IV.

IV.

È mattina; sono presto le nove. Giacomo è già da un'ora al tavolino da lavoro, quando sente bussare all'uscio, pianino: —toc! toc!— Si può?

— Avanti!

— Posso entrare?... Sono io! — Remigia è già dentro.

— Buon dì, signora Piccola!

Giacomo è ormai abituato alle visite della cognatina seconda. Quando Remigia passa dallo studio del D'Orea alla mattina, per scendere, lo chiama ed entra così, interrompendo la relazione sul dazio protettore degli agrumi, per condurre l'onorevole al giuoco deltennis. Gl'insegna a giocare in quelle ore, appunto, in cui il campo è libero e deserto.

— Non avremo pubblico, spero?... Non vorrei diventare ridicolo con le mie giravolte e i miei saltetti degni del signor Trüb!

— Chi volete che ci sia dalle nove alle dieci? I nostri competitori e nessun altro: Mimì Carfo,Mademoisellee Totò!

— Non vorrei che finissero... per seccarsi! Giocare con uno che non sa, non è divertente!

— Questo non è. Voi intanto cominciate a giocare benino!

— Piccola! Piccola! Non fate l'adulatrice!... Io non giuoco! Fo del moto per salute! Esercito i miei poveri muscoli arrugginiti e fo respirare i polmoni attossicati, all'aria aperta! Ma non vorrei abusare della pazienza vostra e di quella delle signorine! E passi per Totò! Quando io perdo il colpo, o mi scappa di mano la racchetta, Totò riceve da voi una furtiva occhiata, e si consola!

Remigia, arrossisce leggermente. Ella, in fatti, scambia di nascosto fuggevoli risatine col cuginetto quando Sua Eccellenza si contorce goffamente e traballa, per poter riuscire a ribattere in tempo.

— Totò si crede un grande giocatore! E non è che presunzione! — Remigia s'è rimessa subito e non mostra di aver capita l'allusione. — Manca di calma e manca di stile! Totò, altennis, ve lo dico io, — la ragazza scoppia in una risata, — è un vero e grande schiappino!

— Povero britanno! Perchè lo trattate sempre così male? Lui, invece, sarei per scommettere...

Giacomo s'interrompe; continua Remigia:

— Che ci devo fare, se non mi piace? — No! No! — E vi prego: non ditelo a mammà e tanto meno allo zio Rosalì! Ci sperano tutt'e due! Ma come si fa? Ah,mon Dieu!Come mi potrebbe piacere nel senso che intendete voi? L'ho sempre visto! Siamo venuti su insieme! E poi, via, per me, è troppo ragazzo!

— Allora... Marco Danova! Quello non è più un ragazzo!

— Quello... è un antenato! L'antenato dell'Aida!

Remigia cammina su e giù battendo i piedi a tempo di marcia e sonando la trombetta con la mano alla bocca: —Teè, tè, teretetèe, tetè!... È un antenato e un Tintoretto!

La Piccola ride, poi ricomincia a girare e a sonare la marcia dell'Aida.

— Allora... il grande campione del Maloja! Sir Wood, l'irresistibile!

Remigia si ferma ritta, di colpo, dinanzi a Giacomo. Non ride più; si arrabbia:

— Mi seccate, — capite? — con la vostra smania di maritarmi! Siete peggio di mammà! Io secco voi?.. No, vero?... Dunque, lasciatemi in pace!

Giacomo si scusa:

— Non interpretate così male le mie parole, e soprattutto, la simpatia, il bene che realmente vi voglio. Io non desidero che la vostra felicità, e vorrei renderla possibile, anche per quanto sta in me, secondando il vostro cuore, i vostri desideri.

— Volete secondare i miei desideri? Proprio?... Fate una cosa sola: discorsi di matrimonio, più! Ecapitemi, cioè — si corregge subito, quasi spaventata —credetemi; credetemi quando vi dico questo: — la fanciulla seria, risoluta, aggrotta le ciglia. — Io non darò mai,maia mammà la grande consolazione di vedermi impalmata! — Ciò detto, un'altra risata, e si rimette in marcia. —Tereteteè, tetè!— Andiamo; altennis!

Giacomo prende il cappello e fa per avviarsi. Remigia si ferma di nuovo.

— E la zia Gioconda?... Fatemi vedere il ritratto.

— Volentieri, ma a Bologna, o a Roma. Qui non l'ho.

— Mi avete tanto divertita ieri sera con le originalità della zia Gioconda! Che brava donna, per altro! Piena di talento e di bontà!... Quanta rettitudine e insieme quanto spirito!

Il D'Orea sorride di compiacenza:

— Forse, tutta la sua originalità non è altro che bontà; e tutto il suo talento e il suo spirito consistono... nell'essere sempre rimasta quello che è sempre stata!... — Andiamo altennis, signorina Pïccola!

Remigia alza le spalle con un attuccio dispettosetto:

— Non ditemi più piccola, con tanti i!

— Perchè?

— Avete sempre l'aria di ridere di me, di scherzare, di non prendermi sul serio!

Giacomo le stringe una mano affettuosamente:

— Non rido di voi: tutt'altro! Vi dico piccola, invece, perchè a Villars ho cominciato a conoscervi e a volervi bene: proprio così. Vi dico piccola, come vi direi cara. Come un babbo direbbe cära, con il vostro bell'accento musicale, alla sua figliuola...

Remigia lo guarda: gli occhi cerulei diventano dolcissimi.

— Vi piace dirmi piccola?

— Sì; tanto!

Ella continua a guardarlo e a sorridere:

— Allora così sia!... Ditemi pïccola quanto volete!

Il pubblico, alle prime lezioni ditennis, date dalla duchessina Moncavallo a Sua Eccellenza D'Orea,è piuttosto scarso. Anzi, oltre i giuocatori, c'è solo, puntualissimo, Marco Danova, il quale fa la corte nello stesso tempo e quasi nello stesso modo, a Giacomo per interesse e a Remigia per amore; e c'è il signor Trüb!... Trattandosi di rendere omaggio al primo ministro del regno d'Italia, il «bettoliere lustrascarpe» guida lui stesso trafelato e sudante, in abito nero e con gli occhiali sulla fronte, il servizio dei raccattapalle.

Poco numeroso, ma, in compenso, pubblico entusiasta! Se al D'Orea curvo, non bene in gambe — tiene la racchetta come un tamburello, — riesce una volta di pigliare la palla e di ribatterla facendo fallo, il barone e l'albergatore battono le mani strepitosamente.

— Evviva, onorevole!... Bravissimo!

— Benissimo, Eccellenza!

— La palla è caduta nella rete, ma non importa. È stata una disgrazia!

— Il colpo era straordinario! Fate progressi!

— La bella maestrina, — il barone, intanto, strizza l'occhio maliziosamente a Remigia, — deve essere molto fiera del suo allievo!

— Se vostra Eccellenza si ferma a Villars tutto il settembre, — esclama il signor Trüb, — vostra Eccellenza diventa un giuocatore di prima forza! Il campione dellaTête-pointue!

Giacomo, ansante, stanco, asciugandosi i goccioloni dalla fronte, ha appena il fiato da poter rispondere:

— Vi ho detto cento volte, signor Trüb, di non chiamarmi eccellenza!... Non sono più eccellenza per la grazia di Dio e per volontà della Nazione!

La bella duchessina italiana è sempre una grande attrattiva; l'onorevole D'Orea è affabile, alla mano: i giovinetti e i giovinotti si fanno coraggio e di giorno in giorno il pubblico aumenta.

Sir Wood è invitato da Remigia stessa:

— Venga altennis, domattina! Venga a vedere, la prego! Mi dirà se so insegnare secondo le precise regole! È tanto un giuocatore famoso, lei! Verrà? Sì?... Allora domattina alle nove... Si ricordi!... Se ne ricorderà?

Altro che ricordarsene! La mattina dopo, allo scoccare delle nove, l'elegante e vigoroso sir Wood, si appressa alla conquista deltenniscol suo passo misurato e sicuro.

Remigia, appena lo scorge da lontano, batte i piedini e sbuffa, mormorando all'orecchio del baröne simpaticöne:

—Ah, mon Dieu! Mon Dieu!... Anche il bell'Apollo! Non si può più vivere un momento soli, in pace, nemmeno nelle ore antelucane!... È una persecuzione feröce!

Il Danova, che già aveva aggrottate le ciglia ispide e folte, si acqueta e si consola. Ma poi, la mattina dopo si torna da capo:

—Ah mon Dieu! Mon Dieu!— EccomonsieurMalot con la scorta dei fiori alpestri, ecco Lothar Schmidt, con la raccolta delle poesie tedesche e, a mano a mano, —Ah, mon Dieu! Mon Dieu!— ecco prender posto sulle panchine verdi e affollarsi attorno alla rete deltennistutto il rumoroso coro dei giovinetti e dei giovinotti aggraziatini e impomatati.

Remigia, al solito, per il quieto vivere comune, li prende in canzonella a uno a uno e si diverte unmondo! Con uno sguardo languidetto a sir Wood, con un furbo sorrisetto amonsieurMalot, un complimento lusinghiero a Lothar Schmidt, un'occhiataccia minacciosa a Totò e, finalmente, lasciandosi stringere quando capita e anche pizzicare da papà Faraone, riesce a tenerli fedeli, sul proprio altare, tutti in riga come moccoli e tutti accesi.

E sta sempre in guardia, preparata per qualunque evento. Un bel giorno — che è? che non è? — un principio di ammutinamento. I corteggiatori della duchessina non sono più gelosi l'uno dell'altro, ma tutti insieme sono gelosi di Sua Eccellenza.

Remigia non ride, non sospira, non si arrabbia. Cambiamento di tattica. Il suo occhio diventa serio, profondo, pieno di misteri.

— Non avete ancora capito? Non avete capito niente?... Possibile?...

Quel «peso morto» del cognato-eccellenza, le è imposto da sua sorella!

— Oh, le grandi perfezioni!... Le vittime quotidiane!... Ma basta!Cito! Cito!— Remigia alza gli occhi al cielo e chiude la bocca fresca e rosea, con la manina innocente.

Anche la madre, ogni mattina, a braccio del fratello Rosalì, fa il suo giro di ispezione attorno alla rete.

— Ti diverti, Idola?

Remigia risponde continuando a giocare:

— Tanto, tanto, mammà!

— Non prendere troppo sole, cara! Non stancarti troppo!

Lo zio Rosalì, fa eco alle ammonizioni materne:

— Ogni cosa, vuol misura!

Poi la coppia vicereale passa lentamente e se ne va fra gli ossequi e le scappellate più rispettose.

— E dunque, Rosalì?

— Si va piano, ma si va bene.

— La stagione è troppo inoltrata! la gente comincia a partire!... — La duchessa sospira. — Se dovremo partire anche noi... Uno di qua, uno di là, l'incanto è rotto!

Il principe di Sant'Enodio, continua a trovarsi bene a Villars; la cucina, oltre ad essere buona, è anche abbastanza variata. Egli non ha nessun desiderio di andarsene.

— C'è tempo!... Non siamo ancora in settembre e il signor Trüb assicura che le due settimane più deliziose di Villars sono le due prime settimane di ottobre!

— Sì, ma... e quell'altro?... Il guastamestieri? Se Luciano ritornasse improvvisamente o ci telegrafasse di scendere?

— Non telegrafa altro che al signor Zaccarella, per aver danaro. — Un risolino arguto corre fra la bella barba bianca. — Speriamo, Cristina, che a Parigi continui a trovarsi... molto bene!

Si avvicinano, sempre passo passo, all'albergo. La duchessa guarda con l'occhialino: è proprio Totò che è seduto di fuori, accanto alla porta, con in bocca la pipa spenta. Totò, da due giorni, non vuol più giocare altennis.

Cristina stringe il braccio del fratello sotto il suo:

— Senti, Rosalì; un'idea.

— Quale?

Cristina, prima di rispondere, chiude l'occhialino e lo infila nella cintura della veste.

— Sarebbe forse prudente di allontanare Totò, per qualche giorno. Ma con che scusa?

Rosalino pensa, ci pensa molto, poi trova il pretesto:

—Mademoiselle. Dovrà accompagnareMademoiselleda... una parente.

— Già; faremo così! — Cristina cambia subito discorso. — Al nostro Giacomo ha fatto benissimo la montagna! Diventa ogni giorno più vegeto e più giovane. A vederlo vicino alla mia Idola, una grande sproporzione non c'è!

— Non c'è. E poi, gli uomini hanno gli anni che sentono! Sono le donne che hanno quelli che dimostrano!

Giacomo, fa progressi davvero. Se non al tennis, nella salute e nella forza.

Il suo viso, non è più così smunto, sparuto, anzi, col sole, comincia un po' a rosolarsi. Dopo aver giocato non sente più dolori alle braccia, alle gambe, cammina per ore, senza stancarsi. In quanto altennis, certo, non imparerà mai a giocare, nè ci tiene, ma non traballa più, tiene in mano la racchetta secondo le regole e qualche volta gli riesce, non solo di pigliare la palla, ma di ribattere, facendo un buon colpo.

Sì, gli fa molto bene quell'esercizio all'aria aperta e sotto il sole! È la sua salute! Soltanto, certe volte, mentre giuoca, è preso da una strana inquietudine: quando la figura bianca, alta e sottile, con il grande ombrellone rosso, gira attorno, nel giardino. Ha timore che si avvicini alla rete, per assistere alla partita. Non vuol mostrarsi a sua cognata in quel giuoco in cui si richiedono gioventù, forza, destrezza, — gioventù soprattutto, — goffo e impacciato!

Maria Grazia, sembra quasi indovinare le segrete angosce: ogni mattina, gira attorno o siede, leggendo in vista deltennis, ma alla rete non si avvicina mai.

Remigia, di tutto ciò, qualche cosa indovina, intuisce.

— Appena mia sorella spunta sull'orizzonte, non c'è verso! — fa notare a Mimì Carfo e a quel geloso di Re Faraone, — più geloso e più furbo degli altri. — Sua Eccellenza Molinella, non piglia più nemmeno le palle!

Un giorno per provare che è vero, appena vede Maria, la chiama ad alta voce:

— Maria Grazia!... Gioia! Vieni a vedere tuo cognato, che diventa famosissimo!

— No! Non seccate! — esclama Giacomo con un tono e con una violenza insolite. — Avete sempre la smania di far venir qui tutta la gente per rendermi ridicolo!

Remigia, dopo un'occhiata al Danova, gongolante persino con la pancetta, si difende e si scusa:

— Perdonate, Giacomo!... Siete ingiusto! Si tratta di mia sorella! Di vostra cognata! — Torna a chiamare, più forte: — Maria! Maria!

— No! No! C'è troppo sole! — risponde Maria allontanandosi tranquillamente.

— Addio, gioia!

— Addio, Pïccola!

Il pericolo è passato; Giacomo ritorna a giocare e a fare fallo, allegramente. Egli non sente più che il piacere, il fascino di quell'«addio Pïccola» che riempie di amore e di soavità tutto il giardino e non dubita un momento della malizia di Remigia.


Back to IndexNext