Passarono i quattro giorni che Pellegrino doveva star lontano dalle Vaie, tra andata e ritorno. Ma il messaggero non comparve. Ne passò un altro, che fu il quinto, e i signori Guerri, non vedendo comparir Pellegrino, incominciarono a stare in pena, temendo che gli fosse accaduto qualche guaio. I timori si tramutavano quasi in certezza verso la fine del sesto giorno, quando il signor Aminta, che era andato in traccia del suo famiglio di là da Fiumalbo, riconobbe da lunge il carro vuoto che ritornava, e Pellegrino che gli veniva a passo lento daccosto.
—Ebbene?—gli domandò, muovendogli incontro.
—Eccomi qua, signor Aminta.
—Con due giorni di ritardo!
—Per forza!—rispose Pellegrino.—E col dispiacere di aver fatto un viaggio inutile.
—Come? Non hai veduto il signor Gino.
—Non l'ho veduto.
—Ed eri andato a bella posta!
—Che vuole?—ripigliò Pellegrino.—Appena giunto, e scaricato il legname, sono andato a cercare il palazzo Malatesti. Ho chiesto del signor conte Gino, e il portiere mi ha risposto brevemente: non c'è.—Mi rincresce, perchè dovevo consegnargli un involto.—Datelo a me, gli sarà ricapitato.—Non potevo ricusare, e cavai l'involto di tasca.—C'è un libro e una lettera;—dissi allora, consegnando l'involto a quell'uomo;—avvertite anche il signor conte che se ha comandi da darmi per i miei padroni, io sono per tutto questo giorno allaRosa, fuori porta di San Francesco.—
—Bravissimo!—disse Aminta.—E allora come va che non hai veduto il conte?
—Ecco qua. Avevo appena finito, che il portiere mi rispose:—Sarà impossibile che vi mandi a dire qualche cosa, perchè non è in città.—Diamine!—esclamai.—Dov'è andato?—A Bologna, e non ritornerà che domani a sera, o doman l'altro.—Ringraziai, allora, e me ne tornai alla locanda, pensando che cosa avrei dovuto fare. Se ritorno alle Vaie, dissi fra me, il signor Aminta mi sgriderà, e giustamente, poichè m'aveva mandato perchè vedessi il signor conte. Così aspettai un altro giorno, sempre fermo alla locanda. Il giorno seguente non osai muovermi neanche; soltanto verso sera m'incamminai verso il palazzo Malatesti e giunto là mi presentai nuovamente al portiere.—Non ho potuto partire, in questi due giorni,—gli dissi,—e son venuto ancora a vedere se il signor conte Gino ha comandi da darmi.—Il conte Gino non è ancora ritornato.—C'è speranza che ritorni domattina?—Nè domattina, nè per parecchi giorni ancora; ha scritto che le sue faccende lo tratterranno dell'altro, forse una settimana, a Bologna.—
—Che faccende!—esclamò il signor Aminta.
—Non me ne ha detto nulla;—rispose Pellegrino, che aveva presa l'esclamazione per una domanda.—Ella capirà, signor Aminta, che io non me la sentivo di restare una settimana a Modena, lasciando Lei e il signor Francesco nell'incertezza. Perciò mi son risoluto di ritornare. Ma se vuole che io rifaccia la strada….
—No, non occorre, per ora. Al poi, penseremo più tardi.—
Quella sera in casa Guerri si seppe che il viaggio di Pellegrino era stato inutile, come l'espediente del libro e della lettera ond'era accompagnato. La cosa dispiacque molto anche a Don Pietro, che aveva avuta l'idea di quel viaggio. Non si parlò di briscola chiacchierina, ve lo assicuro; da parecchie sere non si pensava più a quei piccoli svaghi.
Capitolo XIII.
Il segreto di Pellegrino.
La mattina seguente, non senza meraviglia sua, Don Pietro si vide capitare in chiesa il famiglio dei Guerri.
—Che c'è?—gli domandò.—Vuoi confessarti?
—Eh, quasi!—rispose Pellegrino.—Son venuto a cercarla in chiesa, appunto per averne l'aria.
—Sentiamo dunque,—disse Don Pietro, tirando il giovanotto in uno stanzino accanto alla sagrestia, dov'era infatti un inginocchiatoio, con un seggiolone daccanto.—Se è una mezza confessione, qui nessuno ti ha da vedere, e puoi parlare liberamente, figliuol mio.
—Incomincio subito,—disse Pellegrino.—Ella saprà, almeno avrà potuto indovinare, che il signor conte Gino vedeva molto di buon occhio la mia padroncina.
—Non so, e non ho indovinato nulla;—rispose Don Pietro.—È questo che avevi da dirmi?
—Scusi, era necessario, per cominciare. A me era parso che fosse così. Ma se non c'era nulla tra loro due, tanto meglio.
—E perchè?
—Perchè, vede, ho avuto certe notizie, laggiù…. certe notizie che m'avevano già guastato il sangue. Ma se Lei mi assicura che non c'era niente fra il signor conte e la padroncina, io dormo tranquillo, e il signor conte può sposar chi gli pare.
—Che storia è questa?—gridò il prete, turbandosi.—Tu mi dirai ogni cosa. Come sai che il conte Malatesti si sposa?
—Eh, come lo sanno tanti altri, che lo hanno sentito laggiù, nella locanda dellaRosa. Lei, deve sapere, Don Pietro, che io, aspettando un'occasione di vedere il conte Gino, avevo detto al suo portiere: rimarrò tutto questo giorno a Modena, e sono alloggiato allaRosa, fuori porta San Francesco. Dunque, eccomi allaRosa, non sapendo che fare. Lei indovina già quel che ho fatto: mi son seduto sopra una panca, e ho bevuto un bicchier di trebbiano. C'era della gente che mi ha offerto di giuocare una partita ai tressetti, ed ho fatto volentieri il quarto ai tressetti. Così mi è accaduto di far conoscenze e di barattar quattro ciarle coi miei compagni, gente di servizio come me. Uno di essi era nientemeno che sottocuoco in una casa di nobiloni.—«Ciriaco,—gli hanno detto ad un certo punto,—è dunque vero che la marchesina si marita?»—«E che cosa volete che facesse?—ha risposto lui.—Il suo giorno è venuto.»—E lì, di chiacchiera in chiacchiera, son venuto a sapere che lo sposo era il conte Malatesti. Non ho potuto trattenere la lingua, e ho domandato se si trattava proprio del conte Gino. Allora hanno domandato a me come lo conoscevo, ed io, facendo l'ignorante, ho risposto, che lo avevo incontrato una volta a Pievepelago.—«Ah, sicuro!—mi dissero.—Lo avrete veduto quando lo avevano mandato lassù in esilio. Ora gli hanno perdonato, e il signor conte, forse per mostrare che fa giudizio, si è risoluto di prender moglie.»—«E si farebbe giudizio tutti, a quelle condizioni!—soggiunse un altro.—Sposa la più bella ragazza di Modena.»—«Ah, sì? Ci ho gusto,—risposi,—perchè mi è parso un signore molto grazioso. E chi è la sposa, se è lecito?»—«La padroncina di Ciriaco, la marchesina Baldovini»—Eccole, Don Pietro, quello che seppi il primo giorno, mentre aspettavo che il conte Gino capitasse alla locanda, o mi mandasse a chiamare. Non vedendolo, e sperando che ritornasse da Bologna, dove mi dicevano che fosse andato, aspettai ancora due giorni; e questi li occupai, facendo amicizia con Ciriaco, passeggiando e trincando con lui. Mi ha confermato tutto, e mi ha detto anche tante altre cose, di questo matrimonio, delle relazioni che c'erano già tra il signor Gino e casa Baldovini, che ora si andrebbe troppo in lungo a volerle riferire. Signor prevosto,—conchiuse filosoficamente Pellegrino,—il conte Malatesti non si lasciò vedere; era sempre a Bologna, come mi disse la seconda volta il portiere, e in un modo da lasciarmi capire che potevo risparmiare la fatica di andarci una terza. Ma se anche fosse ritornato a Modena, mi par di capire che aveva ragioni tanto forti da non iscomodarsi con una gita alla locanda dellaRosa.
—Questo è un giudizio temerario,—disse Don Pietro.—Non va bene dubitare così degli amici. Se era a Bologna!…
—Il primo giorno, sì, e infatti il portiere mi aveva detto graziosamente:—ritornerà stassera o domani.—Ma due giorni dopo, era un'altr'aria. Di sicuro aveva ricevuto l'imbeccata.
—Non dal conte Gino, allora.
—O da chi poteva averla ricevuta?
—Dalla famiglia, per esempio. Tutto ciò che mi hai raccontato non mi persuade ancora. Per credere che il conte Gino Malatesti si sia dimenticato affatto di noi, bisognerà che me lo confermino con giuramento almeno tre testimoni.
—Uno più dell'uso!—esclamò Pellegrino.—Ma si è egli degnato, appena giunto a casa, di scrivere due righe ai padroni? Conosco il suo carattere, per essere stato tre mesi con lui e aver portato i suoi biglietti ad Aminta, quando non si trattava d'altra distanza che quella da Querciola alle Vaie. Son io che vado a Fiumalbo per le lettere, e di suo non ho visto tanto così!
—È vero;—confessò malinconicamente Don Pietro.—Ma chi sa che cosa gli è accaduto, a quel povero ragazzo?
—Oh, non si è mica rotto il braccio destro,—ribattè Pellegrino.—Può viaggiare; potrà anche scrivere. Io, del resto, non c'entro.
—E dimmi,—riprese Don Pietro,—hai parlato di queste cose con nessuno?
—No, neanche col signor Aminta. Mi è sembrato di capire che avrebbero fatto dispiacere. Sa! per quel tal sospetto che avevo e che le ho detto in principio. Ma ora che so…
—Ora che sai,—interruppe Don Pietro,—devi tacere per tutto il resto che non sai. Tu hai fatto bene, tenendo subito le tue notizie per te; hai fatto bene,—soggiunse sospirando, come un uomo che non è ben persuaso di quel che dice,—hai fatto bene a confidarle a me, prima di farne uso con altri; puoi accettare il mio consiglio, che è quello d'aspettare un altro poco.
—Anche un mese, anche un anno;—disse Pellegrino.—Ella può viver tranquillo, che io non fiato. Son venuto da lei come da un confessore.
—Ma intendiamoci, veh!—rispose Don Pietro.—Non mi hai dette queste cose in confessione, e al bisogno potrò servirmi delle tue notizie.
—Lei è un uomo prudente; faccia come Le pare.
—Grazie, figliuol mio! Vattene ora alle tue faccende; io ritorno a casa per dir le mie ore.—
Ahimè, povero Don Pietro! Per quella mattina non lesse altrimenti il breviario, tanto era rimasto male, udendo tutte quelle novità dolorose.
Da principio, per dire il vero, non ci capiva nulla di nulla. Un colpo inatteso, una mazzata sulla testa, ha piuttosto per suo effetto di stordirvi il cervello, che non di muoverlo a cercare donde sia venuta la botta e perchè mai ve l'abbiano appioppata. Poi l'uomo percosso via via si ripiglia e pensa. Don Pietro adunque pensò; pensò prima di tutto a quel giovanotto, che si era come confessato a lui, accennandogli i suoi sospetti intorno alla visita del cugino Ruggero, e mise le notizie recate da Pellegrino a riscontro con quella faccia così aperta, con quel tratto così nobile, in cui egli aveva amato di riconoscere la congenita lealtà della stirpe. Siamo tutti così, pur troppo, ancora e sempre imbevuti d'antico, e facili a vedere nel sangue quella nobiltà che solamente dovrebbe esser frutto della educazione morale. I dotti parlano oggi più che mai di eredità; il popolo vi dice ancora che un tale non dirazza da' suoi vecchi, come se la razza ci avesse tutte le virtù teologali e cardinali, insieme con tutti i doni del Paracleto. E quando un gran signore vien meno a certe norme di gentilezza o di onestà, che credevamo intimamente collegate al suo nome, ci sfugge sempre l'esclamazione:—ed era nobile, costui!
Vera o falsa che fosse l'opinione delle genti, Don Pietro Toschi non aveva conosciuto di nobili che il conte Gino Malatesti, e da lui argomentava volentieri che fossero tutti fior di cavalieri, non senza ammettere, per omaggio naturalissimo all'esemplare, che il conte Gino fosse il più cavaliere di tutti. Inoltre, il vecchio prete conosceva Gino per un ardente innamorato, e non senza ragione così innamorato, non senza ragione così ardente. Fiordispina Guerri era bella, virtuosa, colta e gentile tanto, che non si sarebbe potuto desiderare di più. Avrebbe potuto diventar principessa o regina, senza che la cosa dovesse recar maraviglia a nessuno. Era anche ricca, forse più ricca che non fossero i Malatesti, e ciò poteva ricordarsi utilmente, in materia di nozze e di un consenso del padre di Gino. Finalmente, il giovanotto aveva pianto a calde lagrime, partendo dal luogo di pena; aveva abbracciato questo e quello, promesso, giurato…. E tutto ciò doveva finire con le notizie recate da Pellegrino? Era dunque vero, ciò che dice il proverbio: lontan dagli occhi lontano dal cuore? Già il signor conte aveva incominciato male, non scrivendo subito una lettera ai Guerri, appena giunto a Modena. Ma questa, sul principio, era parsa a Don Pietro la promessa di una bella novità.—Egli tace (pensava), ma poi ci capita alle Vaie con una domanda formale.—Questo pensiero, ahimè! era stato sopraffatto da un altro; le voci corse in paese di una inchiesta dei due ufficiali del governo ducale, la conferma di quelle voci per i discorsi del Tamaroni, le parole agrodolci del signor commissario, tutto concorreva a far dimenticare per un tratto le cagioni, buone o cattive che fossero, del silenzio di Gino Malatesti. Il vecchio prete ci pensava allora, dopo le riflessioni di Pellegrino, e a quelle riflessioni ne aggiungeva altre di sue, poichè in tutto quel tempo che Pellegrino era stato a Modena o in viaggio, il conte Gino aveva continuato a non dar segno di vita. Le prime notizie che si avevano di lui, era bisognato andarle a raccattare in città, fra le chiacchiere di alcuni servitori, in una volgare osteria di fuori porta. Ed erano belle notizie davvero! Il conte Gino era a Bologna… alla vigilia di sposare una marchesina Baldovini, celebrata come la più bella ragazza di Modena.
Immaginate con che animo andasse quella sera il vecchio prete alla conversazione dei Guerri; come soffrisse, vedendo quella fanciulla calma e pensosa, che non levava quasi mai la faccia dal suo ricamo; come gli dolesse di dover custodire il segreto, davanti alla gravità malinconica del signor Francesco, che di tanto in tanto rivolgeva occhiate amorose ma tristi a sua figlia. Ah, davvero, quel maledetto segreto pesava sulla coscienza a lui, candido e schietto alpigiano, che non aveva dovuto portar mai altro fardello morale, fuor quello, reso oramai leggiero dalla consuetudine, dei peccati della parrocchia.
Due giorni dopo, il povero Don Pietro non ne poteva già più. A farlo apposta, gli capitò Pellegrino tra' piedi.
—Ebbene, reverendo,—gli aveva detto il famiglio,—non è ancora venuto niente?
—Niente, e tu lo sai meglio di me;—rispondeva Don Pietro.—Non sei tu che vai per le lettere a Fiumalbo?
—Eh, dicevo bene per questo!—esclamò Pellegrino.
—Niente, nientissimo! È un trattare, scusi il termine, da veri birbanti. E con quella faccia, che pareva l'angelo Gabriele!
—Senti,—disse Don Pietro, rabbruscandosi,—non mescolar gli angeli col fango della terra!
—Oh, scusi, sa! Dicevo così per dire.
—E dicevi male. Hai piuttosto ragione quando dubiti. Io, per tua norma, non reggo più a mantenere il segreto, e se credi, ne avverto il signor Francesco.
—Gliel'ho già detto, faccia Lei;—rispose Pellegrino.—Anche a me dispiace che i padroni vivano ingannati, credendo quel signorino uno stinco di santo.
—Pellegrino!
—Ah, scusi ancora, reverendo! Sempre così per dire, e quando si ha il vizio….—
Don Pietro non istette a sentirne altro, e tirò via, col suo breviario fra le dita, per il sentiero della montagna. A quell'ora il signor Francesco Guerri doveva essere alla serra, e il vecchio prevosto deliberò di fare una passeggiata alla serra.
—Che buon vento?—gli disse il signor Francesco, andandogli incontro, appena lo vide comparire alla svolta del sentiero.
—Vento di tramontana;—rispose Don Pietro,—E dura da due giorni, e non mi lascia aver pace.
—Siete più tenero di me!—disse il signor Francesco, tentennando la testa.—Io non ho pace da un pezzo, eppure sto zitto.
—Ma non sapete tutto quel che so io, e che in questi due giorni mi ha già dato noia per cento;—replicò Don Pietro.—Venite qua, signor Francesco, facciamo due passi e vi dirò tutto. Mi parrà minor peso, e lo porteremo in due.—
Qui il vecchio prevosto riferì all'amico Guerri tutto ciò che aveva saputo da Pellegrino.
—Il vostro famiglio,—soggiunse poi,—venne da ragazzo prudente a confidarsi con me. Non lo sgridate, se ha taciuto con altri, poichè io medesimo glielo avevo ordinato. Del resto, pensate che tutte queste cose le avrebbe dette al vostro Aminta, e che Aminta, giovane com'è, anche un pochino impetuoso, non si sarebbe facilmente contenuto.
—Sì, ha fatto bene a tacere;—rispose il signor Francesco.—Del resto, io ho altro per il capo, che di sgridare Pellegrino. Penso sempre a quella relazione, io! Quanto al signor contino, c'era da immaginarselo, che le sue smanie dovessero finire così. Mio caro signor prevosto, se io dovessi dirvi ciò che credo di queste alleanze, ce n'avrei per tutta la giornata. A non guardare che la cosa in sè stessa, ci sarebbe da esser contenti di questo matrimonio che si prepara laggiù. Imparentarmi con nobili, non è mai stato di genio mio, e vi assicuro che non lo avrei fatto di buona voglia. Ma non vorrei ora che quel signorino di Parigi mi avesse stregata la mia figliuola!
—Oh, per questo, poi, non c'è da temere!—disse Don Pietro.—Fiordispina è una savia ragazza. Può darsi che lo vedesse di buon occhio, ma penserà anche lei al vecchio proverbio: chi non ci vuole non ci merita.
—Volesse il cielo che ragionasse così!—replicò il vecchio Guerri.—Voi siete il suo confessore, Don Pietro; esplorate il suo animo, consigliatela voi.
—Non credo che sia opportuno di farlo per ora.
—E perchè? Meglio oggi che domani.
—Sì, capisco, e meglio domani che doman l'altro. Ma sarà poi tutto vero, quello che hanno raccontato a Pellegrino? Non ci sarà ancora tempo e modo di disfare ciò che si è incominciato? Mi sembra ancora così strano che il conte Gino abbia cambiato opinione, e peggio ancora sentimenti ed affetti, nello spazio di una settimana!
—Dite pure che vi manca l'animo;—osservò il vecchio Guerri.
—E sia; mi manca l'animo;—rispose Don Pietro.—Amo meglio confessarlo schietto, che girare intorno alle difficoltà, col pretesto di studiarle meglio. Povera fanciulla! Credo davvero che avesse posto il suo cuore in quel giovanotto. Ma chi non gli avrebbe creduto, al conte Malatesti? Io non avrei dubitato di confidargli ogni cosa più cara, ogni segreto più geloso.
—Incominciando dalle vostre opinioni politiche!—notò ancora il signor Francesco.—E infatti, con le vostre benedizioni, vedete dove si è giunti? Ad una inchiesta, che ci condurrà ad un processo.
—Oh, questo m'importa assai meno di tutto l'altro;—rispose il vecchio prete.—Andrei volentieri, per sei mesi in prigione, e magari per un anno, pur di sapere che il conte Gino ritorna alle Vaie, per fare la sua brava domanda. Del resto, amico mio, non credo più tanto al processo, nè ad altre noie consimili. I giorni passano, e niente si vede apparire. In fondo, io penso che abbiano cercato troppo, e che il poco che hanno trovato sembri loro più facilmente quello che è: voglio dire un bel nulla.
—Meglio così!—disse il Guerri.—Noi ci saremmo compromessi per un ragazzaccio, e la cosa non sarebbe stata da gente seria come noi. A me, veramente, ne importava tanto come a voi. Ma i miei figliuoli!… Vedete? Io non vorrei che Aminta avesse da dimostrare il suo amore per la patria andando a marcire in prigione. Quando verrà l'occasione di romperla, come dicevamo nel Quarantotto, vada di là dal Po, prenda un fucile e rischi la sua vita come un altro. Ma in fortezza, e sotto il duca di Modena, no. Queste son belve, non uomini, e mandano volentieri per il boia. Se avessero la forza, farebbero essi da carnefice!—
Don Pietro non ardì risponder nulla a quel padre, che era crudelmente ferito in due affetti ad un tempo. Anch'egli, il buon prevosto delle Vaie, temeva assai più che non lasciasse vedere al suo vecchio amico; anch'egli incominciava a capire che con ragazzi non c'è da fidarsi. Un po' tardi, in verità; ma fino al dì della morte, c'è sempre tempo da imparare qualche cosa. Ora, egli aveva imparato questo: che gli uomini non si giudicano a prima vista, e guai a chi mette il suo cuore e la sua testa a repentaglio per loro, senza averli pesati, considerati per tutti i versi, e veduti anche alla prova.
Così passarono i giorni e le settimane. Di processi, di persecuzioni politiche, non si ebbe più nuova; e questo era bene. Ma per contro non si sapeva più nulla del conte Gino Malatesti. Di lui tutti tacevano, alle Vaie; e tutti guardavano Fiordispina. La fanciulla, che era sempre stata d'indole grave oltre l'età, non pareva punto mutata da quella di prima. Parlava poco, e solamente per rispondere alle domande altrui; leggeva alle sue ore, lavorava di cucito, di ricamo, secondo l'uso; suonava pochissimo, ma senza farsi pregare, quando suo padre le domandava di farlo. Attendeva con la solita cura alle faccende domestiche; più volentieri a queste, che ad ogni altra occupazione. Il lavoro materiale, si sa, è un grande conforto alle pene dello spirito, poichè spesso impedisce di pensare, ed è il pensiero quello che uccide. Ma che pensava, la fanciulla dei Guerri, quando pur le accadeva di pensare? Non era dato d'intenderlo, senza interrogarla. E poichè nessuno la interrogava, il cuore di Fiordispina custodiva il segreto delle sue afflizioni.
Così passarono le settimane, e passarono i mesi. Aspettava ella? Aspettava ancora qualcheduno? Certo, una promessa solenne le era stata fatta, e chi stima ha fede, e chi ha fede aspetta. Ma venne il giorno 4 di ottobre, onomastico del signor Francesco Guerri, e l'aspettato non venne. Quel dì, Fiordispina fu più triste del solito; ma quel dì, per la prima volta, si sforzò di sorridere a suo padre, i cui occhi la interrogavano, non osando interrogarla le labbra.
—Figlia mia! figlia mia!—mormorò il signor Francesco, stringendosela al seno.
—Ebbene, babbo, ebbene?—diss'ella, reprimendo un singhiozzo.—Questo giorno, che è sempre stato così lieto per tutti noi, ti commuove tanto? Ne vogliamo vedere con egual gioia altri cento.
—Saranno troppi,—rispose il vecchio Guerri, accettando volentieri la via di salvezza che Fiordispina gli offriva.—Me ne basterebbero venti. Ma capisco che per l'affetto de' miei figliuoli sarebbero pochi. Diciamo dunque cento, ed anche centomila.
—Siano tutti quelli che Dio vorrà;—soggiunse Don Pietro, associandosi volentieri a quelle chiacchiere vane, che dissimulavano tanto dolore.—Sempre uniti, nella calma dolcezza della vita di famiglia, che cosa si potrebbe desiderare di meglio?—
Il giorno onomastico del signor Francesco fu festeggiato senza l'ospite che tutti dovevano aspettare, poichè egli aveva giurato di non voler mancare, a cui tutti pensarono e che nessuno ardì nominare. Ma un altro ospite era venuto, e portava i saluti e gli augurii di un altro ramo della buona schiatta dei Guerri. Avrete già capito che quell'ospite era il cugino Ruggero.
«Sarebbe stato il mio vivo desiderio (diceva il padre di lui, nella lettera che gli aveva consegnato per il suo parente delle Vaie) che i nostri vincoli si restringessero maggiormente. Il mio Ruggero è giunto a quell'età in cui bisogna pensare ad accasarsi. Per dirvela in confidenza, abbiamo proposte vantaggiose per ogni rispetto, da Reggio e da Modena; ma, prima di risolvere qualche cosa, lasciatemi tentare un'ultima prova con voi.»
E seguitava su questo tono, nel modo e con gl'intenti che il lettore discreto immaginerà facilmente. Don Pietro avrebbe potuto dire che quella volta il Guerri del Reggiano veniva a mezza spada col Guerri del Modenese. Al signor Francesco parve una buona occasione per rompere il silenzio in cui si erano chiusi tutti da due mesi. E tratta a sè la figliuola, le parlò risoluto in questa forma:
—Vedi, Fiordispina? È tempo di pensare al futuro, di assicurare la tua sorte, di maritarti, insomma. L'ho detta, finalmente! Che io ti ami, lo sai; ma l'amore dei vecchi non deve essere egoistico, e questo debbo provartelo io.
—Padre mio!—esclamò la fanciulla.
—Sì, capisco;—riprese il vecchio Guerri;—la solita storia. Sto tanto bene così! Non mi mariterò mai!
—No, padre;—rispose Fiordispina.—Non voglio dir questo. Nella casa dove son nata non ho avuto che esempi di sincerità, e non sarò io che darò il primo esempio d'ipocrisia. Ti dirò invece schiettamente: sono una fidanzata che aspetta.—
Il signor Francesco fu colpito da quelle semplici e risolute parole.
—Fidanzata!—diss'egli.—Senza di me?
—Oh, non senza di te;—replicò la fanciulla.—Sii buono, babbo, come sei sempre stato con tua figlia. Non hai tu approvata la mia scelta? Se io non ti avessi letto nell'anima, avrei io osato di prendere questo impegno…. con me stessa?—
Il vecchio stette un poco sopra di sè, non potendo negare, e non sapendo che rispondere. In verità, non gli restava da far altro che pigliarsela con se medesimo.
—Ah, sciocco, tre volte sciocco!—gridò.—E sono stato io che ho approvato! Ben mi sta, quello che è poi avvenuto. Lo vedi che fa il tuo fidanzato? Aveva premesso di ritornare, per questo gran giorno, alle Vaie. Ma noi lo abbiamo aspettato invano, se pure è da credere che lo abbiamo aspettato.
—Io l'ho aspettato;—rispose Fiordispina.
—Ebbene?… non è venuto. E che pensi di lui!
—Che non avrà potuto.
—Ma almeno poteva farsi vivo con una lettera. Ha egli mai scritto, dal giorno che è partito da noi?
—Avrà scritto; replicò Fiordispina;—e più d'una volta avrà scritto.
—E allora?
—Allora, padre mio, le lettere si saranno smarrite per via.
—Tutte?
—Tutte, sicuramente: la seconda nello stesso modo e per le stesse ragioni della prima; la terza come la seconda, e così via. Io ho sognato, padre mio, che le lettere del conte Gino, erano state intercettate all'ufficio postale di Modena. Ho sognato ancora che egli, non vedendo risposta alla prima nè alla seconda sua lettera, sospettò di una sottrazione, e provò a mandar le sue lettere per altra via; ma si fidò di un servo, e quel servo lo tradiva.
—Una gran fede…. nei sogni!—esclamò il vecchio Guerri.
—E nella voce del mio cuore,—ribattè la fanciulla.—Abbiamo stimato il conte Gino Malatesti, te ne rammenti? Lo abbiamo stimato come un perfetto cavaliere. Perchè lo giudicheremmo diverso, senza aver prove de' suoi torti? Perchè lo disprezzeremmo su mere apparenze?—
Il signor Francesco ammirò la costanza della sua figliuola, ma vide in pari tempo la necessità di scuoterla, di distruggere quella fede. Infine, un giorno o l'altro doveva saperla anche lei, la dolorosa verità. Non era meglio che la sapesse da lui, e subito, poichè l'occasione era venuta?
—Senti:—incominciò egli allora;—se io ti dicessi che il conte Gino ci ha dimenticati, e che….
—E che? Non ti fermare, padre mio!—gridò Fiordispina.—Continua!
—E che doveva anzi sposare un'altra donna?—ripigliò il vecchio Guerri.—Che a quest'ora l'avrà sposata, e che può essere già andato a fare il suo viaggio di nozze?…—
Fiordispina impallidì e vacillò. Quel povero padre, intimorito, si cacciò avanti per sostenerla. Ma era stato un turbamento momentaneo, e la fanciulla già riprendeva padronanza di sè.
—No, non temere,—diss'ella, vedendo l'atto di suo padre.—Son forte, vedi, e posso ascoltare ogni più triste nuova. Come hai tu avuto questa? Da chi?—
Il signor Francesco narrò allora tutto ciò che aveva riferito Pellegrino, ritornando da Modena. Erano vecchie notizie, oramai; nè altro aveva egli cercato di sapere.
—Mi permetti di non credere?—disse Fiordispina.—Oh, perdonami, babbo! Non a te, sai? non a te, ma alle ciarle volgari che Pellegrino ha raccattate per via. Quanta gente onesta non è stata mal giudicata, ed anche condannata, per le ciarle del volgo? Non credo a queste; non credo;—ripetè la fanciulla;—non voglio credere. Sarebbe una cosa infame! Il conte Gino Malatesti non è capace di una slealtà come questa.
—Avremo nuovi ragguagli, e ti persuaderanno;—rispose il vecchio.
—No, padre, no, non cercar nulla. Aspettiamo. Io aspetto;—disse la fanciulla, con calma risolutezza di accento.—Ti dispiace tanto che la tua figliuola invecchi nella casa dove è nata? La casa non fa paura a me; mal per male, è questo il minore, ed avrà le sue consolazioni nell'amore di tutti voi. Dicono che le vecchie zitelle son cattive e noiose. Anche questa è una delle menzogne che tanti ripetono, pensando di essere molto arguti, e che tutti gli altri credono, per risparmiare la noia di osservare essi medesimi la verità delle cose. In che la mia buona zia Angelica, rimasta a governare la casa, è meno graziosa meno amorevole di un'altra donna? della zia Olimpia, per esempio? Ed anche la zia Angelica, la mia seconda madre, avrà bisogno di chi l'aiuti un giorno e la liberi da una parte di cure. Poi, senti, babbo; mi viene in mente che noi non somigliamo a tanti altri, e questo pensiero, in un giorno di afflizione, ha pure la sua importanza e la sua gloria. Iddio ci ha fatti sani e forti, perchè potessimo anche soffrire più nobilmente degli altri. Quante volte non l'ho io udito da te? I Guerri sono come il vecchio Cimone, alle cui falde han messo radice. I venti e le nevi lo flagellano, le pioggie e i soli alterni fanno prova di sgretolarlo, i fulmini lo segnano dei loro solchi profondi, ed egli è sempre là, da migliaia d'anni, immutato e immutabile.—
Il vecchio Guerri asciugò una lagrima, e strinse al seno la sua forte figliuola.
—Che dirò io a tuo cugino?—chiese egli poscia.—Una bugia pietosa?
—No, padre, la verità;—rispose Fiordispina.—La verità, quando si può dirla, ha un accento che persuade, e piace per la sua semplicità anche quando non ci è grato di udirla. Infine, essa non offende nessuno, e il nostro cugino Ruggero non potrà ritenersi offeso da noi, quando tu gli avrai detto sinceramente che io ero…. che sono ancora fidanzata ad un altro. Se il conte Gino Malatesti ha da ritornare, la mia fede è impegnata con lui. Se non ritornerà…—conchiuse la fanciulla, vincendo a fatica la sua commozione,—Ruggero Guerri, nostro parente, non deve accettar egli i rifiuti di nessuno.
—È la tua ultima parola?
—Sì, padre mio, l'ultima.
—Mi farai morir di crepacuore, o di rabbia;—brontolò il vecchioGuerri.
—No, padre, non mi dir questo! Sarei capace di andarti dinanzi, sai? Mi ucciderebbe lo spavento. Promettimi di esser calmo e di vivere per i tuoi figli, che t'amano tanto! Son forte io, donna, e non lo sarai tu, uomo, provato a tutti gli affanni della vita? Non voglio che si pianga per me, in questa casa. Infine, tu lo vedi, non piango io.
—Ora!—esclamò il vecchio Guerri.—Ma poi?
—E poi come ora;—replicò l'animosa fanciulla.—Ne dubiti? Lo giuro per te, e possa io non veder più la faccia di mio padre, se mi avverrà di spargere una lagrima. Vuoi di più?—soggiunse, animandosi, in quella amara voluttà di sacrifizio.—Se è vero quello che ti hanno riferito di lui…. meglio così! Lo zio Orlando, per celia, vedendomi sempre coi libri per le mani, mi chiama qualche volta la romantica. Orbene, credilo, padre mio, leggendo molto i nostri poeti, ho veduto molte eroine, e mi son dispiaciute tutte ad un modo. Son donnicciuole, finalmente, povere creature deboli che il capriccio degli autori ha poste in condizioni difficili, e in cui le ha mantenute qualche tempo, ma senza merito loro. Son donnicciuole, ti ripeto, quando non sono fantasmi senza un'oncia di sangue. Era piuttosto necessario l'esempio d'una donna vera, capace di soffrire in silenzio, e di custodire entro l'anima il suo dolore, come un balsamo, come un'aroma prezioso. Sarò io quella donna. Va, padre mio, e non si parli più di queste tristezze fra noi.—
Il signor Francesco baciò ancora una volta sua figlia; poi si ritrasse, piangendo. La creatura debole, in quel punto, era egli, quel vecchio re della montagna, avvezzo ai geli del Cimone, provato, come diceva sua figlia, a tutti gli affanni della vita. Ma di questa debolezza lo scusava largamente il suo affetto paterno.
Aminta, dopo quel colloquio di suo padre con sua sorella, non poteva più esser tenuto al buio d'ogni cosa. Già nel silenzio del conte Gino egli aveva fiutato un cambiamento d'idee; ma taceva, anch'egli aspettando, e divorava la sua rabbia. Come seppe finalmente del matrimonio di Gino, non ci vide più lume e minacciò di farne una delle sue. Lo rattenne suo padre con fiere parole; lo calmò un poco Don Pietro con amorevoli esortazioni. Egli stesso, il buon prevosto delle Vaie, sarebbe andato a Modena, per informarsi di tutto. Forse non era vero niente di ciò che avevano detto a Pellegrino, e il silenzio ostinato del conte Malatesti poteva aver ragioni che di lassù non era dato indovinare.
Intanto, bisognava dir qualche cosa al cugino Ruggero. Ma qui, fosse o non fosse ammogliato il conte Malatesti, la risposta non poteva essere che una. E si prese il triste incarico di darla il signor Francesco, in quel medesimo giorno che aveva parlato a sua figlia.
—Vostro padre vorrebbe;—diss'egli al suo giovane parente;—ed io, figuratevi, non vorrei meno di lui. Ma la nostra parola era già impegnata.
—Col conte Malatesti?—chiese arditamente Ruggero.
—Sì; come lo sapete?
—Lo avevo immaginato fin dalla mia prima venuta;—rispose il giovane, con molta semplicità.—Ma poichè quell'altro si è ammogliato con una Baldovini…. credevo di potermi avanzar io.
—Come sapete che ha preso moglie?—gridò il signor Francesco, che una notizia così certa non l'aveva neppur egli.
—Mi han detto….—balbettò Ruggero.—Ma in verità non ne so nulla. Eccovi almeno ciò che è giunto al mio orecchio: che il conte Gino Malatesti si ammogliava. Io, allora, ricordando di aver conosciuto qui il signor conte, e immaginando che potesse trattarsi di un altro matrimonio, domandai con chi, e mi fu detto il nome di una marchesa Baldovini. Allora pensai: non era dunque vero quello che io avevo sospettato? E perchè appunto in questi giorni mio padre mi aveva accennati certi suoi disegni, anzi era sospeso tra due proposte, una di Modena e l'altra di Reggio, mi son fatto coraggio e gli ho detto:
—Sentite, padre mio; se mi fossi ingannato, l'altra volta, alle Vaie!… e se la nostra parente Fiordispina fosse ancor libera!…—A mio padre non è parso vero, perchè infine l'idea di questa alleanza l'aveva avuta lui, e l'aveva sempre vagheggiata. Ed ecco, mio buon cugino,—conchiuse malinconicamente Ruggero,—ecco perchè son ritornato qua, a fare un altro viaggio inutile.
—Povero ragazzo!—esclamò il vecchio Guerri.—Come siete buono, Ruggero, e come meritate di esser felice! Credete pure che io sono dolentissimo di non potervi chiamare mio figlio. Del resto, lo scriverò molto chiaramente a vostro padre, ringraziandolo dell'onore che ci ha fatto e dicendogli le cose come stanno. Mia figlia ha un suo modo di vedere, che sembrerà forse un po' strano, ma che in fondo ha persuaso anche me. Un altro padre vi tacerebbe la vera ragione; io voglio dirvela, anche per appagare il desiderio di Fiordispina. Ella si ritiene fidanzata al conte Malatesti. Se il conte ha dimenticato le sue promesse, peggio per lui, che ha mostrato di non meritarla. Ma nel fatto ella sarebbe…. come ho da dire?… un partito ricusato. E in questo caso (è mia figlia che parla) non si debbono accettare da un Guerri i rifiuti di un Malatesti.
—Rifiuti! Rifiuti!—borbottò il cugino Ruggero.—Son certi rifiuti, questi, di cui si contenterebbe un principe.
—Ho piacere che la pensiate così!—gridò il signor Francesco prendendo la mano dell'Ercole adolescente e stringendola forte tra le sue.—Perchè infine, la parola è di mia figlia, e va intesa con discrezione.—
Sospirò, così dicendo; ed era un sospiro, il suo, che esprimeva due sentimenti, uno di dolore e l'altro di soddisfazione. Soddisfazione momentanea, se vogliamo, mentre il dolore era continuo. Ma anche nel dolore sono i momenti di sollievo; quando, ad esempio, ci si dimostra con una buona parola che quel dolore è inteso, e che la nostra sventura non può avvilirci agli occhi di nessuno, perchè essa è della specie più nobile, e perchè infine non ce la siam meritata.
Quel giorno medesimo il cugino Ruggero partì dalle Vaie, calmo, tranquillo, sereno in apparenza, come era già partito una volta. Non lo giudicate severamente, vi prego. Sentiva anch'egli, e non meno profondamente di un altro; ma sentiva da uomo giovane e sano, che è sempre vissuto tra i monti, lontano dai piagnistei e dalle teatralità della vita cittadina. Sarebbe stato felicissimo se Fiordispina gli avesse detto di sì; ma non avrebbe intuonato un inno, nè spiccato un salto d'allegrezza, come faremmo noi, gente sensibile e nervosa. Gli avevano detto di no, in modo semplice e cortese, tale da non offendere la dignità della sua casa, nè il suo amor proprio di giovanotto, e ne sentiva un gran dispiacere; ma non era abbattuto, non piangeva, non rotava gli occhi, non digrignava i denti, non si disperava, come faremmo noi, gente…. Vi ho detto già che gente siamo, e non ripeterò gli aggettivi.
Poi (perchè non dire anche questo?) ci sono gli uomini che parlano molto, e quei che parlano poco. Il cugino Ruggero apparteneva alla seconda categoria. Nella sua taciturnità aveva inoltre i conforti del pensiero, e materia a molti pensieri gliene offriva la novità del suo caso. Figuratevi che era partito da casa sua con tre partiti in vista. Egli veramente preferiva sua cugina, che conosceva già e che avrebbe amata moltissimo, quando fosse diventata sua moglie. Ma, perduta la speranza di aver quella, gliene restavano altre due, fra le quali poteva scegliere, altre due che non conosceva affatto, ma che avrebbe vedute, prima di ritornarsene a casa. Suo padre, infatti, gli aveva parlato così:—Tu andrai prima alle Vaie, e farai quest'altro tentativo coi nostri parenti; ma poi, bada, io non voglio che si perda altro tempo. Se è un no, o se non è un sì tanto fatto, come dobbiamo volerlo noialtri, scendi subito a Modena e vedi quell'altra; poi, essendo tutta strada, passi a Reggio e vedi quell'altra ancora. Son figliuole di nostri amici tutt'e due; gli affari ti danno il pretesto di una visita. Così, veduta la seconda e veduta la terza, ritornerai a casa, mi dirai quale ti sarà piaciuta di più, e noi risolveremo, con cognizione di causa.—
Uomo saggio, il signor Guerri del Reggiano, e che non amava andar per le lunghe; viva l'anima sua! È così piacevole aver da trattare con persone di questa fatta! Sì, sì, no, no; e avanti, senza perdersi in chiacchiere.
Ruggero, adunque, salutò i suoi parenti delle Vaie, li ringraziò delle amorevoli accoglienze, chiese i loro comandi per Modena, e partì. Con lui, approfittando della buona occasione, partiva un altro personaggio, il vecchio prevosto delle Vaie. Gran novità, come vedete, e gran meraviglia tra i suoi parrocchiani.
Capitolo XIV.
Consolatore e giudice.
Don Pietro era veramente addolorato. Si poteva dire che non lo fosse mai stato tanto per sè, come lo era per i suoi amici. Ma in quel rammarico non c'entrava anche un pochino di suo? Anch'egli, se ci pensava, anch'egli era stato ingannato da quella faccia d'angelo Gab…. Ah, non angeli, nè santi, in paragone con gli uomini! Aveva ripreso Pellegrino, e non doveva cascar egli nel medesimo errore.
Povera fanciulla, così bella e così buona, così degna di esser felice! Se il conte Gino andava sposo ad un'altra, la bella Fiordispina non sarebbe stata felice mai più. Egli la conosceva, oramai. Se la fanciulla aveva detto a suo padre: «rimarrò a governare la casa» si poteva star certi che avrebbe fatto così. Se aveva promesso di non versare una lagrima, si poteva giurare che avrebbe mantenuta la sua promessa. Non avrebbe pianto, no; il cuore le si sarebbe spezzato, ma il suo volto non avrebbe tradito lo schianto. Quello che Fiordispina diceva, si poteva prendere per Vang…. Ah, triste mania dei paragoni! Don Pietro si morse la lingua per punizione.
—Infine!—conchiuse, cercando una scusa al suo fallo.—È un modo di dire. Quella buona fanciulla non ha mai mentito; è l'innocenza, è la verità personificata.—
Il pretesto con cui Don Pietro partiva per Modena era la compera di certi drappelloni per la chiesa parrocchiale. Quelli che c'erano, li aveva trovati entrando in uffizio, e fin d'allora già vecchi, stinti e sgualciti. Immaginate come fossero diventati in quegli ultimi tempi. Eppure, il vecchio prevosto avrebbe tirato innanzi con quelle anticaglie ancora per un paio d'anni, pensando che i suoi parrocchiani non badavano a certe apparenze. Ma poichè a Modena doveva andare, i drappelloni fornivano facilmente la scusa.
Da vent'anni Don Pietro non era più sceso alla capitale del ducato. E che ci sarebbe andato a fare, semplice di costumi e privo di bisogni com'era? Già, cala mal volentieri al piano chi vivein excelsis, e non ha nessuna curiosità della terra chi vede i cieli vicini. La città si era abbellita, sicuro; glielo dicevano tutti, ed egli lo credeva facilmente. I marchesi Frassinori avevano fatto restaurare la facciata del loro palazzo; una facciata del Tignola, che i nuovi stucchi rendevano due tanti più goffa. I conti Ansiglioni avevano fatto dipingere sopra un muro, in fondo al cortile, una magnifica prospettiva, una fuga di colonne, con alberi e un po' di cielo attraverso. Veduto dall'ingresso del portone, quel colonnato, con quello sfondo di giardino e di cielo, dava l'illusione del vero. Ottimamente! Di queste e d'altre bellissime cose Don Pietro sentiva parlare, ma non gli entrava mai nell'anima la curiosità di vederle.
Un viaggio lo avrebbe fatto volentieri, prima di morire; il viaggio di Roma, della eterna città. Ma dipendeva da certe circostanze, quel viaggio, e Don Pietro aveva fatto a quel proposito un voto, che teneva chiuso gelosamente nel cuore. Non se n'era aperto mai con nessuno, neanche col signor Francesco Guerri, con cui pure non voleva aver segreti. «Quando l'Italia sarà libera e unita, con Roma per capitale, e lo Stato in pace con la Chiesa, andrò a sciogliere il mio voto sulla tomba del principe degli Apostoli.» Così aveva parlato a sè stesso il vecchio prevosto delle Vaie. Rosminiano in gioventù, e acceso di entusiasmo per ilNuovo saggio sull'origine delle idee, si era anche innamorato della gran sintesi giobertiana, ed aveva anch'egli intravveduta un'eco di concordia religiosa e politica in una applicazione dei concetti che ispiravano l'opera delPrimato morale e civile degli Italiani. Ma che cosa non aveva sperato egli di pacificare e di concordare, dal suo alpestre ritiro delle Vaie? Perfino quei due grandi filosofi, che se n'erano dette tante nel corso di dieci o dodici anni, palleggiandosi anche l'accusa di panteista.—Infine, diceva egli, sono idealisti tutt'e due. C'è poi tanta distanza dall'ente ideale, astratto, possibile, indeterminato, in cui il Rosmini vede il primo psicologico, e l'ente reale, concreto, infinito, che è il primo ontologico del Gioberti? Due pensatori che cercano Dio! Lasciateli fare; sono ambedue sulla medesima strada, e si toccano col gomito più ch'essi non credano.—
Frattanto, era invecchiato con la voglia di Roma. I due grandi filosofi erano morti, punto pacificati tra loro: uno di essi in odio alla Curia, l'altro a mala pena tollerato in un freddo «Dimittantur opera» che accennava ad una tregua, ad una sospensione d'armi, anzi che ad un patto d'alleanza tra le idee moderne e lo spirito antico. Anche le speranze d'Italia, così vivaci nel 1848, erano andate a male, per diffidenza di principi e per discordia di popoli, nè si vedeva quando potessero rinascere. Nulla appariva in aria, o si sperdeva al primo soffio di vento. Chi sarebbe stato così forte, o, essendo pur così forte, si sarebbe mostrato così animoso, da accettar la difficile impresa di collegare tanti sparsi voleri? Don Pietro, qualche volta, per disperato, esciva in certi voti terribili, invocando da Dio un solo governo, ed austriaco, da Milano a Palermo.—Ah, se l'amore scambievole e se la cura del futuro non vi possono unire all'opera santa,—diceva egli tra sè,—vi unisca in uno sforzo violento l'odio di un comune oppressore.—
Intenderete ora come e perchè Don Pietro Toschi non fosse andato a sciogliere il suo voto sulla tomba del principe degli Apostoli. Oramai, desiderando sempre, non sperava più nulla. Quanto a Modena, che ci sarebbe andato a fare? Non sentiva nessun desiderio di veder da vicino il governo del Duca. Bene aveva corso il rischio di esser chiamato alla città, per ricevere nella Curia vescovile una solenne lavata di capo. Ma quella burrasca era passata, e ci voleva un altro dolore per condurlo laggiù.
Ecco dunque il buon prevosto delle Vaie che entra in città, in una grande città, dopo vent'anni di vita ristretta al suo borgo campestre. Quante volte non vi sarà accaduto di vederlo, il prete di montagna, per le vie cittadine, dove pare una dissonanza, assai più del medesimo contadino con cui vive, e a cui dice la messa! Il prete di montagna lo riconoscete subito, qualche volta al suo nicchio spelato, al suo soprabitone stinto, luccicante sulle costure, qualche altra alle grosse scarpe munite di fibbie enormi, alle calze di lana, rugose e nodose, e simili altri difetti del suo vestiario trasandato, ma sempre alla sua andatura semplice, allo sguardo attonito, al viso arsiccio e screpolato, dove gl'inverni e le estati han giuocato a chi tagliasse di più. Quella figura vi parrà stupida e goffa, accanto a quella del prete di città, che passa svelto, a piccoli passi, con la mantellina raccolta in armoniche pieghe sul braccio, guardandosi appena d'attorno, e di tanto in tanto incurvando l'indice verso la fronte, per prendere il suo nicchio nero e lucido e rispondere al saluto della gente. Quando il prete di città s'imbatte per via in un prete di montagna, non c'è caso che lo guardi o lo saluti; non c'è spirito di corporazione, non c'è vincolo, non c'è relazione di gerarchia tra quelle due autorità. Ma lo guardiamo noi, il prete di montagna; e sorridiamo, guardandolo, e un diavolo che vorrebbe parere arguto ci bisbiglia all'orecchio:—domandagli un poco come sta Perpetua.—
Poveri preti montanini, poveri sacrificati! Son essi, infine, che celebrano nei luoghi altissimi, come l'antico Melchisedec; son essi gli unici consolatori di tanto popolo afflitto. Perchè, badate, in città, quando siete ammalato e triste, non vi mancano i conforti, le assistenze e gli aiuti; lassù il contadino non ha che il suo parroco. Non sono la gente più felice del mondo, i montanari, e l'aria purissima che spira sulle alte convalli penetra in un soffio gelato da tutte le fessure della casa, da tutti i buchi del tetto. Sta bene che se ne contentino: che una panca dalla spalliera alta, davanti al focolare, una paiuolata di castagne, un pezzo di polenta, o di pattona, o di pan di veccia, bastino al loro bisogno. Le legna costano poco, a mala pena la fatica di raccoglierle; il cibo è gramo, ma sano, e li tien magri come cani da caccia: avanti dunque, avanti sempre così. Dio concede loro anche le gioie della famiglia; che cosa si vorrebbe di più? Sicuro; ma quando la moglie è sopra parto, dov'è la levatrice, che l'assista? Quando la bambina è inferma, e le arde la fronte, e un punto bianco si forma e cresce nascosto nella cavità della gola, dov'è il medico che curi in tempo l'angina difterica? Qualche volta ce n'è uno in condotta, e per tre comuni ad un tempo; e va, e trotta tutto il santo giorno, quel poverino, ma senza bastare a tutti i bisogni. Poi, ci sono i malati a cui occorrerebbero due visite al giorno, ed è bazza se la famiglia del montanaro ha il medico una volta per settimana. Aggiungete che la medicina ordinata lì per lì domanda un viaggio, spesso di notte, per vie scoscese, sotto il flagello della pioggia, o dentro il turbinìo della neve che accieca. Ne passo, e delle peggio. La società è matrigna col montanaro; non le basta di lasciarlo ignorante; ha ancora da mantenerlo infelice. Vedete la Chiesa; essa non lo abbandona, e se pure non può far nulla, pochissimo, per il suo bene materiale, si occupa almeno della sua pace spirituale. Dove noi non mandiamo più un maestro, nè un medico, contenti di mandarci a certe scadenze un esattore, ella manda a vivere un parroco, un prevosto, un arciprete, un pievano, un rettore. Chiamatelo come volete, è un amico per tutti quei derelitti, e li consola tanto più facilmente, in quanto che le sue consolazioni le distribuisce in latino.
Don Pietro Toschi, prevosto di montagna, è a Modena. Vedrà finalmente il conte Gino Malatesti. Ringrazia il giovanotto che lo ha accompagnato fino in città; si congeda brevemente da lui; non ha bisogno d'altro, poichè conosce la strada del Vescovato. Capirete che la prima visita di Don Pietro è per Monsignore, per il suoordinario. È ricevuto dal segretario. Non ha niente da chiedere, soltanto da ossequiare, ed è presto ricevuto anche da Monsignore. Ossequi, genuflessioni, bacio all'anello episcopale, tutte queste cose s'immaginano facilmente. Poi il vescovo domanda notizie di Fiumalbo, della chiesa delle Vaie, dello spirito di quelle popolazioni; conforta il buon prevosto a perseverare, e gli ripete anche il «pasce oves meas» degli Atti apostolici. Di ramanzine, di lavate di capo, di accenni alla festa del Lago, neanche l'ombra. Evidentemente, il vescovo di Modena non ha saputo nulla di nulla. L'inchiesta famosa, l'inchiesta terribile del signor commissario, è rimasta a dormire negli scaffali della direzione di polizia; forse, non c'è nemmeno arrivata. Tanto meglio, perbacco! Altre due chiacchiere sui tempi guasti, sul bisogno di certi restauri al Duomo, che Don Pietro vedrà, appena uscito dall'udienza episcopale, e una benedizione congeda il visitatore. In mezz'ora, Don Pietro s'è sbrigato di quell'ufficio preliminare; se ne va in Duomo a pregare; poi si mette in viaggio, per trovare i suoi drappelloni. Ci sono i mercanti da ciò, ed egli non deve cercar molto; il curato del Duomo gli ha dato gli opportuni recapiti.
Frattanto il buon prevosto prende lingua. Dov'è il palazzo Frassinori, che è stato decorato di una nuova facciata? Da tanti anni non ha più veduto Modena, e vorrebbe, poichè finalmente gli è accaduto di ritornarci, fare un viaggio e due servizi, comperare i drappelloni per la chiesa parrocchiale delle Vaie e dare una guardata a tante belle novità modenesi, di cui gli han detto mirabilia. Dov'è il palazzo Ansiglioni, che ha nel cortile una così bella prospettiva? Dov'è il palazzo Baldovini, celebrato fra i più insigni della città? Dov'è il palazzo Malatesti, che gli hanno citato ancora come un esemplare di severità architettonica?
Capirete che di tante indicazioni gliene premeva una sola, e quella sola ritenne. Il palazzo Malatesti era anche vicino al Duomo, nella via di S. Eufemia. E lo vide subito, e lo guardò lungamente, passando. Dunque viveva là dentro il signor conte Gino? E per parlare al suo giovane amico, al confinato di Querciola, all'ospite delle Vaie, non aveva da far altro che infilar quell'androne, e dire il suo nome al portiere gallonato, in fondo alle scale?
Ma no, egli non sarebbe entrato là dentro. Con qual fine, oramai, e con quale utilità avrebbe cercato di parlare al conte Gino? Poc'anzi, il curato della cattedrale gli aveva data una triste notizia. Egli stesso, il signor curato aveva congiunti in matrimonio il conte Gino Malatesti e la marchesina Elena Baldovini. Da quel fausto giorno ne erano già passati quaranta, e gli sposi felici erano già ritornati dal loro viaggio di nozze. Che trafittura per il cuore di Don Pietro! No, egli non voleva più vedere il conte Gino; non sarebbe andato a cercarlo; avrebbe ripresa la via dei monti, rinunziando volentieri anche alla triste soddisfazione di farlo arrossire. Sospirò, il povero prete, dopo aver fatta quella risoluzione, e se ne andò dal mercante a cui lo aveva indirizzato il suo collega del Duomo. Ma nelle attraversare la piazza Grande, per andarsene sul corso di Canal Chiaro, dov'era la bottega indicata, Don Pietro non poteva astenersi dal ricordare tratto tratto la biblica sentenza: «Maledictus homo qui fidit in homine!»
Vi è mai accaduto…. Ma perchè vi domando io una cosa tanto naturale! Certamente vi è accaduto, e più volte, di cercare una persona per ore e per giorni, senza combinarla mai, nè in casa, nè per via; poi di imbattervi in essa, al primo angolo di strada, quando avevate smesso di cercarla, o non v'importava più di vederla. Il caso toccò per l'appunto a Don Pietro. Egli si era avviato da piazza Grande al corso di Canal Chiaro, quando alla prima svolta della strada gli occorse di dover cedere il passo ad un signore, che veniva sullo stesso marciapiede, e che si disponeva ad usargli la medesima cortesia. Affrontati, si guardarono necessariamente, volendo cansarsi a vicenda.
—Conte!—esclamò il vecchio prevosto.
—Don Pietro!—esclamava Gino.
Nè altro disse, turbato com'era. Ma prese con affettuosa reverenza la mano del suo vecchio amico e lo trasse in mezzo alla via.
—Dove va?—disse poscia, non trovando una frase migliore, per attaccare il discorso.
—Qui presso, per una commissione.
—Non può rimandarla?
—Ma…—balbettò Don Pietro, che non vedeva la utilità di una conversazione con lui.
—Via, si lasci trattenere!—riprese Gino.—Se non si tratta di una cosa urgente, si degni di venire a far due passi con me.
—Le pare, signor conte?—disse di rimando il vecchio prete.—Non siamo mica più alle Vaie!—
Il conte Gino si rannuvolò, udendo ricordare quel nome.
—Perchè mi dice questo?—esclamò.
—Perchè qui, a Modena,—replicò Don Pietro umilmente,—fra tante persone civili, al fianco di Lei, elegantissimo cavaliere e conosciuto da tutti, stonerebbe un poco la mia giubba montanara.
—Dica piuttosto che sarà sempre bene andare in luogo meno frequentato;—mormorò Gino, sospirando.—I curiosi son tanti! Andiamo dunque da quella parte, se non le spiace.
—Dove?
—Accanto al Duomo. Sull'ingresso della chiesa, non parrà strano che l'elegantissimo cavaliere si fermi a parlare col ministro di Dio, ancorchè sia montanaro, come Ella dice.
—E andiamo!—rispose Don Pietro, mettendo fuori un lungo sospiro.
Che cosa aveva da dirgli, il conte Gino Malatesti, e che a lui fosse ancor utile di sapere? Don Pietro non poteva immaginarselo; indovinava per altro che avesse da dirgli molto, e che sentisse ancora di non essere indegno di perdono, poichè non aveva sfuggito il colloquio, anzi mostrava di desiderarlo tanto.
Cionondimeno, da quell'ottima pasta d'uomo ch'egli era, Don PietroToschi reputò conveniente di non tenere il suo compagno in angustie.Andò anzi incontro alle sue confidenze, dicendogli:
—Ho notizie dei signori Guerri, che Ella certamente ricorderà. Stanno tutti bene, e l'altro giorno hanno celebrato l'onomastico del capo della famiglia. Se ne rammenta? Il quattro di ottobre era la festa di san Francesco. Non mancava che Lei, e fu doloroso che si dovesse aspettarla inutilmente.—
Gino, a quelle parole, si fermò sui due piedi, guardando in viso il compagno.
—Mi aspettavano!—diss'egli, commosso.
—Certamente;—rispose Don Pietro.—Non aveva Ella promesso di venire per quella occasione alle Vaie? È vero,—soggiunse il prete, tentennando la testa,—che molte cose aveva promesse….—
Gino badò poco all'accento di triste ironia, con cui Don Pietro aveva proferite quelle ultime parole.
—Ma che cos'è dunque avvenuto?—gridò egli, interrompendolo.—Le mie lettere al signor Francesco?…
—Ne ha Ella mai scritte?—domandò con piglio ironico il vecchio.
—Tre, rimaste tutte senza risposta. Confesso,—soggiunse Gino,—che non erano liete; confesso che esponevano al signor Guerri una condizione di cose molto difficile per tutti, e che forse perciò era da argomentare che la famiglia Guerri volesse lasciare a me tutto il carico di una risoluzione incresciosa. Cionondimeno, e persuaso già di questa necessità alla seconda mia lettera, scrissi ancora la terza.
—Non ricevuta,—disse Don Pietro,—come non furono ricevute le altre due.
—Possibile? Eppure, sospettando di tutto e di tutti, le due prime le avevo consegnate io medesimo alla posta; e la terza, poi, per maggiore sicurezza, andai ad impostare a Bologna, dove mi chiamavano i tristi preparativi delle mie nozze. Potevo io credere che neanche quella giungesse alla sua destinazione? Ma è orribile, sa?—gridò Gino, infiammandosi via via, quanto più pensava alla gravità della cosa.—È orribile, questa congiura, ordita contro di noi. Neanche il segreto dell'anima mia fu rispettato! Non mi fu dato neppure di dir le ragioni per cui operavo contro i voti del mio cuore, contro la stessa mia felicità! E mi si è fatto passare agli occhi dei signori Guerri per il più sconoscente, per il più vile degli uomini!
—Signor conte,—mormorò Don Pietro,—non teme che questa sua esaltazione possa essere notata? Qualcheduno che passa, anche senza udire le sue parole, può osservare i suoi gesti. Si calmi, la prego, si calmi!
—Ah, vedano e osservino pure tutto quello che vogliono. Nessuno giungerà a vedere che inferno ho qua dentro.
—Eppure, è necessario che Ella si calmi;—riprese Don Pietro.—La prudenza lo vuole.
—Prudenza! Perchè? Non c'è più ragione di temere, oramai.
—Che so?—disse Don Pietro. La polizia ha cent'occhi e cento orecchi.
—E n'abbia mille!—rispose Gino.—Ho comperato a caro prezzo il diritto di non temerla più. Mia suocera è potente;—soggiunse egli, con un amaro sorriso;—mia suocera ha nelle sue bianche mani il cuore del ministro; è la padrona di Modena, lei! Fa ciò che vuole! Non ha fatto di me, di me, capisce? non ha fatto di me il marito di sua figlia? Ah! Tutto avrei creduto possibile al mondo, anzi che questo, che io conducessi in isposa la figliuola di Polissena Baldovini. Ah, mio buon amico, mio padre, se sapesse quanto ho bisogno di sfogarmi con Lei! Non è forse Dio che l'ha mandata? Ho molto sofferto, Don Pietro, e soffro ora più che mai. Perchè, infine, se lassù… alle Vaie… non sanno per quali terrori, per quali angosce è passato il mio cuore, io sono un uomo disonorato, mi capisce. Don Pietro? disonorato!
—Povero signor Gino!—esclamò il vecchio prete.—Ella mi spaventa, ora, con la sua esaltazione.
—Voglio raccontarle tutto!—riprese Gino.—Anche Lei mi avrà giudicato male. Anche Lei mi avrà disprezzato. Ebbene, Don Pietro, io non merito il suo disprezzo; merito la sua compassione; merito il perdono dei suoi amici, che non ardisco più chiamar miei dopo ciò che è avvenuto. Senta!—soggiunse il giovanotto, con l'atto e l'accento di un uomo alla cui mente si affacci un'idea improvvisa, che dovrà signoreggiarlo,—mi crede Ella un uomo serio?
—Ma sì, la credo tale, non ho mai creduto altrimenti di Lei;—risposeDon Pietro.
—E aggiunga,—riprese Gino,—e aggiunga: incapace di commettere un sacrilegio. Perchè sarebbe un sacrilegio, non pure per me, ma per un miscredente, per un ateo, abusare con Lei del suo alto ministero, e della opinione che Ella ne ha.
—La credo incapace di ciò;—rispose ancora Don Pietro.—A che vuol venire, con queste proteste?
—Or ora vedrà;—disse Gino.—Entriamo in chiesa, e riceva la mia confessione. Non può ricusarmelo, Don Pietro! Ella verrebbe meno al suo ufficio di consolatore e di giudice. Venga!—
La voce e il gesto tradivano la commozione violenta dell'animo. DonPietro temette che, ricusando egli ancora, potesse accadere di peggio.
—Andiamo!—diss'egli.—Ella non avrà invocato inutilmente il mio ufficio di consolatore. Quanto al giudice,—soggiunse,—egli è molto più in alto.—
Gino Malatesti si calmò a grado a grado, seguendo il vecchio prete nell'antico duomo di mastro Lanfranco e della contessa Matilde. Le tre vaste navate, partite da colonne e pilastri alternati, che ricordano nella robusta fattura gli ultimi anni dell'undicesimo secolo, erano deserte in quell'ora, e una luce fioca penetrava dall'alta galleria di colonnini sostenente la volta ogivale del tempio. Don Pietro andò alla sagrestia, per rivestire gli abiti sacri. Era nella chiesa metropolitana della sua diocesi, e poteva confessare colà, come ogni altro ministro del santuario. Gino Malatesti lo vide ritornare, e tosto lo seguì verso un confessionario, dove s'inginocchiò alla grata, con un aspro desiderio di versare nel seno amorevole di Don Pietro, del prevosto delle Vaie, del confessore di Fiordispina, tutta la piena delle sue afflizioni.
Ciò non vi parrà troppo conforme alla solennità dell'atto religioso. Ma perdonate, io descrivo un uomo, con tutte le sue passioni, e con tutte le contraddizioni che la passione comporta, che la passione richiede.
E disse, nell'impeto della passione e del dolore, disse lungamente, il povero Gino Malatesti, con voce soffocata spesso dalle lagrime, com'egli fosse venuto riluttante ad accettare la legge altrui, a compiere il sacrifizio di tutte le sue affezioni, della sua dignità, dell'onor suo. Già, fin dal primo colloquio che aveva avuto con suo padre a Sassuolo, si era persuaso della impossibilità di vincerne l'animo, di renderlo propizio ad una alleanza coi Guerri. Avrebbe potuto resistere, sì, certamente; ma, nella condizione in cui era, non lo doveva già più. Sospettato dal governo ducale, mal perdonato, e solamente per grazia della famiglia, non avrebbe egli con la sua costanza procacciato persecuzioni e danni gravissimi ai suoi amici delle Vaie? Ma questo non era ancor tutto. A lui, quantunque mal perdonato, non avrebbero torto un capello; in vece sua, per ciò che era avvenuto nella festa del Lago, sarebbero stati processati e puniti i Guerri, e non solamente essi, ma ancora quanti altri avevano preso parte alla festa. Appena ritornato a Modena, aveva infatti conosciuto fin dove giungesse il mandato del commissario di polizia. E proprio allora, lasciandogli intendere quanta parte potesse avere una sua risoluzione nella sorte dei Guerri, gli era stato imposto di chiedere la mano della giovane Baldovini. Del resto, che chiedere? Già il conte Jacopo, suo padre, l'aveva chiesta per lui; non si trattava più d'altro che di accettare quanto aveva fatto suo padre. Si decidesse, adunque; sarebbe finita male per i suoi amici, per i re della montagna, se non avesse appagati i desiderii, obbedito ai voleri della marchesa Polissena. Costei, per ragioni che oramai tornava inutile il dire, voleva il matrimonio di Gino Malatesti con la sua figliuola. Lei potente in Modena; lei padrona del cuore del ministro; da lei dipendeva che i Guerri fossero molestati o non fossero. Nè tuttavia il conte Gino si era arreso agli argomenti del padre; si schermiva ancora contro gli assalti della marchesa Polissena; difendeva con ogni sforzo la sua felicità minacciata. Ma il commissario era ritornato da Fiumalbo; la sua relazione, piena di fatti, e più di bugie, conchiudeva per la massima severità contro i Guerri, di cui si riferivano altri discorsi, e gravissimi, oltre quelli che erano stati tenuti nella festa del Lago. Anche il conte Gino aveva letto quel documento, poichè gli era stato posto sott'ccchio dal padre, ed aveva veduto come il commissario zelante fosse andato a rivangare nel passato, accennando ai profughi che i Guerri avevano soccorsi, ospitati, aiutati a passare il confine, nei primi tempi della restaurazione ducale; non tacendo delle armi che avevano nascosto nei sotterranei delle Vaie; raccogliendo infine con arte malvagia tutto ciò che la leggerezza dei testimoni, l'invidia degli emuli, avesse riferito a danno dei Guerri. Il conte Gino si era spaventato; aveva veduta la rovina di una egregia famiglia, non d'altro colpevole che di averlo accolto come ospite e di averlo trattato come uno de' suoi.
Eppure, aveva tentato ancora di resistere; si era umiliato ai piedi della marchesa Polissena, piangendo, implorando il suo patrocinio. Polissena era stata dura, acerba, imperiosa più che mai.—«Vi ho conosciuto,—gli aveva detto,—e non vi amo; non m'importerebbe punto di avervi per genero, se in faccia al mondo, che ha troppo già chiacchierato di noi, non mi foste debitore d'una riparazione.»—Il poveretto aveva allora scritto una lettera addolorata al signor Francesco Guerri. Era la seconda, e come già la prima, scritta due giorni dopo il suo arrivo a Modena, non aveva ottenuto risposta. Il tempo stringeva; la relazione del commissario doveva essere restituita dal conte Jacopo alla marchesa Baldovini, con una risposta finale. O l'annunzio delle nozze, e la relazione, col benigno consenso del ministro, si sarebbe stracciata; o la rottura di ogni trattativa, e contro i Guerri si sarebbe avviato il processo. Il signor Francesco imprigionato? La sua casa perseguitata? Le sue industrie rovinate? Fiordispina, anch'ella, chiamata davanti alla sbarra di un tribunale? Forse incarcerata col padre e col fratello Aminta? Gino Malatesti era vinto; chinò la fronte, accettando che fossero annunziate formalmente le nozze. E la terza lettera ai Guerri, una lettera scritta col sangue del suo cuore, l'aveva impostata egli, per maggior sicurezza, a Bologna.
Come mai quella lettera non era pervenuta alle Vaie? Certo, le lettere di Gino erano intercettate all'ufficio postale di Modena. Ma anche qualcuno che conosceva la sua mano di scritto le intercettava in un altro ufficio, sulla via di Fiumalbo. Don Pietro ricordò allora che alcun tempo dopo la partenza di Gino Malatesti da Querciola, un ufficiale delle poste, mandato per l'appunto da Modena, col pretesto di verificare, di esaminare, di studiare Dio sa che, si era impiantato e Fiumalbo. Lassù, dunque, non bastando la vigilanza a Modena, lassù si sequestravano le lettere dirette ai Guerri.
Ma quella del signor Francesco al conte Gino, portata in Modena, consegnata alla porta del palazzo Malatesti da Pellegrino Menghi, come si era smarrita? Gino protestava di non averla ricevuta. Il poveretto non sapeva neppure che Pellegrino fosse disceso a Modena. Era stato custodito da tutte le parti, spiato, vigilato a dovere, e aveva ben ragione dicendo che una vasta congiura si era ordita contro di lui, stringendolo come in una rete di ferro.
Infine, a lui, ignaro di tutto, era parso d'indovinare che i Guerri non intendessero l'animo suo, nè la necessità del sacrifizio a cui aveva pur dovuto adattarsi. E questo era stato ben grave, più grave che il medesimo Don Pietro non potesse immaginarsi, dopo il racconto di Gino. Perchè, infine, doveva egli dir tutto? La cosa era brutta, orribile, odiosa, dopo un solenne giuramento da lui fatto, davanti agli altari; ma così era, egli non amava la donna che gli avevano data per forza. Tra lui e quella donna si frammetteva sempre un'immagine….
Don Pietro non avrebbe voluto sentirne più altro. Quei discorsi di immagini misteriose confondevano il suo spirito invecchiato nella ingenuità della vita campestre. Ma Gino incalzava, Gino che la vedeva ancora, l'immagine, Gino che la sentiva, bella come la passione, terribile come il rimorso. Ed anch'essa, anche Elena, doveva indovinarlo, quel non so che di arcano, di contrario a lei, ond'era occupato lo spirito di suo marito. Nè si attentava di chiedergli nulla? Nè si fermava a dolersene? Quella giovane sposa osservava, con la curiosità attonita dei bambini, quando stanno davanti a tal cosa, nuova per loro, che non sanno ancora se li farà piangere o ridere.
Gino Malatesti non lo intendeva, o non si fermava a pensarci, egli che tanto vedeva dentro di sè. Quand'anche lo avesse inteso e ci avesse pensato, probabilmente non se ne sarebbe doluto, fors'anche gli sarebbe parso un giusto riscontro alla sua medesima freddezza. L'animo di Elena si allontanava da lui senza sforzo, o, per dire più veramente, anche nella vicinanza più stretta non si fondeva con quello di Gino. E in quella calma noncurante, sotto l'aspetto di una confidenza superficiale, si maturavano i germi di nuove curiosità.
Un giorno la bella contessa Malatesti aveva detto a sua madre, con quel piglio d'ingenua che la sa lunga più che la parola non dica:
—Mio marito è uno smemorato, ma uno smemorato d'una specie nuova. Ha sempre l'aria di cascar dalle nuvole; ora diresti che vuol ricordarsi di qualche cosa, ed ora che vuol dimenticarsi di qualche altra.—
La marchesa Polissena aveva guardato attentamente sua figlia; ma la pupilla di Elena era serena, nessun pensiero sottile luccicava là dentro.
—Mi pare strano;—rispose allora, con tranquillità la sempre bella marchesa.—Egli ha già tanto dimenticato, a venticinque anni, con quel suo carattere d'uomo felice!
—Ah, lo credi anche tu un pochino egoista?—replicò la contessa.—Ma perchè prendono moglie allora? Non potrebbero contentarsi di amare sè stessi?—
La marchesa Polissena non reputò necessario di dire a sua figlia come e perchè Gino Malatesti si fosse ammogliato. Le bastava che di quel matrimonio non fosse molto dolente sua figlia. Carattere assai più felice di quello che essa riconosceva in suo marito, la contessa Elena Malatesti poteva anche consolarsi di una freddezza che veniva a lei come la prima e sola rivelazione dello stato matrimoniale. Non aveva da far paragoni, allora, per vedere in quella freddezza smemorata un'offesa. I paragoni li avrebbe fatti poi, e come! Il sangue non è acqua, e la contessa Elena Malatesti non per niente era figliuola di Polissena Baldovini.