PARTE SECONDA.

PARTE SECONDA.

CAPITOLO I.

Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire allaTête-pointue.

Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po' logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo stomaco e l'emicrania.

A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente. Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna fretta di andarla a cercare.

Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un nuovo automobile da provare, dacambiare, da comperare, non si lascia vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti, almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.

— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i loro discorsi.

Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono anzi uniti in un'affettuosa intimità.

Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione.

— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima.

Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole, sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli occhi e sognare.

E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua semplicità, straordinarie.

Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto poco di romanzi, Maria ha lettotutto. Giacomo se ne fa raccontare la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e commovendosi.

S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De Maupassant.

Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.

Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.

— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima.

Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce, nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte, sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere «comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il padrone non sia alla finestra e lo possa vedere:

— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza!

AllaTête-pointue, come a Bex: pei primi giorni,armonia e buon umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e grandi abbracci e tenerezze.

Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha portati e messi a quel posto.

Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo.

— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio.

— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire...

Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole D'Orea, la interrompe con una sghignazzata:

— Cioè, cioè, cioè! Dicanoi! Le abbiamo raccoltenoi! La verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari d'importanza!

Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo, le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose accoglienze di Remigia.

— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina...Una volta non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire!

Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado.

Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri?

Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattrotoilettesal giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli.

Giacomo D'Orea, sfogliando ilFigarovi legge una notizia artistica, nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur»nella sua nuova creazione «le rôle de Germaine dans le Corset envolé».

— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano?

Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle gelosie di Totò; sguinzagliaDineDonsulle tracce di missis Eyre e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra dimademoiselle, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi, e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una delle sue.

— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.

In fatti, due giorni dopo la notizia delFigaro, Luciano, a colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...

Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa: tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che Luciano se la sarebbe presto svignata.

— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia,gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.

Tutticito, e il principe continua, dopo un altro momento di silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:

— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio. — Non è vero, Cristina?

— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo ha finito.

Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.

— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.

— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo.

Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò che più temeva di far sapere al fratello:

— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana.

— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare! — E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa bassa, quasi sul piatto.

Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordinie disposizioni per la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata, egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama ilchauffeur, vanno insieme algaragea vedere la macchina, poi rientra nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto, leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per preparar le valige.

— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior...

Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta:

— Chi è?...

— Sono io.

È la voce di Giacomo.

Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon umore è svanito.

— Avanti.

Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza.

Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca, sospettosa.

— Ho da parlarti.

— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio adesso?

— Subito!

— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!

Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del padrone.

— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già tardi e c'è ancora tutto da preparare.

Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè.

Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.

Gli tien testa bravamente.

— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi.

Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:

— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a nessuno.

Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta, lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza:

— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie.

— A mia moglie?

— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno.

L'altro, perde le staffe.

— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui, non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che facciamo un po' di bilancio tra ildaree l'avere?

Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo, che gli risponde sempre pacato:

— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che tu hai speso e spendi più dime?... No, io non penso in questo momento a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò, forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!

— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.

— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie; ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai perduto la stima della gente!

— Tu... parli così?... A me?

— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro, soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo, che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non voglio lasciartelo sporcare!

Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.

— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!

Luciano batte forte col pugno sul tavolino:

— Basta! Basta, così!

— No! Non basta!

— Dirò al signor Zaccarella...

— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella?

— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti...

— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle.

— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta,un mucchio di cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella! Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro patrimonio, ma il nostro onore.

Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque eccesso!

Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata indifferenza:

— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...

— E di fare.

— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso «proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?

— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... — Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!

Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:

— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!

— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica!È tutto il mondo che lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!

Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.

Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così, senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a doversi reprimere.

Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si ferma in faccia a Giacomo:

— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene.

— Anche due; anche dieci!

— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo?

— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...

— Allora... è stata mia moglie?

Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo: è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare, se vuol colpire a sua volta e colpir giusto.

— Certo, certo! È stata mia moglie!

— Non è vero!

— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex!

— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa precipitazione.

L'altro scoppia in una risata:

— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?...Uhm! Non credo! È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti venire a Villars?

— È falso! È una falsità!

— Non gridare! Perchè gridare?

Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.

— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo!

— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono sarcastico: —Les échos parisiens, caro mio! IlGil Blase ilFigaro, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino!

— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia Gioconda?... Tu, o mia moglie?

— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato, ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va prendendo il discorso.

— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo bene!

— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più!

— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola contro di te!

— Criss...ti! La conosci a memoria!...Par coeur!

— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e d'accordo!

Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia,invece, e cerca di smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli il cuore.

No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene. È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce fatalmente alla rovina!

Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice e così buona!

— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti, sarebbe una pazzia e uno scandalo!

— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il momento, a Parigi.

— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi.

— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto, per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura... delle mie spie!

— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone!

Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi.

— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del «putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno. Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essereblack-boulédalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi, in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di liquidare!

L'idea colpisce Luciano:

— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare! Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina!

Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire nell'intento.

— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle graziefaisandése degli acuti stonatidi una qualunquemademoiselleFanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda, a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile, purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto contendersi fra di lorole corset, quando non è piùenvolé?... È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare così alto le azioni, mimiche, dimademoiselleTrécoeur! Sei tu, il milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro ossa giallognole e bacate!

Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:

— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo, sicuro: piantarla!

Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei fascini di certe donne,come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di accettare, in massima, i consigli del fratello.

— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato, prima del tempo!

Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro continua imperturbabile:

— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per questi affari, vado e non mando.

Giacomo, si mostra conciliantissimo.

— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso!

— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!

— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco!

— Fresco o caldo, vado io. Certi affaridi mia sola pertinenza, li tratto da me.

Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:

— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi?

— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!... Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?

— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!

Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena più.

— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro affetto e tutta la nostra ammirazione!

Luciano, pronto, coglie la parola al volo:

— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto da un pezzo!

— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?...

Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria.

— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa vostra e specialmentetua... ammirazione!

Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in atto di dolorosa maraviglia:

— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!

Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto, borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice.

— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non permetterò mai,mai, alla mia... cara signora moglie di cercarsi protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda, di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con miamoglie poi a suo tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede, indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in cuor suo.

Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole; padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il comico:

— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire! Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!

Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano, alza la voce.

— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione che si merita!

L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono dalle sue labbra livide e affilate.

— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei, mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero, bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati, sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta... di mia moglie, quando si tratta della poveramartire, tu, proprio tu, dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi meriti di mia moglie!

— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e col diventar geloso sul serio.

— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare! Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei, la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata!

Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo, ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no!

— Povera donna! Povera donna!...

Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse a Villars!

— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!

—Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!

È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello.

Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire tranquillo, senza guastarsi il sangue!

—Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!

— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!... Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca!

Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie, avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà abbassare gli occhi e la testa!

Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo confronto, nell'opinione della gente.

— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta, l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e Francesca!

—Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!

L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa, infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profilacandido e immoto dominatore dello spazio, il monte Bianco.

—Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!

Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e divertirmi!

— Divertirmi?...

Luciano torna a rabbuiarsi.

— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci! E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!

Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a consolarsi.

— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...

—Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!

E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di vendette, i pensieri più tristi e più foschi.

—Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!


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