Chapter 4

Qui il nostro lettore diede in uno scroscio di risa.

—Ah, vedi?—gridò Aminta.—Non era poi una lettera che dovesse rattristarti.

—No davvero;—disse Gino.—È il mio servitore che mi scrive. Indovina un po' come chiama i Georgofili!

—Non saprei;—rispose Aminta.—Garofani?

—No, sarebbe troppo facile. È andato a cercare la variante più strana; ha scritto Geroglifici!—

Qui, insieme con Aminta, risero di cuore tutti i presenti. Gino, rasserenato, mandò uno sguardo a Fiordispina, che andava e veniva per la stanza, anch'ella sorridente e felice. Divino sorriso! Come s'illuminava per lui, quel sorriso, di tutte le liete notizie che gli aveva date Don Pietro! Il cugino Ruggero, l'Ercole adolescente, era partito per sempre; era un pretendente fallito, un'ombra dileguata. Ed anche per Gino Malatesti un'ombra era passata, alle falde del Cimone, ma per andarsi a dileguare nella val di Nievole.

Per altro, pensandoci bene, era stato un grande amore, quello della marchesa Polissena! E un grande rammarico era stato il suo, per l'esilio di Gino Malatesti da Modena! Bel modo, poi, di passargli daccanto, senza fermarsi mezz'ora, senza pur chiedere se fosse morto o vivo! Vedete un po' che strano contrasto, e un mese dopo i più terribili ardori, dopo i più solenni giuramenti di un amore eterno! Si sa, di eterno non c'è che la nostra sciocchezza, nel mondo; ma si vorrebbe almeno che certi aggettivi, come sono usati sinceramente, a significare la forza della passione, così non fossero dimenticati troppo presto. Non si salvano dunque neppure le apparenze? Morta la virtù, non c'è neanche più ipocrisia? Ecco qua la bella e ardente Polissena della fuga di Torino, che passava tranquillamente in vettura di posta da Pievepelago, vedendo lassù, dalla parte del Cimone, biancheggiare a mezza costa le case di Querciola, e non aveva nemmeno un pensiero per il povero confinato. Un servitore della signora marchesa poteva avere in tasca una lettera per Gino Malatesti, e ricordarsi di consegnarla a qualcheduno, che gliela facesse ricapitare. Lei, frattanto, passava di là, biondamente obliosa, per andarsene ai bagni di Lucca, alle conversazioni, alle passeggiate, ai concerti. Strana combinazione, se Gino avesse quel giorno accompagnato Aminta, come gli accadeva qualche volta di fare! Che incontro sarebbe stato quello! Ah, davvero, l'aveva scappata bella; e pensava, non senza un leggero brivido, che non è prudente andare a diporto sulle strade maestre.

Meditò su queste cose il tempo strettamente necessario a mettere in chiaro la bella serenità di spirito della marchesa Polissena; poi diede una crollatina di spalle. Filosofia, son queste le tue consolazioni.

Ma sì, ragazzi miei belli, che navigate tra due acque, che vi cullate tra due amori, l'uno dei quali è già nato, e l'altro non è morto ancora, queste lezioni vi toccano. Credete di essere necessarii, e già si pensa a voi, come si penserebbe al Gran Turco.

Andiamo al fondo, per altro; andiamo al fondo delle cose. Non era meglio così? Amava egli forse più la marchesa Polissena? Non aveva detto egli stesso, facendo il suo esame di coscienza, che il suo sentimento per lei era tutt'altra cosa da quello che provava per la fanciulla dei Guerri?

Si dirà che queste son distinzioni troppo sottili, ed anche arbitrarie, mentre la diversità di un amore da un altro dipende al più al più dalla diversità dell'oggetto. Ma io, se permettete, entro più che nei panni, nel cuore del personaggio; trovo che egli pensava così, come ho avuto l'onore di dirvi; so che era in buona fede, pensando così, e non domando di più. Finalmente, se la casuistica esiste, è segno, che risponde, o rispondeva da principio, ad un bisogno dell'animo umano.

Comunque fosse del suo primo e del suo secondo amore, Gino Malatesti si sentiva libero di cuore e di spirito, tanto che gli pareva di essersi levato un gran peso di sullo stomaco. Anche Fiordispina era libera, e la notizia, avuta nel medesimo giorno che si sentiva libero lui, gli parve di buon augurio. Non Polissene di qua, non Ruggeri di là, per far ombra alla scena; il cuore di Gino Malatesti brillava, sgombro di nebbia importuna, come la vetta rosea del Cimone sul sereno azzurro dei cieli.

O fanciulla dei Guerri, come foste felice quella sera anche voi, vedendo così lieto l'ospite del vostro buon padre! Da parecchi giorni egli non lo era più, e la cosa vi aveva profondamente turbata. Una sua parola acerba era venuta ad illuminarvi la mente; ma che ne potevate voi, se in casa di vostro padre c'era un ospite di troppo? Del resto, ilare come allora, il conte Gino Malatesti non lo era stato mai, dacchè il destino lo aveva sbalestrato alle Vaie. Sempre, anche nelle ore più confidenti, una piccola nube gli oscurava la fronte, e dietro a quella nube s'indovinava un triste pensiero appiattato: forse la sua città natale abbandonata, forse i parenti lontani, forse le care consuetudini interrotte, mutate violentemente da un decreto ducale. Ma che importava più di guardare il passato? Per allora il conte Gino rideva; per la prima volta appariva felice; il suo occhio era così limpido, che si sarebbe giurato di potergli leggere in fondo all'anima i più riposti pensieri.

Così pareva a lei, fanciulla intelligente, ma inesperta della vita. Se si fosse guardato nel fondo di quell'anima, si sarebbe veduto ancora un po' di torbido. Anche nel fondo di un ruscello, talvolta, si giurerebbe di non trovare che sabbia tersa e lucente. Ma chi stende la mano, raccatta sempre con la rena un po' di fango. I detriti della riva, depositati nell'alveo, non turbano la limpidezza delle acque; ma a patto di non rimestarle troppo.

Quel giorno, contento il signor Gino, erano contenti tutti, e si ciarlò più allegramente del solito nell'intima conversazione dei Guerri. Don Pietro, capitato sull'ora del caffè, domandò perchè non si fosse ancora pensato a fare qualche bella gita nei dintorni, al monte Cimone, al Cimoncino, a Bismantova, all'alpe di San Pellegrino. E il lago della Ninfa! Perchè non si andava a visitare il lago della Ninfa, per vedere la bella dai capegli biondi, tramutata in sasso?

Gino non aveva una grande curiosità di veder belle dai capegli biondi, dopo la triste esperienza che gli pareva di aver fatta di una fra queste. Ma una bella tramutata in pietra è sempre uno spettacolo degno di esser veduto, non foss'altro per riscontrare se la finezza dei lineamenti duri inalterata nella nuova sostanza. Il nome di Ninfa, poi, lo colpì più del color dei capegli e del tramutamento in sasso.

—Che storia è questa?—diss'egli.—Forse un avanzo dell'antica mitologia?

—Non saprei dirle, signor conte;—rispose Don Pietro.—Si dice la Ninfa, e potrebbe dirsi la Fata, la Sirena, l'Ondina, od altro di consimile, perchè son tutte forme diaboliche della stessa famiglia.

—Ma c'è una leggenda?—riprese Gino.

—Sicuro, ed eccola qua. Un giorno (Ella non mi domandi il mese e l'anno, perchè non glieli saprei dire) un giorno avvenne ad un cacciatore di passare tra i faggi, inseguendo una cerva, sulle rive del lago. Dall'altra parte, dove mancavano gli alberi e sorgeva in quella vece un picco aguzzo a mo' di scogliera, vide una bellissima figura di donna, che pareva una bagnante, escita allora dall'acqua, e in atto di rasciugare al sole la sua capigliatura bionda. Il cacciatore rimase estatico ad ammirarla; il che, per dirglielo così di passata, diede tempo alla cerva di mettersi in salvo. Quanto rimanesse egli in contemplazione non so, perchè la leggenda non lo dice; il fatto sta che quando egli fece per avvicinarsi alla bella figura, costeggiando la riva del lago, trovò un canaletto d'acqua, e in fondo al canaletto un roveto così fitto, che non ci fu verso di passare dall'altra parte. Quando ritornò al suo posto primitivo per rivedere la bella, un velo di nebbia si era levato dal lago; fors'anche l'oscurità della sera aveva calato quel velo dall'alto, e il cacciatore non vide più nulla. Ma la bella apparizione gli era rimasta impressa, come scolpita nel cuore. Domandò di quella bagnante ai carbonai che lavoravano nella valle, ai pastori che passavano i mesi della buona stagione sul monte, poco sopra il lago, e tutti a gara gli dissero:—Non ci tornate, bel cacciatore; è la Ninfa del lago, che si pettina al sole i capegli d'oro. Guai a voi, se v'innamorate di lei. Ella getta un fascino sui giovani e li conduce a morire.—A morire! Di che?—Di crepacuore, per non potersi avvicinare a lei. Lo scoglio su cui va a sedersi è alto, e non c'è modo di giungervi, costeggiando la riva. Quanto al gittarsi a nuoto, non c'è neanche da pensarci, perchè il lago è senza fondo, e nel bel mezzo ci ha un vortice, che v'inghiotte ogni cosa.—

Qui il narratore prese fiato e fece un sorrisetto al suo uditore.

—È vero questo?—domandò Gino, che non aveva perduto una sillaba.

—Che il lago della Ninfa è senza fondo?—disse Don Pietro.—Non voglio crederlo. Che c'è un vortice in mezzo? Non appare, ch'io sappia, da nessun movimento della superficie. È voce antica, e si ripete da tutti i nostri montanari; ecco tutto.

—Ma nessuno si è arrisicato nel mezzo del lago?

—L'acqua è molto fredda, e le salamandre che abbondano alla riva, tanto che se ne trova una sotto ogni sasso, rendono poco piacevole entrarci a piè nudo. Del resto, a recarsi nel mezzo del lago, sarebbe necessaria una barca. C'era il signor Francesco Guerri, nostro degnissimo amico qui presente, che aveva promesso di mettere lassù un burchiello; ma credo che ciò sarà nella settimana dei tre giovedì.

—Bella stima che si fa delle mie parole!—disse il signor Francesco, ridendo.—Sappia Lei, uomo di poca fede, che io non ho dimenticato nulla, e che il burchiello promesso è già arrivato a Pievepelago, dov'è andato il mio Aminta a riceverlo. Domani sarà alle Vaie, e lo faremo portare, senza levarlo dal carro, fino alla Beccadella, donde, coll'aiuto di quattro ruote, e a forza di braccia, se sarà bisogno, lo manderemo su, fino alla riva del lago. È contento, ora, di avermi fatto parlare? Aspettavo che la cosa fosse condotta a buon termine, per proporre la gita al nostro ospite.

—Oh!—gridò Gino.—Sarà una vera festa per me. Ma c'è il resto della leggenda, se non erro.

—Sicuro che c'è;—rispose Don Pietro.—Ad onta di tutte le ammonizioni, il cacciatore ritornò sulle rive del lago. Da principio andava guardingo, rimaneva appiattato tra i faggi, per non turbare la quiete della Ninfa, che stava sempre rasciugando i bei capegli d'oro al sole, e cantava frattanto una canzone, di cui egli non intendeva le parole, ma coglieva benissimo la soave melodìa. Ardì avanzarsi un giorno allo scoperto, e gli parve che ella, non che turbarsi della sua presenza, gli sorridesse e gli accennasse del capo. Lo chiamava forse a sè? Il giovane innamorato tentò allora di avvicinarsi; ma c'era sempre l'ostacolo di quel canaletto così profondo, in cui si vedevano guizzare le negre salamandre attraverso alcuni tronchi di faggio che infracidivano là dentro, galleggiando a mezz'acqua. Più oltre si vedeva fitto, irto di mille punte il roveto, e di là non c'era speranza di aprirsi una via. Neanche si poteva ascendere dai fianchi della montagna fino a quella punta scogliosa che sorgeva sul lago, essendo da quella parte tutta una balza a piombo, per un'altezza spaventosa. Il lago della Ninfa, se non lo sa, è scavato in una insenatura del monte, in una specie di cratere che gli fa come una tasca sul fianco, e l'acqua della sorgente, che scaturisce da un masso più in alto, ci sta come l'acqua santa nella sua pila di marmo. Tastati inutilmente tutti i passi, l'innamorato cacciatore dovette contentarsi di guardare da lungi. Venne l'autunno, ed egli seguitò a contemplare l'amor suo; venne l'inverno, e si copersero i monti di un mantello di neve, il vento incominciò a fischiare più rumoroso tra i faggi, e la Ninfa seguitava a star là, come se non sentisse il freddo pungente dell'Appennino, sempre pettinando al sole i suoi capegli d'oro. Ed egli pure, insensibile al freddo, non badando alla neve, nè al vento gelato, poichè era caldo d'amore, sdrucciolando più e più volte sul ghiaccio del sentiero, chiudendo gli occhi al nevischio che gli flagellava la faccia, ascendeva tra i faggi fino alla conca del lago, per ammirare ogni giorno la bella incantatrice. Prodigio inaudito! Si era la Ninfa impietosita di lui? Un bel ponte di cristallo, largo quanto lo specchio delle acque, si stendeva tra lui e la scogliera inaccessibile. E la Ninfa del lago seguitava a cantare, a guardarlo, a sorridergli, ad accennargli del capo. Arrisicò un passo, poi due, verso di lei, che cantava sempre, sorrideva e accennava del capo. Corse allora più rapido, volò più leggero sulla superficie cristallina, che il nevischio veniva coprendo di piccole stelle opache. Ma ohimè! Quando il cacciatore è già a mezzo del ponte, la via trema sotto i suoi piedi, dà suono di cristallo che si spezzi. Non è più in tempo a retrocedere; una fenditura di qua, una fenditura di là, e cric! la lastra si è rotta, il cacciatore s'inabissa nel baratro. Il ponte di cristallo non era altro che una crosta di ghiaccio. Lo sventurato non fu più visto da quel giorno tra i vivi. È fama per alcuni che la Ninfa del lago scendesse a consolarlo nel fondo delle acque. Altri crede di no. La Ninfa del lago era sempre stata immobile e fredda come una pietra lassù; pietra divenne, per giustizia divina, nè più scese a bagnare il bianco piede nell'acqua.

—Stupendo!—gridò Gino, poichè Don Pietro ebbe finito.—Ed è sempre visibile lassù?

—Sì, sebbene il tempo e l'azione alterna del caldo e del gelo le abbiano un po' guastati i contorni.

—Bella storia! Meriterebbe di esser vera, e andrebbe cantata col titolo: La Ninfa di pietra.

—Da bravo, dunque!—disse il vecchio prete.—Una ballata in piena regola, e mano al Ruscelli!

—Se fossi un poeta,—rispose Gino, tentennando la testa,—non ci sarebbe bisogno di un simile aiuto. Ma non lo sono, e il rimario non basta. Quando si va?

—Anche doman l'altro, appena sia condotto lassù il burchiello;—rispose il signor Francesco.

—Doman l'altro? È domenica;—disse Don Pietro.—Io ci ho la spiegazione del Vangelo. Il dovere prima di tutto; poi la buona compagnia, i faggi, il lago e la leggenda.

—Giustissimo; sia per lunedì, allora.

—Se potrò, volentieri.

—Se non potrà, lo sapremo, e rimanderemo la gita. Nessuno ci comanda, e siamo qui tutti l'un per l'altro;—replicò il signor Francesco.

—Così va bene;—disse il prete.—Questa gita mi sarà graditissima, dopo tanti anni che non l'ho più fatta. Ho una gran voglia di provare le mie gambe. La salita dalla Beccadella al lago, se ben ricordo, è cattiva.

—Oggi più di prima;—rispose Aminta.—Ci sono passato io l'altro mese e l'ho veduta. Le pioggie di primavera hanno fatti i solchi molto profondi, e in un luogo hanno addirittura sfondato il sentiero.

—Manda una squadra d'uomini a farci due giornate di lavoro;—disse il signor Francesco al figliuolo.—Sarà tanto di guadagnato per il trasporto delLeviathan.—

Si era ai tempi, lo ricordate, che tutta Europa si dava pensiero di uno smisurato piroscafo inglese, chiamato per l'appunto il Leviathan dei mari. Oggi, il signor Francesco Guerri, se dovesse parlare del burchiello che aveva destinato al lago della Ninfa, lo paragonerebbe più volentieri alDuilio.

Così fu concertata la gita al lago, e così furono dati tutti i provvedimenti perchè riescisse ogni cosa a dovere. Noi ci siamo un po' indugiati su questi discorsi, perchè la conversazione della gente dabbene è sempre molto piacevole, anche quando gli argomenti son lievi.

La conversazione si spezzò in dialoghi, come per solito avviene, quando una brigata si muove e ognuno si dispone a riprendere il carico, dolce o molesto, delle proprie faccende. In quel punto, Gino Malatesti si ritrovò molto naturalmente daccanto a Fiordispina.

—Che bella storia ci ha raccontata Don Pietro!—diss'egli.—Non pare anche a Lei, signorina?

—Bella, quantunque assai triste;—rispose la fanciulla.—Ma ho veduto che in letteratura è quasi sempre così; il lieto fine par sempre meno artistico, ai signori scrittori.

—In una leggenda, del resto,—disse Gino,—il pauroso e il patetico son sempre di regola.

—Da bravo!—saltò su a dire Fiordispina.—La metta in versi, come Le ha consigliato Don Pietro.

—Anche Lei, signorina?

—Anch'io; perchè no?

—Quando non si è poeti!…—esclamò Gino.

—Quando non si è poeti… si diventa;—rispose la fanciulla.—Non basta una forte commozione a schiuder la vena della poesia?

—Eh! per il sentimento, capisco.

—Il sentimento è tutto, o quasi tutto;—replicò Fiordispina.

—Ma un po' d'arte non guasta, anzi è necessaria;—disse Gino.—E questa non la dà che un lungo esercizio.

—Non troppo lungo, via! Se no, consuma l'estro. Ritorniamo all'essenziale, che è la commozione.

—Perdoni, signorina; io conosco qualche cosa di meglio della commozione, per render poeta un uomo. Esempio: una preghiera sua.

—Ah!—gridò ella, inarcando le ciglia e minacciandolo col dito levato.—Il topolino bianco che fa capolino dalla sua tana!—

Il topolino bianco era il complimento. Al conte Gino era avvenuto più volte di dirne, e di graziosissimi; donde, per convenzione di discorso, il loro nome, trovato dalla fanciulla, di topolini bianchi.

—Ecco, signorina…—rispose il giovanotto, volendo giustificarsi;—il topolino bianco può ammettersi terzo fra noi, quando viene per annunziarci la verità.

—Bene, la prendo in parola;—replicò Fiordispina.—Se non è stato un complimento, il suo. Ella deve provarsi, e scrivere la ballata.

—La condanna è severa;—diss'egli.

—Ma meritata; non le pare?

—Sia;—rispose Gino, inchinandosi.—Se così vuole davvero, mi proverò. Ma poi?…

—Poi trascriverà la ballata sul mio albo.

—Sull'albo! Anche Lei, signorina, ne ha uno? E perchè non l'ho ancora veduto?

—Perchè non me ne ha chiesto, ed io non ho avuto occasione di dirgliene. Del resto, eccolo qua; era alla vista di tutti.—

Così dicendo, la fanciulla dei Guerri si accostò alla sua piccola libreria, e di mezzo a certi libri trasse un volume rilegato di marocchino, coi fermagli d'argento.

Gino prese il volume dalle mani di lei e lo aperse. Era tutto pagine bianche.

—Come?—esclamò.—Un albo vuoto?

—Sicuramente. E chi ci doveva scrivere? buono, o nulla.

—Bellissima risposta! Ma badi, signorina, vedo qui un altro topolino bianco.

—Perchè?

—Perchè Ella dice anticipatamente che le piacerà quello che ci scriverò io.

—Scriva,—rispose la fanciulla,—e non si dia pensiero d'altro.

—Ahimè!—mormorò Gino.—Debbo pure darmi pensiero di ciò che altri ci scriverà dopo di me.—

Gino aveva fatto il viso malinconico, parlando così; Fiordispina fece il viso serio, udendo quelle parole.

—Ecco,—diss'ella,—ora mi fa torto. Non ci ha scritto nessuno prima di Lei; non ci scriverà nessuno dopo. Sono montanara, signor conte, e molto ferma nei miei propositi, l'avverto. Ne dubita forse? È cattivo.

—No, no! Non sono cattivo, perchè sono felice;—rispose Gino, colto da un soave turbamento, e abbassando la voce, poichè anche a dir poco voleva parlare solamente per lei.—Se fossi cattivo, Minerva non mi assisterebbe più, nell'impresa poetica alla quale mi accingo.

—Si tratta di poesia;—disse Fiordispina.—Dovrebbe assisterlaApollo.

—No, signorina. Apollo è la forma, il metro, il ritmo, tutto ciò che vorrà, meno il pensiero. Il pensiero è Minerva…. e per me,—soggiunse Gino, additando maliziosamente una certa acconciatura di testa,—anche Minerva con l'elmo.—

L'allusione era così diretta e il gesto così comico, che Fiordispina non potè trattenersi dal ridere.

—Per un fazzoletto di seta, dir elmo è troppa!—rispose.—Ma me lo leverò, non dubiti. Portare un fazzoletto in testa, è anche un esser troppo montanara.

—No, resti così…. montanara, se montanara è, come dice Lei, una persona ferma ne' suoi propositi. Resti così, signorina, sul monte Ida.

—Oh, questo, poi!…—gridò Fiordispina,—Sull'Ida, no. Non sa lei che Minerva fu vinta, lassù?

—Per il giudizio di uno sciocco!—rispose Gino.—Crede Ella che sia tale ancor io? È cattiva Lei, ora.

—Or dunque, per non esser cattivi, ritiriamo ciò che si è detto;—replicò Fiordispina, chinando la testa con atto di comica rassegnazione.—Ma ritiri anche Lei il suo monte Ida, per carità. Non ci ho che vedere, con l'Ida, e mi attengo al nostro Cimone, tanto meno classico, ma non privo di poesia.

—Divina fanciulla!—esclamò Gino infiammato.

Ma voi siete pregati di credere, o lettori discreti, che questa esclamazione fu fatta con gli occhi. Con gli occhi, ripeto, quando essi parlano, lampeggiando l'idea, e le labbra si contentano di mormorare un suono indistinto, il suono del desiderio, della giaculatoria, della adorazione, dell'estasi, o di tutte queste cose insieme.

Capitolo VII.

Al lago della Ninfa.

Jamque dies aderat, avrebbe detto qui un poeta latino, per cavarsela con un bel trapasso alla greca. E già era venuto il gran giorno, che fu un lunedì, come sapete, destinato alla gita del lago della Ninfa, preceduta da una salita sulla vetta del Cimone.

Fino ad un certo punto era tutta una strada. Partiti verso le tre del mattino delle Vaie, i nostri viaggiatori giungevano al pian Cavallaro coi primi lumi dell'alba. Colà, per fare omaggio al nome del luogo, lasciarono le cavalcature, e dopo avere assaggiata l'acqua fresca, quasi gelida, della fonte Beccadella, presero risolutamente a salire la vetta del Cimone.

Ve l'ho già detto altrove, o non ve l'ho detto? Nel dubbio, ve lo ripeterò: l'ascensione di questo altissimo tra i vertici dell'Appennino settentrionale (duemila cento sessantacinque metri, scusate!) non offre difficoltà che all'ultimo passo, cioè nel guadagnare quel suo petroso ciglio, che è formato, dicono, dalla emersione di alcuni strati del macigno appenninico. L'ossatura del monte è in gran parte di simili strati, ai quali non piacque la posizione orizzontale, o non fu lasciata piacere da quelle cause che sapete, o che più facilmente non saprete, poichè oggi ancora si cercano. Infatti, vedete: c'è stato un tempo che tra i geologi fu una quistione indiavolata circa la crosta della Terra; chi la voleva cruda e chi cotta, e i primi erano quelli del sistema nettuniano, e gli altri del plutoniano. Vinse per un po' di tempo chi la voleva cotta; ma tra questi si manifestarono ben presto gli screzi; nacquero i dubbi e le liti sul grado di cottura. Poi tornarono a galla coloro che la volevano cruda, e si accapigliarono con quelli che la desideravan almeno un po' riscaldata a bagno maria. Questo è suppergiù lo stato presente della disputa.

Per cattivo che fosse quell'ultimo passo, le vecchie gambe di Don Pietro furono le prime a superarlo, e senza bisogno d'aiuti. Lodando lui, ridendo, offrendo la mano alle signore, si giunse in breve ora sul cono, dalla vetta spuntata, vero osservatorio alpino, che aveva forse cento metri di giro.

Nel bel mezzo di quel pianerottolo sorgeva una piccola torre. Dico che sorgeva, e sarebbe più giusto il dire che cascava a pezzi. Era stata edificata nel 1816, per servire come stazione trigonometrica agli ufficiali che delineavano la carta topografica dello Stato Estense. Non cercate più ora quella piccola torre; mezzo diroccata ai tempi del nostro racconto, crollò del tutto qualche anno dopo. Oggi è surrogata da un bel torrione, di cui gli scienziati si faranno un osservatorio e gli alpinisti potranno farsi un ricovero. Così, quando l'opera sarà inaugurata, e inaffiata spero da qualche bottiglia di lambrusco, non sarà più il caso di partirsi un giorno prima da Fanano e di passar la notte in un tugurio di pastori, ai Faggi, come toccò allo Spallanzani, per voler essere la mattina degli 11 agosto del 1789 sulla vetta del Cimone, e goderci lo spettacolo sempre maraviglioso della levata del sole. Oramai si potrà giungere sul Cimone a tutte le ore del giorno, dormire lassù, levarsi per tempissimo e godere, non che la levata del sole, tutti i preliminari della cosa: l'alzarsi della cameriera in sul bruzzico, l'aprire la finestra della cucina, sul balzo d'Oriente, lo accendere i fornelli, e il portare una tazza di caffè fumante al padrone.

Che volgarità son queste? Non c'è altro da dire sul romper dell'alba e sul levarsi del sole? Amici lettori, il mattino osservato dalla vetta di un monte è stato descritto tante volte, che in verità non si sa più come cavarsela, per rinfrescare in qualche modo il soggetto. Potrei dire con laudabile brevità: «splendido!» Ma neanche questo sarebbe nuovo, avendolo già detto il duca di Wellington, a Waterloo.

Ma lasciamo questi discorsi. Ai nostri amici delle Vaie toccò una di quelle fortune così rare sui monti, che sono le mattinate limpide tutto intorno, senza nebbie interposte fra essi e il gran giro dell'orizzonte che sembrano comandare dall'alto. Salutato il grande astro rosseggiante che si affacciava dalle vette dei monti toscani, i nostri amici si volsero intorno a veder sorgere, quasi nascere a grado a grado dalle tenebre, tingersi di bei colori e risplendere gloriosa la gran catena delle Alpi, dalle Marittime alle Retiche; biancheggiare di sotto e illuminarsi via via la grande pianura per cui correva il Po in lunga e tortuosa fascia d'argento; più oltre accennarsi in una candida sfumatura l'Adriatico, donde, percorsi rapidamente con l'occhio i dorsi dell'Appennino bolognese e del toscano, veduta Bismantova, con la sua gran faccia di sfinge supina, ma di sfinge europea che abbia il naso aquilino, era permesso di veder le Maremme verdeggianti, le rive del Tirreno e le isole dell'Arcipelago toscano, ninfe nuotanti sopra una grande distesa d'azzurro.

—Andiam, che la via lunga ne sospigne;—aveva detto ad un certo punto Don Pietro.

E obbedendo al cenno dantesco, che non era stato neppur solo, poichè si era veduto e ricordato con parole dantesche il sasso di Bismantova, la brigata si mosse per ritornare alle falde del cono, dove i cavalli aspettavano.

La fonte Beccadella si sprigionava rumorosa dal masso, scendeva copiosa tra due sponde rivestite di felci, tanto copiosa (l'osservazione è dello Spallanzani, che era un uomo pratico) da bastare a mettere in moto la ruota di un mulino. La brigata stette alquanto ad ammirare la fresca sorgente, i muschi che inverdivano i sassi, e le felci che piegavano intorno i loro ombrelli dentati, o rizzavano dignitosamente i loro pastorali dalla vetta ricurva, come se fossero altrettanti vescovi in processione. Poi, rimontati a cavallo, scesero tutti verso greco, dietro la guida di Aminta, addentrandosi in una fitta selva di abeti e di faggi. Fu un'allegra discesa, dove soli i cavalli vedevano il sentiero, mentre i cavalieri dovevano guardarsi dai rami protesi che ad ogni tratto schiaffeggiavano il viso.

Ad un certo punto, le veduta si aperse sopra una vasta conca di azzurro intenso, chiusa d'ogni parte nel verde.

—Bello!—esclamò Gino, a cui Fiordispina aveva indicata la scena.—Il suo nome?

—Non lo ha riconosciuto ancora?—domandò la fanciulla.

—Che? il lago della Ninfa?

—Per l'appunto.

—Ma….—disse Gino.—Cerco la Ninfa, e non la trovo. È tutto verde, in giro al lago.

—Ancora un po' di strada e vedrà scoprirsi da quella parte la roccia biancastra.

—Ella crede dunque, signorina, che noi non possiamo vedere niente più della nuda roccia? E la Ninfa in persona non sarà ad aspettarci?

—Ci sarà sicuramente;—rispose Fiordispina.—Non le ha detto DonPietro che è stata convertita in sasso?—

Il conte Gino seguiva con gli occhi tutte le curve graziose di quello specchio azzurro, mentre la cavalcata scendeva la costiera, in mezzo alle aste rossiccie di una macchia di abeti. Anzichè lago della Ninfa, quel volume d'acque si sarebbe potuto dir occhio; un occhio limpido e sereno, a cui erano ciglia i faggi della riva e sopracciglia le prominenze della balza; uno di quegli occhi bovini, pieni di stupore, con cui Iside, o la santa natura, contempla il cielo suo padre e ne riflette l'immagine in terra. Ahimè, nient'altro che l'immagine!

Questi occhi d'Iside, o di Giunone, o d'altra divinità che raffiguri la virtù feconda della madre terra, son comuni tra i gioghi dell'Appennino settentrionale, e sarebbe piacevolissimo ragionarne a lungo, se non si temesse di dar noia al lettore. Dal lato superiore della gran valle del Po, i laghi son tutti lunghi e vasti come la catena delle Alpi da cui prendono le acque, come i fiumi a cui debbono restituirle. Dal lato inferiore, sono meno alti i monti, meno lungo è il corso dei fiumi, le nevi durano meno sui dorsi dell'Appennino, e i laghi, quantunque più numerosi, sono infinitamente più piccoli; veri laghetti, serbatoi montanini, dai quattro agli ottocento metri di giro, formati sempre nelle alte convalli, dove in antichissimi tempi erano altrettanti ghiacciai. Sull'Appennino le nevi disciolte, ma più ancora le selve fitte, nutrono fonti vive e perenni; son queste che fanno lago, cento o dugento metri più sotto, in qualche piega del monte. Dalla parte inferiore, dov'è come il labbro della conca montana, è facile riconoscere tuttavia la mora dell'antico ghiacciaio, enorme parete di massi ammonticchiati, rivestiti di verdura e arieggianti una collina a chi li guardi dal basso. Sui fianchi del lago, un picco ignudo, una cresta scogliosa, una spina dentata di rocce, lasciano ancora indovinare gli strati di vecchio macigno terziario, che il ghiacciaio ha corrosi via via, trovandoli sul confine del suo regno. Se l'epoca glaciale fosse durata nel nostro piccolo mondo venti trenta secoli di più, certamente quelle pareti si sarebbero corrose dell'altro e sfiancate, scendendo a formare altre more di sassi sul confine del ghiacciaio medesimo, che le aveva da principio sfaldate. Ma per bontà di un cambiamento di temperatura, che ha permesso a noi di nascere (non so per qual fine e nemmeno con quanto utile nostro), quelle pareti rimangono in piedi, come segni delle antiche erosioni che han dato la forma più recente al nostro pianeta. Vogliano i cieli benigni che sia anche l'ultima.

La cavalcata era giunta al confine della macchia, donde si stendeva in dolce pendìo un tappeto erboso, un verde pulvinare, fino alla riva del lago. Qua e là il declivio era seminato di massi enormi, le cui facce scabre si vedevano chiazzate di licheni e annerite dai geli di un numero sterminato d'inverni. Un geologo ci avrebbe veduto altrettanti esemplari dei famosi massi erratici, fatti scorrere fin là sul piano inclinato del ghiacciaio, e deposti sul limite della mora. Un pittore, senza cercar tanto, avrebbe messo mano ai pennelli e si sarebbe affrettato a ritrarli, per portar via una bella impressione dal vero. Gino, che non era geologo nè pittore, si contentò di osservare. La poesia del luogo era grande, la pace incantevole, e Fiordispina, bella come una Dea, certamente più della Ninfa che fino allora aveva regnato da sola in quel verde di macchie, su quell'azzurro di lago, affascinando e traendo a morte i viandanti ignari, i cacciatori della leggenda.

Mentre egli ammirava tacendo, i suoi compagni si affollavano intorno alla barca, che i boscaiuoli di casa Guerri avevano tirata lassù a forza di braccia. Non era una barca molto grossa; era un burchiello, capace di due persone sedute e di una terza che stesse al maneggio dei remi. Ma era la prima che andasse lassù, e alla Ninfa del lago poteva parere una grande maraviglia. Doveva trovarsi male, quella povera Ninfa; il suo regno era finito; il suo recesso non avrebbe più avuto segreti, poichè era consentito di correre il lago da una riva all'altra e di giungere fino al suo letto di pietra.

La barca non era stata ancora lanciata nell'acqua. Il signor Francesco aveva ordinato che fosse tenuta sulla riva, in attesa della brigata. Don Pietro doveva benedirla, il padrino e la madrina imporle un nome. Il padrino, si capisce già, sarebbe stato l'ospite, il conte Gino Malatesti; la madrina poi… debbo dirvi anche questo? la madrina sarebbe stata la fanciulla dei Guerri.

Mentre la comitiva stava intorno al burchiello, che i boscaiuoli traevano ancor più presso alla riva perchè fosse pronto al mistico bacio delle onde, Gino guardava il masso bianchiccio, che sorgeva, bizzarramente stagliato, dall'altra parie del lago. Egli doveva cantare la Ninfa, poichè ne aveva fatto solenne promessa a Fiordispina; voleva perciò impadronirsi del soggetto. Era dunque laggiù, era quella veramente, la Ninfa del lago convertita in pietra! La vecchia balza calcarea, isolata sul fianco della montagna ed impervia, colorata dai caldi riflessi del sole mattutino, poteva benissimo aver raffigurato in altri tempi la chioma, il profilo di una faccia umana e tutto insieme il corpo di una persona sdraiata; ma via, per innamorarsene, anche da lontano, ci voleva proprio un cacciator da leggenda.

—Che cosa pensa?—gli domandò Fiordispina.

—Penso,—rispose Gino,—alla fantasia del nostro ottimo prevosto.Egli è Pietro, e su quella pietra ha edificata una graziosa leggenda.Mi dica lei, signorina, ora che ha quel bizzarro profilo sott'occhio.Le par proprio quella una figura da innamorarsene a prima vista?

—È di sasso,—replicò la fanciulla,—e chi sa quanti sconcerti atmosferici hanno lavorato a guastarle il profilo! Povera ninfa del lago! Ci vuole sicuramente uno sforzo di volontà, per ricostruirne i contorni. Ma noi, fra cent'anni,—soggiunse la fanciulla, sospirando,—saremo più riconoscibili di lei?

—È un pensiero filosofico, signorina;—disse Gino;—ed anche molto pietoso per quella povera morta. Ma non basta a salvarla; ne conviene?—

La fanciulla non ebbe tempo a rispondere.

—Venite qua, Fiordispina;—gridò in quel punto il vecchio prevosto.—Ed anche Lei, signor conte. I due più giovani della brigata si stringano intorno al più vecchio. Così! E tutti gli altri in giro, perchè siamo al momento solenne. Che nome vogliamo noi dare a questo burchiello?

—Dica Lei, signor conte;—mormorò Fiordispina, a cui era rivolto il discorso di Don Pietro.

—Non l'oserò mai;—disse Gino, che avrebbe dato volentieri il nome della fanciulla.

—Bene, vedrò dunque io d'interpretare il suo pensiero;—risposeFiordispina.—Facciamo una cosa alta, non è vero?

—Siamo in alto per questo;—disse Don Pietro. Fiordispina, allora, si accostò al vecchio prete e gli susurrò una parola all'orecchio.

Don Pietro si scosse, sospirò, levò gli occhi al cielo, come per chiamarlo testimone ed auspice di un voto del cuor suo; poi, con atto paterno, baciò in fronte la fanciulla.

—Che tu sia benedetta,—diss'egli,—come io benedico nel nome di Dio questa fragile barca. Va,—soggiunse allora, sospingendo il burchiello,—va nel nome d'Italia, che Fiordispina Guerri t'ha imposto, e conduci le sue fortune all'altra riva, alla meta sospirata dei nostri cuori.—

La scena, piccola com'era, aveva una grandezza semplice, una solennità commovente.

—Italia!—gridarono tutti.—Viva l'Italia!—

—Così l'avete chiamata?—mormorò Gino, volgendosi alla fanciulla, e dimenticando in quel punto le forme cerimoniose di discorso che aveva sempre usate con lei.

—Non è il vostro sospiro, conte?—diss'ella di rimando.—E non siete qui per amor suo?—

Così, senza lunghi discorsi, che non era il caso, senza bandiere, che non ce n'erano di pronte, ma con grande effusione di cuori, fu lanciata sulle acque l'Italia. Illustre signor commissario, e voi non eravate là per riferire del fatto!

Il conte Gino, preso da un impeto subitaneo, era saltato dentro il burchiello, e di là porgeva la mano a Fiordispina. La bella montanara, presa la mano del conte, balzò ardita e leggiera sul capo di banda, prima che alcuno pensasse a trattenerla, o a sostenerla nel salto.

—Che fate?—gridò la signora Angelica.

—Non vede, signora?—disse Gino.—Andiamo alla meta.—

E afferrava i remi, per adattarli sugli scalmi.

—Aspettino almeno che venga un uomo con loro;——disse il signorFrancesco.—Aminta, entra anche tu nel burchiello.

—Crede al vortice, Lei?—chiese Don Pietro al vecchio Guerri.

—No, davvero; ma sono due giovani, e un po' d'esperienza….

—Li lasci andare, sor Francesco. È un viaggio che tocca ai giovani.

—Non temer nulla, del resto;—disse Aminta a suo padre.—Noi andremo lungo la riva, tenendo la fune.—

Il pensiero di Aminta parve buono al vecchio Guerri. Il lago, di forma elittica, non misurava che trecento metri nella sua maggiore larghezza, e la fune legata alla poppa, quando gli uomini che ne tenevano il capo andassero lungo la riva seguitando il corso della barca, poteva bastare per accompagnarla fino al piede della balza, obbligando all'uopo il rematore a piegare da un lato, anzichè a tenersi nel mezzo del lago.

Gino, allegro e superbo della sua piccola audacia, vogava arditamente, contemplando la fanciulla, che stava seduta a poppa, con una mano penzoloni fuori del capo di banda, sfiorando l'acqua fresca col sommo delle dita e segnando lo specchio azzurro d'una piccola striscia d'argento.

—Voi siete Minerva, o la saviezza incarnata;—disse Gino alla fanciulla.—Così fossi io Achille, per obbedirvi e giungere sotto il vostro patrocinio alla vittoria sperata!

—Sì, se non ci fossero altri pericoli che questo!—esclamò Fiordispina ridendo.—Ma per l'impresa a cui alludete, signor Gino, se anche io fossi Minerva, ci vorrebbe un Ulisse.

—E vada per Ulisse;—replicò Gino.—Siamo in acqua, di fatti, ed egli ne corse molta, con l'aiuto della Dea.—

La fanciulla sorrise, ma non rispose più altro. Pensava ella a tutte le avventure dell'eroe itacense? e alla lunga solitudine della casta Penelope?

Frattanto, il suo mite sorriso correva sulle acque, illuminando quella pace profonda, meglio che non facessero i raggi obbliqui del sole, penetrando a lunghi sprazzi dorati tra i faggi e gli abeti, lunga e fitta selva di lance vigilanti, ond'erano contornate e chiuse le verdi rive del lago.

—Eccolo, il famoso vortice!—disse Gino, mentre il burchiello sotto l'impulso dei remi giungeva quasi a rasentare il centro dello specchio azzurro.—Vedete che tranquillità d'acque!

—Mio fratello crede più di voi alla voce popolare;—rispose la fanciulla.—Egli ci tira insensibilmente da un lato e non ci lascia andar sopra al punto pericoloso.

—Ma ci permette di vederci dentro;—replicò Gino. Guardate là, come si distingue il fondo. Ci saranno sei metri d'acqua, a far molto.

—Avete ragione; le cose vedute da vicino pèrdono assai del loro carattere pauroso. Anche la ninfa del lago dà meno illusione agli occhi, quanto più ci accostiamo al suo trono di pietra. L'unica cosa che le rimanga è la sua capigliatura dorata. Infatti, al raggio del sole, la vetta dello scoglio par bionda. Non amate il biondo, voi, signor Gino?

—Sia il colore delle donne di pietra;—rispose il giovane, senza pure voltarsi sui remi a guardar la scogliera.—La donna vera, la donna vivente, sia ala di corvo… come voi.

—Ahi—gridò Fiordispina.—Il topolino bianco!…

—E vi dispiace, signorina? Qui almeno dovrebbe essere tollerato. Credete che sia mai stato detto un complimento, in questo punto del globo?

—No, davvero; è la prima volta di certo. Accettiamolo dunque. Ma se quella bionda vi sente, povera la nostra barchetta!

—A proposito!—disse Gino.—Mi fate pensare che bisogna tener d'occhio la riva.—

Così dicendo, si volse, e levatosi in piedi vogò con la faccia rivolta alla sponda. La balza, dalla parte del lago, offriva agli occhi uno scoscendimento di sassi, di lastroni sfaldati, che ingombravano il lido. Quello era un vantaggio per la barca, che poteva accostarsi, senza toccare con la chiglia il terreno, ed offrire un più facile approdo ai nostri due viaggiatori. Il conte Gino rallentò la voga, per non urtare nei lastroni sporgenti; e quando venne a rasentarli con la prora, fu lesto a disarmare i remi, per saltar subito a riva. Di là, trattenendo con una mano il piccolo legno, tese l'altra a Fiordispina, che lo imitò prontamente.

—Terra! terra!—gridò Gino alla comitiva, che dalla sponda opposta aveva seguito con gli occhi il viaggio dei due giovani argonauti.—Aminta, tira il burchiello a te, e seguici sull'intentato pelago.

—Con poco rischio, oramai;—rispose Aminta, mentre lavorava con la squadra dei boscaiuoli a tirare la fune.

Lasciamo che la barca ritorni indietro, rasentando la scogliera, e seguiamo i due giovani. Gino aveva presa la fanciulla per mano e la conduceva di sasso in sasso fino al piede della balza. La ninfa del lago era là, supina sul guanciale di pietra, ma ohimè, come aveva già detto Fiordispina, non più riconoscibile.

—Siete qui, affascinatrice leggendaria?—diss'egli, accostandosi al sasso.—Vi tocchiamo, finalmente, e come il vortice non ci ha inghiottiti, così le vostre bellezze non ci faranno smarrire la ragione. La cosa, del resto, sarebbe stata impossibile, qualunque fosse il poter vostro. Vedete questa gentile fanciulla? Orbene, sappiate, vo' dirvi una cosa all'orecchio, com'ella dianzi ne ha bisbigliato una a Don Pietro.—

E si accostò al masso, mormorando parole indistinte.

—Ecco!—esclamò Fiordispina.—La Ninfa non è cortese come Don Pietro, che ripetè ad alta voce ciò che io gli avevo bisbigliato all'orecchio.

—La Ninfa è di pietra;—rispose Gino.—Se fosse viva, e se potesse parlare, ripeterebbe che io vi amo. Ecco una cosa che non è mai stata detta qui. Vi dispiace, signorina?—soggiunse egli, vedendo che la fanciulla si era turbata.—Son io stato troppo audace e vi ho offesa con le mie pronte parole? Perdonate, Fiordispina! Non è sempre dato tacere quello che si ha nel cuore. Il mio è pieno di voi.

—Non ho da perdonarvi nulla;—rispose Fiordispina, abbandonandogli con atto confidente la mano ch'egli aveva afferrata.—Siete sincero, e la sincerità è una bella cosa, che deve piacere ad ognuno. Ma dite, signor Gino, avete voi pensato… a tutto?

—Tutto!…—diss'egli, perplesso.—Tutto… siete voi, oggi.

—Oggi!—ripetè la fanciulla, crollando mestamente il capo.—Son io, l'oggi, e siete voi, Gino. Ma il domani! Il domani è la vostra famiglia, che vi richiama. Il domani è il conte Jacopo, vostro padre, la cui volontà dovreste consultare… e rispettare.—

Gino rimase un istante sopra di sè.

—Mi fate pensare,—diss'egli poscia,—che dovevo parlar prima al vostro. Correggerò l'errore, non dubitate.

—No, non lo fate!—gridò la fanciulla.—Io non vi domanderò di leggere meglio nel vostro cuore, perchè vi offenderei, parlandovi così. Vi domanderò invece di essere ben certo di ciò che vostro padre potrebbe consentirvi, negarvi. Ho pensato molto a queste cose, sapete? Ci ho pensato lungamente, e da gran tempo. Io, signor conte, vi ho amato fin dal primo giorno che vi ho veduto. Non so se queste cose si debbano dire; ma voi attribuirete la mia sincerità alla inesperienza degli usi del mondo. Per me, eravate infelice, condannato a vivere tra questi monti, lontano da casa vostra e da tutte le vostre cose più care. Dovevano venire a voi tutti i cuori, per medicare le ferite vostre, per farvi dimenticare le amarezze della vita. Era naturale che io vi amassi, conte Gino; dirò di più, era fatale. Ma quando mi sono avveduta che anche voi mi amavate,—e qui, la voce della fanciulla fu quasi per ispegnersi in un singhiozzo,—allora ho incominciato a tremare. Che avverrà? ho detto allora a me stessa. Che avverrà? vi ripeto oggi ancora. Per me, conte Gino, io non lo so, non oso cercarlo. C'è buio, nel futuro, ed ho paura di andare innanzi, perchè temo di trovarci un gran vuoto, un terribile vuoto.

—Qual pensiero!—esclamò Gino.—Perchè questi timori? Non avete voi fede in me? Non l'ho io meritata?

—Ho fede in voi;—rispose la fanciulla.—Ma su di voi, su di me, su di noi tutti è il destino. Ho pensato molto, vi dicevo poc'anzi. Qui si pensa molto, quando si pensa; nulla ci distrae, nulla turba il quieto ed assiduo lavoro dello spirito; nessun pensiero, nessun affetto si diffonde o si perde; si raccolgono, si fortificano tutti nel profondo dell'anima. Che voi abbiate dei doveri, lo so; che abbiano a cozzare con le inclinazioni del vostro cuore, lo prevedo. L'idea che vi ha meritato il confine, non è sicuramente un'idea leggiera, se ad essa avete sacrificati gli affetti della famiglia e le consuetudini della vita. Chi sa quali altri sacrifizi non vorrà essa da voi? La patria, Gino Malatesti, sta sopra ad ogni cosa. Avete un bel nome; i vostri padri, prima di essere gentiluomini di corte, furono soldati, e sperarono tutti di collegare il loro nome al ricordo di qualche utile impresa; italiani di nascita, furono certamente italiani di pensiero, ed anche servendo a barbari, a predatori, ad avventurieri fortunati, si dolsero di veder correre la patria loro da tanti ladroni stranieri. Sventurati nell'esito delle loro fatiche, non vi hanno lasciata una patria rifatta, gloriosa e felice; ma hanno potuto lasciarvi un titolo ed una corona, come obbligo e incitamento a proseguire un'opera grande, da essi intravveduta, da essi vagheggiata. Per qual ragione ci sarebbero dei nobili, in un paese, se non fosse per dare l'esempio alle turbe? Lo stemma e la corona non furono inventati, che io creda, per dare un bel rilievo ai suggelli delle lettere, o per adornare gli sportelli delle carrozze, ma per offrire un segno di collegamento nella battaglia. Oggi, poi, tutti coloro che hanno potuto nutrir meglio lo spirito, hanno l'obbligo sacro di trovarsi ai primi posti, per l'ora delle prove solenni. Voi non credete già che l'Italia poserà sempre sotto lo scettro, o sotto il bastone dei suoi sette signori. C'è chi veglia e lavora a destarla. Forse lo scoppio dell'ira è vicino.

—Non tanto,—replicò Gino,—non tanto da impedire che voi portiate il mio nome. Sarò più forte, nell'ora delle prove, se voi sarete la contessa Malatesti.—

Fiordispina chiuse gli occhi, come per non vedere l'altezza a cui egli voleva trascinarla con sè.

—Bella cosa!—mormorò ella, dopo un istante di pausa.—La mia mano nella vostra; la vostra fede suggellata nella mia! Ma è forse un sogno. Vostro padre vorrà? Non dovrete combattere? E un combattimento di questo genere non porterà obblighi di molta delicatezza, e per voi e per me? Pensate anche alla mia famiglia, conte Gino. Ci chiamano i re della montagna, ed abbiamo il nostro orgoglio anche noi, sotto la semplicità dei nostri costumi. Noi non dobbiamo e non vogliamo sapere che il conte Jacopo Malatesti possa aver ricusata per un giorno, per un'ora, l'alleanza dei Guerri. Il carico della battaglia sarà tutto per voi. Potrete sostenerlo? Dio lo voglia, come io lo desidero. Ma se è troppo grave rinunziateci.

—Perdonate!—interruppe Gino.—Quali difficoltà immaginate voi ora?Perchè mio padre non dovrebbe volere? Se egli vi vede, Fiordispina….

—Ecco, voi ne trovate un'altra, di difficoltà;—replicò la fanciulla.—Vostro padre dovrebbe ancora vedermi. La cosa è più lontana che non vi sembri, accennandola. Gino, ve ne prego! Nessuna leggerezza, in un così grave argomento! Con l'amore e con l'onore non si scherza, e voi stesso, voi cavaliere perfetto, potreste insegnarlo ad una povera montanara come son io. Pensate a me, qualunque cosa avvenga di noi. Giuratemelo, e questo mi basterà, perchè il vostro giuramento sarà quello di un uomo leale.

—A voi lo giuro e al cielo che ci vede;—disse Gino.—Il mio cuore è vostro; siete voi l'amor mio. E voi, Fiordispina?…

—Non chiedete di me;—rispose ella, con accento di nobile alterezza.—Voi avete forse già amato, signor conte. Io non ho amato mai, e vivrò di questo amore per sempre. Con queste poche parole io vi ho detto ogni cosa. O la felicità con voi, o la infelicità per tutta la vita.—

Il burchiello si accostava alla scogliera, portando il fratello diFiordispina.

—Ebbene?—gridò Aminta.—Non venite a darmi il benvenuto nella vostra isola?—

Gino accorse, stese la mano ad Aminta, lo abbracciò stretto e lo baciò su ambedue le guance. Era anche la sua risposta alle ultime parole di Fiordispina.

—Dov'è questa Ninfa, che io non la vedo?—disse Aminta, volgendo gli occhi al sommo della balza.

—Eccola!—disse Gino, indicando Fiordispina.

La fanciulla era seduta sul masso, e la sua bella testa di Minerva Glaucopide spiccava con la precisione di un antico cammèo sul fondo azzurro del cielo.

—Vada per il complimento!—rispose Aminta, ridendo.—Ma non ha i capegli d'oro, che ci ha promessi Don Pietro.

—In pochi minuti tutto ciò è stato cambiato;—disse Gino.—Adesso la Ninfa li ha neri come ala di corvo. Aggiungi che non affascina più i cacciatori, ma dà eccellenti consigli agli ospiti di casa Guerri. Sai di che cosa abbiamo parlato, aspettandoti?

—Dell'Italia, ne son certo;—rispose Aminta.—Mia sorella non pensa ad altro, non vede altro, e noi salutiamo in lei una Romana antica.

—È troppo poco;—disse Gino.—Permettimi di credere che se fossero state così le Romane antiche, Roma comanderebbe ancora alle genti.

—Hai sentito, Fiordispina?

—Sì;—rispose la fanciulla, dall'alto.

—E ti pare?…

—Che il conte Malatesti abbia ragione. Prendiamo senza finta modestia quel che ci viene. Non è il valore, non è l'altezza della mente, che mi regala il nostro ospite, riconoscendo in me l'amore della patria. Oggi il culto dell'Italia nel segreto delle nostre case, o sulla vetta dei monti, lontano dal sospetto dei tiranni e dall'orecchio dei delatori; domani l'impeto della rivolta, il riconoscimento e l'alleanza delle libere volontà alla luce del sole. Ma allora voi combatterete, e noi pregheremo.—

Gino era in estasi, e taceva, come tutti gli estatici. Aminta, che non aveva le sue ragioni per rimanere a bocca aperta, ma che aveva pur sentito profondamente il discorso di sua sorella, stette un momento sopra di sè, poi scosse la testa con atto risoluto, e rispose:

—Combatteremo!—

Proferì quella parola, come se avesse giurato. Il conte Gino, scosso a sua volta da quell'accento solenne, prese la mano di Aminta e la strinse fortemente, associandosi al giuramento.

Il resto della giornata non si racconta. La scampagnata fu gaia, piacevole, amena, con momenti di grato riposo alternati da scoppi di pazza ilarità, con aliti di frescura che rianimavano gli spiriti, con ondate di tepore che scaldavano il cuore. Infatti, c'è questa sequela di sensazioni materiali in tutte le gioie intense, in tutte le belle riunioni e scorribande all'aperto, dove la natura è scena, e i nostri pensieri si effondono senza timore o sospetto.

Quella sera, appena giunto co' suoi ospiti alle Vaie, il conte Gino volle ritornarsene al suo eremo di Querciola. Sentiva il bisogno di raccogliersi, di meditare, di assaporare la sua felicità.

Nell'atto di separarsi da Aminta, che secondo il solito lo aveva accompagnato un tratto, sul limitare del bosco, Gino disse all'amico.

—Ti ho chiamato fratello, e vorrei esserlo davvero.

—Grazie!—rispose Aminta.—Questo sarebbe anche il mio desiderio.

—Amo tua sorella;—rispose Gino, chinandosi sulla sella e parlando a bassa voce, come se temesse di farsi udire dagli alberi della foresta.

—Oh, il gran segreto!—esclamò Aminta, ridendo.

—Come? Già lo sapevi?

—Me n'ero avveduto da un pezzo. Sfido io, a non avvedersene! Credo che lo sappiano a quest'ora tutti i sassi della montagna.

—E dimmi….—ripigliò Gino.—La cosa non dispiace a te?

—No, davvero. Sei un uomo leale e la mia mano stringe volentieri la tua. Conte Gino Malatesti….

—Non parlar, di contea, te ne prego!—interruppe Gino, turbato.—Vorrei che i re della montagna non isgradissero la mia alleanza.

—Ebbene,—rispose Aminta,—se tu mi avessi lasciato finire, non avresti da domandarmelo ancora. Volevo dirti per l'appunto questo, con tutta la solennità possibile ed immaginabile. Conte Gino Malatesti, i re della montagna in questa stretta di mano ti accettano.—

Capitolo VIII.

La marchesa Polissena.

Fu una gran luce, quella notte, nella solitaria cameretta di Querciola. Si narra che una gran luce sfolgorasse pure da una capanna di Betleem, dove era nato il nuovo signore dell'universo. Meglio di tanti re della terra, quel nuovo nato doveva regnare con l'amore; ed era l'amore, non altro che l'amore, quello che diffondeva la gran luce improvvisa fra le tenebre del mondo.

Fiordispina lo amava! Fiordispina glielo aveva confessato! Come? Egli avrebbe voluto rammentar le parole, ad una ad una, e per che modo, per quale artifizio di trapassi, anch'egli fosse venuto al punto di manifestarle i suoi sentimenti più intimi. Ma era proprio vero che aveva parlato? Proprio vero che la fanciulla dei Guerri aveva accolto benignamente l'amor suo? Accade sempre così, quando si vuol ricordare in che modo si è palesata questa gran fiamma del cuore, e non si riesce a trovare come si sia dichiarato l'amore, in quella stessa guisa che il più delle volte non si sa come sia nato. Egli sapeva almeno come fosse nato quello di Fiordispina.—«Vi ho amato dal primo giorno che vi ho veduto»—gli aveva detto la fanciulla. Santa innocenza del cuore! Ed egli poteva rallegrarsi di essere la prima immagine che si fosse specchiata in quel terso cristallo. E si ricordava ancora in buon punto che la dolce confessione gli era stata fatta assai prima, sebbene con altre parole, a proposito di un albo dalle pagine bianche, su cui egli sarebbe stato il primo a scrivere…. e l'ultimo.

Primo ed ultimo! Unico, dunque? Divina cosa! Non c'è amor vero che questo.

Sì, tutto bene; ma dava egli il ricambio di una simile innocenza? Non aveva egli già amato, e parecchie volte in sua vita? Riandando nella onestà della sua mente il passato, quanti amori, grandi e piccini, non avrebb'egli trovato, morti d'ogni età, lungo i meandri della memoria, nè tutti pure onorati di sepoltura! Timidi fiori dapprima, turbamenti, desiderii, cessati per mancanza di oggetto, svaniti per la sua indegnità; poi matte imprese, ripeschi, galanterie, illusioni del senso, che vuol decorare di un nome più nobile i suoi ardori fumosi! Tale, a dirne uno, non era stato l'amor suo per la marchesa Polissena?

Quel nome, di fatti, veniva ancora alla mente di Gino. Ma egli, oramai, poteva fermarcisi senza terrore, senza rimorso, per sola ragione di studio. La marchesa Baldovini egli l'aveva conosciuta ed ammirata da lungi, essendo ancora giovinetto. Ella non si era neanche degnata di guardarlo, non si era forse neanche accorta della presenza di lui, di quell'adolescente, che serbava ancora, studente d'università, l'aspetto del collegiale. Lo aveva veduto poi, aveva scambiato qualche parola con lui, per convenienza, per uso di società; ma quel po' di frasi comuni non era neanche da mettersi in conto. Ahimè! In quel modo non nasce l'amor vero. Fiordispina, a buon conto, lo aveva amato il primo giorno che lo aveva veduto. Polissena, no. Lo aveva sentito parlare, e non si era mostrata punto commossa; neanche gli aveva lasciato indovinare o sperare che i suoi discorsi le piacessero più che tanto. In quei primi tempi, se egli ben ricordava, la marchesa Polissena prestava molta attenzione alle gentilezze di un colonnello austriaco, giunto in missione presso la corte di Modena. Nè egli se n'era impensierito; neanch'egli amava quella donna, sebbene gli paresse bella e fatta per ispirare una passione in piena regola.

Dopo quel primo incontro con lei, Gino Malatesti era stato distratto da altri pensieri, aveva avuto le sue piccole avventure, i suoi ripeschi, i suoi capricci, tutti decorati di quel gran nome che sapete, e mutati ad ogni tanto, come si mutano le figure in un caleidoscopio, ad ogni voltata del cannocchiale. Un giorno, anzi una notte, incontratolo in una festa da ballo, la marchesa Baldovini si era degnata di ballare una quadriglia con lui, e tra una suonata e l'altra, così di punto in bianco, guardandolo fissamente negli occhi, gli aveva detto:—È vero che amate la tale?—

Gino era rimasto un po' sconcertato da quella domanda improvvida. Avrebbe voluto negare, perchè in verità quell'amore, a cui alludeva la dama, non era, e sopratutto non gli pareva più in quel momento, una cosa tanto bella da vantarsene, o da accettarne il dolce peso con l'atto d'infinita modestia di chi vuol dire e non dire. Ma la marchesa Polissena aveva subito soggiunto:

—Lo so di certa scienza, e mi ha fatto pena… per voi.

—Per me, marchesa?—aveva egli balbettato.

—Sicuramente. Queste son forse conquiste degne di un giovanotto vostro pari? Una plebea, che ha la bellezza del diavolo e nulla più. Non vi vergognate? A me, vedete, signor conte, voi fate l'effetto di un gentiluomo, che ha tenute e foreste per far la gran caccia, e se ne va, umile borghese, la mattina di domenica, fuori porta San Francesco, a contendersi, con altri dieci o dodici suoi pari, una cingallegra smarrita.

—Smarrita!… in dodici, poi!—mormorò Gino tra i denti.

Ma rise, perchè bisognava ridere; e quella risata fu l'orazione funebre recitata sulla tomba…. di una cingallegra smarrita.

—Ah! la gran caccia!—esclamò egli poi, sospirando.—Ne parlate facilmente, voi, bella signora. La gran caccia è molto faticosa, e più ancora difficile. Essa, ad ogni modo, richiede cacciatori più esperti.

—Non mi parlate degli esperti!—replicò la marchesa.—Io non li amo.—

Che c'entrava lei? Questa domanda si affacciò naturalmente al pensiero di Gino.

—Neanch'io, se penso come han guadagnata la loro esperienza;—rispose allora, umilmente.—Ma per seguitarli, per oltrepassarli, che sarebbe meglio, bisognerebbe sempre osare….

—Siete anche timido? Dopo tutte le vostre avventure, di cui non mi congratulo niente con voi?—

—Timidissimo, marchesa. Soltanto, come tutti i timidi, potrei avere un giorno il coraggio della disperazione.—

Così avevano chiacchierato, negli intervalli della quadriglia; così avevano seguitalo a chiacchierare argutamente, nell'angolo di una sala, dove la marchesa Polissena teneva corte d'amore. E quel dialogo, dond'era incominciato il suo romanzo con la bella marchesa, lo rammentava egli allora, dopo quattro anni. Egli, capite? Egli che non ricordava più, dopo dodici ore, come avesse detto: «vi amo» alla fanciulla dei Guerri. Da una conversazione, mezzo audace e mezzo frivola, in una festa da ballo, era nato un amore di quattro anni. Com'è il caso di ripetere col poeta che «poca favilla gran fiamma seconda!»

All'alba, sul finire della festa, dopo uncotillonin cui non era stato egli il cavaliere della marchesa Polissena, ma più d'una volta il rapitore fortunato o il ballerino prescelto, il conte Gino Malatesti aveva trovato il modo di accompagnar la dama fino al portone del suo palazzo, e si era separato da lei raccomandandole di dormire fino a sera, per aver cura de' suoi occhi, che erano senza fallo «i più belli di Modena.» Tanto cammino si era fatto in cinque ore! Ma notate che erano cinque ore di notte, e di notte, lo sanno tutti i camminatori, si va più svelti del doppio, in paragone del giorno.

Aggiungete che la marchesa si era lasciata cadere quella notte dallo scollo della veste un mazzolino di violette di Parma; che il conte Gino lo aveva raccolto e che la marchesa glielo aveva lasciato ritenere, mostrando a tutta prima di non avvedersi neppure del fatto. Più tardi, avendo il giovane accennato il suo piccolo bottino, la marchesa si era degnata di sorridere, e con aria di benevolenza regale gli aveva detto:—Vedremo se saprete conservarlo, anche appassito, e più, disseccato.—

—Vedrete, bella signora;—aveva risposto Gino. animandosi.—Vi porterò questi fiori un altr'anno, in questo medesimo giorno.—

La bella signora aveva dato in uno scoppio di risa.

—Ma bravo, conte! Prendete di queste scadenze, per le vostre visite?Ed io che ne aspettavo una da voi entro gli otto giorni…. almeno?—

La risposta, s'indovina. Ed anche la visita che seguì. Gino Malatesti lasciò passare a mala pena il giorno dedicato al riposo dei «più begli occhi di Modena» e la mattina dopo, fra le due e le tre del pomeriggio (scusate è sempre mattina, per chi non lavora e non ha ancora pranzato), si presentò al palazzo Baldovini per chieder notizie e lasciar due biglietti di visita. Due biglietti, si sa, per dire ad una signora e a suo marito:—«sarei tanto felice di entrare in relazione d'ossequio ed amicizia con voi due.»—Se la signora è vedova, si lascia un solo biglietto. Se è vedovo il marito, non si lascia nemmeno quello. Desiderio d'ossequiare, di entrare in relazione di amicizia, non ce n'è più, e pare già troppo l'obbligo del saluto per via.

Voleva dunque lasciare i due biglietti di visita. Ma per il conte Gino Malatesti non si faceva anticamera. Il servitore aperse il salotto. La marchesa Polissena era là, e Gino fu ammesso alla presenza della Dea. Forse era il suo giorno di ricevimento? No, ma le belle dame son fatte così; hanno il giorno solenne, in cui vedono venti, trenta persone, e si annoiano a vicenda, o si divertono qualche volta, sentendo le notizia e mettendo la frangia alle notizie del prossimo. Ne hanno poi altri due o tre, in cui non ricevono visite, o non escono a farne; sono in casa, ed ammettono gl'intimi. Nè sempre al plurale, si capisce; perchè non è sempre dato, o non sempre piace, di averne più d'uno.

Le violette di Parma erano a mala pena appassite; ma la marchesa Polissena non aspettò che il mazzolino fosse disseccato, par confidarne un altro a quel grazioso custode. Ne ebbe due, ne ebbe tre, ne ebbe quattro, nello spazio di un mese, il conte Gino Malatesti; a mezza primavera, quando le violette cessarono, ne aveva già una provvista sufficiente per le infusioni di tutto l'anno. Questo ve lo dico io, poco rispettosamente per i fiori della marchesa Polissena; ma voi non dovete credere che il conte Gino pensasse a far servire quei dolci pegni di un amore al primo stadio, per curare i suoi raffreddori.

Frattanto, la marchesa Baldovini aveva preso ad esercitare una grande autorità sull'animo di lui. Pareva essersi dimenticata del ripesco che aveva rimproverato al conte Gino, poichè non le era più occorso di farne cenno; ma gli domandava, ad ogni visita, come avesse passati quei giorni in cui non si erano veduti che un'ora a teatro, a caso per via. Più tardi, spesseggiando le visite e le occasioni di trovarsi insieme, prese a domandargli come avesse passate le ore e i minuti; ed egli, grato a lei di tanta cura amorevole, si avvezzò volentieri a dar ragguaglio, non che dei minuti, dei secondi, a raccontarle atti e pensieri, opere ed ommissioni. Inebriato dalla passione, si era fatto schiavo senza avvedersene, come quei contadini (scusate il paragone), come quei contadini del tempo andato, che i sergenti arruolatori ubbriacavano ben bene, e che il giorno dopo, con loro meraviglia grande, si accorgevano di aver firmato l'ingaggio. Polissena comandava a bacchetta; diceva brevemente: «fate la tal cosa» come se il farla, senza aver sentite le ragioni, fosse nell'ordine prestabilito dai fati. «Non andrete più dalla tale» era un comando che poteva anche piacere, poichè indicava un sentimento di gelosia, e agli innamorati piacciono le donne gelose. «Non parlerete col tale» era più difficile, qualche volta, ma si poteva anche obbedire, non portando altra conseguenza che un risparmio di cappello, due chiacchiere di amici comuni, e raramente uno scontro sul terreno, ottimo per una mezza cavata di sangue, e per il crescere che si fa, con queste imprese, nella estimazione della gente. «Andrete a Reggio, domani», oppure: «mi seguirete fra due giorni a Bologna, lasciando credere di essere andato a Sassuolo» era anche meglio, poichè prometteva uno o due giorni di allegre scorribande, da cui era bandita la cerimoniosa serietà del salotto, o la trepidazione dell'incontro fuori via. Lo stesso si dica del viaggio a Torino, quantunque allora, dopo quattro anni di quella vita, la scorribanda potesse parere un po' lunga. Polissena era una donna imperiosa; ma aveva momenti di grazia incantevole, giorni in cui pareva una fata benefica, una bambina capricciosa, tanto più cara quanto più erano frequenti i capricci. Poi, tutto ad un tratto, diceva: «finiamola, con le pazzie»; e allora ridiventava la signora, marchesa Baldovini, chiusa nel suo sussiego, bastionata nella sua severità, tutta magistrati, ciambellani, generali, diplomatici, gran giustizieri, e patrona per giunta di non so più qual opera pia, congregazione divota, od altro che vi piaccia d'immaginare, in un tempo e in un ambiente come il suo.

Così il nostro Gino era caduto nella rete; così, protestando qualche volta, e sentendosi dare del ragazzo, aveva finito con adattarsi alla sua servitù, decorata di un nome più grato, ma solamente a quattr'occhi. Dopo tutto, perchè lagnarsi? Quella donna apparteneva alla sua medesima classe sociale; egli viveva nell'ozio, e poteva obbedire senza fatica. Perciò si era avvezzato, aveva presa la piega, formata l'abitudine; andava oltre, placidamente, col trotterello dell'antico cicisbeo, e sarebbe potuto andare così, fino…. Ah sì, parliamone: fino a quando? Una marchesina cresceva, accanto alla bella marchesa. Non crediate che fosse proprio al suo fianco; era in conservatorio; ma nelle vacanze faceva le sue piccole apparizioni, e spesso la bionda Polissena, con accento tra tenero e grave, amava ricordare che presto avrebbe ripreso il suo ufficio di mamma. Si rideva, intorno a lei, con aria incredula, e si diceva: «Mamma, Lei, signora marchesa? Vorrà dire sorella!» Era una consolazione quella, e il complimento poteva anche avere un aspetto di verità. Ma infine, o presto o tardi, il giorno doveva venire, in cui la marchesa Polissena, da regina giovane ch'ella appariva, passasse nel novero delle regine madri, e facesse anche ufficio di tappezzeria nelle feste, dov'ella aveva così graziosamente regnato. Baie! C'era tempo ancora a pensarci. La marchesa Polissena era così giovane, così bambina, alle volte! E sempre così bella, poi! Quando voleva, solo a mostrare i suoi denti, in un sorriso, e a muover gli occhi, sprigionandone un lampo, era ancora lei la più bella di Modena: una città dove le belle non sono poche, nè poco.

Il conte Gino andava dunque là, con quel suo guinzaglio lento, che lo tratteneva senza dargli noia, poichè si era adattato, da cane intelligente e mansueto, a misurare il suo passo su quello della padrona. E pensava che la cosa potesse durare così…. Cioè, diciamo la verità tutta quanta, non pensava affatto; andava là, comandato, accarezzato, portando la sua felicità, come il soldato porta lo zaino, lamentandosi a mala pena nelle ore di sole. Qualche volta, lo sapete, egli deponeva il dolce peso, andando a prendere, nella società non sua, quelle boccate d'aria libera che dovevano essergli imputate a delitto dal sospettoso governo ducale. Forse per noia, non confessata a sè stesso, dell'ambiente afoso in cui viveva, si era buttato a cercar fuori le piccole consolazioni. Leale nell'amore, non le cercava già in altri amori, bensì in altra ragione di cose; la indipendenza del suo paese era il pensiero che lo consolava del fatto di aver perduta la sua. Il giorno della liberazione si sentiva vicino; così non poteva durare, per bacco! Non già per lui, che non osava pensarci neanche, e si sarebbe stimato meno, se gliene fosse venuto solamente il sospetto; ma per la patria sua, per l'Italia, no, mille volte no, così non poteva durare. Stato pericoloso dell'anima sua! Il governo ducale ci aveva messo, aveva creduto di metterci un termine, mandando il conte Gino Malatesti a confine in Querciola.


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