IX.
Giacomo D'Orea entra nell'albergo quando comincia a piovere dirottamente. Sotto l'atrio incontra Mimì Carfo che esce dalla sala di lettura con due grossi libroni.
— Remigia sta un pochino meglio!... Non è venuta la febbre, ringraziando Dio!...
Giacomo fissa la fanciulla con gli occhi ancora stralunati.
— Potrà alzarsi, dunque, domani?
— Si spera! Ma è assai nervosa. Non ha ancora chiuso occhio!... Sono venuta giù, apposta, a prendere questi libri di viaggio, per leggerle qualche cosa!
Mimì nota la faccia sconvolta del signor D'Orea; è assai distratto, preoccupato. Non l'ascolta nemmeno.
Giacomo, dopo un momento, sembra scuotersi:
— Mi faccia un favore: dica a Remigia, che io domani, nella mattinata, dovrei partire assolutamente; ma che non posso partire se prima non ho parlato con lei!
Ciò detto, pianta lì Mimì su due piedi e va in cerca del portiere.
— Dov'è l'orario? Ho bisogno di vedere l'orario!
Ma invece di trovare il portiere, s'incontra, faccia a faccia, con Marco Danova in abito da viaggio.
— Felicissimo, onorevole! Fortunatissimo di potervi salutare! — Marco Danova fa una smorfia che vuol essere un sorriso: gli occhietti stizzosi, biliosi, si incrociano più storti sul naso adunco. — Ho mandato in camera vostra, in questo momento, il mio biglietto di visita.
Giacomo ringrazia con un cenno del capo, senza aver ben capito.
— Il vostro... biglietto di visita?
—Pour prendre congé!Sono arrivato col diluvio e parto con l'innondazione!... Gran bel divertimento la montagna!
— Già, piove! — borbotta il D'Orea quasi macchinalmente, guardando verso il portone dell'albergo. Poi soggiunge: — Ecco l'omnibus!
— Ma è ancora presto! Non è vero, uomo barometro? Uomo infallibile? — Il Danova si rivolge al signor Trüb che lo aspetta col segretario e col direttore sull'uscio delbureauper accompagnarlo fino all'omnibus.
— Manca più di mezz'ora alla partenza! — risponde il signor Trüb, abbassando gli occhiali dalla fronte sul naso per guardare tre orologi in un istante: quello delbureau, quello dell'atrio e il suo che leva di tasca. — Il bagaglio è già stato consegnato! Ha tutto il tempo, signor barone, anche di lasciar sfogare questo nuvolo che passa!
— Andate al diavolo voi e le vostre nuvole chepassano! Me ne avete servite abbastanza durante questa bella stagione!
Marco Danova sembra furibondo contro Villars e contro il signor Trüb.
Giacomo capisce di dover dire qualche cosa e di dover salutare il Danova, se vuol liberarsene.
— Allora, buon viaggio! E se tornate in Italia... a rivederci presto!
— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'Hôtel de la Paix, poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia, ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!... Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle scorribande domenicali!
— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io, partirò... prestissimo!
Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il naso becco, morde.
— E... in buona compagnia!
— Parto solo; domani.
— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là, là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre quella: il paese dove fiorisce l'idillio, colvergissmeinnicht!
Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel discorso un'allusione a Maria.
Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il cerimonioso e gli stende la mano.
— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?
— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.
— Là, là, là! Non montate in collera, onorevole! Anche se la lieta novella non è ancora, diremo, ufficialissima, mi fu data ormai come sicura, e non c'è ragione di volerne fare un mistero per gli amici, come me, di antica data!
— Cioè? Che novella?... Che notizia?
— Qua la mano!... Qua la mano!... — Giacomo gli deve dare la mano per forza. — Con molta invidia, — perchè no? lo confesso. — Con molta invidia, ma senza rancore!... È una ragazza che anche a pagarla un Perù, c'è da esserne soddisfatti e la minchioneria che fate voi, — chi sa? — forse, l'avrei fatta anch'io!
Giacomo comincia adesso... quasi a capire; ma ha paura di dover capire.
— Che scherzi... vi saltano in mente?
L'altro, risponde con enfasi, in vena di espansioni e di sincerità:
— Ho detto «minchioneria» scusate, senza la più lontana intenzione di offendervi!... Tutt'altro!... È l'epiteto che usano gli sciocchi e gli sbarbatelli, quando si tratta di un matrimonio alla nostra età! Minchioneria vera, tutto all'opposto, è maritarsi da giovani, prima di aver goduto la vita, quando ancora si è forti in gambe e agguerriti per le grandi battaglie!... Ma quando si tocca... la china!... Tirare i remi in barca, è molto savio ed altrettanto igienico. Scegliersi una ragaz...zetta — l'egizio venezian batteil sostantivo schioccando la lingua contro il palato — quel demonietto lì, deve averli tutti i requisiti! — e farsene la propria moglie e il proprio regime. Per noi, è inutile sperare nel nuovo! Alla nostra età non possiamo più essere amati, altro che dalle ragazze oneste.
Che cosa brilla negli occhietti, di cui si vede più il bianco che il nero, di papà Faraone?... Una lacrima forse? Dà una sghignazzata per non vincersi e non mostrarsi commosso.
— Ed ora... non perdiamo la corsa! Felicitazioni, onorevole, e buona permanenza... a chi resta! E congratulazioni sincere da parte mia anche alla duchessina Remigia, quantunque — glielo direte! — me l'abbia fatta grossa!...
— Siete matto! V'ingannate!... — Giacomo cerca di trattenerlo: oh, sì! Il barone è già salito sul predellino dell'omnibus ossequiato dal signor Trüb, e da tutto il servidorame dell'albergo, che gli si prostra dinanzi e di dietro.
— Meno male che non alludeva a Maria! Se Dio vuole, non si sono fatte chiacchiere! — Ma il respiro di Giacomo, si ferma a metà. — Se ne son fatte, per altro, — e come! — sul conto... di Remigia! Congratulazioni per il mio matrimonio, addirittura!... — Giacomo pensa, non sa che cosa fare: — Corrergli dietro per smentire la notizia?... Non c'è tempo di spiegarsi e non è serio!... Domani sono anch'io a Ginevra, all'Hôtel de la Paix... gli dirò domani, che non è vero, che è matto!... Matto?... No, se lo ha sentito a dire, se tutti lo dicono!...
Sospira; si preme forte la fronte con il palmo della mano:
— Matto, sono io! Mi par proprio di diventar matto!... È quella lettera!... È la lettera di mio fratello che mi perseguita!... Anche a proposito di Remigia, la cattiveria di Luciano ha colpito nel segno. Io, per coprire la maritata, ho compromessa, ho perduta irrimediabilmente la nubile!... Marco Danova sarà, più meno, come la fama lo dipinge; ma so io, positivamente che cosa è? Posso dire soltanto che è otto o dieci volte milionario, che avrebbe sposata Remigia e che «la minchioneria» non la fa più perchè io l'ho troppo compromessa! Vivaddio! — torna a premersi la fronte. — C'è proprio da diventar pazzo!
Monta lentamente le scale, entra in camera sua, ma non va a letto.
— Impossibile dormire!... Anzi, bisogna cercare di distrarsi! — Passa nel salottino che gli serve da studio. Ci sono da raccogliere, da mettere in ordine tutte le carte, tutte le lettere. Dovendo partire domattina, questo bisogna farlo subito!
— Se posso veder presto Remigia, parlare di Totò... mettere il mio cuore in pace, parto ancora alle undici!
Siede alla scrivania, guarda tra le carte, fa passare le lettere, mette da parte quelle alle quali farà rispondere dal suo segretario.
L'albergo è ormai tutto sepolto nel sonno. La luce elettrica si è fatta vivissima. Il vento ha ripreso impetuoso: fischia e mugghia tra gli alberi e soffia contro i vetri. Giacomo è scosso da un brivido di freddo.
— E dire che Maria è qui, a due passi da me... e non la rivedrò più, mai più!
Spiega un foglio, — che cos'è? — La richiesta diun gruppo di elettori per ottenere una tettoia e la fermata del diretto alla stazione di Borgo-salice.
A metà della lettura si ferma perplesso; diventa inquieto.
— E se anche Totò, per colpa mia, non la volesse più sposare?
Incrocia le braccia sul petto; abbassa il capo: gli occhi incontrano, per caso, il ritratto di sua madre.
Oh, la semplice donnina! Quanti pensieri e quanti rimorsi, suscita in quell'ora, nell'animo di Giacomo.
— Sempre i fiori di Remigia!
Gli fanno dispetto.
Che differenza, che contrasto! La sua povera madre così timida! Che rifuggiva dalla gente, da ogni parvenza di lusso; virtuosa fino agli scrupoli, pia come la zia Gioconda, più della zia Gioconda! Che contrasto il ritratto di sua madre, coi fiori di una duchessina, in mezzo allo sfarzo di quell'albergo sontuoso «da signoroni» nel quale, sua madre, viva, non sarebbe entrata nemmeno per forza! E in mezzo a tutti quei... vicerè, come sarebbe diventata rossa la buona donna cresciuta, allevata dietro il banco, in una oscura bottegaccia di droghiere... Come non ne avrebbe voluto sapere di quei nobili, di quelle usanze, di quella boria! Sarebbe scappata più lontano della zia Gioconda! Più in là di Fiumicino!
Anche lui, per altro, un tempo, non ne voleva sapere! Non voleva sentirne parlare! Oh, la lettera, — sempre la lettera! — aveva ragione anche in questo!... Come si era opposto, persino brutalmente, al matrimonio di Luciano!
Poi, a mano a mano, lui pure è stato preso dagli usi, dai gusti, dalle seduzioni di quel mondo corrotto,falso nelle sue stesse apparenze di signorilità, falso e infido persino nei rapporti, negli affetti famigliari... A mano a mano, lui pure ha cominciato a diventare un perdigiorni, un ozioso leggero, che compromette le ragazze, e ha finito con l'innamorarsi della moglie di suo fratello!
— Maria, però, com'è diversa da tutti i suoi!... L'espressione sola de' suoi occhi!... Quanta bontà! Quanta sincerità! Che incanto in quegli occhi!... Nell'affettuosa malinconia di quegli occhi!
Il cuore gli batte violentemente, dolorosamente: — È lì! Così vicina!... E non vederla più!...
— Ma non dovrò vederla mai più?...
Prende il ritratto, lo fissa, come implorando un aiuto, un conforto... Ma l'immagine rimane estranea al suo dolore... fredda, severa.
Il vento fa scrollare i vetri con impeto ed urla nella valle.
Egli ha un fremito: vicino a lui nella camera deserta, gli sembra udire la voce di sua madre, negli ultimi giorni, e quel debole filo di voce gli ripete continuamente, insistentemente:
— Non devi vederla più! Non devi amarla più! Ritorna un galantuomo come tuo padre!... Sii sempre un galantuomo come tuo padre!...