IV.
La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport.
Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia ben illuminata, per raggiungere ilvagone-salon, si forma una folla di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per poterla vedere:
— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta?
— No! È la più piccola!
— Carina assai anche la piccola!
— Questo è davvero un bel Gabinetto!
— Vorrei entrarci anch'io!
— Evviva le bionde al potere!
— Evviva!
Qualcheduno comincia anche a battere le mani.
Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro, attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso; è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata, desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.
Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i Bolognesi? Simpaticöni!
Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone, sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori ilvagone-salonper la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!» abbracciandole in ispirito, tutte e due.
L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, uncapo-traffico, un ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi, uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, — un bell'inchino, — e scendere dall'altra.
Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.
— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da brava!... Anche senza stipendio!
I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il prefetto.
L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per aiutarlo a salire.
Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a inferiora.
Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!
— Indietro, signori!... Partenza!
Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri e il treno parte.
Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:
— Chi sa, a Roma!
— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste straordinarie.
— Basta che non arrivi troppo spettinata!
Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a Roma con i capelli scompigliati.
Invece a Roma... È una bella delusione!
Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia, in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano, untararan,tararandi marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta gente, nessuna conoscenza!
— Mimì!... Giacomo non c'è!
— Impossibile!...
Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un grande scatolone posato per terra.
È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo momento.
— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera.
— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non si degnano nemmeno di rispondere! — LaCarolina è di malumore; ancora tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di polvere.
Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa.
— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra corsa!
Mimì resta un istante pensierosa:
— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a Roma da Bologna, alla mattina.
— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?
— Chiarissimo!
«Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua».
Remigia passa dall'avvilimento alla collera.
— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non si muove nemmeno per venirmi incontro?...
— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!
— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia sorella...
Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare:
— Ecco! Ecco!
— Chi?...
— Il signor Gaudenzio!
Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda.
— Andiamo, Mimì! Scendiamo!
— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!
L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:
— Anche tu! Lasciami stare!
Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella borsettina rossa.
Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!
Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire: sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea. Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!
Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura che gli è toccata:
— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione! E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!... Credo, io, che non le vedevo arrivare!
— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.
— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione!Glielo dica anche lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!
Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel «signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo guarda più in faccia.
Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.
— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!
Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta inbotteaccanto alla ragazza.
— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo voglio mai vedere, assolutamente!
— Non dubiti, signora duchessa!
— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito Giovanni, da Pontereno!
Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.
— Vieni, Mimì.
Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare:
— Spero che questa volta, almeno, non avrai iltuppèdi voler sempre difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuoapatacosì bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta... perchè mi odî!
Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia si arrabbia ancora di più.
— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei dispiaceri...
— No... Scusa!... — Mimì è disperata.
— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua!
— Colpa mia?
— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche! Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon consiglio!
Appena all'albergo,aut aut!
— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado all'Hôtel de Russie!
— Ma è stato Sua Eccellenza...
— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta!
Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò che vuole, ma non è contenta.
— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna!
E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea del bagno d'amido, alla violetta.
— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni! Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.
Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla, profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...
Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la mano, più lentamente.
— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel...apata. Fosse stato anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... unalunghissimalettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che vuol andare al Cairo lui... a morir di passione!
Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente, chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:
— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà...
Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e lattedonna Remigia va sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere in ordine il salotto, come vuol lei.
— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i croccanti!
Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco.
Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da far passare il tempo.
— È allegro il Corso, alla mattina!
Viene Mimì sul balcone, con una lettera.
— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.
— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il signor Zaccarella!
La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare, a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la busta e legge:
— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?...
Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.
«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verròcertissimoa pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto dalla tua mamma.
«Giacomo».
— Ah,mon Dieu!... Stasera sarà stanco, e conla scusa dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo che cosa c'è di gentile e di buono.
La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del «figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più colorita e calda espansione.
«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti, figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più. Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene, carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...»
Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui, allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi!
Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e riponendola nella busta.
— Che cambiamento, ha fatto mammà!
E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!...
—Bum!
Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non fa il cavaliere... e nemmeno la commenda!
— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra bestia più bestia, è mio cognato Luciano!
Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.
— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...» E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore matto!...» Persino il voltafaccia, il relativopronunciamentodel capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!... Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge un'altra risata. — Com'erabuffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca!
Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi succedono ai ricordi.
— LaTête-pointue!... Villars! Che bel paese!... Incantevole!... Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che Narciso Gambara!
Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi controDineDon... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in istrada:
—Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!
È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.
— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...
Remigia dà un grido di gioia.
— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!
Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i teatri e divertirsi!
— Che bravo! Che bella improvvisata!
Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia, poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca, stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa? Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo eccessiva e... opprimente.
— Ah,mon Dieu!Che tragediografa!
In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiarela cognatina perchè, davvero, la trova moltochice poi... per ingelosire e far dispetto al fratello e alla moglie.
— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questaFranceschinaqui, forse... chi sa?
.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone.
— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra.
— Perchè non sei venuta alGrand hôtel?
— Jack vien sempre alRoma!
— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica, moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare alRomae tu venire alGrand hôtel. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo tanto per il marito, come per la moglie.
Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto canzonatorio:
— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!
— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!
— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le prende una mano e gliela bacia. — Regina,for ever!
— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma?
I baffettini di Luciano si rizzano irti, per l'altezzoso disprezzo:
— Oh, mainò!... Sono disgrazie che capitano così all'individuo, come alla Nazione!
Remigia finge di non aver capito e si volta verso il salotto.
— Signor Zaccarella! Per favore! Faccia portare due sedie!
Il signor Zaccarella, le porta lui stesso, in persona.
Don Luciano lo squadra in cagnesco:
— E... come va la vitaccia, caro capitano?
— Benissimo!... Fosse andata sempre così! Mi comanda altro, duchessa?
— No, grazie. Quando tutto è finito, me lo faccia sapere.
Risponde Mimì, che ha già salutato Luciano, di passaggio nel salotto:
— Facciamo presto! Non dubitare!
— Come hai saputo che arrivavo stamattina?... — domanda Remigia a Luciano appena seduti.
— Oh, diavolo! Ormai, sei diventata una donna illustre... Pubblica! L'ho letto sulFracassa!
— SulFracassa?— Remigia diventa rossa dalla gioia. Che c'è sulFracassa?— Chiama di nuovo il signor Zaccarella. — Mandi a prendere ilFracassadi stamattina! Subito!
— Non occorre! L'ho io! — Luciano leva la gazzetta di tasca e la porge alla cognata. — C'è un telegramma con la tua partenza da Bologna.
Remigia sfoglia ansiosa il giornale:
— Dove?
— In terza pagina...
— Ecco! Trovato! — Remigia legge a mezza voce: «Ieri sera, sotto la tettoia della stazione, alla partenza deldirettissimoper Roma, notavansi, in gruppo, le più cospicue personalità cittadine, nella politica,nelle lettere, nelle arti, nell'aristocrazia e nell'alta finanza. Era una eletta rappresentanza della nostra Bologna, memore e grata, convenuta per presentare gli ossequi del commiato a quella intellettuale signora che è la duchessa Remigia D'Orea Moncavallo, moglie di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Ella si reca alla Capitale, a raggiungere il marito, cui sarà di conforto, fra le gravi cure del suo dicastero l'aver presso di sè l'esimia donna, fida consigliera e compagna.
«L'alta società bolognese rimpiange la regina dello spirito e della eleganza che migra ai saloni della terza Roma, ove Ella saprà diffondere il fascino delle sue grazie e del suo ingegno, nell'aure sature di politica e di diplomazia». — Mimì! Mimì!
Invece di Mimì, si presenta ancora, nel vano della finestra, il signor Zaccarella.
— La contessina è andata con la Carolina a disfare i bauli. Devo chiamarla?
— No; prenda. — Gli dà ilFracassa. — Lo porti alla contessina Carfo. Le dica di leggere qui, — segna il punto con il dito, — questo dispaccio da Bologna.
Il signor Zaccarella se ne va col giornale leggendo la corrispondenza telegrafica pieno d'unzione rispettosa.
— Perchè non mi sei venuto incontro?
— Oh bella! Se ho letto la notizia mezz'ora fa? E poi, figurati! Immischiarmi con il mondo politico, ufficiale e...forcaiolo?... Peuh!
Donna Remigia lascia correre: non vuol far sapere al cognato che tutto il mondo politico ufficiale e forcaiolo, era rappresentato... dal signor Gaudenzio!
— Jack non t'ha detto ch'io sarei arrivata stamattina?
— Mio fratello... cerco di vederlo il meno possibile. È un metodo di cura preventiva, contro il mal di fegato.
Remigia ride, poi domanda:
— E mia sorella? È qui?
— Oh, no, per grazia di Dio e volontà di chi comanda! È a Fiumicino, a far la cura dell'aceto e a sobillare la zia Gioconda!... A metterla su contro me!
— La zia Gioconda? — Remigia è assai maravigliata.
— Fiumicino superiore e Fiumicino inferiore, sono ormai un Fiumicino solo!... Immagini tu, Maria, con la sua superbia e le sue ridicole schifiltosità, sempre insieme e in lega con la zia Gioconda?
L'Idola si fa seria: — Certo, certissimo! È per amore di Giacomo che quell'ipocrita lacrimosa di sua sorella ha voluto conquistare la zia Gioconda! — Ma resta pensierosa un attimo soltanto, rasserenandosi subito con una scrollatina di testa. — Facciano un po' quello che vogliono! Lei è a Roma per divertirsi!... E lei, e non sua sorella, è la moglie dell'onorevole D'Orea, del ministro!
Si china sulla seggiola sporgendo verso Luciano il visetto arguto:
— Tu, allora... si capisce! Sei qui per la divina arte canora!
Don Luciano arrossisce leggermente facendo un sorriso da fatuo, senza dire nè sì, nè no.
— Già, già, già! — continua la maliziosetta. — Teatro Costanzi:La Manon!... Oh, bella! Diventi rosso?... Ancora? Ma sì! Rosso! Rossissimo, sinoalla radice dei capelli... che non hai!... Bravo cognatino! Perduto il pelo, ma conservato il pudore! — Poi soggiunge sottovoce, risolutamente: — Ricordati: questa volta, voglio proprio vederla!
— Vieni alla prima dellaManon.
— Certissimo! — Riflette un istante, poi soggiunge con un'alzata di spalle, — Giacomo non lo saprà nemmeno.
— Allora bisognerà fissare un palco, oggi stesso. — Don Luciano assume un'aria di grande importanza. — È già venduto più di mezzo teatro!
In fatti Fanfan Trécoeur era stata preceduta a Roma dall'eco clamorosa del grande successo a Milano, alDal Verme. Tre sere di trionfo e trepiene, costate a don Luciano, complessivamente, una cinquantina di mille lire. Ma la gloria... è cara; e per dare la scalata allaScala, bisogna cominciare colDal Vermee passare dalCostanzie dallaPergola. — Dunque intesi! Mi prendi un palco e andiamo insieme!
Il cognatino rimane esitante: l'altra capisce a volo.
— Sicuro! Quella sera, sarai impegnatissimo! Avrai da dirigere, da guidare laclaque! Vuoi che per l'occasione ti ceda il capitano? Senza complimenti! — Remigia è indispettita. — Andrò alCostanzicon Mimì!
— Perchè, con Mimì? — Luciano cerca di rasserenarla. — Ne troverai, qui, di amiche e di conoscenti, quante ne vuoi! Intanto, la marchesa della Gancia!
— Quanita? — esclama Remigia con gioia.
— Un'idea! Stamattina, visto che non sei ancora in ordine, t'invito io a colazione, e vado a invitarti anche i della Gancia.
— AlGrand hôtel?
— AlGrand hôtel!
— Accettato!
— Ma... — Luciano abbassa un po' la voce. — Se si potesse risparmiarci l'incomodo della signorina Mimì?
— Mimì?... Figurati! Ha dodici bauli da mettermi a posto!
— Ah! — Luciano fa un largo sospiro di sollievo. — In premio ti offro un giretto in automobile, per farti venire appetito!
A Remigia, la proposta sorride moltissimo: tuttavia rimane un po' dubbiosa.
— E poi?.. Jack?... Che cosa dirà?
— Ci sei stata altre volte con me, in automobile, a Bologna, a Milano e l'orso non ti ha graffiata!
— Va bene, ma... oggi è diverso! E... proprio a Roma!
— Oggi è diverso? — Luciano rifà il solito ghignetto. — Perchè sei diventata Sua Eccellenza la Ministressa?
Remigia si arrabbia:
— Non fare l'antipatico! Sai, che mi dà ai nervi!
—Pardon, signora Eccellenza! Ti farò soltanto osservare che la grande stagione della politica è agli sgoccioli, motivo per cui, puoi prenderti qualche piccolo svago anche essendo al Governo! Il Re, ieri sera dopo la presentazione e il giuramento dei ministri è partito per Venezia, e a Roma a rivederci a novembre! Oggi stesso, fatta la presentazione del nuovo gabinetto, o domani al più tardi, sarà chiusa anche la Camera. Non solo dunque puoi fare un giretto in automobile stamattina, ma dopo colazione,ti propongo una volata fino a Porto d'Anzio, con la della Gancia, per vedermi a nuotare.
— No! No! — Remigia scrolla il capo vivamente. — Oggi voglio proprio andarci alla Camera! Tanto più se si deve chiudere così subito! Che peccato! E poi? E Jack?... E mio marito? Pensa, non l'ho ancora veduto!
— Oh Dio! Quale orribile sventura!...
— No! No! Facciamo adesso un bel giretto, dicendo che si va alGrand hôtele, per oggi... basta,tuff, tuff!— Si alza chiamando forte: — Mimì! Ti saluto! Luciano mi ha invitata a colazione! Carolì! Fa presto! Vieni a mettermi il cappello!
Fa per correr via, ma l'altro la ferma.
— Devo prima avvertirti... di una cosa.
— Quale? — Ella lo fissa attentamente. I baffettini all'insù, alla russa, il cognatino è di una serietà quasi solenne. — Che c'è?
— Ti avverto che io sono... socialista.
— Tu? — Remigia dà una grande risata. — Tu?
— Sì, io; persona prima. Sono socialista emi-li-tante.
— Col permesso... diManon?
— Ridi pure. È cosa lecita alle signore, quando hanno, come te, bellissimi denti!
Fa, scherzando, per darle un bacio; Remigia si tira indietro.
— L'Estrema con la Destra?... Che ibridissimo connubio!
— Ridi! Ridi! Ma quando lo saprà, a Camera nuova, se ne accorgerà e non riderà mio fratello!
— Quando saprà... che sei socialista?
— Che sono socialista.
Remigia lancia sul cognato un'altra occhiatina ironica.
La sovrana di Pontereno, con tutta la sua politica e con tutti i suoi giornali, in fatto di socialismo è ancora alle prime nozioni confuse e sbagliate. Ella crede dunque, che Giacomo debba essersene di già accorto, e molto, del socialismo del fratello, senza aspettare la Camera nuova, dai conti di cassa dell'amministrazione D'Orea. Ma di ciò, adesso...cito. Le fa troppo comodo la compagnia di suo cognato. Adesso non vuol leticare. Sarà per un'altra volta; per il primo giorno di lune! Oh, allora, senza voler entrare in certi argomenti, ma lo dovrà scontare il socialismo!.. Altrochè!