Chapter 5

Cacciato con quella rapidità fulminea dell'ordine ducale, Gino Malatesti si era sentito spezzare il cuore. Niente si muta senza affanno, neanche una triste condizione in una migliore, o più grata. L'uomo liberato dai ceppi, non guarda forse con mestizia, breve, sì, ma profonda, alle pareti del carcere, a quelle ignude pareti che furono testimoni e confidenti di tante angosce, di tante afflizioni di spirito?

L'amore, che forse languiva, si ravvivò nell'anima di Gino Malatesti, battè l'ali sulla via dell'esilio con lui. Ah, quella donna! Se avesse sparsa una lagrima! Se almeno gli avesse fatto sapere quella cosa tanto naturale, tanto facile alle donne, come a tutte le creature deboli, e gliel'avesse scritta in due sole parole: «ho pianto!» Come lo avrebbe consolato, confortato a soffrire! Che balsamo avrebbe recato alla sua acerba ferita! Ci sono anche le lontananze utili, quelle che i francesi dicono con modo felicissimoles absences heureuses. Son quelli, per così dire, gli sprazzi d'acqua fredda che ravvivano una fiamma vicina ad estinguersi. Ma la bionda Polissena non aveva dato cenno di sè al condannato; peggio ancora, non si era degnata di rispondere una buona parola al suo messaggero; peggio ancora del peggio, aveva ripresi, raddoppiati i suoi passatempi cittadini, come se nulla fosse avvenuto di doloroso, o solamente di spiacevole per lei. Era proprio la gran dama, che non perdeva il suo tempo a piangere sopra un capriccio svanito, e non voleva portarne il lutto, neanche per una settimana, come si usa nelle Corti.

Queste cose lo avevano profondamente ferito, ed io vi ho descritta la scena a suo luogo. Orbene, vedute alla distanza di un paio di mesi, queste… anzi quelle cose non lo ferivano più. E voi, senza che io ve l'abbia detto, ne sapete il perchè. La boccata d'aria sana aveva fatto il miracolo; quella apparizione celeste delle Vaie, quel senno e quella innocenza, quel fiore di poesia, di pensiero e di studi, avevano rivelato a Gino Malatesti un nuovo mondo, il migliore. Strana novità, in mezzo a quella agreste natura, dove noi per solito non vediamo che boscaiuoli e pastori, gente buona ma ruvida, menti vergini, anime schiette, qualche volta, ma ottuse!

C'è un fiore, nelle regioni alpine, uno strano fiore…. Non l'edelweiss, badate, non l'edelweiss, di cui si è già tanto abusato. È un fiore umilissimo, confuso spesso tra cento, nello smalto allegro dei prati. Nel mezzo del calice slabbrato ha come una piccola lastra tondeggiante, e dall'orlo di questa si ripiega tremolante verso il mezzo una piccolissima forma, petalo, o lacinia del calice istesso, che vogliam dire, ma che vi dà l'immagine di un uccellino il quale stia a guardarsi nello specchio. È forse l'ophrys speculum. Lascio volentieri ai botanici la cura del nome. Il semplice curioso che vede il bizzarro fiorellino e lo ammira, non può trattenersi dal dire tra sè e sè: come mai, in questa selvaggia natura, un fiore così gentile nella sua figura, così bello nella sua novità?

Semplice curioso, lasciatevelo dire: non c'è nella vostra domanda, nella vostra maraviglia, che l'effetto di un pervertimento del vostro giudizio. Assuefatto a vedere i bei fiori dalle forme insolite e dalle figure strane entro le stufe dei giardini signorili, non ricordate più che quei fiori son nati all'aria libera, sono sbocciati spontanei, si sono educati per virtù naturale nel loro ambiente selvaggio crescendo a tal bellezza di forme sotto gli occhi di Dio fino a tanto non si posarono sovr'essi gli occhi di un viaggiatore, che ne raccolse i semi, o scavò dalla terra i loro bulbi preziosi.

Ammirato, affascinato dalla bellezza, dalla grazia del fiorellino silvestre, Gino Malatesti poteva dirsi guarito. E ripensando alla marchesa Polissena, dopo due mesi di vita alle falde del Cimone, poteva ragionare tranquillamente sul modo in cui ella si era diportata con lui, per conchiudere filosoficamente in questa forma:

—Era l'abitudine, la sola abitudine che ci teneva legati. Non la nostra volontà, che sarebbe parsa una mancanza di cortesia, ma un caso esterno, indipendente da noi, poteva solo troncare quel vincolo. E il caso è venuto, ha spezzato, ha interrotto, ci ha sviati ambedue. Si poteva, per altro, si doveva salvar l'apparenza delle cose. Io, senza pensare a questo dovere di cerimonia, ma credendo di amar tuttavia, mi ero bene affrettato a farmi vivo con lei. Ed essa, invece? Non è il caso di dire che le mancarono le occasioni. Io gliene avevo pure offerto una, e sicura. Ma no: silenzio, ripresa di passatempi, di distrazioni, a cui ha dato una bellissima chiusa il viaggio di Lucca. E passandomi davanti agli occhi, per giunta! Dunque?… Dunque è da credere…. Via, diciamo le cose come stanno, senza riguardi, senza ipocrisie, roba buona soltanto per le trattazioni in contradditorio, come dicono i legali. Dunque è da credere che la marchesa Polissena non fosse solamente stanca di un amore durato quattr'anni, ma che avesse già pronto l'altro, da sostituirgli. Il surrogante, ecco il segreto. Ma chi sarà, il surrogante?—Quello era un abisso, in cui si smarriva la mente del pensatore. Che, si fa celia? Trovare, fra i cavalieri che circondano una donna, quale sarà il preferito del domani? Tanto varrebbe attentarsi di pronosticare, fra cento api che ronzano intorno ad una rosa, quale fra tante giungerà seconda a rapire la sua parte di miele. Aggiungete, per render più difficile la cosa, che il fiore è inerte e il calcolo delle probabilità può favorire l'ape più forte e più ardita; laddove la donna, specie quando ha l'ingegno e l'esperienza della marchesa Polissena, sa sceglier lei, e fingere fino a tanto che le importi di fingere. Qualche volta ella sceglie fuori della cerchia conosciuta, ed allora addio indagini sottili, addio calcoli di probabilità. Direte che in tal caso, se è più difficile pronosticare, è più facile indovinare, andando sull'orma, poichè mentre la donna sa fingere, l'uomo, scelto da lei in una classe diversa, facilmente si tradisce e si scopre. Ma il nostro Gino non era là, per fare quello studio, e doveva almanaccare da lungi.

Del resto, se l'idea gli era venuta, il pensatore l'aveva anche scacciata. No, niente di fuori via. La città non era così grande, da dissimulare una di queste avventure. La marchesa Polissena, tutta sussiego, misura e riguardi sociali, non doveva aver scelto che tra suoi pari, tra coloro che potevano essere ad ogni ora da lei; a farla breve, tra i frequentatori della sua casa. Lì, non altrove, bisognava cercare e trovare.

Prima di tutto, non un cavaliere maturo. Ricordando parecchi esempi, Gino aveva ragione di credere che questi fossero piuttosto gli amori delle donne giovani. Ancora non ne aveva indovinata e svolta la teorica sottile; ma, come vi ho detto, aveva presenti alla memoria gli esempi. Sentiva in quella vece, aveva per certa la teorica contraria, applicabile alle donne che son vissute di più nelle consuetudini del mondo elegante, che hanno già acquistata l'esperienza, non avendo perduta ancora la bellezza, nè il desiderio di piacere. Quelle, si sa, amano i giovani, magari gli adolescenti. Si forma lentamente nella donna, e ad una certa età si rivela, l'istinto educatore. Si respira il profumo di un affetto giovanile, l'incenso di una ammirazione sconfinata, e si dà in ricambio la grazia, l'uso della civil compagnia, la garbatezza dei modi, la gravità precoce, tutte le virtù cardinali del moderno gentiluomo. Si prende un giovane ardente, rumoroso, matto, e se ne fa un modello di serietà, di discrezione, di tenerezza contegnosa, un cavaliere, insomma. E non per far concorrenza ai governi, nè in quel modo che essi sogliono fabbricare i lor cavalieri; quantunque al suo alunno, durante la veglia d'armi, e anche dopo, la nobile e dotta educatrice ami spesso far portare la croce.

Chi, dunque? L'indagine diventava scientifica; e il conte Gino aveva una bella equazione da sciogliere.

Il Mortanelli? No, non era più abbastanza giovane. E poi, era uno sciocco. Parlava sempre de' suoi cavalli, che non erano neanche belli, e spesso nelle conversazioni si rideva delle sue compere, in cui otto volte su dieci era ingannato dai mercanti. Il conte Sestoli? Che! Quello era un piccolo vanaglorioso, refrattario ad ogni educazione di quel genere. Proteggeva tutte le figuranti di teatro, e non istava bene che con quelle. Il principe Orsi di Frassinoro? Bello, assai bello, ma di una bellezza femminea. Le donne non amano negli uomini quel genere di bellezza che possiedono esse. Poi, il signor principe Orsi di Frassinoro era innamorato ferocemente di se stesso. Passava tre ore ogni mattina allo specchio, e la cosa era risaputa da tutti. Si diceva qualche volta di lui:—Oh Dio! Come è bello! Se non avesse quei pizzi biondi e quei baffettini, che cosa stupenda! Con quegli occhi azzurri, con quella tinta di cera vergine sul viso, si direbbe una donna, una bellissima donna, russa o svedese. Gran trionfatore tra le borghesuccie che aspirano all'alto, il principe Orsi di Frassinoro non era tagliato per ottenere la più piccola vittoria nella sua propria classe. Le donne eleganti e galanti sentivano per quell'effeminato l'antipatia istintiva che avrebbero sentita per ogni donna la quale potesse gareggiar con loro di bellezza o di grazia. Non poteva esser un amante, il Frassinoro; era troppo un rivale.

Gira rigira, la batteva tra due: il conte Nerazzi e il marchese Landi; ambedue amici suoi, belli senza eccesso, non sciocchi a prima vista, ma neanche spiritosi. Dei immortali! Anche noiosi la parte loro, con quel fare compassato, e con la cura astuta che mettevano a nascondere, facendola spiccar meglio, una piccola vittoria, o a darsi merito di non averne ottenuta mai una. Ma sono questi gli uomini che piacciono.—«Ebbene, Landi, qual è oggi la dea dei vostri pensieri?—Signora, non c'è dea, per me, e dubito perfino di aver dei pensieri.—Ah, molto spiritoso, ed anche discreto; due cose che ordinariamente non vanno molto d'accordo. Ve ne faccio i miei complimenti. E voi, Landi, non amate?—No, signora; il mio giorno non è ancora venuto.—Come! C'è un giorno ed un'ora da aspettare?—Sì, il giorno e l'ora del nostro destino. Se amerò, non amerò leggermente.—È giusto e vi lodo. Fossero tutti come voi!»—E la dama galante che ha fatta questa scoperta, la mette bravamente in serbo. Avrà un altro amore, lei; ma il Landi, o il Nerazzi, secondo i gusti, è un buon amico, e un grande amore non esclude una piccola amicizia, una certa simpatia, nata da conformità di pensieri, «siccome tra cortesi alme si suole.» E lo difende, il giovane amico, quando gli altri lo attaccano.—«Il Nerazzi è un buon giovane; c'è in lui la stoffa di un cavaliere perfetto.—Non mi dite male del Landi; è un uomo serio, d'una sensibilità molto rara, di una delicatezza a tutta prova.»—

O il conte Nerazzi, dunque, o il marchese Landi. Qui il nostro Gino Malatesti ricordò in buon punto la prima lettera ricevuta dal suo confidente Giuseppe. «Mi pare (scriveva il buon servitore) che la sua condanna abbia raffreddato molte persone, di quelle che V. S. credeva più amiche, e con le quali andava più spesso. Il conte Nerazzi, per esempio, e il marchese Landi, quando ho dato loro un cenno del suo viaggio, mi hanno risposto con un semplice monosillabo. Sarà forse perchè non hanno confidenza in un povero servitore; ma una notizia almeno me la potevano chiedere, e mostrare un po' di amicizia per la sua persona. Oso sperare che in questo Ella non troverà sbagliato il mio ragionamento.»

No, buon Giuseppe, il vostro padrone non lo aveva trovato punto sbagliato. Ed ora, poi, ripensandoci, lo trovava profondo, sottile, profetico. Forse, chi sa? Giuseppe aveva già fiutato qualche cosa del vero. Perchè indicava nella sua lettera piuttosto quei due, che tanti altri amici del conte Gino? Erano quelli con cui il conte andava più spesso. Sì, questa era la frase; ma non rispondeva intieramente al vero, perchè Gino andava con quelli, come con tutti gli altri, e non aveva preferenze. Ah, il suo servitore Giuseppe, volendolo o non volendolo, aveva messo il dito sulla piaga. Il conte Nerazzi e il marchese Landi erano i due più avanzati, per vogargli sul remo. Ma quale dei due il preferito?

Il conte Nerazzi era un bel giovane; ma, per mentire in qualche modo al suo nome di famiglia, aveva i capegli rossigni. La marchesa Polissena, che li aveva di un bel biondo acceso, poteva amarli rossigni? Le simpatie, ordinariamente, non si formano sulla somiglianza del colore, e meno ancora nel sopraccolore, che rende più intensa una tinta e la esagera. Il marchese Landi era bruno, ed anche leggermente più stupido del Nerazzi: due ragioni forse per piacer di più alla marchesa Polissena. Qui il conte Gino faceva un gran torto a se stesso, poichè egli era piaciuto prima di quell'altro alla dama, e il suo ragionamento gli portava per conseguenza legittima un grado maggiore di stupidità, in confronto di quella che egli attribuiva al Landi. Ma voi sapete che l'onestà, la probità, la lealtà, e via via tutte le virtù umane, non salvano il più perfetto cavaliere da un po' d'ingiustizia, quando egli deve nell'interno della propria coscienza giudicare il suo simile.

Ritornando al paragone fra i due supposti pretendenti, il Landi era di più antica nobiltà. Apparteneva ad un ramo trapiantato da tre secoli a Modena, dei Landi di Piacenza, grande famiglia principesca, che aveva posseduto città e castella, ed esercitato diritti di vera sovranità. Si diceva infatti: lo Stato Landi, per indicare i possedimenti di quell'antica famiglia. Aggiungete che tra il casato dei Landi e la marchesa Baldovini si era notata una sera, in conversazione, una affinità casuale, ma strana. E di quella conversazione e di quella affinità si ricordò il conte Gino in buon punto.

Si era venuti a parlare dei Landi di Piacenza, e il marchese Baldovini, forte in araldica e in genealogia (non sapeva altro, il brav'uomo!) aveva detto al marchese Landi, modenese:

—Sapete, Emilio, che i vostri maggiori avrebbero potuto vantare qualche diritto alla successione della grande famiglia omonima, quando ella venne a spegnersi in una donna, come la casa Farnese?

—Ah, è vero!—aveva risposto Emilio Landi.—Ricordo la cosa, molto confusamente, per altro.

—Ve la spiego io. L'ultima di casa Landi fu Donna Polissena, che entrò nella famiglia dei Doria Pamfili, di Roma, e furono questi che ereditarono ogni cosa.

—Polissena! Come me!—aveva esclamato la marchesa.

—Già!—rispose Emilio Landi.—Polissena è un bel nome antico.—

Ed era diventato rosso, facendo quella scoperta.

Gino Malatesti aveva osservato la cosa, ma senza fermarcisi troppo. Infine, non era che un complimento, reso necessario dalla somiglianza, dalla identità d'un nome di battesimo.

Ma ora, ritornandoci su, capì meglio; indovinò la cagione di quel rossore; e sorrise e si stropicciò le mani. Perchè oggi, lo sapete, non si grida più:eureka!Quando si scopre qualche cosa, ci si stropiccia le mani e si ride.

Nel caso di Gino Malatesti, la risatina indicava ancora che egli non era solamente felice di avere scoperto un segreto, ma anche perfettamente guarito dell'amor suo per la bionda marchesa.

—Infine,—diss'egli, conchiudendo lo studio,—sia Landi, Nerazzi, e magari tutt'e due, che importa a me? Buona fortuna, signori!—

Capitolo IX.

Due lettere

O Fiordispina! Voi foste allora la donna più felice d'Italia, per non dire del mondo; amante, amata, e sul mattino dell'amore. Perchè, infatti, qual cosa è più bella del principio, nel giorno, e del mattino nell'amore? L'alba promette il meriggio, la luce, la vita, il piacere. Ogni sensazione è fresca, in quell'ora; ogni pensiero è gaio, e la speranza involge tutto de' suoi grati colori. Sull'alba, poi, il calar delle nebbie, il dileguarsi delle nuvole, vi scopre da principio le vette dei monti, vi mostra a mano a mano più ricisi i profili delle colline, vi rischiara le insenature delle convalli, dove la bella luce del giorno nascente illumina ad un tratto qualche ceppo di case, e va a cercare sotto un pergolato la graziosa figura di una fanciulla mattiniera, escita sul terrazzino a respirare la fragranza dei fiori. Così nell'alba dell'amore, i cuori si scoprono a vicenda le loro delicatezze arcane, le loro virtù recondite, i tesori del sentimento e tutto il meglio della nostra povera creta. Ed è grato lo studio, ed ogni novità che si scopre è un'allegrezza per noi.

I giorni delle Vaie si seguivano e si rassomigliavano; cosa piacevolissima, quando i giorni son belli. Gino Malatesti si era fatto grave, di quella dolce gravità che nasconde la beatitudine, ma lascia indovinare i gaudii anticipati di un'anima, la quale sa e può trattenere i suoi desiderii nella certezza del possesso. Dio, quante parole inutili! Ma le ho buttate là, e rimangano pure. Il giovanotto scendeva ogni mattina da Querciola, ma quasi sempre a piedi, e faceva per via un bel mazzolino di fiori selvatici. Giungeva alle Vaie ogni giorno alla stess'ora, cioè verso le undici, ed ogni giorno, a quell'ora, una bella forma di fanciulla appariva sul terrazzo, di fianco alla casa dei Guerri. Gino salutava, e si fermava ad un certo punto, per gittar sul terrazzo i suoi fiori, senza fallar mai il colpo, che sarebbe stato di mal augurio sbagliar la parabola. Poi, fatto un altro saluto, entrava in casa, presentava i suoi omaggi alle signore, chiedeva notizie di tutti, dava le sue, quando ne aveva, e faceva un po' di musica con Fiordispina, o leggeva qualche pagina di libro, ad alta voce, aspettando l'arrivo degli uomini, degli amici suoi, che ritornavano per l'appunto sul mezzodì, dalle loro occupazioni quotidiane.

Dopo il pranzo si scendeva in giardino, a far quattro passi e a visitar le piante rare. Esse non erano più tutte nella stufa, poichè la stagione calda permetteva a molte di rimanere all'aperto; ma alcune si tenevano sempre là riparate, perchè le notti, alle falde del Cimone, quantunque di estate, non erano calde abbastanza. Per altro, nelle ore del giorno, le finestre della stufa erano tutte spalancate, perchè i fiori bevessero la loro parte d'aria e di luce.

Fiordispina e il conte Gino correvano sempre a visitare la bella raccolta di eriche del capo di Buona Speranza. Sentivano forse che il nome era di buon augurio per essi? Fiordispina ammirava i grappoli di campanelluzzi eleganti, variamente colorati, che pendevano dalle asticciuole ramose; Gino la seguiva nelle sue osservazioni, ma non così attentamente com'ella avrebbe voluto, e vedeva le guance di Minerva tingersi di un incarnato più vivo, quando ella si accorgeva che il compagno guardava troppo un mazzolino di fiori selvatici, sporgente dalla gala di mussolina che ornava e nascondeva ad un tempo lo scollo della sua veste di lana.

Anche le gite lontane si seguivano frequenti, ed un giorno si andò fino a Bismantua. Si era parlato tante volte di far quel viaggio! Fiordispina non c'era mai stata, e Gino moriva dalla voglia di guadagnar quella vetta, che rassomigliava tanto al profilo di una gran testa arrovesciata, in atto di guardare il cielo. Si dice questo in grazia di un naso colossale, che è raffigurato dal colmo della montagna, a chi lo guardi da lunge.

Quel giorno, si sa, venne in campo la famosa terzina dantesca, dove il sasso di Bismantua è ricordato. Il Poeta passa in rassegna le più difficili strade da lui fatte ne' suoi continui viaggi, per paragonarle alla faticosa salita del suo Purgatorio.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, Montasi su Bismantova in cacume Con esso i piè; ma qui convien ch'uom voli.

—E qui è stato il padre della patria;—disse Gino, salendo anch'egli «con esso i piè» ma non senza fatica sull'erta del monte.—Di qui ha veduto il nostro Cimone e l'Alpe di San Pellegrino, l'Alpe di Succiso, il Mal Passo e l'Orsaro; qui gli si è stesa davanti agli occhi quella fila di giganti che sono laggiù i monti Apuani. Non credete voi, Fiordispina, che tutte queste scene di sassi, orridamente belle, ammirate da lui sul colmo di Bismantua, siano entrate per molta parte nella composizione del Poema sacro?

—Sì,—disse Fiordispina,—dovete aver ragione. Ma io penso ancora un'altra cosa, quassù. Penso che in molti versi, sparsi qua e là nellaDivina Commedia, il Poeta mostra di credere alla grandezza del suo lavoro; ma che nessuna cosa indichi meglio questa sua fede, che il fatto di aver vedute o descritte con un cenno maestro tante regioni d'Italia. Da ogni terra ch'egli ha visitata, Dante prende un'idea, un colore, una immagine, e le aduna nel suo poema, che sarà la Bibbia degli Italiani, quasi volesse rappresentarci la penisola già unificata nella sua mente profetica.

—Ah!—gridò Gino.—Si avverasse presto il gran sogno!—

Così la gita di Bismantua si era mutata in un pellegrinaggio di voto, come se i nostri due innamorati fossero andati ad un santuario antico, per venerare gli Iddii della patria. Ma a tutti fa questo senso Bismantua, anche senza aver compagna nella salita una bellissima donna, che abbia letto Dante e lo ami.

Quel giorno, sotto la vetta del monte, Gino Malatesti incise tre nomi sulla corteccia di un faggio: il nome del Poeta su in alto; più sotto il nome di Fiordispina ed il suo. Oh, non c'era pericolo che facesse errori, scrivendo il nome di lei! Questi malanni non occorrono che in sogno.

Nella realtà, piuttosto, ne occorrono degli altri. Il conte Gino, per esempio, al suo ritorno di Bismantua, trovò una lettera, che aveva lasciata per lui il procaccia. Da qualche tempo, sapendo che il conte Malatesti faceva capo ogni giorno alle Vaie, era uso del procaccia di consegnargli le sue lettere laggiù, o di lasciargliele, se non lo avesse trovato.

—Notizie di casa tua;—disse Aminta, separando la lettera di Gino da quelle dei Guerri, e consegnandola all'amico.

—No,—rispose Gino, dopo aver dato una guardata alla soprascritta,—non è il carattere dei miei.—

Ma dopo aver guardato il carattere, guardò anche il bollo postale. La lettera non veniva da Modena; veniva invece da Lucca.

Chi poteva scrivergli da Lucca? Erano già scorse parecchie settimane senza che Gino Malatesti ricordasse la esistenza di quella graziosa città. Da Lucca? Ah, gli tornava allora la memoria del passato, e sebbene quello della soprascritta non fosse il carattere di una certa persona, la provenienza della lettera lo seccò molto, molto, molto; lo seccò tanto, che egli cacciò la lettera in tasca, senza darsi la briga di aprirla.

—Tu fai sempre complimenti con noi;—disse Aminta, che aveva veduto quell'atto.

—No, sai? non ne faccio;—rispose Gino.

—Ah, dico bene! Non ne sarebbe il caso;—replicò Aminta.—Noi intanto leggiamo bene le nostre.

—La mia è la lettera di un noioso;—disse Gino.—Ci sarà sempre tempo a leggerla.—

E gli parve di respirar meglio, poichè l'ebbe seppellita nel fondo della tasca, con quel po' po' d'epitaffio.

Bel coraggio! direte. Bella tranquillità d'animo! E il più bello fu questo, che non sapete ancora. Gino Malatesti non lesse quella lettera neanche a Querciola; non la lesse il giorno appresso, nè l'altro che seguì. Passarono otto giorni, a farvela breve, e la lettera di Lucca stava sempre là suggellata; non più in una tasca dell'abito, ma in un angolo del suo cassettone. Ciò avviene qualche volta a tutti, e non è sempre una prova di coraggio, ahimè, nè di tranquillità d'animo; ve ne ricordate? Si è messa quella lettera in disparte, rimandandone la lettura fastidiosa ad un momento più tranquillo; ma quel momento non vien mai; e i giorni passano, frattanto; e quando, rovistando le vostre carte, quella lettera malaugurata vi viene davanti, fremete, vi adirate con voi medesimi, e paghereste qualche cosa perchè non ve l'avessero scritta.

Dunque, coraggio e tranquillità d'animo, no; piuttosto una diffidenza, un sospetto, che confinavano con la paura di legger cose spiacevoli, di esser tirato in altre difficoltà, solamente (ma era già abbastanza per lui) di rinnovare sensazioni dolorose. E perchè le noie sono come le disgrazie, loro sorelle maggiori, che non vengono mai sole, otto giorni dopo l'arrivo della lettera, rimasta suggellata nel suo cassettone, e mentre Gino se ne stava alle Vaie, seduto nel salotto dei Guerri, capitò una fantesca ad annunziare:—sono arrivati due signori.—

—Ebbene,—disse il signor Francesco,—falli entrare.

—Cercano del signor conte Malatesti;—ripigliò la fantesca.

—Falli entrare egualmente;—replicò il vecchio Guerri.

A quell'annunzio il conte Gino si era fortemente turbato. Chi diamine poteva cercar di lui? E là, poi, in casa d'altri, quando il suo domicilio era a Querciola?

—Aspettate;—diss'egli, trattenendo col gesto la donna, che già si moveva per obbedire al comando del signor Francesco.—Non è conveniente che io regali questa seccatura ai miei ospiti. Andrò a ricevere questi importuni nell'anticamera.—

E prima che il signor Francesco potesse rispondergli, escì dalla sala, per entrare in quella cameretta che conoscete.

Poco stante, avvisati dalla fantesca che potevano salire, apparvero i due forastieri sull'uscio. Gino riconobbe il commissario di polizia e l'applicato che aveva già ricevuti una volta, sul principio della sua dimora a Querciola.

L'atto suo fu di meraviglia, e non lieta. Il commissario se ne avvide benissimo, e cercò di rimediare con una buona parola.

—Non si turbi, signor conte, la prego;—diss'egli.—Portiamo notizie allegre.—

Non c'erano notizie allegre da quella parte, per il conte GinoMalatesti, e il suo viso non si rasserenò punto punto.

—Siamo stati a Querciola;—ripigliò il commissario;—ma abbiamo avuto il dispiacere di non incontrarla. Ci han detto che forse avremmo potuto trovarla qui, dai signori Guerri, dov'Ella usa venire….

—Sì, a far visita;—interruppe Gino, seccato e confuso ad un tempo.

—Ottima cosa avere dei buoni vicini!—osservò il commissario.—Si passa gradevolmente qualche ora del giorno, in attesa d'un fortunato cambiamento.

—Ha qualche cosa da annunziarmi?—disse Gino, riconducendo il signor commissario all'argomento della sua visita.

—Sì, e tale che le farà piacere. Ma io non ardirò sostituirmi al suo signor padre, cui spetta il piacere di dargli la notizia, dopo avere avuto il merito di provocare il fatto. Eccole una lettera del signor conte Jacopo, che le spiegherà meglio la cosa.—

Gino prese con mano tremante la lettera che gli porgeva il commissario; l'aperse, non senza fatica, e lesse quel saggio della prosa paterna.

«Mio caro figlio,

«Avrei dovuto, per i torti vostri e per il danno morale che essi hanno recato alla mia casa, lasciarvi dove il giusto rigore del Governo vi aveva confinato. Ma son padre, e mentre la mia severità non muta i suoi giudizi, il mio cuore e lo stesso decoro della famiglia non potevano che farmi desiderare di veder cancellata con un atto di clemenza sovrana quella macchia che i vostri diportamenti hanno fatta al buon nome dei Malatesti. Sua Altezza Serenissima ha voluto accogliere benignamente le mie preghiere, ed esagerando nella sua grazia qualche merito mio, non vedere nei vostri atti che l'effetto di una leggerezza giovanile, che il tempo e i consigli correggeranno, se già non è bastato l'esempio salutare di tre mesi di confine. Quasi sarebbe inutile il dirvi che io mi sono impegnato formalmente e solennemente per Voi, promettendo che d'ora innanzi avreste mutato intieramente il vostro tenore di vita, e in particolar modo per quel che si attiene alle relazioni, alle amicizie. Meno amici avrete, e più potrete sperare di averli sicuri. Del resto, vi sarà libera la scelta nella vostra medesima classe, con maggiore onor vostro e rispetto al principio di autorità, di cui tutti, se onorati del favore sovrano, rappresentiamo una parte. Nutro speranza che non mi farete bugiardo, e non mi costringerete a considerarvi straniero alla nostra famiglia. Desidero frattanto di rivedervi presto, e a quest'effetto mi recherò giovedì mattina ad incontrarvi a Sassuolo. La mia età non mi permette di fare un più lungo viaggio. Vi aspetterò dunque colà, nella giornata di giovedì, lasciandovi in questo modo il tempo di fare le vostre valigie.

«Vostra madre, i vostri fratelli e le vostre sorelle vi abbracciano con me.

«Vostro padre«ConteJACOPO MALATESTI.»

Giovedì, a Sassuolo! E che giorno era quello? Ahimè, un martedì. Gino rimase istupidito dal colpo. Giovedì a Sassuolo! Ma bisognava dunque partire quella sera medesima? Al più al più, sull'alba del giorno seguente? Il poveretto non ci vedeva più lume, e sicuramente si sarebbe trovato in un bell'impiccio, dovendo ripigliare la conversazione col signor commissario, se in quel punto non fosse capitato Aminta al soccorso.

—Gino,—disse questi, entrando nell'anticamera,—ricordati che sei in casa tua. Spero che dopo aver parlato d'affari con questi signori, vorrai invitarli a passare in quell'altra sala, dove noi vi aspettiamo.

—Ringrazio;—rispose il commissario, senza aspettare che il conte Gino ripetesse l'invito.—Ringrazio ed accetto subito, poichè la nostra missione è compiuta. Essa è stata anche gratissima, e speriamo che, come è piaciuta al signor conte Gino Malatesti, così sarà per piacere ai signori Guerri, suoi ospiti.—

Così dicendo, il cerimonioso personaggio entrò nella sala, seguito dall'applicato e da Gino, che non si era per anche riavuto dal suo stordimento. Qui si fecero i soliti saluti, e il signor Francesco offerse una refezione, che fu ricusata, poichè i due visitatori avevano già desinato a Pievepelago.

—Accetteranno almeno una tazza di caffè ed un bicchier di vino;—disse allora il vecchio Guerri.

—Per non rifiutar le sue grazie;—rispose il commissario, inchinandosi.

Vennero i bicchieri sul vassoio d'argento, con la bottiglia di vin Santo delle grandi occasioni e con la catasta dei cantucci, ben ordinati nel piatto.

Il signor commissario amava i dolciumi, secondo l'uso di tutte le virtuose persone, e intinse volentieri un cantuccio nel suo vino. Come l'ebbe inzuppato ben bene, lo immerse beatamente in bocca, facendo batter la lingua contro il palato, e chiudendo gli occhi a mezzo, in atto di buongustaio che voglia concentrare tutte le facoltà dell'anima intorno alla voluttà del momento. Felicissima bocca del mio signor commissario! Essendo ella così soavemente vellicata, immaginate voi quante dolcezze ne uscirono.

—Sicuramente!—diss'egli.—Reco una buona notizia, che piacerà a tutti gli amici del nostro signor conte, desiderato oramai da tutta Modena. Sua Altezza Serenissima—(e qui un inchino tanto fatto)—ha revocata la pena del confine, che si era degnata di applicargli, senza processo, notino bene, senza processo. I processi restano, e costituiscono sempre uno spiacevolissimo precedente, nella vita di un gentiluomo. La sentenza c'è e non c'è, quando il processo manca; la pena è applicata così, alla breve, in modo di correzione paterna, e quando è revocata non ne resta più traccia. Il signor conte ringrazierà, ne son certo, la clemenza sovrana; la quale si è esercitata più presto che io non prevedessi, in grazia dei meriti singolari dell'illustrissimo conte Jacopo, suo degno genitore, che è senza dubbio uno dei soggetti più eminenti dello Stato.—

Finito il suo discorsetto, il degno commissario finì il suo cantuccio e il suo resto di vin Santo, con la coscienza di aver meritato l'uno e l'altro.

—Mi compiaccio molto della fortuna che gli tocca; disse allora il signor Francesco Guerri.—A noi dispiacerà di perdere un così buon vicino; ma non dobbiamo essere egoisti. Non è vero, figliuoli miei?—

Alle prime parole del commissario, Fiordispina era diventata pallida, e si era sentita mancare, tanto che aveva dovuto appoggiarsi alla tavola, per non dare un triste spettacolo della sua debolezza. Ma fu un momento, e non altro. Gli occhi del signor commissario, volgendosi torno torno nel giro del discorso, erano giunti fino a lei, e Fiordispina fece uno sforzo supremo per non dare a divedere la sua commozione. Anch'ella, come Aminta, rispose con un cenno di assentimento e con un sorriso alle ultime parole del babbo.

—Ne son tutti felici, ed è giusto;—ripigliò il commissario.—Oso dire che il primo sono stato io, ed ho accettato con giubilo l'incarico di portar la notizia al signor conte, mentre qualche altra necessità del nostro ministero mi chiamava da queste parti. Del resto, se è lecito nella soggetta materia esprimere tutto il proprio pensiero, la pena del confine è tra le lievi la meno adatta al suo scopo correttivo. Un uomo che ha potuto, per qualche bazzeccola, trascorso di lingua, od altro lieve errore di gioventù, richiamare sopra di sè l'attenzione del governo, s'invigila meglio a casa, che tra i monti e sui laghi dell'Appennino. Non credono?

—Veramente….—rispose il signor Francesco.—Non saprei dirle. Mi dispenso volentieri dallo avere una opinione in questa materia, che è di spettanza del governo e dei suoi savi consiglieri.—

L'accenno malizioso ai laghi era evidente, come lo sforzo di ragionamento con cui il signor commissario aveva tirato il discorso fin là. Il signor Francesco Guerri non volle mostrare di averlo capito; ma la sua risposta, fatta più prudente dal pensiero della difesa, parve dar noia al dolcissimo signor commissario.

—Ella, signor conte,—riprese questi, voltandosi a Gino,—mi perdoni la libertà di un giudizio che non esce dalla cerchia delle mie attribuzioni. Posso anche ammettere che la sua lealtà di suddito sia stata sospettata a torto, per informazioni non bene accertate. Il migliore dei governi, si sa, non può sperare di aver servitori tutti egualmente accorti, che sappiano sceverare il vero nelle relazioni di un fatto, cogliere da un ponderato esame le intenzioni della gente, misurarne secondo i casi la importanza, distinguendo l'assoluta dalla relativa. Ad ogni modo il perdono è intiero e cancella fin l'ombra dei sospetti passati. Ella si prepari a fare le sue valigie, perchè l'illustrissimo signor conte suo padre le viene incontro domani a Sassuolo.—

Un'altra occhiata andò in giro, e si fermò sul volto di Fiordispina.Era forse l'occhiata consuetudinaria dell'impiegato di polizia, chedeve aver l'aria di scrutar gli animi e i cuori. Ma la fanciulla deiGuerri n'ebbe un senso di freddo, e stette più salda che mai.

—Mi duole,—diceva frattanto il conte Gino,—mi duole che il mio signor padre si voglia scomodar tanto per me. Le mie valigie son presto fatte. Ma io, signor commissario,—soggiunse egli con una certa alterezza di accento,—senza partecipare alla sua opinione sulla lievità di certe pene, mi ero avvezzato, gliele confesso sinceramente…. mi ero avvezzato alla mia.

—Capisco…. capisco….—rispose quell'altro, sconcertato dalla schiettezza del conte.—Una così bella compagnia…. si lascia mal volentieri. Ma Ella potrà ritornare, da libero visitatore, in questi bei luoghi.

—Lo spero bene!—ribattè il conte Gino.

Il momento non era piacevole. Ma il signor Francesco Guerri mise fine alla scena, alzandosi di scatto, per dar commiato ai suoi ospiti. Si rivolse per altro all'ospite caro, e non badò punto ai noiosi.

—Conte Gino,—diss'egli, stendendo la mano al giovanotto,—vada a prepararsi per la sua partenza da Querciola. Mio figlio Aminta le terrà compagnia. Le Vaie, del resto, sono sulla strada del ritorno, e noi avremo tempo a farle i nostri saluti amichevoli e i nostri augurii sinceri.—

Anche il signor commissario aveva dovuto alzarsi.

—E noi frattanto,—diss'egli,—ritorneremo a Fiumalbo, per l'altra parte della nostra missione.

—Ah, già!…—rispose il signor Francesco.—C'è un'altra parte….

—Dobbiamo vedere il sindaco;—ripigliò il commissario.—Sarà reperibile, a quest'ora.

—Credo bene. Se vuole, manderemo anche ad avvertirlo.

—No, non occorre; troveremo noi questo signor Cervarola. Si chiama così, non è vero?

—Lorenzo Cervarola, per l'appunto. La sua casa è a cinquanta passi dal mulino di Fiumalbo.

—Grazie! Ci andiamo subito, perchè vorremmo sbrigarci;—disse il signor commissario.—Far bene e presto è il gran fine, il gran desiderio; ma pur troppo non è sempre possibile, in materia amministrativa.

—Col suo ingegno e col suo zelo, signor commissario!…

—Eh, lo zelo è grande davvero; così fosse l'ingegno!—rispose quell'altro, umilmente.—Ma si farà quello che si potrà. Il governo desidera un po' di relazione, fattade visu et de auditusullo stato e sui bisogni reali di queste industriose popolazioni. Accogliere i legittimi voti, togliere gli abusi, se ce ne sono, concedere tutte le agevolezze compatibili con le esigenze del servizio, son questi i criterii di un ottimo governo; ed il nostro, la Dio grazia, non lascia nulla a desiderare, per questo lato.—

Il signor Francesco Guerri s'inchinò leggermente. Un inchino costa poco e fa risparmiare molte parole inutili, pericolose.

—Signor conte,—ripigliò il commissario, volgendosi a Gino,—voglio sperare che i doveri del nostro uffizio ci permetteranno di vederla domattina, al suo passaggio da Fiumalbo.—

Gino s'inchinò anche lui, ma il suo inchino poteva anche parere l'atto di un uomo che si stringe nelle spalle.

—Se questa sorte ci fosse negata,—proseguì il commissario,—abbia fin d'ora i nostri augurii, ed accolga la preghiera che io Le faccio, di presentare i miei più rispettosi ossequi all'illustrissimo signor conte Jacopo. Il degno personaggio ha un po' di benevolenza per me, ed io gliene sono riconoscentissimo.

—Grazie!—mormorò Gino, in ricambio a quel fiume di parole.

Ma dopo quel «grazie» fu ancora costretto a stringere la mano del signor commissario, del suo tormentatore, del suo aguzzino. Meno spiacevole gli fu la stretta di mano dell'applicato. Vi rammentate che in quella stretta il conte Gino aveva già ricevuto un messaggio del suo servo Giuseppe. Se anche quella volta gli fosse capitata una simile fortuna! Egli si era ben preparato a riceverla; ma il bravo applicato non aveva niente da dargli. Piuttosto avrebbe avuto qualche cosa da dirgli. Guardò infatti il conte Gino con una cert'aria, gli strinse la mano in un certo modo, che il giovanotto ne rimase un po' sconcertato.

—Che cosa vorrà dirmi con la sua occhiata e con la sua stretta?—pensò.—Veda lui di spiegarsi più chiaro. Io del resto so bene una cosa: che niente potrebbe esser peggio della sentenza che mi ha portata il suo superiore immediato.—

Partiti i due rappresentanti del governo ducale, ci fu un po' di scena muta, nel salotto dei Guerri.

Anche questa volta parlò primo il signor Francesco, che aveva la testa più forte e il cervello più libero.

—Andate, conte;—diss'egli.—Non farete in tempo a preparare le cose vostre, se aspettate dell'altro.

—Si, vado;—rispose Gino, scuotendosi;—ma ritornerò al più presto possibile.

—Questa sera, perbacco! Pellegrino s'incaricherà lui di trasportare le valigie. Aminta vi aiuterà a farle.

—Sì, sì;—mormorò Gino, che non aveva più volontà. E si allontanò, seguito da Aminta, dopo aver salutate le signore, più che con le parole sue, con gli occhi pieni di lagrime.

—Coraggio, via!—gli disse il signor Francesco, che lo aveva accompagnato sull'uscio di strada.—Si direbbe che nei momenti solenni, dove è più necessaria l'energia del carattere, essa vi manchi del tutto. Siate uomo, conte Gino: pensate alla vostra famiglia, che rivedrete doman l'altro; a vostro padre, che abbraccerete domani.

—Ma io, signor Francesco…. padre mio… avevo posto il mio cuore qui! E se permettete….

—No, amico mio!—interruppe il vecchio Guerri, abbracciandolo.—Non dite nulla, perchè il tempo stringe. Mi parlerete del vostro cuore, quando verrete a riprenderlo.—

Mezz'ora dopo, andando a spron battuto per la via del bosco, Gino edAminta giungevano a Querciola.

Il Mandelli fu maravigliato di quella partenza improvvisa del suo inquilino; ma lo aveva sempre veduto così poco, che non ebbe ragione di piangere. Non si dovevano commuovere niente di più i rustici abitanti di Querciola, che non avevano veduto mai il forastiero traversare il paesello, tranne una volta, ed al trotto, confuso in una allegra cavalcata co' suoi amici delle Vaie: coi re della montagna, come si usava dire lassù.

Le valigie furono presto fatte. L'unica noia un po' grossa era quella di mettere in ordine le carte, che ingombravano il tavolino e i cassetti del conte. Sul tavolino, per esempio, c'erano alcuni fogli pieni di versi e di cancellature; il principio di una ballata, che portava un bel titolo, scritto a grossi caratteri:La Ninfa del Lago.

—Che?—disse Aminta.—Scrivevi dei versi?

—Per tua sorella;—rispose Gino,—E resteranno incompiuti.

—Li finirai a Modena e ce li porterai a leggere per il quattro di ottobre. Hai due mesi di tempo, non poco nè troppo, per tutte le cose che avrai da fare laggiù;—disse Aminta, appoggiando forte sulla frase.—Il quattro di ottobre è l'onomastico di nostro padre.

—E tutti i suoi figli debbono fargli corona, in quel giorno!—risposeGino, animandosi.—Non mancherò, te lo prometto.—

Nel raccogliere le carte che stavano pigiate entro i cassetti, venne fuori la lettera di Lucca.

—To'!—disse Aminta.—Ecco una lettera che non hai neanche aperta.

—Ah sì, è vero;—rispose Gino, crollando la testa.

—Perchè non la leggi?—chiese Aminta.

—È la lettera d'un noioso; ci sarà sempre tempo;—replicò Gino.—Oggi ho un diavolo per occhio.—E con atto risoluto cacciò la lettera in tasca, per farla finita una volta. Sì, questo era il suo pensiero, per farla finita. Ma oramai non poteva più sciogliersi da un altro pensiero, che era quello della lettera, ritornata nel suo soprabito. Il foglio malaugurato gli dava noia, gli destava un senso di bruciore sul petto. Oh, finalmente! Che cos'era quel foglio, di cui sentiva tanta paura? Non ne aveva forse avuto abbastanza, di dolori, e non sopportava egli già la pena più acerba, con quella energia che gli aveva infusa una esortazione del vecchio Guerri, del padre di Fiordispina? Alla peggio, non era quello il suo giorno triste? Non era quello il momento di bere tutto, fino alla feccia, il suo calice di amarezze? La curiosità non c'entrava punto, e questo egli lo sapeva bene; se non ne fosse stato certo, gli sarebbe bastato ricordare otto giorni della più superba noncuranza. Il conte Gino andò allora nel vano della finestra, cavò di tasca la lettera, la spiegazzò un poco fra le dita; poi ruppe il suggello.

—Ah, finalmente!—borbottò egli.—È fatta. Vediamo questo maledetto foglio, che fa tanta paura. Non ne salterà mica fuori una vipera!—

Corse, come potete credere, alla firma: «Emilio Landi.»

—Ah!—gridò allora.—Emilio Landi.»—

E rise, d'un riso convulso, che fece voltare il compagno.

—Che c'è?—chiese Aminta, tralasciando di serrar la cinghia di una valigia.

—Te lo dicevo io!—esclamò Gino.—L'ho aperta, ed è la lettera del più sciocco, del più noioso tra gli uomini.

—Ebbene?—disse Aminta.—Leggila egualmente. C è sempre qualche cosa da imparare, anche nella lettera d'uno sciocco.

—Leggerò, sicuramente, leggerò;—rispose Gino, rifacendosi dalla firma al «Carissimo.»

La lettera, come sappiamo dal bollo postale, veniva da Lucca. La data, in principio del foglio, diceva più chiaramente: «Dai bagni di Lucca.» Era dunque ai bagni di Lucca, il marchesino Landi? Gino Malatesti avrebbe potuto gridare con Amleto: «Ahi, profetica anima mia!» Ma egli, se non ruppe in quel grido, pensò certamente qualche cosa di simile.

Ed ora, leggiamo quella famosa lettera insieme con lui. Secondo il giudizio di Aminta Guerri, ci sarà sempre qualche cosa da imparare, anche nella lettera d'uno sciocco. A buon conto vedremo se il marchese Emilio Landi fosse a dirittura uno sciocco personaggio, come piaceva al conte Gino di gabellarlo.

«Carissimo amico,

«Che cos'è avvenuto di te? Ti sei insalvatichito, vivendo tra i monti? Perchè da tre mesi non dài segno di vita agli amici? Avevi forse paura di comprometterli? Potevi bene immaginarti che le tue notizie mi sarebbero state gratissime, ed anche pensare che nessuno avrebbe trovato a ridire nella lettera di un uomo che manda un cenno della sua salute e delle sue occupazioni ad un amico d'infanzia. Voglio credere che qualche forosetta, qualche bella ninfa dei boschi ti abbia incantato. Non vedo altra ragione che possa scusarti di un così lungo silenzio.»

—Sciocco!—ripicchiò il conte Gino, come fu giunto alla fine del paragrafo.

Poi, come era naturale, ripigliò la lettura.

«Pensando a questo, mio caro Gino, ti ho perdonato. Perdonato, bada bene, e non giustificato. L'odore delfoin coupéè buono, ma in estratto; il gradirlo sul posto è da cacciatori, ma per un giorno, e non di più. Comunque, lo ripeto, ti ho perdonato, e la mia amicizia per te non si è punto affievolita. Vedine infatti la prova: ho una buona notizia che ti risguarda, e mi affretto a comunicartela. Ma procediamo con ordine, come dice mio zio, quando discute.

«Ero venuto con lui a Lucca, per queste acque che gli hanno decantate. I luoghi di bagni hanno il loro periodo di voga; oggi son tornati alla moda i bagni di Lucca. E gli ammalati, creduli sempre, seguono il consiglio dei buontemponi. Eccoci dunque a Lucca, come l'anno scorso eravamo a Graefenberg, per esperimentare i miracoli della doccia. Venuto qua, mi son trovato come in casa mia. C'è mezza Modena, figùrati, anzi tutta Modena, poichè ci ho incontrata la marchesa Baldovini, sempre bella a quel Dio! Ma perchè è venuta alle acque di Lucca, la bionda marchesa, che ha in casa sua la fontana di gioventù? E con che coraggio ha messa in mostra la sua figliuola! Un bottoncino di rosa, caro mio, un occhio di sole, e tutto il meglio che vorrai. Dovresti vederla, come noi la vediamo qui, ammirata da tutta la colonia bagnante e bevente, in cui pure si ritrovano tante bellezze straordinarie. È tutt'altra cosa da quella timida verginella, che ci veniva di tanto in tanto alla vista, ne' suoi modesti abiti di educanda. È un angelo sempre, ma un angelo con le ali dispiegate. Così doveva essere a diciott'anni sua madre, e si pensa naturalmente a quel verso di Orazio, che dice… Come dica, non lo ricordo più bene, e non voglio farti ridere guastandolo. È quel verso in cui Orazio loda la madre, ma lascia intravvedere che gli piace anche maledettamente la figlia.»

—Ah!—esclamò Gino.—È dunque innamorato della figliuola? Se la sposi e sia finita. Ma che bisogno c'è di seccar me coi suoi inni?—

Ripigliò la lettura, poichè gli premeva di giungere al fine.

«La marchesa Baldovini è sempre il buon cuore fatto donna. Si è parlato subito di tante cose e di tante persone. Puoi immaginarti, mio caro, che si è parlato anche di te. Dirò anzi che tu sei stato ricordato dei primi.—Sapete? mi ha detto. Il confine del Malatesti durerà poco. In verità, è durato già troppo, e contro tutte le mie sollecitazioni, contro tutte le promesse che mi erano state fatte. Non ne avevo parlato mai, perchè non mi piace vantarmi, nè lasciar concepire speranze, che non possano convertirsi tosto in realtà. Ma questa volta siamo al punto buono. Ho ricevuta ieri la lettera che mi dice: «Si farà grazia al vostro protetto. Non c'è più che da firmare il rescritto, poichè Sua Altezza mi ha detto finalmente di sì.»

«Io, come puoi bene immaginarti, le ho chiesto subito il permesso di mandare a te questa buona notizia. Era una consolazione per me, poichè mi era dato di associarmi in qualche modo alla sua buona azione.—Fate pure (mi ha risposto) purchè la notizia non abbia l'aria di venire da me, e sopratutto purchè il Malatesti non sappia che ho fatta questa parte per lui.—Ma perchè questo? domandai.—Il perchè mi par chiaro; voi stesso, Landi, avete decorato del nome di buona azione ciò che ho potuto ottenere io, seguendo l'impulso di un'amicizia costante. Ora, delle buone azioni è bene sentir gli effetti, senza conoscerne l'autore; lasciatemi il gusto della modestia, che mi procurerà una gioia più viva di tutti i ringraziamenti del mondo.—Ho promesso perchè la marchesa voleva così; ma, come vedi, non mantengo ciò che ho promesso. Appunto perchè la marchesa Baldovini ha fatta una buona azione che ti risguarda, è giusto che tu ne sia avvertito da chi ha potuto essere a parte del segreto. Ma ti prego, mio caro, sii prudente; non dirne nulla a lei, quando la rivredrai. Passerei a' suoi occhi per un linguacciuto, e la dama sarebbe capace (me lo ha minacciato, anzi) di mettermi alla porta.»

Seguivano altre chiacchiere, che Gino lesse a volo, o non lesse. Gli si era come offuscata la vista, per il gran turbamento che lo aveva preso. In mezzo a quella novità di cose gli sarebbe stato necessario racapezzarsi, poichè veramente non sapeva che pensare di tanta generosità d'animo, di tanta amicizia, in contrasto con la freddezza apparente e col silenzio ostinato della marchesa Polissena. Ma il fratello Aminta era là, che aveva finito il suo lavoro; e Gino Malatesti, non sapendo che pensare, si appigliò al partito di non pensare, e rimise in tasca la lettera.

Le valigie erano fatte, ed Aminta le consegnò a Pellegrino, che doveva portarle alle Vaie. Il Mandelli era sull'uscio, e Gino gli strinse la mano, ringraziandolo della sua ospitalità, che del resto aveva rimunerata, oltre il prezzo pattuito, con qualche donativo alla famiglia. Ciò fatto, senza dare un pensiero d'addio a Querciola, dove in tre mesi di confine era vissuto così poco, Gino Malatesti rimontò a cavallo. Partito dalle Vaie nel pomeriggio, ritornava alle Vaie sull'ora del tramonto.

—Far presto e bene,—avrebbe detto il signor commissario,—è la grand'arte della vita. Ed io godo, vedendo la sua prontezza, signor conte Malatesti, godo nel pensare che questi esempi le vengono dall'alto.—

Gino Malatesti, per altro, non sapeva di aver fatto nè ben nè male, poichè tutto il carico dagli apparecchi era stato sopportato da suo fratello Aminta. Neanche pensava di aver fatto presto, mettendo appena due ore tra la partenza ed il ritorno. Una cosa sola sapeva e pensava egli in quel punto: che la mattina, sull'alba, cioè fra dieci ore, a dir molto, avrebbe dovuto lasciare il suo paradiso.

Capitolo X.

La fanciulla dei Guerri.

Che pensava frattanto la fanciulla dei Guerri? La poveretta, partito Gino, si era ritirata nella sua camera verginale. A piangere, sicuramente, a piangere, guardando tra le lagrime i mazzolini, che il conte Malatesti soleva gittarle ogni giorno. Quei fiori, la più parte disseccati, erano tutto il suo dolce passato; gli ultimi, ancor freschi, solamente appassiti, sarebbero disseccati anch'essi tra breve. Nè ella sapeva quando sarebbe ritornato il donatore, e pensava invece con terrore che chi parte…. No, no, non era possibile! Gino Malatesti, un animo nobile, un gentiluomo, doveva ritornare, come aveva giurato.

Il conte Gino era giunto tra quei monti, era apparso a lei con l'aureola del proscritto. Fiordispina Guerri non aveva veduto il nobile, il cavaliere di città, l'elegante giovanotto, come tante altre avrebbero fatto al suo posto. Lo aveva ammirato perchè amante della sua patria e per lei disposto a soffrire; si era sentita attrarre da lui, perchè egli recava con sè, profumo incantevole, quella gentilezza di atti e di pensieri che ella stessa chiudeva nell'anima; lo aveva amato, perchè egli rispondeva ad un tipo ideale del suo cuore, quel tipo che ogni fanciulla ha sognato nella sua celletta di educanda, o nella pace un po' fredda delle pareti domestiche.

Anch'ella lo aveva intravveduto, quel tipo: da principio nel Damone e nel Pizia delleNovelledel Soave; poi nel Niso e nell'Eurialo dell'Eneide, tradotta del Caro; meglio ancora nelTelemacodi Fénélon, su cui aveva studiato il suo francese, e nel Tancredi dellaGerusalemme, che l'aveva iniziata alla grandezza dell'ideale cavalleresco e alle bellezze del linguaggio più nobile che mai abbia parlato per bocca italiana l'amore. Questo tipo, sempre conteso, sempre gelosamente nascosto alle fanciulle nella loro educazione morale, trapela ad ogni istante, da ogni pagina della loro educazione letteraria. A farlo a posta, si ottiene un fine ben diverso da quello che presiede alla educazione femminile. Non vedendo mai quel tipo nella sua verità più umana e più umile, una fanciulla se lo foggia nella fantasia, più grande del vero, elegante, eroico, tenero, maraviglioso, sublime, come tutti quei tipi di perfezione, che ricorrono, per onore della umanità, nei poemi più emendati, nelle novelle più castigate, nelle storie più sommariamente narrate. Anche il giovane Scipione, in Ispagna, Curzio sull'orlo della voragine, Caio Gracco, nel Foro, perfino Cesare, nelle Gallie, diventano personaggi poetici, tipi leggendarii di virtù pericolosa, come Tancredi e Telemaco.

Alle Vaie, dov'era ritornata dopo parecchi anni di conservatorio, alle Vaie quel tipo ideale non esisteva, e la fanciulla dei Guerri aveva un po' sofferto, per avvezzarsi a quel crudo contrasto fra le immagini della scuola e la realtà della vita.

Qualche volta, sui primi tempi, ricordando le favole dell'infanzia e le belle fantasie del poeta così caro alla sua famiglia, la fanciulla dei Guerri si figurava di essere una principessa chiusa da qualche scongiuro di strega in un castello incantato. Era necessario, per liberarla, che ad un bel cavaliere, dopo molte prove eroicamente sostenute, toccasse la sorte di possedere il talismano, davanti a cui tutti i ponti levatoi si calavano e tutte le porte meglio chiuse si aprivano. E il bel cavaliere giungeva, e il mago custode spariva fremendo, e Fiordispina era condotta dal cavaliere con gran pompa e dimostrazioni d'ossequio alla corte del re suo padre. Nelle favole cavalleresche il padre è sempre re, e il suo regno è facilmente tagliato dalla pezza, nei vasti dominii di Artù.

Altre volte il sogno prendeva un diverso indirizzo. La realtà incominciava a gravar d'ogni parte, come un'aria densa, sulle ali della fantasia. Il suo fratello Aminta era un giovanotto tagliato alla montanara, ma di buon'indole e di sentimenti generosi; aveva dimenticato una parte del latino imparato alle scuole di Modena; le cacce, i mercati, le serre, avevano un po' trasformato la sua dolce natura. Ma il fondo restava, ed ottimo; una donna di delicato sentire, amandolo com'egli meritava, avrebbe potuto trasformarlo da capo, trarre il cavaliere dalla ruvida corteccia del montanaro. Perchè la fanciulla dei Guerri non avrebbe potuto operare un miracolo come quello, sull'animo giovane e buono di un altro principe della montagna? Era un vicino, un congiunto di sangue, e le occasioni di vederlo, di studiarlo, non sarebbero mancate. A quel giovane montanaro ella infondeva i suoi proprii sentimenti, il suo modo di vedere, tutto quel po' che aveva imparato, tutto il più che alla sua mente dicevano le aurore e i tramonti, le acque correnti, le solitudini profonde e i grandi echi delle alti convalli. Così intesa, così avviata alle regioni del pensiero, la vita poteva ancora esser bella. Perchè, voi lo indovinate, o lettori, Fiordispina era tirata al fantastico dalla sua stessa condizione, dal contrasto naturale tra un'educazione perfetta, che aveva ricevuta in conservatorio, e il nuovo genere di esistenza a cui la condannava oramai il soggiorno delle Vaie. Un po' romantica, adunque, ma tanto da non guastare; e poi, sotto quel lieve tessuto di sogni e di larve poetiche, la donna di carattere non aveva indugiato molto ad apparire.

Proprio in quel tempo si era incominciato a dire, nella gran sala dei Guerri:—Tra qualche giorno avremo la visita del nostro cugino Ruggero. Suo padre ci annunzia che il giovinotto è andato a Reggio, per certe faccende di casa, e poi verrà da noi, per vedere le serre. Dev'esser grande, oramai, il cuginetto! Come passa il tempo! Ci par ieri, il giorno che lo abbiam visto bambino, in compagnia di sua madre.—

Era passato per la mente della fanciulla che il giovane montanaro dei sogni fosse il cugino Ruggero? Sì e no; anzi diciamo meglio: ne sì, ne no. Poteva esser egli, come poteva esser un altro. Quando la fanciulla sognava, nessuna immagine spiccata si offriva agli occhi della sua fantasia. Il montanaro discepolo non aveva dunque un tipo, un viso conosciuto, o altrimenti foggiato su notizie domestiche. Anche il principe del talismano, il principe liberatore, faceva capolino qualche volta, ed anch'egli era un'immagine confusa, non era biondo, nè bruno. Era il principe, era l'invocato, il consolatore che si aspetta, pensando a lui tra un punto e l'altro dell'ago frettoloso.—Vediamo;—dice tra sè la fanciulla;—giungerà egli, prima che io abbia finito questo ricamo, che sarà pure così lungo?—Così immaginarono i Greci che usasse Penelope, aspettando il marito. E perchè Ulisse non giungeva mai, la bella regina era costretta a disfar nella notte il pezzo di tela che aveva ordito nel giorno. Ma ciò, evidentemente, per la necessità del romanzo, in cui, elementi perturbatori della tacita aspettazione di lei, entravano i Proci importuni e arroganti. Le fanciulle non hanno da disfar nulla, salvo qualche maglia mal fatta, o qualche punto mal messo; aspettando l'invocato, il principe del talismano, fanno sempre nuovi lavori, adornano dei loro ricami la camera dei parenti, la culla del fratellino, il salotto, e via via tutta quanta la casa, prima che il principe arrivi. Talvolta, ahimè! giunge la sua caricatura, il suo nano, il suo buffone arricchito e giubilato. Che pianti, allora, mie povere bambine! Come è diversa, come è lontana quella figura, dalla immagine non veduta bene, ma sentita nel sogno! E come si preparano, in un giorno di festa (così è costume di chiamarlo, perchè vi adornano a festa) i giorni dolorosi delle ripugnanze invincibili!

Non auguriamo questa sventura alla fanciulla dei Guerri. A lei, quando meno lo aspettava, il principe del talismano era apparso. Aveva corona di conte, e si chiamava Gino Malatesti. Inoltre, era proscritto, per grande amore della sua terra, l'Italia, per quella Italia che ella aveva imparato ad amare nelle rime di tutti i poeti della patria; così degli antichi, che le avevano lasciati leggere in iscuola (Dante, ad esempio), come dei più recenti, che aveva trovati, gelosamente custoditi, nella piccola libreria di suo padre e di suo fratello Aminta. Proscritto! Quel nome era allora un titolo di nobiltà, ben maggiore di tutte le corone e di tutti gli stemmi; era il marchio della sventura, il sigillo del valore; era come un diritto alla pietà, all'amore, poichè la pietà è sua sorella, in ogni cuore di donna. Fiordispina si era impietosita: e quando aveva guardato dentro di sè, si era avveduta di amare il proscritto, di amarlo con tutte le forze dell'anima.

E qual pace in lei, quando ebbe scoperto lo stato del suo cuore! Calde e vaste ed impetuose correnti attraversano il grembo dei mari profondi; mentre la superficie è tranquilla, e limpida e tersa come un cristallo sembra sorridere al cielo, di cui porta amorosamente i colori. Ah, fosse durata sempre così, la sua vita, senza chiedere, senza sperar nulla di più, confusi in quella estatica calma degli amori eterni! Ma anche Gino l'amava di quel medesimo amore? Sì, l'arrivo di Ruggero, del cugino, aveva giovato ad istruirla anche di ciò. Biondo e forte montanaro, Ercole adolescente, anima candida, che a guisa di molle cera avresti potuto prendere ogni impronta dalla volontà della gentile educatrice, aveva ella pensato a te un solo momento? Fiordispina intravvide ciò che forse era passato per la mente de' suoi; lo intravvide alla gelosia che la presenza di Ruggero aveva destata nel cuore di Gino. Ma come? Era proprio geloso, il conte Malatesti? E di chi? Ruggero Guerri era un bel giovane, e la bellezza, anche non osservata in modo particolare, è fatta per piacere agli occhi e per ispirare la simpatia. Fiordispina non poteva sentir ripugnanza per suo cugino; avrebbe potuto amarlo, sì, come amava suo fratello Aminta, come si amavano tutti, in quella buona stirpe sana dei Guerri. Ma amarlo di un altro amore, lui? Era possibile? Poteva il conte Gino solamente pensarlo?

Il cugino Ruggero, venuto per pochi giorni alle Vaie, ne era ripartito, senza capir nulla, senza indovinare, senza immaginare neanche il segreto delle calde e vaste ed impetuose correnti che attraversavano il grembo di quel mare azzurro e tranquillo. Siamo sugli Appennini, e scambio delle correnti del mare si dovrebbero ricordare i gorghi di un lago. Ci pensava ella, in quel punto, al lago della Ninfa, e al giorno in cui era andata con Gino a visitarlo? O scoglio solitario, o letto della Ninfa, al cui piede erano approdati insieme! O sasso di Bismantua, dove il suo nome era stato inciso nella scorza di un faggio, accanto a quello di Gino, e sotto a quello del divino Poeta, del padre della patria! Come si erano collegati, consertati e confusi quegli amori supremi! Certe cose non si sentono e non s'intendono più, nelle città popolose. Dante, ad esempio, non è tra noi che un importuno, strumento di tortura ai cervelli adolescenti del ginnasio e del liceo, pascolo gradito solamente ai vecchi barbogi, ai commentatori, a tutta la noiosa caterva degli eruditi. Quando per caso è citato in un libro, si sospira, si levano gli occhi al firmamento, come se si volesse fare un'offerta delle proprie afflizioni all'Altissimo. C'è ancor questa abitudine delle offerte, pur non credendo alla divinità. Se poi è citato in un romanzo, apriti cielo!—Come? «Anche qui, la smania erudita?»—Ma là, sul monte, dove non arrivano le sinfonie dei sapori acuti e degli odori dell'arte nostra, lassù il padre della patria intellettuale è ancora onorato. Il monte, come già per gli antichi popoli, è sempre un altare, su cui si offrono, ostie innocenti e grate, i nostri sensi più miti, i nostri affetti più nobili.

Così tutti quei giorni di purissima gioia erano passati davanti agli occhi di lei. Pensando a quei giorni, era possibile immaginare che Gino non fosse più Gino? No, l'amore che gli traspariva dal volto, che aveva reso tante volte eloquente il suo labbro, doveva essere custodito così gelosamente nel suo cuore, com'erano custoditi da lei tanti poveri fiori appassiti. Infine, doveva andare. Poteva egli ribellarsi al comando? Dimenticar la famiglia? quella famiglia, in cui ella stessa… No, doveva andare, non poteva trascurare i suoi, le persone da cui dipendeva tutto, anche per lei, per la sua felicità futura. Andava, finalmente; sarebbe ritornato. Stare un mese, anche tre, lontana da lui, triste cosa! Ma è delle donne il soffrire in silenzio. Avrebbe sofferto; sarebbe stata forte; voleva esser forte, e sorridergli.

Si scosse, allora, richiuse i suoi fiori, ed escì sul terrazzo, per respirar l'aria viva della montagna. Era tempo. Si udiva da lunge lo scalpitìo dei cavalli. Gino ritornava da Querciola alle Vaie: appariva già, tra le lunghe file dei cerri. Portava egli forse il mazzolino consueto, raccolto nel bosco per lei? No, pur troppo, veniva a mani vuote, per allora. Ma come avrebbe potuto raccogliere i fiori delle balze, ritornando a cavallo? Ed anche in compagnia di Aminta. Si può pensare a queste cose, in presenza di un terzo, sia egli pure un fratello? L'amore ha la sua verecondia, o non è più l'amore.

Ma vedete, come il pensiero di Gino rispondeva al suo. Il cavaliere si era arrestato al punto in cui soleva fermarsi ogni mattina, scendendo alle Vaie. Non aveva gittato un mazzolino, ma faceva un saluto, un gran saluto, in cui parve offrirle tutto se stesso. Un alito caldo venne ad accarezzarle la guancia; ella arrossì, come soleva, ma respirò, bevve quel soffio consolatore, e rientrò nella sala poco prima del suo diletto. Quando lo vide apparire sull'uscio, era calma, era forte; e gli sorrise, mentre egli si avvicinava, e dagli occhi e dalle labbra, dall'atteggiarsi di tutta la persona di lei, spirava un pensiero solo:—Grazie, bel conte, vi amo, vi aspetterò!—

Gino Malatesti era triste. Parlò del suo viaggio come un poveretto che va incontro alla morte. Amava la sua famiglia, sì, ma non si era ancora assuefatto all'idea di lasciare il suo dolce luogo di pena. Qual pena, infatti! L'avrebbe accettata di grand'animo per tutta la vita. Ma sarebbe ritornato, e presto. Alla peggio, perchè bisognava prevedere anche il peggio, non voleva mancare per i quattro di ottobre, all'onomastico del re della montagna. Se il signor Francesco era un re, non dovevano trovarsi presenti tutti i suoi vassalli, per rendergli omaggio di fedeltà?

—Vassalli!—rispose il vecchio Guerri, sorridendo.—Che dice Ella mai, signor conte?

—Il mio pensiero più intimo e più caro;—rispose Gino.—È ciò che voglio essere per Lei, in attesa di meglio.—

L'allusione era chiara, e il vecchio Guerri finse, da quel prudente uomo ch'egli era, di non averla capita. La raccolse Fiordispina e la chiuse nel cuore.

Poco stante giunse Don Pietro. Il degno uomo aveva risaputa la grande notizia, ed accorreva, per salutare il conte Gino.

—Le esprimerò l'animo mio con un detto di Cicerone; diss'egli.—Tibi —gratulor, mihi doleo. E non solamente mi dolgo con me, ma con una —gentile signora, che abbiamo avuto occasione di riverire insieme. —Povera Ninfa del lago, a cui Ella aveva promesso una ballata!

—Oh, non dubiti, Don Pietro;—rispose Gino, più gravemente che non richiedesse la cosa;—tutto quel che ho promesso farò.—

Quel tutto, si capisce, non andava soltanto per risposta a Don Pietro.

—Farò, tempo futuro!—esclamò questi, cercando di volgere nuovamente il discorso in burletta, poichè intendeva bene che la nota gaia doveva metterla lui, in quel triste concerto.—Se Dio vuole, Ella non aveva neanche incominciato.

—S'inganna;—replicò Gino.—Parli mio fratello Aminta per me.

—Gli restituisca la sua stima, Don Pietro;—disse Aminta, così tirato nel discorso da Gino.—Ho veduto io poc'anzi tutto un quaderno di versi.

—Niente di meno!—scappò detto al prevosto.

E avrebbe voluto soggiungere: «troppa grazia, sant'Antonio!»—ma gli parve inopportuno, e se ne astenne.

—Aminta non dice tutto;—rispose Gino.—Son già parecchi, i versi della ballata; ma sono anche più le cancellature, i pentimenti, che non ne ha avuto un maggior numero la famosa ottava della rosa, nel manoscritto dell'Ariosto. I miei versi entreranno almeno per questo in paragone coi suoi;—soggiunse Gino umilmente.—Anch'io, del resto, da poeta novellino, cerco di fare il meno peggio che so. Non dubiti dunque, Don Pietro; la ballata che Ella aspetta da me, sarà il compito mio, la mia consolazione, nei tristi ozi di Modena.

—E ce la porterà?…

—La manderò prima. Se la signorina vuole imprestarmi il suo albo, quei versi, scritti là dentro, saranno i miei messaggeri alle Vaie.—

Fiordispina si alzò, per andare alla sua biblioteca, che era in fondo alla sala. Gino, vedendo l'atto di assenso, si affrettò a seguir la fanciulla.

—Ah, signorina!—mormorò egli, sospirando, mentre ella apriva l'invetriata.—È assai tristo il partire.

—Coraggio!—rispose ella.

Ma la sua voce tremante diceva chiaro com'ella avesse più mestieri di trovarne per sè, che non d'infonderlo altrui.

—Coraggio!—ripetè Gino.—Ne ho; ma questa partenza, così improvvisa, mi lacera il cuore.

—Ebbene, non dovevate….—rispose ella, facendo uno sforzo supremo, per reprimere un singhiozzo;—non dovevate partire ad ogni modo, per ottenere….

—Un consenso?—diss'egli, compiendo la frase, rimasta interrotta sul labbro della fanciulla.—E l'otterrò. È la mia certezza, sarà il conforto di questa separazione. Mi amerete voi sempre?

—Sempre!—rispose la fanciulla.

—Giuratelo,—

Fiordispina levò gli occhi umidi al cielo e stese la mano al conteMalatesti.

Le parole non erano udite, ma l'atto fu alla vista di tutti. Ed era un atto solenne.

Gino doveva partire all'alba; però la conversazione fu breve, quella sera, nella gran sala delle Vaie. Il giovanotto recò l'albo di Fiordispina nella sua camera, in quella camera dove aveva passata la prima notte del suo dolce esilio alle falde del monte Cimone.

Dormì poco, il conte Malatesti, in quell'ultima notte d'esilio; dormì poco, e pianse assai. L'alba apparve più presto ch'egli non l'aspettasse. Già l'aveva annunziata il grugar dei colombi nel cortile ancora immerso nel buio; l'accompagnavano i primi rumori della casa, e lo strepitar dei cavalli che Pellegrino sellava sull'ingresso della scuderia. Gino si era vestito in fretta, e già infilava il soprabito, quando sentì battere all'uscio della sua camera.

—Su!—gridò la voce di Aminta.—È l'ora. Il caffè ti aspetta fumando.—

Nella gran sala erano già parecchi dei Guerri, e comparvero tutti all'entrata dell'ospite: il signor Francesco, la sorella Angelica, la cognata Olimpia, il fratello Orlando, la figliuola Fiordispina, che il conte Malatesti cercò subito con gli occhi pieni di tristezza e di desiderio.

—Signor conte,—disse il vecchio Guerri, poichè Gino ebbe bevuto,—rammenti che questa casa è sempre sua, come fu per questi tre mesi. Perdoni!—soggiunse;—avrei dovuto dire tre giorni.


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