II.
Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva, corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio.
Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir l'eco di quelle ingiurie.
Siede affranto dinanzi alla scrivania; è angosciato e disperato.
— E adesso Luciano, che cosa farà ?... Liti, scandali, partirà come ha detto?... E Maria?...
Che ora lunga d'incertezza, di inquietudini, di pena!
Ad un tratto sente stridere e sbuffare l'automobile: si alza, si avvicina alla finestra e spia dietro le cortine calate.
— Ah, Dio sia lodato! — Manda un grande sospiro di sollievo. — Luciano è partito!
— Va! Va!... A Parigi! Dove vuoi! In capo al mondo!
È forte, però, il suo capriccio per quella Fanfan!
Più forte della sua stessa cattiveria! Ma poi al ritorno?
Giacomo si allontana dalla finestra scrollando il capo.
— Quando ritornerà ?... Povera Maria!
Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! — Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a Maria... e a Luciano.
— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?... — Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è il più convinto della sua propria falsità !... Inventa e sa d'inventare! È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!
Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello. L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie!
— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare ai quattro venti che sono l'amante di Maria!
— Che canaglia!
A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare, egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della cravatta fra le mani...
— Che falsità ! Che canaglia!
Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.
Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di timidezza.
Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo, arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia.
Maria Grazia, nota subito il turbamento del cognato, ma lo spiega a suo modo: lo crede così mortificato e impacciato, perchè non è riuscito a trattenere Luciano. Ella lo guarda con i grandi occhi neri, pensierosi e gli sorride malinconicamente: lei stessa, si fa offrire e gli prende il braccio, per entrare insieme nella sala da pranzo.
— Lucïano è proprio partito?... E proprio per Parïgi?
Le tenere e armoniose dieresi, sono piene di lacrime.
Giacomo, le risponde appena, stringendole il braccio, sotto il suo:
— Coraggio...
— Ne ho; tanto!... Sai?... Non è venuto nemmeno a salutarmi! — Cerca, quasi, di scusare il marito. — Forse, non ha osato!
— «Oh...» — Giacomo s'interrompe e pensa in cuor suo: — Sapesse, povera donna, che cosa è capace di osare... quello là !
Ma, alla cognata, egli non dice nulla della scena successa. Durante la serata, mentre Giacomo sembra quasi sfuggirla, Maria lo interroga con i begli occhi ansiosi: Giacomo non le risponde altro che scrollando il capo.
Nei giorni seguenti, egli schiva le facili occasionidi trovarsi solo con lei. E per poter fare ciò, naturalmente, egli si accompagna e comincia a stare di più con Remigia.
Dopo colazione, mentre la cognata si avvia lentamente in giardino, verso il suo solito posto tranquillo e appartato, Giacomo, invece di seguirla con il fascio dei giornali, si unisce alla corte allegra e rumorosa della duchessina, assiste ai pasti diDineDone riceve pazientemente gli enfatici salamelecchi del signor Trüb.
Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa spiegare da Remigia le regole deltennise resta lì, fuori della rete, a veder giuocare.
— Bravissima, la Pïccola!
Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve un'intima sensazione di gioia.
Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo, Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle spalle dimonsieurMalot, il parigino puro sangue, il ballerino di forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e sir Wood «il bell'Apollo della caramella!».
Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto.
— Perchè?
Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo conforto? La tua amicizia buona e cara?
Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si allontana.
— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.
Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto o in parte, la verità , e allora è lei pure che arrossisce se per caso incontra gli occhi di Giacomo.
I due buoni hanno finito per capire, per intendersi. E così, mentre sembrano allontanarsi l'uno dall'altra, tutto quel mistero, la nuova odiosa cattiveria di Luciano, conosciuta da Giacomo soltanto, ma quasi intravvista da Maria, unisce più strettamente le loro due anime.
Giacomo non confessa a sè stesso, che anche la simpatia si fa più viva; forse non se ne rende conto. Tutto confonde e tutto spiega in cuor suo, col sentimento della giustizia e di una grande pietà .
Ma una notte... Ebbe tutta una notte insonne e pensò di partire.
— Andarmene, sì, sì!... Bisogna risolversi e partire. Luciano, al suo ritorno, non deve trovarmi più a Villars. Sarà così evidente tutta l'assurdità dell'odiosa insinuazione!
Ma Villars, in quel punto, come gli appare verde e incantevole! Non avrebbe trovato in nessun'altra parte del mondo un luogo così bello!
— No! Anzi non devo partire,devorimanere! Luciano direbbe che io mi sono allontanato apposta per salvare le apparenze! Sarebbe «una prova» secondolui e andandomene lo lascerei libero di inventare anche di peggio! E poi, Maria? Lasciata qui senza difesa?... Devo restare!
L'idea della partenza è dunque abbandonata.
— Resto! Appunto, precisamente: per difenderla e per proteggerla! È mia cognata. Oggi è una D'Orea; è dei nostri. Sono io, per autorità , il capo riconosciuto in questa casa. Qui comando io; e farò rigar diritto quel... buffone!
Per altro, non bisogna mai dare il più piccolo appiglio a Luciano; e bisogna ricordare com'è pronto e scaltro nella perversità .
Giacomo non si trova più solo con Maria e si vedono e si parlano soltanto a colazione e a pranzo. Egli è venuto, dice lui, e resta a Villars, non per altro, che per riposare e per diventar giovane!
Sta tutto il giorno e tutta la sera con Remigia; con la Piccola!
.... Quante volte ripete «la piccola!»
Questa tattica abile e prudente, se gli è consigliata dal bene di Maria, non lo annoia per altro, e non lo stanca. Remigia è sempre allegra, divertentissima! Con questo grande vantaggio, che non vuol parere altro che quello che è, cioè una bambina. Bambina per indole, per vivacità e per... innocenza! Non pensa altro che a saltare, a giocare altennise a ballare; preferisce ancora le passeggiate col bel sole, ai colloqui con la bianca luna, i dolci e i cioccolattini del Danova, ai fiori dimonsieurMalot e non vuol bene, davvero, altro che aDine aDon!
— I vent'anni sono al varco!... Eppure, nessuno lo direbbe! Del resto, anche con vent'anni, e sonati, potrebbe sempre essere mia figlia!
Però, con la Piccola, egli non deve pensare ai riguardi, alle apparenze!
Può fare la sua corte innocente. Non c'è pericolo di dar ombra a sir Wood... e nemmeno a Totò!
— Povero Totò! È innamorato sul serio!... Ma perchè non si sposano, Remigia e Totò?
Quell'argento vivo... e biondo, che ride sempre, che parla sempre, che non fa mai domande e, se ne fa, non aspetta risposta, è un grande riposo per Giacomo, facile all'emicrania, stanco di nervi, e con i begli occhi di Maria sempre fissi in mente. Anzi, vicino a quel demonietto in continuo moto e in continue chiacchiere, egli prova il grande sollievo di poter tacere pensando a tutt'altro! È un uccellino grazioso dai bei colori vivi e dalla testina d'oro, che gli vola attorno piacevolmente e che piacevolmente riempie l'aria con il suo armonioso e festevolepi-pi-pi!
Egli può tacere, tacere!... la gioia di poter tacere e di poter pensare a... tutt'altro, mentre la cingallegra spensierata e innocente continua a volare cantando e bisbigliandopi-pi-pi!
Egli può tacere, tacere!... E intanto spiare di lontano, in fondo al giardino, un punto bianco, immobile, che spicca tra il verde dei fogliami: è Maria che legge, seduta all'ombra nel suo solito posto appartato.
— Povera Maria!... Meriterebbe tanto di essere felice... e amata!
Questo pensiero, un giorno, fa sospirare Giacomo più forte. Remigia che sta raccontandogli, ridendo, la corte che pretendeva di farle quel «bruttissimo Re Faraone» si ferma di botto.
— A che cosa pensate, Giacomo?
— A niente. Non penso a niente: ascolto soltanto.
— Non dite bugia, Eccellenza! Questa è una grossa bugia!
— Perchè?
— Perchè se aveste ascoltata me vi sareste messo a ridere: invece vi siete messo a sospirare!
Remigia dà una risatina arguta, maliziosetta:
— Forse, chi sa? È stato il sospiro dell'anima!
Suonar nel mio segreto odo una voceChe a sè mi tiene dubitando inteso...
Suonar nel mio segreto odo una voce
Che a sè mi tiene dubitando inteso...
Giacomo, per deviare l'attenzione della fanciulla, sospira più profondamente, continuando:
E non sento l'età fuggir veloceIn quella nota attonito e sospeso!
E non sento l'età fuggir veloce
In quella nota attonito e sospeso!
— È la nota giovane squillante e affascinante del vostro allegropi-pi-pi, cara Remigia!
— Per me, sospirate? — La graziosa birichina si mostra incredula. — Uhm!
— Sospiro... alla gioventù! Il più grande dei tesori, che si comincia ad apprezzare soltanto... quando lo abbiamo tutto consumato!
La duchessina si stringe comicamente nelle spalle.
— Allora... dovrà apprezzarlo moltissimo Re Faraone!
— Certamente! Anche Re Faraone!
— Ma pure egli ha trovato un rimedio, per riacquistare la perduta gioventù: il lucido Nubian!
Remigia ride allegramente e Giacomo è sicuro che non ha più in mente nè i suoi silenzi, nè i suoi sospiri.
In fatti ella riprende subito, con tutt'altro tono:
— Giacchè siamo in vena di poesia, ricordatevi, Giacomo, questo è il giorno.
— Il giorno?... Quale?
— Il giorno in cui dovete scrivere sul mioalbum. No, no! Non si dice di no; avete promesso!
— Non so scrivere versi!
— Scrivete prosa.
— Non so scrivere prosa, che sia degna del vostroalbum. Io non sono un letterato, ma un umile finanziere! Non so scrivere altro che cifre!
— E, allora, basterà la vostra firma, Eccellenza! È l'autografo, che conta! — Mimì! — grida forte Remigia, chiamando, — Mimì!
— Eccomi, cara!
La contessina Carfo, sta giocando alcroquetlì vicino, con Totò. Ella che ha sempre un grande ribrezzo per il Re Faraone, e che spera solo nel matrimonio di Giacomo con Remigia, quando i due sono insieme, non li perde mai di vista.
— Finitela con quelcroquetstupidissimo e irritante! Venite qui con noi! È fresco fresco! Una delizia!
Remigia si sdraia sopra una larga poltrona di vimini, dondolandosi mollemente.
— Ah, che gioia!... E che buone poltrone elastiche e comode, da far invidia alla Sbirlingonia!
Mimì e Totò, giuocano in fretta, tanto per arrivare in fine alla partita. Remigia si irrita.
— Finitela! Non avete capito?
Mimì dà un'occhiata a Totò e butta via la mazzetta.
— Eccomi, cara!
— Portate qui la mia cesta da lavoro! — La duchessinacontinua a dondolarsi sulla poltrona. — La mia cartella, i mieialbums, i miei libri, tutta la roba mia!
Giacomo la guarda sorridendo e la chiama pïccola tiranna!
Sorride anche Remigia, ma dolcemente.
— Sono piena di difetti, non è vero?
— Oh, l'impero, la tirannia, non son difetti per chi li esercita; anzi, sono l'espressione della forza, del carattere. Sono invece una colpa, qualche volta, per chi vi si assoggetta, e quando invece di una tiranna piccola e bionda, esercita l'impero un brutto tiranno... uomo.
— Brrr! Quanta difficile filosofia! In conclusione, se questi non sono difetti, vuol dire che ne avrò degli altri. Vi prego! Vi prego, Giacomo! Sì! Sì! Voglio sapere tutti i difetti miei! Tutte le imperfezioni mie! — continua a supplicare nel tono più dolce. — Caro! Buono! Simpaticone! — Poi si arrabbia. — Dite subito tutti i difetti miei, almeno i più grossi o vi chiamo Eccellenza!
Giacomo ride e si diverte.
— Fin'ora — apprezzate la mia prudenza e la mia sincerità , — dicofin'ora...
— Ho capito! Avanti!
— Fin'ora vi riconosco un solo difetto.
— Grosso?...
— ... Non piccolo! Quello di possedere anche voi, per quanto non comune, anzi in tutto una ragazza originale... un album di autografi!
— La mia originalità sta in questo: invece di un album solo, ne possiedo due.
— Due?
Giacomo fa una faccia spaventata. Egli si diverte sempre di più a questi giuochi innocenti. Ha sempre avuto passione per i ragazzi e per i bambini.
— Ne possiedo due.
Si avvicina Mimì portando la cartella e i libri. Si avvicina Totò portando la grande cesta foderata di telapompadoure ornata di nastri di seta rosa con l'astuccio dei colori, i pennelli e con tutti i «lavori diversi» della duchessina: lavori all'uncinetto, lavori a maglia, trapunti, ricami che girano da anni i laghi, i monti e i mari... sempre allo stesso punto.
Remigia fa mettere tutto a' suoi piedi, sull'erba, e si fa dare gli album da Mimì.
— Due album? — ripete Giacomo esterrefatto.
— Due. Uno per gli illustri della patria; — questo, guardate: la firma di Garibaldi, una lettera di Mazzini, una poesia dell'onorevole Testasecca, — è il deputato del nostro collegio, — e poi autografi di Biancheri, di Zanardelli e uno anche del figlio di Totò.
Giacomo inarca le ciglia fissando il marchesino di Villabianca, e la Piccola scoppia in una risata:
— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo del figlio di Sua Eccellenza Totò!
— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi l'album! Mi fo coraggio! Col papà , siamo stati nello stesso ministero!
— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì,gioia! — Spingimi adagio adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona, lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò! Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia impassibile e gli occhi innamorati.
— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...
— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere!
— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore, grande ufficiale, Eccellenza!
Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una penna.
— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato oggi come sono d'oro i capelli di Remigia?
Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po' urtante anche quel Giacomo lì.
Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei simpaticoni!
— Civetta! Che civetta! Persino con Sua Eccellenza! — Continua a far vento, ma troppo adagio, con la faccia che gli si accende per la fatica.
— Oh Totò!... Non addormentarti! Più forza!
Remigia si rivolge di nuovo a Giacomo:
— Basta un pensiero; una parola sola e la firma.
Giacomo si decide, prende l'album dalle mani diRemigia, la penna che gli offre Mimì e scrive due righe in fretta:
— A voi! — Restituisce l'album. — E scusatemi se proprio, non so scrivere altro che cifre!
Remigia, letto appena, salta in piedi rossa di gioia e mentre Totò rimane immobile col braccio alzato e il ventaglio aperto, corre a stringere la mano di Giacomo, con trasporto, con effusione:
— Buono! Buono! Quanto siete buono!
Giacomo aveva scritto sull'album:
«Mi obbligo a versare 5000 lire per i poveri della duchessina Remigia, detta la Piccola.
«Giacomo D'Orea.»
Mimì ha gli occhi pieni di gioia:
— Dio! Dio! Come il signor Giacomo sarebbe proprio degno di far felice la mia Remigia!