Un sentimento di gratitudine si associò naturalmente nel cuor suo alla sensazione di piacere che gli aveva destato la vista di tante novità. Quella notte, sdraiato nel soffice letticciuolo, al tepore delle morbide coltri, al profumo delle lenzuola di lino (le aveva prevedute di canapa, e con molti stecchi per giunta), il nostro giovinotto sognò beatamente i suoi ospiti e benefattori delle Vaie. Era più che mai il figlio prediletto dei Guerri. Aminta gli aveva stretta la mano, giurandogli eterna amicizia; Fiordispina lo amava; il signor Francesco gli sorrideva, e Don Pietro Toschi, parroco delle Vaie, lasciata la pipa in canonica, si disponeva ad andare nella sagrestia, per vestire i sacri paramenti e dar la benedizione di rito. Così almeno pareva a Gino, perchè nel sogno non vediamo solamente gli atti, ma leggiamo anche nei cuori e indoviniamo le intenzioni della gente.
Per intanto, mutata facilmente la scena, egli passeggiava in un bosco di cerri, e Fiordispina era sospesa al suo braccio. Che pace, Dei immortali, che soavità, che fragranza d'idillio! Ecco, si erano fermati, e con le punte dei coltelli incidevano i loro nomi nei tronchi degli alberi: egli il nome di Fiordispina; ella il nome di Gino. Ma che malìa era quella? Aveva proprio scritto egli? La fanciulla dei Guerri veniva accanto a lui, per leggere il suo nome, e scambio di quello, vedeva inciso nella corteccia un altro nome, e ben chiaro: il nome diPolissena.—Che è ciò? domandava turbata.—Non so; come può essere avvenuto questo cambiamento? Io avevo pure scritto:Fiordispina.—Ebbene, quel che tu fai, conte, è ben fatto. Purchè non sia il nome di un'altra!…
Fremeva egli a quelle parole di lei; smaniando, si affrettava a cancellare; ma quel nome, che egli non intendeva come si fosse formato sotto la punta del suo coltello, quel nome restava, anche inciso nelle bianche fibre del tronco, dopo che egli ne aveva strappata la corteccia. E si disperava, tempestando di colpi quelle lettere fatali; ma Fiordispina non era là più a vederlo, Fiordispina era sparita; ed egli, gettato sdegnosamente il coltello, dava in uno scoppio di pianto.
Destatosi da quel brutto sogno, riebbe un po' di calma, non intieramente la serenità dello spirito. Oramai poteva capire come e perchè fosse rimasto malinconico, dopo il suo colloquio con la fanciulla dei Guerri. Ma infine, sorgendo il sole e cacciando davanti a sè le torpide nebbie della vetta del Cimone, infine, che cosa aveva egli fatto di male? Si era forse innamorato alle Vaie, mostrandosi infedele al suo amore di Modena? Il sole incominciava ad apparire dal monte, e un primo raggio batteva alto sulla finestra della sua camera. Gli parve allora che un simile dubbio non fosse neanche possibile. Maledettissimo sogno! Come lo aveva spaventato! Fortunatamente, nel suo esame di coscienza, fitto alla bella luce del giorno, il conte Gino Malatesti non trovò che cortesie e gentilezze, risposta naturale a gentilezze e cortesie. La gioventù, l'innocenza, la grazia, si sa, ispirano sempre un pochino di tenerezza, domandano qualche piccolo omaggio. È da cavalieri, poi, servire a tutte le dame, non amando che una. Egli non aveva detto niente di particolare alla fanciulla dei Guerri, niente che potesse apparire una dichiarazione d'amore, e da questo lato la marchesa Polissena poteva vivere pienamente tranquilla.
Doveva esser bella, in quell'ora del sonnellino d'oro, la regina de' suoi pensieri. Perchè ella certamente riposava ancora, in quel punto. Era una gran dormigliosa, la marchesa Polissena. E doveva star così bene, con la sua cuffiettina di pizzi, donde sbucavano le ciocche de' capegli dorati! Gino ripensò allora i bei giorni, le ore liete, e quella famosa corsa in Piemonte, che sicuramente aveva fornito al sospettoso governo ducale uno dei più forti capi d'accusa contro di lui. Strana donna, la marchesa Polissena! Curioso impasto di paure e di audacie, di rispetti umani e di cieche temerità! Perchè spesso, quasi sempre, egli era obbligato ad infingersi, a fare il cerimonioso, in obbedienza agli ordini della bionda signora. In casa di lei convenivano ufficiali dell'esercito ducale, consiglieri, magistrati, senza contare tutti i nobili, vecchi e giovani, pari di grado e d'importanza al conte Gino Malatesti. C'erano delle serate che la marchesa gli rivolgeva appena il discorso. Ma guai se egli, adattandosi a quel giuoco e volendo pur secondarlo, faceva il galante intorno a qualche altra. Passando daccanto a lui, con un pretesto, o chiamandolo per suo aiutante nella distribuzione del tè, gli gettava una di quelle parole che lo facevano tremare per ogni vena.
Dopo una di quelle collere, per l'appunto, era cascato il viaggio a Torino. Doveva fingere di avere anch'egli necessità di andare a Piacenza, ultima città dello Stato limitrofo ed amico; ottima occasione per accompagnare un tratto di strada la signora marchesa Baldovini, che noti interessi di famiglia chiamavano allora a Torino. Da Piacenza era sconfinato sul territorio piemontese, cedendo così volentieri ad un bel capriccio di lei, che era in uno de' suoi momenti di audacia, di temerità, di pazzia. Ma da Torino la marchesa Polissena era ritornata sola a Modena, ed egli aveva dovuto, per rispetto a lei, rimanere dell'altro in Piemonte. Non a Torino, veh! per causare il pericolo delle distrazioni. Polissena si era fatta accompagnare fino ad Alessandria, e là aveva condannato il conte Gino a rimanere tre giorni, a contemplare i rossi baluardi della cittadella, o a contar le ore sul quadrante del palazzo comunale. Questo rimanere più a lungo e da solo nel territorio scomunicato, aveva certamente insospettito il governo ducale. Francesco V poteva creder benissimo che quello del giovane conte Malatesti non fosse un viaggio a Citèra, per offrir sacrifizi alla madre d'Amore, ma un vero e proprio pellegrinaggio a Delfo, per consultare gli oracoli della Patria.
Ahi, Polissena! Da quel giorno gli sgherri avevano posto gli occhi su lui. Se egli soffriva il confine a Querciola, si poteva benissimo accusarne un discorso tra amici in festa, ma non senza farne risalire l'origine a quel viaggio, e per conseguenza all'amabile capriccio della marchesa Baldovini. Lassù, nei pressi del monte Cimone, gli era avvenuto di trovarsi solo, di respirare un istante più liberamente, senza il pericolo che la marchesa gli passasse daccanto e gli gittasse una di quelle parole che lo facevano tremare. Ma infine, come prima, nel salotto di lei, anche allora, alle falde del Cimone, egli non si sentiva in colpa. E perchè, poi, le sarebbe stato infedele? Gratitudine, sì, ne aveva molta ai signori delle Vaie, e doveva in qualche modo dimostrarla. Quelle cure amorevoli, quegli inviti a pranzo, erano cose di tutti i giorni; ma egli, nella condizione in cui era, non poteva neanche ritrarsene. Per altro, si sentiva sicuro di sè, avrebbe anche fatto buona guardia al suo cuore, contro gli inganni della fantasia, contro le tentazioni del tempo e del luogo. La cosa era necessaria altresì per riguardo a quella gentile fanciulla, così bella, così intelligente, ma pure così inesperta delle cose del mondo. Sarebbe stato brutto, indegno di lui, turbar la pace di quell'anima verginale. Al posto, adunque, signor Gino degnissimo, al posto! È così facile, quando si vuole davvero!
Chi gli diceva di no? Chi mai gli bisbigliava nel cuore che certe cose è più facile immaginarle che farle? Sicuramente un genio maligno, uno spirito noioso, che vive dentro di noi e fa la critica di tutti i nostri pensieri. Dovrebb'essere il diavolo della logica: un diavolo arguto, dopo tutto, e non cattivo come sembra; ma riesce ordinariamente antipatico, perchè contraddice volentieri e ci mette alla disperazione con le sue ironie sanguinose.
Ah sì, spirito malnato? Credi proprio che sia tanto difficile il fare una cosa, quando si vuole davvero? Aspetta un pochino anche tu, e vedrai come ci si riesca.
Davanti a quel fermo proposito, il genio maligno taceva, quasi umiliato, e ritirava le corna. Gino, frattanto, inforcava il cavallo, per ritornare alle Vaie.
Ci andò per due giorni ancora, abbastanza contento di se medesimo. Oramai, forte della sua risoluzione, il nostro giovinotto poteva credersi agguerrito al pericolo. Parlava liberamente con Fiordispina, non cercando mai, ma neanche sfuggendo l'occasione di trovarsi solo con lei. Più volentieri restava in conversazione con la famiglia riunita, e allora faceva pompa di tutto quello che sapeva, ragionando con garbo, girando le frasi con arte, dando alle parole tutte le più dolci inflessioni di voce. Non è forse lecito, questo? Non è anzi un dovere, quando vogliamo farci ascoltare senza troppa noia da un numeroso uditorio? Cercar di piacere alla gente non fu mai un delitto; è anzi una bella cosa, quando è l'unica che possiamo fare, a ricambio di tante gentili attenzioni che ha la gente sullodata per noi.
La sua presenza era molto gradita, nella casa dei Guerri. Anche i re conoscono la noia, e un discorritore ameno, che parli gravemente di mode e gaiamente di cose scientifiche, buon dilettante per ragionare senza sussiego di arte e di lettere, diplomatico raffinato per toccare, senza scoprirli, i segreti dei gabinetti, e per dipingere con un rapidissimo tocco i piccoli difetti dei sovrani esteri, che sono fratelli e cugini del padrone di casa, è veramente la man di Dio in un circolo intimo, donde il cerimoniale è per due ore sbandito. Per i re della montagna, il conte Gino era come una gaia nota di sole nel fosco della macchia; la sua presenza una bella meteora, la sua conversazione un fuoco d'artifizio. Anch'essi, tanto buoni e ricchi di quella gentilezza che non s'impara lì per lì, ma che è il frutto di una lunga educazione, fors'anco eredità di famiglia, anch'essi, dico, si facevano più amabili al contatto dell'ospite, fresco degli usi e delle garbatezze cittadine, brillavano anch'essi di quella vernice, che, a dirvi la cosa molto volgarmente, tutti i corpi son capaci di prendere per sola virtù di strofinamento. Ed avveniva allora nella casa dei Guerri ciò che spesso accade in una brigata di persone civili, quando, per opera non avvertita di uno, che abbia garbo e misura, tutti si accorgono con meraviglia di avere avuto più spirito.—Come è passato il tempo! si dice. E siamo proprio noi, che ci siamo divertiti così?—
Vi ho detto che Gino fu ancora per due giorni alle Vaie, con molta sicurezza di sè. Ci era andato il terzo giorno; ma la sua tranquillità era stata turbata sul più bello. Si stava appunto per prendere il caffè, quando vennero a chiamare il signor Aminta, che andò subito fuori, e ritornò dopo cinque minuti.
—Sai?—diss'egli a Gino.—Ci sono due signori a Pievepelago.
—Ah!—esclamò Gino, turbato.—Cercano forse di me?
—Lo credo, perchè hanno domandato la via di Querciola. L'uomo che è venuto ad avvertirmi in fretta mi dice che all'aria gli sembrano due impiegati del governo ducale.
—Due commissarii! Troppo onore;—borbottò Gino.—E come ne sei stato avvertito?
—Prevedevo la visita,—rispose Aminta,—ed ho stabilito il mio servizio di esplorazione.
—Grazie, mio buon amico e fratello! Ed ora, potranno esser qua da un momento all'altro.
—No, perchè si erano messi a tavola, quando il mio esploratore montava a cavallo. Del resto, puoi riceverli qui.
—Che! Non mi conviene davvero.
—E perchè?—domandò il signor Francesco.—Ella è in casa sua.
—Appunto per questo che a Lei piace di dire;—rispose Gino, ridendo.—I satelliti del tiranno vedrebbero che sto troppo bene, fra queste montagne. Cattivi come le scimmie, mi farebbero subito un brutto servizio presso l'autorità superiore, e questa, con un suo nuovo rescritto, mi manderebbe Dio sa dove.
—Allora scappi subito!—dissero le signore.
Aminta corse nella scuderia, a far sellare il cavallo di Gino. Per quel giorno, intanto, addio conversazione!
—Ci porti notizie, quando saranno ripartiti;—disse il signorFrancesco, stringendo la mano al suo ospite.
—Oh, sicuramente; non dubiti. Signore mie, compiangano un povero condannato, che deve obbedire al precetto.—
Cinque minuti dopo, era a cavallo, e Aminta lo accompagnò fin sulla strada.
—Non correre tanto;—gli disse.—Per venire a Querciola debbano passare di qua. Se anche hanno trovato muli a Pievepelago, non c'è pericolo che vengano al trotto. Comunque, noi non offriremo loro i cavalli per raggiungerti. Quando ci rivedremo?
—Se mi lasciano,—disse Gino,—fo una trottata stasera.
—Bravo! Ti hanno guastata la fine del pranzo; vieni a cena.
—Eh! Perchè no? A rivederci. Se non posso liberarmi, ti mandoPellegrino con le mie notizie.—
Pellegrino era il famiglio dei Guerri, collocato da questi al servizio di Gino Malatesti.
Il nostro confinato era già da due ore nel suo eremo di Querciola, e incominciava a credere che quello di Pievepelago fosse stato un falso allarme, quando sentì un batter di ferri sul selciato della strada.
—Ah, ah, ci siamo!—disse Gino tra sè.—Ed hanno anche trovate le cavalcature, quei manigoldi!—
Lo scalpitìo, frattanto era cessato, perchè i cavalli, o muli che fossero, avevano raggiunto il colmo della salita, davanti alle prime case di Querciola. Non andò molto che Gino sentì un rumore di passi su per le scale.
Il vecchio Mandelli precedeva i forastieri. Affacciatosi all'uscio della camera, che Gino aveva lasciato socchiuso, disse al suo inquilino:
—Signor conte, son qua due signori che cercano di Lei.
—Entrino pure;—rispose Gino, smettendo di leggere, ma lasciando aperto sulla scrivania il Dizionario storico geografico dello Stato di Modena.
Il vecchio Mandelli si ritirò, e in sua vece si presentarono le due facce proibite che avevano guastata la digestione del conte Gino, facendolo correre con tanta fretta dalle Vaie a Querciola. Dico facce proibite per far piacere al nostro eroe; ma nel fatto erano due facce insignificanti; completamente rase, perchè a que' tempi non si amavano le barbe, e i pizzi e i mustacchi erano proibiti come le pistole corte, anzi come le pistole d'ogni misura e le armi d'ogni genere. I due possessori di quelle facce erano vestiti di nero, e i loro atti apparivano molto cerimoniosi, ma non senza quel po' di sussiego che ha sempre indicata la dignità di un ufficio governativo. Dal contegno dell'uno rispetto all'altro, dalla distanza che il secondo mantenne venendo dietro al primo, si capiva facilmente che quegli era inferiore di parecchi gradi al suo compagno di viaggio.
—Ella ci perdonerà, signor conte, se veniamo a scomodarla;—disse il superiore.—Adempiamo un incarico del governo.
—Facciano pure;—rispose Gino, accennando due seggiole, ma non degnandosi di domandare in che consistesse l'incarico.
—Niente di noioso o di lungo, per altro;—ripigliò l'oratore.—Una semplice ricognizione, e punto offensiva. Sua Eccellenza desiderava di sapere se Vossignoria ha trovato modo di collocarsi a Querciola.
—Ci sono venuto subito, appena ricevuto l'ordine;—rispose Gino, niente ingannato dalla forma garbata in cui quell'altro gli presentava la cosa.
—Veramente,—disse il commissario,—questo è un paese poco abitabile, se debbo giudicarne dalla strada che abbiamo fatta per giungerci, e dalla meschina apparenza delle case. M'immagino che Sua Eccellenza non lo conoscesse altrimenti che sulla carta.—
Gino rispose con un cenno del capo, che voleva dire e non dire. A quel discorso del signor commissario, in verità, non c'era nulla da rispondere.
—Siamo tra contadini a dirittura;—continuò il commissario.—Ed Ella, signor conte, non ci avrà distrazioni.—
Gino sospirò; poi rispose al signor commissario:
—Che farci? Il confine è una punizione, e come tale non ammette passatempi, oltre quelli che un uomo industrioso, ed anche di facile contentatura, sa trovarsi da sè.
—Studiando, non è vero? Ha qualche libro, come vedo.
—Poca roba, signor mio: la Bibbia, la Divina Commedia, una StoriaRomana antica….
—Ah, buono studio!—esclamò il signor commissario.
—Certamente!—disse Gino.—È molto interessante. Par di vivere in tempi migliori.
—E stava per l'appunto vivendo cogli antichi, quando noi siamo venuti a disturbarla.
—No, per il momento facevo dell'altro; cercavo qualche notizia in questo Dizionario storico e geografico del Ducato. Desidero di conoscere questi paeselli di montagna, per fare qualche passeggiata.
—Ottima cosa, poichè si è in campagna;—disse il commissario.—E qui ci ha una bella prospettiva?
—Ne giudichi Lei, signor commissario. Si affacci pure alla finestra.Vedrà molto verde.—
Il signor commissario si degnò di andare alla finestra, e di metter fuori il suo naso.
—Sì, veramente, molto verde;—diss'egli ridendo.—Nient'altro che verde.—
Gino, frattanto, si sentiva cacciar tra le dita qualche cosa, come una lettera, o un foglio di carta ripiegato.
Si volse a guardare il compagno del commissario, l'inferiore di grado, il semplice applicato, e vide ne' suoi occhi un lampo, un cenno d'intelligenza, una raccomandazione muta. Poi quel lampo si estinse; il cenno e la raccomandazione si smarrirono nella tinta scialba della sua faccia marmorea.
Il giovanotto ebbe a mala pena il tempo di far scorrere in tasca il foglio di carta, perchè il signor commissario si era già ritirato dal vano della finestra, per rivolgersi a lui.
—Del resto,—disse l'oratore del governo ducale, dopo aver data una guardatina in giro,—Ella è abbastanza bene, in questa cameretta.
—Con qualche mobile preso in affitto;—rispose Gino umilmente.
—Difatti,—riprese il commissario,—questi mobili non somigliano punto agli altri della sala d'ingresso, e stuonano anche con la misera apparenza della casa. Mi maraviglio che abbia potuto trovarne in questi dintorni.
—Appena giunto a Querciola ne dubitavo anch'io;—rispose Gino, seccato da quel discorso, ma vedendo la necessità di condurre il suo interlocutore fuori di strada.—Ma offrendo danaro… Ella mi capisce!
—Buona cosa averne molto;—osservò giudiziosamente quell'altro, che forse pensava in quel punto al magro stipendio per cui faceva da tanti anni un ingrato mestiere.—Ella è felice, signor conte!
—Ma sì, ma sì! Non mi lagno.
—Ed ha notizie di suo padre, di quell'ottimo conte Jacopo?
—Nossignore, e di nessuno della mia famiglia;—rispose Gino, contentissimo di essere uscito salvo dalla rassegna dei mobili.—I miei parenti mi tengono il broncio, e si capisce, perchè il governo mi ha preso in sospetto come un reprobo.
—Eh via!—disse il commissario, con accento di benevolenza somma.—Non chiami castigo una correzione paterna, per una colpa giovanile… che forse non sarà nemmeno una colpa.
—Dice bene, e levi pure il forse.
—Tanto meglio, e me ne congratulo con Lei;—ripigliò il commissario.—Allora è da sperare che tutto venga in chiaro tra breve, e che, per conseguenza, dopo un paio di mesi… dopo tre….
—Metta anche sei;—interruppe Gino.—Non è privilegio della verità il venire così presto alla luce. Ella sa, signor commissario, che questa bella signora l'hanno relegata nel fondo di un pozzo.—
Il vecchio funzionario sorrise. Capiva anch'egli benissimo che il confine non sarebbe levato così presto e che il conte Malatesti non poteva pascersi di troppe speranze in proposito.
—Speriamo almeno,—diss'egli,—che per i meriti del suo signor padre…
—Ecco, veda;—replicò Gino, mozzandogli le parole in bocca.—Per i meriti di mio padre possono dare un'altra decorazione… a mio padre. Il figlio, se ha errato, paghi; se non ha errato, riconoscano la sua innocenza. Non Le pare?
—È la logica, lo riconosco;—rispose il commissario, che incominciava a seccarsi di quella disputa, in cui il conte Gino voleva aver sempre ragione.—Ma Ella vuol troppo severo il nostro venerato governo, ed amo credere che ciò sia perchè Ella non ha ragione di meritarne i rigori.
—È così;—disse Gino.
—Dunque, signor conte… vuol notizie di Modena?—
Gino aveva sperato che il commissario si disponesse a prendere commiato, e già era per alzarsi. Il resto della frase lo trattenne. In fondo, meglio così; la conversazione prendeva un tono migliore, e le notizie di Modena erano sempre buone a sapersi.
—Mi fa un favore;—diss'egli inchinandosi.
—Prima di tutto, il suo signor padre sta bene. L'ho veduto ieri mattina in via Emilia, che andava a fare la sua solita passeggiata. Gli altri di casa sua, tutti bene egualmente. È ammalato il conte Azzolini, canonico del Duomo; ma quello ha ottantasei anni, poveretto, ed è pieno di acciacchi. Il marchese Frassinori è caduto ier l'altro da cavallo, ma senz'altro danno che qualche contusione. Le belle signore di Modena son tutte in grande fermento, per la riapertura del teatro.
—Diamine!—esclamò Gino.—E perchè si riapre il teatro?
—Caso strano, signor conte, caso eccezionale! È venuta a passare qualche settimana in patria la nostra famosa Venturoli, stella di prim'ordine nel cielo dell'arte, reduce dai suoi trionfi di Pietroburgo. Ella ha accettata la proposta di farsi sentire dai suoi concittadini, e darà quattro rappresentazioni, due dellaLucia di Lamermoore due dellaSonnambula, che sono, come Ella sa, i suoi due cavalli di battaglia. Grande aspettazione, perciò, e si prevede che verrà molta gente, anche da Guastalla e da Reggio. Noi siamo debitori di questa fortuna insperata alla signora marchesa Baldovini.
—Ah, bene!—disse Gino.—È una dama di buon gusto, la signora marchesa. Strano, per altro, che non mi abbia detto nulla di tutto ciò, l'ultima sera che ebbi l'onore di andare alla sua conversazione.
—Si capisce: la cosa è nata lì per lì, appena si seppe che la Venturoli era giunta. La marchesa ha conosciuta la celebre cantante a Milano. La conosceva già da ragazza, io credo; ma deve aver rinnovata la conoscenza, quando la nostra insigne concittadina fece quel gran fanatismo alla Scala, sei o sette anni fa. L'altra sera, in conversazione, fu detto alla marchesa che la Venturoli era a Modena. So la cosa dall'illustrissimo signor presidente del tribunale, che ha qualche bontà per me, ed è così bravo dilettante di violino. La marchesa ebbe allora l'idea di farla cantare a Modena. Detto fatto, andò la mattina dopo a trovarla, e venne a capo di tutto, È onnipotente, la signora marchesa! Ier l'altro era già ottenuto il permesso e combinato ogni cosa. Si aspetta un tenore, con un baritono e alcune seconde parti, mandato a cercare in fretta a Milano. Quanto al basso, c'è l'Orlandi, nostro modenese anche lui, che fortunatamente era a casa, in attesa di scrittura. Ah, saranno quattro serate magnifiche, quattro serate deliziose!
—Ella ama molto la musica, signor commissario?
—Dica che ne vado pazzo, signor conte. Che si fa celia? Un po' di buona musica, è il maggiore dei conforti.
—Sarà dilettante, m'immagino; suonerà qualche istrumento.
—Nelle ore d'ozio, e piuttosto male, il violoncello;—rispose il commissario, con l'atto e l'accento di finta umiltà, per cui vanno distinti i virtuosi seguaci d'Euterpe… e d'altre Muse parecchie.
—Ottimamente!—disse Gino, salutando.
E sorrise, pensando alla bella figura che doveva fare il signor commissario, con quell'enorme violino ritto tra le ginocchia. Ma sorrise per poco, ritornandogli a mente la signora marchesa Polissena, che pensava a metter su spettacoli teatrali, e proprio in quel giorno che egli correva da Modena a Pavullo, per recarsi al suo luogo di esilio. Ahimè! Così va il mondo. Anche quel povero Ovidio, cavaliere e poeta, veleggiava tristamente verso l'Eusino, e frattanto le belle dame romane, amate e cantate da lui, andavano allegramente a teatro, non cercando più l'elegante profilo del poeta nella precinzione dell'ordine equestre.
—Beati loro che si danno bel tempo!—soggiunse Gino, dissimulando l'amarezza del ricordo particolare sotto quella espressione di rimpianto generico.
—Che vuole, signor conte? Si fa il possibile per tener lontana la noia. Il paese è tranquillo e contento e speriamo che le cose vadano di bene in meglio. Quando il raccolto è buono e la gente ha lavoro, che desiderare di più, se non qualche ora di svago intelligente, nel culto delle arti belle?
—Ha ragione;—disse Gino.—E tutto sia per il meglio, nel migliore dei mondi possibili.—
Così dicendo, si alzò per davvero, volendo farla finita. Il nostro giovinotto non ne poteva più; aveva un diavolo per occhio.
—Mi duole, signor commissario,—riprese,—di non aver nulla da offrirle.
—Oh, non s'incomodi; abbiamo desinato a Pievepelago.
—Ma neanche un bicchier di vino che meriti questo nome. Il raccolto dell'altr'anno dev'essere stato scarso, perchè qui non han nulla di nulla.
—A proposito: e che mangia?
—Vivono le galline, fortunatamente;—rispose Gino.—Ova sode, ova a bere, ova fritte, ova in tegame; questo è il fondamento del pranzo. Vien poi qualche vecchio gallo, che sacrifico ad Esculapio, per ottenere un po' di brodo.
—Via!—esclamò il commissario.—Osservo con soddisfazione che non le manca il buon'umore: segno che sa adattarsi alle circostanze. Lo dirò, se permette, a Sua Eccellenza.
—Dica pure, dica pure;—rispose Gino;—aggiunga, per altro, che non mi lagnerò, se mi richiamano a casa.
—Capisco, ed anche in tempo utile per assistere ad una rappresentazione dellaSonnambula; non è vero, signor conte? Questo mi par difficile, non glielo nascondo; ma creda pure che dal canto mio gliel auguro di tutto cuore. La mia servitù!—
Gino stese la mano al signor commissario. E non tanto per lui, che gl'importava pochino, quanto per aver argomento a stringer poi quella dell'applicato, personaggio muto, ma più amico dei fatti che non delle parole, come abbiamo veduto testè.
Quando finalmente fu solo, diede una rifiatata di contentezza; maravigliandosi, per altro, di aver saputo dire tante bugie. Ma è la necessità che fa l'uomo industrioso, e con quelle bugie così naturalmente infilate, il nostro giovanotto aveva custodito il segreto dei piccoli vantaggi materiali e morali che si era procacciati nel suo luogo d'esilio.
Udito il batter dei ferri sul ciottolato della strada, discese per chiamar Pellegrino.
—Ho bisogno di sapere se i due che sono partiti si fermano alle Vaie.Dovrei ritornarci io, e non mi piacerebbe d'incontrarli laggiù.
—Vado a vedere;—disse Pellegrino.
—Ma senza farti scorgere!
—Non dubiti; conosco tutti i sentieri, e non ho neanche da seguirli fin là. In un quarto d'ora sono alla Pietra Aguzza, donde si vede netta la strada delle Vaie e il portone della casa Guerri.
—Ottimo osservatorio!—disse Gino.—Va dunque, e ritorna appena vedrai quei signori avviati a Fiumalbo.—
Pellegrino escì sulla strada, e il conte ritornò nella sua camera, sorridendo ai mobili che avevano destata la maraviglia del signor commissario.
—Miei buoni amici delle Vaie!—diss'egli in cuor suo.—Vi ho fatti passare per gente che dà la roba a pigione. Scusatemi! Lì per lì non sapevo che altro inventare, e mi sembra già molto di aver trovata questa gretola, per cavarmi d'impiccio.—
In fondo, poi, non gli era capitato a Querciola il peggiore dei commissarii possibili. Un altro arnese della sospettosa polizia ducale avrebbe potuto spingere più avanti le indagini: voler vedere tutta la casa, per esempio, scoprire nella stalla un bel baio ancora sellato e domandare dove mai il conte Gino avesse preso in affitto quel generoso cornipede. Per fortuna sua, il signor commissario non era stato troppo curioso; era anche un dilettante di musica, un suonatore di violoncello a ore avanzate, e i cultori delle arti hanno sempre un lato buono, moralmente parlando, anche se quel lato è artisticamente il cattivo. Ma forse, a proposito di musica, si poteva sospettare che il signor commissario fosse stato un pochino malizioso. Con troppa compiacenza aveva data la sua notizia teatrale! E non era da supporre che conoscesse le relazioni del conte Gino Malatesti con la marchesa Polissena Baldovini? Forse no, e il caso ci aveva avuta la parte sua, come in tante cose di questo mondo. La città, veramente, non era grande, ed anche un semplice commissario di polizia poteva aver conosciuto quel segreto galante del confinato di Querciola; ma in casa Baldovini ci andava Gino come ci andavano cento, a dir poco, dei più ragguardevoli cittadini di Modena, e in questo caso il numero dei frequentatori era piuttosto fatto per confondere lo spirito di un osservatore, che non per guidarlo nelle sue ricerche indiscrete. Finalmente se la marchesa Polissena si era presa in quei giorni tanta cura per quattro rappresentazioni straordinarie, se a lei si doveva che la celebre Venturoli si disponesse a cantare, a deliziare i suoi concittadini con le immortali melodie dellaSonnambulae dellaLucia di Lamermoor, niente era più naturale del dirlo, quando il discorritore era un dilettante di musica.
Ahi, Polissena! E questo doveva udire dei fatti vostri il povero confinato di Querciola? Doveva egli vedersi dimenticato, trascurato a tal segno? Certamente egli non si aspettava di sapere che aveste preso il lutto, o che vi foste confinata in villa, inconsolabile come Calipso per la partenza di Ulisse. Simili prove di affetto e di dolore veemente si lasciano alle Immortali, che possono far ciò che vogliono, senza badare a rispetti umani, e mandando a quel paese la piccola diplomazia di società. Ma se la marchesa Polissena voleva dissimulare, conveniamone col conte Gino, ella poteva appigliarsi ad un pretesto più ovvio, ad uno espediente meno chiassoso, che non fosse quello di promuovere una stagione teatrale a primavera inoltrata.
—Leggiamo la lettera!—disse Gino, dopo aver fatte, in due o tre o giri per la sua camera, tutte queste considerazioni melanconiche.—E vediamo chi l'ha scritta. Forse è Polissena, che ha trovato il modo di mandarmi una parola di conforto.—
Cavò di tasca il foglio, che era suggellato, ma non portava soprascritta. Lo aperse, e vide subito che quello della lettera non era il carattere di Polissena, bensì di Giuseppe, del servitore che lo aveva accompagnato a Paullo.
Ah, bene! Il suo Carbonaro! E come era venuto a capo di mandargli la sua lettera, proprio per le mani di un impiegato di polizia? Gino Malatesti era giovane; viveva, anche da liberale in un modo tutto suo, e non conosceva i particolari andamenti delle società segrete, che correvano allora per sottilissime fila tutte le città e borgate della penisola italiana. Tra i loro accorgimenti più fini, le società segrete avevano questo, per l'appunto, di mettere uomini fidati in uffici anche umili, ma di grande utilità, intorno al grande avversario comune. A queste loro creature domandavano poco, e solamente nei casi di stretta necessità. E dal canto loro, questi servitori devoti si sentivano molto sicuri, poichè il loro ufficio particolare non era noto che a pochissimi, aiutando a ciò la stessa costituzione delle società segrete, i cui affiliati non si conoscevano tutti fra di loro. La catena era lunga, ma ognuno sapeva del suo vicino di destra e di sinistra, e tutti gli altri anelli si perdevano nell'ombra; nè importava cercare di più, sapendosi spalleggiati e immaginando anche un ordinamento più forte, una catena più lunga e una rete più fitta.
Comunque fosse riescito il suo bravo Giuseppe a fargli pervenire la lettera, egli era un uomo prezioso. Quali notizie gli avrebbe recate la lettera? Gino si dispose a leggere con uno strano batticuore.
—Ecco,—diceva egli tra sè,—qui forse c'è la spiegazione di certe cose che mi hanno fatto un senso così triste, buttate là dal signor commissario. Il mio tormentatore non lo immaginava di certo che accanto al suo veleno, distillato con tanta voluttà, venisse così pronto l'antidoto.—
Così pensando, incominciò la lettura:
«Illustrissimo,
«Eccomi a renderle conto della mia commissione. Appena giunto a palazzo sono andato nella camera di V. S. ed ho trovato il libro che mi aveva detto di portare in quel luogo. Ne ho fatto un involto, e volevo metterci anche la lettera; ma ho pensato che l'involto poteva essere inavvertentemente aperto in presenza di altre persone, e me ne sono astenuto….»
—Bravo il mio Giuseppe!—esclamò a questo punto il lettore.—Ecco qui il vero tipo del cospiratore, che medita su tutto e prevede le più piccole circostanze.—
«Andai verso il tocco—(proseguiva lo scrivente)—dalla nota persona, cioè quando mi fui accertato che era sola in casa, e domandai di parlarle, perchè avevo da consegnarle un libro. La cameriera mi disse che la signora non riceveva. Io allora diedi il libro, accennando che venivo da accompagnare V. S. e che desideravo anche di portarle i suoi saluti, insieme con una sua lettera, per una certa commissione, che non sapevo qual fosse, ma che credevo importantissima, per il modo con cui mi era stata raccomandata da lei la massima sollecitudine. Con questo mezzo, dopo due andate e ritorni della cameriera, potei essere ammesso alla presenza della signora; anzi fu lei stessa che si degnò di venire in anticamera. Consegnai la lettera, ed ella, dopo aver data una scorsa allo scritto, mi disse:—Grazie; sta bene.—Domandai se avesse niente da comandarmi, e mi rispose di no. Mi arrischiai a dirle (scusi se in questo ho arbitrato da me) che avrei trovato il modo di far giungere a V. S. lettere, carte ed altro che mi fosse consegnato; ma ella non mostrò di gradire l'offerta. Avrò fatto male, e gliene chiedo scusa, signor padrone; ma la mia intenzione era di far bene per il suo servizio. Ora, se debbo dirle tutto quello che penso, mi pare che la sua condanna al confine abbia raffreddato molte persone, di quelle che V. S. credeva più amiche, o con le quali andava più spesso. Il conte Nerazzi, per esempio, il marchese Landi, quando ho dato loro un cenno del suo viaggio, mi hanno risposto con un semplice monosillabo. Sarà forse perchè non hanno confidenza in un povero servitore; ma una notizia almeno potevano chiederla e mostrare un po' di amicizia per la sua persona. Oso sperare che in questo Ella non troverà sbagliato il mio umile ragionamento.
«Altro non mi resta a dirle, signor padrone, e mi rincresce davvero di non aver niente di meglio. Il signor conte, suo padre, sta bene al solito; mi ha chiesto fin dove l'avessi accompagnato, e poi mi ha rimandato senza aggiungere altro; ma mi è parso di leggergli negli occhi qualche cosa che il suo cuore di padre non aveva da dire a me, e che Ella, del resto, indovinerà molto bene.
«Mi comandi, signor padrone, che andrò nel fuoco, per poterla servire, e mi creda sempre il suo ubbidientissimo servo
Il conte Gino rimase male, dopo quella lettura. Ahimè l'antidoto sperato! Giuseppe, nella sua piccola diplomazia epistolare, lasciava indovinare assai più che non scrivesse. Ci si vedeva, nel suo racconto minuzioso, la gran dama seccata di dover concedere un'udienza all'inviato di Gino; alle cui notizie, poi, dava tanto poca importanza, da andarle a ricevere in piedi, sull'uscio di un'anticamera. La bionda Polissena si era mutata per lui, come il Landi e il Nerazzi, ricordati in buon punto dallo scrivente, per illuminar la figura della signora marchesa. I tiepidi amici facevano più che un riscontro, davano risalto alla freddezza dell'amica. Già, non era di Gino, la colpa? Che pazzia era stata la sua, di farsi mandare a confine? In quelle sciocchezze del giovanotto la signora marchesa non ci aveva che vedere, non essendosi mai occupata di politica. L'amore, infine, non vuol saperne di quella cattiva compagnia, e un uomo che veramente ami una gran dama non deve compromettersi con quella femminaccia. Neanche lei, la bella e savia marchesa, voleva compromettersi per il conte Gino Malatesti. Che diamine! Con tanti personaggi eminenti, di cui era composta la sua conversazione, magistrati, ufficiali del Duca, nobili ciambellani, signori ammessi a Corte, che si sarebbe detto di lei? E forse per protestare contro simili giudizi, contro simili sospetti, la marchesa Polissena aveva colta a volo la prima occasione, mostrandosi tutta invasata di artistici furori. Poteva credersi dolente per il caso di Gino Malatesti una bella dama che si adoperava tanto per far cantare la celebre Venturoli?
Ah, come vedeva da quelle considerazioni balzar fuori netta e spiccata la figura morale della marchesa Polissena! Furente (sicuro, proprio furente, e mettete pure che quella esagerazione di sentimento non fosse senza una certa dose di voluttà), il conte Gino andò a sedersi davanti alla sua scrivania, e la penna incominciò a scorrere sulla carta. Il giovanotto non scriveva alla marchesa; scriveva a Giuseppe, suo servo fedele, innalzato di punto in bianco al grado di confidente. Anch'egli, senza avvedersene, prendeva le forme del cospiratore, e l'esordio della sua lettera veniva fuori misterioso e guardingo come un coro di congiurati. Per sue ragioni particolari gli premeva assaissimo di conoscere tutti gli andamenti della nota persona. Aveva veduto dalla prima lettera di Giuseppe come egli fosse intelligente; continuasse ad esserlo per utile suo. Da ciò che la nota persona faceva, egli, il conte Gino, avrebbe argomentato quel che pensava, e sugli atti e sui pensieri di quella avrebbe regolato il suo modo di pensare e di operare. La cura amorosa traspariva dalle frasi; ma non era detta apertamente, e questa era già una bella diplomazia. Inoltre, la nota persona poteva anche essere un uomo, e le apparenze erano salvate a buon prezzo.
—Come manderò io questa lettera?—disse Gino, dopo averla suggellata.—Se fosse ancora qui l'applicato!—
Ma l'applicato seguitava il signor commissario sulla via di Fiumalbo, e il conte Gino pensò che il mettersi sulle tracce dei due personaggi, anche col pretesto di mandar notizie a suo padre, non sarebbe stato senza pericolo.
—Ebbene,—ripigliò,—di che cosa m'impensierisco? Non è qui vicina la provvidenza dei Guerri? Aminta, il mio fratello Aminta, ci penserà egli a farla ricapitare.—
Poco dopo la chiusa del soliloquio giungeva Pellegrino. Egli aveva veduto i due signori di Modena discendere dalle Vaie, senza fermarsi, e prendere la via di Fiumalbo.
—Benissimo!—disse il conte.—Allora è tempo di sellare il cavallo.—
Mezz'ora non era passata, e Gino scendeva alle Vaie, con la fretta di un uomo che ha tante notizie da dare di sè, a persone che le udranno con piacere, e non vede l'ora di consolarsi in quella dolce «corrispondenza d'amorosi sensi.»
E le furie di poc'anzi? Deposte nella lettera, miei signori, deposte nella lettera per il suo servo Giuseppe. E poi, in quell'angolo del cuore dove ci aveva l'immagine della marchesa Polissena, non ci voleva guardar più, per quel giorno, nè per gli altri seguenti, fino a tanto non avesse risposta dal suo confidente. Si fanno di questi compromessi, col proprio cuore, e più spesso che non sembri. Quante volte, soffrendo per qualche cosa, non vi è egli avvenuto di escire in questa risoluzione:
—Non voglio pensarci!—
Ci si penserà sicuramente più tardi; ma per intanto è così, come avete risoluto di fare, e il corruccio e il dispetto, carabinieri zelanti, vegliano all'osservanza del presente decreto.
Capitolo VI.
Ombre e leggende.
Il conte Gino era aspettato con ansiosa cura alle Vaie. Le signore lo accolsero con un sorriso amabilissimo, che fioriva allora allora sul terrazzino, come in risposta alla serenità di buon augurio, diffusa sul volto del cavaliere. Gli uomini erano discesi sull'uscio di strada, per tenergli le staffe, e lo abbracciarono, come se tornasse da un lungo viaggio.
—Ebbene?—domandò Aminta,—Chi erano?
—Commissarii, applicati, gente della polizia ducale;—disse Gino;—venuti a farmi una visita, quantunque io non abbia avuto mai il piacere di conoscerli.
—Volevano assicurarsi…—disse il signor Francesco.
—Già;—rispose Gino;—assicurarsi che veramente io fossi al mio luogo di pena. Ed ho sudato, sa? ho sudato, a nasconder loro che questo è un luogo di delizie. Avevano osservati i miei mobili, troppo eleganti per quella povera casa. Mi perdonerete, amici miei; ho detto una grossa bugia, accennando così di passata che quei mobili li avevo presi a nolo. Dove, poi, non me lo han chiesto, ed io non ho avuta occasione di dire una nuova bugia, facendoli venire da Paullo, o da un altro luogo più lontano.
—Sì, questa sarebbe stata una bugia;—disse il signor Francesco;—ma l'altra non lo è. Non ci paga forse il nolo con le sue visite?—
Non c'era da far altro che inchinarsi; e Gino s'inchinò.
—Noi, del resto, siamo stati qui un paio d'ore in agguato;—disse Aminta a sua volta.—Avevamo visti quei due signori andare in su, e abbiamo voluto aspettare per vederli al ritorno, ma con le finestre chiuse, e guardando di sotto le tendine. In due erano venuti, in due se ne ritornavano, e questo ci ha consolati. Temevamo già che ti portassero via.
—Oh, non c'è questo pericolo;—gridò Gino, ridendo.—Mi han lasciato capire che la correzione sarà lunga. E non potrà essere altrimenti,—soggiunse il giovinotto,—se vorrà essere efficace.—
Quella sera, come già immaginate, il conte Gino rimase a cena dai Guerri, e poichè non era sera di luna, non gli fu permesso di ritornare a Querciola.
—Così resto io a confine?—diss'egli.—E mentre gli agenti del tiranno, venuti ad assicurarside visu, non sono ancora a Paullo? Per fortuna, sono lontani quanto basta, per non sentir più la voce del pianoforte.
—Hai capito, Fiordispina?—disse la signora Angelica.—Ti si domanda di suonare.—
Fiordispina era di buonissimo umore. Corse alla tastiera e attaccò l'andante maestoso del bellissimo inno di Goffredo Mameli.
—Ecco qua!—rispose la fanciulla.—Se hanno orecchi per sentire, sentano questo!
—Che cosa si ardisce suonare?—gridò una voce dall'anticamera.—L'inno della rivolta? È un orrore, e meriterà tutti i rigori della legge.—
Era la voce di Don Pietro Toschi. Il vecchio prevosto delle Vaie giungeva sempre a quell'ora, e nessuno si lasciò cogliere dallo spavento, udendo la sua ammonizione.
—Ah!—esclamò egli, entrando nella sala.—Loro signori se la ridono? Ebbene, non c'è da ridere. Se un agente del governo ducale udisse questa musica, ci sarebbe un processo per tutti.
—Dobbiamo cessare?—domandò Fiordispina.
—No, continuate, figliuola mia. I primi Cristiani si ritiravano a pregare nei loro sotterranei, ma non interrompevano neanche i loro inni per l'avvicinarsi dei pretoriani. Qui poi i pretoriani non sono neanche vicini.—
I signori Guerri raccontarono allora a Don Pietro che i pretoriani erano passati per l'appunto in quel giorno dalle Vaie. E il buon prevosto si rallegrò che dopo quella visita il conte Gino Malatesti non dovesse avere altre noie.
—Vede?—diss'egli.—Sono venuti ad autenticare il suo cambiamento di domicilio. Io ora lo scriverò nel registro della parrocchia, ed Ella apparterrà alle Vaie per ragion civile e per ragione canonica. Le piace?
—Così voglio;—disse Gino, andando anche più in là.
E i suoi occhi, in quel punto, s'incontrarono con quelli di Fiordispina. Fu un lampo, come potete immaginarvi facilmente; ma per quel lampo la fanciulla arrossì, ed egli si sentì correre una vampa alla fronte.
Fiordispina aveva posate nuovamente le sue belle mani sulla tastiera del pianoforte, ed arpeggiava sommessamente. Gino le chiese un'aria dellaSonnambula; ma cambiò subito opinione, e chiese in quella vece un'aria delPirata. Fiordispina aveva lo spartito nella sua biblioteca musicale; dopo un'aria gliene suonò un'altra, e ad una ad una gliele eseguì tutte.
—Che bella musica!—diceva ella, frattanto.—Non so come sia, che l'ho suonata così poco, finora. Oggi piace molto anche a me.
—Ha mai letto il Leopardi, signorina?
—Sì, una volta. Perchè mi fa questa domanda?
—Per venire ad un raffronto fra il poeta e il musicista. La musica del Bellini è come la poesia del Leopardi; non piace, ordinariamente, che in certe condizioni d'animo; ma allora non piace più che quella; tutto il resto è rumoroso ed aspro, o fiacco, lezioso e svenevole.—
Quella sera la fanciulla dei Guerri suonò meglio e più lungamente che mai. Un'aria seguiva l'altra e tutti i grandi maestri diedero il loro contributo alle artistiche commozioni di Gino. Ma una grande maestra diede certamente il maggiore, poichè Gino ne contemplava l'opera maravigliosa coll'attenzione concentrata e con la beatitudine diffusa di unPater extaticus.
Possiamo immaginarci che ciò fosse per effetto di riconoscenza. La fanciulla dei Guerri aveva dimostrata tanta sollecitudine per lui! Il meno che Gino potesse fare in ricambio, era di darle un primo premio di bellezza. E di bontà poi! Quegli occhi sereni dicevano con tanta eloquenza la bellezza dell'anima sua! E ridevano, quegli occhi, come ora non si usa più, ma come si usava un tempo, se dobbiam credere ai poeti latini e agl'italiani del Risorgimento.
Quando il nostro Gino si ritirò nella camera ospitale dove egli aveva già dormito e sognato una notte, la sua ebbrezza era al colmo. E le furie? Vi ho già detto che c'era un compromesso col suo dolore. Non voleva pensarci, e non ci pensava: ecco tutto. Pensava in quella vece ad altro, e cominciava a credere che quella ebbrezza non fosse tutta musicale.
—Orbene!—esclamò, levando la testa dal guanciale, come per rispondere ad un contradittore invisibile.—E se fosse dell'altro, che male ci sarebbe? Lasciate che per una volta io respiri una boccata d'aria salubre. Vi par troppo, una pagina d'idillio, tra cento di romanzo moderno? Infine, non è dato di sognare? Ecco un sogno, e preghiamo che duri.—
Il sogno di Gino Malatesti durò una settimana, senza che più gli tornassero a mente le sue noie di città. Ma una sera, così di punto in bianco, non richiamati da alcuna associazione d'idee, i sopraccapi dimenticati si ripresentarono a lui.
—Si saran dati bel tempo a Modena!—pensò il giovinotto.—L'avran finita quest'oggi, la loro piccola impresa musicale fuori stagione! Chi sa? Forse all'ultima rappresentazione dellaSonnambulaavranno domandato ilbis. Un altro paio di rappresentazioni, perchè ricusarle ad un pubblico che applaude e rompe le panche? Ci sarà anche il pretesto della beneficenza, per continuare. Le nostre belle signore, pur di avere un'occasione di brillare, farebbero anche l'elemosina ai Turchi. E lei sopra tutte! Non è forse la regina della moda?—
Un piccolo rimorso gli venne; ma egli lo scacciò, come si spaccia un ladro domestico.
—Orbene!—gridò egli, ripetendo una sua esclamazione favorita.—Che è ciò? Avevo un obbligo, sicuramente, ma l'ho forse distrutto io?
—Troppo presto e troppo volentieri lo dice il signor Gino;—rispondeva una voce interiore.—Non pensa egli al fatto strano di esserne uscito senza lagrime?
—Ci penso;—replicava egli, seccato…—Ma che vuol dire? Forse che, per non aver sofferto troppo avrò meno ragione io? Facciamo la peggio: ci siamo incontrati ad essere stanchi in due; ella di me, io di lei. Così avviene di tutte, o di quasi tutte le relazioni che si stringono in società, e che rappresentano il superfluo del nostro tempo. Il necessario è quello che va dato all'ambizione, alla vanità sua sorella; il superfluo è quello che si dà all'amore. No, correggiamo, non è l'amore, questo, è la galanteria. Ma non bisogna usarne troppo, perchè viene a noia, come tutti i cibi galanti. L'abitudine aiuta molto, lo so, a mantenere queste relazioni; la lontananza le rompe senza sforzo, senza lagrime, e questo lo vedo ora, pur troppo. Dovevo vederlo prima, e avrei oggi più merito di essermi liberato. Infine non son io che lascio; è lei che mi ha dato il benservito.—
Così ragionava, e per uno spirito preoccupato non vi parrà che ragionasse male. Qual è, del resto, lo spirito che pensi e ragioni fuor d'ogni vincolo o influenza particolare? Neanche i filosofi, mi dicono, poichè sotto alla libertà della speculazione, sotto alla lealtà dell'indagine, si cela sempre la ragion di sistema, che tanto più naturalmente comanda, in quanto che è la medesima causa che ci muove a pensare, a cercare.
Il raffronto tra la marchesa Polissena e la fanciulla dei Guerri non si fermò solamente al fatto che una si fosse dimenticata di Gino e l'altra venisse a lui, chiamata da tutte le voci arcane della gioventù e dell'affetto nascente. Le loro qualità intrinseche ed estrinseche dovevano trovarsi a contrasto sotto gli occhi del giudice, e la botanica, amica compiacente, fornire i termini di paragone tra la civetteria sapiente dell'una e le grazie ingenue dell'altra. La marchesa Polissena gli apparve allora come una bella gardenia, fiore lucente ed aperto, bellezza spampanata e trionfante, accompagnata da fragranze acutissime; la fanciulla dei Guerri come un caro e modesto fiorellino delle Alpi. Il conte Gino avrebbe potuto ricordare l'Edelweiss, se questa graziosa stelluccia vegetale fosse stata fin d'allora alla moda. Egli pensò in quella vece a quelle eriche del Capo, che aveva pur conosciute lassù, e che alle delicatezze della forma congiungevano un così gentile profumo.
E andava là, di giorno in giorno, vivendo così del suo nuovo amore, che gli pareva il primo ed il vero, senza parlare, senza desiderare di più, respirando tacitamente le fragranze del fiore divino. Godeva intanto la bella e confidente amicizia dei Guerri, e gli sembrava che così dovesse durar sempre la vita, che non si potesse desiderare di vivere, nè di aver vissuto mai altrimenti. Era anche così adatta la scena! così amante la natura dintorno a lui! Oh dolci calme, soavi tepori primaverili dell'estate tra i monti! Gli usignuoli cantavano ancora nel folto dei boschi; la gioventù e la speranza levavano inni continui dagl'intimi penetrali dell'anima sua.
Era solo, lassù, ben solo, tra l'amicizia e l'amore, che si rivelavano a lui in quella forma nuova e con quella insolita forza. Veramente, i re della montagna non erano i Guerri, o quel titolo si addiceva anche a lui, che sentiva di regnare così pienamente, e rendeva ogni giorno in grazia elegante, in sorrisi amorevoli, ciò che andava ricevendo in liete dimostrazioni di affetto.
Ma un giorno, dopo quella settimana di pace profonda, casa Guerri ebbe un ospite nuovo. Era un parente, per verità, e veniva dai monti del Reggiano. Scendendo dal suo eremo di Querciola, il conte Gino trovò alle Vaie quel personaggio inatteso, che riesce sempre importuno nella compagnia formata a modo nostro, alla quale non avremmo da toglier nulla e nulla avremmo da aggiungere. Notate poi che quel personaggio era giovane, ed anche bello; una figura d'Ercole adolescente, ma dal viso aperto, dall'aria candida e buona; occhi azzurri, capegli biondi, naturalmente ricciuti, ed abiti semplici, da cacciatore.
—Nostro cugino Ruggero Guerri;—disse il signor Francesco, presentando il nuovo ospite al vecchio.
—Felicissimo di conoscerlo;—rispose Gino, che non si sentiva neanche felice.
Ma così è, lettori miei: il superlativo, entrato nell'uso del discorso, ha perduta ogni virtù di significazione. Si chiama illustrissimo l'uomo a cui non possiamo dar titolo d'illustre; è eccellentissimo il tribunale, che non è mai stato eccellente.
Ruggero Guerri! Altro personaggio ariostesco. E accanto a Fiordispina, poi! Si doveva vederci l'effetto del caso, una di quelle lontane preparazioni del destino che vengono poi improvvise e noiose, come un colpo tra capo e collo? Altro che felicissimo! Il conte Gino Malatesti fu seccatissimo della comparsa di quel cugino, che era così giovane, così biondo, e si chiamava anche Ruggero. Che cosa era venuto a fare, dai monti del Reggiano a quelli del Modenese? Che cosa voleva, quell'arcangiolo in cacciatora, e che cosa avrebbe ottenuto alle Vaie? Immaginate. lettori, che il conte Gino cominciò subito ad aprir gli occhi ben bene, e che quel giorno, e i giorni seguenti, osservò attentamente ogni cosa. Ma il cugino Ruggero non diede argomento a giudizi, come aveva dato argomento a sospetti. Stava molto con gli uomini, e passava lunghe ore alle serre, col signor Francesco e col signor Orlando; alle donne parlava poco, senza mettersi in pretesa, con vera semplicità campagnuola. Sì, ma anche questa semplicità non può nascondere il desiderio di raggiungere un fine? Gli uomini dei campi non conoscono le nostre delicatezze di spirito, non usano le nostre smancerie di linguaggio; ma danno un'occhiata lunga e luminosa come il primo venuto, ed essi, o i loro parenti, possono fare una molto chiara domanda di matrimonio.
In queste osservazioni e in questi dubbi si guastò l'umore del conte. Qualcheduno se ne avvide e gliene domandò; ma egli non aveva nulla, e questa risposta poteva bastare per gli uomini. Non bastò a Fiordispina, quando ella molto candidamente gli chiese che cosa avesse e si sentì rispondere quel nulla, a fior di labbra e discretamente impacciato.
—Oh, non me lo dica, signor conte;—replicò la fanciulla.—Ha ricevuto qualche notizia spiacevole da Modena?
—No, signorina, nessuna notizia.
—Ma allora che cos'ha? È così mutato, da qualche giorno!—
Il conte Gino taceva, e allora la fanciulla ripigliò a domandargli:
—Si annoia, forse? Comprendo che qui non c'è gente abbastanza, per tenerle compagnia.
—No, davvero!—scappò detto a Gino.—Vorrei anzi che ce ne fosse un po' meno.—
La fanciulla lo guardò con aria di stupore. Era egli che parlava così? L'elegante, il gentile, il garbatissimo conte Gino Malatesti? Ma sì, propriamente egli, e due grinze sdegnose agli angoli delle labbra commentavano ancora la frase che gli era sfuggita di bocca.
—Com'è cattivo!—esclamò allora Fiordispina.
—Ha ragione, signorina;—diss'egli.—Sono veramente cattivo. Ma voglia scusarmi, per una volta soltanto, ed ascoltare anche una mia preghiera. Non faccia parlar l'uomo quando egli è in collera. È troppo brutto, in quei momenti. Io, del resto, mi vergognerò sempre di esserlo stato con Lei.
—Vede?—gridò ella.—Non lo è più.—
Gino s'inchinò, senza risponder altro, perchè in verità gli pareva d'esserlo ancora, e non voleva mettersi al caso di dover dire la ragione del fatto. Una cosa era sempre dispiaciuta su tutte le altre, a quel cavaliere elegante, a quello spirito raffinato: di esser geloso e di darlo a divedere.
Per quattro o cinque giorni ancora il conte Gino dovette godersi la compagnia dell'Ercole adolescente. E notate che lo vedeva solamente all'ora del pranzo; ma che in quell'ora, diventata lunga su tutte le altre del giorno, il signor Ruggero stava seduto alla sinistra di Fiordispina. Erano cugini, erano i più giovani della compagnia, e niente era più naturale del vederli seduti vicini a tavola; ma perchè una cosa piaccia a tutti, non basta ch'ella sia naturale.
Cionondimeno, parve al conte Gino di osservare che dopo quel suo dialogo con la fanciulla dei Guerri, ella parlasse meno col cugino Ruggero. Già, è da notare che non aveva molte occasioni di discorrere con lui, perchè durante il giorno egli era sempre fuori con gli uomini di casa. Giungeva con essi per l'ora del pranzo, e trovava sempre Gino a chiacchierare con le signore. Dopo il pranzo esciva da capo e non ritornava che per la cena. Ma allora il conte Gino non era più là a vigilare, e si poteva capire che il signor Ruggero non escisse più, ma rimanesse con gli altri nella sala comune. Che cosa faceva allora? Una sera il nostro geloso senza ragione volle rimanere a cena, per averne l'intiero, non importandogli affatto di dover ritornare a notte alta nel suo eremo di Querciola. E vide allora che gli uomini restavano seduti a tavola, mentre le signore si raccoglievano da una parte per attendere a qualche lavoruccio; che Fiordispina andò poi a suonare il pianoforte, e che l'Ercole adolescente stette a sentirla, ma da lungi, in piedi, nel vano di una finestra, senza batter palpebra, senza fare un cenno del capo, senza dire alla cuginetta una parola di lode, senza dar segno di gradire almeno la musica. Era un contadino, e non bisognava farne le meraviglie.
Sì, tutto bene; ma anche un contadino poteva essere un pretendente e diventare un marito. È forse necessario per questo di gustare la musica e di applaudire ai talenti musicali delle ragazze? La possibilità di un matrimonio era sempre là, librata a mezz'aria, e la presenza di quel giovanotto, di quel cugino, capitato alle Vaie senza ragione apparente, mutava troppo facilmente la cosa possibile in una cosa probabile. Immaginate come ne dolesse al nostro povero Gino, geloso senza ragione, ed anche senza diritto. E un giorno che egli non vide più capitare il signor Ruggero all'ora del pranzo, restò dubbioso, come dovrebbe rimanerlo un ambasciatore, accreditato presso una corte, donde vede sparire l'inviato straordinario di un altro governo. Si voleva sapere da prima perchè c'era, e si passavano in rassegna tutti i fini per cui poteva esser venuto; quando se ne va, si domanda perchè è partito, e si dubita che la sua missione abbia sortito buon esito.
Il conte Gino, da quella persona bene educata ch'egli era, non volle domandare perchè il signor Ruggero Guerri fosse partito dalle Vaie, e rimase con la sua curiosità, ignorando quali speranze lo avessero condotto, quali concerti lo accompagnassero a casa, quali occasioni potessero farlo ritornare. La fanciulla appariva tranquilla, serena come prima, forse un tantino più ilare. Perchè più ilare? Per essersi liberata da una noia, o per aver avuto una notizia che suol chiamare il sorriso sul volto delle ragazze da marito? Il conte Gino non ne capiva nulla, e si sentiva una spina nel cuore.
Ma se egli non poteva chieder nulla al signor Francesco, nè far parlare il suo buon fratello Aminta, qualcheduno doveva pure istruirlo. Gino pensò al vecchio prete, e alcuni giorni dopo la sparizione del signor Ruggero, disceso da Querciola un'ora prima del solito, passò davanti al portone dei Guerri senza smontar da cavallo. Se i quadrupedi sentono la maraviglia, il generoso animale dovette maravigliarsi molto, quel giorno, argomentando da una pressione di ginocchio del suo cavaliere, che questi non voleva fermarsi al portone dei Guerri, e stupirsi poi della gran novità che lo faceva fermare cento passi più giù, davanti all'umilissimo ingresso della canonica.
Bene si stupì il prevosto delle Vaie, ricevendo la visita del conte Gino. Ma questi fu pronto a dirgli che essendo calato da Querciola un po' prima del consueto, avrebbe fatto ora molto volentieri, visitando la chiesa e quel certo quadro antico di cui gli aveva parlato più volte Don Pietro, suo amico degnissimo. Il pretesto fu ammesso naturalmente per buono. Il sagrestano, mutatosi in garzone di scuderia, prese il cavallo per le redini e lo condusse nella sua stalla, dai Guerri. Frattanto il conte Gino entrava in chiesa, per vedere il famoso quadro, che rappresentava lo sposalizio di Santa Caterina, salvo errore, ed era forse stato di un buon autore, a' suoi tempi, ma non lo lasciava più scorgere, sotto i ritocchi di un restauratore assassino.
Veduto il quadro senza fermarcisi troppo, era naturale che stessero a chiacchiera. L'argomento non poteva fornirlo che la vita di quei monti, o la famiglia dei Guerri, tutt'e due le cose insieme. Si parlò adunque del signor Francesco, del fratel suo Orlando e del figliuolo Aminta, bravissima gente, che il prevosto delle Vaie amava come se fossero sangue del suo sangue e carne della sua carne. Era dipeso per l'appunto da essi che Don Pietro Toschi fosse rimasto in quella magra anzi magrissima fra tutte le parrocchie di montagna. L'aveva accettata quarant'anni prima, contro la promessa che glien'avrebbero data un'altra più ricca; c'era rimasto venticinque anni aspettando; finalmente la buona occasione era venuta di scendere al piano e di fare un bel cambio. Ma allora Don Pietro aveva anche cambiato parere. La chiesa e la canonica di Fagliano eran belle e ben provvedute; la mensa parrocchiale rendeva tre volte tanto di quella delle Vaie; il popolo era tranquillo e virtuoso: il sagrestano della chiesa, miracolo inaudito, era un buon diavolo, che non pretendeva di far egli da parroco; insomma, quella era proprio la man di Dio. Ma non c'erano i Guerri a Fagnano, e Don Pietro Toschi si era assuefatto a vedere i Guerri. Perciò rispose al vescovo, che gli proponeva il passaggio:—«Se Vostra Eminenza permette, rimarrò dove sono. Son vecchio, tra gente che conosco e che mi vuol bene. L'inverno è rigido, ma i bei giorni ci sono più frequenti che al piano; e poi, le mie quattr'ossa si sono avvezzate; ci vorrebbe uno sforzo per adattarle a un ambiente diverso.»
—Così son passati altri quindici anni;—proseguiva Don Pietro, parlando al conte Malatesti;—e sono contento più che mai d'aver risposto picche a Fagnano. Le mie giornate vanno via l'una dopo l'altra come le foglie dell'ontano, quando si accosta l'inverno. Questi amici mi sono stati riconoscenti di ciò che han voluto chiamare un sacrifizio, e mi aiutano volenterosi a discendere la fiumana della vita. Francesco ed Orlando li ho conosciuti ragazzi; Aminta l'ho battezzato io; Fiordispina egualmente.
—E la mariterà;—disse Gino.
—Dio voglia;—rispose il prete.—Sebbene, non vedo ancora con chi.—
E fece un mezzo sospiro per appoggiare la frase.
—Ma… con suo cugino Ruggero;—osò dire il giovinotto, facendo uno sforzo sovrumano per mettere fuori quel nome.
—Sì, sarebbe stato un buon partito per lei;—replicò Don Pietro.—IGuerri stabiliti sul Reggiano non sono così ricchi come questi delModenese, ma Ruggero ci ha il vantaggio, economicamente parlando, diesser figlio unico.
—Ecco dunque una buona occasione;—riprese Gino, con un altro sforzo, non meno doloroso del primo.
—Eh, si fa presto a dirlo, come a pensarlo;—rispose Don Pietro.—Ma per giungere al fatto, bisogna che parecchie cose si accordino; le volontà, per esempio.
—Capisco; ma se sono d'accordo i babbi….
—Questo è il primo punto, sicuramente. E l'accordo ci poteva essere, tra loro. Son cugini, i due vecchi, e per l'uno e per l'altro, con la vita che fanno, lontani dalle città, non si potrebbe sperare un'occasione migliore. Ma forse i giovani sono ancora… troppo giovani. Fiordispina, per esempio, non vuol saperne, di andare a marito.
—Lo ha dunque detto? L'hanno interrogata?
—Eh, sì, credo bene… alla larga…. Ma la risposta è stata come se fossero venuti a mezza spada.
—A mezza spada!—ripetè il conte Gino ridendo.—I miei complimenti.Don Pietro!
—Che!—esclamò il vecchio prete.—Non è ben detto?
—Ma sì, egregiamente. Notavo soltanto la militarità della frase.
—Ebbene, che c'è di strano? Perchè son prete?—rispose Don Pietro, accettando di buon grado la celia—Anche la nostra è milizia. Veda per esempio San Paolo; non ci viene rappresentato con una spada lunga tanto?—
Così scherzava a sua volta il bravo prevosto delle Vaie, e il suo interlocutore lo lasciò dire fin che volle. Contento di aver saputo ciò che gli premeva di sapere, Gino si rallegrava di aver potuto dare un nuovo giro alla conversazione, dissimulando in questo modo la curiosità, e le ragioni per cui quella curiosità poteva essergli venuta.
Quando fu di ritorno alle Vaie per l'ora del pranzo, il nostro giovanotto era così ilare in volto, che Aminta gli domandò ridendo se avesse avuto notizie da Modena.
—Che idea!—esclamò Gino.—C'è bisogno di notizie della città, per esser contenti in montagna?
—Scusami;—disse Aminta.—Da tre giorni eri così rannuvolato!
—Anche il monte Cimone lo era;—rispose Gino;—e vedilo oggi, come rosseggia al sole!
—Vai dunque coll'atmosfera?
—L'uomo è un barometro che cammina, mio caro. Io segno bel tempo, quest'oggi.
—Ah, meglio così, e rimani al bello stabile;—replicò Aminta.—Eccoti frattanto una lettera, che potrà giovare all'uopo.
—Lo credi?—mormorò Gino, prendendo la lettera dalle mani di Aminta.—Quando non si desidera di saper nulla di ciò che avviene lontano da noi, una lettera è sempre una noia.
—Prendila allora come correttivo, e non dolerti col messaggero, perchè l'ho portata io.
—Dove l'hai presa?
—A Pievepelago, dove sono andato stamane. Me l'ha consegnata un servitore, che domandava appunto all'albergatore delFalco realese ci fosse qualcheduno per rimettere una lettera al conte Malatesti, a Querciola. L'albergatore, che mi aveva veduto passare poco prima davanti alla sua insegna, mi venne a cercare, e il servitore mi consegnò la lettera, mentre i suoi padroni aspettavano di far cambiare i cavalli.
—I suoi padroni!—ripetè Gino.—Chi saranno costoro?
—Non saprei dirti, M'è parso di vedere un signore vecchiotto e grassotto, con la barba bianca, tagliata a ghirlanda, e una signora bionda, con una ragazza bionda come lei. Del resto, leggi la lettera, e capirai più che io non ti possa dire, nella mia ignoranza.
—Hai ragione;—balbettò Gino, che aveva già capito più che non dicesse e non credesse di dirgli l'amico.—Ma leggerò più tardi.—
E stava per mettere la lettera in tasca, fingendo una tranquillità che non aveva.
—Se si trattiene per noi, ha torto;—disse la signora Angelica.—Legga pure liberamente. Tanto, non è ancor l'ora di metterci a tavola.—
Gino s'inchinò, ed obbedì, aprendo la lettera. Aveva già data un'occhiatina alla soprascritta, e riconosciuto il carattere di Giuseppe.
A voi parrà che ciò dovesse calmarlo un pochino. Ma no, signori; ciò accresceva i suoi dubbi e le sue ansietà. Perchè mai una lettera del suo servo Giuseppe gli era portata da così strani viaggiatori? Perchè mai veniva a battere da quelle parti la signora bionda, che Aminta aveva veduta, con una figlia bionda come lei? Di signore bionde con figlie egualmente bionde, se ne danno sicuramente parecchie migliaia, nel mondo, e la città di Modena, per la sua parte, poteva averne anche un paio; ma a farlo apposta, quella lì era accompagnata da un signore vecchiotto e grassotto, con la barba bianca tagliata a ghirlanda. Se quelli non erano i Baldovini, bisognava dire che la natura si fosse compiaciuta a fabbricare dei doppi, nelle sue combinazioni ternarie.
Il conte Gino represse un sospiro e si ritirò nel vano di una finestra, in apparenza per aver più luce, nel fatto per nascondere il viso, mentre leggeva la lettera.
Giuseppe diceva poco di veramente importante. Incominciava narrando che tutti, in casa Malatesti, godevano buona salute, secondo l'uso. Seguitava raccontando che a Modena si erano fatte sei rappresentazioni dellaLuciae dellaSonnambula, scambio di quattro che avevano annunziate; che la società elegante era andata in visibilio per la celebre Venturoli; che i giovanotti l'avevano accompagnata l'ultima sera a casa con le fiaccole; che le signore le avevano offerta una cena sontuosa; che tutti, infine, erano diventati pazzi per la cantante. Nient'altro, per allora; ma il poscritto era importantissimo, nella semplicità del racconto, poichè spiegava a Gino in che modo quella lettera doveva essergli ricapitata.—«Le scrivo (diceva Giuseppe) approfittando di un'occasione favorevole. Severino, il cameriere dei signori Baldovini, accompagna i suoi padroni ai bagni di Lucca, dove la signora marchesa passerà l'estate, mentre il signor marchese andrà fino a Firenze, per vedere i suoi amici Geroglifici. Non so se scrivo bene il nome, e Lei mi perdonerà se ho fallato. Son quelli che studiano per la coltivazione dei campi.»—