—Grazie!—rispose Gino.—Lo so. Dolce casa delle Vaie, dove ho trovata la pace…. la cara pace che gli uomini intendono così tardi, nella vita, e che io, felice su tutti, ho gustata così prima del tempo! Mi abbracci, signor Francesco…. padre mio!—
Il vecchio Guerri gli aperse le braccia e lo tenne lungamente stretto sul cuore; poi si ritrasse, e col rovescio della mano cacciò una lagrima importuna dagli occhi.
—Mi permettono, le signore?—ripigliò Gino, accostandosi alla signoraAngelica.—In altri tempi si usava, e l'uso era bello.—
Così dicendo, prese la mano della signora e s'inchinò per baciarla. Era un po' confusa, la signora Angelica, anzi sconcertata senz'altro. E non meno confusa, non meno sconcertata la signora Olimpia, a cui si volgeva il conte Malatesti, dopo aver baciata la mano della cognata. Avrebbe voluto schermirsi, ritirare la sua. Ma era donna, e pensò che un suo atto di timidezza, di ritrosìa, sarebbe stato un guaio per sua nipote Fiordispina.
Quando egli giunse davanti alla fanciulla dei Guerri, fu per lui una violentissima stretta di cuore. Baciò, ribaciò quella mano delicata, che tremò sotto le sue labbra; poi, non reggendo più allo spasimo, diede in uno scoppio di pianto, ed uscì a precipizio dalla sala.
Aminta ed Orlando lo seguirono fuori, cercando di consolarlo. Gino abbracciò lo zio di Fiordispina; poi salì a cavallo e partì, accompagnato dal fratello di lei. Si volse alla casa, salutò ancora la famiglia, che si era affacciata sul terrazzo per dargli l'ultimo addio, sventolò il fazzoletto, fino a tanto la strada diritta gli permise di vedere i suoi ospiti, gli amici suoi, il suo tutto. Solamente a Fiumalbo, scorgendo alcune brigate di viandanti, pensò a rasciugar le sue lagrime.
La vettura, fissata in anticipazione da Aminta, doveva aspettare il viaggiatore davanti all'ingresso del mulino. Ma prima che i nostri due cavalieri giungessero là, un uomo si spiccò dall'uscio di una gran casa bianchiccia, e venne verso il mezzo della strada, chiamando ad alta voce il conte Malatesti.
—Che vuole costui?—disse Gino.
—Siamo davanti alla casa del sindaco:—rispose Aminta;—sarà qui ad alloggio il signor commissario.—
Gino stava per mandare a quel paese il sindaco, il commissario e tutti i suoi pari, quando ravvisò l'applicato. Fermò allora il cavallo, per sapere che cosa avesse da dirgli quell'altro.
—Signor conte, una parola, di grazia!—incominciò l'applicato.—Il signor commissario desidera vivamente di offrirle i suoi omaggi.
—Non si potrebbe fare a meno…—borbottò Gino,—di disturbarlo a quest'ora?
—È già quasi all'ordine;—riprese l'applicato, senza aver l'aria di capire.—Finiva appunto di vestirsi, quando ha sentito i cavalli. Vorrebbe Ella scendere un momentino? Farebbe un piacere anche a me;—aggiunse a mezza voce, inchinandosi.
—Scenderò;—disse Gino.—Vuoi tenermi il cavallo, Aminta?
—Siamo a pochi passi dal mulino;—rispose Aminta.—Lo conduco laggiù, e potrai venire con tuo comodo a piedi.—
Disceso da cavallo, il conte Malatesti si avviò verso la casa del sindaco, in compagnia dell'applicato.
—Grazie!—mormorò questi.—Quando saremo più sotto alla casa, e non più veduti dalle finestre, rallenti un poco; ho qualche cosa a dirle.—
Gino ricordò allora l'occhiata che quell'altro gli aveva data il giorno prima. E rallentò il passo, dove il compagno indicava.
—Non ho tempo per farle un lungo discorso;—incominciò l'applicato, come furono al coperto.—Ma badi, signor conte, un'altra burrasca si prepara, e più grave. Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a scongiurarla.
—Ma che è? che debbo fare?—chiese Gino, turbato.
—Giuseppe è avvertito; le dirà ogni cosa. Si tratta dei suoi amici di qui.
—Dei Guerri?
—Per carità, stia zitto; non dia segno di nulla, a nessuno; rovinerebbe me e la mia povera famiglia.
—Non tema, non tema;—disse Gino sollecito.—Vedrò Giuseppe; saprò da lui quello che c'è di nuovo, e quello che dovrò fare.
—Con prudenza, mi raccomando;—rispose ancora l'applicato.—Sono un amico della buona causa; comprometter me sarebbe un far danno a quella.
—Lo so, non dubiti, sarò prudente;—bisbigliò Gino, mettendo piede sulla soglia.
In capo alle scale appariva allora il signor commissario. L'ufficioso personaggio chiese un milione di scuse per la libertà grande che si era presa, fermando il signor conte Gino a mezza strada e obbligandolo a scendere da cavallo. Ma in verità non lo aspettava così presto. Come si vedeva che il signor conte aveva fretta di giungere a Sassuolo e di cader nelle braccia di suo padre! Amor di figlio, e largamente ricambiato dal degnissimo conte Jacopo! Lo riverisse in nome suo, quell'eminentissimo soggetto! Il conte Jacopo doveva sapere per la bocca di suo figlio che nessuno, nei felicissimi Stati di Modena, Massa, Carrara e Guastalla, gli era più affezionato, più sviscerato, più divoto servitore del commissario Camotti.
Gino promise, per farla finita con tutte quelle smancerie; toccò la mano a lui, la strinse all'applicato e ritornò sulla strada.
La testa gli ardeva, per tutto quello scombussolìo che ci avevano messo le parole oscure dell'applicato. Si ritrovò al mulino, e davanti alla vettura, senza sapere come avesse fatto a giungervi.
Aminta lo vide stralunato, ma attribuì quella condizione di spirito all'angoscia del distacco.
—Animo, dunque!—gli disse.—Dammi un abbraccio e parti.—
Gino gli gettò le braccia al collo e lo baciò ripetutamente sul viso.
—Sempre uniti, non è vero? Qualunque cosa accada, siamo l'uno per l'altro;—mormorò Gino singhiozzando.—Casa Guerri ha in me più che un amico riconoscente. Un fratello per te. Aminta; un figlio per tuo padre. Darei, non una, cento vite per voi.—
Aminta non capì il discorso di Gino; ma neanche era necessario di capire ciò che si poteva mettere sul conto della commozione. Aiutò l'amico a salire in carrozza, gli strinse ancora una volta la mano, gli diede un addio affettuoso, poi fece un gesto al vetturino.
—E svelto!—gli disse, ritraendosi dal montatoio. Il vetturino fece scoppiettar la sua frusta, e i cavalli partirono di trotto, poi presero a dirittura il galoppo.
—Povero ragazzo!—esclamò Aminta, restando là in mezzo alla strada fino a che vide la carrozza.—Com'è addolorato! Ma se ha da ritornare, che c'è da disperarsi tanto? Mia sorella, piuttosto…. Son così tenere al pianto, le donne!
Capitolo XI.
La notte di Sassuolo.
Che viaggio fosse quello del conte Gino Malatesti è facile indovinarlo, dopo aver veduta la partenza.
—Giuseppe è avvertito; Giuseppe le dirà ogni cosa;—ripeteva egli, ad ogni tanto.—Ma che? Una nuova burrasca, e più grave, si addensa. E sugli amici miei, sui miei ospiti, sul padre e sul fratello di Fiordispina!—
Così pensava, così veniva tormentando lo spirito. Ma che avevano fatto i Guerri, da meritare gli sdegni del governo ducale? Erano forse sospettati, presi di mira per colpa sua, per le oneste accoglienze che avevano fatto ad un povero confinato? Ma non era egli perdonato e richiamato in patria? E che giustizia era quella, che assolveva il reo, e perseguitava gl'innocenti, per il solo fatto di non avergli negato l'acqua ed il fuoco?
Un'idea gli si affacciò, ma tardi, alla mente. Il viaggio al lago della Ninfa: la barca gittata in quelle acque, nel nome della patria, della gran madre Italia! Ma come potevano risapersi quelle cose a Modena, se lassù non erano che i Guerri, e famigli affezionati dei Guerri? Pure, qualcheduno, o per vanto, o per altra leggerezza, doveva aver accennata la cosa. «Ad onta delle aggravanti» aveva detto a lui l'applicato. E quali, le circostanze aggravanti, se non erano quelle? Ma allora, perchè il perdono a lui, e agli altri la persecuzione, fors'anco il processo e la pena?
Gino Malatesti arrivò a Sassuolo in uno stato veramente compassionevole. E partendo dalle Vaie credeva di aver bevuto tutto il suo calice di amarezza, il poveretto! I terrori stillati nell'anima sua da un umile impiegato, che pur credeva dargli un avviso salutare, lo avevano quasi impietrito.
Un servitore di casa sua, ma non il fido Giuseppe, era in vedetta all'entrata del paese. Veduta la carrozza, si fece innanzi, riconobbe il conte Gino, e gli annunziò la presenza del padre. Poteva dunque smontare, ed egli lo avrebbe accompagnato. Gino seguì macchinalmente il messaggero, entrò in una casa senza domandar di chi fosse, e salita una scala, ed entrato in un salotto grande vuoto e freddo come son quasi sempre i salotti dei palazzi di campagna, si trovò al cospetto (bisogna proprio adoperare la classica parola) del conte Jacopo Malatesti. Avrebbe dovuto salutarlo con effusione di affetto, buttarsi magari a' suoi piedi ed abbracciargli le ginocchia, come un figlio pentito; ma questo, che non avrebbe fatto mai, poichè non aveva da pentirsi di nulla, non gli passò neanche per l'anima. Mormorò appena una parola, e porse la guancia, come se la separazione fosse stata di due giorni e si trattasse soltanto di un amplesso di cerimonia.
Fortunatamente il conte Jacopo non era molto espansivo per indole, e faceva le sue dimostrazioni d'affetto con una grazia riguardosa, piuttosto destinata a salvar le apparenze, che rispondente ad un bisogno del suo cuore paterno. Il signor conte non era venuto senza un perchè ad aspettare il figlio a Sassuolo. Voleva aver tempo e libertà di fare una lavata di testa, ma coi fiocchi, e lontano dalla famiglia, la cui presenza gli avrebbe tolta l'occasione, scemata la gravità della cosa. A Sassuolo, poi, era smontato in casa di un vecchio amico suo, il barone Pradini. Il palazzo era grande, e aveva un quartierino appartato per gli ospiti; luogo adatto se altro fu mai ad ogni libertà, ad ogni severità di discorso.
L'incontro, adunque, fu freddo e cerimonioso che nulla più. Gino, d'altra parte, era come smemorato; non vedeva, non intendeva niente di ciò che gli stava dintorno, o che gli toccava di fare. Desiderava la presenza di Giuseppe, il nostro povero Gino; ma Giuseppe non c'era, ed egli doveva starsene con l'anima in soprassalto fino a Modena, che era come dire fino al giorno seguente. E peggio ancora quella fermata a Sassuolo, che non il viaggio di Fiumalbo fin là; poichè nelle ore passate in vettura aveva smaniato da solo, in piena libertà, mentre da Sassuolo a Modena, con suo padre al fianco, doveva tenere un contegno rispettoso di figlio, e di figlio che ritorna a casa, perdonato sì dal governo, ma non ancora, nè forse mai intieramente, dal capo della famiglia.
Infatti, egli aveva ferito quel padre nel più vivo dell'esser suo, in quella fedeltà che casa Malatesti si vantava di aver mantenuta, anche in tempi difficili, al governo legittimo. Ciò che Gino aveva fatto per meritare i primi rigori dell'augusto padrone, non era solamente una offesa al suo blasone, ma anche uno scandalo enorme, e suo padre non aveva tralasciato di dirglielo, là, nella camera di giustizia, al cospetto di tutta la famiglia radunata, poco prima che il giovanotto partisse per il suo luogo di pena. Scialacquare il fatto suo in feste, amori, cavalli ed altre pazzie di gioventù, sarebbe stato minor male; alla peggio, poteva rimanere senza il becco di un quattrino, alla morte di suo padre, e i fratelli gli avrebbero fatto un piccolo assegno, se pure non gli fosse bastata la sua paga d'ufficiale nell'esercito austriaco. Parecchi giovani di grandi famiglie italiane avevano già preso servizio in Austria, ed erano arrivati agli altissimi gradi della milizia, dando anche il loro nome ad intieri reggimenti. A tutto, dunque, ci sarebbe stato rimedio. Ma essere un liberale, lui, il figlio di quel gentiluomo che non aveva voluto riconoscere il governo dei ribelli, nel Quarantotto, cioè nel tempo di tante follìe, per cui tante deboli teste si erano smarrite, che orrore, che abominio inaudito!
Il conte Jacopo, per darvi un'idea del personaggio, anche fisicamente considerato, era vecchio, ma d'una vecchiezza ancor verde e non senza pretese. Rapato la testa, rase le guance, senza ombra di baffi sotto il naso, era una figura di cortigiano del buon tempo, in cui si era dovuto rinunziare alla parrucca incipriata, ma si protestava sempre (molto innocentemente, per verità) contro le basette, le zazzere ed altri arruffamenti di peli dell'êra napoleonica. Pure, il suo po' di barba l'aveva portata anch'egli, e fino a pochi anni addietro: barba a ghirlanda, in forma di soggolo, come il marchese Baldovini. Ma egli aveva avuto il coraggio di sacrificare quell'avanzo di una vecchia moda, perchè la barba a ghirlanda distingueva allora, su tanti celebri personaggi del giorno, un certo ometto pericoloso, torinese di nascita, il quale aveva portata quella barba a rappresentare il Piemonte, anzi l'Italia (ahimè tempi calamitosi!) al Congresso di Parigi.
Eppure, credete a me, non c'era pericolo che i due uomini si rassomigliassero mai, neanche fisicamente. Il conte Jacopo era di membra asciutte, risecchito e duro come un santo della scuola Bisantina. Per altro, non ve lo immaginate diritto sulla persona. Forse lo era, ma non appariva punto, poichè egli teneva volentieri il collo rannicchiato nella cravatta, nascosto sotto il bavero del soprabito, come le testuggini usano nasconderlo sotto l'orlo della loro scatola ossea. Certi diplomatici camminano così per vezzo; ma sicuramente hanno imparato da qualche ciambellano come il conte Malatesti. Quel collo rannicchiato dà alla faccia sporgente un'aria curiosa, in cui si vedono riuniti, ma non fusi, due opposti sentimenti, due espressioni, due atti, la riverenza e la familiarità. Si potrebbe dire che quella è la faccia, anzi la maschera, dell'ossequio confidenziale; maschera carnevalesca, che ha per i superiori un sorriso compiacente, per gli eguali una bonarietà amena, per gl'inferiori una rigidezza sarcastica.
Gino doveva trovare quest'ultima espressione sul volto di suo padre. L'uguaglianza che un vicendevole affetto ispira così naturalmente nella intimità della famiglia, non era mai esistita tra lui e il conte Jacopo; ma per quella volta la distinzione era anche più spiccata del solito. Gino era trattato da inferiore, da inferiore che ha fallito e che merita un castigo. Pure, non lo aveva già avuto, il castigo, in tre mesi di confine? E la riprensione paterna non l'aveva già avuta, prima di partire da Modena, alla presenza di tutti, nella gran camera di giustizia del palazzo Malatesti? Ahimè, la faccia del ciambellano era più dura che mai, e Gino aveva un presentimento che quella maschera gli serbasse ancora di peggio.
Per un paio d'ore il nostro giovinotto ebbe tregua. Era presente il padrone di casa, e le leggi della ospitalità passavano avanti a tutte le collere. Ma come il padre ed il figlio furono soli nel loro quartierino appartato, il conte Jacopo, scambio di ritirarsi nella sua camera, si rivolse a Gino e gli disse, con aria tranquilla, ma con accento severo:
—Sedete, e parliamo d'affari.
—Ci siamo!—pensò Gino, tremando.
E sedette, sopra una seggiola, accanto allo specchio del salotto, mentre suo padre prendeva posto sopra un canapè, con la dignità di un giudice antico.
—Vi ascolto, padre mio;—disse Gino, sperando di disarmare la severità del conte Jacopo con la sommessione delle parole e degli atti.
Il conte Jacopo incominciò pacato, anzi freddo, con una lentezza che prometteva un lungo discorso.
—Sua Altezza Serenissima si è degnata di cedere alle mie preghiere, e ciò per riguardo all'onore della nostra casa, che fu fedelissima ai Lorena, come era sempre stata agli Estensi. Ha ceduto, dico, alle preghiere di un padre, sebbene il momento fosse inopportuno alla clemenza, e piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.—
Gino capiva poco la distinzione; ma il suo pensiero corse naturalmente a quelle parole oscure che gli aveva detto l'applicato di polizia: «Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a scongiurarla.»Ad onta di certe aggravanti!Quali erano, le circostanze aggravanti, a cui alludeva l'applicato? Qualunque fossero, le commentava allora la frase di suo padre: «momento inopportuno alla clemenza…. piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.»
Intanto il conte Jacopo proseguiva il discorso:
—I tempi son guasti e certi animi son diventati incorreggibili con un regime di bontà; è necessario dare esempi salutari, esempi di severità, perchè non avvenga di peggio. Ma a questo provvederà la vigilanza del governo. Per quello che risguarda la mia casa, provvederò io senza fallo. Vi ho scritto l'altro dì, e voglio sperare che non ritornerete a Modena per fare quel che avete fatto finora. Perchè, badate bene, se io, fidando troppo nella vostra lealtà, ho potuto lasciar correre qualche leggerezza giovanile, oggi, avvertito dall'esperienza, non son più disposto a chiuder gli occhi sui vostri diportamenti. Ottenendo una grazia insigne da Sua Altezza, ho assunto un impegno, a cui non verrò meno. Messo in sospetto dal passato, dovrò raddoppiare la mia vigilanza, e pensare in tempo ai rimedi. Ne convenite?—
Era una domanda formale, o una figura rettorica? Il conte Jacopo si era fermato, e Gino pensò che bisognasse rispondere.
—Non so che vogliate dire, padre mio. Io non ho nulla che mi rimorda, che mi punga la coscienza, da far riconoscere necessaria la vostra severità.
—Lo so;—disse il conte Jacopo, tentennando la testa.—Voi siete impenitente.
—Ma in che, padre mio? Voi mi avete accusato di leggerezza, per certi discorsi…. che mi valsero una condanna. Su ciò non discuto. Ebbi la pena e non debbo dir altro. Questo vi posso promettere, da figlio rispettoso, e consapevole dei vostri impegni paterni, che io vivrò d'ora in poi nel più prudente riserbo, e tutto intento ai miei studi. Volete che io mi chiuda nelle mie camere, che io non veda più nessuno? Lo farò volentieri.
—Non vi domando un simile sacrifizio.
—Non sarà tale per me; sono avvezzo alla solitudine, oramai.
—Sì, anche troppo;—disse il conte Jacopo, con un accento sarcastico.—E nessuna lettera vostra, delle rarissime che ci avete scritte, accennava al rammarico di non essere in luogo più popolato. Ma basti di ciò, per ora. Voi dovete mutare il vostro tenore di vita. E per farvelo mutar bene, in modo che convenga a me, ho risoluto di ammogliarvi.
—Ammogliarmi?—gridò Gino.—Ammogliarmi?
—Sicuramente. Avete venticinque anni suonati, e mi par suonata anche l'ora da ciò.
—E sia;—disse Gino, pensando che alla fin fine il terribile decreto di suo padre non poteva avere esecuzione da un giorno all'altro.—Ma in questo almeno vi piacerà di consultare il mio desiderio?—
Il conte Jacopo diede a suo figlio un'occhiata, che parve volesse passarlo fuor fuori. Poi, molto tranquillamente, e quasi pesando le parole ad una ad una, rispose:
—Certamente, poichè il vostro desiderio non potrà essere disforme dalle tradizioni e dagl'interessi della casa Malatesti. Almeno nelle alleanze,—soggiunse il vecchio, rendendo a Gino la pariglia del suo avverbio puntiglioso,—almeno nelle alleanze vorrete conservare quella dignità che non vi è piaciuta in materia d'opinioni politiche.—
Gino non ebbe il coraggio di fiatare. E il vecchio proseguì, mutando il tono grave nel sarcastico:
—Del resto, non dubitate. Io non sono un padre di palcoscenico, che voglia rendere infelice il protagonista sentimentale a cui ha dato la vita per volontà dell'autore. Sono un padre vero ed umano, un po' rigido, se volete, ma per debito di onestà, per rispetto a tante generazioni di galantuomini che lo hanno preceduto, che deve considerare le convenienze della famiglia, aver occhio alle sue condizioni economiche, e le une e le altre, insieme con le proposte che possono rampollarne, vuol sottoporre alla vostra alta approvazione. Avrete dunque il diritto di scegliere, non dimenticando che Malatesti siete nato, con mille anni di nobiltà accertata e riconosciuta, che vostra madre è una Pallavicina, con altrettanti, e che dovete qualche cosa a questo sangue; almeno almeno,—e qui il vecchio battè ancora sull'avverbio,—di non fallire alle consuetudini.
—Ah!—mormorò Gino, che si sentiva perduto. Ma il vecchio Malatesti non mostrò di dargli retta, se non per piantar meglio il dardo nella ferita.
—Avete dunque capito, mi pare;—riprese egli, implacato.—Ho fatte le mie indagini, ho meditato su tutti i partiti che potevano offrirsi, e per venir subito alla migliore delle proposte, a quella che raccoglie in sè tutte le condizioni di sangue, di ricchezza, di educazione, ed anche di bellezza (poichè questa non va dimenticata, quando c'è) ho pensato che convenisse molto a voi la figliuola del mio amico Baldovini.—
Andava per le spicce, il conte Jacopo, e bisognava rendergli questa giustizia, che non voleva far soffrire troppo a lungo suo figlio, per l'incertezza del modo in cui doveva essere finito. Il povero Gino ebbe un tremito nervoso, e gli si offuscò la vista, all'udire quel nome. Ma vide allora, come in una nube, la lettera del suo grande amico Emilio Landi, in cui era magnificata, levata a cielo, la bellezza della giovane Baldovini.
—Come?—balbettò egli.—Una bambina!…
—Ha diciott'anni;—ribattè il conte Jacopo.—Lo so da suo padre, e non me lo ha negato sua madre. Voi non l'avete guardata molto attentamente…. Parlo della figliuola, si capisce!—soggiunse il vecchio, non sapendo rinunziare all'occasione di lanciare un bel frizzo.—Non l'avete guardata molto attentamente; ma vi consiglio di farlo fin da domani, quando andrete a visitar la marchesa.
—Oh, padre mio!—esclamò Gino, trascurando l'ironia e non vedendo che l'orrore della cosa;—con tutto il rispetto…. con tutta l'obbedienza che vi devo, non ci andrò.
—Non ci andrete? E perchè, se è lecito domandarvelo?
—Perchè… perchè…. Voi non mi costringerete a dirlo. Ma un'alleanza con quella casa….
—C'eravate così intimo!
—Ebbene, per quella medesima intimità….
—Ragazzate!—sentenziò il conte Jacopo.
—Ma il mondo, padre mio….
—Il mondo vedrà nel fatto d'oggi la più bella, la più categorica, la più solenne smentita a tutte le sue ciarle di ieri. Se pure,—soggiunse filosoficamente il vecchio Malatesti,—se pure il mondo si ricorderà di averne fatte, fino a tre mesi fa. Non mettiamo dunque fuori di queste scuse; non mostriamo di volerci attaccare a' rasoi. Infine, volete voi che io dica al mio vecchio amico Baldovini le ragioni, gli scrupoli, per cui ricusereste la mano ch'egli ci offre? Perchè egli ce l'offre, capite? egli in persona; e la marchesa Polissena approva un'idea, che ella medesima ha ispirata al marito. Voi sapete che il Baldovini non fa nulla senza sua moglie.—
Un interlocutore che avesse amato il frizzo come lo amava il vecchioMalatesti, avrebbe colta a volo l'occasione per dire che la moglie nongli ricambiava la cortesia. Ma il nostro Gino pensava a tutt'altro.Egli rivide in nube la lettera di Emilio Landi e fremette.
—Mi sarei dunque ingannato?—pensò.—Quella lettera sarebbe stata scritta… sotto la dettatura di lei?—
Si poteva fare molto cammino su quella traccia che il caso metteva dinanzi alla immaginazione di Gino. Ma egli doveva difendersi dalle incalzanti argomentazioni di suo padre.
—Ma che significa tutto questo amore così tardo dei signori Baldovini per me?—domandò egli, scuotendosi, e mostrando un rancore che non sentiva in cuor suo.—Mi hanno almeno dimostrato un po' d'amicizia nella sventura che mi era venuta addosso?
—Vi potrei rispondere che questo disegno d'alleanza ne è una luminosissima prova, e certamente più seria di una lettera di condoglianza;—rispose il vecchio Malatesti.—Ma io posso dirvi ben altro. Sappiate che la marchesa Polissena si è unita, alleata a me, nelle pratiche occorrenti per il vostro perdono. Ella ha disposto a favor vostro il ministro, che non è mio amico, sebbene mi tratti sempre con tante cerimonie. Forte di questo appoggio, io non mi sono inginocchiato inutilmente a Sua Altezza.
—Con mille anni di storia!—osò dire Gino Malatesti.
Il vecchio conte saltò dal cuscino del canapè, come se lo avesse spinto una molla.
—Che intendete di dire, malcreato?—gridò egli inviperito per la tracotanza del figlio.
—Che per me, padre mio, non dovevate inginocchiarvi davanti a nessuno, foss'anche un duca della casa di Lorena, tanto più recente della vostra.—
Il conte Jacopo volse in giro un'occhiata sospettosa; poi, come non fosse ancora ben certo, andò verso l'uscio, lo aperse e guardò nell'anticamera. Finalmente, richiuso l'uscio dietro di sè, ritornò verso il figliuolo, che era rimasto là, non sapendo che pensare di quella scena, e gli disse a mezza voce, ma con intensità tanto maggiore di accento:
—Sciocco! Imparate qualche cosa della vita anche voi. I duchi e i re non sono opera nostra; li fanno le circostanze, i tempi, la concatenazione degli eventi, e più di tutto le follìe dei popoli. Se non fossero state queste follìe, i Malatesti avrebbero ancora uno Stato, come lo avrebbero i Pallavicini, donde pur discendete, per vostra madre. I rivolgimenti politici hanno spogliate le nostre famiglie, ci hanno dispersi qua e là, nelle corti di più fortunati signori. Ed eravamo duchi di Ravenna nel 752, ricordatelo; duchi di Ravenna, e non per diritto longobardico, ma per avanzo di potestà romana; poi fummo signori di Rimini, di Pesaro, di Fossombrone, di Fano, di Cesena, di Cervia; padroni della Marca, insomma, assai prima che si parlasse di casa Borgia nel mondo. So la mia parte di storia, e dovreste saperla anche voi. Dovreste sapere altresì che i Malatesti, perduti gli antichi dominii, ridotti allo stato di semplici gentiluomini, hanno almeno serbati i loro privilegi, quei privilegi di cui fate alle volte così poca stima, e che pure vi servono tanto, eleganti fannulloni, per correre di qua e di là, onorati da per tutto, inchinati dal volgo alto e basso. Voi giovani vi date bel tempo, sfruttando l'economia e la previdenza dei vostri maggiori; noi frattanto, padri non degeneri dagli avi, dobbiamo pensare a mantenervi lo stato, a procacciarvi le alleanze che guarentiscano ai vostri figliuoli l'agiatezza e gli onori del grado. Pensate che ho tre figli, io, e in tre parti andrà divisa la mia sostanza, niente più larga di quella d'un modesto banchiere.
—Se non è che questo,—disse Gino, appena un sospiro del conte Jacopo gli permise di collocare una frase nel discorso,—ci sono sul Modenese altre ricchezze e maggiori di quelle che può darci un'alleanza coi Baldovini.
—Ci verremo, alle maggiori, ci verremo;—rispose il conte Jacopo.—Ma i Baldovini non hanno solamente ricchezze; hanno credito. La marchesa Polissena è potente a Corte. Non ho dovuto sperimentarlo io? Soltanto dopo che la marchesa è entrata in lizza, allora soltanto, ho potuto esservi utile, ottenere il vostro perdono da Sua Altezza, io, ciambellano antico, io più fedele alla casa del Duca, nei giorni della sventura, che non fossero tanti nobili di più fresca data, compresi gli stessi Baldovini. Pensate a questo, Gino, e finiamola con le vostre ripugnanze inesplicabili.
—Inesplicabili! Vi piace di chiamarle così;—mormorò Gino.—Ma io non vi ho detto ancora tutto.
—Parlate, allora. Siamo qui per dirci ogni cosa. Appunto per questo ho voluto venirvi incontro a Sassuolo.
—Ebbene, padre mio…. Se non fossi io l'uomo più adatto a far felice la giovane Baldovini…. Se ella amasse già un altro….
—E chi, di grazia?
—Il marchese Landi.
—Come lo sapete?
—Ho una sua lettera, in cui non fa che parlarmi della marchesina, dei suoi vezzi, dei suoi trionfi di società. È una lettera di un innamorato.
—Come v'ingannate!—esclamò il conte Jacopo.—Emilio Landi è uno dei vostri…. Via! mi fareste dire delle cose….
—Ditele, padre mio; non vi trattenete per me.
—Ebbene, sì, uno dei vostri successori;—replicò il vecchioMalatesti, compiendo la frase.
—Me ne rallegro con la marchesa;—disse Gino, che vedeva così confermato un suo recente sospetto.—Ma ecco una ragione che dovrebbe rendermi molto penoso il rimetter piede in quella casa.
—Sciocchezze, ve l'ho già detto una volta.
—E siano pur tali;—ribattè Gino.—Ma anche di queste si vive. Ora, io non sposerò mai la figlia dei Baldovino Non posso…—soggiunse, alzando la voce, per darsi in quel modo un po' d'energia.—Non posso, non devo, non voglio.—
Il conte Jacopo si morse le labbra, vedendo così sfidata la sua autorità paterna.
—Ecco un discorso che stona con la vostra condizione rispetto alla mia;—diss'egli, dopo un istante di pausa.—Che voi possiate e dobbiate, mi sembra di averlo dimostrato abbastanza, nè intendo di spenderci altre parole. Che voi non vogliate… è ciò che vedremo. Badate bene, Gino! Potrei anche diseredarvi.
—Ma non togliermi la vostra stima, padre mio;—replicò il giovane, animandosi.—Questa mi è cara assai più delle vostre sostanze. Ascoltatemi, ve ne supplico, e poi giudicate.
—Non ho fatto altro finora;—disse il vecchio Malatesti.—Ma poichè avete ancora qualche novità in serbo, son qua per ascoltarvi.—
Così dicendo, si ricompose sul sedile e stette in atto di giudice ad udire il figliuolo.
Gino, ridotto agli estremi delle sue difese, fece uno sforzo violento e svelò tutto il suo cuore. Tanto avrebbe dovuto farla, un giorno o l'altro, la sua confessione generale; e meglio allora che poi. Narrò come fosse giunto a Fiumalbo, per recarsi a confine in Querciola; come avesse conosciuti i Guerri e ricevute le dimostrazioni più affettuose, le prove di una ospitalità che doveva essere ricordata con gratitudine, non solamente da lui, ma da tutti i Malatesti. In quella casa aveva conosciuto un angelo di bellezza e di bontà; la sua virtù, la sua educazione, avrebbero innamorato il conte Jacopo, come avevano innamorato suo figlio. Bisognava vederla, bisognava conoscerla, quella divina fanciulla. I Guerri, poi, erano ricchi…. Egli si vergognava, in verità, di dover mettere in conto queste cose; ma infine, se potevano persuadere suo padre, erano argomenti non ispregevoli, perchè i Guerri erano infatti ricchissimi, e conosciuti per tutto l'alto Modenese come i re della montagna.
Il conte Jacopo era rimasto ad ascoltarlo, taciturno, immobile, senza batter palpebra, e Gino sperò di essere stato eloquente. Alla fine, il vecchio Malatesti parlò.
—Re! Un bel titolo, non lo nego, e val più che marchese. Ma son nobili, questi re?
—Padre mio! Vi assicuro….
—Tacete! Una sciocca passione vi farà anche trovare una genealogia ed uno stemma per la vostra Dulcinèa. Avete infatti qualche cosa di Don Chisciotte nell'anima. Il sentimento della cavalleria, senza dubbio, e la propensione alle avventure agresti. È una ubbriacatura come un'altra. Non vi mancherà più altro che di giudicar la montagna più abitabile della pianura, e la società dei taglialegna preferibile a quella delle persone educate. Non mi dite più nulla. Vi ho ascoltato con pazienza, per vedere fin dove giungesse la vostra follìa, e riconosco che era tempo di richiamarvi a casa, perchè avreste fatto qualche ragazzata irrimediabile, dopo tutte le altre… che costeranno care, ve ne avverto, assai care ai vostri ospiti.
—Care!—esclamò Gino atterrito.—Spiegatevi, in nome di Dio! È un obbligo d'onore per voi.
—Che cosa?—ribattè alteramente il vecchio Malatesti.—Vi verrebbe forse in mente di dare una lezione a me?
—Me ne guardi il cielo!—rispose Gino, tentando di disarmare suo padre con l'umiltà dell'accento.—Ma se i signori Guerri han da soffrire una persecuzione per colpa di un Malatesti, è il capo di questa famiglia che deve soccorrerli. E voi, dicendomi tutto….
—Vi dirò per ora che quella è la vostra camera;—interruppe il conteJacopo.—Andate a riposarvi, o a meditare su ciò che vi tocca. Forse,anzi senza il forse, l'alleanza vostra coi Baldovini sarà più utile aiGuerri che non l'altra, sognata da questi montanari con noi.—
Gino s'avvide che non c'era più nulla da rispondere, più nulla da ottenere. E non ribattè nemmeno, quantunque ne soffrisse acerbamente in cuor suo, l'offesa che si faceva in quel punto alla dignità de' suoi ospiti. Si ritirò, mormorando un saluto, mentre il conte Jacopo si avviava dall'altro lato alla sua camera, duro, impettito, col collo rannicchiato e la maschera alta.
La triste notte di Gino Malatesti non si descrive. Furono pianti dirotti, furono disperazioni a cui non recò tregua neppure il sonno, poichè lo accompagnavano dolorose visioni. Gino sognò i Guerri in carcere, accusati di lesa maestà, e Fiordispina che tendeva a lui le braccia supplichevoli, implorando aiuto e protezione. A lui! Ma che poteva far egli? Andar là, dove non poteva mandarlo neanche un comando di suo padre? Ahimè, sì, bisognava risolversi. Gino Malatesti, avvilito come gli ultimi della sua stirpe, si umiliava davanti alle potenti sirene, come essi si erano umiliati davanti ai duchi, ai tiranni d'ogni specie. La bionda sirena lo attirava, lo involgeva tutto in uno di que' suoi sguardi luminosi, e accanto a lei, consigliere della viltà, sorrideva Emilio Landi.—Sì, devi risolverti; saremo tutti per i tuoi Guerri; una nostra parola farà cessare ogni persecuzione contro di loro. Che cosa si domanda a te? Un monosillabo.—E il salotto allora diventava una chiesa; e, Dio mi perdoni, il sofà della marchesa Polissena si tramutava in altare. Una fanciulla vestita di bianco, bellissima invero, ma non lei, non Fiordispina, era al fianco di Gino. Il sì era richiesto; il sì era profferito; ma gli aveva bruciate le labbra, ed egli balzava indietro, fremendo. Lode al cielo, non era stato che un sogno. Ma la realtà era forse più lieta?
Tristi, odiose necessità sociali! Il decoro di casa Malatesti voleva un sagrifizio da lui. Ah, il decoro di casa Malatesti, qual riso amaro gli chiamava alle labbra! Francava la spesa di mantenerlo, quel decoro, dopo che i suoi maggiori lo avevano trascinato nella polvere, sull'orma di tanti fortunati bricconi! Ma già, l'obbligo, la tradizione delle famiglie storiche!… Sì, storiche oramai nella debolezza, non potute rinsanguare neanche dall'errore di qualche passione colpevole, tanto agli evitati mali dell'eredità si sostituiscono vigorosi i pregiudizi, i costumi, i vizi dell'ambiente, nuove cause di decadenza, e più gravi!
Gino Malatesti la sentiva allora, l'oppressione dell'ambiente morale in cui era vissuto. Voleva uscirne, e la cappa di piombo si aggravava su lui, come la tetra vôlta del carcere Tulliano, sotto cui si era soffocati, assai prima di morire strozzati.
La luce del giorno lo colse, ancora tutto immerso e perduto in vani disegni. Il poveretto non sentì mai tanto come allora la inanità degli sforzi di un uomo, quando tutto congiura contro di lui. L'accortezza che prevede… l'abilità che riesce… tutte parole vuote di senso! L'uomo ha il suo fato. Unico rifugio la coscienza; unica libertà il soffrire.
La carrozza aspettava, e poco dopo, salutati i Pradini, si ripartiva per Modena. Il conte Jacopo era taciturno, ma calmo, come se nulla fosse avvenuto. La maschera si era rifatta umana, scegliendo per altro, fra tutte le espressioni possibili, quella del sorriso cortigiano. Era del resto l'espressione consueta del conte Jacopo, e Gino ne rimase ingannato.
—Padre mio,—osò dirgli, alle porte di Modena,—vi vedo più tranquillo… più buono con me…
—Sì,—rispose il conte Jacopo,—nella fiducia che sarete buono anche voi, e obbedirete a vostro padre.
—Ma…—balbettò Gino.
—Non c'è ma che tenga: obbedire è l'obbligo vostro, se volete riacquistare la benevolenza mia.
—Ve ne prego, ve ne scongiuro;—rispose Gino umilmente;—ditemi almeno dei signori Guerri…. Che pericolo li minaccia?
—La loro sorte non è in mia mano.
—E di chi?—
Il vecchio Malatesti non rispose direttamente alla domanda incalzante di suo figlio. Tentennò un poco la testa; poi lasciò cadere dall'alto, stanche e fredde, come una pioggia lenta d'autunno, queste poche parole:
—Vi ho già detto che io non ho nessun potere sul ministro. Fummo rivali nella grazia del principe, ed egli se ne ricorda.—
Poi sospirò, il conte Jacopo, ed aggiunse:
—Così si preparano, nella gelosia dei servitori, le cadute dei legittimi padroni.—
Ma queste filosofiche considerazioni non avevano che fare col triste caso di Gino Malatesti, e il nostro povero giovanotto lasciò cadere il discorso.
Oramai non aveva più speranza che in Giuseppe. Piccola speranza, in verità, poichè da quel fidato servitore non c'era da aspettarsi aiuto. Ma quel brav'uomo sapeva le cose appuntino, e il sapere ciò che si trama contro di noi, contro gli amici nostri è già un'arma nelle nostre mani, il principio e il fondamento di ogni difesa. Pochi minuti ancora, e lo avrebbe veduto, lo avrebbe interrogato, il suo fedel servitore. La carrozza era entrata in Modena, svoltava un angolo ben conosciuto, giungeva davanti al palazzo Malatesti, infilava il portone, per andarsi a fermare davanti alla scala padronale. Due servitori si presentarono allo sportello, ma uno di essi era il portiere, l'altro…. non era Giuseppe. Entrato in casa, Gino fu lungamente in balìa della famiglia, abbracciato, guardato, interrogato, poi nuovamente abbracciato, come sempre avviene in simili casi. Soltanto un'ora dopo gli fu concesso di ritirarsi nella sua camera, per darsi la ripulita necessaria e mettersi in arnesi di città.
Finalmente! Era nel suo nido. Come lo avrebbe veduto volentieri, in ogni altra occasione! Ma allora, con tutte quelle tristezze, con tutte quelle curiosità pungenti nell'anima, non guardò, non vide nulla. Cioè…. dico male; vide il campanello e suonò per chiamare il servitore.
E il servitore venne, ma non era Giuseppe.
—Ah, Silvestro, sei tu?—diss'egli, come per dissimulare sotto la cortesia del saluto un primo e naturalissimo gesto di dispiacere.—Puoi dirmi dov'è andato a ficcarsi il mio abito grigio! Sai? quello che ha i bottoni metallici.
—Illustrissimo, non ne so nulla;—rispose Silvestro.—Cercherò nell'armadio.
—Nell'armadio non c'è;—disse Gino.—In quei cassetti nemmeno.Chiamami Giuseppe; egli forse ne saprà qualche cosa.—
Silvestro obbedì, e Gino respirò vedendolo andare così risolutamente. Aveva già incominciato a temere che gli avessero mandato via il suo fido Giuseppe.
Questi, da buon cospiratore, non si era mostrato molto premuroso, all'arrivo del padroncino, e infatti non era neanche venuto in anticamera. Bisognò andarlo a cercare nella camera di servizio, dove se ne stava tutto intento alle opere del suo ministero. Andò, chiamato, e fu felice d'incontrare per via il conte Jacopo, di esserne interrogato e di potergli rispondere:—vado dal signor conte Gino, che cerca un suo abito grigio e non lo trova.—
Le dimostrazioni furono brevi, tra Gino e il suo buon servitore. L'uscio della camera rimaneva aperto, qualcheduno poteva ad ogni momento passare di là. Ma fingendo di rovistare nei cassetti, aprendo e chiudendo via via un mobile o l'altro, per cercar sempre un abito grigio che era stato ritrovato alla bella prima, Giuseppe ebbe tempo e modo di dire al padroncino tutto ciò che più gl'importava di sapere.
Alla polizia ducale, forse venti giorni prima, era giunta notizia di una festa sulle rive di un lago, di discorsi pronunziati, di evviva all'Italia, di voti temerarii per la distruzione dell'ordine stabilito, di una piemontesata, insomma, come allora si diceva, riferendo ogni protesta, ogni dimostrazione di sentimenti patrii, alle mene, alle istigazioni dell'aborrito Piemonte. Capi di quel tentativo, di quel principio di ribellione, erano i Guerri, i ricchi padroni delle Vaie, nè da meno di loro si era mostrato un parroco, che aveva osato imporre ad una barca il nome scomunicato d'Italia. La cosa era enorme, tanto enorme, che a tutta prima non si voleva credere alle relazioni avute. Si erano chiesti nuovi particolari, e i nuovi particolari avevano confermati i primi, aggravandoli. L'autorità, grandemente turbata, vedeva necessario un castigo esemplare. Ma in quel frattempo il ministro di Stato aveva promesso di richiamare a Modena, prosciogliendolo dal confine, il giovane conte Malatesti; voleva mantenere la promessa fatta alla signora marchesa Baldovini. Perciò si era stabilito d'ignorare la parte avuta dal conte Gino in quella festa, non vedendoci al più che una nuova ragazzata; di richiamare a Modena il giovanotto, e, lui partito da Querciola, di aprire un'inchiesta sulla faccia del luogo, interrogando all'uopo tutti i famigli dei Guerri, e d'istruire un processo, se fosse stato del caso.
Gino fremette, udendo tutte quelle notizie, che gli dava a spizzico il suo fedel servitore.
—E la marchesa ha mano in tutto ciò?—chiese egli, come Giuseppe ebbe finito il racconto.
—Ha avuto mano nella liberazione di Vossignoria;—rispose il servitore;—è naturale che fosse istruita del resto. A proposito, non deve dimenticare che la signora marchesa mi ha mandato l'altro giorno a chiamare.
—E perchè?
—Ne giudichi Lei, illustrissimo. Mi ha chiesto se conoscevo i signori Guerri. «Tu hai accompagnato il tuo padrone a Querciola,—mi disse,—e ne saprai qualche cosa. Che gente è quella? Quanti sono in famiglia? Come vivono? Sento che ci hanno anche una bella ragazza. L'hai veduta?»—Io, scusi la mia indiscretezza, ho creduto subito ad un sentimento di gelosia. Ma non sapevo nulla di nulla, e mi fu facile dimostrarglielo, poichè avevo accompagnato Vossignoria fino a Pievepelago, e non potevo conoscere le persone ch'Ella aveva conosciute poi a Querciola, o nei dintorni di Querciola. Persuasa dalle mie risposte, la signora marchesa mi fece altre interrogazioni. Voleva sapere da me se Vossignoria mi avesse scritto qualche volta. Io stetti in guardia, e risposi di no. Non si sa mai, ho detto fra me. La signora marchesa è donna, e potrebbe un giorno o l'altro lasciarsi sfuggire un segreto che al mio padrone importasse di non veder propalato. Ho fatto male?
—No, hai fatto benissimo;—rispose Gino, abbracciandolo.—Va, buonGiuseppe; parleremo meglio stasera.—
Ah, la signora marchesa voleva dunque conoscer tutto, per filo e per segno; sapere ciò che lo aveva trattenuto, ciò che gli aveva reso dolce il suo luogo di pena! Quella donna che per tanto tempo aveva mostrato di non darsi alcun pensiero dell'amico proscritto, quella donna che aveva lasciate senza risposta le sue lettere, che era passata da Fiumalbo, non curante di lui, superba, gloriosa di altre conquiste, quella donna aveva seguiti i suoi passi! Non già molto attentamente, nè giorno per giorno. Le sue erano notizie raccolte più tardi, e che ella cercava di completare, interrogando Giuseppe. Perciò allora soltanto ella si era ricordata dell'uomo che le aveva recata la lettera di Gino Malatesti!
La marchesa Polissena conosceva ancora l'episodio della fanciulla dei Guerri. Da chi poteva averlo risaputo? Dal ministro di Stato; era facile indovinarlo. Se la polizia ducale aveva avuto un referendario compiacente per la gita del Lago, niente di più facile e di più naturale che la relazione si fosse estesa dai particolari del fatto alle persone che ci avevano partecipato. E quali esagerazioni, in quel rapporto dello spione! Si parlava di discorsi, di evviva, di voti espressi per la caduta del governo ducale! Evidentemente il referendario non aveva cognizione diretta delle cose; scriveva d'udita, e le scarse notizie di un imprudente famiglio dei Guerri diventavano sotto quella penna assassina un vero atto di accusa. Non avviene sempre così, nell'esercizio di quel brutto mestiere? La spia vuol farsi un merito delle rivelazioni, e vi aggiunge sempre molto del suo.
Così il conte Gino ricomponeva nella sua mente ogni cosa, ricostruiva il fatto che doveva cagionargli tante angosce e tanti terrori. In quella ricostruzione mentale, vedeva anche il suo dolce segreto conosciuto dalla marchesa Polissena, fors'anche dal conte Jacopo, prima che egli fosse di ritorno a Modena, con la speranza di persuadere suo padre. Della marchesa, in ogni altro momento, gli sarebbe importato poco. Non era sicuramente la gelosia che la rendesse curiosa, ed egli oramai ne sapeva il contrario. Pure, mettendo da parte il sospetto della gelosia, il guaio non era che più grande per lui. Polissena, volendo dare la sua figliuola ad un Malatesti, conosceva il segreto di lui: e Gino e i Guerri, pur troppo, erano in balìa di quella donna, poichè ella conosceva il ministro e lo muoveva a sua posta. Come dubitare del poter suo, se ella aveva ottenuto il perdono di lui, proprio allora che per il rapporto della spia sarebbe stato il caso di aggravargli la pena?
Ma allora?… Il perdono per lui, e un'inchiesta per gli altri. Tutti i ragionamenti, tutte le meditazioni di Gino venivano a quel punto. E allora gli si affacciò alla mente quella figura di commissario, tutto dolce e carezzevole, che davanti a lui aveva nascoste le unghie e fatte le fusa. Forse a quell'ora, mentre Gino ricordava la faccia patibolare e gli atti umili del signor commissario, l'inchiesta contro i Guerri era già incominciata; il signor Francesco, il signor Orlando, il povero Don Pietro Toschi, Aminta, suo fratello Aminta, erano già stati chiamati alla presenza del Minosse ducale. E non potevano esser già incarcerati? Dio santo! Un brivido corse per tutti i nervi del povero Gino. Ma no, non era possibile che si giungesse di primo colpo fin là. Il commissario non aveva che un applicato con sè; niente sgherri, niente apparato di forze. Si trattava di una semplice visita, di qualche interrogatorio abilmente condotto, per sincerare i fatti, e non altro per allora, non altro. Il peggio, sicuramente, sarebbe venuto poi; fors'anche presto, fra due o tre giorni, quanti bastavano per andare e tornare. Comunque fosse, non c'era tempo da perdere.
Quella sera, il conte Gino Malatesti, che aveva mostrato a suo padre tanta ripugnanza contro le visite, il conte Gino Malatesti andò al palazzo Baldovini. Non era giorno di conversazione. Meglio così.
Capitolo XII.
Una inchiesta misteriosa.
Voi combattevate, o Gino, e la fanciulla dei Guerri pregava. Così, sui portali marmorei delle nostre città di Liguria, l'arte medievale ha raffigurato il virtuosissimo barone San Giorgio, che spinge il destriero a galoppo e calpesta il drago arrovesciato, ficcandogli la punta della sua lancia nella gola spalancata, mentre sul ciglio di un sasso una giovine principessa inginocchiata, a mani giunte, implora la vittoria del suo campione dalla clemenza di Dio.
Tra l'antica rappresentazione e il caso presente correvano per altro due differenze. Gino Malatesti non aveva ancora piantata la lancia nella gola del drago, e Fiordispina, anche pregando con tutto il fervore dell'anima sua, non aveva l'aria di guardare ad altro, come la principessa di Cappadocia. Fiordispina teneva gli occhi rivolti a Fiumalbo, a quella lunga fila di monti e colline che separavano il Cimone dalla pianura modenese. Di là aspettava oramai la luce degli occhi suoi, la vita del suo cuore: pregando il cielo, confidava anche nel suo Gino, e discacciava come indegni di lui, del suo carattere, della sua lealtà, i neri presentimenti che venivano ad assalirla.
Intanto a Fiumalbo s'incominciava a discorrere, a far castelli in aria, sulla presenza di quei due impiegati del governo ducale. Si era creduto a tutta prima che fossero due ingegneri, venuti a studiare per la costruzione di un ponte, già tante volte domandato e mai ottenuto, scambio di quello di legno che ogni piena un po' grossa abbatteva, e che i Guerri, buona gente, rifacevano sempre a spese loro. Il sindaco Cervarola, interrogato dagli anziani del paese, non diceva nè di sì nè di no; ma era molto pensieroso, il brav'uomo, più pensieroso del solito, e pareva che gli pesasse la carica. Al signor Aminta, che gli chiedeva anch'egli notizie, il signor sindaco aveva risposto:
—Che ne so io? Vogliono saper tante cose! Ora vi sembra che mirino di qua, ora sembra che guardino di là. Mi è passato per la testa che vogliano fare un censimento nuovo delle famiglie.
—Un censimento! Che diavolo? Ma se è stato fatto da poco!
—Che cosa ho da dirvi io?—Fors'anche un nuovo catasto. Vogliono poi tante cose! Chi è il tale, chi è il tal altro, che mestiere fa, dove abita, dove si può vederlo…. Ieri, per esempio, mi hanno domandato anche di Pellegrino Menghi, che è il vostro servitore, e di Lorenzo Tamaroni, il vostro caposquadra alle Serre.
—Due uomini,—borbottò il Guerri, facendo una spallata,—che non hanno niente a vedere con la giustizia.—
Così erano rimasti, sapendone meno di prima, e sospettando ogni cosa. Ma il giorno seguente nuove voci si sparsero in paese. I due ufficiali del governo andavano di qua e di là, prendendo lingua da tutti i casolari, chiedendo cose di nessun conto; per altro, qualcheduno era anche chiamato alla loro presenza, nelle stanze della casa comunale. Di che si fosse parlato non si poteva sapere, perchè i chiamati all'interrogatorio non volevano appagare la curiosità degli amici, e neanche delle loro famiglie. Avevano paura, e si eran cucita la bocca.
Altro che censimento! altro che catasto! C'era la ragion politica, lì sotto. Del resto, il signor Francesco Guerri conosceva i due personaggi per impiegati di polizia, ed era già troppo non aver capito alle prime che razza di commissione fosse la loro. Perciò il vecchio Guerri chiamò a sè Lorenzo Tamaroni e gli disse:
—Che è stato? Ti hanno interrogato ieri. Su che?—
Erano alla Serra, ma in luogo appartato, e nessuno degli uomini addetti al lavoro poteva udire il discorso. Lorenzo Tamaroni diede tuttavia un'occhiata sospettosa in giro; poi raccontò minutamente ogni cosa.
—Il signor sindaco mi ha fatto chiamare ieri mattina.—È per ordine del signor commissario, venuto da Modena;—mi ha detto subito, quando mi son presentato da lui. Infatti, poco dopo è capitato il signor commissario col suo aiutante; si son seduti tutt'e due alla tavola del sindaco, e quando siamo rimasti soli noi tre, mi han detto di sedere e di rispondere con sincerità a tutte le domande che mi avrebbero fatto. Uno domandava e l'altro scriveva.—E così? (mi ha detto il primo). Siamo al lavoro delle serre?—Sì, illustrissimo.—E si fatica molto?—Eh, sicuramente, non è un mestiere troppo comodo.—Guadagnerà molto, il vostro principale?—Non saprei.—Come? Non lo sapete?—Signor mio, che vuole? Faccio il boscaiuolo, io; si dà al tronco dell'albero fino a tanto che possa cascare con una spinta; si svetta, si scortica, e poi, giù nel gran solco, fino alla serra. Quando ce ne sono cinquecento ammucchiati, s'incomincia a voltargli l'acqua, che faccia lago, e ci possano galleggiar dentro; poi, quando se ne son fatti entrare tanti che bastino, si apre la cateratta, e via, che pare il diluvio. Ecco quello che faccio io, che facciamo tutti noi, illustrissimo; e quel che succeda del legname, quando lo abbiam perduto di vista, e i guadagni che può procurare al padrone, non è cosa che possiamo sapere noialtri.—A proposito d'acqua, siete andati un giorno a lanciare una barca in un lago?—Nel lago della Ninfa, sì, illustrissimo.—Ed era grossa?—Che! Un guscio di noce.—E perchè l'avete lanciata?—Per obbedire agli ordini dei nostri padroni.—Ma essi, che idea avevano?—Se ho bene inteso, quella di assicurarsi che non ci fosse un vortice nel mezzo del lago.—Benissimo; e si è anche fatto un po' di festa.—Capirà, illustrissimo, quando si è in tanti, e si è fatto un lungo viaggio….—Festa patriottica, con discorsi ed evviva; si è dato alla barca un bel nome….—Non so.—Come? Neanche questo sapete?—Signor mio, non lo so; forse dal posto in cui ero, non ho potuto sentirlo.—Ve lo dirò io, il nome d'Italia. Non vi piace forse?—Eh, gli è un nome come un altro.—E non sapete dunque chi abbia dato quel nome? Chi c'era, intorno alla barca? I signori Guerri, non è vero?—Come padroni, ci dovevano essere di sicuro.—E il prevosto Don Toschi?—Anche quello,—E il conte Malatesti?—Non so se si chiami così; ma un giovanotto che chiamavano il signor conte, l'ho veduto benissimo.—È forse lui che ha dato il nome alla barca?—Sarà, ma non posso giurarlo; Le ho già detto che ero distante, e non ho sentito nulla.—Dite piuttosto che siete duro d'orecchio, perchè eravate ben vicino, come caposquadra, al comando della manovra. Basta, andiamo avanti. E il conte Malatesti, come era amico coi vostri padroni?—Non lo so; non me l'han detto.—Voi non sapete mai nulla di nulla. Eppure, sentite, vi converrà parlare; è per utile vostro, se non volete aver guai.—
Qui Lorenzo Tamaroni fece una sosta, per introdurre nel dialogo una sua osservazione.
—Capirà, signor Francesco; non era un bel complimento che mi faceva il signor commissario. Ma io non mi sono perduto d'animo.—Son qui per dire tutto quello che vogliono (risposi) ma a patto che io lo sappia. Ora, dell'amicizia di questo signor conte coi miei padroni io ne ebbi la prima notizia quel giorno. Ho saputo che erano vicini di casa.—E il conte era sempre alle Vaie?—Non lo so.—Badate, Tamaroni, il tacere le circostanze che vi son note, il trincerarvi dentro i vostri eterni «non so» potrebbe costarvi caro.—Oh senta, illustrissimo; costi un po' quel che vuole; non mi si potrà far dire quello che non è alla mia cognizione. Sono da vent'anni al servizio dei signori Guerri, ma non ho altre occasioni di vederli che tra i boschi, dove passo le mie giornate.—Ma là, sul lago della Ninfa, dov'eravate tutti, che discorsi sono stati fatti? Che cosa diceva il signor Francesco Guerri?—Niente, stava a vedere.—E il prete? Non ha simulato di battezzare la barca?—Nossignore, ha dato una benedizione. Anche a me han benedetta la casa, quando i signori Guerri l'han fatta costruire, e non mi sembra che abbia fatto niente di diverso per la barca.—Qui—(soggiunse Lorenzo Tamaroni, ritornando alla forma narrativa)—il signor commissario si è volto all'aiutante, che scriveva sempre come un altro sant'Agostino, e gli ha detto sottovoce, ma in modo che potessi sentirlo ancor io:
—Questo è un merlo del becco giallo! Ora vedremo un po' gli altri. E, voltandosi a me, mi congedò con queste parole:
—Andate, Tamaroni; vi richiameremo, se ci occorrerà di saper altro da voi, di quello che non sapete.—Ed io andai, senza aspettare che me lo dicesse una seconda volta. A dirle il vero, signor padrone, mi pareva mill'anni.—
Il vecchio Guerri stette saldo davanti a tutti quei segni precursori di una grossa burrasca che minacciava di scaricarsi sulle Vaie. Non così saldo si mostrava il povero boscaiuolo, che amava i suoi padroni e aveva ragione di temere per essi.
—Ed ora, signor Francesco,—riprese egli,—che cosa succederà?
—Che vuol che succeda? Nulla.
—Dio voglia! Ma se mi chiamano ancora, come mi hanno minacciato di fare?…
—Se ti chiamano ancora, di' pure liberamente tutto quello che sai. Infine, tu non hai detto niente di meno, e non potevi dire niente di più. Discorsi sovversivi, brindisi, evviva, non se ne sono fatti. Io, poi, non so nemmeno chi abbia dato il nome alla barca. Vorrei essere stato io, per vantarmene.—
Il signor Francesco non diceva tutta la verità, in quel momento. Ricordava benissimo che il nome era stato dato da sua figlia e dal conte Gino; ma, come padre e come ospite, non voleva che il boscaiuolo lo dicesse, in un secondo interrogatorio.
—Del resto,—soggiunse il vecchio Guerri,—se domandano la cosa a me, non ho nessuna difficoltà a caricarmi la coscienza di questo peccato. Che cos'è l'Italia? Un'espressione geografica. Dando questa sua bella definizione, il principe di Metternich ha proferito la parola, e il principe di Metternich è uno dei loro. Dopo un così grande esemplare di ortodossìa politica, perchè non potremmo proferirla noi?
—È giusto;—rispose il boscaiuolo, che non conosceva il signor principe, ma che si sentiva istintivamente raffidato dalla confidenza con cui ne parlava il padrone;—si dice Italia come si direbbe un'altra cosa: Francia, Spagna, America, Portogallo…. ed altri paesi.—
La geografia di Lorenzo Tamaroni non andava niente più in là. Con quei quattro nomi aveva vuotato il sacco della sua erudizione. Ad un esame lo avrebbero bocciato di sicuro; ma il bravo boscaiuolo non era fortunatamente a quell'impegno, e quelle poche cognizioni bastavano alla sua felicità.
Congedato dal padrone, se ne ritornò sul lavoro. Il signor Francesco lo seguì poco dopo, tranquillo in apparenza, e tutto intento alla distribuzione delle acque nella serra. Ma quel giorno, dopo il pranzo, fu una gran conferenza nella casa dei Guerri, avendo il capo della famiglia creduto necessario di consigliarsi coi suoi. Fiordispina fu più addolorata di tutti, e la sua agitazione commosse il vecchio, che si studiò di calmarla, fingendo una sicurezza che non aveva nel cuore.
—Non temo per me;—disse la fanciulla.—Son donna, e poco mi posson fare. Temo per te, babbo; temo per voi uomini.
—Eh via, non esageriamo!—raccomandò il signor Francesco.—Ho detta la cosa, perchè era necessario avvertirvi tutti, e intenderci sulle risposte che daremo, se verranno ad interrogarci. Ma andiamo al fondo e guardiamo che c'è. Son venuti in due, come l'altra volta, ma per dare una buona notizia al conte Gino. L'occasione sarebbe stata scelta male, per annunziargli la sua grazia, se avessero avuto dei gravi sospetti. Fanno una piccola inchiesta, per uso, per amore dell'arte; ecco tutto.
—Ma porteranno la loro relazione a Modena;—osservò la fanciulla.
—Che relazione! Un pugno di mosche;—replicò il vecchio Guerri, facendo una spallata.
—Speriamolo;—disse Aminta.—Ma nel dubbio, bisognerà avvertire il conte Gino.
—Sì, bravi! perchè la lettera caschi in mano alla polizia del Duca.
—Possiamo mandarla per mezzo di un uomo sicuro. Pellegrino per esempio.—
La conferenza si fermò a questo punto. Pellegrino, in verità, era stato interrogato anche lui; ma non aveva avuto da dire niente più del Tamaroni. Pensando a tutti quegli interrogatorii, il signor Francesco capì che i suoi servitori e famigli erano tutti fedelissima gente. Da loro, per certo, non era partita l'accusa; probabilmente da qualche invidioso, da qualche nemico celato, come tutti ne hanno, e come potevano averne anche i re della montagna a Fiumalbo. Questa supposizione era avvalorata dal fatto che si accennava a discorsi non fatti, ad evviva non proferiti. L'accusatore non era dunque da cercare tra i presenti alla scena del Lago. Del resto, e si cascava sempre qui, se anche i famigli di casa Guerri si fossero sbilanciati nelle loro risposte al commissario, poco potevano aver detto, perchè poco c'era da dire, e tutto il guaio si restringeva ad un nome, al nome d'Italia, che era stato imposto ad un misero burchiello.
Don Pietro, che aveva sulla coscienza quell'altro peccato della benedizione, capitò quella sera all'ora solita. Non sapeva ancor nulla, lui; nè il commissario lo aveva chiamato alredde rationem.
—Curiosa inchiesta, che non si estende agli accusati!—disse il prete, com'ebbe udito ogni cosa.—Del resto, e quanto a me, so già quel che mi tocca: una chiamata in Curia e una solenne lavata di testa. Ma io potrò rispondere a Monsignore:—Non so ancora che il nome d'Italia sia scomunicato. Mi diano istruzioni, e starò all'obbedienza.—
Tutto ciò andava benissimo, ma non toglieva di mezzo le apprensioni. Ad accrescerle, anzi, venne poco dopo l'annunzio di una visita. Il signor commissario e il suo applicato, domandavano di essere ammessi a riverire i signori Guerri. A riverire, capite? Questo era il linguaggio ufficiale, la veste, la maschera del pensiero; ma bisognava vedere, che cosa ci fosse sotto.
I due visitatori furono ricevuti con calma solenne da tutta la famiglia riunita. Non si era re della montagna per nulla. Ed anche alla calma solenne si accompagnò una squisita cortesia.
—I nostri incarichi sono finiti;—disse il signor commissario, premendo al solito sulle parole;—non abbiamo voluto andarcene, senza una visita di congedo a lor signori.
—Come?—non potè trattenersi dal dire il vecchio Guerri.—Finiti così presto?
—Che vuole? Cose da nulla…. almeno, per quanto risguarda il tempo che si poteva mettere a sbrigarle.
—Ci duole,—disse il signor Francesco,—ci duole che se ne vadano senza accettar nulla da noi. Se avessimo saputo che la loro partenza era così imminente….
—Oh, grazie!—interruppe il commissario.—Non ci è neanche permesso di dare incomodo alle persone in mezzo a cui ci chiamano i nostri doveri d'ufficio. Il nostro ministero è delicatissimo, e ciò in compenso dell'essere qualche volta odioso.
—Che dice Ella mai?
—Oh, non dubiti, perchè la cosa è proprio così come ho l'onore di dirle;—rispose con un sospiro il commissario.—Siamo servitori fedeli, con l'obbligo di essere accorti, di vigilare, di sospettare, sì, anche di sospettare. Infine,—soggiunse egli, con un altro sospiro, ma che pareva di sollievo,—su noi riposa lo Stato, da noi dipende la sua tranquillità, la sua sicurezza interna, che è principio e fondamento della sicurezza esterna. Ci sono tante piccole cose, germi inavvertiti di malcontenti, che bisogna osservare! Dal trascurarli derivano i guai maggiori all'ordine stabilito.Principiis obsta, lo ha detto anche il poeta,sero medicina paratur.—
Nessuno osò più interrompere il signor commissario, che era montato sul pulpito e voleva far la sua predica, anche col testo latino, come avrebbe fatto Don Pietro.
—Una cosa è da raccomandare, anche a questi paesi più lontani dalla vigilanza e dall'azione del governo centrale;—proseguì il commissario.—Fiducia in lui, che è provvido, paterno, bene intenzionato. Abbiamo in esso il tipo, il modello, l'esemplare dei governi possibili. Pure, non mancano quelli a cui sembra di star male, e che si voltano di qua o di là, sperando meglio. Se si domandasse loro: «che cosa?» si troverebbero bene impacciati a rispondere. Le novità allettano gli spiriti deboli, ecco il guaio. Ma tante novità sognate, si vedrebbe che cosa sono, allo stringer dei conti: miseria e rovina per tutti, salvo per coloro che hanno interesse a pescare nel torbido. Qui, infine, si è felici, relativamente, lo capisco, come si può esser felici sulla terra. E infatti noi ci occupiamo della terra; è istituto del reverendo di parlarci del cielo.—
Don Pietro, così personalmente indicato, reputò necessario di far riverenza al predicatore. Questi frattanto proseguiva:
—La terra dà quel che può, e, aiutando l'avvedutezza dei proprietarii, dà tutto ciò che basta ai loro desiderii. Non è gravata da altre tasse fuor quello che servono a mantenere un'autorità, distributrice di sicurezza, di benefizii morali e materiali a tutto lo Stato. Non coscrizioni che defraudino i campi delle valide braccia e le famiglie dei loro sostegni. Non cure del domani, che se ne prende il carico momentoso un principe umano e prudente, vero padre dei sudditi. Sotto l'egida sua, sotto l'imperio delle provvide leggi, il piccolo commercio respira, le piccole industrie fioriscono, e fanno le fortune anche grosse. Questa verità palmare dovrebbero intenderla primi fra tutti i grandi proprietarii, scambio di sognar novità, di favorire idee sovversive. Perchè, poi, che cosa succede? Il padre è amoroso, è buono; ma viene il giorno che non vuol parerlo tre volte. Ammonisce con gli esempi; ma se gli esempi non servono, mette mano ai castighi. Non le pare?
—Fa il dover suo;—rispose il signor Francesco, a cui era rivolta la domanda.
—Ho piacere che in questo Ella sia del nostro avviso. Lo sia in tutto, e sarà grande vantaggio per tutti. Umili servitori dello Stato, e ignari delle conseguenze che può portare l'opera nostra, non possiamo rassicurare, nè promettere; c'è una gerarchia, e noi siamo ai più bassi gradini. Solamente ci è dato di esprimere un modesto desiderio. Ella, signor Guerri, per consenso di tutti, è il primo proprietario e per conseguenza l'uomo più autorevole di questa regione, i cui semplici costumi ritraggono della antica convivenza patriarcale. Il suo ufficio potrebbe dunque esser quello di un Mentore, cioè di una guida amorevole, di un esempio sicuro per queste buone popolazioni, che il governo tien d'occhio, come ogni altra parte dello Stato. Ma l'ora è tarda;—conchiuse il commissario, parendogli di aver detto quanto bastava, e dando perciò la sbirciata d'uso al suo orologio;—noi dobbiamo levar l'incomodo a questa bella riunione, dolenti di avere interrotte le sue occupazioni.
—Una partita di briscola chiacchierina;—disse il signor Francesco, sorridendo;—e non ancora incominciata, com'Ella ha potuto vedere. I nostri ossequii, signor commissario, ed anche i nostri augurii migliori per il suo prospero viaggio.—
Il signor commissario se ne andò, seguito dal suo taciturno e malinconico aiutante. Povero signor commissario! Aveva egli predicato invano, che lo accomiatavano con una burletta? Tale non era la sua opinione, e la burletta gli pareva assai povera, certamente poco spontanea, non accompagnata da nessuna allegrezza di spirito.
—Ad ogni modo,—pensò egli, scendendo le scale,—te la daremo noi, la briscola chiacchierina. La tua gente ha chiacchierato poco, ma gli altri, che non dipendono da te, hanno detto quanto basta, per far onore alla mia commissione. Nei nostri quaderni c'è tanto da darvi noia per un pezzo.—
Ai soliloqui del commissario e alle sue legittime speranze di gratificazione, se non forse di un aumento di grado, rispondeva il colloquio dei rimasti.
—Ahi, ahi!—disse primo Don Pietro.—La lezione è stata dura.
—Infine,—rispose Aminta, poichè il vecchio Guerri taceva,—se ne vanno senza chiederci nulla.
—E questo è il male, figliuol mio;—replicò il vecchio prete.—La predica del commissario mi dice che non se ne vanno con le pive nel sacco. Questi signori hanno raccolto quanto bastava. Non volevano andarsene senza far l'atto di presentarsi. Certamente, potevano supporre che fosse giunta a voi altri qualche notizia dei loro interrogatorii, e in questa supposizione molto ragionevole non hanno potuto dispensarvi da qualche allusione. Mi par chiaro.
—È chiarissimo;—aggiunse il vecchio Guerri.—Ma che farebbe Lei, DonPietro?
—Cercherei di avvertir subito subito il conte Gino di ciò che si prepara. È una burrasca che potrebbe dar noia anche a lui.—
Pellegrino Menghi, famiglio di casa Guerri, partì quella medesima notte da Fiumalbo, conducendo a Modena un carico di legname. Erano bei tronchi d'acero, debitamente stagionati, che andavano ad uno stipettaio modenese, la cui commissione era stata ricordata in buon punto. Ora il bravo Pellegrino conduceva un carro; ma portava una lettera, nella gran buca della sua giacca di fustagno, ed anche un libricciuolo, per il conte Gino Malatesti. Quella lettera, scritta da Aminta Guerri, diceva poco o nulla; accompagnava un libro che il conte Gino aveva dimenticato alle Vaie, nell'ultima notte che era dormito lassù, e prendeva occasione da quell'invio per mandare all'amico, all'ospite gradito e caro, i saluti suoi e quelli di tutta la famiglia.
Il libro, che Gino Malatesti non aveva punto dimenticato, era stato scelto tra i più innocenti della libreria delle Vaie. Figuratevi che era ilNovellino, in una piccola e modesta edizione di Parma. Non dava molto impaccio al portatore, e non c'era caso che gli si vedesse far grinze di fuori, al petto della giacca. Comunque, se avessero frugato Pellegrino alla porta, perchè tutto poteva darsi e bisognava prevedere ogni cosa, l'invio di quel libro innocente giustificava la innocentissima lettera. Pellegrino Menghi, arrivato alla presenza del conte, avrebbe detto l'essenziale a voce. Sapeva pure tutto ciò che importava di far conoscere al conte, poichè era un giovanotto intelligente, ed anche a lui era toccata la noia di un interrogatorio intorno alla famosa gita del lago.