XVI.
Quando Remigia torna all'albergo, trova sul portone il signor Zaccarella che l'aspetta e l'accoglie con la cera torbida delle brutte notizie.
— Sta male?...
— No. Sono arrivate donna Maria Grazia e la signora Gioconda!
Remigia, ch'era già saltata a terra, si ferma in mezzo al marciapiede, esterrefatta, mentre la duchessa Cristina, a sua volta, resta con un piede sul predellino del landò, e con la mano nella mano, che le offre il fratello di Rosalì.
Remigia si rimette prontamente dal primo stupore e, per guadagnar tempo, si arrabbia con mammà.
— Che fai, lì, a mezz'aria? È tardi! Bisogna ancora vestirsi!
Entra in fretta nell'albergo, lasciandosi dietro la madre e lo zio e domandando al sig. Zaccarella:
— Dove sono?... Con la contessina Carfo?
— No; sono entrate subito da sua Eccellenza!
Remigia scatta furibonda.
— I dottori non vogliono!... Tanto il dottor Davos che il dottor Dolder, hanno proibito che Sua Eccellenza parli, si affatichi, veda gente!
Il signor Zaccarella fa un atto di scusa.
— La signora duchessa non era in casa; io solo, non potevo oppormi... alla signora Gioconda D'Orea.
Remigia, mentre l'ascensore sale al piano nobile, resta pensierosa e perplessa in faccia allo Zaccarella. Sente che c'è lì, adesso, un'altra volontà, forte come la sua.
— Hai visto Maria? — domanda subito a Mimì Carfo, entrando con lei nel salotto.
— Com'è giù, mio Dio! — risponde la Carfo. — Com'è giù!... Fa paura!
— Fa paura? — ripete Remigia. Si cambia l'espressione del suo volto; cambia il corso dei suoi pensieri.
Entrano pure nel salotto la duchessa Cristina e il principe Rosalino. Sono ansanti e titubanti; non sanno come comportarsi con Maria Grazia, non volendo contrariare l'Idola. Si fermano, aspettando, a rispettosa distanza. L'Idola non si cura di loro. Parla sempre sottovoce con Mimì.
— Vado anch'io, da Giacomo, per salutare mia sorella e la zia Gioconda. Ti pare?...
— Così? — obietta la Carfo semplicemente, osservandola dalla testa ai piedi. — Senza prima cambiarti?
Remigia è vestita di foulard rosso scarlatto, con un cappellone a tricorno che le sta a maraviglia, ma ancora più straordinario del solito.
— Mi cambio in un attimo, senza nemmeno chiamare la Carolì. Vieni di là!
La duchessa Cristina si fa coraggio e il principe Rosalino anche. Domandano quasi insieme:
— Noi... che cosa facciamo?
— A... Maria, che cosa diciamo?
— Andate a vestirvi per il pranzo!... Maria la vedrete a pranzo e Giacomo lo saluterete domani.
La madre resta ancora a bocca aperta; Remigia gliela chiude soggiungendo:
— Ricordati, gioia! Si pranza alle sette e mezzo!
In dieci minuti, Remigia è pronta. Ha un abito semplice, scuro, attillatissimo, chiuso fin sotto al mento. Quando attraversa il corridoio con Mimì, avviandosi verso le stanze di Giacomo, incontra Maria che ne esce.
Si fermano tutt'e due. Remigia, colpita, la guarda, la fissa un istante: — Dio mio, che cambiamento! Non è più bella, non è più nemmeno giovane! Soltanto gli occhi le sono rimasti, gli occhi neri, grandissimi, che sembrano ancora più neri e più grandi.
Remigia, d'un tratto, le salta al collo, abbracciandola con straordinaria effusione. Maria rimane immota; immote le labbra, senza parole, senza sorriso. Soltanto quando la sorella si stacca da lei stende una mano alla Carfo, che la stringe e la tiene istintivamente fra le sue, come per riscaldarla, tanto la sente fredda, di ghiaccio.
Remigia parla a Maria sottovoce, in fretta, con grandissima volubilità.
— Tu, come l'hai trovato?... Che impressione ti ha fatto? Ah, mio Dio, che disgrazia! Il re mi ha già telegrafato due volte! Che ne dici? Mi dici disperare? Io spero assai! Il dottor Davos vede nero; ma non è spassionato e non m'ispira fiducia. Invece il dottor Dolder è assai meno pessimista. Il dottor Davos pretende assolutamente che il colpo... — abbassa ancor più la voce, — perchè è proprio stato un colpo, debba ripetersi. Il dottor Dolder, no... Giacomo è ancora giovane... Certo, bisogna tenerlo sorvegliato assai. Nessuna fatica, nessuna commozione. C'è qui anche mammà e lo zio Rosalì; ma non è il caso di spaventarli perchè... non c'è da fidarsi! Due tesori, ma chiacchierano, senza saperlo, e mi hanno tanto raccomandato, anche il presidente del Consiglio, anche il ministro della Guerra, di non spargere notizie inutili, per non inquietare il paese. Guai se il ministero dovesse cadere in questo momento! E non è nemmeno il caso perchè Giacomo sta proprio meglio davvero! È rimasto in istatocomatoso, — è il termine medico scientifico, — per più di tre ore. Poi ha cominciato ad aprir gli occhi, poi ha cominciato a riconoscere le persone. La prima sono stata io. Ma non poteva articolare parola, nè muoversi. Adesso, invece, parla e si muove anche un po'. Tu, in complesso, lo hai trovato benino, non è vero?
Maria cerca di sciogliere la mano dalle mani della Carfo e fa per allontanarsi.
— Vai di là?... Avrai certo bisogno di riposarti un poco? — E la zia Gioconda? Vi hanno dato, almeno, delle buone stanze?
Maria strappa la mano e fugge via singhiozzando.
Remigia guarda Mimì.
— Hai ragione! È proprio giù da far spavento!
La Carfo abbassa il capo e non risponde.
— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia, che non conosce nè l'amore, nè il dolore, non arriva a comprendere come l'amore e il dolore possano ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi sa? Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a Giacomo deve aver fatto un'impressione assai penosa. Ti pare?
Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come trasognata. Remigia si stringe nelle spalle, va quasi in fondo al corridoio, afferra la maniglia del penultimo uscio... È quella la stanza che precede la camera da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante prima di aprire.
Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno, Remigia visita il marito, ma senza mai restar sola con lui. Però, a mano a mano che l'occhio invetriato e spento riacquista la vita e l'intelligenza e comincia a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo, di inquietudine, di collera. La scena successa, quelle smanie, quelle grida, erano i prodromi del male che lo assaliva. Erano grida, smanie, le idee confuse e pazze di una mente in convulsione. Lui non poteva ricordarle e lei doveva dimenticarle...
— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti... e tornavano a diventar minacciosi come allora?...
Remigia apre, entra.
Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta lì, che pare di guardia.
— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a Fiumicino!
Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole cenno con la mano di fermarsi, e, in punta di piedi, si affaccia all'uscio dell'altra camera.
— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce.
— No. Chiamo la signora Gioconda!
Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe fare anticamera prima di entrare da suo marito, e aspettare anche di esservi introdotta per grazia da questa... signora Gioconda?
— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si avanza risoluta, ma in quel punto le viene incontro una vecchietta piccolina, secchina, con i lunghi ricciolini grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte, come intagliate nel legno. È vestita di scuro, assai dimessa; ha un fazzoletto nero di seta sulle spalle; ha gli orecchini d'oro e un grosso spillone d'oro in mezzo al petto.
— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il tono affettuosissimi. Si danno la mano, si sorridono, ma non si abbracciano. — Oh, zia cara, come lo hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non è vero?
Il breve sorriso della zia Gioconda si restringe sulle labbra tagliuzzate e sparisce. La vecchietta, adesso, tocca gli ottanta, ma è sana, è dura, tutta di osso. Soltanto il suo vecchio capo è mosso continuamente da un leggero tremolìo che mentre ella risponde alla nipote, si fa più sensibile.
— Benino?... Speriamo! — Vuol vederlo? Salutarlo?... Anche lei, contessina, gli farà piacere! Soltanto non bisogna farlo parlare. Non bisogna stancarlo, agitarlo in nessun modo.
Remigia raggrotta le ciglia pensando fra sè:
— Come?... Questa vecchia contadina si sarebbe impossessata di mio marito, della sua camera, di tutto... in mezz'ora?.. Ah! Ah! Staremo a vedere!
I vetri della camera sono spalancati, le gelosie socchiuse: il letto bianco di Giacomo appare a poco a poco e sembra ingrandirsi nella mezza luce. Egli vi sta seduto, appoggiato a un monte di cuscini. Ha il viso acceso, gli occhi rivolti, fissi verso la finestra.
La zia Gioconda e Mimì Carfo restano presso all'uscio: Remigia sola, gli va vicina, accanto al letto.
— Come ti senti, oggi?... Benino?
La voce dell'Idola è alterata, ha perduto ogni dolcezza. Il suo volto non ha più anima, non ha più sorriso.
Giacomo risponde senza guardarla, tenendo sempre gli occhi fissi verso la finestra. Parla affastellatamente, come in orgasmo.
— Meglio, meglio! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Così dicendo, solleva appena il braccio destro che tiene disteso, irrigidito sulla coperta. Volge gli occhi in cerca della zia Gioconda e vede Mimì Carfo. Sorride, salutandola con un cenno. — Grazie, signorina. Bene, bene, proprio bene! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Torna ad alzarlo un poco, poi lo lascia ricadere; abbandona la testa sui cuscini, e chiude gli occhi.
Remigia, dopo un momento, in punta di piedi, si avvicina alla zia Gioconda e alla Mimì: bisbigliano insieme qualche parola sottovoce, poi Remigia e la Carfo escono pianino dalla camera.
— Uff!... Non ne posso più!... Capisco, che con tutta la mia bontà, questa zia contadina non riesco a sopportarla! No!... È superiore alle mie forze! — L'Idola è proprio in collera e si sfoga, al solito, con Mimì. — Hai visto, il tuo caro signor D'Orea? Il tuo... uomo perfetto? L'uomo infallibile? Il tuo idealedi marito? Si è finto stanco e ha chiuso gli occhi per mandarmi via! — Fa un lungo risolino stizzoso e nervoso. — Meglio così, del resto!... Molto meglio così!
Appena uscita la moglie con la contessina Carfo, Giacomo riapre gli occhi e si chiama vicino la zia Gioconda.
Egli la guarda a lungo.
— Ti prego... — Si ferma, come un bambino che vuole indovinato il suo desiderio. — Quella là... — La zia Gioconda capisce che vuol alludere a Remigia. — Il meno possibile. È meglio per tutti e due!
La vecchina, crollando il capo, gli asciuga col fazzoletto il sudore della fronte e affettuosamente, con l'atto dolce di una madre, gli aggiusta i capelli.
— Pazienza... Porta pazienza...
Giacomo accenna di sì, col capo, gravemente...
— È mia moglie!... E l'ho voluto io!... Mah!... Come certe volte si compiono i fatti più... gravi... spinti da una corrente che ci travolge... Io, oggi, guardando indietro... penso... — Si ferma, continua a guardare la vecchietta, che gli sorride buona, tremolando nel capo. — Oramai... è inutile pensarci. Non è vero, zia? Il braccio non lo posso più muovere, sai? È di piombo... di piombo. Posso alzarlo... appena... — Lo alza un momento con grande fatica, poi lo lascia subito ricadere di peso.
Maria entra nella camera. Lo sguardo di Giacomo si ravviva, tutta la sua fisonomia si rianima.
La vecchina le cede il posto, prende sul tavolino il suo lavoro a maglia, uno dei soliti giubbetti di lana per i bimbi poveri, e siede sotto la finestra, lavorando.
Gli occhi di Maria e gli occhi di Giacomo s'incontrano, si uniscono e non si lasciano più. Ella siede accanto al letto, mette leggermente le sue mani incrociate sulla mano inferma di Giacomo e sta lì, così. Si guardano... si guardano. Con gli occhi sono le due anime che si incontrano adesso e si uniscono per non lasciarsi mai più.
— Anch'io, sai... sto male... molto male. E sono contenta di sentirmi tanto ammalata... di essere sicura... che non guarirò più!
Mentre bisbiglia queste parole, dagli occhi neri neri, dolcissimi, profondi l'amore ripete la sua eterna promessa!
Remigia, più che mai occupatissima nel dover dimostrare al sospettoso mondo politico e all'Europa che sta attenta, la nessuna gravità della indisposizione del ministro dei Lavori Pubblici, non ricorda quella camera, mezzo al buio, dove la zia Gioconda impera, e sua sorella Maria reca l'assistenza e il conforto, altro che nei brevi momenti che passa all'Hôtel de Rome, arrabbiandosi con Mimì, sempre immusita, e pronta a difendere le due perfezioni, di Fiumicino!
— Ah,mon Dieu!— sospira con mammà e con lo zio Rosalì. — Le ragazze che invecchiano... ragazze!... Quanta sentimentalità ammuffita da collocare!
La duchessa Cristina approva. Segretamente ella si è sentita sempre un po' gelosa dell'amica dell'Idola: — È un fatto che quella tua Mimì è molto antipatica.
Il principe Rosalino, tace. È diventato un altrouomo; lo si capisce dall'appetito che gli viene a mancare, e dai proverbi che non trova più.
Intanto la malattia del marito, fa acquistare ogni giorno a Remigia maggiore importanza.
Il ministero per non perdere l'equilibrio ottenuto con tanta fatica e per poter reggersi in piedi, ha bisogno che, per qualche tempo ancora, il D'Orea rimanga ministro, sia pure soltanto di nome. Aprire in quel momento la successione ai Lavori Pubblici sarebbe pericoloso. Troppi appetiti stanno in agguato. C'è bisogno che faccia molto caldo, che l'estate inoltri, che tutti i corvi politici abbiano preso il volo verso i monti e verso i mari... Poter arrivare alla fine di luglio, ecco il momento opportuno per il rimpasto!... E si comincierà col rimandare alla loro repubblica Leonida... e anche il cappellone, che non servono più!
Donna Remigia D'Orea, col mostrarsi dappertutto e col mostrarsi sempre gaia e sorridente salva il ministero e salva il paese dai pericoli di una crisi extra parlamentare.
Ella, in questo, ci riesce benissimo, ma a suo tempo, sa farsi valere... Specialmente col ministro della Guerra.
— Dio! Dio! Che fatica!... Che sforzo!... Torno all'albergo affranta!... Non ne posso più! Dover fìngere, dover simulare! È tanto contrario al mio carattere! È troppo, troppo superiore alle mie forze!
Il D'Entracques le stringe, le bacia la mano facendole coraggio.
— Il suo eroismo è veramente grande, ammirabile!
Molte volte Sua Eccellenza il Presidente dei ministriviene all'albergo per trovarsi con Giacomo. — La visita è assai breve; Sua Eccellenza esce dalla camera del D'Orea scrollando il capo e allora si tiene una specie di Consiglio: il Presidente, il D'Entracques, qualche altro collega e... Donna Remigia.
Oramai ella ha imparato la fraseologia, ha preso il gesto, il contegno della ministressa.
C'è la prospettiva, per lei, di nuovi sacrifici. Alle feste di Napoli, al varo della Spezia, ci dovrà andare certissimo anche senza il marito. Anzi, tanto più, per rappresentare il continuo miglioramento, la guarigione di Sua Eccellenza, ormai data per sicura, non più fra un paio di giorni, ma fra un paio di settimane.
L'Idola sospira, destando in tutti compassione.
— Ah mio Dio! Mio Dio! Napoli, la Spezia... poi Venezia! Che pena e che stanchezza! — Alza gli occhi al cielo e a mezza strada incontra la caramella del conte D'Entracques. — Oh, se non venisse anche lei, con me! Tutta la forza e il coraggio mi vengono dal pensiero che lei mi sarà sempre vicino... — Sorridono gli occhi languidi. — Voglio sentirlo il piccolo filo invisibile che mi avvolge e ch'ella tiene nelle sue mani per guidarmi... Come il mioFeboe il mioDesir... tesöri!
Il D'Entracques si commove: sente che delle dieresi di quei tesöri, ce n'è anche per lui!
Remigia non ha più voglia, non ha più tempo di pensare, nè alla cattiveria della vecchia contadina, nè alla indelicatezza e... peggio, di sua sorella!
— E poi... che importa? Quelle due arpie non hanno altro che l'uomo, e finchè l'uomo è ammalato. — Lo spirito, la parte eletta, nobile e sana, il ministro, è in mano sua, con tutto il ministero!
Ma alla cattiveria della zia e alla condotta assai irregolare di Maria Grazia, ci pensano anche per Remigia le sue amiche, la marchesa Quanita e la principessa Guendalina.
— È una cosa assolutamente vergognosa!
— È troppo!
Tutte e due, la Della Gancia e la Capodimare si sono assai risentite e offese pel fatto che Giacomo D'Orea, ad onta delle loro premure ed insistenze, non le ha mai volute vedere e perchè Maria non le ha ricevute, non è stata a trovarle e non s'è neanche fatta scusare.
— Ma Fiumicino dov'è... In che parte del mondo? Fra gli ottentotti?
— Come?... Le due amiche più intime di Remigia sono, in certo modo, messe alla porta dal marito non solo, ma anche dalla sorella?
Ci deve essere una ragione per aver tanta smania di non farsi vedere e la ragione c'è... e molto brutta.
— Povera Remigia!
Tutta Roma, la Roma eletta, n'è stupefatta e indignata. Il marchese Pio, addirittura furibondo per la duchessina, per sua moglie, per sua sorella ed anche per sè!
— È una indelicatezza enorme, che aggrava lo scandalo! È una... — Il marchese abbassa la voce, abbassa le palpebre e gonfia le gote pronunziando la parola: — È una in-de-cenza!
— Tanto più che è fatto notorio... — la marchesa Quanita diventa rossa come allaFemme de chez Maxime— è fatto notorio che fra i due cognati esiste una... — Si ferma; non va più innanzi per gastigatezza.
La principessa Guendalina, oltre di essere sconvolta e disgustata è anche inquieta. Ha paura che prolungandosi lo scandalo, — oramai tutta Roma, la Roma vera, non parla d'altro, — suo marito, così severo e inflessibile in fatto della morale pubblica, possa proibirle di mettere i piedi all'Hôtel de Rome. Che dolore sarebbe per Remigia!
Il marchese Pio congiunge le palme in atto compunto. Il Paparigopulos — Ah! Oh! — Chiude gli occhi, apre la bocca. Poi — Oh! Ah! — Chiude la bocca, apre gli occhi: —C'est trop!
Le due signore, naturalmente, prima che con altri, parlano della brutta cosa e si confidano col D'Entracques, così buon amico, e serio, di Remigia. Ma il generale, appunto perchè molto amico di donna Remigia e collega dell'onorevole D'Orea, si tiene in un prudentissimo riserbo. Non sa che dire, non sa che consigliare; si stringe immalinconito nelle spalle. È profondamente addolorato anche per i molti commenti, per le chiacchiere... Non vorrebbe che arrivassero alle orecchie di donna Remigia... Chi sa che colpo per lei così schietta e leale... fino all'ingenuità! Ma quel... Luciano D'Orea, che roba è, propriamente? Toccherebbe a lui a provvedere, e con... energia!
Si scagliano tutti contro don Luciano, più cinico forse che cretino. E si scagliano, adesso, anche contro quella Fanfan.
— Una cagnetta francese non più giovine, imbellettata...
— E col cimurro! — prorompe Guendalina, facendo inarcare le ciglia al Paparigopulos scandalizzato.
Il gran consiglio della morale, sentito i vari pareri e dopo un'animata discussione, ha deciso. Parlarnecon Remigia, no, a pieni voti. Sperare in don Luciano, inutile: anima venduta alla cassa forte del fratello. Non c'è che la Moncavallo! Non c'è che la madre!
La Capodimare e la Della Gancia ne parlano al tè delle cinque e mezzo alla duchessa Cristina. S'intende, con ogni delicata cautela, pigliandola da parte, lasciando che indovini tutto ciò che non sarebbe conveniente per loro di dire e per lei d'intendere.
La duchessa Cristina ha la forza di rimanere calma, imperterrita. I suoi occhi severi, hanno un lampo di collera pensando a Maria, poi, pensando all'Idola, si riempiono di lacrime: — Aceto... e fiele! — mormora evocando la passione e i dolori dell'altra madre, quella del Signore, afflitta, come lei, ai piedi della croce. La croce sua è sempre stata Maria Grazia!
Ritorna all'albergo, risoluta di por fine a «quello stato di cose», come ha promesso alle care amiche dell'Idola e anche, sebbene velatamente, a sua Eccellenza D'Entracques e al compitissimo cavalier Paparigopulos. Ma non è altrettanto ben decisa sulla via da prendere.
E Giacomo? Questo è il gran punto interrogativo.
Se Giacomo prendesse la cosa in cattiva parte?
Tutto vero, tutto giusto, bisogna impedire lo scandalo... Ma non bisogna disgustare Giacomo, assolutamente!
— Molini e Mortadella!... Sempre gli stessi scogli; sempre dover dipendere! — La povera madre sospira, pensa... trova, finalmente, una buona scusa per conciliare l'interesse con l'innata fierezza vicereale: — potrebbe vendicarsi con sua moglie, con l'Idola!...No! No! Prudenza... Ma per non correre il pericolo di urtare Giacomo, non bisogna urtare nemmeno Maria... — Alla duchessa viene una buona idea:
— Quella vecchia! Quella contadina!... Bisogna tender l'amo a quella Gioconda. È una... buona cristiana; va tutti i giorni a messa... Non si tratta altro che di ritornare a Fiumicino subito con Maria, per la pace di Remigia, per il decoro della famiglia, e... forse anche, per il più sicuro e rapido miglioramento di Giacomo stesso. Il male... vien dal male! Questo si sa!
Passeggia su e giù nel corridoio, aspettando che la vecchietta esca dalle sue stanze per entrare da Giacomo.
— Eccola!...
In fatti la zia Gioconda si presenta in fondo al corridoio sferruzzando.
Le va incontro, le dà la mano, sorride. Sorride anche la piccola vecchietta, ma fissa l'imponente viceregina con una certa maraviglia interrogativa negli occhi. Il tremolio del capo si fa più forte.
— Come sta Giacomo?... Sempre bene?... Cioè, sempre... regolarmente?
La vecchia non risponde: continua a dondolare il capo.
La duchessa Cristina diventa ancora più grave e più regale.
— Vorrei esprimerle un pensiero mio e un'inquietudine mia, signora D'Orea. Passiamo un momentino nel salotto?
La zia Gioconda acconsente. La duchessa vorrebbe farla passare avanti, la vecchierella non vuole e le tien dietro badando ad evitare lo strascico.
Appena si trovano sole, la duchessa fa sedere la signora D'Orea sul canapè, siede lei stessa sopra una poltrona vicina e va subito, direttamente, allo scopo, quasi con l'aria di fare un processo e ormai sicura d'incutere una grande soggezione alla vecchietta.
— Ella sa, cara signora, che il male non è soltanto quello che si fa, ma anche quello che si lascia credere. Anche le apparenze del male sono un gran male, specialmente per chi è portato dalla propria condizione... elevatissima... a servire di esempio agli altri. Chi attira sopra di sè gli sguardi di tutto il mondo, ha il dovere di mostrarsi a questo mondo in uno stato... di cose... sempre irreprensibile.
La signora D'Orea non risponde; conta le maglie del giubboncino.
— Ella che è buona e devota cristiana, come me, ricorda certo le parole di nostro Signore a proposito di chi... dà... — Bisogna dirla la parola, perchè la vecchia non si scuote. — Di chi dà... scandalo. — Ancora silenzio. La signora D'Orea ricomincia in fretta, —tic e tic e tic— a lavorare di maglia.
— Lei... conosce, o avrà sentito parlare della marchesa Della Gancia e della principessa Capodimare?
— No. Mai.
La duchessa, vista la tranquillità della signora Gioconda, comincia lei a sconcertarsi.
— Ebbene, deve sapere che sono le due amiche migliori di Remigia... e mie.
Nemmeno una tale notizia produce impressione.
— Parlo anche a nome di queste due signore, di queste due nostre amiche intime e care, quando io, come madre, onde evitare scene... certo più gravi e spiacevoli, prego lei, la supplico... — La duchessa siferma un momento, leva il fazzoletto dalla borsettina di velluto scintillante di lustrini, e se le preme leggermente per via della cipria, sulle labbra e sugli occhi: — Oh, lo strazio di una povera madre! Del cuore di una povera madre!... Mi comprenda, signora D'Orea, lei che ha tanto... senno! Lei che è giustamente così stimata ed apprezzata! Mi comprenda e non mi obblighi a dire di più. La prego, la supplico. Io non voglio, non posso dirle altro che questo: ritorni a Fiumicino subito con Maria.
Le mani della vecchia si fermano e anche il capo. Ella guarda la duchessa negli occhi.
— Lasciando qui Giacomo... solo?
— Come,solo? — ribatte la duchessa vivamente. — E sua moglie?... E tutti noi?
La vecchia tira dal gomitolo, a due lente riprese, un lungo tratto di lana, riabbassa il capo e ricomincia a lavorare di maglia:tic e tic e tic.
Allora la duchessa abbandona le perifrasi e le fa un lungo discorso. Le parla del mondo, dei grandi riguardi, dei grandi doveri, del nome sempre illibato dei Moncavallo, dell'invidia maligna dei piccoli verso i grandi, della calunnia della quale rimane sempre qualche cosa, delle nobili virtù dell'abnegazione, dell'eroismo dei grandi sacrifici, della moglie di Cesare, del candore dell'ermellino, dello specchio, che il più leggero fiato basta ad appannare, dell'ostinazione, dell'imprudenza, della... straordinaria leggerezza di Maria Grazia, della sua vita, tutta dedita al bene delle sue figliuole... e dell'aceto e del fiele di cui fu abbeverata.
La vecchina, sempre crollando il capo, sempretic e tic e ticsferruzzando con la sua maglia di lana,continua a lasciarla parlare, a lasciarla sfogare, senza mai proferire una parola. Finalmente, quando la duchessa tace, posa il lavoro e le mani sulle ginocchia, si rizza a sedere e la guarda fissa: il capo non trema più.
— Sa lei... che sua figlia Maria è ammalata, forse anche più di Giacomo?
La duchessa s'indispettisce: dà un'alzata di spalle.
— Ma che! Esagerazioni!... Nervi! Un po' di mancanza di sangue. Del resto, se sta poco bene, ragione di più. Aria buona, al fresco, e curarsi subito!
La zia Gioconda si alza.
— A tranquillare i timori e a dissipare gli scrupoli suoi, di sua figlia Remigia e delle loro amiche, devono bastare i miei capelli... che se non sono ancora del tutto bianchi è perchè, ormai, non lo diventeranno più! — La vecchia ride. Nè l'imponenza vicereale della sua arcigna interlocutrice, nè il rimpinzato predicozzo in pro della morale, le mettono soggezione. — Ottant'anni, signora, ottant'anni proprio sonati!... Non le pare? Nel nostro caso presente sono una bella garanzia!
— Ma... il mondo è così cattivo...
— Il mondo è cattivissimo! Più di quello che si crede perchè... perchè anche ognuno di noi, certe volte, è molto più cattivo di quello che crede o non crede di esserlo!
La duchessa si volta sorpresa sulla poltrona, con un piccolo balzo. — Sta a vedere che quella... contadina, reduce dai molini e dalla mortadella, vuol tirarle delle frecciate?
La signora Gioconda continua sempre sorridendo, sempre pacatamente:
— Vuole che le racconti un fatto curiosissimo?... Io sono arrivata alle vicinanze del secolo, senza aver visto l'amore, proprio in faccia. Corpo e anima, io sono ancora una ragazza da marito... completamente! — Un'altra risatina, poi la vecchierella diventa a mano a mano seria e grave. — Miracolo! Un miracolo della divina Provvidenza!... — Sì; vero miracolo e vera Provvidenza! Perchè di amore, cara signora duchessa, lei non lo sa, come non l'ho mai saputo nemmeno io... ma di amore, si può proprio morire! Mi creda; non sono fantasie, poesie! È un fatto vero; lo vedo, in questi giorni, con i miei occhi: si muore, d'amore!
La voce della vecchia ha un tremito improvviso; la sua faccia rugosa diventa bianca, smorta, come di cera. La duchessa si alza; si alza subito anche la signora Gioconda avvoltolando il giubboncino di lana mezzo fatto e cacciandoselo sotto il braccio. Ella, ergendosi diritta, fissa la sua maestosa e minacciosa avversaria con fermezza e con sicurezza. Non sembra più nemmeno tanto piccolina!
— Lei, signora duchessa, ha parlato degnamente del decoro, del casato, dell'illustre e illibato nome dei Moncavallo. Io le rispondo, semplicemente, che tutte le donne della nostra famiglia, sono state donne oneste. Delle sue due figlie, entrate in casa nostra, io non conosco, da poter giudicare con convinzione, altro che Maria. Ebbene, io sono contenta, anzi sono fiera che sua figlia Maria porti il nostro nome. Dica questo soltanto per conto mio, e deve bastare e basterà, per tranquillare i timori, per dissipare gli scrupoli dell'altra sua figlia Remigia... e di tutte le loro amiche!
La vecchia scrollando il capo e ritornando,tic e tic e tic, a far la maglia, si avvia per uscire.
La duchessa è furente.
— Ma lei?... Ma come?... Non andrà via così senza dir altro?...
— Nient'altro. No! — Anche la vecchietta alza un po' la voce. — Che vuole?... Che le direi... se noi due non ci capiremo mai? Siamo fatte di una pasta troppo diversa! Non potremo mai... stare insieme!... Parole e parole, tante parole, e poi? — Sarebbe da mia parte fiato sprecato, e dalla sua, pazienza sprecata! Siamo agli antipodi... e ci dobbiamo restare. Lei, signora, ed è naturale, vede tutte le cose dall'alto... Io, venuta su da piccola gente, è altrettanto naturale che le veda, invece, terra terra... proprio come sono. Lei comprende, della vita, la nobiltà, la grandiosità e la sublimità... Io comprendo e intendo, perchè, così giù come sono, lo vedo e lo tocco con mano... il dolore. No! No! No! Lei è lei, io... sono io! Tutt'altra cosa! Persino la religione! Siamo tutte e due cristiane e cattoliche, eppure, vediamo un Dio assai differente: il suo fulmina; il mio perdona, e, di conseguenza, anche la nostra morale è diversa. Io vado a messa tutti i giorni, eppure non credo di far peccato, lasciando a quei due poveri esseri, che muoiono per aversi voluto bene, e che si sono incontrati in questa affezione colpevole perchè forse le altre lecite e alle quali avevano diritto, sono loro mancate, il conforto di vedersi in questi ultimi momenti. Intende, non è vero, lei, madre, le mie parole? — In questi ultimi momenti!
La duchessa, non commossa, perchè non si è mai lasciata commuovere da nessuna esagerazione, macolpita, offesa dall'audacia di quella... signora D'Orea, vuol rispondere e terribilmente, ma non trova le parole. Fa per mettersi tra l'uscio e la vecchietta; questa torna a sorridere pacatamente:
— Vado di là. Mi lasci andare, signora duchessa, a far la sentinella a que' due poveretti. E, dove ci sono io, non abbiano paura di niente, nè per lo scandalo, nè per la morale, nè lei, nè l'altra sua figlia Remigia e nemmeno le loro amiche più care!