PARTE TERZA.

PARTE TERZA.

I.

Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano, non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande, magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea, — il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal D'Orea con l'apostrofe!

Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè, acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre, compiacendosene:

— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!

E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi, però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica, e lo ricostruisce com'eraab antiquofin nei più piccoli fregi, compiendo una vera opera d'arte.

Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo, questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles.

Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia; accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani, anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito.

Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce; riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna col dire: — Iovado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si distinguono i nobili e loro affini, ilbuon genere, insomma, ed ilbon tondall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione, seguito sempre daDineDon, riceve continui ossequi e riverenze come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno dellacrème!» E lo stesso capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per quanto fresca fresca, non è punto democratica.

La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack, —mon Dieu! mon Dieu!com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro! — costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli e dei riguardi a cagione della piccola passioncellaante nuptias, ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini dell'Emilia.

Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei D'Orea!

— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di far la martire, come mia sorella!

— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì Carfo... e il signor Zaccarella!

A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino affezionata.

Come no?

Mimì Carfo, è sempre la stessa di una volta: la Mimì che piange quando Remigia ha le lune e che ride quando Remigia è di buon umore. Remigia, per Mimì, è sempre tutta una perfezione di bellezza, anima e corpo; è sempre la più geniale e la più cara, la più pura e la più santa delle creature della terra... anzi del cielo!

Donna Remigia se ne compiace; ella ormai ha l'abitudine, ha il bisogno di questo calore, di questo fervore, di questa ammirazione cieca, illimitata.

— Mimì sì, che mi vuol bene! — esclama la sovrana di Pontereno; e questo bene, tanto straordinario, le serve come di confronto per misurare, per vagliare il bene degli altri. Quello, specialmente, «senza slanci, insulso» di sua sorella.

Col dire, — Mimì sì, che mi vuol bene — esprime certe volte: Mimì sì che ha cuore, gli altri no!

Poi c'è questo, ed è forse il più, per tener Mimì a Versailles: come dama d'onore la contessina Carfo ha tutte le qualità oltre la bella e signorile presenza.

In quanto allo Zaccarella, donna Remigia ha volutoaverlo sotto i propri ordini, perchè, modificate le prime impressioni, ha capito e capisce ogni giorno, che un altro servitore così servitore come quel despota di un capitano, non sarebbe facile trovarlo; e lo ha voluto sotto di sè anche per il gusto di poter comandare lei — e lei sola! — al burbero condottiero, che aveva fatto da padrone, per tanto tempo, a tutta la carovana... compresa sua sorella!

Il capitano, appena combinato il matrimonio di Giacomo D'Orea con Remigia Moncavallo, era stato subito destituito e messo alla porta dal suo principale. Don Luciano, in primo luogo, era furiosissimo contro lo Zaccarella, per non essere stato avvertito in tempo da poter impedire quella madornale bestialità: — la turlupinatura di un rammollito, — come aveva sentenziato Fanfan. In secondo luogo, questo fatto, veniva naturalmente a porre un certo limite alla facoltà de' suoi atti... di amministrazione! Bisognava, insomma, spendere meno; e non volendo affatto restringere le spese per Fanfan, Don Luciano aveva ridotte, fino alla tirchieria, le spese per la casa e per la moglie. Ogni giorno licenziava servitori e vendeva cavalli; chiamava, strepitando, ladra la sarta di Maria.

Giacomo, del capitano, non avrebbe voluto saperne; ma, — come si fa? — Anche questa volta ha finito per cedere. Giacomo — Jack, è usato soltanto da Remigia e quando il marito non è presente, — Giacomo cede sempre a sua moglie. Cede, ben inteso, in ciò che ha importanza... soltanto per sua moglie! E non è la sua, la debolezza di un marito tenero e cieco; è piuttosto la fretta di un padre affaccendato che non ha tempo da perdere in chiacchiere per combattere e vincere i piccoli capricci della figliola.

In fatti era un marito... così sempre di passaggio!

Più che la duchessina Moncavallo, pare abbia sposata la ferrovia!

Sua Maestà Remigia Iª constatando il fatto con la sua damigella d'onore, non se ne lagna niente affatto. Ella riassume così, sinteticamente, le più varie espressioni del suo affetto coniugale:

— Vicino lontano, io, a mio marito, voglio sempre bene lo stesso!

Ed è la verità: tanto più che «lo stesso bene» non vuol dire «molto bene».

Anche vicino, — è vero, — Giacomo fa sentire pochissimo la sua presenza alla moglie; ma Remigia, tanto e tanto, si sente più sollevata, più liberamente di buon umore, quando Jack non c'è!

—Mon Dieu! Mon Dieu!— sospira con Mimì. — Jack, lo riconosco, sembra proprio fatto apposta per me! Un marito, meno di così, non è possibile!... Ma Pontereno, senza Jack... Ah! Mi pare più bello, più grande, più mio!

Mimì, cerca di difendere il signor D'Orea: — È tanto buono, tanto accondiscendente...

— Ma tanto brutto! Gli occhi, ricordati, Mimì, sono la via del cuore! Se tu fossi brutta, non vorrei bene, — giuro, — nemmeno a te! Impossibile! Del resto, poco più poco meno, rammenti che cosa ti dicevo, i nostri discorsi a proposito del re del Nubian?... Per me, l'uomo è il più brutto animale della creazione! Vuoi mettere, per esempio, quanto è più bello un bel cavallo?...

Queste confidenze, ben inteso, sono particolari e riservate a Mimì, sola solissima! Con tutti gli altri?.. Figurarsi! Di mogli tenere, affettuose, non c'è che lei! Quando poi si tratta di mettersi lei in confrontodi sua sorella, come moglie modello, allora si professa addirittura innamoratissima di suo marito.

— Oh, il mio Jack! — Non può vivere senza il suo Jack, a parole, e sfoga tutto l'amore in telegrammi, — almeno uno al giorno, — sempre firmato tua, senz'altro:tua.

Il bisogno di vederlo, di andarlo a trovare, lo sente qualche volta, quando suo marito è a Roma, e ci sono feste. Allora sì!

— Il mio Jack! Tesöro! Caro! — Parte per Roma con un monte di bauli e almeno dodici cappellini.

A Roma, del resto, le piacerebbe di passare tutto l'inverno; ma non all'albergo, in quattro stanze; in casa sua; coi suoi cavalli!

Adesso che può averne quanti ne vuole, Remigia ha una passione pazza per i cavalli. Ne ha sedici in scuderia di tutte le razze e tutti di razza.

— Bellissima Roma, con un villino al Maccao e i suoi cavalli!... AlmenoFeboeDesir!

FeboeDesir, assai più inglesi veri del povero Totò, hanno preso il posto diDineDon, nel cuore di Remigia. I barboncini, non più profumati all'acqua di Colonia, sono abbandonati oramai — amöre! due amöri! — alle sole cure del signor Zaccarella.

— Bellissima Roma!... Poter essere un po' padrona di Roma!... Che gioia!

Ma finchè non si butta giù l'attuale Ministero, impossibile! Jack, — questo si sa, — non può accettare un portafoglio altro che da gente del suo colore!

— Ah,mon Dieu!... Che cosa aspettano a buttarlo giù? E un ministero decrepito, che dura già da un anno!

... Regina a Pontereno e ministressa a Roma!... Ecco la vita!


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