III.

III.

Remigia, con Giacomo, non scherza e non ride soltanto. I suoi occhi ceruli e giocondi, hanno pure riflessi bigi, freddi come d'acciaio: osservano e studiano. Remigia, conosce già profondamente il carattere di Giacomo; ne conosce i gusti, le inclinazioni, le predilezioni e lo seconda in tutto, abilmente, senza mai parere, senza mai scoprirsi. L'aristocratica duchessina ha notato, per esempio, che sua eccellenza Molinella — lo chiama così con Marco Danova per allontanare sospetti e gelosie, — ha vivissimo, come tutta «la gentetta», il sentimento della famiglia e l'attaccamento alla parentela, ed ella non perde occasione di accarezzarlo e di lusingarlo anche in questo suo debole.

Ogni giorno, verso le quattro, la nobile famiglia italiana, con Marco Danova, sir Wood e tutto il seguito fanno una passeggiata o su, fino ales Ecovets, o giù fino ad Arveye o a Chesières, con la scusa di andar a prendere il tè. Giacomo, che lavora anche in montagna, si fa sempre aspettare, e Remigia, impazientandosilo chiama sotto la finestra che dà sul giardino:

— Onorevole, Commendatore! Grande Ufficiale! Eccellenza!... Fate presto!

— Eccomi! Signorina Piccola!

Un giorno che si deve andare più lontano, fino a Gryon, Remigia, passando dallo studio di Giacomo, prima di scendere lo chiama, bussando all'uscio:tòc! tòc!

— Sono io, Eccellenza! Si può?...

— Avanti!

Remigia apre l'uscio e rimane ferma sulla soglia:

— Non fatevi aspettare anche oggi! Mi raccomando! — Poi entra, risolutamente.

Che male c'è? Perchè non potrebbe entrare nello studio del cognato di sua sorella?... Un cognato mezzo-papà e già... ex-ministro?

Ella si avvicina alla scrivania:

— Che cosa fate?

Anche Giacomo, al primo vedere la fanciulla affacciarsi all'uscio, è rimasto un attimo sorpreso; ma un attimo soltanto. È una vera bambina, affatto ingenua e ancora senza conseguenza!

— Scrivo la mia relazione sul dazio protettore degli agrumi, da presentare alla Camera, in novembre. Niente di bello, e specialmente niente d'interessante per la nostra Piccola!

— Allora, tanto più! Non fatevi aspettare! Oggi si va fino a Gryon!

— Sono pronto!

Giacomo raccoglie i fogli sparsi sulla scrivania e li ripone, in ordine, nella cartella. Remigia si guarda attorno, osserva tutto.

— Quanti libri e quanti giornali!... Si può dire che la posta viene soltanto per voi a Villars! A me, invece, appena qualche cartolina illustrata!... E avrei così piacere di ricevere tanta posta!

— E la fatica?... La noia di dover rispondere?

Remigia non lo ascolta più. È tutta assorta, fissando un ritratto sulla scrivania, in una larga cornice d'ebano. È la vecchia fotografia di una donnetta dal viso lungo e scarno, — somiglia molto a Sua Eccellenza, — dall'aspetto semplice e modesto. È in capelli, vestita di nero. Ha una grossa catena d'oro attorno al collo, e puntato in mezzo al petto un grande spillone, con un ritratto, che dev'essere del marito.

— È la madre! — Remigia ha indovinato. — È la salumiera! — Poi esclama con la voce armoniosa e dolce, che somiglia certe volte, a quella di Maria: — Che bella signora! Glie espressione simpatica, dolce!... È la vostra mammà?

— Sì, risponde Giacomo colpito. — È la mia povera mamma. Come avete fatto a indovinare?

— Vi assomiglia tanto! — Remigia lo guarda, arrossisce leggermente e ripete tanto... con la voce di Maria, tal e quale.

— Cara bambina! — pensa Giacomo fra sè... — Molti capricci; un demonietto sfrenato e non sempre ragionevole, ma poi, nelle cose serie, ha il sentimento e si esprime con la grazia affettuosa di sua sorella. Non si assomigliano affatto Maria e Remigia, ma pure si capisce subito che sono sorelle. Dalla voce, soprattutto! La bella voce... è una gran bella cosa!

— Andiamo, signora Piccola!.. Sono a' suoi ordini!

Remigia non si muove; fissa sempre il ritratto, poi fissa Giacomo, seria questa volta, sospirando:

— Certo, dovete aver voluto un gran bene voi, alla vostra mammà!

Da quel giorno si rinnova spesso per Giacomo la sorpresa avuta al suo primo arrivo a Villars: sulla scrivania, dinanzi al ritratto di sua madre, c'è un bel mazzo di fiori.

— Bambina cara!

Giacomo crolla il capo sorridendo e pensa:

— A volte, si provano antipatie ingiuste! No; non bisogna mai dar retta alle simpatie e alle antipatie! Le persone bisogna conoscerle bene, a fondo, prima di giudicarle!... Persino la duchessa Cristina, con la sua imponenza da matrona di melodramma, nella famiglia, nell'intimità, diventa tutt'altra cosa!... Ha la bella persona e il bel viso di Maria. Gli occhi no; sono neri ugualmente, ma sono diversi: freddi, quasi duri!... Anche il principe Rosalino!... Suprema importanza, ma un bon uomo, in fondo... E Remigia?... — Giacomo sorride. — Povera Piccola! Non la potevo patire!

Conclude trovando che tutti i Moncavallo sono gente finissima di sentimenti, di gusti, di abitudini. — Ci sarà in loro del fumo aristocratico, ma quando sono gentili, sanno esserlo assai di più e in un modo diverso da tutta l'altra gente! — Fa un lungo sospiro. — Pare impossibile che mio fratello, vivendo in mezzo a loro, sia rimasto... quello che è!... Mah!.. Luciano non è nato uomo, è nato bestia!

I bei fiori freschi, dinanzi al ritratto della mamma, fermano il suo pensiero su Remigia.

— Ma perchè aspetta tanto a prendere marito?... Le occasioni, pare non le manchino! Quel Danova, per esempio? Remigia non lo vuole: lo trova brutto,vecchio e odioso, — me l'ha detto lei, — e non ha torto. Anche dal lato morale, quel Danova, non è certo gran cosa! E sir Wood? È una ragazza intelligente e lo trova troppo ridicolo e fatuo con le sue pretensioni di bell'Apollo! Ma perchè non sposa Totò?... Non le piace nemmeno Totò, o non ci sono quattrini abbastanza?... Quattrini?... Uhm! Non ce ne devono essere affatto!...

Giacomo, che è generoso, non forse nelle piccole, ma certo nelle grandi cose, si sentirebbe disposto, se la Piccola amasse Totò, di provvedere alla dote.

— Remigia è quasi una parente. È sorella di una D'Orea! E sorella di mia cognata!

Come Giacomo D'Orea riconosce volentieri che i Moncavallo sono assai migliori veduti da vicino, così i Moncavallo a loro volta, trovano che a Villars il «satrapo mercante» ha fatto progressi.

— Quel... Giacomo, si fa! — osserva la duchessa, durante i colloqui del dopo pranzo, sulla terrazza, al fratello Rosalì, che sonnecchia, seduto al fresco, in una placida grandiosità monumentale. — A poco a poco, si fa! Diventa un uomo di questo mondo!

— Si fa! — ripete il principe sollevando la lunga barba, con un leggero rumore fra il sospirare e il russare, — Si fa, vivendo con noi. L'uso diventa natura!

— Pare... ci prenda simpatia a stare con l'Idola! — Pausa. Poi la duchessa ripiglia, sempre riferendosi a Giacomo: — Quanti anni avrà, precisamente?

— Precisamente, non saprei. Certo, ha già varcata la quarantina!

— Non si direbbe! È uno di quegli uomini... che non hanno età, ma che possono interessare e anche piacere moltissimo, per il loro talento!

Il bell'uomo partenopeo sorride e sembra misurare la piccola e misera eccellenza, dall'alto della propria persona:

— Quattro ossicini in croce e quattro nervi! Ecco tutto il grande ometto!

— Adesso, però, è assai migliorato in salute!.. Non è vero, Rosalì?

Rosalì non risponde.

— In ogni modo... volesse prender moglie, sarebbe sempre un ottimo partito! È ricchissimo! Dicono, quasi un milione di rendita!

Rosalì, lentamente, sempre mezzo russando e mezzo sospirando, ammonisce la sorella:

— Danari e santità, metà della metà!

— E va bene! — La duchessa stizzita dalla sonnolenza del Sant'Enodio, fa un atto nervoso. — Anche metà della metà è sempre una bella rendita!

Succede un lungo silenzio. La duchessa ha caldo.

Prende il fazzoletto dalla piccola borsa scintillante di lustrini d'oro e si asciuga le gote e il collo. Apre il ventaglio: si fa vento. Giacomo le ha fatto venire in memoria l'altro D'Orea, — quella cara gioia di suo genero!... — Soffia — Uff! — Stasera non se ne può più! Si soffoca!

Povera duchessa Cristina! Il solo pensiero di Luciano le aumenta il caldo e le dà le smanie.

— Certo che dei due fratelli...

Rosalì s'interrompe con gli occhi aggravati dal sonno, poi riprende... — Mentre l'uno si fa, l'altro si disfà! Mah!

— Mah!... — fa eco la duchessa, che è completamente sveglia. — ... Bisogna goderselo in santa pace! Amici a scelta e parenti come sono!

Il principe pure, apre gli occhi.

Quando è in ballo Luciano, il discorso si fa sempre interessante:

— Non ha scritto, ancora? Non ha telegrafato?

— Niente! Nemmeno al signor Zaccarella!

— Quanti giorni sono, ormai, dacchè è partito?

— Otto giorni... ieri.

— Allora... è già a Parigi!

A questo pensiero Rosalì si mette in quieto. Allunga le gambe e richiude le palpebre, mormorando:

— Dopo tutto, se quella Fanfan non ci fosse, sarebbe quasi da inventare!... Dobbiamo soltanto a lei i nostri dieci minuti di riposo!

La duchessa tace, ma non è dello stesso parere.

— Se Luciano finisce col rovinarsi? Dicono che... sia tisica? Ma ormai con i tisici non c'è da fidarsi! Vivono più degli altri!... E l'Idola?... — Continua a farsi vento.

La notte è serena, ma buia; il silenzio è profondo. Un grillo solo canta in un prato sottostante e qua e là sul terrazzo si odono appena alcune voci senza poter intendere le parole.

Il pensiero dell'Idola, di un buon marito per l'Idola, preoccupa assai la duchessa.

— Bisogna trovare! Bisogna trovare! ha ormai toccato i vent'anni!

Il cielo, a ponente, si fa più chiaro; le cime delle montagne che chiudono la valle come una grande macchia nera, si illuminano con una striscia di luce pallida.

La duchessa Cristina ritorna a profondarsi in meditazioni:

— Anche metà della metà!... Sarebbe sempre un buonissimo partito!

Tutto tace, mentre lentamente spunta la luna: tacciono anche le voci che si udivano qua e là sul terrazzo. Il grillo solo canta più forte.

A un tratto si sente il rumore di uno schiaffo. È stato il principe Rosalino che lo ha tirato a sè stesso.

— Maledette zanzare!... Andate dal signor Trüb che non ci vuol credere!


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