III.
Remigia, ormai, non ha più altro in mente che Roma e il Ministero. La sua vanità e il suo orgoglio, la sua smania di prevalere e di dominare, sono attizzati in lei dal corso stesso degli avvenimenti, più ancora che dall'eloquenza e dall'abilità di Ciro Berlendis. «Ottenere ciò che più si desidera e desiderare ciò che è più difficile ottenere» potrebbe essere la sua divisa. Certo, il raggiungere l'impossibile è sempre stata la sua mira. Ma, d'altra parte, ha ormai capito che nelle cose serie, il voler indurre suo marito a fare a modo degli altri è impossibile... e resta impossibile per tutti e anche per lei... Specialmente per lei! Da ciò, incertezze, timori, che nel caso presente rendono più vivo e sfrenato il suo desiderio di andare a Roma ministressa. Fin da quando Mimì a Villars, le ha fatto balenare la prima idea di diventare la moglie di Sua Eccellenza, ella si è subito veduta a Roma, a Corte, moglie di un uomo che è ministro e potente perchè lei possa fare, disfare, a diritto, a rovescio, elargire favori, grazie e... segnare condanne. Appena sposa, appenapadrona di sè, libera e ricca, il nuovo regno, la Versailles di Pontereno, l'hanno soddisfatta, lusingata. Ma tutto ciò non l'ha allontanata, anzi l'ha condotta a mezza strada da Roma. Finchè il Ministero aveva navigato in acque tranquille e non c'erano state crisi in prospettiva, nessuno pensava a diventar ministro... e nemmeno lei! Ma adesso che non si parla d'altro, adesso che tutto scompare, che i giornali sono pieni di ministri probabili e improbabili, adesso che tutti gli occhi sono rivolti a Roma, adesso che tutti la preconizzano ministressa, — comincia persino a giungere qualche supplica, — adesso, lì, proprio lì, nel suo regno di Pontereno, che cosa sarebbe diventata se Giacomo non avesse avuto un portafoglio?... Addio primato, addio influenza su Bologna, addio Versailles!... Altro che regina! Le sembrerebbe d'essere diventata la mogliera... del sindaco!
—Ah! mon Dieu! Mon Dieu!— Continua a far pregare Mimì, secondo la sua intenzione.
E Giacomo?... Giacomo persiste a non rispondere, o risponde soltanto per ricambiare i saluti. Remigia scrive, riscrive, premurosa, affettuosa, tenera... ma non può ottenere nessuna notizia precisa. Dipenderà dal colore del Ministero. Dipenderà dalla sua salute.
— Sempre la salute e sta sempre benone!
La smania di Remigia diventa febbre e cresce ogni giorno di grado. Con tutti gli altri, persino con l'avvocato Berlendis e con Narciso Gambara riesce ancora a contenersi abbastanza, ma sola con Mimì, dà in escandescenze:
— Lo fa apposta, quel... Giacomo, per farmi rabbia! Scommetto che c'è sotto mia sorella!
— Che ti salta in mente! — Mimì, è sconvolta, affannata per l'amica sua. — Che ti salta in mente?
— Sì! Sì! Non mi scrive nulla per farmi dispetto e c'è sotto mia sorella! Oppure, prima di decidersi in qualche cosa, invece di scrivere a me, scriverà a lei per consigliarsi e anche quell'ipocrita tirerà in ballo la salute!
— No, no! Remigia! non è possibile!
Mimì, non trattiene più le lacrime: le versa abbondantemente.
— Possibilissimo! Va là! Va là!... Io ne so più di tutti!... «L'acqua cheta rompe i ponti» direbbe lo zio Rosalì! E mammà, cara gioia, risponderebbe: «Acqua minuta, bagna e non è creduta!» Per fortuna, però, io, adesso, tengo Luciano nelle mie mani!
Ma ben presto Donna Maria Grazia è dimenticata e le ire contro di lei svanite. Anche se Giacomo non risponde a sua moglie per rassicurarla, questa è sicura, ormai, ch'egli sarà ministro. È stato chiamato anche Giacomo D'Orea al Quirinale per essere interrogato intorno alla crisi e al modo migliore e più costituzionale per risolverla, e i giornali, amici e avversari, gli attribuiscono una di quelle frasi che dicono molto, e per tutti i gusti, appunto perchè non dicono nulla:È il momento per gli uomini di buona volontà, di averne una.L'onorevole D'Orea sarà ministro. Adesso le inquietudini di donna Remigia sono soltanto per il portafoglio.
Quale sarà?
Ogni giorno le «ultime notizie» recano una nuova ricomposizone del Ministero; il nome dell'onorevole D'Orea c'è sempre, in tutte le liste, e ci rimane;soltanto, ogni giorno cambia di posto. Lo mandano dalleFinanzealTesoro, dalTesoroaiLavori Pubblici, all'Agricoltura,Industria e Commercio, per rimandarlo da capo alTesoroo alleFinanze.
—Ah, mon Dieu! Mon Dieu!— sospira Remigia con la Mimì. Purchè non si vada all'Istruzione Pubblica! — Per gliEsteri, ella ha capito che non ci sono speranze. — Un ministro dell'Istruzione, sempre con tutti que' maestri, ha troppo del professore... e sua moglie, della professora. No, no! Piuttosto, accetto lePoste e Telegrafi!
In queste sere Pontereno è più affollato del solito e di una folla assai più rumorosa e gesticolante. Il tè, losherry-cobbler, sono stati sostituiti dal vino bianco, gramolate e paste. Tutti discutono, tutti gridano, propongono nuove leggi, fanno e rifanno il Ministero che non è ancor fatto; ristabiliscono l'ordine anche dove non c'è disordine, salvano le finanze dello Stato e lo Stato dalle finanze! Sembra di essere in un piccolo Montecitorio, dove tutti gridano di più per farsi intendere che sono della stessa opinione e dove il signor Zaccarella, usciere della Presidenza, guida con un'occhiata vassoi e servitori, sta attento alla luce elettrica e passa dalle sale in giardino e dal giardino rientra nelle sale, sempre attento ai cenni di Donna Remigia, sempre sostenuto e impettito.
Fra quella gentaglia si sente fuori di posto. Tranne il conte Gambara, il colonnello De' Taddei, l'avvocato Berlendis e un po' l'arciprete, del restonon ci tieneconoscenze. Il suo mondo naturale è quello deglisportsmen.
Il povero capitano, oramai, non solo può dire ches'è trovato al foco, ma può vantarsi di essere stato messo da donna Remigia a prova di bomba!
— Ma!... Con donna Maria Grazia, sarebbe tutt'altra cosa!... Questa maledetta piccola è proprio fatta per andar d'accordo con quel cane di don Luciano!
In una, appunto, di queste sere, arriva la grande notizia ufficiale: è il portafoglio deiLavori Pubblici. In fatti, da un paio di giorni, il nome di Giacomo D'Orea è nelle varie liste del nuovo ministero, sempre allo stesso posto: aiLavori Pubblici.
Giacomo D'Orea, dovendosi adattare, anche per insistenze venute dall'alto, ad entrare in quel Gabinetto riuscito incolore per averci tutti i colori, avrebbe preferito di andare ancora alleFinanzeo alTesoro; ma alleFinanzebisognava mettere un lombardo, alTesoroun piemontese, per via dell'equilibrio regionale: non c'è proprio che iLavori Pubblici. Giacomo esprime ancora qualche incertezza, mette nuove condizioni, poi finisce con l'accettare... o quasi.
Gli costa assai il dover proprio dire quelsì!
Anche il suo dottore, — il dottor Davos, — che cosa non gli ha detto e predetto?
Ma questo poco male; anzi!
Perchè affannarsi e seccarsi per tirare innanzi? Perchè e per chi?... Non ha nessuno al mondo; più nessun affetto e nessuna idealità. Lavorare, servire il Paese, a che scopo, con che gusto?... Non c'è più onestà, non c'è più fierezza. È il momento di chi è più buffone, più ciarlatano e più prepotente!... Che cosa ci sta a fare lui, a Roma?... E al mondo?... Che cosa ci fa?
È l'avvocato Berlendis che porta il dispaccio ufficiale a Donna Remigia. L'avvocato lo ha avuto alla redazione delVespertino.
— ILavori Pubblici? — Remigia resta pensierosa un istante... poi pensa che gli poteva capitare l'Istruzione, che ormai... — non c'è più dubbio, — ministressa lo è e a Roma ci va: ha uno scoppio improvviso, nervoso, per Jack, per Giacomo, per suo marito — tesöro — e gli vuol telegrafare immediatamente.
Tutti approvano l'idea: la folla, battendo le mani rumorosamente, l'avvocato e Narciso Gambara coi cenni del capo. Il signor Zaccarella porta in persona l'occorrente per iscrivere e lo presenta a donna Remigia con un fare così burocratico e spedito, come se lui, aiLavori Pubblici, ci fosse da un mese!
Ognuno dei presenti, ha la sua brava frase da suggerire: ma poi, Ciro Berlendis, dopo essersi asciugato il sudore col piccolo tovagliolino del gelato, in piedi, una mano sulla spalliera della seggiola e l'altra sul fianco, principia a dettare:
«Nostro Berlendis... recami ora notizia ufficiale... tua nominaLavori Pubblici... comunicata redazioneVespertino. Impressione favorevolissima... intera cittadinanza. Amici esultanti...»
L'avvocato si ferma, guarda Remigia, che continua a scrivere, dicendo forte le parole:
«... commossa abbraccioti, desiderosa vederti, esserti vicina, arriverò... domani sera a Roma.»
«Tenerezze.
«Tua.»
Un nuovo scoppio d'applausi più fragoroso del primo. Il signor Zaccarella prende il dispaccio e scompare.
— E i bauli? — Donna Remigia diventa seria a un tratto, fissando Mimì. — E tutti i bauli?
— Ci penso io! — risponde Mimì abbracciando l'amica stretta, stretta, già presa dall'affanno per doverla lasciare.
Il signor Zaccarella ritorna subito: da bravo capitano ordina i primi spari delloChampagne.
I visi si accendono e i discorsi. Soltanto l'avvocato Berlendis, sdraiato sopra un canapè, beve gelati, beveChampagne, e torna a bere gelati. Soffia, sbuffa, cola sudore da tutte le parti, ma lo lascia colare e tace.
Quando c'è folla, il Cavour di Pontereno risparmia la propria facondia. Tanto quella gente lo sa che è un grande uomo e che donna Remigia non move passo senza consultarlo. E anche il conte Gambara, non vuol confondersi. Solo solo, ritto in piedi accanto all'uscio che mette in giardino, ingolla cognac, fuma sigarette e fa l'occhio di triglia, come capita capita, a Remigia o alla Mimì.
L'arciprete tutto in ghingheri con la larga fascia di seta moarè e lo zucchetto di raso, doni di Sua Maestà la Regina di Pontereno, diventa espansivo. Anche lui ha contribuito a quel fausto giorno!... Anche lui ha preparato — e come! — l'avvento di donna Remigia al potere!... Ma non si arrischia di dire tutto ciò esplicitamente. Si sa che un prete non deve immischiarsi con la politica: ma lo fa capire con strizzatine d'occhio eloquenti, con abili reticenze: — Per diana! — Se lui a votare non ci va, è lui che manda a votare gli altri!
Il colonnello Baldassare De' Taddei, rosso di collera, ferma a un tratto donna Remigia, facendole un'intimazione:
— Si guardi dai Boeri! Simpatie per i Boeri? Guai! Si ricordi, a Roma, che l'Inghilterra sarà sempre l'Inghilterra!
Fervono i brindisi al nuovo ministro deiLavori Pubblici, al nuovo Gabinetto, all'Italia, alle loro Maestà, ma i più entusiastici e i più frequenti sono rivolti a donna Remigia «alla nostra duchessa Remigia; alla più bella delle ministresse!»
L'avvocato si tira su in tre tempi, puntando il braccio:
— Alla moglie di Sua Eccellenza... a Roma!... Ma sempre alla nostra Regina... a Pontereno!
Beve un altro bicchiere fra un subisso di applausi, poi ricasca di peso, gocciolante, sul canapè.
— Auf! Che caldo!
Anche Narciso Gambara fa un brindisi a Remigia sotto voce, alzando appena verso di lei la coppa spumeggiante, con un'espressione piena di sottintesi, di rimproveri e di carezze:
— Cattivina! Cattivona!
Remigia lo consola con gli occhi vivaci, pieni di promesse... assai lontane:
— Verrà anche lei a Roma!
Narciso s'inquieta:
— Ma sì! Ma sì! Ma intanto no!... Sono sempre tutti lì, con gli occhi aperti! Come si fa, santo Guìo! Come si fa? — Rialza di nuovo il bicchiere per giustificare il troppo lungo discorso a bassa voce: — E a Roma, anche a Roma sarà sempre così... — la vocina ha un improvviso salto di chiave... — così cattivona?...
In questa circostanza, chi mai lo avrebbe preveduto? L'inesauribile, il più fecondo improvvisatoredi brindisi di tutto il reame di Pontereno e stati limitrofi, Marco Bragotto, ha dato negli scogli. Ha già fatto un brindisi, bellissimo, a Sua Eccellenza, sulle rime date dall'arciprete: Italia — Religione — Battaglia — Conciliazione; ed è stato applauditissimo. Adesso vuol farne un altro per donna Remigia, ma pensato con rime sue, e non ci riesce:
A te Signora, in questo dì solenneDevoto il mio pensier volge le penneA te di Ponteren... alma... regina...
A te Signora, in questo dì solenne
Devoto il mio pensier volge le penne
A te di Ponteren... alma... regina...
No. Il concetto c'è; anche la rima «inchina», ma il verso non va. Il cavaliere Marco Bragotto si rode, si arrabbia, non beve più, non parla più: tutta la serata gli è andata di traverso e non si scuote nemmeno agli spari dei petardi lanciati in aria dal capitano Zaccarella, che mormora sdegnosamente all'orecchio del colonnello:
— Ci vuole di questa roba, per i villani!
Remigia è felice, radiosa; strillando, si tappa le orecchie con le bianche mani ingemmate quando scoppiano i fuochi artificiali e finge di spaventarsi. A forza di dover rispondere ai brindisi, è anche lei un po' accesa; le sue parole, i suoi gesti, le sue risate sono più vivaci del solito. La sovrana assoluta è diventata una reginetta un po' più liberale, chè, lei felice, vorrebbe rendere felice anche tutto il suo reame.
Al colonnello De' Taddei, promette che parlerà subito al ministro della Guerra perchè ripari le ingiustizie e gli procuri un buon posticino... sedentario. All'arciprete fa balenare il regalo di tutti i paramenti nuovi e i tendoni per ilCorpus Domini; assicura l'avvocato, a proposito delVespertino, e tradue cedri del Libano, fuori dal raggio della luce elettrica, riceve un bacetto dal conte Narciso, ma soltanto sulla guancia, di volo.
LoChampagne,Mumm extra dry, che lo Zaccarella fa distribuire soltanto a chi vuol lui, lo ha fatto diventare birichino, birichino.
Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:
— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Letoques, con i fiori!
Oppure:
— Ricorda alla Carolina il vestitotailleurdidrapbianco!
Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a Mimì:
— Tutti i mieibijouxe anche tutti i miei ombrellini e i miei ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!
La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se dorme bisogna svegliarla!
La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.
— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!
— È arrivato adesso un dispaccio...
— Un dispaccio?... Saràil suo!Dammelo!
Remigia si alza a sedere sul letto: la camicia scivola da una parte, ma i capelli cadendo addosso, la coprono tutta.
—Ah, Mon dieu! Mon dieu!Con questi capelli!
Mimì glieli prende lei, delicatamente, con le due mani, per liberarle la faccia.
Remigia apre il dispaccio e legge:
«Ti consiglio, per ora, restare Bologna. Giorni di gravi preoccupazioni non di esultanza. Spero ancora non accettandosi mie ultime condizioni restarmene fuori saluti affettuosissimi ringrazioti.
«Giacomo.»
— Ecco! — esclama Remigia, diventando bianca dalla collera. — Ecco! il vero tira-molla incontentabile! Ma sai che quest'uomo ha proprio fissato di farmi diventar matta?
— No, cara, pensa invece...
— Non difenderlo! Te lo proibisco! — Remigia dà un balzo sul letto come una furia. — Tu vuoi sempre difendere tutti quelli che mi fanno dispetto, che mi odiano!
Mimì pallida, impietrita, non osa più dire una parola; non sa più scusare nemmeno sè stessa.
L'Idola, a poco a poco si calma. Torna a cercare di liberarsi dai capelli, non può. Mimì glieli avvolge, glieli torce sul capo fermandoli con gli spilloni.
— Ma sì!..Restarmene fuori!... Per far ridere tutte le mie care amiche e nemiche di Bologna.Ultime condizioni!Ma che cosa crede di essere, per farsi tanto pregare? Gli Esteri, già, non glieli hanno mica voluti dare perchè non si fidano. Ma parla! Rispondi! Non far la mummia! — Remigia torna ad arrabbiarsi. — Hai proprio fissato anche tu, di farmi star male? Di farmi piangere?
Mimì copre l'amica di baci, sui capelli, sulle mani: c'è tanto amore, tanta sommissione e tanta umiltà nelle sue carezze!
— Io... vado a Roma lo stesso!
— Però lo avverti, prima, che vai!
Remigia riprende il dispaccio che ha stracciato e buttato sul letto. Unisce i due pezzi e lo rilegge attentamente.
... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi — ringrazioti» — Non dice,non voglio; dice:ti consiglio per ora. Che te ne pare?...
— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso...
— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona moglie.
— In questo hai ragione.
— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa,stufa di avere sempre nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al Messidoro! Sentile:quà, quà, quà!Hanno già cominciato! Dammi da scrivere!
Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive:
«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso.
«Tua.»
— Va bene?
La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una piccola correzione da fare:
— Invece diparto, dovresti scriverepartireidomani sera.
Remigia accetta e fa la correzione. Due ore dopo, arriva la risposta di Giacomo:
«Vieni pure domani sera ma conduci teco signorina Mimì. Prevedo temo avrò poco tempo disponibile farti compagnia. Saluti affettuosi.»
«Giacomo.»
Remigia nel dare il dispaccio da leggere alla Carfo salta dalla gioia e l'abbraccia ripetutamente:
— Sono felice! Sono felice! Sono felice!
Mimì ha gli occhi pieni di lacrime, tanta è la gioia di non dover lasciare l'amica.
— Vedi com'è buono?... È tanto buono il signor D'Orea!
— Buonissimo! — risponde Remigia con entusiasmo. — E poi, così, c'è più tempo per tutto!... Anche di scrivere a Milano per la mia mantelletta dichinchillàe ilrenardbianco. A Villa Borghese e al Pincio farà fresco, qualche sera!