X.

X.

Giacomo è rimasto tutta notte nel suo studio. A forza di volere è riuscito a imporsi una relativa calma e a lavorare.

Ha fatto lo spoglio di tutte le sue lettere: ha corretto qualche brano della sua relazione. Insomma egli può dire di aver ripreso, fino da quella notte, la sua vita attiva di lavoro, gli affari e la politica.

— Gli affari e la politica! Mi darò ad essi anima e corpo in modo da non aver tempo di pensare al resto!... E se vorranno i miei amici nominarmi ministro un'altra volta, accetterò!... Tutti i medici, con le loro prescrizioni di assoluto riposo per l'organismo logoro, per il cuore, tutti al diavolo! Tanto meglio se creperò presto!

Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col capo:

— Ma creperò... galantuomo!

Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco, spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito, pesantemente. Si svegliadopo un'ora o due, di soprassalto, con un grido soffocato:

— Non la vedrò più!

Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore. Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri, tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:

— Avanti!

È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.

— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa: il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:

— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene, non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?

Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro la vita, appoggiata contro l'uscio.

Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad avvicinarsi.

— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.

Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.

— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e seriissimo!

Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta, aspettando che incominci a parlare.

Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.

— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!

Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.

— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la... goffaggine di quella vecchiaccia stupida?

— No.

— Mi avete perdonato?

— Sì.

— Proprio, proprio?

— Ho detto di sì.

Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo, sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia! È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e chiassosa maestrinadeltennis?... Dov'è andata la... — Oh, come gli risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva, torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza lievemente:

— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine amico... assente?

Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina deltennische riappare.

Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:

— E se... lo facessimo tornare?

— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà molto tempo a Villars!

Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.

— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?

— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro tesöro!

Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse diDineDon!

— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più bene a voi, che non voi a Totò!

— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il tempo si rischiara: — Pare di no! Ah,mon Dieu! Mon Dieu!Come sono menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso di Totò non è attraente.

Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.

— Totò... è innamorato.

— Di me?

— Di voi!

— Bella novità! Sono sempre stata la sua fissazione! Deve aver trovato qualche cosa di simile, una miss con i miei connotati, in un romanzo inglese! — Dopo aver riso un attimo, si mostra seccata: — Non sarà di Totò, spero, che volevate parlarmi assolutamente, stamattina, prima di partire, come mi ha detto Mimì?...

— Invece sì! Volevo parlarvi proprio di Totò... e di voi. Della felicità di Totò e della vostra. Egli vi ama e voi gli volete bene; è buono, è giovane, è anche un bel giovane...

— Basta così! — Remigia balza in piedi di nuovo, ma questa volta con un atto di dispetto e diventando rossa. — Ciò che dite voi, non sarà mai! L'ho dichiarato risolutamente anche a mammà, anche allo zio Rosalì, e per questo, per evitar scene, lo hanno mandato in Italia. Sono stata io, — proprio io, — sì,sì, sì!... Mi seccava co' suoi dispetti, co' suoi rimproveri, con la sua gelosia! Gli voglio bene, ma non lo amerò mai; e la differenza è grandissima! Gli voglio bene, ma non lo sposerò mai! Amico sì, marito no e basta; non se ne parli più! Eccellenza, fate buon viaggio!

Remigia corre verso l'uscio; Giacomo riesce a fermarla.

— Ascoltate...

— No, lasciatemi stare! — La fanciulla, crucciata, corre a rifugiarsi nel vano della finestra, e appoggia la fronte contro i vetri.

— Ebbene... — Giacomo perde, un momento, la pazienza... — Se non mi volete lasciar parlare, non se ne parli più! Ma avete torto.

Remigia non risponde, non si muove. Giacomo si sfoga camminando, pestando i piedi e pensa fra sè:

—Non lo amerò mai! Non lo sposerò mai!... Perchè crede, certo, di doverlo sposare così... lui, senza un soldo e lei... anche! Ma, d'altra parte, come spiegarle le mie idee, le mie intenzioni, senza offendere la sua permalosità, il suo amor proprio, il suo orgoglio? Non posso dirle... su due piedi: — prima di rispondere che non lo amerete mai, che non lo sposerete mai, aspettate di sapere che voi, avrete mezzo milione di dote e Totò, un buon impiego, senza far niente, in Casa D'Orea! È certo che se potesse immaginare tante belle cose, direbbe subito di sì!... Forse avrei fatto meglio a parlarne prima con la madre! — Gli passano nella mente le occhiate e i sospiri della duchessa, in que' giorni, e insieme i dubbi di Maria, le felicitazioni di Marco Danova... e la lettera, quella lettera di Luciano. Tutto ciò accrescela sua irritazione. — Se può entrare nelle viste della madre il farlo credere e se anche Maria, per il bene che mi vuole, può trovar la cosa verosimile, io... non avrò mai di questi timori!... Se, invece, fosse vero?... Una simpatia?... Un'affezione? — Dà un'alzata di spalle. — Ma che! Ma che! — Si avvicina alla finestra dov'è sempre la fanciulla con la fronte appoggiata ai vetri, e le parla più franco, risolutamente:

— Spieghiamoci chiaro: che c'è d'andar tanto in collera?... Potreste aver ragione, se vostro cugino vi fosse antipatico; questo non è, tutt'altro; confessate anzi, voi stessa, di volergli bene! In quanto poi al... al positivo... Io sono vecchio, potrei essere abbondantemente vostro padre e nel matrimonio... guardo anche al di là, o al di qua, della poesia. Parlando appunto di ciò, con vostra sorella...

Remigia, si volta con un impeto d'ira:

— Non voglio nulla e non accetterò mai nulla da mia sorella. Ricordatelo bene voi e lei, tutti e due...voi due!

Giacomo rimane sorpreso dal modo con cui Remigia ha dettovoi due; non può reggere a quello sguardo diritto come una lama: devia un attimo gli occhi pensando fra sè con un brivido: — Ha forse indovinato?....

Remigia continua pallida, bieca:

— Mia sorella... so io, perchè vorrebbe farmi sposare Totò!... È lei, che vi ha messo in mente di farmi sposare Totò! Lei, lei, è sempre lei, la cara gioia della sorellina mia... perchè... So io perchè!

Giacomo, temendo per Maria, si fa forte e riprende con calma:

— Allora, se lo sapete voi, vorreste farlo conoscere a me pure, questo recondito perchè? Ne ho un pochino il diritto! Sono stato io a mettervi, a trascinarvi, per forza, su questo punto del discorso.

— A voi?...Proprio a voi, non lo dirò mai!

— A me?...Proprio a me, non lo direte mai?... E non potrò nemmeno sapere a che devo attribuire, proprio, io specialmente, questo vostro rifiuto e la vostra collera? — Giacomo è nervosissimo; non sa più oltre dissimulare. Si mette risoluto in faccia a Remigia; alza la voce:

— Io non sono l'uomo degli equivoci, nè dei sottintesi. Li detesto, e abborro chi ne usa. Vi ho già detto: spieghiamoci chiaro. Ve ne prego ancora; anzi, adesso ve lo impongo!

Remigia, risoluta a sua volta, alza pure la voce, velata da un leggero tremito:

—Impongo?... Imporre a me, voi?... Con qual diritto?... Io non vi faccio colpa di niente e non vi domando niente.

— Farmi colpa di che cosa? — risponde Giacomo, più sottovoce.

Remigia non s'interrompe, continua con uno scoppio violento:

— Basta che sappiate ciò,voi!Io non sposerò nè mio cugino, nè nessuno! Questo è parlar chiaro? Io voglio subito ritornare a Napoli e da Napoli, subito in campagna mia! Voglio restar là, sempre, chiusa, sepolta! Voglio morir là, sola, senza più vedere anima viva, soltanto mammà! E questo, vi pare o no parlar chiaro?

.... Comincia ad essere troppo chiaro per Giacomo, per la coscienza di Giacomo! Egli si sente più inquieto,sempre più turbato. Pensa, si rode, si sgomenta, spera ancora: — È impossibile! Non è possibile! Fosse anche, non può essere altro che un capriccio, una ragazzata!... Poi, di nuovo, trema per Maria. — Se Remigia capricciosa, impetuosa, dubitasse davvero di qualche cosa, tra me e sua sorella?...

Un lungo silenzio... poi Giacomo riprende con voce non ben sicura, interrompendosi spesso, come chi cerca non solo le parole, ma anche la via del discorso:

— Sentite, Remigia: siate ragionevole e ascoltatemi, con amicizia, con bontà, senza irritarvi e soprattutto volendovi ben persuadere... che io sono diventato vecchio rimanendo un ingenuo e che perciò non dico mai altro che la verità, proprio la verità più semplice e... più vera! Vi ho detto di considerarvi come una mia figliuola, e sento che potrei proprio volervi bene... come a una figliuola! Pensate: ho ventidue o ventitrè anni più di voi: quasi un quarto di secolo!... E sono ancora più vecchio della mia età, perchè sono molto ammalato e molto stanco. La mia vita, senza gioie, senza allettamenti, va spegnendosi nel freddo, nel buio... La vostra, invece, comincia adesso, proprio come una rosa sbocciata all'alba e che si apre al sole!... Ascoltatemi!... Ascoltatemi, per amor di Dio!... Per un capriccio, per un'ostinazione, per un'illusione, non fabbricatevi voi stessa... con la vostra ignoranza delle cose, del mondo, della vita il romanzo della vostra infelicità!... Ma che! Parlare voi di sepoltura e di morte!... Amore! Amore, figliuola mia!... L'amore di un giovane che vi adora... E sappiatelo e ricordatelo perchè è proprio così: l'amore non è felicità che quando è giovinezza...

Remigia esita mettendosi le due mani sul cuore che palpita, poi prorompe a un tratto:

— E voi? Che ne sapete voi? Chi non dice a voi... che... io... — È spaventata di ciò che sta per dire. — No! No! No! Voi non mi avete capita, non mi capite e non mi capirete mai!

— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! — Giacomo è fuori di sè.

La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono di lacrime.

— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la felicità di Totò!

— E la vostra!

— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?... Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!

Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo porta agli occhi.

— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha paura di quelle lacrime.

Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno frequenti, le cadono giù, lungo la vita...

— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!... — E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore... fossero sinceri... Per colpa sua!

Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la vita e sussultano come una massa d'oro.

Sembra ancora più piccina, più gracile a vederla piangere così, disperatamente! Fa pietà!... Gli occhi di Giacomo s'inumidiscono.

Oh! Le pene del cuore!... Egli sa per prova quanto sono dolorose. Pure, quella bimba innocente, ha diritto, è padrona di quelle sue lacrime... e lui no.

— Signorina!... Signorina Remigia...

Remigia non risponde: piange sempre e non lo sente. Giacomo non ha più coraggio di chiamarla...

— Così allegra, così viva, così bambina!... Se io dovessi essere proprio la sua infelicità?

In quel momento si ode un rumore di passi nel corridoio, poi si sente la voce della duchessa che chiama forte. Sembra irritata e inquieta:

— Idola! Idola dove sei!... Dov'è andata!

— Dio! Mammà! — esclama Remigia voltandosi spaventata, ancora tutta in lacrime... — Guai se mammà sapesse che io sono qui!

— Ci siete stata ancora e vostra madre lo sapeva!

— Me lo ha proibito quando siamo ritornati insieme dal bosco! Mi ha tanto sgridata! Dio! Dio! Che scena! — Remigia si rannicchia istintivamente, tantaè la paura che mammà la sappia lì, nel vano della finestra, dietro le tende.

La duchessa intanto, continua a chiamare nel corridoio:

— Dov'è andata?... Vorrei proprio sapere dov'è andata!... Mimì! Oh Mimì! Sai tu dove s'è cacciata Remigia? Altennisnon c'è! Nelle sale non c'è!

— Sarà andata a Gryon!... Col principe Rosalino! — risponde Mimì, dal terrazzo.

— Brava! — mormora Remigia. — Cara gioia!... Mi hai salvata in questo momento!

Giacomo fissa bene Remigia senza parlare: è uno sguardo scrutatore e diffidente. Remigia se ne accorge, ma aspetta che sua madre si sia allontanata, che sia tutto quieto nel corridoio.

— Addio! Scendo dalla scala di servizio, esco dalla piccola porta; in cinque minuti sono sul ponte di Gryon prima di mammà. — I suoi occhi sono ancora pieni di lacrime, pure si fa forza, e sorride. — Addio! — ripete ancora, ma con un'espressione ben triste e dolorosa. — Ho avuto tanta paura di mammà; non per me, sapete, oh, no, cara mammà, gioia! Ho avuto paura per voi. Non voglio che voi abbiate seccature per colpa mia! Partite... ve ne prego anch'io, adesso! E non pensate a quello che vi ho detto. Se il mio ricordo può turbarvi... dimenticatemi. E se vi fa piacere, se vi può tranquillare, pensate... che dimenticherò anch'io. — Grossi goccioloni le rigano le guance, ma continua a sforzarsi, a sorridere. — Guarirò! Vi fa piacere che dica così? Partirete tranquillo?... Senza nessuna inquietudine? Guarirò... ve lo prometto!... o almeno, farò tutto il possibile, ve lo giuro!Corre sull'uscio, si volta: protende il viso... Le labbra spirano un addio, un sospiro, un bacio... e sparisce.

Giacomo D'Orea parte subito per Ginevra: ma due giorni dopo, ancora da Ginevra, ritorna il suo servitore con una lettera assai voluminosa, che deve consegnare nelle proprie mani, segretamente, a donna Maria Grazia.

Maria, prima di aprirla, si chiude sola nella sua camera... e aspetta ad aprirla, di averne il coraggio. Poi, leggendola, diventa pallida più che una morta.

«Abbrucia subito questo mio sfogo pazzo, disperato, questo mio delirio di amore, di dolore, di rimorsi. Te ne prego, te ne scongiuro. Senti ancora la mia voce?... Te lo impongo.

«Maria! Maria! Oh, Maria!...»

Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.

Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno, disperdersi... sparire.

— Più!... Mai più!

Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.


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