VIII.

VIII.

I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.

La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente, con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e mal nascoste.

A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto: nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...

— Grazie, Cincino!

Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel salottino i rimasti,tra la conversazione che langue e le occhiate che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per appartarsi in buona compagnia, non resta che l'Italie.

La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente, di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il resto del discorso bisbigliato pianissimo.

Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia alza il tono della voce, egli lo abbassa.

Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando di sotto all'Italie. Pensando all'atto ardito con il quale egli ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del D'Entracques.

— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad intendere alle donnine?

Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera la sua molto bene.

Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento.

— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel generale-ministro. E quando avesse comandatolei, da sovrana, quel ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini?

Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti!

— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata, vista, m'è passato vicino... senza accorgersene.

— Non è possibile!

— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito!

— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta.

— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È così, vero?

Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia:

— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?

— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma!

— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè...

— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per pungere.

— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.

— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria italiana!

La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone:

— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?

— Quando vuoi!

— E che cosa si farà?

— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!

— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo, non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese dell'ignoto.

Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad allineare le figurine di porcellana.

— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita.

— Verso le quattro.

Il generale alle quattro non può.

— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi!

Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore si divertono a strapazzarlo furiosamente.

— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!

— Ben altri... doveri!

Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare domanda ad un tratto:

— E la prima dellaManon?... Quando sarà?

— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con l'impresario.

Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta. C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi Remigia,dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una risata.

— Precisamente, ancora non si sa, maabbiamogià venduto più di mezzo teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla smania di conoscere questa Fanfan!

— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima dellaManon!

— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?

— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco!

— Uhm!... Temo di far male...

— Perchè?

— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà!

— Lo sapesse anche, non è a Roma!

— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e senza formalità.

Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere; trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e un'occhiata espressiva:

— Ma...cito, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici!

La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderligratis, lascia a Remigia anche la cura di prendere il palco.

Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo.

— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah,mon Dieu!Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare!

Guendalina offre la sua carrozza.

— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per Cincino.

Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo.

Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.

— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te.

— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano.

— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici, d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili!

— La scoperta di Marconi?

— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole scientifica con quel governo. Mio fratello...

— Cincino D'Ermoli?...

— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a questa commissione...

— Ho capito.

— Hai capito?

— Sì. Penso io.

— Basterebbe una sola parola di tuo marito...

— Non dubitare; penso io.

Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:

— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a Roma, povero ragazzo, che cosa può fare?

— Troppe distrazioni!

— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!

— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia.

I cavalli si arrestano dinanzi al portone dell'albergo.

— Di già!

Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra.

— Addio, Remigia!

— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!

— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano!

— Figliuole?...Tue?— Ella guarda, osserva l'amica assai meravigliata.

— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza. Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due. Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?

— Per ora e per sempre! No! No! No!

Guendalina approva.

— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa, ti giuro... inaspettata!

— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo.

— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!

—Adieu! Adieu!

Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida, piena di sonno.

— La contessina Mimì è ancora in piedi?

— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza.

— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! — Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui?

— No, no!

— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare.

— Guendalina?... Chi è?

Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo telaio gli occhi interrogativi.

— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima! Ci vogliamo un gran bene!

— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! — Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: nonvuol arrabbiarsi con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io, per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare.

— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua.

— Grazie dell'improvvisata!

A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta.

— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima.

Anche Giacomo non può a meno di ridere.

— Insomma... la famiglia è cresciuta.

Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito, poi gli aggiusta il nodo della cravatta.

— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo, sebbene non invitata!

Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio, delicatamente:

— Uhm! Che bontà!

— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un biscotto.

Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei! Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo.

— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè sifacesse portare almeno un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso!

— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. — Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a due. — Per me?

— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ... prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito.

Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce:

— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben ridicolo questo tuo collega della Guerra?

— Ridicolo?... Perchè?

— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita!

Giacomo si mette a ridere.

— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma... vecchio? Adagio; ha la mia età!

Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma:

— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato e legge il nome degli altri biglietti: —Avvocato Leonida Staffa, Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei Lavori Pubblici.— Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal cappellone?

Giacomo D'Orea si fa serio.

— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi ha portato i biglietti?

Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e bisogna rassegnarsi.

— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di aver ballato con te!

— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba!

— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare.

—Rabbagasse?

— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera... casa nostra!

— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò gentilissima conRabbagasse, te lo prometto, ma anche tu, non devi dirmi di no...

Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.

— Non devo dirti di no?... A che proposito?

— Di un grandissimo favore che mi devi fare!

— Sentiamo.

— Prima giura.

— Che cosa?

— Di non dirmi di no.

— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere dalla mia coscienza, per quanto elastica!

Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al collo.

— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio, ma proprio per sempre!

— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...

— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola!

Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili, l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli e conclude:

— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no!

La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce.

— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo d'ingiustiziae non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto.

Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:

— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun altro!

— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino D'Ermoli, che roba è?

— È il fratello di Guendalina.

— E che cosa ha fatto?

— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa, vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma, dagli amici, da tutte le tentazioni!

— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il tuo... come si chiama?

— Ingegnere Cincino D'Ermoli.

— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare?

— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la sua idea. — Invece di mandarequattro o cinque ingegneri soltanto, mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti ingiustizie e mi fai tanto contenta!

Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre a baciare l'amica:

— Cara! Non sei in collera con me?

— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente.

Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta, con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di evitar capricci e noie.

— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto.

— Mi giuri che avrà la nomina?

— Non giuro mai!

— Me lo prometti?

— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere al Ministero prima delle sette!

— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea, con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce dolcissima, affettuosa.

Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza.

— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!

Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va solo, mormorando la buona notte.

Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.

— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente! Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella!

— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata.

— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e... apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!

— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica.

— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una corte sperticata!...

Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le solite lacrimone.

— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva anche di te!... Ma no;cito, cito!— Con la mano si chiude la bocca.

Mimì piange dirottamente.

— Ecco! Ci siamo! Ah,mon Dieu, che bel divertimento! — Si mette con i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci siamo! Ci siamo!

La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.

— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi!

Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa timidamente.

— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!

— Sì...

— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te per sorvegliarmi e per spiarmi.

A questo punto Mimì si ribella:

— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!

Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito.

— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere! Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al cuore.

C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete parlato, tutta la sera?

La Carfo risponde balbettando:

— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica!

— Oh! Oh!

— E abbiamo parlato moltissimo di te.

— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei sapere.

— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere per non averlo veduto stamattina alla stazione.

— E poi?

— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...

— A proposito di che?

— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine...

— Ha un figlio ufficiale di marina!

— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una compagna buona e sicura.

— Poi?

— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco! Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui.

— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia?

— Ma no...

— Ma sì!

— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena intravvisto un momento, alla sfuggita!

Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato.

— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola, tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io!

— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimìprega a mani giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita!

— Ti ha detto lui, anche questo?

— Sì; stamattina e poi ancora stasera.

Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente.

— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere... — Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare, poi si pente. — No. Ti basti questo; io saròin-flu-en-tissima!E intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente. — Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli!

Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques, ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è proprio ilRabbagasseche riesce a far pervenire la nomina ambita al conte Cincino D'Ermoli!

Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi dubbi e delle sue nuove speranze.

La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la carrozza all'albergo di Roma.

— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente.

— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra!

— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo collega, il ministro dei lavori pubblici!

Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si guardano mortificate e afflitte.

— E allora?

— Che cosa si può fare?

— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!

Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita:

— Sua Eccellenza Leonida Staffa!

— Dov'è?

— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato illiftièper sapere se la signora duchessa riceve.

— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama indietro il servitore.

— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui!

— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando Giovanni è uscito, — è il solouomo, dopo tuo marito, che possa far mettere Cincino nella Commissione!

— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero?

— Certissimo!

— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà?

— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!

— Tentiamo insieme!

— Tentiamo.

Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia.

— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa.

— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi!Il cor me lo dicea!— Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a trovare!

Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza.

— Eccolo!

— IlRabbagasse!

Le due signore siedono, con molle abbandono, unasulla poltrona, l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi, sempre pronti... al sorriso.

È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a soffrire la sete.

Le signore, anzi ledame!Le vere, le gran dame! Quelle proprio di Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!

— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter penetrare in quel tempio, sacro alla storia!

— Le principesse romane!... Che cosa grande!

Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è nato con quella voglia in corpo!

Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane, scaraventando dallaBandierabottiglie d'inchiostro rosso, di un bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite, — con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure allaBizantinagli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e lardellando la sua nobile prosa dieburnee spalle regali, diincessi sovrani, dimaestà matronali, dicrême, difine-fleure dihigh-life. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame, quelle della verahautedi Roma, un po' più a suo agio, alla Camera, ai Lincei, alla Palombella.

— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia, non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana! Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lochicparigino; ma la signorilità principesca delle romane?

— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare, di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È un'atmosfera diversa! Un profumo diverso!

Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore. Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta.

Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico. Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa indicare...

Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai stringergli la mano...

— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata della principessa Capodimare!

Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori Pubblici:

— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!... Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!

Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita, borbottando con stizza nel piegarne gli angoli:

— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di sua madre...

Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i diritti della colleganza politica.

— Staremo a vedere!

Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia alla conquista dell'hôtel de Rome, sospettoso, minaccioso, armato di tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.

Sua Eccellenza domanda al portiere se lasignoraD'Orea riceve con più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti dibrillantina.

— Staremo a vedere!

Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli loaccoglie di piè fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera, sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.

— Cosa grande!

Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta signorilità! Che grazia! Che finezza!

— Cosa grande!

Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi dietro le loro seggiole.

— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una pausa del conferenziere.

— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'Iris?

LaManonera stata rimandata per una delle solite indisposizioniréclame, di Fanfan Trécoeur.

— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'Iris. — E così resta fissato.

Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.

Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi l'invito per una visita.

— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela si risolve, si alza.

— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.

Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca che può passare per unosmoking, ovverosia con unosmokingche può passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia, lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla principessa.

È lì, al Costanzi, mentreIrisspiega le sue belle maglie rosa alla gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua Eccellenza.

— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto, tanto, tanto riconoscente!

Che musica!... Non quella dell'Iris, che Leonida Staffa non ascolta nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.

Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge un'altra particolare.

— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe idee!... — E le spiega.

Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro!

— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti! Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che appartengono di diritto... ai giovani!


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