XVII.

XVII.

Don Luciano è stato subito informato da Cincino D'Ermoli dell'arrivo a Roma della vecchia D'Orea, con quella perla... nera e funebre di sua moglie.

— Ah! Ah! La zia bigotta che regge il lume!

Prima un ghignetto, poi si stringe nelle spalle.

— Non è il caso di essere geloso. — Che! Paolo è accidentato e Francesca non è più che un'ombra con gli occhi!

Per certe viste, non dispiace anzi a don Luciano, l'arrivo di sua moglie, presso suo fratello il ministro. Tutt'altro! Socialista in politica, nelle finalità lontane, sta benone! Ma al presente, in pratica, fra gli impresari, gli agenti e... il resto, bisogna essere soprattutto il fratello... di suo fratello! Don Luciano D'Orea è passato, per ciò, naturalmente, dal partito che dichiara «il povero D'Orea già spedito» a quello che annunzia «l'alacre e illustre uomo in piena convalescenza».

E... non più disprezzo per quel taccagno, senza talento! Esprimere, invece, ammirazione e affezione. Ciò è in urto col suo carattere franco, leale, e indipendente... dalla gratitudine e anche dal galateo; ma... ma come si fa? Bisogna rassegnarsi!

«Vuolsi così colà, dove si puote». Così vuole, Fanfan!

In seguito allo strepitoso successo dellaManon, si sta preparando al Costanzi un altro grande avvenimento artistico: laFedora, protagonista la signorina Trécoeur. E anche Fanfan, per via delle vie, fa la ministressa a sua volta, accettando suppliche, promettendo favori e lasciando sperare al direttore d'orchestraun joli ruban rouge et blanc.

Poi... laScala. Vincere la maledetta camorra, alta e bassa, dellaScala!... Quel pubblico perfido e infame!... Bisogna assolutamente chemonsieur D'Oreàresti al potere e che don Luciano si mantenga, con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato completamente anche allaScala!

Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori che la visitano in casa e in camerino, dà sempre, con l'imperturbabile sicurezza di un qualunque signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni sulla salute dimonsieur D'Oreà.

— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima!Aux Anges!Aveva tanta paura di dover rinunziare alle feste di Napoli, della Spezia e di Venezia! Si troverà a Roma, per altro, certamente, per la grandepremièredellaFedora!... Ieri, sono arrivati gli altri parenti di Fiumicino per vederemonsieur D'Oreàristabilito e rallegrarsi con lui! La vecchia zia ricchissima, e la cognata molto bella, Maria Grazia...

Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per tenerlo a debita distanza, ma usa di chiamare assai confidenzialmente, col solo nome di battesimo, tutte le signoreD'Oreà— non sa ancora pronunziare D'Orea — e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'esseredella famiglia e assicura i suoi amici che sta facendo la predica a don Luciano, per fargli mettere giudizio; per indurlo ad essere più amabile e più... buon marito.

— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato!

Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti sono ristretti, oramai, ad una pura ideale amicizia. Quando si tratta della voce, non si scherza!

Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi come ieri, sempre furiosamente. Ma lei? Fanfan?...Giammai!Con don LucianoD'Oreà, non ci ha mai messo del suo.

Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a tutti, amici, giornalisti, compagni d'arte: al maestro, all'impresario e ai porta-ceste.

— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi momenti, e molto insulsi, in cui era costretta... — semprevite! vite!— ad immolarmi... Del mio?...Giammai! Glacé à la napolitaine!Io sono sempre stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile! Non ho mai potuto amare l'uomo al quale devo delle obbligazioni! I cani soltanto, possono amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista! Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per niente!

Anche don Luciano stesso è ben convinto, che... con la voce non si scherza! Anzi, è lui che ha più paura e maggiori riguardi. Guai, se laFedoranon fosse stata un altro grande successo!

Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova, che avrebbe dovuto pagare assai più cari i fischi!

— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan non si scherza!

In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a preparare il successo. Lavorare il pubblico, lavorare la stampa. Inviti a colazione, a pranzo, gite in automobile, mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze; essere più che mai il fratello... di suo fratello il ministro dei Lavori Pubblici.

Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi, finire di rovinarsi... pazienza; umiliarsi, pazienza... Ma non bastava più telegrafare; bisognava scrivere lettere...

Sicuro! Don Luciano, per il successo diFedora, si rassegnava a scrivere alle agenzie, ai direttori dei giornali artistici, ai direttori dei teatri... E con tutto ciò, a sentire Fanfan, in que' giorni pure assai nervosa, sempre per via dellaFedora, lui non faceva mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva montare la macchina. Era debole, era fiacco, era avaro; per farlo correre, lo colpiva con la solita sferzata:

— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo!

C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet, non avrebbe mai permesso un orrore simile! — Il vestiarista, era in ritardo? — Oh, con mister Kennet, a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro mio, si arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus! I mezzi di trasporto più economici!

Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il nome del miliardario americano come suo associato nelle spese, ed era questo il suo spasimo, la sua ossessione. Gli veniva oscurata tutta la gloria... di rovinarsi solo per la Trécoeur!

— E mia moglie?... — pensa in que' momenti diangoscia, di rabbia, di gelosia. — Non è tempo che la mia signora moglie ritorni a Fiumicino?

Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire Fanfan dalla gioia e che raddoppia le pene di Luciano, non lasciandogli più tempo di pensare ad altro.

— Il maestro Coccardè, ha risposto —Oui: j'irai te voir!— Ha accettato di venire a Roma da Parigi per assistere alle ultime prove e alla prima rappresentazione dellaFedora.

— Subito! Subito!Al Grand Hôtel!Il miglior appartamento! E il suoChampagne!Non soltanto, la marca, anche l'annata!

Non beve altro: se non c'è il suochampagnecon la marca preferita e l'annata migliore, il maestro Coccardè, a Roma, arrischia di morir di sete!

Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo a prendere alla stazione per condurlo direttamente a teatro, dove Fanfan ha la prova. Niente automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore e sudiciume. Bisogna andare in landò, e in landò chiuso in un giorno in cui si scoppia dal caldo. Il maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai delicato di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella che deve aver preso dallaViolettadellaTraviatae che cura, come tutto il resto, aChampagne.

Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di sporte, di bottiglie, di scatole, di valige e di valigette. Non bastano due facchini: anche don Luciano deve caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro, un foulard rosso al collo e il paltò. Saluta appena, con mal garbo, il signor D'Orea che abborrequanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio e forse, perchè anche nell'animo del maestro c'è lo stesso sentimento, come in quello di Fanfan, di fierezza indipendente.

In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro Costanzi, poche parole e non un ringraziamento. Ma sul palco-scenico l'incontro del maestro con Fanfan è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta, l'ammira: —Tenez, la voilà!— Torna a baciarla e ad abbracciarla. Poi le partecipa la grande notizia.

— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà per la prima dellaFedora, per il tuo nuovo, strepitoso trionfo... Indovina?

— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano, che diventa verde.

Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal collo il fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia con più enfasi e con tutte le sue poche, ma belle note superstiti:

— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo mister Kennet! Ha già fissato l'appartamento all'Hôtel Bristol!

A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si sfoga contro lo scenografo e con i coristi, una massa di cani! Poi tace, si rode, s'imbroncia, seduto in un angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo manda via perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non può provare!

— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto con me! È il mio destino infame!

Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'Hôtel de Rome.

— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto di ritornare a Fiumicino!

Labotte, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale.

Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano, mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma. Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra:

— Che c'è?... Ch'è successo?

Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di gente affrettata, inquieta...

— Che c'è?... Ch'è successo?

Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lostiffeliuse il panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette, evidentemente.

— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...

L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere... ossigeno...

Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto un altro colpo. Corre per andar di sopra, dà una spinta, butta in là un cameriere che incontra, ma quando sta infilando lo scalone, sente parlare concitatamente nel camerino imbottito del telefono. Si ferma, ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di colpo, chiamando, gridando forte:

— Signor Zaccarella!

Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato.

— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo aggravato?

Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo guarda fisso, volge intorno un'occhiata circospetta, poi gli si avvicina, tenendo sempre nella mano il comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio:

— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima di dare la notizia bisogna aspettare le istruzioni di Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio!


Back to IndexNext