II.

II.

Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della media e della bassa Italia!

Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione oculatissima: non deve aver macchie la virtù.

Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco; in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo, di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?...

— Che orrore!...

E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna RemigiaD'Orea con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in Firenze e più in là.

Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite e favorite: la speciesporte la politica. Politica ortodossa, s'intende!

Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli, dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles, a corte, tutti glisportsmenautentici e ben qualificati, o ancora semplici aspiranti alle glorie delturf.

Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare la via del Campidoglio!

Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!

«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno.

Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche la data, in cui il morituro morirà.

Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più alla mano con tutti. Glisportsmen, intanto, passano in seconda linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.

— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette, il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene con una leggera punta d'ironia, per non compromettere ilnon expedit. — Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! — grida con il suo bel vocione daTedeum, quando s'incontrano dopo la messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice.

L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la domenica, ma adesso anche il giovedì.

— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando, gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta, duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!

E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico, innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste:

— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia!

Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!....Messo da un anno e mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone, tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De' Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più:

— È ora di finirla!...Allons! Marche, la camorra!... Piazza pulita!

Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su!

Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti: appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria!

Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a Bologna, da un telegramma di suo marito:

«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma. Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì.

«Giacomo.»

Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia e fa subito chiamare il signor Zaccarella.

— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio del gabinetto.

— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà...

Remigia non lo lascia finire:

— Lei deve andare a Bologna, subito subito!

— Ma il tram?...

— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che li aspetto!

— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli scrupoli, ma...

— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!

Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora insolita, è già da Remigia.

— Buone notizie?

— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. — Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.

Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta.

— Per dispaccio?... No...

— Perchè, no?

— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso...

Remigia allunga i labbruzzi comicamente:

— Me-ti-co-loso!

— Potrebbe aversene per male!

— E allora... rispondo? Che cosa?

Sul visino fresco e roseo passa una nube.

Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro che capelli!

— Ah!Mon Dieu! Mon Dieu!— Nello specchio si riflette anche, dietro di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! — Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di consiglio! Che cosa si telegrafa?

Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via della cameriera.

— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso:Addoloratissima tuo ritardo...

—Addoloratissima, no!... Non l'ho abituato ai superlativi!

—Addolorata tuo ritardo, affretto ora...

Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:

— ...e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a Roma. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali! Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati di chiudere così: «tenerezze — tua». Poi gli scriverò io di non fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli diCentro, diEstremanel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di uomini... precisamente come mio marito!

— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoiscrivere ciò che vuoi. Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera?

— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso Gambara.

Mimì ride:

—Miadora?...Ciadora!

— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno!

Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola. È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:

— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa di più e prega secondo la mia intenzione.

— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.

— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice! Felice! Completamente felice!

L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino: hanno appena finito di pranzare.

— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.

L'avvocato, sempre stilerégencecon le signore, bacia prima la mano alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo mazzo di fiori, che divide fra le due signore.

Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour, e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota. Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico, non resta impresso che il naso.

— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.

— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.

Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati, ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.

— Ho cercato... Ancora non c'è niente!

— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento all'ufficio delVespertino. — È il suo ultimo nato. — Avevano appenaappena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina: Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!

— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa! Sédan!

L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa più volte in giro sulla faccia gocciolante.

— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!

— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare, contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!

— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile di non mancare alla chiamata!

— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...

— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai stato tanto bene!

— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina, cattivona?!...

Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più. Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento, serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!» del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte Gambara ha diritto di dir la sua!

La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli obblighi dell'uomo di Stato.

— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e sgranando gliocchiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto, tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!

Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!

Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea, Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per ilVespertino, di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:

— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È...sst... l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!

— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però però!.. Anzi, più appetitosaassai e più resistente per il consumo quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come si fa, santo Guìo! Come si fa?

La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto, per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di tranquillare donna Remigia:

— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà poter mandare qualche notizia sicura!

— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!

Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi dubbi:

— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la lezione...

— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per forza!


Back to IndexNext