (Pur. 28, 15) e dopo che l'ebbe veduta e n'ebbe avuti i benefizi, sentì in sè stesso, che lo frenava. (ib. 33, 141) Tra le qualiartesdell'Elisio Virgiliano noi possiamo discernere quale il Poeta pregiasse più. Chè nell'Elisio suo proprio Dante vede, esaltandosi in sè, degli spiriti magni prima il gruppo degli eroi; poi, inalzandoun poco più le ciglia, il gruppo dei filosofi. Ora, se questo del sedersi più su, è certo indizio di superiorità, superiore è al gruppo dei filosofi il gruppo dei poeti che rimira li altri daluogo luminoso edalto. (Inf. 4, 116) La poesia è l'arte che il Poeta pregia più, e Matelda è più propriamente come Musa così poesia. Ella è quella che apparisce in sogno a Dante, e fa confusa la fetida Sirena; e chi non si commuove pensando a questa confession di Dante, ch'egli con la divina poesia vinceva l'inerzia forzata dell'esilio, e per il conforto di quella sapeva far a meno de' ben vani, degli agi della vita, dei diletti della mensa e del talamo? O arte consolatrice che fai sì macro e sì puro! Matelda, la Musa eterna, come allora si volge con antica familiarità al Mantovano, dicendogliO Virgilio, Virgilio; (Pur. 19, 28) così, parlando poi dell'età dell'oro e de' sogni de' poeti, sembra a Virgilio più specialmente alludere, col garbo di chi voglia ricordarsi a un presente cui debba nascondersi. (Pur 28, 139) Il fatto è che Virgilio resta avanti a Matelda che èdonnadi lui comedonnasi mostra dell'altro antico poeta; (Pur. 33, 135) resta avanti all'arte o alla Musa, e sparisce avanti Beatrice. Sparisce, e ciò non è senza perchè. Beatrice, è vero si reca a lui, chiamandolo attraverso il fuoco purificatore. Virgilio ne vide lucere gli occhi. (Inf 2, 55) Anche passando con i suoi due discepoli il muro di fiamme, gli pareva vedere quelli occhi. (Pur. 27, 54) Gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni. (Co. 3, 15) Ora in tale distinzione, che la sapienza si mostra, o mostra i suoi occhi, a Virgilio, e perciò a quelli del limbo, e in genere agli antichi savi e poeti, e questi non giungono a veder lei, o appena appena la intravedono; è il concetto che fa rimaner turbato Virgilio nel pensare a sè e ai savi del limbo che desiano senza frutto. Desiano essi invano l'alto sole, comea dire il lume supero, differente da quel lume che non è lume nel loro luogo luminoso e alto. E sospirano. Sospirano come “gli altri miseri che ciò mirano„ i quali “ripensando il loro difetto, dopo il desiderio della perfezione caggiono in fatica di sospiri„. (Co. 3, 13) E sono quelli che la sapienza amarono più ardentemente e amano, perchè amarono e amano invano, non giungendo essi mai al proprio possesso di quella per cui sospirano, ma ottenendo, tutto al più, ciò che è espresso in queste dubbiose parole: “per le... tre virtù si sale a filosofare a quella Atene celestiale, dove gli Stoici e Peripatetici ed Epicurei, per l'artedella verità eterna, in un volere concordevolmente concorrono„. (Co. 3, 14) Concorrono nel volere e non giungono: vedono, per l'arte del vero, (Par. 13, 123) e trovano lucide dimostrazioni, ma posseder la sapienza che amano e sospirano, non possono. L'artenon è lasapienza: con Matelda si trovano; avanti a Beatrice, che pur li va a trovare nella loro sede tenebrosa, e mostra loro gli occhi suoi attraverso il fuoco della loro mondizia, avanti a Beatrice, a cui purconcorrono, spariscono.[411]A loro è negato salire all'Atene celestiale. A loro è interdetta quella verace filosofia che è la contemplazione. Essi restano, con tutto il fuoco che li ha purificati,purisì, ma nondispostia salire alle stelle, per quanto lo desiino e sospirino; sicchè, per quanto grandi e veggenti, oltre la vita attiva non vanno, sebbene siano o siano per essere all'estremo limite di essa, dove, passando il Letè, potrebbero, sì, dalla loro Matelda essere offerte alla danza delle quattro ninfe che furono già con loro viventi (elle erano in terra, prima che vi scendesse Beatrice); ma non potrebbero aver gli occhi acuti dalle altre che miran più profondo.

Il nuovo Enea è anche un Giacobbe novello. Egli ama Beatrice che siede “con l'antica Rachele„.(Inf. 2, 102, Par. 32, 8) Rachele ebbe un'ancella, Bala, che s'interpreta “inveterata„, come Lia un'altra, Zelfa, che s'interpreta “os hians„.[400]Poichè in Dante anche Lia è idealmente insieme con una donna, la quale sta a lei, come Beatrice a Rachele, senza difficoltà possiamo ammettere che il Poeta s'ispirasse al fatto di queste ancelle, per dare a Rachele una compagna di nome Beatrice, alla quale egli appartenne “tostamente dallasuapuerizia„, (VN. 12) e che rivede, dopo una decenne sete, provando nel cuore “i segni dell'antica (veteris) fiamma„; (Pur. 30, 48) e per dare a Lia una compagna, o quel ch'ella sia, di nome Matelda, che oltre cantare e ammaestrare,[401]è quella, nel suo significato diarte, oscienza e arte, oMusa, che rende atto Dante ad “aprir la bocca„ per far manifesta la sua visione. E Beatrice è “inveterata„ anche per un'altra ragione: ell'è, per l'Enea novello, quello che per l'antico è Anchise, il vecchio Anchise, cui, per dirne una, il re Anioveterem... agnoscit amicum. (Aen. III83) Due vecchioni del poema Virgiliano trasforma il Poeta della nuova Italia in due donne bellissime; ciò in qualche modo ispirato dagli interpreti mistici di Virgilio. Fulgenzio non manca di ricordare che nei campi Elisii Enea “vede primo Museo, che è più eccelso di tuttiper il dono delle Muse, il quale gli mostra Anchise e il fiume Leteo: il padre pertenere la gravità de' costumi, il Leteo per dimenticare la levità della puerizia (puerizia di animo, in Dante, non molto differente da quella d'età in fatto e in ispecie)„. Ma fermiamoci un poco. Può riluttare alcuno alle mie dimostrazioni che Beatrice rimproveri l'amico di puerizia d'animo; può riluttare non ostante che Dante figuri sè, a quei rimproveri, come un fanciullo che si sente dire a un tratto, Alza la barba. Ebbene, Enea era un fanciullo, che aveva, secondo Fulgenzio, a dimenticare la levità della puerizia? “E poi considera„ aggiunge Fulgenzio “il nome di Anchise. Anchise, quasiainoiscenon(parola indecifrabile per ora), vuol direabitante la patria. E il solo Dio è padre, re di tutti, solo abitante negli eccelsi, il quale si vedeper il dono della scienza(sapientia). Vedi infatti, che cosa insegna al figlio:

Principio caelum ac terram camposque liquentes.Lucentemque globum Lunae Titaniaque astra...„[402]

Principio caelum ac terram camposque liquentes.Lucentemque globum Lunae Titaniaque astra...„[402]

Beatrice non è Dio, bensì la sapienza, che nella Trinità di Dio è la seconda persona. Ma si veda a ogni modo che Beatrice mostra al visitatore dell'oltremondo “il globo della luna e le stelle„, come Anchise, e che Matelda adduce prima il medesimo viatore a Beatrice, e gli parla, e prima e dopo, del fiume Leteo. E si può aggiungere che Fulgenzio aveva rilevati in Anchise il suo insegnamento intorno ai misteri della natura e la sua dimostrazione circa il ritornar dell'anima alla vita e le sue predizioni del futuro.

Dante è Enea e Giacobbe in uno. Già nello errar per la selva oscura egli vuol assomigliare tanto a Enea che camminiper incertam lunam in silvis, (Aen. VI270) il che non impedisce che il cammino siasola sub nocte per umbram; (ib.268) quanto a Giacobbe che lotta con l'angelo. Muove sul mattino a pie' zoppo, per la via del mondo, come Giacobbe dopo la lotta: grida in quel giornoMisererea un vate, come Enea alla Sibilla.[403]Quando poi il vate acconsente ad aiutarlo, ecco veramente che Giacobbe si fonde in Enea. L'altro viaggio che il vate propone all'uomo, è sì il cammino d'Enea agli inferi per ritrovare il vecchio Anchise, e sì il servaggio di sette e sette anni per congiungersi aRachele; e sì quel cammino e sì questo servaggio hanno un fine che è di là di Anchise e di Rachele. Enea vuol l'Italia, Giacobbe vuole il cielo; e l'Italia, interpretatamentis excessus,[404]è la stessa cosa del cielo; chè l'una e l'altro riescono a “contemplazione di Dio„. Sicchè e il cammino e il servaggio sono verso la contemplazione, ma non sono la contemplazione propria; sono ciò senza cui non si giunge a quella, non sono quella. Sono la contemplazione, madispositivamente.[405]Ora, codestadispositivitàè data dall'esercizio delle quattro virtù cardinali;[406]o, secondo l'autore nostro Aurelio Agostino, dall'osservanza dei sette comandamenti che pertengono a giustizia, e dei sette precetti di virtù impliciti nelle sette beatitudini, per i quali si ottiene Rachele, cioè la facoltà di contemplare, e perciò la beatitudine superiore. Ora Dante, come Enea, che è l'eroe della vita attiva in qualità di fondatore dello impero, esercita le quattro virtù cardinali; come Giacobbe, che è il patriarca della vita contemplativa in qualità di innamorato di Rachele, serve a Laban, cioè alla Grazia della remission dei peccati, che è unadealbatiodell'anima; cioè a Lucia, quanto a dire “bianca di luce„; serve o è “fedele„ di Lucia, mortificando sette peccati, sentendosi poi promettere le sette beatitudini, nelle quali sono impliciti sette precetti di virtù.

Questo esercizio delle quattro virtù, e questamortificazione e cancellazione dei sette peccati che gli equivale, è proprio della vita attiva. In essa consiste l'uso operativo dell'animo. Dunque il viaggio e il servaggio di Enea e Giacobbe sarà la ripetizione del corto andare al bel colle. Infatti, è. La selva oscura è il vestibolo e il limbo dell'inferno, le tre fiere sono le tre disposizioni che il ciel non vuole. La selva oscura è ilpeccatooriginale, le tre fiere sonoi sette peccati, di quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia, che s'incontrano con voci discordi, di violenti, fraudolenti e traditori, ne' quali sette peccati si risolvono, a detta di Virgilio, le tre disposizioni. La selva oscura è la condizion vegetativa dell'anima; quindi è la stessa che la selva degli spiriti e che quell'altra selva semovente punta dagli insetti; le tre fiere sono il Cerbero, trifauce ma unicorpore, cane, vermo, fiera crudele e diversa; e il Minotauro, toro furioso per la ferita, bestia bicorpore, intorno a cui s'aggruppano i bimembri Centauri, le Arpie e le cagne biformi; e il Dite tricipite, o il vermo reo, o il tergemino Gerione, o la fiera che appuzza, o il maledetto lupo che è Pluto che comincia a regnare là dove mal si tiene: bestie tutte e tre anche queste, con la gradazione che è tra l'uomo che vive come bestia, e quello che vive peggio di bestia, e quello che molto peggio di bestia. Contro tali bestie Dante userà le medesime virtù, che contro le fiere della piaggia deserta: la temperanza e fortezza contro la doppia incontinenza di concupiscibile e d'irascibile; la giustizia contro ciò che nella malizia è il mal volere; la prudenza contro ciò che nella malizia è il mal pensare o mal vedere. E giungerà al vero inferno dal vestibolo edal limbo in modo analogo e simile a quello per cui esce dalla selva. Dalla guerra contro le bestie degli abissi uscirà vincitore, come non contro le fiere della piaggia diserta, e allora salirà un monte in vetta al quale è la beatitudine. E questo è dunque il cammino della vita attiva, ma è dispositivo alla vita contemplativa, in quanto che su quella cima egli sogna, bensì, Lia, che è la vita attiva, e vede Matelda, che è di Lia la compagna come di Rachele è Beatrice; ma Lia non èlaborans, e Matelda non èlippis oculis: l'una e l'altra colgono i fiori, che è una operazione sì, ma dilettevole, e Lia si specchia, sebben non come Rachele che siede tutto giorno, e Matelda ha gli occhi, quelli occhi che avrebbero a esserelippi, ardenti e lucenti come di Venere trafitta da Amore. “Contro il lor costume„ sono l'una e l'altra così; e differiscono da quel che dovrebbero essere, per ciò appunto per cui Lia, e dietro lei Matelda, sono simboli della vita attiva: nonlaborant, non hanno gli occhilippi, contemplano. Lia dunque (per limitarci ad essa) è la vita attiva in quanto è disposta alla contemplativa. In vero su quella cima Dante trova Beatrice, che è la speranza della contemplazione di Dio, e si trova “puro edispostoa salire alle stelle„.

Ma il bel colle non potrebbe rappresentare questa beatitudine della vita attiva in quanto dispone all'altra? non sarebbe egli, il colle, lo esatto equivalente del monte? No.

Il viaggio per loco eterno èaltrodall'andare al colle. Dante troppo insiste altra volta sui due cammini: buono e ottimo. E li distingue per la meta in questa vita. Se il viaggio proposto da Virgilio èaltro, la sua meta non è il bel colle. L'andare al colle ècorto, e s'intende che ciò è detto non riguardo al tempo sottinteso sotto il velo dell'allegoria che sarebbe di cinque anni, ma riguardo al tempo espresso nell'allegoria medesima. Un mattino o magari un giorno sarebbe bastato a Dante per salire; nell'altro viaggio gli occorsero più giorni e più notti. Ora questa proporzion di tempo, s'intuisce che significa la minore e maggior difficoltà. Agevole è raggiungere la beatitudine della vita attiva: lo andare al colle è corto. E sarà dunque della vita contemplativa l'altro viaggio che è tanto malagevole, a cui si richiede in Dante tanto coraggio, tanta perseveranza, tanta fatica, tanto tormento. Nell'andare al colle nessuno gli era scorta; nell'altro viaggio gli è duce, maestro, pedagogo, Virgilio che è lostudio: studio dell'arte, studio della sapienza o delle scienze, studio che fu lungo. Infine quell'andare fu su questa superficie terrestre; la lupa che lo impedì, era bensì un mostro dell'inferno, ma non era nell'inferno, dipartita come era di là, dall'invidia satanica: l'altro viaggio fu sotterra. Ora nascondersi sotterra vale “contemplare„. Fu, entrando col terremoto della redenzione la quale fece le tre rovine. Ora fare le rovine, o le macerie, significa contemplare. Fu, uscendo da un foro nel sasso. Ora andare per taliforamina petraesignifica contemplare.[407]E poi ognun vede, ognun comprende che Dante salendo al colle, cammina e opera, che è lo stesso, e altro non fa; e che, scendendo negli abissi e risalendone sino al monte, cammina e opera, sì, e con fatica e con timore e conpietà e con ira, ma guarda, anche se guarda e passa, guarda, nota, chiede e riceve dichiarazioni e lezioni: studia, insomma, e contempla. E infine ognun sa che Dante medesimo chiama “visione„ tutto il suoaltroviaggio.

Non avrebbe Dante in vetta al bel colle trovato nè Matelda nè Beatrice. E lo studio che adduce all'una e all'altra; e Virgilio che è lo studio, mandato da Beatrice a soccorrerlo, come gli dice sulle prime?

Perchè non sali il dilettoso montech'è principio e cagion di tutta gioia?

Perchè non sali il dilettoso montech'è principio e cagion di tutta gioia?

Per quanto, a rigore, lo studio sia utile e necessario anche nella vita attiva, e perciò a rigore, non si debba escludere che Virgilio potesse accompagnar Dante per il corto andare;[408]tuttavia, pur sembrando sulle prime incorarlo a salire, non gli propone già di salirlo con lui, il bel colle, non gli dice mica: Ti condurrò! Non è la sua via, quella; e d'altra parte egli non avrebbe potere contro la “bestia„. Con Virgilio egli diventa, come Stazio, poeta; con Virgilio egli diventa, come Stazio,verocristiano, cioè sapiente e filosofo. Poeti e filosofi non son uomini di vita attiva. Perchè mi sembra inutile ripetere che Matelda è l'arte, in genere e in ispecie. Come Beatrice è la sapienza, Matelda è l'arte. Ella pertiene sì alla vita attiva e sì alla vita contemplativa: opera e sa o vede. Ebbene è l'arte, che è virtù intellettuale e abito operativo.[409]È l'operazione, ma gioconda, perchè è nel paradiso terrestre, dovel'operare sarebbe stato giocondo: dunque è l'arte, figlia veramente della natura e veramente nepote di Dio. Su ciò non è dubbio.[410]Ella è ilMusaeusdi Dante; e noi dobbiamo imaginare, invece del vecchio sacerdote, la gentile coglitrice di fiori e cantatrice e danzatrice, dagli occhi lucenti e ardenti d'amore, tra quei gruppi d'eroi, di guerrieri, di poeti, di sacerdoti, (Aen. VI663)

inventas aut qui vitam excoluere perartisquique sui memores aliquos fecere merendo,

inventas aut qui vitam excoluere perartisquique sui memores aliquos fecere merendo,

i quali tutti Dante direbbe aver l'abito dell'arte. Chè egli conosce un'arte di Dio, (Inf. 11, 100 al.) degli angeli, (Par. 29, 52 al.) dell'imperatore (Co. 4, 9) dei guerrieri, (Inf. 13, 145) dei sacerdoti, (Pur. 1, 126) dei filosofi, degli altri scienziati, (Par. 13, 123, Pur. 4, 80 al.) dei meccanici, (Co. 4, 9 al.) e la sua, l'arte dei poeti; (Inf. 4, 73 al.) la quale, prima di veder Matelda, sentiva usare agli uccelli della foresta, (Pur. 28, 15) e dopo che l'ebbe veduta e n'ebbe avuti i benefizi, sentì in sè stesso, che lo frenava. (ib. 33, 141) Tra le qualiartesdell'Elisio Virgiliano noi possiamo discernere quale il Poeta pregiasse più. Chè nell'Elisio suo proprio Dante vede, esaltandosi in sè, degli spiriti magni prima il gruppo degli eroi; poi, inalzandoun poco più le ciglia, il gruppo dei filosofi. Ora, se questo del sedersi più su, è certo indizio di superiorità, superiore è al gruppo dei filosofi il gruppo dei poeti che rimira li altri daluogo luminoso edalto. (Inf. 4, 116) La poesia è l'arte che il Poeta pregia più, e Matelda è più propriamente come Musa così poesia. Ella è quella che apparisce in sogno a Dante, e fa confusa la fetida Sirena; e chi non si commuove pensando a questa confession di Dante, ch'egli con la divina poesia vinceva l'inerzia forzata dell'esilio, e per il conforto di quella sapeva far a meno de' ben vani, degli agi della vita, dei diletti della mensa e del talamo? O arte consolatrice che fai sì macro e sì puro! Matelda, la Musa eterna, come allora si volge con antica familiarità al Mantovano, dicendogliO Virgilio, Virgilio; (Pur. 19, 28) così, parlando poi dell'età dell'oro e de' sogni de' poeti, sembra a Virgilio più specialmente alludere, col garbo di chi voglia ricordarsi a un presente cui debba nascondersi. (Pur 28, 139) Il fatto è che Virgilio resta avanti a Matelda che èdonnadi lui comedonnasi mostra dell'altro antico poeta; (Pur. 33, 135) resta avanti all'arte o alla Musa, e sparisce avanti Beatrice. Sparisce, e ciò non è senza perchè. Beatrice, è vero si reca a lui, chiamandolo attraverso il fuoco purificatore. Virgilio ne vide lucere gli occhi. (Inf 2, 55) Anche passando con i suoi due discepoli il muro di fiamme, gli pareva vedere quelli occhi. (Pur. 27, 54) Gli occhi della sapienza sono le sue dimostrazioni. (Co. 3, 15) Ora in tale distinzione, che la sapienza si mostra, o mostra i suoi occhi, a Virgilio, e perciò a quelli del limbo, e in genere agli antichi savi e poeti, e questi non giungono a veder lei, o appena appena la intravedono; è il concetto che fa rimaner turbato Virgilio nel pensare a sè e ai savi del limbo che desiano senza frutto. Desiano essi invano l'alto sole, comea dire il lume supero, differente da quel lume che non è lume nel loro luogo luminoso e alto. E sospirano. Sospirano come “gli altri miseri che ciò mirano„ i quali “ripensando il loro difetto, dopo il desiderio della perfezione caggiono in fatica di sospiri„. (Co. 3, 13) E sono quelli che la sapienza amarono più ardentemente e amano, perchè amarono e amano invano, non giungendo essi mai al proprio possesso di quella per cui sospirano, ma ottenendo, tutto al più, ciò che è espresso in queste dubbiose parole: “per le... tre virtù si sale a filosofare a quella Atene celestiale, dove gli Stoici e Peripatetici ed Epicurei, per l'artedella verità eterna, in un volere concordevolmente concorrono„. (Co. 3, 14) Concorrono nel volere e non giungono: vedono, per l'arte del vero, (Par. 13, 123) e trovano lucide dimostrazioni, ma posseder la sapienza che amano e sospirano, non possono. L'artenon è lasapienza: con Matelda si trovano; avanti a Beatrice, che pur li va a trovare nella loro sede tenebrosa, e mostra loro gli occhi suoi attraverso il fuoco della loro mondizia, avanti a Beatrice, a cui purconcorrono, spariscono.[411]

A loro è negato salire all'Atene celestiale. A loro è interdetta quella verace filosofia che è la contemplazione. Essi restano, con tutto il fuoco che li ha purificati,purisì, ma nondispostia salire alle stelle, per quanto lo desiino e sospirino; sicchè, per quanto grandi e veggenti, oltre la vita attiva non vanno, sebbene siano o siano per essere all'estremo limite di essa, dove, passando il Letè, potrebbero, sì, dalla loro Matelda essere offerte alla danza delle quattro ninfe che furono già con loro viventi (elle erano in terra, prima che vi scendesse Beatrice); ma non potrebbero aver gli occhi acuti dalle altre che miran più profondo.


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