Chapter 8

Ritorniamo a Don Pietro. Egli aveva ascoltata la confessione di Gino Malatesti, lo compativa, era vinto; più ancora, egli stesso esortava quel disgraziato a dimenticare, a cacciar da se l'immagine importuna della fanciulla dei Guerri, a concentrare tutti gli affetti suoi nella donna che aveva sposata. Era il caso di venire a bella posta dalle Vaie, per far quella parte! Ma ricordate che in quel punto Don Pietro Toschi aveva la stola, esercitava il suo ministero di consolatore e di giudice. Ahimè, tra non molto avrebbe dovuto esercitarlo anche lassù, dove gli occorreva ritornare, e donde sarebbe stato meglio non muoversi affatto.

—Figliuol mio, soffrite!—diceva egli a Gino.—Tutto ciò è avvenuto per una suprema volontà, di cui non dobbiamo scrutare i fini reconditi. Soffrite, mio povero amico, ma soffrite in voi e per voi; che vostra moglie non veda sorgere un'ombra tra voi due. È un'ombra di dolore, lo so; ma dovete cacciarla egualmente, come se fosse un'ombra di peccato. Infine, voi siete legato da un nodo indissolubile, a quella giovane vita; nè per effetto di noncuranza vostra debbono sorgere altre ombre ad offuscare la mente di vostra moglie, a turbare nel cuor suo il sentimento dei più sacri doveri.—

Capitolo XV.

Anima forte.

Il povero Don Pietro riprendeva in quel medesimo giorno la via dei monti. Ah sì, come lo aveva pensato dianzi, nel tribunale della penitenza, lo pensava ancora in carrozza, sulla strada di Sassuolo; gran fortuna sarebbe stata per lui non muoversi dalle Vaie. Santi gioghi d'Appennino, quanto meglio è il vivere sotto le vostre grandi ombre, anzi che scendere nei centri popolosi, a confonderci lo spirito in mezzo a tutte quelle passioni intricate e malsane, che muovono i desiderii e governano gli atti degli uomini civilizzati! Anche lassù, nei volghi agresti, hanno imperio le cupidigie, e generano il peccato; ma lassù non sono dotte complicazioni di colpa, non artificiose cospirazioni di più vizi, non raffinatezze di crudeltà e di scelleraggine.

Crudeltà e scelleraggine, erano queste le parole che venivano alla mente di Don Pietro Toschi. Infatti, era ben crudele, ben scellerato il disegno che aveva oppresso la onesta volontà di Gino Malatesti, e di cui aveva a soffrire per sempre una povera fanciulla innocente. Don Pietro aveva indovinato, frammezzo a tutte le reticenze di Gino, come il suo giovine amico sarebbe stato alieno, riluttante ad ogni idea di matrimonio con Elena Baldovini, anche se il cuor suo non fosse rivolto e consacrato all'amore di Fiordispina Guerri. E pensava allora con raccapriccio che le città, le città sole, celano di cosiffatti orrori sotto la superficie levigata delle loro consuetudini.

Il vecchio prete aveva ignorato fino allora tutte quelle combinazioni sapienti con cui la società elegante aggiusta ogni cosa, confidando perfino di aver nascoste altrui le sue piaghe, perchè le ha dissimulate a se stessa. Indovinando il vero, Don Pietro si turbava profondamente, pensando che Elena Malatesti potesse un giorno indovinarlo anche lei. Quale sventura, se la giovane contessa giungesse a sapere di qual mercato fosse stata vittima, a quali convenienze l'avesse sacrificata sua madre! Anima candida nella sua semplicità montanara, Don Pietro Toschi non si sarebbe persuaso mai che la contessa Elena sapesse, immaginasse già tutto, e non ci vedesse niente di strano. Il dabben uomo ignorava che su queste cognizioni del passato, così facilmente raccolte dalla innocente fanciulla nella gran confusione della vita odierna, si preparano gli argomenti del proprio diritto a fare altrettanto, o almeno si tengono in serbo come giustificazioni per tutte le debolezze del futuro. Non si può dire che la società moderna ami distruggere le vecchie istituzioni; essa le conserva molto rispettosamente e le adatta ai nuovi usi, come si fa dei vecchi palazzi. Perciò, anche dal matrimonio ella ha saputo cavar profitto, conservando le belle forme monumentali, rafforzandone le fondamenta, ove occorra, incatenando con dotta arte le mura maestre, cementando le crepe, rinfrescando l'intonaco; ma dentro…. oh, dentro, ella è stata felicissima nelle sue novità, aprendo usci e corridoi, dando aria da una parte e levandone il soverchio da un'altra, mutando in salotti i loggiati, dividendo in gabinetti le spaziose gallerie, adattando insomma, adattando sempre, con giudiziosa sollecitudine, affinchè nell'antico edifizio trovi comodità maggiore la gente nuova, con le sue nuove miserie, che sono poi, a ben guardare, le vecchie miserie trasformate. Non vi piace la immagine del palazzo antico? Eccovi una quercia, tre, quattro volte secolare. Ha cento rami, che stende in largo ombrello sul sentiero, e alle vecchie frondi ne aggiunge ogni anno di nuove, tanto che la direste un esempio di eterna giovinezza. Vi accostate; il suo tronco è aperto nel mezzo, cavernoso, smidollato addirittura. Ma che importa? L'apparenza da lontano è stupenda; il pittore paesista si ferma, mette mano alla tavolozza e ne fa un bozzetto per la prossima esposizione; poi, avvicinandosi anch'egli, vede l'antro scavato nel tronco, ed esclama:—oh guarda! c'è posto per due!—

Ah, Don Pietro! Don Pietro! Che vi serve essere stato prevosto quaranta e più anni, e avere studiato da mezzo secolo il trattatoDe Confessario?La società moderna ha più complicazioni di debolezze, che non ne abbiano veduto e segnato i vostri casisti più famosi. Buon per voi esser vissuto sempre tra la gente dei campi, dove è rustico, feroce qualche volta, ma semplice, indotto, quasi senza cognizione di sè stesso, il peccato.

Il povero prevosto aveva un aspetto compassionevole, quando giunse co' suoi drappelloni nuovi, e con le sue cognizioni anche più nuove, alle Vaie. Lo aspettavano tutti con ansia, e primo fra tutti il signor Francesco Guerri, a cui raccontò per filo e per segno quanto aveva udito dal conte Malatesti.

—Infine,—conchiuse il buon prete, sospirando,—il signor Gino è stato mosso da un buon sentimento, Ha voluto salvar tutti noi da molte noie, anzi da gravissimi dispiaceri, che per la casa vostra sarebbero stati anche una vera rovina. Me lo ha giurato, e per dare maggior solennità al suo racconto, ha voluto dirmi ogni cosa in confessione.—

Non c'era nulla da rispondere a quel ragionamento di Don Pietro. Il signor Guerri capì benissimo che il conte Malatesti si era trovato colto in mezzo a troppe difficoltà, e che il meno male per tutti era per l'appunto il partito a cui s'era appigliato. Ma pensò anche a sua figlia, il vecchio Guerri, a sua figlia che tutte quelle spiegazioni non avrebbero persuasa egualmente, o non sarebbero bastate a guarire.

Aminta fu più aspro e più schietto.

—Meglio tutti noi in carcere e la casa in rovina, se potevano trovarci in colpa per amor di patria; ma egli doveva mantener la sua fede.—

Anche Fiordispina seppe ogni cosa; ma non volle essere consolata.

—L'avevo immaginato;—diss'ella.—Il conte Gino è infelice, io gli ho perdonato. Non mi si dica più altro.—

Da quel giorno il nome di Gino Malatesti non fu più pronunziato alle Vaie. Al padre, che la esortava a dimenticare, l'animosa fanciulla rispose:

—Quello che ti ho promesso ho mantenuto; non ho pianto, non piangerò.

—Grande promessa!—esclamò il signor Francesco.—Amerei meglio vederti piangere.

—Perchè, padre mio? Perchè sfogassi il mio dolore? No, non sarà mai! Vedi? Sento un piacere molto profondo a non piangere. Non creder dunque che io divori le mie lagrime. Mi par d'essere in sogno, e che il sogno duri. Aspetto io che finisca? Non so; vado avanti così, senza desiderare, senza aspettare, senza temere. I giorni passano, ed io sono ancor lì a vivere con le mie care memorie. È forza? è debolezza? Non so neppur questo. Qualunque cosa sia, ringrazio il Signore che me la manda.—

Il vecchio padre non chiese di più. Ella era grave, tranquilla, operosa; attendeva alle solite cure, e niente era mutato per lei nella casa dei Guerri.

L'avrete già veduta, anche senza fermarvi a considerarla, quella casa severa, dove tutti, vecchi e giovani, son gravi nell'aspetto, misurati nelle parole, riguardosi negli atti, uniformi, quasi monotoni nelle consuetudini della vita, non sorridendo mai che a fior di labbra, attendendo con fredda regolarità a tutte le cure della giornata. «Gente metodica!» si esclama, e pare di aver detto ogni cosa. «Come possono trovarci gusto, a viver così?» soggiunge qualcheduno. E infatti, non ci trovano gusto; tirano avanti così, perchè questo è l'obbligo, e sopportano la vita come un fardello. Pensateci un poco, guardate attentamente, e vedrete che tutte quelle persone vivono sotto il peso di una grande sventura, o d'una piccola che credono grande, perchè ognuno ha il suo modo di vedere e di sentire le noie e le afflizioni di questo mondo. Se cogliete quelle persone sul punto in cui si raccolgono insieme, a tavola, per esempio, osserverete ancora che si guardano in viso, come interrogandosi a vicenda, ma che tutte egualmente si chiudono in sè, per un sentimento che pare di diffidenza scambievole, e non è in quella vece che un delicato riguardo. Così vivono, così tirano innanzi, noverando i giorni della loro tristezza.

Così andava la casa dei Guerri, poichè l'aveva colpita la sventura di un alto disinganno. E lei, la figliuola prediletta, l'angelo della famiglia, per cui tutti vivevano, su cui tutti avevano gli occhi, era calma negli atti, serena nell'aspetto, e niente tradiva l'interna pena di quella giovane esistenza. Pareva una di quelle soavi creature dei primi secoli cristiani, che santificavano la casa, non potendola più rallegrare, e già consacrate al nuovo Iddio, vivevano quiete e forti nel mondo. Una pietà non sempre più ardente, quantunque più rumorosa, doveva inventare i cenobii, le fastose solitudini, i violenti sagrifizi e le spettacolose penitenze; ma per allora tenevano il campo, non abbandonando la casa, le semplici virtù umane, fedeli al culto di tutti i doveri domestici: e figlie e spose e madri esemplari, accettando il posto in cui le aveva collocate la sorte, venerando il loro Iddio, pronte ad affermarlo con l'olocausto della vita, ma desiderose di edificargli un tempio nelle loro famiglie, vivevano le Cecilie e le Moniche, combattendo in un modestissimo campo non oscure battaglie.

Fiordispina Guerri non aveva più facile il sorriso, nè la parola lieta; e di ciò si doleva profondamente, ma non le era dato mutarsi. Pronta a tutti gli sforzi morali che non dimandassero gaiezza di umore, quando vedeva i suoi troppo accigliati, andava a sedersi davanti al pianoforte e ripassava la sua musica, senza scegliere, come le veniva alle mani. E le mani obbedivano agli occhi, e gli occhi seguivano l'indicazione delle note. Così sembrava prender diletto nella sua occupazione musicale, e le armonie suscitate da lei, se non allietavano nessuno, sortivano almeno quell'effetto che sempre ha prodotto la musica: rasserenavano gli spiriti.

—Chi sa?—disse un giorno fra sè il signor Francesco Guerri, dopo qualche mese di quella vita monotona, mentre la sua bella figliuola, seduta al pianoforte, passava da un preludio delicato di Bach ad un'aria allegra di Mozart.—Chi sa? Potrebbe fare un miracolo, il tempo!—

Appunto in quei giorni capitò alle Vaie una lettera dei cugini Guerri, che vivevano sul Reggiano. Annunziavano ai loro congiunti del Modenese il prossimo matrimonio di Ruggero con una Campolonghi di Modena. Famiglia ottima, i Campolonghi, ed eccellente partito; perciò si affrettavano a darne l'annunzio, sicuri che la cosa avrebbe fatto piacere ai loro cari parenti. Il signor Francesco aveva appena mandata la sua lettera di congratulazione, quando ne giunse un'altra da Modena; e questa la scriveva Ruggero, il semplice ed affettuoso Ruggero. Non accettato da Fiordispina, per ragioni che non offendevano il suo amor proprio, il cugino Ruggero mandava di tanto in tanto sue nuove alle Vaie. Quella volta, poi, era felice di mandarne un'altra più importante, sperando che i suoi buoni congiunti avrebbero veduto volentieri quella unione, che rispondeva a tutte le esigenze della famiglia, come a tutti i voti del suo cuore.

—Ne sono veramente felice!—disse Fiordispina, poi ch'ebbe letto anche lei.—È un bravo giovane, il nostro cugino Ruggero.—

Il vecchio Guerri tentennò la testa, e battè ripetutamente le labbra, come se volesse trattenere una osservazione, che era lì lì per saltar fuori.

—Capisco;—riprese la fanciulla, notando l'atto, e andando risolutamente incontro al pensiero di suo padre.—Ma tu lo sai bene, babbo; io non ero fatta per lui.

—E per chi, Dio buono, per chi?—gridò il signor Francesco, che oramai non poteva più stare alle mosse.

—Per te, per voi tutti;—rispose la fanciulla.—E non è già una bella sorte? Fatemi il piacere, se mi amate davvero come io vi amo, non mi state così aggrondati da mattina a sera! Che è ciò? Pare che qualcheduno vada a morire, e che voi dobbiate accompagnarlo. Non ho da voler nulla, io, che son l'ultima della casa; ma una cosa mi permetterete di volere, ed è questa, che non siate più tristi di me. Sono tranquilla, io, sono contenta; potete esser tranquilli e contenti anche voi. Ma basta, non aggiungo altro; se no, quando viene Don Pietro, gli direte che ho fatto una predica. Scriveremo invece al cugino Ruggero, e lo pregheremo che ci mandi il ritratto della sposa. Ho una grande curiosità di vedere com'è.—

E scrisse lei la lettera, un miracolo di temperata festività e di buon gusto, congratulandosi col cugino della sua scelta ed augurandogli ogni bene. Le suonava graziosamente all'orecchio il nome della sposa, Marianna, che ne raccoglieva due egualmente belli, Anna e Maria, Non le restava che un desiderio, e vivissimo, di veder la figura.

Il ritratto fu presto mandato, e non da Ruggero, ma dalla stessa fidanzata di lui, dalla signorina Marianna Campolonghi, alla vezzosa e cara Fiordispina Guerri, che era tanto felice di poter chiamare cugina, anche anticipando di due mesi, che tanti ne dovevano correre ancora da quel giorno alla celebrazione delle nozze. La lettera era semplice, ma piena di garbo; faceva fede di buoni studi e prometteva una cara donnina, degna del cugino Ruggero e nata a bella posta per farlo felice. Allo scritto corrispondeva poi la figura; il dagherrotipo mandato dalla signorina Marianna alle Vaie recava l'immagine di una bella ragazza, alta e snella, di capel bruno, di carnagione pallidina ma sana, con due begli occhi grandi ma espressivi, come se ne vedono tanti, per fortuna sua, nella regione Emiliana.

Il matrimonio si faceva tra due mesi, cioè a dire verso la fine del carnevale. Peccato che la stagione, così fredda ancora, non permettesse agli sposi di fare una corsa alle Vaie! La cosa spiaceva tanto a Marianna; spiaceva a Ruggero; spiaceva anche ai parenti di lui. Nè poteva spiacer meno ai congiunti loro delle Vaie, e Fiordispina, nelle sue risposte, non rifiniva di esprimere col suo il rammarico di tutta la famiglia.

Perchè ella scriveva assai volentieri quelle lettere, quasi volesse scusarsi con altrettanta amabilità, della freddezza dimostrata parecchi mesi prima al cugino Ruggero. Le donne hanno di queste delicatezze, le quali spesse volte vanno sprecate come i fiori gentili del prato, che nessuno li avverte, quando sono sbocciati, e poi li recide, insieme con tutte le altre erbe pazze, la falce del villano.

Ma per allora, anche non intese in quel modo, le cortesie della cugina e di tutti i parenti delle Vaie erano molto gradite da Ruggero Guerri, e non meno dalla famiglia Campolonghi. E la conseguenza di tanto gradimento fu una argomentazione come questa:

—Se non possono gli sposi andare a Fiumalbo, per la stagione che sarà ancora troppo rigida, perchè non potrebbero discendere i signori Guerri a Modena? L'inverno, gli ultimi giorni di carnevale, dovrebbero esser anche un potente incentivo a questo viaggetto, che recherebbe un po' di novità nelle loro consuetudini.—

Ed anche quei del Reggiano, messi a parte del disegno, incalzavano con le loro preghiere. Quella del matrimonio di Ruggero, infine, era una buonissima occasione per raccogliere insieme i due rami dei Guerri. Buonissima, in verità, e solenne per giunta; non andava trascurata.

Il disegno fu ventilato anche alle Vaie, non già perchè sembrasse accettabile, ma perchè bisognava trovar ragioni da opporre, scuse oneste da metter fuori. Ma l'idea di quella gita piaceva tanto ai signori Campolonghi, che l'avevano avuta per i primi! Ma piaceva tanto alla signorina Marianna! La graziosissima sposa voleva conoscere Fiordispina, e non si dava per vinta alle ragioni, dichiarava fiacche le scuse.

Donde tanto amore e tanto desiderio? Lettori miei, non bisognerebbe guardar tanto nel sottile, sopra tutto in questa materia già di per sè molto delicata. L'amore, l'amicizia, la simpatia, nascono perchè vogliono nascere, e i germi non possono sempre cercarsi col microscopio. Le grazie di Fiordispina, decantate dal cugino Ruggero, il piacere cagionato da quelle sue lettere così gentili e garbate, quell'altro non meno grande di poter vedere riunita ad una sola mensa tutta la schiatta dei Guerri, sarebbero ragioni bastanti a spiegare, a giustificare l'insistenza delle preghiere. Un'altra ragione si può trovare nella insistenza medesima. Incominciamo tutti a manifestare un desiderio per mostra di gentilezza, ci torniamo sopra per civiltà, e finiamo con invaghirci della nostra idea. Non vi basta? Mettete ancora che la signorina Marianna aveva un fratello, avvocato, che stava per finire le pratiche, ed era come suol dirsi un giovane di belle speranze. Quale speranza più bella, da aggiungere a tutte le altre? Anche il signor Campolonghi padre, pensando alla venuta di Fiordispina a Modena, diceva come il vecchio Guerri, ma per altra ragione:—chi sa?—

Bisognava dunque rispondere a quelle reiterate preghiere, a quelle istanze continue, che venivano a gara da Modena e dai monti Reggiani.

—Che altre ragioni si trovano?—diceva il signor Francesco.—Perchè già, capisco, a nessuno di voi questo viaggio piace, e a Fiordispina meno che agli altri.

—Perchè?—domandò la fanciulla.

—Come?—esclamò il vecchio Guerri.—Ti decideresti ad andare… laggiù?

—Laggiù come in ogni altro luogo;—replicò Fiordispina.—Non siamo mica proibiti, a Modena. Nè io ho da vergognarmi di nulla, o da temere di veder chi si sia.

—Ebbene,—disse il signor Francesco,—allora decidi tu. Si ha da risponder sì all'invito dei nostri parenti?

—Io, allo stato delle cose e per non aver aria di gente ostinata, risponderei sì;—disse Fiordispina.—E tu, babbo?—

Il vecchio Guerri meditò ancora un istante il suo «chi sa?»; vide nella risoluzione di sua figlia un principio di mutamento felice, e conchiuse:

—Andiamo dunque a Modena e raduniamo ad una tavola tutta la progenie dei Guerri.—

Quando la cosa giunse all'orecchio di Don Pietro, il bravo prevosto delle Vaie rimase a dirittura di sasso. Ma da queste pietrificazioni dello stupore si rinviene poi sempre, ne rinvenne anche Don Pietro, restandogli tuttavia in corpo una grande curiosità.

—Figliuola mia, che novità è questa?—domandò egli a Fiordispina, appena ebbe occasione di parlare da solo a sola con lei.—Perchè questa risoluzione di andare a Modena?

—Un invito formale, e già ripetuto più volte da due parti;—rispose la fanciulla.—Non gliel'ha già detto mio padre?

—Sì, capisco l'invito;—disse Don Pietro;—ma non capisco egualmente l'accettazione.

—Vuol saperlo, il gran perchè?—ripigliò la fanciulla.—Glielo dirò, a patto che mi serbi il segreto.

—Posso prometterlo;—disse Don Pietro.—Ma avete dei segreti per vostro padre?

—No, e sì. Non ne ho, se si tratta di cose che possono avere una buona e una cattiva interpretazione, e per cui resti dubbio se vadano fatte o non fatte. Ne ho, se si tratta di pensieri miei, che possono parere ridicoli. E questo è il caso, per l'appunto;—conchiuse Fiordispina.—Ho la speranza di rivedere quell'uomo.

—Ed ecco per l'appunto ciò che temevo;—rispose Don Pietro.

—Che male c'è? Turbo io la pace di qualcheduno?

—Mettete a repentaglio la vostra, figliuola mia, e vi par poco?

—Non tema per me, Don Pietro. La mia testa è salda e il mio cuore è già provato ad ogni scossa.

—Tanto meglio, figliuola mia, tanto meglio. Ma che curiosità è la vostra?

—Curiosità di montanara;—rispose Fiordispina, sorridendo.—Non mi sarà dunque concesso di vedere se quell'uomo è felice? E noti che io desidero ardentemente di saperlo felice;—soggiunse ella, animandosi.—Ella mi conosce, Don Pietro, e sa che non ho l'uso di mentire. Un cuore che ama ha tesori di bontà e di compassione per tutti.

—Anche per gl'ingrati?

—Anche e sopratutto per questi. Ma non mi ha detto Lei che quell'uomo è stato costretto a far ciò che ha fatto? Perchè lo chiama Ella un ingrato?

Don Pietro si smarriva tra gli assalti di quella logica femminile, ed amò meglio darsi per vinto.

—Il cielo vi guardi;—conchiuse, dopo una mezza serqua d'interiezioni, che non dicevano nulla.—Infine, credo anch'io che possa essere una crisi felice. Vi auguro, figliuola mia, che possiate guarire del tutto.

—Di che? D'un male che è la mia vita?—replicò Fiordispina.—No, padre mio, non voglio guarire, nè del tutto, nè in parte. Mi conceda di parlare una volta, una volta almeno, con libertà piena ed intiera; ho conosciuto per quell'uomo l'amore, l'amore de' miei poeti, che è il nobile, l'elevato, il gentile, e dica pure quanti aggettivi vorrà, purchè conduca a questo, che un amore elevato è il solo che sia degno della creatura umana, e come il solo degno, è anche il solo vero. Che uomo fosse il conte Gino Malatesti, nel tempo ch'egli visse tra i nostri monti, Ella sa quanto me, se non forse meglio di me. Il mio pensiero s'innalzava col suo. Come due profumi confusi si son levati ambedue, vaporando al cielo. E dovranno essere separati? È impossibile, padre mio; lo dica anche Lei, che è impossibile.

—Il conte Gino si è pur separato da Voi;—disse Don Pietro.—Lascio stare le ragioni onorevoli, accenno il fatto com'è.

—Ebbene, qui per l'appunto è la mia giustificazione;—riprese la fanciulla.—Egli si è separato da me; non l'amor suo, che è stato per me, e a cui mi son serbata fedele. Vede, Don Pietro, che questo non è un sentimento volgare. Unica volgarità,—soggiunse Fiordispina, chinando la testa ed abbassando il tono delle parole,—unica volgarità, poichè neppur io sono una creatura perfetta, è questo piccolo sentimento di curiosità che ha preso me, povera montanara, di vedere quella gentil cittadina, che ha saputo rapirlo.—

Curiosità montanara, diciamolo anche noi, ma soggiungiamo subito: Quanta altezza di pensiero in quella curiosità! Don Pietro Toschi non lottò più; era vinto e convinto. Del resto, i signori Guerri avevano già scritto a Modena, annunziando la loro andata, e oramai, per fare quel gran matrimonio, non si aspettava che la loro presenza.

Quando si dice «i signori Guerri» s'intende il capo della famiglia,con una larga rappresentanza. Nel fatto non andavano mica tutti.Aminta, per esempio, non volle muoversi dalle Vaie, quantunque lo zioOrlando dichiarasse che sarebbe rimasto egli volentieri.

—No, no, resto io. Che cosa andrei a fare io, a Modena? Le città non mi divertono. E se qualcheduno ha da rimanere a custodire la casa, questo qualcheduno vo' esserlo io. Andate voi altri, andate.—

Non ci fu verso di smuoverlo; Aminta era saldo nelle sue risoluzioni, come il monte Cimone al suo posto.

Ed anche saldo ne' suoi risentimenti, aggiungiamo. Egli non aveva perdonato a Gino Malatesti; egli non aveva tesori di bontà e di compassione da spandere. A qual pro', del resto? Aminta lasciava questi tesori a sua sorella. Era già molto avere un angiolo in casa; quanto a lui, uomo, aveva già fatto assai chinando la testa ai voleri di suo padre, mentre pure sentiva una voglia feroce, una voglia pazza di calare a Modena e di battere la sua mazza alpigiana sulla faccia del conte Gino.

—Prendi, vigliacco ingannatore, in cui la mia famiglia ha creduto! Prendi, bugiardo proscritto, che hai avuto paura di farti fare un processo. Si grida, perdio, si strepita, quando si è il primo colpevole! e se vogliono fare il processo agli altri, si chiede la parte propria, si reclama il proprio posto al pericolo, si va in carcere, in galera, alle forche, ma con la fronte alta, fieri di non avere che una parola e di saperla mantenere!—

Capitolo XVI.

Delizie coniugali.

La sera del martedì grasso dell'anno 1858, era una bella piena nel teatro Comunale di Modena. L'impresario avrebbe voluto tutte così le serate della stagione; ma gl'impresari son mostri insaziabili e non pensano, nel loro egoismo, che il bello delle cose belle è per la massima parte nella loro rarità.

Tutte le stelle del firmamento, tutte le dee dell'Olimpo modenese erano quella sera a teatro, dando coi loro vezzi naturali e con lo sfoggio delle loro abbigliature un'apparenza di vita più rigogliosa ad una società naturalmente ristretta e poco nutrita, poco rinnovata dal concorso o dal passaggio di elementi forastieri. Le città italiane, innamorate dell'arte, appassionate singolarmente per la musica, hanno queste occasioni solenni per mettersi in gala, per dare il loro sprazzo di luce, e in certe sere dell'anno, vedute nel recinto del loro massimo teatro, vi possono sembrare altrettante capitali.

Non dimentichiamo che allora la città di Modena era ancora la capitale di un piccolo Stato, e che intorno ad una Corte si raccoglieva una ricca aristocrazia, uno splendido stato maggiore di varie armi, una grassa borghesia, ed una magra ma numerosa falange d'impiegati dell'ordine politico e dell'ordine giudiziario. Oggi, aboliti i piccoli principati, le rispettive loro capitali hanno perduto tutte qualche cosa della vecchia loro importanza, e questo, che è un male, senza dubbio, ma non un mal così grave da non potersi sopportare, dà argomento di acerbi rimpianti a taluni nobili antichi. Perchè lagnarsi soltanto? Perchè non pensare mai a qualche onesto rimedio? Il gran male, il vero male è quest'altro, che tutti i ricchi corrono oramai ai grossi centri. Se i signori vivessero un po' più nella terra loro, o accanto ad essa, gioverebbero meglio al fine da cui ripetono la loro medesima origine. A buon conto, avrebbero assai meno ragioni per rimpiangere le vecchie consuetudini, ridando un po' di vita alle città loro e insieme un po' di lustro alle proprie corone. Così questa società italiana, che è stata la più ricca, la più varia, la più universalmente colta d'Europa, avrebbe speranza di rifiorire, in quella sua vivace varietà d'aspetti e di tempre, su tutte le altre del mondo.

Ma lasciamo da banda queste superbe malinconie, che molti non intendono più. Il romanzo, questa rappresentazione della vita, deve correre, obbedendo ai suoi nuovi maestri, sulla china della verità fisiologica, correre fino a rompersi il collo nei chiassi del casetto patologico, unico svago che gli sia consentito, e che anzi gli è molto raccomandato dai pratici. Impersonale, oggettivo, realistico, non si attenti di fermarsi un minuto, per dire una verità a chi lo segue, nè per cogliere un fiore sui margini del sentiero. Lo hanno chiuso a forza in una delle sue cento forme, che ad essi piaceva di più; lo hanno sigillato in quella col sigillo della loro dogana; hanno sentenziato quali saranno le vie che dovrà tenere, quali i mercati a cui dovrà fermarsi, quali le droghe di cui potrà essere infarcito. E poi, dopo aver promulgati tanti decreti e regolamenti dalle loro bigonce, i signori giudici e moderatori hanno il coraggio di annoiarsi, di sbadigliare in pubblico, di arricciare il naso, specie quando vedono il loro beniamino andar zoppo a certi usci.—Non di qua! Non di là! Volgarità eccessiva! Imitazione forastiera! Vita italiana vuol essere, vita italiana, per bacco! Dove s'è mai vista, negli usi nostri, tutta quella robaccia! Siamo noi così male ridotti!—Ah, poveri giudici! poveri moderatori supremi! Vuol essere una fatica da cani, la loro!

Le dame più cospicue di Modena erano quella sera a teatro. Non poteva dunque mancare la marchesa Polissena Baldovini, più bionda che mai, imbellettata, incipriata e felice. Sedeva davanti a lei, nel suo palchetto di seconda fila, Sua Eccellenza il ministro, dimenticando per un'ora le gravi cure dell'ufficio (severas super urbe curas), discutendo amabilmente di musica antica col suo buon marchese Baldovini, e mandando tratto tratto qualche occhiata assassina alla gentile marchesa.

In un altro palchetto, ma della prima fila, era la bella figlia di Polissena (matre pulchra filia pulchrior), la contessa Elena Malatesti. La madre aveva la società più grave, oramai, la più autorevole, e la più monumentale, senza rinunziare per altro a qualche saggio della più gaia e della più elegante. Ma questa si raccoglieva più volentieri intorno alla figliuola, e vi si aggiungeva altresì la più risonante per tintinnìo di sproni e di sciabole. Cappa e spada, una volta riunite, si dividevano allora; gli uomini di cappa si volgevano naturalmente alla madre; gli uomini di spada alla figlia.

Ma per allora, essendo in principio di spettacolo, non si vedevano che due cavalieri, nel palco della contessa Elena. Suo marito era in visita, e di quei due che vi ho accennati uno era il marchese Emilio Landi, che conosciamo per una sua lettera dai bagni di Lucca. In verità, stando a quello che ve ne ho detto a suo tempo, il marchesino Landi avrebbe dovuto esser piuttosto dalla marchesa Polissena. Ma bisogna anche sapere che il regno di lui era durato poco, nel cuore della Baldovini. L'orgoglio aveva vinta la tenerezza, e un ministro di Stato, che si tingeva i capegli (molto bene per altro, e la cosa non si riconosceva che alla luce del sole), era succeduto nel regno. La maestà scoronata di Emilio Landi si era facilmente consolata di quel piccolo guaio. Infine, non ci sono trionfi graditi che a patto di durar poco. Anche il divo Cesare dovette annoiarsi parecchio, ad averli così lunghi, col peso della corona sulla testa, il tintinnìo de' trofei nelle orecchie, e il continuo sobbalzo di un cocchio senza molle, sul maledetto selciato della Via Sacra, inerpicantesi per il clivo Capitolino.

Emilio Landi era entrato allora allora nel palco, e prendeva, di rincontro alla signora, il posto d'onore che l'altro personaggio gli aveva ceduto, mettendosi con discreta familiarità al fianco di lei.

—Siete maravigliosa, stasera;—disse Emilio, incominciando.

La contessa Elena accolse il complimento ad occhi socchiusi e tirando indietro la sua testina bionda. Era quello un atteggiamento che andava stupendamente alla sua figura rosea, un tal po' irregolare nelle fattezze, ma fine, e che di graziosa e piacevole la rendeva affascinante senz'altro: un atteggiamento studiato se vogliamo, ma che tra tanti artifizi a cui ci ha avvezzati la bellezza, poteva anche sembrar naturale: un atteggiamento, insomma, che un pittor ritrattista del secolo scorso avrebbe invidiato, se pure non è più giusto il dire che ad un pittor ritrattista del secolo scorso la contessa Elena Malatesti lo aveva audacemente rubato.

—Che ve ne importa a voi, Landi?—domandò la signora, dopo aver preso quell'atteggiamento lezioso.

—A me? moltissimo;—rispose il giovanotto.—Si gode tutti, alla vista di un bel fiore, o di un bel frutto dorato. Sia pure nell'orto delle Esperidi, e custodito da un drago, è già grande fortuna ammirarlo da lungi.

—Custodito! da un drago! Ma sapete, Landi, che siete antico, stasera!E il drago sarebbe il nostro buon Lesarini?—

Così rispondeva la contessa Elena; e il Lesarini, che era per l'appunto il personaggio seduto al fianco della signora, sorrise beatamente, tra i due pizzi grigi, che gli vestivano con aristocratica prolissità le guance scarne.

Non era nobile, il signor Lesarini, che debbo ora descrivervi; era abbastanza ricco per vivere ozioso, e amava consumare i suoi ozi fuori del ceto in cui l'aveva fatto nascere il caso. Tra i suoi pari sarebbe stato un signore; ma ognuno ha i suoi gusti, ed egli preferiva stare coi nobili, facendo il servitore. Uomo maturo, si atteggiava a giovanotto, accettando seriamente il titolo di «molto pericoloso» che gli davano tutti per celia, lasciandolo volentieri accanto alle loro metà, compiacente amico, accompagnatore discreto, drago senza rostro e senza artigli, animale innocuo e felice, che stava accanto all'arrosto e si pasceva di fumo. Anche le signore lo avevano accettato per quello che amava di essere, e se lo contendevano, figuratevi, se lo strappavano a gara. Lesarini di qua, Lesarini di là, era il cucco delle dame, che ci si divertivano un mondo, lo mettevano a tutte le salse e lo incaricavano ancora delle loro piccole commissioni.

Il Lesarini sorrise beatamente, come vi ho detto. L'uffizio di drago, e nell'orto, non gli dispiaceva niente affatto.

—Sicuro;—replicò Emilio alla dama;—e armato fino ai denti.

—Si capisce;—rispose il Lesarini.—Io qui rappresento l'autorità diGino.—

Di Gino, capite? e non del conte Gino Malatesti. È usanza dei Lesarini di non chiamar mai i loro nobili amici per il casato, nè per il titolo che li distingue. Non altrimenti usano con le dame, chiamandole semplicemente, familiarmente, per il loro nome di battesimo, e preferendo il vezzeggiativo, se c'è. Così, quando si degnano di ragionare delle loro imprese col volgo profano, sogliono attaccare dei discorsi come questi:—«Sapete? ieri Corinna mi ha ricordato…. Gino mi rispondeva…. Elena mi pregava iersera…. Ho incontrato stamane Polissena e mi ha detto: ah bravo, Pippo! vi trovo in buon punto; dovreste accompagnarmi dal dentista….» Raccontando queste maraviglie, i Lesarini trionfano, fanno la ruota come i pavoni, o, se vi piace meglio, come i tacchini. Che si fa celia? Darsi del voi con la gente titolata! Essere i confidenti delle dame più cospicue della città! Avere un posticino nel piccolo Olimpo mandamentale! No, per tutti gli Dei che lo costituiscono, non c'è fortuna più grande per un signor Lesarini.

Un'altra specie di Lesarini è quella che fa la corte ai grandi uomini. Il piccolo personaggio vi conosce, vi onora del suo saluto ed anche, a ore avanzate, della sua conversazione. Vedendovi da lunge, scende dal marciapiede, attraversa la strada per muovervi incontro. Voi lo aspettate, credendo che voglia stringervi la mano, chiedervi notizie della vostra salute. Ma che? Il Lesarini vi abborda e vi dice, come se continuasse un discorso:—«Vengo da Muller, ma inutilmente, e adesso vado da Bauer. Sai? il senatore non può far la bocca alla birra di Chiavenna, ed io mi son preso l'incarico di trovarne dell'altra, o di Gratz, o di Baviera.»—A voi non importa un fico secco che il senatore non gradisca la birra di Chiavenna. Lo stimate per il suo carattere, lo ammirate per la sua parsimonia di parole in Senato, lo amate, lo venerate per i capolavori che ha dati alla patria. Ma no; il Lesarini vi ha da raccontare quel che egli mangia e quel ch'egli beve; e mentre voi, per convenienza, gli rispondete un «ah!» che vuol dire e non dire, egli vi guizza di mano.—«Lasciami, perchè ho fretta; debbo andare da Bauer.»—E vada pure; ma non senza fermarsi otto dieci volte per via, raccontando a tutti la medesima storia.

—Vi ha incaricato di ciò, Lesarini?—chiese Emilio Landi al vecchio cavaliere, al drago della contessa Elena.—Siete un uomo fortunato, voi! Ma ecco….—soggiunse, con un risolino arguto il giovanotto,—ecco un suon d'armi, che annunzia un cambiamento di guardia.

—Dite un rinforzo!—notò la contessa, che aveva udito anch'ella un tintinnìo di sciabola nel corridoio.

L'uscio del palchetto si aperse e comparve nel vano il bel luogotenente De Wincsel; biondo, dagli occhi glauchi e dalle guance rosate; a farvela breve, un angelo vestito da ufficiale di cavalleria. Il barone De Wincsel era un fiore esotico trapiantato in Italia come i suoi riveriti padroni della imperial casa di Asburgo Lorena. Nella sua bellezza bionda e rosea spiccava il tipo conosciuto degli oppressori, un tal po' dilavato nella tinta, ma grazioso per la finezza dei lineamenti, che poi, col crescer degli anni, per quella medesima finezza, fors'anche per le basette ispide e folte sotto un naso troppo piccolo, prende qualche volta un aspetto felino.

La contessa Elena accolse il nuovo visitatore con atto di familiare amabilità, mostrando così al marchese Emilio di non dar nessun peso ai suoi frizzi. Già, se ella avesse dovuto badare a tutte le punture di spilla del Landi, le sarebbe mancato il tempo per meritarne delle altre. Elena Malatesti era tuttavia nel primo anno del suo matrimonio, e già gli arguti Modenesi le avevano appiccicato il suo nomignolo di Generala. Infatti, ella non si vedeva mai senza l'accompagnamento di «un brillante stato maggiore.» Aiutanti, ufficiali d'ordinanza, ufficiali stranieri in missione temporanea, si davano la muta nel salotto della contessa, nel suo palco a teatro, allo sportello della sua carrozza sulla pubblica passeggiata. Infine, quando si è detto la Generala, non occorrono spiegazioni; la contessa Elena aveva il suo soprannome, e mostrava di averlo guadagnato.

Che diceva il conte Gino? Credo che non dicesse nulla. Il nobile, l'intelligente, l'arguto Gino Malatesti era diventato un altr'uomo da quello di prima. Il panno appariva sempre quello, ma era un panno stinto. Del resto, anche così ridotto alla condizione di ombra, anzi perchè diventato ombra, adempieva con garbo al suo uffizio di signore e padrone alla moderna, cioè di compagno, di associato, di tutore, di tutto quel che vorrete, fuorchè padrone e signore. Per lui, dopo tutto, era sempre lì pronta una parolina gentile della moglie; a lui andavano di pien diritto, e non mancavano mai, gli ossequiosi saluti e gli atti di amichevole deferenza di tutto lo stato maggiore di sua moglie. Godeva infine di una società che avrebbe potuto far felice Ulisse, nella sua reggia d'Itaca, in mezzo all'assiduità complimentosa dei Proci, se il fiero marito di Penelope, nascendo con le idee di tremil'anni dopo, avesse voluto rinunziare al gusto di spiccare il suo grand'arco dalla parete e di fare un'ecatombe, non consentita dal codice penale e disapprovata da tutti i ben pensanti del giorno.

E il conte Gino si contentava di quella vita? Ci si adattava? I ben pensanti del tempo suo, che sarebbero stati tutti d'accordo per disapprovare un suo atto d'insofferenza, non sapevano capacitarsi di tanta sua dabbenaggine.—Ma è cieco?—dicevano.—O piuttosto ama di parerlo?—

I più furbi, i più sottili, argomentavano che lasciasse così libera la figlia, perchè amava sempre la madre. Ma poteva reggere, quella supposizione? E il marchesino Landi che gli era succeduto? e sua Eccellenza il ministro di Stato, che era succeduto a tutt'e due? Del resto, il conte Gino si vedeva poco nel salotto della marchesa Polissena; pochi minuti nel suo palchetto a teatro, e a passeggio mai. Anche quella supposizione fu dunque abbandonata. Che altro pensare dei fatti suoi? Un osservatore moralista sentenziò brevemente:—È la penitenza. Casa Malatesti avrà presto un gran santo.—

Il barone de Wincsel, entrato nel palco e sedutosi accanto al marchese Landi, che restava ancora per tutto l'atto al posto d'onore, parlava poco e guardava molto. Era ancora nel periodo delle occhiate e dei sospiri, l'angelo vestito da luogotenente, e aspettava la dolce parola che gli permettesse di spiccare un volo più ardito. E poi, egli non era un parlatore, un chiacchierone, come il marchesino Landi; faceva assai più rumore con gli sproni e con la sciabola, che non con la lingua. Non dimenticate che quello era il tempo in cui si sentivano saltellare le durlindane sui selciati delle città, con gran noia dei viandanti pacifici; nè i generali pensavano a reprimere questo mal vezzo nordico, nè i pronipoti del cavaliere Bajardo avevano ancora insegnato col loro gentile esempio che si può essere valorosi soldati anche portando per via un bastoncello di nocciolo, o una mazza di giunco.

Il De Wincsel guardava e sospirava. La contessa Elena credette conveniente di sviare con qualche discorso l'attenzione di Emilio Landi. Quanto al Lesarini, in verità, non occorrevano tanti artifizi, poichè egli non capiva nulla e non si accorgeva di nulla. Il discorso della contessa Elena si aggirò sulle dame che erano quella sera in teatro. Lei esponendo, Emilio facendo le chiose, si passarono in rassegna tutti i palchetti. La Randoni, sempre nobile, sempre severa, un tipo di matrona antica; come mai aveva potuto mettere al mondo una figliuola così pallida e scarna? E poi, perchè quell'abbigliatura verde? Nessuno per consigliarle un altro colore, che l'abbattesse meno? Un po' meglio la Frassinori; ma che pretensioni, Dio buono! Si credeva una Giunone, o poco meno. A proposito, e perchè non si vedeva l'avvocatino? Dov'era Giunone non doveva mancare il pavone, l'animale a lei sacro.

E la Dal Pozzo Farnese, sempre bella, sempre rigogliosa e fresca come un fior di stagione! Di quella si diceva bene, non potendo fare altrimenti. La Dal Pozzo Farnese era una sorella di Emilio Landi. Tra presenti si usano di queste cortesie! Ma quelle due borghesucce arricchite delle Fantuzzi, che volevano gareggiare di eleganza con le nobili dame, com'erano spietatamente conciate dalla critica di Elena Malatesti e dalla vena compiacente del Landi! Ah, una novità, quella sera! Anche la Campolonghi in teatro; e tutta in fronzoli, e coi brillanti agli orecchi. Naturalissimo; era sposa. E chi era il fortunato mortale? Uno delle parti di Reggio; sicuramente quel giovinotto alto e biondo, un po' timido, impacciato nei modi, ma bello, che si vedeva spuntare dal fondo del palco. Ma chi era quell'altra donna, dal viso bianco e dai capegli nerissimi, che sedeva di rincontro alla sposa? Una fanciulla, certamente, com'era dimostrato dalla giovinezza dell'aspetto e dalla semplicità dell'abbigliatura. Ma non doveva essere modenese, poichè Elena Malatesti non si ricordava di averla veduta mai, e il marchese Landi nemmeno. E aveva guardato Elena, la bella sconosciuta; e la guardava ancora con molta attenzione.—Chi sarà costei?—La parentela dei Campolonghi si conosceva tutta, e il viso di quella sconosciuta non rispondeva a nessuno dei nomi che Emilio Landi poteva citare, tessendo la genealogia di un'intera tribù.—Chi sarà costei?—Neanche il sapiente Lesarini poteva appagare su questo punto la curiosità di Elena Malatesti.

—Chiunque sia, è molto bella;—conchiuse Emilio Landi.

—Vi pare?—disse Elena, che non voleva persuadersene.—Ma già, dimenticavo che voialtri uomini prendete fuoco come l'esca. Guardate almeno com'è tutta affagottata!

—Affagottata, poi, non mi sembra. È messa con molta semplicità.

—Alla moda di cent'anni addietro!—ribattè la contessa.

—Cento son troppi, via! Diciamo di cinque;—volle correggere EmilioLandi.

—E siano anche cinque;—replicò la contessa.—Cinque è come cento, inmateria di moda.—

Intanto, quelle guardate della sconosciuta le davano noia. Perchè? Non guardava anche lei, forse? Ma quella sconosciuta era bella, e quelle guardate così lunghe, venendo da una bella persona, così semplice negli abiti, così composta negli atti, avevano l'aria di un giudizio in corso. Finalmente, che vi dirò? la contessa Elena era molto curiosa, voleva saper tutto, e le dava noia di ignorare chi fosse quella giovane donna, non mai veduta fino allora, e sicuramente la più bella tra quante erano allora in teatro.

—Lesarini, voi dunque non ne sapete nulla?—gridò la contessa.—Ma che uomo siete voi? Discendete un pochino e domandate a qualcheduno che sia meglio informato.

—È permesso di ignorare qualche cosa, a questo mondo;—osservò il Lesarini, alzandosi di scatto;—ma è obbligo sempre d'istruirsi, per servizio delle belle signore.—

Si mosse, così dicendo, per discendere in platea.

—Ah Lesarini!—esclamò la signora, mandando a lui la parola e l'accento appassionato, ma l'occhiata furtiva al barone De Wincsel.—È doloroso, sapete, questo vostro plurale!—

Il vecchio cavaliere sorrise beatamente, fece la ruota, ma non rispose verbo. Quando sono accusati di galanteria con molte, e di galanteria fortunata, s'intende, i Lesarini non rispondono mai. Confermare non possono; negare non vogliono; perciò lasciano correre, felici abbastanza che, in mancanza di storia, una leggenda si formi.

Andato il Lesarini a prender lingua, la contessa Elena seguitò la rassegna col Landi, e il giuoco innocente delle occhiate col De Wincsel. Ma tratto tratto guardava anche verso il palchetto della sposa Campolonghi, e quante volte puntava da quella parte il binocolo, tante vedeva lo sguardo della sconosciuta rivolto su lei.

—Andiamo via!—diss'ella finalmente in cuor suo.—È una provinciale di certo, e non sa ancora come son fatte le gran dame.—

Con questo ragionamento, che appagava la sua superbia e che aveva anche una certa apparenza di vero, la contessa Elena mise lo spirito in pace e si lasciò guardare dell'altro, come una dea dell'Olimpo, Giunone, ad esempio, scesa per gran degnazione in mezzo agli Etiopi. Infine, ad un uomo può dispiacere di esser guardato con una certa insistenza da un altro; ad una donna non può spiacer mai d'essere argomento di curiosità femminile, o di ammirazione mascolina, quando ella crede di esser bella, o sa di essere abbigliata all'ultima moda.

Si badava poco alla musica, come vedete. La musica è il linguaggio dei Numi, non c'è che dire; la musica piace anche molto alle signore, per questa ragione semplicissima, che il linguaggio dei Numi copre le voci dei mortali e permette loro di chiacchierare comodamente nei palchi. Quando si recita un dramma o una commedia, la cosa è molto difficile. Altre voci umane si alternano sul palcoscenico, l'uditorio della platea vuol sentir tutto, e zittisce spietatamente le dee che fanno chiasso sui lati. Viva dunque la musica! Quando si è prestata una mezza attenzione alla cavatina del tenore, o al duetto amoroso fra tenore e soprano, o all'aria del baritono, se questi è un bell'uomo e fraseggia con gusto, o al pizzicato degli strumenti a corde, o alla grande uscita delle trombe, per dare anche la parte sua all'orchestra, il rimanente non fa che aiutare il discorso, e le due o tre file di palchi son tutto un cinguettìo, come la frappa di un olmo sull'ora del vespero, quando ci son calate a riposo le passere.

Il terz'atto dell'opera era finito, e il marchese Landi si alzava già, per andarsene a vedere il ballo da un palco di giovanotti, più vicino al proscenio, quando capitò il conte Gino Malatesti. Sebbene fisicamente fosse sempre quello di prima, il conte Gino non pareva più lui, tanto può sull'aspetto di un uomo l'abbattimento dello spirito. Levate il sole ad una bella scena campestre, e non riconoscerete più nemmen quella. Sfiaccolato, cascante, senza brio nello sguardo, senza vivacità nel discorso, il conte Gino Malatesti era invecchiato di dieci anni in sei mesi. Entrò lento, con la sua aria d'uomo rifinito, stese lentamente la mano al De Wincsel, più lentamente rattenne col gesto l'amico Landi al suo posto, e si assise nel fondo del palco, rispondendo breve a ciò che quei due gli dicevano. Poco stante, essendo ripresa la conversazione tra essi e sua moglie, si ecclissò, rimanendo sul posto, e non si seppe neanche più che ci fosse.

—Vedete mio marito;—disse dopo qualche minuto la contessa Elena.—È capace di dormire.

—Non dormo;—riprese Gino;—ascolto ciò che dite voi altri.

—Ecco, se dovessi dire, non ne hai proprio l'aria;—osservò EmilioLandi, mettendosi galantemente dalla parte della signora.

—Se almeno tu volessi raccontarci le visite che hai fatte!—ripigliò la contessa.

—Mi avrai veduto;—rispose Gino.—Sono stato da mamma….

—Cinque minuti!—interruppe ella.—E poi?

—E poi dalla Pallavicino, dalla Borsi, dalla Frassinori.

—Che dice la divina Giulia?—domandò la contessa.—È sempre nemica della musica del nostro Verdi?

—Ah, non so…. non ne ha parlato.

—Di che parlava, dunque? Ella non ha quasi altro tema.

—Non saprei dirti;—replicò Gino, confuso.—Si parlò di cose da nulla….

—Vedete, Emilio?—esclamò la contessa, rivolgendosi al Landi.—Mio marito va a far visite, e non sa nemmeno di che cosa gli abbiano parlato.—

Il conte Gino si seccava, e sorrideva tacitamente, a labbra chiuse, come l'uomo che si secca. A levarlo di pena giunse il vecchio Lesarini, glorioso e trionfante. Quella volta il marchese Landi fu per andarsene davvero; ma anche stando in piedi volle rimanere un istante, per sentire le novelle del messaggero.

—Nunzio, che rechi?—diss'egli con piglio alfieresco al nuovo venuto.

—Ho trovato, finalmente;—rispose il Lesarini.—Ho faticato un pochino, chiedendo di qua e di là; ma ora so tutto, so tutto.

—Che cosa?—domandò la contessa, che aveva l'aria di non ricordarsi più della sua grande curiosità di mezz'ora prima.

—Il nome di quella signora….—replicò il vecchio Ganimede,—anzi di quella signorina, del numero quindici.

—A mano manca!—riprese il Landi, con accento rossiniano.

—Sicuro;—disse quell'altro.—Infatti, è proprio a mano manca.

—Ma finitela con queste chiacchiere;—gridò la contessa, spazientita.—Come si chiama questa signorina?

—Per cui tanto reo tempo si volse!—soggiunse, come se volesse compier la frase, l'impenitente marchese Emilio.

—Una Guerri;—disse il Lesarini.—Sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, che la Campolonghi sposa un Guerri, del Reggiano. Gente ricca, questi Guerri, ma vivono quasi sempre in montagna. Orbene, quella ragazza è una Guerri, di Fiumalbo, cugina dello sposo, e venuta a Modena, per assistere alle nozze.—

Il conte Gino, sulle prime, non aveva badato al discorso del Lesarini.Non avea neanche udito il nome dei Guerri; udì invece il nome diFiumalbo, e si scosse.

—Che c'è?—domandò egli.—Che dite di Fiumalbo?

—Ah sì!—esclamò il Landi.—Tu ci sei stato, da quelle parti, e dovresti anche conoscerla, quella bellezza rara.

—Che bellezza? Dove?—riprese Gino, turbato.

—Laggiù, al numero quindici. Prendi il binocolo, se vuoi vederla meglio. È una Guerri, di Fiumalbo.—

Gino aveva preso il cannocchiale, ma lo lasciò tosto cadere, e fu bene che il Landi non lo avesse ancora abbandonato del tutto, se no, povera madreperla, e povere lenti! Guardava frattanto, il povero Gino, guardava là, dove il Landi gli aveva indicato, e donde oramai non poteva più sviar l'occhio; ma intravvide appena, e una nube gli offuscò la pupilla.

—Guerri! di Fiumalbo!—diceva frattanto la contessaElena.—Sicuramente tu dovresti conoscerla, se ci sei stato sei mesi.Anche a me pare di aver sentito nominare questa famiglia. Da chi mai?Ah, ricordo, da mia madre, otto o nove mesi fa, quando ebbe le primenotizie tue dal ministro.—

Guardava intanto suo marito, quella diavola di contessa, così giovane e già così diavola! Gino si era fatto bianco nel viso, come un cencio lavato. Balbettò poche parole, che nessuno intese, poi si volse all'uscio del palchetto, barcollando.

—Che hai?—gridò Emilio Landi, cercando di trattenerlo..

—Nulla, nulla; un semplice capogiro. Prendo un po' d'aria nel corridoio.

—Lesarini, Landi, seguite mio marito;—disse la contessa.—Sorreggetelo, che non caschi. Ah, ah! Venuto a tempo, questo capogiro!—

E rise, la bella signora. Poi, volgendosi dall'altra parte, puntò il cannocchiale verso la sconosciuta, non più sconosciuta, che in quel momento si ritirava anch'essa in fondo al suo palco.

—Scena doppia, a quel che sembra!—mormorò la signora.

—Che dite, contessa?—domandò il De Wincsel, udendo il suono, ma non cogliendo il senso delle parole.

—Nulla, barone. Guardavo una ragazza, che il Landi mi diceva tanto bella.

—Dove?

—Laggiù, al numero quindici. Ma ora non è più in vista. Voi per altro non avete perduto nulla. È un tipo di contadina.

—Sapete bene, contessa,—susurrò in tono di madrigale il DeWincsel,—che io non me ne lagnerò. Non guardo che una donna, io.

—Fate bene, De Wincsel;—rispose la contessa.—E sia sempre una sola. Un uomo ci si trova male, fra due donne. Il minor male che gli tocchi è di perder l'una senza aver l'altra.—

La bella signora che faceva queste savie riflessioni avrebbe potuto illuminare, non solamente il barone De Wincsel, ma anche noi, povero volgo ignaro, soggiungendo qualche altra considerazione intorno alla donna che si trova fra parecchi uomini, e ci vive tranquilla, come nel suo elemento. Ma di questo ella non si curò più che tanto, la nervosa contessa, e noi ci abbiamo perduto una cognizione che per l'autorità della persona sarebbe stata importantissima. E non è a dire che si trattenesse per difetto di sincerità. Figuratevi che dentro di sè la contessa Elena rendeva perfino giustizia a Fiordispina Guerri, di cui dianzi aveva pur fatto un così acerbo giudizio.

—È bella, infine, e la gelosia non deve farmi travedere;—pensò ella, mentre il De Wincsel stava ancora cercando il senso delle parole di lei, come un avventor di caffè cerca il motto della sciarrada nel giornale con cui ha fatto colazione.—Del resto, sono io proprio gelosa? È bella, non c'è che dire, e capisco che il mio signor marito, nell'ozio forzato del suo confine a Querciola, abbia potuto invaghirsi di quel fiore di bosco. Che amori devono essere stati fra lor due! Perchè poi, sapendo queste cose, la mia signora madre abbia voluto ad ogni costo fare di me una Malatesti, in verità non arrivo a capirlo. Intendo la vendetta, che è il piacere degli Dei. Ma c'era bisogno che ne fossi io la vittima? Io, nel caso di mamma, gli avrei lasciato sposare la sua montanara, con la certezza di esser meglio servita fra un paio d'anni, dal pentimento e dalla noia del signor conte Malatesti.—

Ah contessa, contessa! Ecco un ragionamento molto leggero, che non fa onore alla vostra perspicacia. In primo luogo voi non potevate per nessuna ragione esser la vittima, nella vendetta della marchesa Polissena vostra madre, e la degna signora vi conosceva benissimo per sangue suo, scegliendovi come istrumento. In secondo luogo, dato e non concesso che il conte Malatesti potesse pentirsi fra due anni di un matrimonio in casa Guerri, sarebbe sempre stata una vendetta troppo lenta per la vostra signora madre. Non la serviva meglio, e in soli sei mesi di tempo, un matrimonio del conte Gino in casa Baldovini? Pensateci, nervosa contessa, e ci darete ragione, sincera come siete, e spregiudicata parecchio.

Il grazioso Lesarini interruppe quel sapiente monologo, ritornando nel palco.

—Ebbene?—gli chiese la contessa.

—Nulla,—rispose egli.—Un semplice capogiro; forse effetto del caldo.

—E dov'è, ora?

—Qui nel corridoio col Landi; ritorna subito.—Alla contessa importava poco che suo marito ritornasse, o restasse fuori dell'altro. Rispose tuttavia con un gesto di soddisfazione, che poteva essere di ringraziamento per le notizie del Lesarini, ed anche di chiusura al discorso.

Il ballo stava per incominciare, quando riapparve il conte Gino, ancora seguito da Emilio Landi.

—Come?—esclamò la signora.—Siete ritornato? Credevo che foste andato a far visita…. laggiù.—

Il conte Gino le rivolse un'occhiata severa, che, per esser la prima, non doveva turbarla molto; poi freddamente soggiunse:

—Son venuto a prendervi, per ritornare a casa.

—Che novità è questa, Gino?—domandò ella, facendo un gesto di stupore.

—Non è una novità, che io vi accompagni;—replicò Gino, con studiata lentezza di frase.—Spero bene che non mi lascerete andar solo, e non incomoderete il barone De Wincsel per ricondurvi, quando io ci sono.

—Egli…. o un altro! Ce ne son tre, di cavalieri e di amici;—mormorò ella, che aveva indovinato il valore dell'argomento.

Si alzò, nondimeno, e accettò la mantellina che era pronto ad offrirle il più vecchio dei tre.

Ed egli e gli altri due capirono poco in quella scena coniugale, nata lì per lì, senza cagione apparente. Nei palchi, poi, fu una grande maraviglia; nessuno capì perchè la contessa Elena Malatesti se ne andasse sul bel principio del ballo. Ma già, era tanto capricciosa e strana, la contessa Elena! Tutta sua madre, infine, quando sua madre aveva vent'anni. Il povero marchese Baldovini ne sapeva qualche cosa! E ciò lo compensava, il brav'uomo, di tutto l'altro che doveva ignorare, in processo di tempo.

Quel che avvenne in casa Malatesti s'immagina. La contessa aveva obbedito al comando, con aria di vittima ingioiellata e rassegnata al sacrifizio. Ma come fu giunta a palazzo, fece una scenata coi fiocchi. Ella capiva benissimo che se non si ribellava subito, se non mostrava i denti a suo marito, quell'uomo così dolce, ma così freddo, che l'aveva sposata per forza, che amava lei quanto ella amava lui, sarebbe diventato un tiranno, non le avrebbe lasciato più un'ombra di quella libertà che ella aveva imparato ad apprezzare, appena uscita di conservatorio, nella casa di sua madre. E gliene disse, al conte Gino, gliene disse di crude e di cotte, sperando che quell'uomo perdesse la pazienza e levasse la mano per batterla. Ma il conte Gino era un signore. Stette un poco a sentire, sdegnoso e taciturno, quella furia scatenata; poi si ritirò nella sua camera, lasciando la contessa più inviperita che mai.

La mattina seguente capitò al palazzo Malatesti la marchesa Polissena. Veniva a vedere perchè la contessa sua figlia fosse partita così presto da teatro. Che diamine! Non si va via dallo spettacolo, quando esso è sul più bello. Ci sono dei doveri sociali anche nei divertimenti, ed occorrono ragioni assai forti per rinunziare alle commozioni artistiche di un passo a due. La marchesa Polissena seppe allora che sua figlia aveva dovuto andarsene per obbedienza ai capricci di un marito geloso o seccato.

—Che vuol dir ciò?—chiese ella, entrando con piglio tragico nello studio del conte Gino.—Perchè queste scenate, che non si usano più, che non si sono usate mai, nella buona società? Elena mi ha confessato tutto. Voi dunque vi mettete a fare il tiranno? È una parte odiosa e ridicola, ve ne avverto, e intendo che la smettiate.—

Il conte Gino lasciò passare quella raffica; poi freddamente rispose:

—Mi duole di dovervi avvertire che in casa mia faccio quel che mi pare, e di quel che faccio non rendo conto a nessuno.

—È il vostro programma?

—Decoratelo pure di questo nome: è il mio modo di vedere.

—Non è il mio, e avrete la compiacenza di cambiarlo;—rispose la marchesa Polissena.—Voi siete il marito di Elena, ma io sono sua madre. Non ve l'ho concessa, ricordatelo, non ve l'ho concessa perchè aveste a tiranneggiarla.

—Ah, signora!—esclamò Gino, spazientito.—Meglio avreste fatto a non concedermela, poichè vi piace di usare questo verbo, scambio d'un altro che sarebbe più adatto.

—E quale di grazia?

—Debbo io rinfrescare la vostra memoria? Questo matrimonio, di cui vedevo tutto l'orrore (perdonate, se non trovo altro vocabolo), questo matrimonio, che voi per la prima avreste dovuto giudicare impossibile, voi me lo avete imposto, signora!—

La marchesa Polissena si morse le labbra. Ma ella non era donna da turbarsi per così poco.

—Sia pure;—diss'ella;—imposto, perchè vi è stato offerto come il corrispettivo di certi perdoni. Accettando i benefizi che v'erano annessi, dovevate accettarne le condizioni.

—Le ho io violate?—gridò Gino.—Da sei mesi la vostra figliuola è padrona di far tutto ciò che le pare e piace; da sei mesi ella ha in me un marito esemplare.

—Parleremo di ciò;—ribattè la marchesa.—Per intanto, iersera avete sfoderata la vostra autorità, e molto inopportunamente, per il luogo e per l'ora. Con quale ragione? Sareste voi capace di dirlo?

—È una ragione onesta, signora, e non temerò di sottoporla al vostro giudizio;—rispose Gino, con calma.—Ho veduto iersera un capriccio, di ragazza viziata, e il proposito deliberato di offendermi. Posso lasciar correre molte cose, signora; non posso egualmente permettere che si deridano sentimenti sacri, di rispetto e di amicizia, per chi è tanto al disopra di noi; non posso permettere che si entri con quell'aria di sprezzo nel santuario dei miei ricordi, e mi si butti in faccia quello che io ho sempre gelosamente custodito, come la parte migliore di me.

—Di bene in meglio!—esclamò la marchesa.—C'è qui una progressione ammirabile. E coloro che credettero un giorno di essere qualche cosa in quel vostro santuario, possono invidiare il posto che voi avete dato a certi ricordi più freschi. Gino,—soggiunse la marchesa, mutando improvvisamente il tono delle sue parole,—voi mi ricordate in mal punto l'offesa che ho ricevuta da voi.

—Da me? V'ingannate, bella signora;—rispose Gino, dissimulando a stento il fastidio di quella disputa;—già un'altra volta ho avuto occasione di dirvelo, e speravo oramai di avervi persuasa. Chi aveva dimenticato, di noi due? Mandato a confine, senza che mi lasciassero il tempo di vedere nessuno, vi scrissi, e non ebbi risposta. Non potevate darmi un cenno di voi, lo capisco; eravate tanto impegnata nella stagione teatrale immaginata e architettata da voi!

—Sciocchezze!—mormorò Polissena.—Volevate voi che io mi rendessi la favola di tutta la città? La mia condizione era forse tale da permettermi di trascurare ogni riguardo per voi?—

Gino raccolse con un sorriso amaro quella grande argomentazione.

—Ah sì!—diss'egli di rimando.—I riguardi, le apparenze, le convenienze sociali volevano che voi andaste ai bagni di Lucca, accompagnata da Emilio Landi. Ma non vi biasimo, badate; un cuore guarito non sente più certi dolori, e il mio amor proprio aveva ceduto in tempo ai consigli della ragione. È quasi ridicolo, per non dir peggio, che io parli ora a voi, mia suocera, di queste ragazzate del tempo antico. Ho infine accettata la legge vostra; sono passato sotto il giogo, come un vinto; che cosa volete di più? Sono un marito esemplare, già ve l'ho detto; concedo a mia moglie ogni libertà….

—Troppa!—interruppe la marchesa.—E le fate veder troppo chiaramente che non l'amavate, sposandola.

—Perdonate, non ho di questi rimorsi;—replicò Gino.—Ella non ha trovato in me un uomo pazzo d'amore per lei, ma almeno almeno un compagno affettuoso e cortese. Uscita appena di conservatorio, doveva ella essere già tanto esperta, da distinguere tra gli ardori della passione e il sentimento delicato dell'amicizia? Io dimentico, o signora, che voi non le avete nascosto una parte del mio passato. Ciò che io ne ho veduto ieri sera, mi spiega molte cose del suo carattere e dei suoi diportamenti con me. Ma sapesse ella anche tutto,—proruppe Gino, irritato dai vincoli che la delicatezza imponeva al suo discorso,—di che aveva a lagnarsi? Fui l'uomo più compiacente del mondo; ho popolato la mia casa di sospiranti; ho veduto succedersi al fianco di vostra figlia tutti i tipi più graziosi, come i più antipatici.

—Colpa vostra!—notò la marchesa.

—Che dovevo far io?—replicò Gino.—Una scena coniugale ad ogni nuovo aspirante che si presentava? Chiudere le porte di casa mia, mentre erano aperte quelle di casa vostra?—

La marchesa Polissena rispose con una crollata di spalle.

—Voi date troppa importanza ad alcuni scherzi innocenti, che sono il passatempo della gioventù;—diss'ella poscia, con un sorriso di compassione.—Auguratevi di non aver mai da rimproverare a vostra moglie altri torti che questi, di esser bella, di piacere, e di sentirselo dire.

—Ed ho lasciato correre, come vedete;—rispose Gino.—Ho lasciato dire, ho lasciato ascoltare.

—Per giungere allo scandalo di iersera!—replicò la marchesa.—Meglio valeva incominciare subito. La mia Elena avrebbe saputo fin da principio a che vita era condannata da voi.

—Non dimenticate,—disse Gino,—che lo scandalo di ieri sera, come vi piace di chiamare una partenza da teatro, ha avuto ben altre cagioni. Vi ha ella ripetute le sue parole?

—Sì, e non ci ho veduto che una cosa, assai perdonabile agli occhi di un uomo di garbo. Vostra moglie è gelosa.

—Di un'ombra;—rispose Gino.—E quest'ombra, suscitata con discorsi imprudenti da voi.

—Sì, ora accusate me!—gridò Polissena.—Dopo essere diventato coi vostri amori di montagna la favola di tutta Modena, pretendevate che niente giungesse, nemmeno l'eco delle vostre sciocchezze, all'orecchio di Elena? Pure, ella seppe dimenticare quella storia, poichè vi ha sposato. Date colpa a voi, se la vostra freddezza, il vostro essere sempre col pensiero altrove, hanno richiamato alla sua mente i discorsi di tutti. Un caso che non so ancora spiegarmi, o che potrei spiegarmi troppo bene, le ha condotta davanti la vostra innamorata. Doveva ella non darsene per intesa? Conoscete assai male le donne, conte Gino, se credete che possano tollerare queste offese al loro amor proprio.

—Ah, manco male!—esclamò Gino.—L'amor proprio, che non è punto l'amore!

—E che perciò? Anche quando l'amore ci è uscito dal cuore, l'amor proprio rimane;—replicò Polissena.—Non offendete l'amor proprio di una donna, quando ne avete perduto l'amore. Ma questi sono discorsi vani, tra noi;—soggiunse la bella sdegnata.—Ditemi piuttosto che cosa contate di fare.

—Io?—chiese Gino, maravigliato.—Nulla.

—Ma vostra moglie è offesa.

—Lo sono più di lei; e mi fate pensare che ella deve scusarsi con me di una sgarbata allusione.

—Non lo sperate!—gridò Polissena.—Se anche Elena acconsentisse ad umiliarsi davanti all'ombra della vostra Dulcinea, non lo permetterei io, mi capite? Io, sua madre, non le permetterei di avvilirsi al cospetto dell'ombra. La chiamo così, per imitarvi,—soggiunse la marchesa, con piglio sarcastico,—quantunque l'abbia veduta anch'io, in carne ed ossa, la contadina per cui avete tanto sospirato. Bella, sì, d'una sciocca bellezza! La bellezza dei capegli neri! Ve ne ricordate, conte Gino? La sentenza è vostra, e di quei tempi che davanti ai vostri occhi avevano grazia solamente le bionde. Molto involontariamente, credetelo, ma ho pur dovuto pensarci, vedendo quell'ottava meraviglia. Gran cosa, la vostra contadina! Divinità eccelsa, a cui tutto si dovrebbe sacrificare, la dignità di mia figlia e l'onor mio! Badate Gino! ho ancora le braccia lunghe, e posso farvi pentire.—

Stendeva il braccio, così dicendo, e quel braccio pareva lungo davvero, con quella bianca mano aperta in atto di minaccia.

—Come?—gridò Gino.—Che cosa ardireste ancora?

—Tutto! Non dimenticate che i vostri Guerri hanno sempre un conto aperto con la giustizia.

—Sarebbe un'infamia!—esclamò Gino, torcendo il viso, inorridito.

—Come vorrete;—replicò Polissena.—Io difendo mia figlia, e prendo le armi dove sono.—

Gino rimase un istante sovra pensiero, considerando il pericolo a cui erano esposti i suoi poveri amici ed ospiti di Fiumalbo. Il suo sagrifizio non era dunque bastato a liberarli per sempre? Quella donna furibonda lo teneva ancora incatenato a' suoi piedi?

—Vi ho detto, signora, quello che volevo io;—mormorò egli, dopo quell'istante di pausa.—Ditemi che cosa volete voi.

—Che facciate delle scuse ad Elena.

—Delle scuse? L'ho io dunque offesa così gravemente?

—Sia grave o leggera l'offesa,—replicò Polissena,—essa ebbe testimoni tre persone.

—E per caso,—riprese Gino,—dovrei fare delle scuse anche ai tre testimoni?

—Una buona parola andrebbe detta, sicuramente. La scortesia del vostro comando ad Elena può averli feriti benissimo.

—Dio mio! Il Lesarini, ferito? È un uomo che non conta nulla. Il Landi, ferito? È un vecchio amico nostro, e vorrà dimenticare queste scioccherie.


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