VII.L'UCCEL BEL—VERDE.[1]C'era una volta un Re di Francia che era molto amante della caccia. Un giorno, andando a caccia, i cani principiarono a urlare fortemente. E lui va per tirare a una fiera e invece ci trova una bellissima donna. Il Re, sorpreso di questa bellissima giovane, voleva sapere la ragione perchè l'aveva trovata sola in questo bosco, abbandonata? perchè stava in una grandissima afflizione? Lei dunque gli disse che facesse della sua vita quel che voleva, ma che non le strappasse il secreto de' suoi natali. Il Re rispettò il suo secreto, la fece mettere in corte, le dette il suo quartiere e disse che fosse rispettata come una di famiglia. Dopo alcun tempo il Re andò a far visita alla bella incognita e s'accorse da' suoi modi gentili e dal suo dolore che doveva appartenere ad una famiglia illustre e distinta. E quindi se ne innamorò talmente, che pensò di farla sua sposa. La madre del Re, indispettita di sentire che doveva avere per nuora una sconosciuta trovata in un bosco, giurò che ne avrebbe fatto crudele vendetta e che il sangue de' Reali di Francia non si sarebbe mai contaminato con una sì vile sposa. Difatti, dopo pochi mesi che il Re aveva sposata questa sconosciuta, arrivò un corriere d'Inghilterra intimando al Re una improvvisa guerra. Il Re non poteva intendere come l'Inghilterra volesse fare a lui la guerra senza alcuna ragione. Ma per meglio accomodare le cose pensò di andare lì da sècon un piccolo esercito per conoscere la ragione di questa intimazione. Piangendo andò a congedarsi dalla sposa, la quale lo pregò di trattenersi qualche altro giorno perchè aveva qualche cosa da dargli. Difatti ella si pose a ricamare una bandiera francese; ma l'arme era d'Inghilterra; e disse:—«Quando sarai vicino al Re, spiega questa bandiera, chè nessuno ti farà danno.»—Il Re partendo raccomandò caldamente la sua sposa alla madre e le disse che la lasciava incinta; e le disse che avesse cura di lei e del figlio che sarebbe nato. Il Re, arrivato in Inghilterra, nulla trovò d'intimazione di guerra. Ma quando fu veduta la bandiera spiegata dal Re di Francia, tutti gli corsero incontro per fargli omaggio. E quando il Re d'Inghilterra seppe che la bandiera era stata ricamata dalla moglie del Re di Francia, lo abbracciò teneramente e gli disse:—«Tu sei mio genero.»—Il Re, pieno di gioia e di consolazione per questa felice scoperta, ebbe una lettera di sua madre nella quale gli diceva che sua moglie aveva partorito tre cani e si trovava in fin di vita. Il Re subito rispose che custodissero i cani e la sposa, che lui quanto prima sarebbe tornato trionfante nel Regno. Tornato il Re di Francia, trovò tutta la corte in lutto; e la madre piangendo gli disse che i suoi tre cani e la moglie erano tutti morti; lei era morta dal dolore di questo tristo parto. Il Re si afflisse tanto di questa cosa che fece giuramento di non vedere più nessuno. Si rinchiuse in una stanza, e meno che il servo che gli portava da mangiare, non era permesso a nessuno di entrare nella camera del Re. Dopo diciotto anni che il Re viveva in questo stato di disperazione, di abbattimento, una mattina sentì del rumore per la strada. Domandò cosa fosse quel rumore insolito che sentiva. E gli fu risposto che una giovine sorella di due guardie reali della Regina, aveva preso quartiere di faccia alla camera del Re, e che essendo tanto bella,la gente andava a vederla; si fermava lì sotto alle finestre a vederla che era seduta al suo balcone. Il Re sentì desiderio di vedere questa ragazza: s'affacciò alla finestra e disse:—«È tanto bella che mi rammenta la mia Uliva.»—Informata la Regina madre di questa impressione del Re, di questa parola, sente nascere una grande avversione per questa ragazza. E non sapendo come più facilmente poterle nuocere, mandò a chiamare una vecchia strega che era la sua intima confidente. La strega le disse che era difficile nuocere a questa ragazza, perchè la Regina delle fate la proteggeva; ma che l'unico mezzo era quello di salutarla e dirle:—«Bella, tu se' bella! ma se tu avessi l'acqua che balla, che canta e che sona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde[2]; saresti anche più bella.»—La sera appresso, sulle ventitrè, quando la bella Amalia si metteva sul balcone a lavorare, la Regina si affacciò e le disse:—«Bella, tu se' bella! ma se tu avessi l'acqua che balla, che canta e che sona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde; saresti anche più bella.»—Appena dette queste parole alla povera Amalia, che soleva essere di carattere tranquillo e molto allegra, le entrò una smania addosso che non le diede più pace. Principiò a piangere dirottamente; e quando vennero i suoi fratelli, la trovarono immersa nelle lagrime. Uno di essi, chiamato Federico, volle assolutamente saperne la cagione. E quando sente le parole che gli aveva dette la Regina, disse alla sua sorella:—«Tu sarai più bella! Io ti troverò l'acqua che balla, che canta e che suona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde.»—La mattina appresso, prese congedo dalla Regina perchè era guardia, si licenziò dall'Amalia e le lasciò un anello con la pietra turchina e le disse:—«Finchè quest'anello avrà la pietra turchina, spera che io ti porterò quel che ti manca. Se questa pietra turchina diventerà nera,allora io sarò morto e il nostro fratello Alfredo penserà a cercarti ciò che desideri.»—Quindi si partì sopra un bel cavallo e se n'andò fuori della porta. Sceso, uscito fuori delle mura della città, si mise a pensare a che via doveva prendere. Mentre che era pensoso, seduto da una bottega, si presentò una vecchia e gli disse:—«Mi farebbe un po' di carità? Io posso consolarla in quello che desidera. So quello che Ella cerca: e se mi dà retta porterà alla Sua sorella l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde.»—Lui disse:—«Ben volentieri farò tutto quello che tu vuoi.»—Allora la vecchia gli dette una boccia che gli attaccò alla cintura per mezzo di un nastro rosso; gli dette una gabbia, un'ascia d'argento e un vasellino contenente della pomata. Gli disse poi:—«Voi camminerete in fondo in fondo a questa strada tre giorni e tre notti senza riposarvi; alla fine del terzo giorno vi troverete in un gran prato che attraverserete. Quindi entrerete in un viale costeggiato di molte statue. Passate a diritto, senza voltarvi nè da una parte nè da un'altra. Finito il viale entrerete nel bosco dove c'è la fontana dell'acqua che balla, che canta e che suona e l'albero del sole con sopra l'Uccel Bel—Verde. Presentate la gabbia e l'uccello entrerà in gabbia; chiudetela, perchè non voli via. Presentate la boccia e si riempirà subito d'acqua: turatela, perchè non esca di dentro. Toccate l'albero del sole con questa accettina, toccate un ramo e vi si staccherà subito.»—Mi sono scordato che quando gli dette il vasellino, gli dette anche un pennello, questa vecchia a Federico.— «Quando vi siete caricato di tutta questa roba, ritornate nel viale delle statue e col pennello intinto nella pomata, toccate le statue che saranno alla vostra diritta.»—Mi sono scordata un'altra cosa: nel prato doveva lasciare il cavallo prima d'entrare; doveva smontareda cavallo quando lui entrava nel viale delle statue.——«Farete tutto ciò con la massima velocità, senza mai voltarvi indietro. Sentirete urli, lamenti, preghiere: non vi voltate indietro. Raggiungete il vostro cavallo nel prato, salite e tornate a Parigi. Se vi voltate, siete morto.»—Federico, pieno di gioja, montò sul suo cavallo e fece tutto quanto la vecchia gli avea detto. Ma appena ebbe toccata qualcuna delle statue, quelle riebbero la vita, e piene di gioia e di riconoscenza, chiamavano, abbracciavano Federigo, per dargli una prova della loro consolazione. Federigo non ebbe la fermezza di non voltarsi: un momento si voltò e rimase statua anch'egli[3]. Il quarto giorno la povera Amalia guarda il suo anello: il suo anello era divenuto nero, la pietra; segno certo che Federigo più non ritornava. Disperata e piangente, torna Alfredo e gli racconta che la pietra era diventata nera e che Federigo era morto. Allora Alfredo gli dice:—«Io voglio seguitare la via di Federigo. O lo vendico e trovo l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde; oppure voglio morire per vederti contenta.»—Quindi preso congedo dalla Regina che glielo diede con la massima consolazione: dato un anello con la pietra verde alla povera Amalia, che era indizio della sua vita se non cangiava colore; si partì dall'amata sorella nella speranza di farla felice. Appena uscito fuori di porta, si presenta la solita vecchierella, gli fa le solite offerte del fratello e gli dice che se avesse avuto il coraggio di non voltarsi, avrebbe salvata la vita anche a Federigo. Pieno di speranza e di sicurezza intraprende la strada; percorre velocemente la via; e dopo, ma dopo aver fatto tutto quanto la vecchia gli aveva detto, egli pure cade nelle lusinghiere parole degli amici, si volge indietro e resta statua di marmo. Al quarto giorno la povera Amalia guarda il suo anello fatale e vede che ancheil suo secondo fratello è morto. Nessun desiderio la lega alla vita; vuole seguire la sorte de' suoi fratelli. Si veste da uomo, monta sur un cavallo, esce fuori della porta e le viene incontro la solita vecchina, che l'ammonisce dei soliti oggetti per poter salvare tutti que' giovani e per poter fare invidia alla Regina con tutti gli abbellimenti che l'avrebbero resa più bella. Amalia monta a cavallo; percorre la via: traversa il prato; passa il viale delle statue; vede l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde; in un attimo se ne impadronisce; col suo gran pennello unge tutte le statue che ha a diritta; e non badando nè a gemiti, nè a lamenti, nè a parole d'affetto, raggiunge il suo cavallo, ci monta ed è salva. Tutti i giovani liberati da lei sono già nel prato; tutti le rendono mille grazie del bene ricevuto; chi le dà collane, chi corone, chi anella: son tutti figli di Re incatenati da una trista fata che aveva fatto questo incantesimo. Il quarto giorno la strada del Re è popolata di gente. L'acqua che canta, che balla e che suona richiama tutta la popolazione; l'Uccel Bel—Verde chiacchiera con tutti quelli che lo interrogano[4]; l'albero del sole riflette i raggi e si volge sempre dalla parte ove il sole lo illumina. Il Re stesso si sente commosso a tanta gioja, s'affaccia, vede la bella giovane che gli rammenta la sua Uliva, vede tutto il popolo esultante a tanta festa, a tanta bellezza. Dopo diciotto anni si fa radere la sua barba, cambiare le sue vesti in più ricche vesti, e dice che desidera di vedere da vicino la bella Amalia. La Regina madre temendo di perdere il trono e che il Re suo figlio debba prendere un'altra moglie, manda a chiamare la solita strega e gli dimanda cosa può fare per ammazzare questa sua nemica. La strega gli dice che inviti tutti a pranzo, l'Amalia, Federigo, Alfredo, e che avveleni il pranzo. Essa finge di voler compiacere il Re e di voler invitarei giovani a pranzo da lei. Amalia accetta con gioia: ma chiede la grazia di portare l'Uccel Bel—Verde, perchè l'Uccel Bel—Verde l'aveva già avvertita. Il Re, beato di questa dimanda. Il pranzo è imbandito, ma i giovani non mangiano altro che quello che l'Uccel Bel—Verde becca. Gli aveva detto che non dovevano mangiare altro che quello che lui avrebbe beccato. Alla fine del pranzo l'Uccel Bel—Verde chiede di poter contare una novella. Il Re è beato, la Regina madre si turba. L'Uccel Bel—Verde principia la novella raccontando la cacciata del Re; il ritrovamento della Uliva; il parto della Principessa che non aveva fatto tre cani, ma tre bei figli; ma che la Regina li aveva mandati in un bosco per essere ammazzati. Quello che doveva ammazzare i bambini ne ebbe compassione, li fece educare e poi li fece impiegare guardie della Regina. La Principessa del Re languiva da diciott'anni dentro una prigione e l'unico servo fedele della Regina era consapevole di questo misfatto. A questo racconto la Regina sviene; il Re monta in furore; si percorre il palazzo reale; si trova la povera Uliva quasi in fin di vita. L'uccello dice di essere una fata e di essere venuto per salvare quelli innocenti. La Regina madre muore di dolore. Il Re ritorna nel suo florido stato; amato dalla moglie e dai figli è ricompensato di diciott'anni di patimenti. La Regina è riconosciuta per figlia del Re d'Inghilterra; e una pace durevole si strinse fra quelle due nazioni.NOTE[1]A questa novella ed alla precedente, annota il Liebrecht (art. cit):—«Zu Grimm. K.—M. N.º 96.De drei Vügelkens; vgl. zu Gonzenbach N.º 5.Die verstossene Königin und ihre beiden ausgesetzten Kinder. Das von Grimm und danach von Köhler gemeinte Märchen der1001 Nacht (von den beiden neidischenSchwestern) befindet sich in der Uebersetzung (Breslau, 1836) Bd. x. S. 3. ff. (Nacht 426).»—La fiaba presente è una variante importantissima della precedente, dettata da colta signora. Difatti non ci trovi sgrammaticature, non idiotismi; tutto va per la piana e secondo le regole. Ma.... io antepongo il dettato della mia povera ciana analfabeta. In questa forma, ha maggior somiglianza con la Novella Prima della giornata decima delPecorone:—«Il Re d'Inghilterra sposa Dionigia, figliuola d'un Re di Francia, che trova in un convento dell'Isola. Partorisce due maschi in lontananza del marito; ed obbligata, per calunnie appostele dalla suocera, a partirsi, con essi va a Roma. In quale occasione riconobbero i due Re con estrema gioja, l'uno la moglie e l'altro la sorella.»—Confronta anche per alcune parti con laNovella della pulzella di Francia, dove si racconta l'origine delle guerre fra i francesi e gl'inglesi di messerIacopo di Poggio Bracciolini, occasione d'interminabili polemiche letterarie; e con laPenta Manomozza, trattenimento secondo della giornata terza delPentamerone.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e, tagliatose le mano, ce le manna 'mpresiento. Isso la fa iettare drinto 'na cascia a mare; e, data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa soja, dove la mogliere gelosa la torna a iettare drinto la stessa cascia; e, trovata da 'no Re, sse nce 'nzora. Ma, pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dopò luonghe travaglie, è trovata da lo marito e da lo frate e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Così viene a confondersi con la Leggenda di Sant'Uliva (per la quale vedi:La Rappresentazione di Santa Uliva riprodotta sulle antiche stampe, Pisa, fratelli Nistri, 1868, e la dotta prefazione appostavi dal cav. prof.Alessandro d'Ancona; nonchè laNovella della figlia del Re di Dacia, testo inedito del buon secolo della lingua. Pisa, tipografia Nistri, 1866, e la dissertazione premessavi daAlessandro Wesselofsky). Popolarissima è laIstoria della Regina Oliva, figliuola di Giuliano Imperatore e moglie del Re di Castiglia, ad istanza ed esempio delle persone timorate di dio. (Ne ho sott'occhi la edizione diBologna, 1875. Alla Colomba. Con permissione). Di questa Leggenda avremo occasione di riparlare; frattanto, per tema di dimenticar la citazione, a proposito di Penta od Uliva, che si amputa, mozza, recide le mani, perchè il padre od il fratello le dicono di essersi innamorati di lei, acagion della bellezza di quelle, porrò qui alcuni versi cheLuigi Groto, nelPentimento amoroso, pone in bocca aDieromena:Chiusa in silenzio eterno, in erme tenebre,Dove nè tu nèd altri più mi veggiano,Piangerò l'altrui fallo e 'l mio martirio;E questi occhi che spesso ti miraronoCome rei mi trarrò dal capo (fosseroStati ciechi così già alquanto spazio!),O si risolveran piangendo in lagrime.E queste man, che sole tocche furonoDa te, come nocenti, (poi che furonoTocche da man profana, immonda e perfida,)Troncherò da le braccia, e a me medesimaChe 'l resto conservai renderò grazia.[2]Uccel Bel—Verde. VediGherardini,Supplimento, Vol. VI, pagina 196.[3]Impietrimenti, statuificazioni si ritrovano narrati con molto ingegno e spirito, non solo nella fiaba dellaPosillecheata, che è perfetto riscontro di questa, e dove si racconta argutamente l'origine di parecchie statue che adornavano Napoli (alcune delle quali ci furon poi rubate dagli spagnuoli), anzi pure nellaPietà remmonerata, conto primo dellaPossillechejatastessa. Trasformazioni in pini ed in istatue nellaCinziadiFilippo Finella(Napoli, M.DC.XXVI). Altre trasformazioni in moltissime favole pastorali, nelCapricciodelGuidozzi(Venezia, M.DC.VIII); ne'Frutti d'AmorediFra Cristoforo Lauro; nelFillidorodiPietro Matteuccio(Venezia, M.DC.XIII); ne'Tormenti d'Amore, Tragicommedia pastorale diPietro Matteazzi(Venezia, M.DC.V). Questo Pietro Matteazzi è forse tutt'uno col soprammentovato Pietro Matteuccio: egli dice al suo lavoroEsci, parto amoroso,Da l'ombra del mio core,Novo figlio di Febo, al sommo ardore;Ed or, che l'OrïenteLa notte indora in ciel chiaro e lucente,Quivi t'innalza e intendi:E poscia cadi, incenerisci o splendi.Similmente ne'Miracoli d'AmoredelloIacobelli(Roma, M.DC.I). Lo elegantissimoIeronimo Vida, nella suaFilliratanto leggiadra, descrive, che non si può meglio, i sentimenti d'un uomoconverso in fonte, quando l'amica sua va a specchiarvisi (Atto III. Scena IV. Parlata di Carino che principia:Che non fec'io per meritar suo amore?)[4]A proposito di uccelli che parlano.Ortensio Landonarra che:—«un corvo... vide la madonna far una torta et merendar con una sua comadre; et venuto il padrone, il semplice corvo incominciò a dir:Madonna ha fatto torta, madonna ha fatto torta. Il padrone chiede la donna dove sia la torta. La donna con viso turbato et piena di mal talento li risponde che non vi è torta alcuna, et che di lui si maraviglia, come più tosto voglia credere ad un animalaccio che a lei. Acquetasi il buon marito, et fatto ciò che aveva da fare, tornossi fuori. La donna iraconda (sì come sogliono esser quasi tutte) appena fu il marito scostatosi un tratto di pietra, ch'ella se n'andò alla gabbia et spelò il capo al loquace corvo. Non istette molto, che venne un frate a chieder del pane; et cavandosi il cappuccio et essendo nuovamente raso, credette il corbe li fosse stato pelato il capo per aver parlato di torta, et a lui rivolto molte fiate replicò:tu hai parlato di torta, tu hai parlato di torta; et pareva si rallegrasse che il buon frate fosse caduto nella medesima sciagura ch'egli cadde.»—Racconto popolare diversamente narrato dalFirenzuolanellaPrima Veste dei Discorsi degli Animali. Altro caso di zoolalia narrato dalLandoè poi il seguente, anch'esso facezia popolare che tuttodì variamente si racconta:—«Eravi un prete, il quale avevasi per suo trastullo nodrito un fanello, addottogli dalla Marca dove sono i migliori che si ritrovino. Et stando un giorno tutto spaventato col becco fra le piume, sopraggiunse il prete et sì gli disse:che fai bestia?Alzò allora il capo il fanello, et disse quel versetto di David pieno di mistero:Cogito dies antiquos et annos aeternos in mente habeo.»—VIII.I FIGLIOLI DELLA CAMPAGNOLA[1]Un certo Re (che era sempre giovinotto, e non aveva che la su' mamma viva, ma vecchia e superbiosa) andava così a spasso un giorno fuori della città e capitò a una casa di campagna, dove ci stavano tre ragazze. E queste ragazze, tutte da marito, discorrevano in fra di loro, sicchè dalla finestra di terreno, che era spalancata, si sentiva tutto quel che loro dicevano. E la maggiore diceva:—«Se dovessi pigliar marito, io per me lo vorrei fornaio, perchè allora non mi mancherebbe mai il pane, che ora si pena a guadagnarselo, e di molte volte ci tocca a stare senza.»—La mezzana diceva:—«Io poi il marito lo vorrei calzolaio, per non andar più scalza nè di state, nè di verno.»—E la più piccina:—«Per me il marito ha da essere il figliolo d'un Re: o quello, o niente! E al primo parto gli farei tre allegrezze di figlioli: un bambino con i capelli d'oro, e due bambine, anche loro con i capelli d'oro, e di più con una stella luccichente in sulla testa.» «Eh! dille grosse, almanco,»—bociarono la maggiore e la mezzana,—«chè tanto, chè tanto, è come bramar l'acqua nel deserto.»—Il Re, chè s'era fermato sotto alla finestra, sentito questo contrasto, gli venne la voglia di conoscere quelle tre ragazze, sicchè dunque picchiò di repente all'uscio.—«Chi è?»—Risponde il Re:—«Degli amici! Apritemi, chè ho bisogno d'un bicchiere d'acqua: ho tanta sete.»—Gliaprirono e lui entrò dentro. E, quand'ebbe bevuto l'acqua, si messe a sedere in una scranna; e cominciò a dimandare a quelle ragazze, chi erano e come campavano, e tant'altre cose. Poi gli disse:—«Prima d'entrare i' ho sentito un po' po' i vostri discorsi: fatemi il piacere, i' vorrei ascoltarli daccapo, per saper meglio la vostra idea circa al pigliar marito.»—La maggiore e la mezzana gli replicarono in che modo gli sarebbe piaciuto il marito, per non mancare di pane e di scarpe: ma la più piccina, da prima si peritava a dar fuori il su' pensiero, fino a che poi anche lei disse, che lo voleva figliolo d'un Re. Dice il Re:—«E se vi toccasse il figliolo d'un Re, gli manterreste proprio la promessa di quelle tre allegrezze?»—«Di sicuro, che farei tutti gli sforzi per tenere la mi' parola.»—«Ebbene!»—dice il Re:—«Sappiate che io sono figliolo di Re e il padrone spotico di questo paese. Dunque la mi' volontà è di sposarvi, perchè mi facciate que' bambini che avete detto. Fra qualche giorno tornerò a pigliarvi e vi menerò al palazzo con meco e sarete Regina.»—E detto fatto se n'andette. Le tre ragazze rimasero lì sbalordite, e poi le due più grandi cominciarono a dire:—«Chè, è una sbeffatura che quel forestiero ha fatto a te per la tu' mattia! Se fosse davvero il figliolo del Re, bada! ma che ti pare che volesse sposare una povera campagnola?»—Dice la più piccina:—«Guà! sarà così: io però ci ho fede in quel che ha detto quel signore. Non aveva punto la cera d'imbroglione. E poi si vedrà.»—Il Re, arrivato al palazzo, va su dalla su' mamma:—«Sapete, mamma: piglio moglie.»—Dice lei:—«Bene, ci ho gusto, chè almeno tu avrai l'erede al trono. E chi pigli?»—E lui gli raccontò quel che gli era accaduto. La Regina s'imbizzì a sentir quella nuova:—«Oh! che sie' matto? Un Re sposare una tangheraccia campagnola, che nonsi sa chi sia? E ti sie' lasciato acchiappare da simili promesse impossibili, come un mammalucco. Metti, metti giudizio, che ho paura che tu scherzi.»—«No davvero, mamma, che non ischerzo,»—dice il Re:—«Io ho detto di sposar quella ragazza e la sposerò.»—Insomma, dopo dimolti contrasti, bisognò che la Regina si chetasse, perchè lui volse fare a su' modo. Infatti, passati varii giorni, il Re ordinò un bel corteo, e presa la su' ragazza in carrozza, la menò al palazzo e gli diede l'anello di sposa. Ma la mamma di lui non la poteva patire questa sposa, e a mala pena la guardava, e la trattava come se fosse una serva. Infrattanto un Sovrano, che stava lì vicino, mosse guerra al Re; sicchè al Re gli convenne radunare i soldati e portarsi a combattere i su' nemici. Prima però di partire, fece di molte raccomandazioni perchè gli tenessero bene la sposa, che era di già gravida vicina a partorire e che gli scrivessero quando aveva partorito; anche volse che gli custodissero la su' cagna da caccia, lei pure gravida nel mese. Dopo, assieme all'esercito, se n'andò a dar battglia a' confini del regno. In quel mentre che il Re si trovava nell'accampamento, alla Regina sposa gli cominciarono i dolori, sicchè la messero nel letto e chiamarono subito due balie per assisterla. E da prima partorì un bel bambino con tutti i capelli d'oro; poi, una dopo l'altra, due bambine co' capelli ugualmente d'oro e di più con una stella luccichente in sul capo. La Regina vecchia quando vedde che la nora la premessa fatta al su' sposo l'aveva mantenuta, crepava dalla rabbia, e tutta invelenita pensò di tirarne vendetta con un brutto tiro: subito corse nel canile dove la cagna del Re aveva partorito tre cagnolini, gli prese in braccio e d'accordo colle du' balie, gli messe nel letto della sposa invece de' su' figlioli, e questi, rivoltati in du' cenciacci gli serrò dentro in una cesta e gli fece buttarenella gora che passava a piè del palazzo: poi rivenne in camera della sposa. Dice la sposa:—«Oh! fatemeli vedere i miei bambini. Dovo sono, che non gli sento?»—E la Regina vecchia, con un visuccio tutto dispettoso:—«Eh! sì, che ve ne potete tenere de' be' figlioli, che avete regalato al Re vostro marito! Non ve gli hanno fatti vedere per non darvi ascherezza. Ma tanto non c'è rimedio, e bisogna che in tutti i modi vo' gli vediate. Belli! mirate che be' canini vi son sortiti di corpo.»—A quella vista la sposa si svenne e gli entrò una gran febbre addosso, sicchè vagellava e non sapeva quel che si dicesse: ma intanto quella vecchiaccia della su' socera aveva scritto al Re che tornasse subito; e lui, fatto una pace all'infuria, veniva via a spron battuto, chè non gli pareva che il cavallo corresse mai abbastanza. A male brighe arrivato e sentite le novelle, s'incattivì a buono, e la su' mamma l'aizzava. Sicchè lui ordinò che venissero de' muratori; e, cavata di letto la moglie, la fece murar viva in cucina vicino all'acquaio con solo una finestrina per dargli tutti i giorni un po' d'acqua e un po' di pane, tanto perchè non morisse; e i servitori dovevano sbeffarla e maladirla in pena della su' mal'azione. Ma torniamo alla cesta co' bambini dentro, buttata nella gora del palazzo. Questa gora finiva in un bottaccio di mulino, e, come si sa, i mugnai ogni tanto s'affacciano per vedere se c'è acqua per far girare le macine. Il mugnaio di quel mulino s'avvedde dunque una mattina che nel bottaccio c'era una cesta a galla che veniva adagio adagio in verso la cascata: lui, lesto, corre e piglia una pertica, e tanto fa che tira a proda la cesta, e quando l'ebbe aperta ci scopre que' tre bambini sempre vivi e che piangevano dalla fame. Pigliò allora la cesta e diviato la portò in casa alla su' moglie, e tutti e due almanaccavano per indovinare chimai avesse abbandonato lì a quel modo quelle tre creature. Finalmente disse il mugnaio:—«Senti, moglie: tu ha' sempre del latte e in casa ci sono du' capre. S'alleveranno questi bambini e si tireranno su alla meglio; e quando saranno grandi, ci potranno aiutare assieme[2]cogli altri nostri figlioli. Che te ne pare? Non sarebbe carità a lasciargli morire.»—«Sì, sì,»—dice la moglie,—«facciamo così. Si potrebbe anche ritrovare di chi sono.»—Passò del tempo e i bambini crescevano a vista d'occhio, ma belli, che avevano l'aria di signore dipinta nel viso; ma più che crescevano e la mugnaia gli aveva a noia. Non gli poteva soffrire a paragone de' su' figlioli veri, perchè loro erano bastardi; sicchè gli mandava fuori a guardare i maiali, e alle bambine gli dava della stoppaccia liscosa a filare, e quando tornavano a casa la sera, se i fusi non erano ben pieni, la mugnaia glieli sbatteva in sulle mani da farle piangere; e del pane e del companatico a que' poveri bambini gliene toccava a pena per tenersi in piedi. I bambini, che non sapevano chi fosse il loro babbo vero e la loro mamma vera, ma si credevano figlioli de' mugnai, erano disperati e si struggevano in lacrime sentendosi tanto maltrattati, e delle volte tra di loro si consigliavano come fare; ma il rimedio non c'era verso che lo trovassero, sicchè i giorni gli passavano senza consolazione. Un bel dì, che s'erano allontanati da casa co' su' maiali più del solito, arrivarono a un rio, e lì seduta ci stava una vecchina. Dice:—«Bambini! chi siete? che fate? dove andate?»—Dice il bambino:—«Oh! che volete, nonna, siamo de' disgraziati. La mamma ci tratta male, senza sapere il perchè, e si mena una vita disperata a far pascere questi maiali: e quando si torna a casa è miracolo se non se ne tocca.»—Dice la vecchia:—«Lo credo io, poveri bambini! Vo' non siete mica figliolide' mugnai. E' v'hanno ricolto dentro una cesta nel bottaccio, ora sono parecchi anni.»—«Oh! che ci raccontate?»—sclamarono tutti e tre.—«Il vero, bambini miei. Ma se mi volete ubbidire in tutto e per tutto,»—replicò la vecchina,—«potrei anche rimettervi in fortuna. Anderesti via volentieri lontano da' mugnai?»—«Eccome!»—disse la bambina maggiore:—«Basta che si sapesse come fare. Insegnatecelo voi, e vi si promette che vi s'ubbidirà in tutto e per tutto.»—E la vecchia:—«Statemi dunque a sentire. Io vi darò tre cose; ma badate d'adoperarle proprio nel modo che vi comando. Questa scatolina non la dovete aprire se non quando v'accade di avere un gran dispiacere, ma grande. Custodite bene questo cagnolino, e quel che mangiate, prima d'assaggiarlo, lo darete sempre a lui. Con questa mazzettina poi, picchiandola in terra, potrete ottenere tutto quello che vi garba. Avete inteso? Ora, tornate al mugnaio, rimettete i maiali, e poi zitti zitti e di nascosto partitevi da casa e andate pur lontano alla ventura, dove vi menano le gambe. Addio.»—E la vecchia sparì a un tratto. I bambini si sentirono tutti rinuzzolire alle parole della vecchia e allegri tornarono a casa co' maiali, e quando gli ebbero rimessi nello stalluccio, veduto che nessuno badava a loro, presero la via, come si dice, tra le gambe, e cammina cammina fino a che non arrivarono stracchi per bene in fondo a un bosco folto, che già era calato il sole e cominciava a far buio. Disse allora il bambino:—«Sorelline, non si pole andar più innanzi; dunque è meglio fermarsi qui a pernottare.»—«Ma dove ci s'ha a sdraiare?»—Domandarono quelle.—«Oh! bella: o che non ho con meco la mazza della vecchina?»—disse il bambino.—«Che volete voi? Un bel palazzo?»—«Sì sì, un palazzo eche non ci manchi nulla dentro.»—Lui battè la mazza in terra e subito una voce per l'aria dice:—«Comandi.»—«Comando un palazzo bello in questo luogo,»—rispose il bambino. E detto fatto, eccoti apparire un palazzo tutto splendente, che era una maraviglia. Subito i bambini c'entraron dentro e quando l'ebbero girato, dice la bambina maggiore:—«I' ho fame: ci vorrebbe un bel desinare apparecchiato.»— E il bambino battuta la mazza, la solita voce domandò:—«Comandi.»—E una mensa riccamente imbandita comparve in un battibaleno in mezzo della sala. Sicchè dunque, mangiato a più potere, tutti e tre preso un lume se n'andarono nelle camere, e insaccato il letto dormirono della grossa. A bruzzolo si svegliano, e quando furono levati comparisce la vecchia.—«Bon giorno, bambini! Siete contenti? state bene?»—«Altro, se siam contenti!»—«Bravi via! veggo che m'avete ubbidito, e anch'io son contenta di voialtri. E se m'ubbidirete sempre, sarà bene per voi.»—«Oh! di certo, che vi si vole ubbidire in tutto quello che ci comandate. Diteci che s'ha da fare.»—E la vecchia:—«Or'ora qui nel bosco ci apparirà il Re di questo paese, che va a caccia: e lui vorrà entrare in questo palazzo. Fategli bell'accoglienza e invitatelo a desinare. Avete vo' capito?»—«S'è capito, sì, sì, e si farà come ci avete detto.»—E la vecchia se n'andò via. Passato un po' di tempo, ecco si sentono de' corni di cacciatori. Arriva il Re e vede in fondo al bosco quel bellissimo palazzo dov'erano alloggiati i tre bambini. Dice:—«Oh! che palazzo è questo? Chi se lo pol'aver fabbricato, se non c'era qualche settimana fa, quando venni a caccia per queste parti? Vo' sapere di chi è.»—Subito corre al portone e picchia e gli aprirono i bambini. Lui rimase a vedere quelle tre belle creatore tutte bionde, e lebambine colla stella in sulla testa; e però diceva in tra di sè:—«E' paion quelle creature che m'aveva impromesso la mi' moglie!»—I bambini lo fecero entrar dentro e lo menarono a visitare il palazzo e tutte le ricchezze e maraviglie che c'erano; e lui non rifiniva mai di guardare e rimaneva a bocc'aperta insenza poter parlare: e poi anche non sapeva farsi una ragione, come que' tre bambini fossero soli, perchè non gli era riuscito vedere punti servitori, nè padroni grandi. Da ultimo il Re stava per licenziarsi; ma i bambini gli dissero che lo gradivano a desinare con loro, e lui, nella speranza di conoscere il babbo e la mamma de' bambini, acconsentì a restarci. Colla mazzetta impertanto il bambino maggiore fece comparire una tavola bell'e apparecchiata, che non ci mancava nulla, e proprio da Re; e all'ora di mangiare i bambini invitarono il Re nella sala e lo fecero mettere a sedere: sicchè desinarono allegramente con di molti discorsi, e i bambini raccontarono al Re che loro non sapevano chi fosse il loro babbo e la loro mamma, e il Re si confondeva a tutti que' racconti. Poi, finito il desinare, il Re se ne volse andare a casa e prima di partire disse:—«Sentite, bambini: m'avete accolto tanto bene e trattato anche meglio, ch'io me ne ricorderò ogni sempre. Anzi, tra quattro giorni io torno a farvi visita e voglio che vo' venghiate a desinare a casa mia. Intendo rendervi la pariglia. E poi vi voglio tanto bene, che tanto non ve ne vorrei se fossi mi' figlioli. Addio.»—La sera, il Re, arrivato al palazzo, disse a su' madre quel che gli era intravvenuto, e che aveva invitato que' tre bambini a desinare, perchè proprio rassomigliavano a quelli che la su' moglie gli aveva promesso. La Regina vecchia si sturbò a quel racconto, ma fece le viste di non essere sospettosa.—«Oh! già, son delle vostre solite! Una volta v'incapriccisted'una campagnuola, e si vedde come andò a finire. Ora pigliate de' contadini bastardi per belle gioie, e ci almanaccate su di fantasia.»—Dice il Re:—«Non almanacco nulla, mamma. Quando gli vedrete que' bambini, conoscerete che ho ragione. E gli ho invitati a desinare, e non mancherò alla mi' parola di Re.»—«Oh! fate voi, che per me non me ne impaccio,»—gli arrispose la madre. Al quarto giorno il Re ritornò a far visita a' bambini. Intanto però bisogna sapere, che nel palazzo c'era riapparsa la vecchia e gli aveva istruiti come dovevano comportarsi.—«Se il Re v'invita a desinare, andate. Ma badate, veh! state all'ubbidienza. Non mangiate nulla insenza prima darne al cane, e non aprite la scatolina che quando vi si dia un gran dispiacere.»—I bambini dissero al Re:—«Noi si viene volentieri, ma a patto che Lei ci permetta di portar con noi questo canino. Senza lui non ci si parte da casa.»—Dice il Re:—«Menatelo pure: a me non mi dà noia.»—Sicchè tutti assieme uscirono fuori e arrivarono al palazzo del Re. Quando furono dentro, il Re menò i bambini alla presenza di su' madre:—«Guardi, mamma, che belle creature! e come sono ammodo.»—La Regina però gli guardava di traverso: poi a un tratto disse:—«Bambini, all'ora di desinare c'è tempo, e forse voi avete fame dopo una spasseggiata tanto lunga. Venite con meco in dispensa, qualche cosa da mangiare ci sarà.»—I bambini non se lo fecero dire du' volte e a salti andaron dietro alla Regina assieme col canino, che scodinzolava a tutto potere. Quando furono nella dispensa, la Regina prese una cofaccia dolce e la diede a' bambini perchè la mangiassero; ma loro, prima staccatone un pezzo lo buttarono al canino, che l'ingollò in un battibaleno, e a male brighe che l'ebbe ingollato, cominciò a dimenarsi e a buttarsi a pancia all'aria,e doppo avere sgambettato annaspando co' piedi, rimase là morto stecchito colla bava alla bocca. A quello spettacolo i bambini si messero a piangere e a urlare che pareva il finimondo: e urla e piangi, che non c'era verso di farli chetare, corse tutta la corte assieme col Re. Tutto a un tratto la bambina maggiore dice:—«Ecco il momento vero di aprire la scatolina, chè un più gran dispiacere non ci si poteva dare:»—Tira la scatolina di tasca e l'apre, e appena aperta scappa fuori un vago uccellino, che comincia a volare per tutte le stanze del palazzo. Allora sì che i bambini urlavano e piangevano più che mai, perchè quell'uccellino gli era scappato via. Si messero tutti a corrergli dietro, ma era impossibile acchiapparlo; sicchè vola di qui, vola di là, non si fermò che in cucina sopra un armadio alto e principiò a cantare:Piulì, piulì, piulì!La vostra mamma è qui.Il Re a sentir quel canto rimase tutto confuso e ratturbato. Dice:—«Oh! che vuol dire quest'uccellino?»—E in quel mentre l'uccellino volò sulla finestrina dov'era murata la moglie del Re; e lì daccapo:Piulì, piulì, piulì!La vostra mamma è qui.Dice il Re:—«Presto! comando che vengano i muratori e cavino da quella buca la mi' moglie.»—I muratori vennero e col martello smurarono quella disgraziata, che era stata tant'anni a quel modo rinchiusa, e non aveva indosso che la pelle e l'ossa, e sulle gambe non ci si reggeva. La presero a braccia e la portarono nel letto, e con de' brodi e delle medicinegli riuscì dargli un po' più di fiato. Allora il Re gli s'accostò e gli disse:—«Dite il vero e non abbiate temenza, chè son qua per difendervi a tutt'uomo; come sono andate le cose?»—Dice lei:—«Maestà! il vero è che questi tre bambini sono quelli che io gli avevo promesso di partorire al primo parto. Lei domandi alle balie che m'assisterono, chi me li portò via dal letto e ci messe invece tre cani. Lì presente c'era anche la Regina su' mamma. Senta Lei.»—Subito furono mandate a chiamare le du' balie, e loro confessarono che la Regina per astio aveva fatto lo scambio, e che gli aveva dato de' quattrini e una pensione a vita perchè stassero zitte. Si cerca la Regina, ma non si poteva trovare in nessun luogo; finalmente un servitore disse che l'aveva vista entrare dentro la carbonaia a nascondersi. Il Re ordinò che ci si mettesse foco, e a quel gran calore e fumo la vecchia dovette scappar fori, se non voleva morire affogata. Fu presa dalle guardie e legata; e il Re, radunato il tribunale de' Giudici, la fece condannare al supplizio, e senza misericordia gli tagliarono la testa. Il Re poi fece un nuovo sposalizio colla su' moglie, con grand'invito, e riconobbe i figlioli. E da quel giorno,Se ne stettero e se la goderono,E a me nulla mi diedero.NOTE[1]Variante delle due fiabe precedenti. Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto, del Montale—Pistoiese; e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Assieme, insieme.IX.IL CANTO E 'L SONO DELLA SARA SIBILLA[1]C'era una volta un Re d'una gran città, che ogni mattina all'otto voleva dell'ova a bere, ma fresche; motivo per cui il su' servitore andava per le strade a girare e gridava:—«Chi ha ova fresche da vendere pel Re?»—Una mattina che passava per una straduccia for di mano, questo servitore sentètte delle ragazze che discorrevano in fra di loro in una casa; sicchè lui si fermò per sapere quel che loro dicevano. Le ragazze erano tre, insenza mamma, nè babbo; e campavano la vita con il su' lavoro. La maggiore dunque diceva:—«S'i' potessi aver per isposo il fornaio del Re, i' farè' pane in un giorno solo quanto ne mangia la corte in un anno. Mi garba tanto quel giovinotto!»—Doppo di lei disse la mezzana:—«E i' vorrei per isposo il vinaio del Re, chè mi va a genio! e con un bicchier di vino vorrè' 'mbriacare tutta la corte.»—Ma la più piccina, che l'era anche la più bella:—«Io poi vorrei per isposo il Re; e se lui mi pigliassi, gli vorrè' fare a un parto du' bambini con una collana d'oro al collo, e una bambina con una stella in sulla testa.»—Ritornato al palazzo il servitore, in quel mentre che lui vestiva il Re, gli raccontò i ragionari di quelle tre ragazze. E il Re incuriosito disse al servitore:—«Vammi a chiamà subbito la maggiore, chè la voglio vedere»—Quando la maggiore gli ebbe quell'ambasciata, tutte e tre le sorellesi sturbarono, perchè avean paura per il discorso fatto dalla più piccina; ma bisognò ubbidire al Re, che è quello che comanda. Arrivata in presenzia del Re, lui volse risapere da lei che discorso aveva fatto. E non gli valse lo scusarsi, che eran parole di chiassata, perchè lui le volse in ogni mo' risentire da lei Sicchè lei gliele disse.—«Non c'è nulla di male,»—disse il Re:—«Si chiami il fornaio e sarà subbito vostro sposo.»—E così fece.—Doppo mandò il servitore che gli menasse la sorella mezzana, e anco lei fu obbligata a rifargli quel discorso sentito dal servitore; e il Re la contentò col dargli il vinaio di corte per marito. Finalmente si viense alla più piccina delle tre sorelle. Bisognava vederla, genti mia! come l'era bella e garbosina, cogli occhi neri e co' capelli neri! e di più, per la vergogna, era diventa rossa rossa in viso.—«State vispola,»—gli disse il Re,—«e non abbiate sospetto. Voglio soltanto che mi ridiciate da voi le parole che v'enno sortite di bocca a udita del mi' servitore. Via, su, dite.»—Lei proprio non sapea da dove cominciare; ma poi, fai e rifai, si diede coraggio:—«Maestà,»—disse,—«si diceva per dire, così per chiassata, insenza un malo pensiero. Gua'! dissi, che se il Re mi pigliava per su' legittima sposa, i' gli arè' partorito, tutti assieme, due bambini colla collana d'oro al collo, e una bambina con una stella isplendente in sulla testa.»—«E saresti bona a mantiener la promessa?»—«Di sicuro, Maestà, che mi credo capace di mantienerla.»—Allora il Re, che a sentirla parlare se n'era innamorato, gli disse:—«Vi piglio in parola, e sarete la mi' legittima sposa, e Regina in sul trono.»—E doppo averla fatta 'struire con una bona educazione, seguirono le nozze con grandi allegrie per tutto il Regno, e le sorelle della Regina il Re gliele messe a servirla in corte per su' compagnia.Ma loro non ci s'adattavano a esser da meno, e l'astiavano con un rodimento di core, che non si pole raccontare; e se gli potevan far de' dispetti, non si risparmiavan mica. Passato del tempo, de' mesi, via, la Regina era gravida e al Re gli toccò a andare alla guerra e lassarla sola nel palazzo; ma lui, prima di partire, la raccomandò a tutti e alle sorelle, che gliela tenessin bene e l'ubbidisseno ne' su' comandamenti, e che poi scrivesseno al campo quando lei partoriva. Difatto la Regina, quando fa il su' mese, partorì du' be' bambini colla collana d'oro al collo e una bambina colla stella luccichente in sul capo. Figuratevi l'ascherezza delle su' sorelle maligne! Che ti fanno? S'accordano assieme; e di niscosto, che nissun se n'avvedde, cavonno dal letto quelle tre creature e ci messano invece du' cani e una cagna; e poi, diviato scrissano al Re che la Regina aveva mantienuto la su' promessa a quel modo, col partorirgli du' cani e una cagna. Quando il Re lesse la lettera cascò 'n terra istramortito dal gran dolore; ma rivienuto in sè, mandò ordine in corte che la Regina fusse in nel momento presa e murata viva a piè della scala di palazzo, e che tutti quelli che passavano di lì, pena la testa, gli avessino a dare uno stiaffo o sputargli 'n faccia; e le sorelle eran sempre le prime a fargli quelli spregi e la martirizzavano quella povera donna innocente in tutte le maniere. Ma torniamo alle creature, che le zie avean cavato dal letto della Regina. Loro mandonno a chiamare una vecchiaccia, di nome Menga, e gli dissano:—«Piglia queste creature, mettile in una scatola di legno e buttale in mare, chè l'affoghino. E bada di stare zitta, se ti garba la vita.»—Poi alla vecchia gli regalorno di molti quattrini; e lei, ubbidiente al comando, se n'andiede al mare e ci buttò la scatola colle creature dientro: la scatola imperò, perchè era di legno, rimase a galla, el'acqua, dimenala di qua, dimenala di là, la fece approdare a un'isola, in dove steva un eremita. Quest'eremita un giorno spasseggiava per la su' isola e vede a un tratto la scatola in sulla spiaggia: lui corre e la piglia di peso in mano e l'apre e rimane com'un allocco a trovarci dentro quelle tre belle creature vive, ma che cominciorno a piangere dalla fame che avevano. L'eremita ritornò subbito alla su' capanna; e siccome[2]teneva delle capre, gli messe sotto le tre creature, che poppavano poppavano, e non ismessero se non quando satolle. A questo modo l'eremita rallevò le creature; e quando le furon cresciute, gl'insegnò a leggere e a scrivere; e in su i tredici o quattordici anni, i ragazzi andavano a caccia per il campamento, e la ragazza badava a casa e lavorava. Ma poi, doppo del tempo, l'eremita sentì di dover presto morire; gli prese un male, che non ci fu scampo; le coja vecchie tanto non reggono! Allora lui chiamò intorno al su' letto i ragazzi e la sorella e gli fece un bel discorso, che stessin d'accordo e si volessin bene, e che i fratelli difendessino sempre la sorella, e che forse, abbenchè poveri a quel mo', potevan col tempo diventar ricchi e ritrovare i genitori; e alla ragazza gli regalò una bacchetta fatata, che picchiandola in terra compariva quello che si voleva; e doppo rendette l'anima a Dio. A mala pena che l'eremita fu spirato, con pianti e lamenti loro gli dettano sepoltura e poi pensorno al modo di sortire da quell'isola, e colla bacchetta fatata la ragazza comandò d'esser tutti portati in nel Regno vicino. Quando si trovorno in terra, camminavano insenza sapere che strada era quella, e a bujo eccoteli tutti e tre in mezzo a un bosco, con una fame che proprio non ne potevan più. Dice il maggiore:—«Qui bisogna fermarsi. Sorellina, via, colla tu' bacchetta fa' comparire qualche cosa di bono.»—«Volentieri,»—disse lei:—«faròcomparire un bel palazzo tutt'ammannito a darci albergo e con una cena imbandita in sulla tavola.»—E pigliata la bacchetta, in un battibaleno, appare il palazzo, ma ricco, con tanti lumi, e la cena in sulla tavola; sicchè non fecien'altro che entrar dientro e mettersi a siedere a mangiare. A farla corta, que' tre stavan lì come in casa sua; e i ragazzi sortivan fori tutte le mattine a cacciare, e la ragazza teneva il quartieri ravviato o leggeva o cuciva, secondo come più gli garbava. Infrattanto il Re lo rodeva sempre la passione: dalla guerra gli era torno vincitore, ma a vedere la su' moglie murata lì a pie' della scala, non si poteva dar pace, e se non fussi stato per la su' parola di Re, l'avrebb'anco fatta le mille volte levare da quella pena. Ma per isvagarsi, lui sortiva quasi ogni giorno la mattina presto, e andava pe' boschi a caccia; e gira e gira, sicchè quando ritrovava il palazzo gli era tanto stracco, che non si reggeva in piedi dallo strapazzo. In somma, una volta gli accadde che lui si smarrì per un bosco, e aveva perso la via a rivienirsene alla città; sicchè a notte fatta, per non essere sbranato dagli animali, abbenchè avessi detto a ogni momento che per lui era meglio morire, s'arrampicò in vetta a un albero folto coll'idea di aspettar lassù il giorno. In nell'assettarsi per non cascare, vede a un tratto un lumicino lontano lontano, e ripensò che ci doveva essere qualche casa laggiù in fondo: scende e s'avvia per quel verso; e tanto camminò, che alla fine viense per l'appunto al palazzo de' su' figlioli: ma lui non lo sapeva che gli erano i su' figlioli. Picchia al portone e di dientro la ragazza domanda:—«Chi è, a quest'ora?»—«Sono un Re e mi son smarrito a caccia per la selva. Datemi un po' d'albergo, chè ho paura degli animali che mi sbranino.»—Scesero tutti con de' lumi e apersano al Re, e lo menorno in una cammera al foco, e l'asciugornotutto dalle guazze e poi gli diedano de' panni perchè si mutasse; e quando si fu riavuto lo volsano a cena con loro. Il Re non capiva in sè dall'allegrezza per quell'accoglienze, e badava a dire in cor suo:—«Ecco, potevo anch'io avere di questi figlioli, se non era la mi' moglie a mancarmi di parola. Paian proprio quelli che m'aveva impromesso.»—Alla mattina quando fu giorno, il Re s'alzò da letto per andarsene, e doppo colizione gli abbracciò e baciò tutti que' giovinotti e non si sapeva staccar di lì; pareva che ci fosse inchiodato: ma alla fine si fece animo e gli disse addio, con questo però, che lui volse che andasseno a trovarlo e stessero a desinar con lui nel su' palazzo, almeno tra una settimana. Loro l'accompagnorno giù al portone, e daccapo con abbracci e baci e pianti del Re, ognuno se n'andette per il fatto suo. Arrivato il Re alla su' casa, a corte, in quel mentre che era a tavola, raccontò tutte le cose che gli erano intravvenute, e di quelle belle creature che gli avevan dato albergo con tanta carità, e che lui l'aveva anco invitate a desinare. In nel sentire queste novità, le zie, ossia le cognate del Re, ci mancò poco che non si caconno nelle gonnelle dalla pena, perchè loro capirno bene che que' giovinotti colla ragazza erano i figlioli del Re; e se lui lo scopriva, loro dicerto l'ammazzava. Sicchè dunque infuriate corsano dalla vecchia:—«Oh! Menga, e che ne facesti voi di quelle creature che vi si diede per buttarle in mare e affogarle? Ci aresti vo' tradito?»—Dice la vecchia:—«Gua', la scatola ce la buttai nel mare, ma l'era di legno e stava a galla. Se poi gli andette a fondo o no, non stiedi mica a vedere.»—«Oh! sciaurata,»—dissan le zie;—«le creature son sempre vive e il Re l'ha 'ncontrate; e se le riconosce per sue, siem tutte morte.»—«Che rimedio c'è?»—«Il rimedio è questo. Che vo' andate, Menga, al palazzonel bosco, quando i giovinotti son fori a caccia, a chieder la lemosina. Vierrà la ragazza e nel discorrere gli avete a dimandare se i su' fratelli gli voglian bene. Lei dirà di sì. Ma vo' avete a rispondere:Se vi volessin bene vi porterebbanoil Canto e il Sôno della Sara Sibilla. Se loro vanno a cercarlo, non tornan più mai, e la su' sorella creperà dalla pena.»—La Menga subbito si vestì da pitocca e diviata se n'andette a quel palazzo nel bosco e picchia al portone.—«Chi è?»—«Una povera vecchia tribolata. Fatemi un po' di lemosina per amor di Dio e n'arete rimerito in Paradiso.»—La ragazza dunque, che era sola in casa, scese colla lemosina e la diede a quella vecchiaccia malandrina, e cominciorno a attaccar discorso.—«Chi siete? Da dove venite?»—«Son di lontano, e vo a cercar di pane: non ho più nessun de' mia. E voi che ci state sola in questo bel palazzo?»—«Chêh! i' ho anco du' fratelli, che mi vogliono un ben dell'anima. Ma tutte le mattine vanno a caccia.»—«Vi voglion bene? Perdonatemi: se vi volessin bene...»—«Che volete vo' dire? Mi parete una bella sfacciata.»—«Eh! gnora no. I' so ben quel ch'i' dico. Se vi volessin bene, non vi porterebbano i vostri fratelli degli animali morti soltanto, mail Canto e il Sôno della Sara Sibilla. Quello davvero sarebbe un bel regalo.»—Alla ragazza (si sa le donne son tutte compagne) quelle parole della vecchia gli messano il foco 'n corpo, per la smania d'avere quel regalo: sicchè dunque, quando i su' fratelli tornorno dalla caccia, lei non era più allegra e contenta al solito. Dicon loro:—«Oh! che hai? T'è accaduto qualche disgrazia?»—«No.»—«Ti senti male? ti dole i' corpo?»—«No, no.»—«Oh! dunque, che c'è' di novo?»—«C è che vo' non mi volete tutto quel bene che vo' dite.»—«Come non ti sivol bene? Che ti manch'egli? Tu non siè' la padrona spotica d'ogni cosa e a tu' modo? Via, di' su: che ti manch'egli?»—«Cari fratelli, mi mancail Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e se vo' mi volete bene andatemelo a prendere.»—«Ma in dov'è questoCanto e Sôno? Se si sapesse in dov'è, fuss'anco in capo al mondo, s'anderà per esso, perchè tu sia contenta.»—«Ma! i' non lo so. Ma esserci ci ha da essere: me l'ha detto una che lo sapeva; il su' luogo però non me l'ha detto.»—Insomma, per non vederla a quel modo appassionata la sorella, e anco avevan promesso all'eremita d'ubbidirla in tutto, il fratello maggiore deliberò d'andare il primo a cercarlo (se lo trovava)il Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e innanzi di partire messe sur una tavola una boccia d'acqua chiara e disse:—«Se quest'acqua intorba, vuol dire che sono o sperso o morto, e che non tornerò più. Addio.»—Parte e camminò dimolti giorni, insino a che giunse a un luogo dove c'era un vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—Ma lui, ingrugnito, gli rispose:—«La gente di bon affare non dimanda delle cose degli altri.»—«E vo', tanto superbioso, non tornerete addietro.»—E così gli accadette, perchè il giovinotto nel logo in dove andò ci rimase statua di marmo. Doppo questa disgrazia, l'acqua della boccia diventò torba, sicchè il fratello minore volse subbito partire anche lui, tanto per trovare il fratel maggiore cheil Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e come quell'altro, lasciò una boccia d'acqua alla sorella, perchè s'accorgesse se lui era sperso o morto. Arriva dopo dimolti giorni a quel vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—«Vo dove mi pare; e se vo' avessi un po' di giudizio, non mi dimanderesti de' fatti miei.»—«Andate, andate pure: anche un altro, superbioso come voi, addietro non c'è tornato.»—Ma il giovinottonon lo stiede a sentire, e arrivato al posto del su' fratello, rimase statua di marmo. Figuratevi la disperazione della sorella quando vedde intorbita l'acqua della boccia del fratel minore.—«Son io la sciaurata, che gli ho morti. Ma gli vo' andare a ricercare.»—Difatto si mette in via, e lei pure arriva in dove era il solito vecchino: ma lei non gli rispose a traverso, quando lui gli domandò:—«Ragazzina, dov'andate a codesto modo sola?»—«Che volete! i' avevo du' fratelli e mi viense la brama che mi portassino ilCanto e il Sôno della Sara Sibilla; e loro andettero a cercarlo, ma non gli ho più visti e di certo son morti. Me sciaurata! son io che gli ho morti.»—«Eh! se mi devan retta, la disgrazia non gli accadeva,»—disse quel vecchino.—«Come? oh! che gli avete visti? Dov'enno? per carità, ditemelo. «Ma che son morti?»—«Morti no, ma quasimente. Son diventi du' belle statue di marmo, e della compagnia non gliene manca. Ma se mi date retta, ragazzina, vo' potresti riaverli sani e vispoli, purchè vi rinusca[3]impadronirvi delCanto e Sôno della Sara Sibilla. Del coraggio n'avete? Ma badate, veh! che ce ne vole dimolto, ma dimolto.»—Dice lei:—«Purch'i' ritrovi i fratelli son disposta a tutto. Coraggio non me ne manca e n'ho a dovizia. Che ho da fare?»—«Ecco: vo' vedete questo stradone lungo lungo: bisogna camminare per insino in vetta; lassù c'è un prato, e d'attorno tante statue di marmo, e le prime son quelle de' vostri fratelli; tutte l'altre, di cavaglieri, di Regi e di principi, che cercavanoil Canto e il Sôno della Sara Sibillae rimasono lì impietriti in pena del su' ardimento. All'entrata del prato ci stanno du' feroci leoni a far la guardia; e non lascian passare, se non gli si dà un pane per uno a mangiare; mangiato che hanno, s'abboniscono e vanno a accompagnareil forastiero. Quand'uno è dientro al prato, bisogna che non si fermi mai, e giri e giri in tondo a guardar tutte quelle statue. Poi, alle ventiquattro, che sarà buio, deve mettersi ritto fermo in mezzo al prato e aspettar che soni la mezzanotte. A mezzanotte in punto nasceranno di gran rumori e comparirà una scala di cento scalini; subbito bisogna montarla per insino a cinquanta scalini e lì aspettar daccapo. Ma non ci vole temenza; perchè si vede scendere un'ombra smensa[4], co' capelli lunghi ciondoloni per le spalle, che è la Sara Sibilla. Lei scende insenza sospetto; e però bisogna di repente acciuffargli i capelli colle mane e badar che non iscappi. Allora incomincerà a urlare:—Ohi! ohi! che cercate da me?—Cerco ilCanto e il Sôno della Sara Sibilla.—Chi ve l'ha detto? chi vi ci ha mando?—Rispondete diviato:—Vo' non ci avete a pensare. Datemi ilCanto e il Sônoe po' vi lascio.—Lei dirà:—Lo volete rosso? lo volete celeste? verde?—Dovete risponder sempre di no, in sin tanto che non dice:—Lo volete color di rosa?—Quando la Sara Sibilla v'avrà dato quell'arnese, lei sparirà colla scala, e vo' dovete restar in sul posto in mezzo del prato insino allo spuntar del sole, e poi toccando le statue colCanto e il Sôno della Sara Sibilla, le statue ridiventeranno omini vivi. Avete vo' 'nteso?»—La ragazza, tutta contenta delle 'struzioni del vecchino, lo ringraziò ammodo, si fece dare i pani per i leoni, e via per lo stradone, sicchè arrivò all'entrata del prato ch'eran vicine le ventiquattro. Insomma lei ubbidì in tutto e per tutto alle parole del vecchino, e più brava di quelli che c'erano stati prima di lei, potette impadronirsi delCanto e Sono della Sara Sibilla: e quando l'ebbe avuto in mano codesto arnese (un arnese, ma com'era fatto non si sa) si messe a toccar le statue e in un momento il pratofu pieno di persone vive. I fratelli l'abbracciavano la su' sorella; i cavaglieri, i Regi e i principi badavano a ringraziarla del su' coraggio, e chi gli profferiva una cosa, chi un'altra, o ricchezze, o tesori, o il Regno con la mano di sposo: lei però non volse nulla. Dissano i su' fratelli:—«E ora in dove si va?»—Dice lei:—Non s'ebbe l'invito di andare a desinare dal Re? Dunque andiamo a mantenergli la promessa.»—Si messano subbito in viaggio con tutto quel corteo dreto, perchè tutti volsan fare onoranza a quella che gli aveva liberati da morte a vita. Al vedere arrivare in città quella schiera di cavaglieri con alla testa la ragazza, che gli splendeva la stella in sul capo, la gente correva e gli accompagnò per insino al portone del palazzo. Il Re scese a incontrargli; e, quando fu per salire la scala, disse:—«Qui c'è' una legge: prima di vienir su, bisogna dare uno stiaffo o sputare in faccia a questa sciaurata confitta nel muro.»—Dice la ragazza:—«A questa legge noi non ci si sta. Chê: non si fanno di simili birbonate.»—E senza tanti discorsi se n'andette co' su' fratelli a albergo in una locanda. Il Re gli era disperato; perchè e' non voleva mancare alla su' legge, e gli dispiaceva che quelle tre belle persone non stessero a desinar con lui, anco per rimerito del bene che gli avean fatto nel bosco. Manda un'ambasciata, che lui si contenta che passino in senz'obbedire alla su' legge. Ma la ragazza disse:—«Quando si viene a desinare dal Re, a tavola ci ha da essere anche la padrona. Non si pole stare allegri colla padrona a quel gastigo.»—Il Re non sapeva propio come contenersi. Ma poi lo vinse la brama che que' tre stessano alla su' mensa, e comandò che la moglie si cavasse di drento al muro e fusse rivestita da Regina. Poera donna! gli era secca finita, allampanita, che non si reggeva in sulle gambe, tanto aveva patito pertant'anni! Quando tutti furono a tavola che mangiavano allegramente (all'infuori delle zie, che tremavan come foglie dalla paura che si scoprisse ogni cosa), la ragazza tirò di tasca ilCanto e il Sono della Sara Sibilla, e quell'arnese principiò a ballare e sonare in sulla mensa, e cantava a tutto potere:—«Quest'è la mamma, e questi i su' figlioli: e le zie l'hanno tradita.»—Il Re a sentir quel canto venne in sospetto; e le zie in quel mentre eran casche in terra tramortite. Sicchè lui le fece arrestare e mettere in prigione; e la su' moglie gli raccontò quel che loro gli avevan fatto. Cercorno della Menga e si seppe da lei tutto il tradimento. Il Re allora inviperito comandò che si rizzasse in piazza una catasta di stipa, e sopr'essa volse che ci si bruciasser vive tutte e tre quelle porche lezzone[5], e così gastigate fu finita la miseria.NOTE[1]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale (Pistoiese), e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. È una variante delle precedenti.'A 'Ndriana fata, Cunto Pomiglianese, Per Nozze. Pomigliano d'Arco, M.DCCC.LXXVè un riscontro che non ha potuto esser mentovato prima, con gli altri, perchè pubblicato dopo la stampa del foglio in cui essi si contenevano. Nella prefazioncina a quell'opuscolo è riferita anche una variante avellinese.[2]Sic. Uff![3]«Riesca.» G. N.[4]«Immensa.» G. N.[5]Questo termine ingiurioso, tutto toscano ed ignoto a' rimanenti italiani, mi rammenta una graziosa novelletta, che si trova nell'opuscoletto:Rime bernesche di G. Zanetta, Napoli, 1830. Dalla tipografia di N. Pasca, Strada Toledo, sotto la casa del Principe d'Angri, num. 31(e sulla copertina:Rime berneschedi G. Zanetto. Napoli, 1830. Prezzo grana 20.In duodecimo di novantasei pagine).Un certo fiorentinoSi recava ad un pubblico festinoDi soppiatto alla moglie. Se n'accorseLa scaltra donna; corseGridando come ossessaA trattenerlo e volle andarvi anch'essa.Frattanto, indispettito,Il povero maritoLe disse:—«Moglie diavola, vedrai«Che te ne pentirai.«Credimi, per tuo danno,«Benchè in bautta, ti conosceranno.»Giunti appena al ridotto, un giocatore,Ch'era stato più volte perditore,Spogliando una primiera,Forte sclamò:——«Lezzona! sei venuta!»—Lo sposo allor:—«Consorte, ei ti saluta.«Dàgli la buona sera.«Se' tu ancor persuasa?«T'hanno già conosciuta. Andiamo a casa.»È una facezia popolare; e m'è piaciuto riportarne questa lezione del Zanetto, per ravvicinarla all'altra, più nota, del Pananti:Il penultimo dì del carnevale,Desiderò d'andar Berta alle saleOve un grosso si fa pubblico giuoco.Pier, suo marito, sen curava poco;Ma quella tanto si raccomandò,Ch'ei disse di condurla:—«Ma però«Purchè riconosciuta tu non sia;«Se ti conoscon, ti conduco via.»—Ladonna allora si contenta e tuttaLa faccia si copri con la bautta.Vanno; e appunto si mettono davantiA un giocatore pieno di disdetta.Che attaccata l'avria con tutti i santi.Fe' primiera, e gridò dalla saetta:—O B....., alfin ci sei venuta.»Allor Pietro:—«Andiam via, t'ha conosciuta.»—
VII.L'UCCEL BEL—VERDE.[1]C'era una volta un Re di Francia che era molto amante della caccia. Un giorno, andando a caccia, i cani principiarono a urlare fortemente. E lui va per tirare a una fiera e invece ci trova una bellissima donna. Il Re, sorpreso di questa bellissima giovane, voleva sapere la ragione perchè l'aveva trovata sola in questo bosco, abbandonata? perchè stava in una grandissima afflizione? Lei dunque gli disse che facesse della sua vita quel che voleva, ma che non le strappasse il secreto de' suoi natali. Il Re rispettò il suo secreto, la fece mettere in corte, le dette il suo quartiere e disse che fosse rispettata come una di famiglia. Dopo alcun tempo il Re andò a far visita alla bella incognita e s'accorse da' suoi modi gentili e dal suo dolore che doveva appartenere ad una famiglia illustre e distinta. E quindi se ne innamorò talmente, che pensò di farla sua sposa. La madre del Re, indispettita di sentire che doveva avere per nuora una sconosciuta trovata in un bosco, giurò che ne avrebbe fatto crudele vendetta e che il sangue de' Reali di Francia non si sarebbe mai contaminato con una sì vile sposa. Difatti, dopo pochi mesi che il Re aveva sposata questa sconosciuta, arrivò un corriere d'Inghilterra intimando al Re una improvvisa guerra. Il Re non poteva intendere come l'Inghilterra volesse fare a lui la guerra senza alcuna ragione. Ma per meglio accomodare le cose pensò di andare lì da sècon un piccolo esercito per conoscere la ragione di questa intimazione. Piangendo andò a congedarsi dalla sposa, la quale lo pregò di trattenersi qualche altro giorno perchè aveva qualche cosa da dargli. Difatti ella si pose a ricamare una bandiera francese; ma l'arme era d'Inghilterra; e disse:—«Quando sarai vicino al Re, spiega questa bandiera, chè nessuno ti farà danno.»—Il Re partendo raccomandò caldamente la sua sposa alla madre e le disse che la lasciava incinta; e le disse che avesse cura di lei e del figlio che sarebbe nato. Il Re, arrivato in Inghilterra, nulla trovò d'intimazione di guerra. Ma quando fu veduta la bandiera spiegata dal Re di Francia, tutti gli corsero incontro per fargli omaggio. E quando il Re d'Inghilterra seppe che la bandiera era stata ricamata dalla moglie del Re di Francia, lo abbracciò teneramente e gli disse:—«Tu sei mio genero.»—Il Re, pieno di gioia e di consolazione per questa felice scoperta, ebbe una lettera di sua madre nella quale gli diceva che sua moglie aveva partorito tre cani e si trovava in fin di vita. Il Re subito rispose che custodissero i cani e la sposa, che lui quanto prima sarebbe tornato trionfante nel Regno. Tornato il Re di Francia, trovò tutta la corte in lutto; e la madre piangendo gli disse che i suoi tre cani e la moglie erano tutti morti; lei era morta dal dolore di questo tristo parto. Il Re si afflisse tanto di questa cosa che fece giuramento di non vedere più nessuno. Si rinchiuse in una stanza, e meno che il servo che gli portava da mangiare, non era permesso a nessuno di entrare nella camera del Re. Dopo diciotto anni che il Re viveva in questo stato di disperazione, di abbattimento, una mattina sentì del rumore per la strada. Domandò cosa fosse quel rumore insolito che sentiva. E gli fu risposto che una giovine sorella di due guardie reali della Regina, aveva preso quartiere di faccia alla camera del Re, e che essendo tanto bella,la gente andava a vederla; si fermava lì sotto alle finestre a vederla che era seduta al suo balcone. Il Re sentì desiderio di vedere questa ragazza: s'affacciò alla finestra e disse:—«È tanto bella che mi rammenta la mia Uliva.»—Informata la Regina madre di questa impressione del Re, di questa parola, sente nascere una grande avversione per questa ragazza. E non sapendo come più facilmente poterle nuocere, mandò a chiamare una vecchia strega che era la sua intima confidente. La strega le disse che era difficile nuocere a questa ragazza, perchè la Regina delle fate la proteggeva; ma che l'unico mezzo era quello di salutarla e dirle:—«Bella, tu se' bella! ma se tu avessi l'acqua che balla, che canta e che sona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde[2]; saresti anche più bella.»—La sera appresso, sulle ventitrè, quando la bella Amalia si metteva sul balcone a lavorare, la Regina si affacciò e le disse:—«Bella, tu se' bella! ma se tu avessi l'acqua che balla, che canta e che sona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde; saresti anche più bella.»—Appena dette queste parole alla povera Amalia, che soleva essere di carattere tranquillo e molto allegra, le entrò una smania addosso che non le diede più pace. Principiò a piangere dirottamente; e quando vennero i suoi fratelli, la trovarono immersa nelle lagrime. Uno di essi, chiamato Federico, volle assolutamente saperne la cagione. E quando sente le parole che gli aveva dette la Regina, disse alla sua sorella:—«Tu sarai più bella! Io ti troverò l'acqua che balla, che canta e che suona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde.»—La mattina appresso, prese congedo dalla Regina perchè era guardia, si licenziò dall'Amalia e le lasciò un anello con la pietra turchina e le disse:—«Finchè quest'anello avrà la pietra turchina, spera che io ti porterò quel che ti manca. Se questa pietra turchina diventerà nera,allora io sarò morto e il nostro fratello Alfredo penserà a cercarti ciò che desideri.»—Quindi si partì sopra un bel cavallo e se n'andò fuori della porta. Sceso, uscito fuori delle mura della città, si mise a pensare a che via doveva prendere. Mentre che era pensoso, seduto da una bottega, si presentò una vecchia e gli disse:—«Mi farebbe un po' di carità? Io posso consolarla in quello che desidera. So quello che Ella cerca: e se mi dà retta porterà alla Sua sorella l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde.»—Lui disse:—«Ben volentieri farò tutto quello che tu vuoi.»—Allora la vecchia gli dette una boccia che gli attaccò alla cintura per mezzo di un nastro rosso; gli dette una gabbia, un'ascia d'argento e un vasellino contenente della pomata. Gli disse poi:—«Voi camminerete in fondo in fondo a questa strada tre giorni e tre notti senza riposarvi; alla fine del terzo giorno vi troverete in un gran prato che attraverserete. Quindi entrerete in un viale costeggiato di molte statue. Passate a diritto, senza voltarvi nè da una parte nè da un'altra. Finito il viale entrerete nel bosco dove c'è la fontana dell'acqua che balla, che canta e che suona e l'albero del sole con sopra l'Uccel Bel—Verde. Presentate la gabbia e l'uccello entrerà in gabbia; chiudetela, perchè non voli via. Presentate la boccia e si riempirà subito d'acqua: turatela, perchè non esca di dentro. Toccate l'albero del sole con questa accettina, toccate un ramo e vi si staccherà subito.»—Mi sono scordato che quando gli dette il vasellino, gli dette anche un pennello, questa vecchia a Federico.— «Quando vi siete caricato di tutta questa roba, ritornate nel viale delle statue e col pennello intinto nella pomata, toccate le statue che saranno alla vostra diritta.»—Mi sono scordata un'altra cosa: nel prato doveva lasciare il cavallo prima d'entrare; doveva smontareda cavallo quando lui entrava nel viale delle statue.——«Farete tutto ciò con la massima velocità, senza mai voltarvi indietro. Sentirete urli, lamenti, preghiere: non vi voltate indietro. Raggiungete il vostro cavallo nel prato, salite e tornate a Parigi. Se vi voltate, siete morto.»—Federico, pieno di gioja, montò sul suo cavallo e fece tutto quanto la vecchia gli avea detto. Ma appena ebbe toccata qualcuna delle statue, quelle riebbero la vita, e piene di gioia e di riconoscenza, chiamavano, abbracciavano Federigo, per dargli una prova della loro consolazione. Federigo non ebbe la fermezza di non voltarsi: un momento si voltò e rimase statua anch'egli[3]. Il quarto giorno la povera Amalia guarda il suo anello: il suo anello era divenuto nero, la pietra; segno certo che Federigo più non ritornava. Disperata e piangente, torna Alfredo e gli racconta che la pietra era diventata nera e che Federigo era morto. Allora Alfredo gli dice:—«Io voglio seguitare la via di Federigo. O lo vendico e trovo l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde; oppure voglio morire per vederti contenta.»—Quindi preso congedo dalla Regina che glielo diede con la massima consolazione: dato un anello con la pietra verde alla povera Amalia, che era indizio della sua vita se non cangiava colore; si partì dall'amata sorella nella speranza di farla felice. Appena uscito fuori di porta, si presenta la solita vecchierella, gli fa le solite offerte del fratello e gli dice che se avesse avuto il coraggio di non voltarsi, avrebbe salvata la vita anche a Federigo. Pieno di speranza e di sicurezza intraprende la strada; percorre velocemente la via; e dopo, ma dopo aver fatto tutto quanto la vecchia gli aveva detto, egli pure cade nelle lusinghiere parole degli amici, si volge indietro e resta statua di marmo. Al quarto giorno la povera Amalia guarda il suo anello fatale e vede che ancheil suo secondo fratello è morto. Nessun desiderio la lega alla vita; vuole seguire la sorte de' suoi fratelli. Si veste da uomo, monta sur un cavallo, esce fuori della porta e le viene incontro la solita vecchina, che l'ammonisce dei soliti oggetti per poter salvare tutti que' giovani e per poter fare invidia alla Regina con tutti gli abbellimenti che l'avrebbero resa più bella. Amalia monta a cavallo; percorre la via: traversa il prato; passa il viale delle statue; vede l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde; in un attimo se ne impadronisce; col suo gran pennello unge tutte le statue che ha a diritta; e non badando nè a gemiti, nè a lamenti, nè a parole d'affetto, raggiunge il suo cavallo, ci monta ed è salva. Tutti i giovani liberati da lei sono già nel prato; tutti le rendono mille grazie del bene ricevuto; chi le dà collane, chi corone, chi anella: son tutti figli di Re incatenati da una trista fata che aveva fatto questo incantesimo. Il quarto giorno la strada del Re è popolata di gente. L'acqua che canta, che balla e che suona richiama tutta la popolazione; l'Uccel Bel—Verde chiacchiera con tutti quelli che lo interrogano[4]; l'albero del sole riflette i raggi e si volge sempre dalla parte ove il sole lo illumina. Il Re stesso si sente commosso a tanta gioja, s'affaccia, vede la bella giovane che gli rammenta la sua Uliva, vede tutto il popolo esultante a tanta festa, a tanta bellezza. Dopo diciotto anni si fa radere la sua barba, cambiare le sue vesti in più ricche vesti, e dice che desidera di vedere da vicino la bella Amalia. La Regina madre temendo di perdere il trono e che il Re suo figlio debba prendere un'altra moglie, manda a chiamare la solita strega e gli dimanda cosa può fare per ammazzare questa sua nemica. La strega gli dice che inviti tutti a pranzo, l'Amalia, Federigo, Alfredo, e che avveleni il pranzo. Essa finge di voler compiacere il Re e di voler invitarei giovani a pranzo da lei. Amalia accetta con gioia: ma chiede la grazia di portare l'Uccel Bel—Verde, perchè l'Uccel Bel—Verde l'aveva già avvertita. Il Re, beato di questa dimanda. Il pranzo è imbandito, ma i giovani non mangiano altro che quello che l'Uccel Bel—Verde becca. Gli aveva detto che non dovevano mangiare altro che quello che lui avrebbe beccato. Alla fine del pranzo l'Uccel Bel—Verde chiede di poter contare una novella. Il Re è beato, la Regina madre si turba. L'Uccel Bel—Verde principia la novella raccontando la cacciata del Re; il ritrovamento della Uliva; il parto della Principessa che non aveva fatto tre cani, ma tre bei figli; ma che la Regina li aveva mandati in un bosco per essere ammazzati. Quello che doveva ammazzare i bambini ne ebbe compassione, li fece educare e poi li fece impiegare guardie della Regina. La Principessa del Re languiva da diciott'anni dentro una prigione e l'unico servo fedele della Regina era consapevole di questo misfatto. A questo racconto la Regina sviene; il Re monta in furore; si percorre il palazzo reale; si trova la povera Uliva quasi in fin di vita. L'uccello dice di essere una fata e di essere venuto per salvare quelli innocenti. La Regina madre muore di dolore. Il Re ritorna nel suo florido stato; amato dalla moglie e dai figli è ricompensato di diciott'anni di patimenti. La Regina è riconosciuta per figlia del Re d'Inghilterra; e una pace durevole si strinse fra quelle due nazioni.NOTE[1]A questa novella ed alla precedente, annota il Liebrecht (art. cit):—«Zu Grimm. K.—M. N.º 96.De drei Vügelkens; vgl. zu Gonzenbach N.º 5.Die verstossene Königin und ihre beiden ausgesetzten Kinder. Das von Grimm und danach von Köhler gemeinte Märchen der1001 Nacht (von den beiden neidischenSchwestern) befindet sich in der Uebersetzung (Breslau, 1836) Bd. x. S. 3. ff. (Nacht 426).»—La fiaba presente è una variante importantissima della precedente, dettata da colta signora. Difatti non ci trovi sgrammaticature, non idiotismi; tutto va per la piana e secondo le regole. Ma.... io antepongo il dettato della mia povera ciana analfabeta. In questa forma, ha maggior somiglianza con la Novella Prima della giornata decima delPecorone:—«Il Re d'Inghilterra sposa Dionigia, figliuola d'un Re di Francia, che trova in un convento dell'Isola. Partorisce due maschi in lontananza del marito; ed obbligata, per calunnie appostele dalla suocera, a partirsi, con essi va a Roma. In quale occasione riconobbero i due Re con estrema gioja, l'uno la moglie e l'altro la sorella.»—Confronta anche per alcune parti con laNovella della pulzella di Francia, dove si racconta l'origine delle guerre fra i francesi e gl'inglesi di messerIacopo di Poggio Bracciolini, occasione d'interminabili polemiche letterarie; e con laPenta Manomozza, trattenimento secondo della giornata terza delPentamerone.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e, tagliatose le mano, ce le manna 'mpresiento. Isso la fa iettare drinto 'na cascia a mare; e, data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa soja, dove la mogliere gelosa la torna a iettare drinto la stessa cascia; e, trovata da 'no Re, sse nce 'nzora. Ma, pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dopò luonghe travaglie, è trovata da lo marito e da lo frate e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Così viene a confondersi con la Leggenda di Sant'Uliva (per la quale vedi:La Rappresentazione di Santa Uliva riprodotta sulle antiche stampe, Pisa, fratelli Nistri, 1868, e la dotta prefazione appostavi dal cav. prof.Alessandro d'Ancona; nonchè laNovella della figlia del Re di Dacia, testo inedito del buon secolo della lingua. Pisa, tipografia Nistri, 1866, e la dissertazione premessavi daAlessandro Wesselofsky). Popolarissima è laIstoria della Regina Oliva, figliuola di Giuliano Imperatore e moglie del Re di Castiglia, ad istanza ed esempio delle persone timorate di dio. (Ne ho sott'occhi la edizione diBologna, 1875. Alla Colomba. Con permissione). Di questa Leggenda avremo occasione di riparlare; frattanto, per tema di dimenticar la citazione, a proposito di Penta od Uliva, che si amputa, mozza, recide le mani, perchè il padre od il fratello le dicono di essersi innamorati di lei, acagion della bellezza di quelle, porrò qui alcuni versi cheLuigi Groto, nelPentimento amoroso, pone in bocca aDieromena:Chiusa in silenzio eterno, in erme tenebre,Dove nè tu nèd altri più mi veggiano,Piangerò l'altrui fallo e 'l mio martirio;E questi occhi che spesso ti miraronoCome rei mi trarrò dal capo (fosseroStati ciechi così già alquanto spazio!),O si risolveran piangendo in lagrime.E queste man, che sole tocche furonoDa te, come nocenti, (poi che furonoTocche da man profana, immonda e perfida,)Troncherò da le braccia, e a me medesimaChe 'l resto conservai renderò grazia.[2]Uccel Bel—Verde. VediGherardini,Supplimento, Vol. VI, pagina 196.[3]Impietrimenti, statuificazioni si ritrovano narrati con molto ingegno e spirito, non solo nella fiaba dellaPosillecheata, che è perfetto riscontro di questa, e dove si racconta argutamente l'origine di parecchie statue che adornavano Napoli (alcune delle quali ci furon poi rubate dagli spagnuoli), anzi pure nellaPietà remmonerata, conto primo dellaPossillechejatastessa. Trasformazioni in pini ed in istatue nellaCinziadiFilippo Finella(Napoli, M.DC.XXVI). Altre trasformazioni in moltissime favole pastorali, nelCapricciodelGuidozzi(Venezia, M.DC.VIII); ne'Frutti d'AmorediFra Cristoforo Lauro; nelFillidorodiPietro Matteuccio(Venezia, M.DC.XIII); ne'Tormenti d'Amore, Tragicommedia pastorale diPietro Matteazzi(Venezia, M.DC.V). Questo Pietro Matteazzi è forse tutt'uno col soprammentovato Pietro Matteuccio: egli dice al suo lavoroEsci, parto amoroso,Da l'ombra del mio core,Novo figlio di Febo, al sommo ardore;Ed or, che l'OrïenteLa notte indora in ciel chiaro e lucente,Quivi t'innalza e intendi:E poscia cadi, incenerisci o splendi.Similmente ne'Miracoli d'AmoredelloIacobelli(Roma, M.DC.I). Lo elegantissimoIeronimo Vida, nella suaFilliratanto leggiadra, descrive, che non si può meglio, i sentimenti d'un uomoconverso in fonte, quando l'amica sua va a specchiarvisi (Atto III. Scena IV. Parlata di Carino che principia:Che non fec'io per meritar suo amore?)[4]A proposito di uccelli che parlano.Ortensio Landonarra che:—«un corvo... vide la madonna far una torta et merendar con una sua comadre; et venuto il padrone, il semplice corvo incominciò a dir:Madonna ha fatto torta, madonna ha fatto torta. Il padrone chiede la donna dove sia la torta. La donna con viso turbato et piena di mal talento li risponde che non vi è torta alcuna, et che di lui si maraviglia, come più tosto voglia credere ad un animalaccio che a lei. Acquetasi il buon marito, et fatto ciò che aveva da fare, tornossi fuori. La donna iraconda (sì come sogliono esser quasi tutte) appena fu il marito scostatosi un tratto di pietra, ch'ella se n'andò alla gabbia et spelò il capo al loquace corvo. Non istette molto, che venne un frate a chieder del pane; et cavandosi il cappuccio et essendo nuovamente raso, credette il corbe li fosse stato pelato il capo per aver parlato di torta, et a lui rivolto molte fiate replicò:tu hai parlato di torta, tu hai parlato di torta; et pareva si rallegrasse che il buon frate fosse caduto nella medesima sciagura ch'egli cadde.»—Racconto popolare diversamente narrato dalFirenzuolanellaPrima Veste dei Discorsi degli Animali. Altro caso di zoolalia narrato dalLandoè poi il seguente, anch'esso facezia popolare che tuttodì variamente si racconta:—«Eravi un prete, il quale avevasi per suo trastullo nodrito un fanello, addottogli dalla Marca dove sono i migliori che si ritrovino. Et stando un giorno tutto spaventato col becco fra le piume, sopraggiunse il prete et sì gli disse:che fai bestia?Alzò allora il capo il fanello, et disse quel versetto di David pieno di mistero:Cogito dies antiquos et annos aeternos in mente habeo.»—
L'UCCEL BEL—VERDE.[1]
C'era una volta un Re di Francia che era molto amante della caccia. Un giorno, andando a caccia, i cani principiarono a urlare fortemente. E lui va per tirare a una fiera e invece ci trova una bellissima donna. Il Re, sorpreso di questa bellissima giovane, voleva sapere la ragione perchè l'aveva trovata sola in questo bosco, abbandonata? perchè stava in una grandissima afflizione? Lei dunque gli disse che facesse della sua vita quel che voleva, ma che non le strappasse il secreto de' suoi natali. Il Re rispettò il suo secreto, la fece mettere in corte, le dette il suo quartiere e disse che fosse rispettata come una di famiglia. Dopo alcun tempo il Re andò a far visita alla bella incognita e s'accorse da' suoi modi gentili e dal suo dolore che doveva appartenere ad una famiglia illustre e distinta. E quindi se ne innamorò talmente, che pensò di farla sua sposa. La madre del Re, indispettita di sentire che doveva avere per nuora una sconosciuta trovata in un bosco, giurò che ne avrebbe fatto crudele vendetta e che il sangue de' Reali di Francia non si sarebbe mai contaminato con una sì vile sposa. Difatti, dopo pochi mesi che il Re aveva sposata questa sconosciuta, arrivò un corriere d'Inghilterra intimando al Re una improvvisa guerra. Il Re non poteva intendere come l'Inghilterra volesse fare a lui la guerra senza alcuna ragione. Ma per meglio accomodare le cose pensò di andare lì da sècon un piccolo esercito per conoscere la ragione di questa intimazione. Piangendo andò a congedarsi dalla sposa, la quale lo pregò di trattenersi qualche altro giorno perchè aveva qualche cosa da dargli. Difatti ella si pose a ricamare una bandiera francese; ma l'arme era d'Inghilterra; e disse:—«Quando sarai vicino al Re, spiega questa bandiera, chè nessuno ti farà danno.»—Il Re partendo raccomandò caldamente la sua sposa alla madre e le disse che la lasciava incinta; e le disse che avesse cura di lei e del figlio che sarebbe nato. Il Re, arrivato in Inghilterra, nulla trovò d'intimazione di guerra. Ma quando fu veduta la bandiera spiegata dal Re di Francia, tutti gli corsero incontro per fargli omaggio. E quando il Re d'Inghilterra seppe che la bandiera era stata ricamata dalla moglie del Re di Francia, lo abbracciò teneramente e gli disse:—«Tu sei mio genero.»—Il Re, pieno di gioia e di consolazione per questa felice scoperta, ebbe una lettera di sua madre nella quale gli diceva che sua moglie aveva partorito tre cani e si trovava in fin di vita. Il Re subito rispose che custodissero i cani e la sposa, che lui quanto prima sarebbe tornato trionfante nel Regno. Tornato il Re di Francia, trovò tutta la corte in lutto; e la madre piangendo gli disse che i suoi tre cani e la moglie erano tutti morti; lei era morta dal dolore di questo tristo parto. Il Re si afflisse tanto di questa cosa che fece giuramento di non vedere più nessuno. Si rinchiuse in una stanza, e meno che il servo che gli portava da mangiare, non era permesso a nessuno di entrare nella camera del Re. Dopo diciotto anni che il Re viveva in questo stato di disperazione, di abbattimento, una mattina sentì del rumore per la strada. Domandò cosa fosse quel rumore insolito che sentiva. E gli fu risposto che una giovine sorella di due guardie reali della Regina, aveva preso quartiere di faccia alla camera del Re, e che essendo tanto bella,la gente andava a vederla; si fermava lì sotto alle finestre a vederla che era seduta al suo balcone. Il Re sentì desiderio di vedere questa ragazza: s'affacciò alla finestra e disse:—«È tanto bella che mi rammenta la mia Uliva.»—Informata la Regina madre di questa impressione del Re, di questa parola, sente nascere una grande avversione per questa ragazza. E non sapendo come più facilmente poterle nuocere, mandò a chiamare una vecchia strega che era la sua intima confidente. La strega le disse che era difficile nuocere a questa ragazza, perchè la Regina delle fate la proteggeva; ma che l'unico mezzo era quello di salutarla e dirle:—«Bella, tu se' bella! ma se tu avessi l'acqua che balla, che canta e che sona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde[2]; saresti anche più bella.»—La sera appresso, sulle ventitrè, quando la bella Amalia si metteva sul balcone a lavorare, la Regina si affacciò e le disse:—«Bella, tu se' bella! ma se tu avessi l'acqua che balla, che canta e che sona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde; saresti anche più bella.»—Appena dette queste parole alla povera Amalia, che soleva essere di carattere tranquillo e molto allegra, le entrò una smania addosso che non le diede più pace. Principiò a piangere dirottamente; e quando vennero i suoi fratelli, la trovarono immersa nelle lagrime. Uno di essi, chiamato Federico, volle assolutamente saperne la cagione. E quando sente le parole che gli aveva dette la Regina, disse alla sua sorella:—«Tu sarai più bella! Io ti troverò l'acqua che balla, che canta e che suona; l'albero del sole; e l'Uccel Bel—Verde.»—La mattina appresso, prese congedo dalla Regina perchè era guardia, si licenziò dall'Amalia e le lasciò un anello con la pietra turchina e le disse:—«Finchè quest'anello avrà la pietra turchina, spera che io ti porterò quel che ti manca. Se questa pietra turchina diventerà nera,allora io sarò morto e il nostro fratello Alfredo penserà a cercarti ciò che desideri.»—Quindi si partì sopra un bel cavallo e se n'andò fuori della porta. Sceso, uscito fuori delle mura della città, si mise a pensare a che via doveva prendere. Mentre che era pensoso, seduto da una bottega, si presentò una vecchia e gli disse:—«Mi farebbe un po' di carità? Io posso consolarla in quello che desidera. So quello che Ella cerca: e se mi dà retta porterà alla Sua sorella l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde.»—Lui disse:—«Ben volentieri farò tutto quello che tu vuoi.»—Allora la vecchia gli dette una boccia che gli attaccò alla cintura per mezzo di un nastro rosso; gli dette una gabbia, un'ascia d'argento e un vasellino contenente della pomata. Gli disse poi:—«Voi camminerete in fondo in fondo a questa strada tre giorni e tre notti senza riposarvi; alla fine del terzo giorno vi troverete in un gran prato che attraverserete. Quindi entrerete in un viale costeggiato di molte statue. Passate a diritto, senza voltarvi nè da una parte nè da un'altra. Finito il viale entrerete nel bosco dove c'è la fontana dell'acqua che balla, che canta e che suona e l'albero del sole con sopra l'Uccel Bel—Verde. Presentate la gabbia e l'uccello entrerà in gabbia; chiudetela, perchè non voli via. Presentate la boccia e si riempirà subito d'acqua: turatela, perchè non esca di dentro. Toccate l'albero del sole con questa accettina, toccate un ramo e vi si staccherà subito.»—Mi sono scordato che quando gli dette il vasellino, gli dette anche un pennello, questa vecchia a Federico.— «Quando vi siete caricato di tutta questa roba, ritornate nel viale delle statue e col pennello intinto nella pomata, toccate le statue che saranno alla vostra diritta.»—Mi sono scordata un'altra cosa: nel prato doveva lasciare il cavallo prima d'entrare; doveva smontareda cavallo quando lui entrava nel viale delle statue.——«Farete tutto ciò con la massima velocità, senza mai voltarvi indietro. Sentirete urli, lamenti, preghiere: non vi voltate indietro. Raggiungete il vostro cavallo nel prato, salite e tornate a Parigi. Se vi voltate, siete morto.»—Federico, pieno di gioja, montò sul suo cavallo e fece tutto quanto la vecchia gli avea detto. Ma appena ebbe toccata qualcuna delle statue, quelle riebbero la vita, e piene di gioia e di riconoscenza, chiamavano, abbracciavano Federigo, per dargli una prova della loro consolazione. Federigo non ebbe la fermezza di non voltarsi: un momento si voltò e rimase statua anch'egli[3]. Il quarto giorno la povera Amalia guarda il suo anello: il suo anello era divenuto nero, la pietra; segno certo che Federigo più non ritornava. Disperata e piangente, torna Alfredo e gli racconta che la pietra era diventata nera e che Federigo era morto. Allora Alfredo gli dice:—«Io voglio seguitare la via di Federigo. O lo vendico e trovo l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde; oppure voglio morire per vederti contenta.»—Quindi preso congedo dalla Regina che glielo diede con la massima consolazione: dato un anello con la pietra verde alla povera Amalia, che era indizio della sua vita se non cangiava colore; si partì dall'amata sorella nella speranza di farla felice. Appena uscito fuori di porta, si presenta la solita vecchierella, gli fa le solite offerte del fratello e gli dice che se avesse avuto il coraggio di non voltarsi, avrebbe salvata la vita anche a Federigo. Pieno di speranza e di sicurezza intraprende la strada; percorre velocemente la via; e dopo, ma dopo aver fatto tutto quanto la vecchia gli aveva detto, egli pure cade nelle lusinghiere parole degli amici, si volge indietro e resta statua di marmo. Al quarto giorno la povera Amalia guarda il suo anello fatale e vede che ancheil suo secondo fratello è morto. Nessun desiderio la lega alla vita; vuole seguire la sorte de' suoi fratelli. Si veste da uomo, monta sur un cavallo, esce fuori della porta e le viene incontro la solita vecchina, che l'ammonisce dei soliti oggetti per poter salvare tutti que' giovani e per poter fare invidia alla Regina con tutti gli abbellimenti che l'avrebbero resa più bella. Amalia monta a cavallo; percorre la via: traversa il prato; passa il viale delle statue; vede l'acqua che canta, che balla e che suona, l'albero del sole e l'Uccel Bel—Verde; in un attimo se ne impadronisce; col suo gran pennello unge tutte le statue che ha a diritta; e non badando nè a gemiti, nè a lamenti, nè a parole d'affetto, raggiunge il suo cavallo, ci monta ed è salva. Tutti i giovani liberati da lei sono già nel prato; tutti le rendono mille grazie del bene ricevuto; chi le dà collane, chi corone, chi anella: son tutti figli di Re incatenati da una trista fata che aveva fatto questo incantesimo. Il quarto giorno la strada del Re è popolata di gente. L'acqua che canta, che balla e che suona richiama tutta la popolazione; l'Uccel Bel—Verde chiacchiera con tutti quelli che lo interrogano[4]; l'albero del sole riflette i raggi e si volge sempre dalla parte ove il sole lo illumina. Il Re stesso si sente commosso a tanta gioja, s'affaccia, vede la bella giovane che gli rammenta la sua Uliva, vede tutto il popolo esultante a tanta festa, a tanta bellezza. Dopo diciotto anni si fa radere la sua barba, cambiare le sue vesti in più ricche vesti, e dice che desidera di vedere da vicino la bella Amalia. La Regina madre temendo di perdere il trono e che il Re suo figlio debba prendere un'altra moglie, manda a chiamare la solita strega e gli dimanda cosa può fare per ammazzare questa sua nemica. La strega gli dice che inviti tutti a pranzo, l'Amalia, Federigo, Alfredo, e che avveleni il pranzo. Essa finge di voler compiacere il Re e di voler invitarei giovani a pranzo da lei. Amalia accetta con gioia: ma chiede la grazia di portare l'Uccel Bel—Verde, perchè l'Uccel Bel—Verde l'aveva già avvertita. Il Re, beato di questa dimanda. Il pranzo è imbandito, ma i giovani non mangiano altro che quello che l'Uccel Bel—Verde becca. Gli aveva detto che non dovevano mangiare altro che quello che lui avrebbe beccato. Alla fine del pranzo l'Uccel Bel—Verde chiede di poter contare una novella. Il Re è beato, la Regina madre si turba. L'Uccel Bel—Verde principia la novella raccontando la cacciata del Re; il ritrovamento della Uliva; il parto della Principessa che non aveva fatto tre cani, ma tre bei figli; ma che la Regina li aveva mandati in un bosco per essere ammazzati. Quello che doveva ammazzare i bambini ne ebbe compassione, li fece educare e poi li fece impiegare guardie della Regina. La Principessa del Re languiva da diciott'anni dentro una prigione e l'unico servo fedele della Regina era consapevole di questo misfatto. A questo racconto la Regina sviene; il Re monta in furore; si percorre il palazzo reale; si trova la povera Uliva quasi in fin di vita. L'uccello dice di essere una fata e di essere venuto per salvare quelli innocenti. La Regina madre muore di dolore. Il Re ritorna nel suo florido stato; amato dalla moglie e dai figli è ricompensato di diciott'anni di patimenti. La Regina è riconosciuta per figlia del Re d'Inghilterra; e una pace durevole si strinse fra quelle due nazioni.
NOTE
[1]A questa novella ed alla precedente, annota il Liebrecht (art. cit):—«Zu Grimm. K.—M. N.º 96.De drei Vügelkens; vgl. zu Gonzenbach N.º 5.Die verstossene Königin und ihre beiden ausgesetzten Kinder. Das von Grimm und danach von Köhler gemeinte Märchen der1001 Nacht (von den beiden neidischenSchwestern) befindet sich in der Uebersetzung (Breslau, 1836) Bd. x. S. 3. ff. (Nacht 426).»—La fiaba presente è una variante importantissima della precedente, dettata da colta signora. Difatti non ci trovi sgrammaticature, non idiotismi; tutto va per la piana e secondo le regole. Ma.... io antepongo il dettato della mia povera ciana analfabeta. In questa forma, ha maggior somiglianza con la Novella Prima della giornata decima delPecorone:—«Il Re d'Inghilterra sposa Dionigia, figliuola d'un Re di Francia, che trova in un convento dell'Isola. Partorisce due maschi in lontananza del marito; ed obbligata, per calunnie appostele dalla suocera, a partirsi, con essi va a Roma. In quale occasione riconobbero i due Re con estrema gioja, l'uno la moglie e l'altro la sorella.»—Confronta anche per alcune parti con laNovella della pulzella di Francia, dove si racconta l'origine delle guerre fra i francesi e gl'inglesi di messerIacopo di Poggio Bracciolini, occasione d'interminabili polemiche letterarie; e con laPenta Manomozza, trattenimento secondo della giornata terza delPentamerone.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e, tagliatose le mano, ce le manna 'mpresiento. Isso la fa iettare drinto 'na cascia a mare; e, data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa soja, dove la mogliere gelosa la torna a iettare drinto la stessa cascia; e, trovata da 'no Re, sse nce 'nzora. Ma, pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dopò luonghe travaglie, è trovata da lo marito e da lo frate e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Così viene a confondersi con la Leggenda di Sant'Uliva (per la quale vedi:La Rappresentazione di Santa Uliva riprodotta sulle antiche stampe, Pisa, fratelli Nistri, 1868, e la dotta prefazione appostavi dal cav. prof.Alessandro d'Ancona; nonchè laNovella della figlia del Re di Dacia, testo inedito del buon secolo della lingua. Pisa, tipografia Nistri, 1866, e la dissertazione premessavi daAlessandro Wesselofsky). Popolarissima è laIstoria della Regina Oliva, figliuola di Giuliano Imperatore e moglie del Re di Castiglia, ad istanza ed esempio delle persone timorate di dio. (Ne ho sott'occhi la edizione diBologna, 1875. Alla Colomba. Con permissione). Di questa Leggenda avremo occasione di riparlare; frattanto, per tema di dimenticar la citazione, a proposito di Penta od Uliva, che si amputa, mozza, recide le mani, perchè il padre od il fratello le dicono di essersi innamorati di lei, acagion della bellezza di quelle, porrò qui alcuni versi cheLuigi Groto, nelPentimento amoroso, pone in bocca aDieromena:Chiusa in silenzio eterno, in erme tenebre,Dove nè tu nèd altri più mi veggiano,Piangerò l'altrui fallo e 'l mio martirio;E questi occhi che spesso ti miraronoCome rei mi trarrò dal capo (fosseroStati ciechi così già alquanto spazio!),O si risolveran piangendo in lagrime.E queste man, che sole tocche furonoDa te, come nocenti, (poi che furonoTocche da man profana, immonda e perfida,)Troncherò da le braccia, e a me medesimaChe 'l resto conservai renderò grazia.[2]Uccel Bel—Verde. VediGherardini,Supplimento, Vol. VI, pagina 196.[3]Impietrimenti, statuificazioni si ritrovano narrati con molto ingegno e spirito, non solo nella fiaba dellaPosillecheata, che è perfetto riscontro di questa, e dove si racconta argutamente l'origine di parecchie statue che adornavano Napoli (alcune delle quali ci furon poi rubate dagli spagnuoli), anzi pure nellaPietà remmonerata, conto primo dellaPossillechejatastessa. Trasformazioni in pini ed in istatue nellaCinziadiFilippo Finella(Napoli, M.DC.XXVI). Altre trasformazioni in moltissime favole pastorali, nelCapricciodelGuidozzi(Venezia, M.DC.VIII); ne'Frutti d'AmorediFra Cristoforo Lauro; nelFillidorodiPietro Matteuccio(Venezia, M.DC.XIII); ne'Tormenti d'Amore, Tragicommedia pastorale diPietro Matteazzi(Venezia, M.DC.V). Questo Pietro Matteazzi è forse tutt'uno col soprammentovato Pietro Matteuccio: egli dice al suo lavoroEsci, parto amoroso,Da l'ombra del mio core,Novo figlio di Febo, al sommo ardore;Ed or, che l'OrïenteLa notte indora in ciel chiaro e lucente,Quivi t'innalza e intendi:E poscia cadi, incenerisci o splendi.Similmente ne'Miracoli d'AmoredelloIacobelli(Roma, M.DC.I). Lo elegantissimoIeronimo Vida, nella suaFilliratanto leggiadra, descrive, che non si può meglio, i sentimenti d'un uomoconverso in fonte, quando l'amica sua va a specchiarvisi (Atto III. Scena IV. Parlata di Carino che principia:Che non fec'io per meritar suo amore?)[4]A proposito di uccelli che parlano.Ortensio Landonarra che:—«un corvo... vide la madonna far una torta et merendar con una sua comadre; et venuto il padrone, il semplice corvo incominciò a dir:Madonna ha fatto torta, madonna ha fatto torta. Il padrone chiede la donna dove sia la torta. La donna con viso turbato et piena di mal talento li risponde che non vi è torta alcuna, et che di lui si maraviglia, come più tosto voglia credere ad un animalaccio che a lei. Acquetasi il buon marito, et fatto ciò che aveva da fare, tornossi fuori. La donna iraconda (sì come sogliono esser quasi tutte) appena fu il marito scostatosi un tratto di pietra, ch'ella se n'andò alla gabbia et spelò il capo al loquace corvo. Non istette molto, che venne un frate a chieder del pane; et cavandosi il cappuccio et essendo nuovamente raso, credette il corbe li fosse stato pelato il capo per aver parlato di torta, et a lui rivolto molte fiate replicò:tu hai parlato di torta, tu hai parlato di torta; et pareva si rallegrasse che il buon frate fosse caduto nella medesima sciagura ch'egli cadde.»—Racconto popolare diversamente narrato dalFirenzuolanellaPrima Veste dei Discorsi degli Animali. Altro caso di zoolalia narrato dalLandoè poi il seguente, anch'esso facezia popolare che tuttodì variamente si racconta:—«Eravi un prete, il quale avevasi per suo trastullo nodrito un fanello, addottogli dalla Marca dove sono i migliori che si ritrovino. Et stando un giorno tutto spaventato col becco fra le piume, sopraggiunse il prete et sì gli disse:che fai bestia?Alzò allora il capo il fanello, et disse quel versetto di David pieno di mistero:Cogito dies antiquos et annos aeternos in mente habeo.»—
[1]A questa novella ed alla precedente, annota il Liebrecht (art. cit):—«Zu Grimm. K.—M. N.º 96.De drei Vügelkens; vgl. zu Gonzenbach N.º 5.Die verstossene Königin und ihre beiden ausgesetzten Kinder. Das von Grimm und danach von Köhler gemeinte Märchen der1001 Nacht (von den beiden neidischenSchwestern) befindet sich in der Uebersetzung (Breslau, 1836) Bd. x. S. 3. ff. (Nacht 426).»—La fiaba presente è una variante importantissima della precedente, dettata da colta signora. Difatti non ci trovi sgrammaticature, non idiotismi; tutto va per la piana e secondo le regole. Ma.... io antepongo il dettato della mia povera ciana analfabeta. In questa forma, ha maggior somiglianza con la Novella Prima della giornata decima delPecorone:—«Il Re d'Inghilterra sposa Dionigia, figliuola d'un Re di Francia, che trova in un convento dell'Isola. Partorisce due maschi in lontananza del marito; ed obbligata, per calunnie appostele dalla suocera, a partirsi, con essi va a Roma. In quale occasione riconobbero i due Re con estrema gioja, l'uno la moglie e l'altro la sorella.»—Confronta anche per alcune parti con laNovella della pulzella di Francia, dove si racconta l'origine delle guerre fra i francesi e gl'inglesi di messerIacopo di Poggio Bracciolini, occasione d'interminabili polemiche letterarie; e con laPenta Manomozza, trattenimento secondo della giornata terza delPentamerone.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e, tagliatose le mano, ce le manna 'mpresiento. Isso la fa iettare drinto 'na cascia a mare; e, data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa soja, dove la mogliere gelosa la torna a iettare drinto la stessa cascia; e, trovata da 'no Re, sse nce 'nzora. Ma, pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dopò luonghe travaglie, è trovata da lo marito e da lo frate e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Così viene a confondersi con la Leggenda di Sant'Uliva (per la quale vedi:La Rappresentazione di Santa Uliva riprodotta sulle antiche stampe, Pisa, fratelli Nistri, 1868, e la dotta prefazione appostavi dal cav. prof.Alessandro d'Ancona; nonchè laNovella della figlia del Re di Dacia, testo inedito del buon secolo della lingua. Pisa, tipografia Nistri, 1866, e la dissertazione premessavi daAlessandro Wesselofsky). Popolarissima è laIstoria della Regina Oliva, figliuola di Giuliano Imperatore e moglie del Re di Castiglia, ad istanza ed esempio delle persone timorate di dio. (Ne ho sott'occhi la edizione diBologna, 1875. Alla Colomba. Con permissione). Di questa Leggenda avremo occasione di riparlare; frattanto, per tema di dimenticar la citazione, a proposito di Penta od Uliva, che si amputa, mozza, recide le mani, perchè il padre od il fratello le dicono di essersi innamorati di lei, acagion della bellezza di quelle, porrò qui alcuni versi cheLuigi Groto, nelPentimento amoroso, pone in bocca aDieromena:
Chiusa in silenzio eterno, in erme tenebre,Dove nè tu nèd altri più mi veggiano,Piangerò l'altrui fallo e 'l mio martirio;E questi occhi che spesso ti miraronoCome rei mi trarrò dal capo (fosseroStati ciechi così già alquanto spazio!),O si risolveran piangendo in lagrime.E queste man, che sole tocche furonoDa te, come nocenti, (poi che furonoTocche da man profana, immonda e perfida,)Troncherò da le braccia, e a me medesimaChe 'l resto conservai renderò grazia.
[2]Uccel Bel—Verde. VediGherardini,Supplimento, Vol. VI, pagina 196.
[3]Impietrimenti, statuificazioni si ritrovano narrati con molto ingegno e spirito, non solo nella fiaba dellaPosillecheata, che è perfetto riscontro di questa, e dove si racconta argutamente l'origine di parecchie statue che adornavano Napoli (alcune delle quali ci furon poi rubate dagli spagnuoli), anzi pure nellaPietà remmonerata, conto primo dellaPossillechejatastessa. Trasformazioni in pini ed in istatue nellaCinziadiFilippo Finella(Napoli, M.DC.XXVI). Altre trasformazioni in moltissime favole pastorali, nelCapricciodelGuidozzi(Venezia, M.DC.VIII); ne'Frutti d'AmorediFra Cristoforo Lauro; nelFillidorodiPietro Matteuccio(Venezia, M.DC.XIII); ne'Tormenti d'Amore, Tragicommedia pastorale diPietro Matteazzi(Venezia, M.DC.V). Questo Pietro Matteazzi è forse tutt'uno col soprammentovato Pietro Matteuccio: egli dice al suo lavoro
Esci, parto amoroso,Da l'ombra del mio core,Novo figlio di Febo, al sommo ardore;Ed or, che l'OrïenteLa notte indora in ciel chiaro e lucente,Quivi t'innalza e intendi:E poscia cadi, incenerisci o splendi.
Similmente ne'Miracoli d'AmoredelloIacobelli(Roma, M.DC.I). Lo elegantissimoIeronimo Vida, nella suaFilliratanto leggiadra, descrive, che non si può meglio, i sentimenti d'un uomoconverso in fonte, quando l'amica sua va a specchiarvisi (Atto III. Scena IV. Parlata di Carino che principia:
Che non fec'io per meritar suo amore?)
[4]A proposito di uccelli che parlano.Ortensio Landonarra che:—«un corvo... vide la madonna far una torta et merendar con una sua comadre; et venuto il padrone, il semplice corvo incominciò a dir:Madonna ha fatto torta, madonna ha fatto torta. Il padrone chiede la donna dove sia la torta. La donna con viso turbato et piena di mal talento li risponde che non vi è torta alcuna, et che di lui si maraviglia, come più tosto voglia credere ad un animalaccio che a lei. Acquetasi il buon marito, et fatto ciò che aveva da fare, tornossi fuori. La donna iraconda (sì come sogliono esser quasi tutte) appena fu il marito scostatosi un tratto di pietra, ch'ella se n'andò alla gabbia et spelò il capo al loquace corvo. Non istette molto, che venne un frate a chieder del pane; et cavandosi il cappuccio et essendo nuovamente raso, credette il corbe li fosse stato pelato il capo per aver parlato di torta, et a lui rivolto molte fiate replicò:tu hai parlato di torta, tu hai parlato di torta; et pareva si rallegrasse che il buon frate fosse caduto nella medesima sciagura ch'egli cadde.»—Racconto popolare diversamente narrato dalFirenzuolanellaPrima Veste dei Discorsi degli Animali. Altro caso di zoolalia narrato dalLandoè poi il seguente, anch'esso facezia popolare che tuttodì variamente si racconta:—«Eravi un prete, il quale avevasi per suo trastullo nodrito un fanello, addottogli dalla Marca dove sono i migliori che si ritrovino. Et stando un giorno tutto spaventato col becco fra le piume, sopraggiunse il prete et sì gli disse:che fai bestia?Alzò allora il capo il fanello, et disse quel versetto di David pieno di mistero:Cogito dies antiquos et annos aeternos in mente habeo.»—
VIII.I FIGLIOLI DELLA CAMPAGNOLA[1]Un certo Re (che era sempre giovinotto, e non aveva che la su' mamma viva, ma vecchia e superbiosa) andava così a spasso un giorno fuori della città e capitò a una casa di campagna, dove ci stavano tre ragazze. E queste ragazze, tutte da marito, discorrevano in fra di loro, sicchè dalla finestra di terreno, che era spalancata, si sentiva tutto quel che loro dicevano. E la maggiore diceva:—«Se dovessi pigliar marito, io per me lo vorrei fornaio, perchè allora non mi mancherebbe mai il pane, che ora si pena a guadagnarselo, e di molte volte ci tocca a stare senza.»—La mezzana diceva:—«Io poi il marito lo vorrei calzolaio, per non andar più scalza nè di state, nè di verno.»—E la più piccina:—«Per me il marito ha da essere il figliolo d'un Re: o quello, o niente! E al primo parto gli farei tre allegrezze di figlioli: un bambino con i capelli d'oro, e due bambine, anche loro con i capelli d'oro, e di più con una stella luccichente in sulla testa.» «Eh! dille grosse, almanco,»—bociarono la maggiore e la mezzana,—«chè tanto, chè tanto, è come bramar l'acqua nel deserto.»—Il Re, chè s'era fermato sotto alla finestra, sentito questo contrasto, gli venne la voglia di conoscere quelle tre ragazze, sicchè dunque picchiò di repente all'uscio.—«Chi è?»—Risponde il Re:—«Degli amici! Apritemi, chè ho bisogno d'un bicchiere d'acqua: ho tanta sete.»—Gliaprirono e lui entrò dentro. E, quand'ebbe bevuto l'acqua, si messe a sedere in una scranna; e cominciò a dimandare a quelle ragazze, chi erano e come campavano, e tant'altre cose. Poi gli disse:—«Prima d'entrare i' ho sentito un po' po' i vostri discorsi: fatemi il piacere, i' vorrei ascoltarli daccapo, per saper meglio la vostra idea circa al pigliar marito.»—La maggiore e la mezzana gli replicarono in che modo gli sarebbe piaciuto il marito, per non mancare di pane e di scarpe: ma la più piccina, da prima si peritava a dar fuori il su' pensiero, fino a che poi anche lei disse, che lo voleva figliolo d'un Re. Dice il Re:—«E se vi toccasse il figliolo d'un Re, gli manterreste proprio la promessa di quelle tre allegrezze?»—«Di sicuro, che farei tutti gli sforzi per tenere la mi' parola.»—«Ebbene!»—dice il Re:—«Sappiate che io sono figliolo di Re e il padrone spotico di questo paese. Dunque la mi' volontà è di sposarvi, perchè mi facciate que' bambini che avete detto. Fra qualche giorno tornerò a pigliarvi e vi menerò al palazzo con meco e sarete Regina.»—E detto fatto se n'andette. Le tre ragazze rimasero lì sbalordite, e poi le due più grandi cominciarono a dire:—«Chè, è una sbeffatura che quel forestiero ha fatto a te per la tu' mattia! Se fosse davvero il figliolo del Re, bada! ma che ti pare che volesse sposare una povera campagnola?»—Dice la più piccina:—«Guà! sarà così: io però ci ho fede in quel che ha detto quel signore. Non aveva punto la cera d'imbroglione. E poi si vedrà.»—Il Re, arrivato al palazzo, va su dalla su' mamma:—«Sapete, mamma: piglio moglie.»—Dice lei:—«Bene, ci ho gusto, chè almeno tu avrai l'erede al trono. E chi pigli?»—E lui gli raccontò quel che gli era accaduto. La Regina s'imbizzì a sentir quella nuova:—«Oh! che sie' matto? Un Re sposare una tangheraccia campagnola, che nonsi sa chi sia? E ti sie' lasciato acchiappare da simili promesse impossibili, come un mammalucco. Metti, metti giudizio, che ho paura che tu scherzi.»—«No davvero, mamma, che non ischerzo,»—dice il Re:—«Io ho detto di sposar quella ragazza e la sposerò.»—Insomma, dopo dimolti contrasti, bisognò che la Regina si chetasse, perchè lui volse fare a su' modo. Infatti, passati varii giorni, il Re ordinò un bel corteo, e presa la su' ragazza in carrozza, la menò al palazzo e gli diede l'anello di sposa. Ma la mamma di lui non la poteva patire questa sposa, e a mala pena la guardava, e la trattava come se fosse una serva. Infrattanto un Sovrano, che stava lì vicino, mosse guerra al Re; sicchè al Re gli convenne radunare i soldati e portarsi a combattere i su' nemici. Prima però di partire, fece di molte raccomandazioni perchè gli tenessero bene la sposa, che era di già gravida vicina a partorire e che gli scrivessero quando aveva partorito; anche volse che gli custodissero la su' cagna da caccia, lei pure gravida nel mese. Dopo, assieme all'esercito, se n'andò a dar battglia a' confini del regno. In quel mentre che il Re si trovava nell'accampamento, alla Regina sposa gli cominciarono i dolori, sicchè la messero nel letto e chiamarono subito due balie per assisterla. E da prima partorì un bel bambino con tutti i capelli d'oro; poi, una dopo l'altra, due bambine co' capelli ugualmente d'oro e di più con una stella luccichente in sul capo. La Regina vecchia quando vedde che la nora la premessa fatta al su' sposo l'aveva mantenuta, crepava dalla rabbia, e tutta invelenita pensò di tirarne vendetta con un brutto tiro: subito corse nel canile dove la cagna del Re aveva partorito tre cagnolini, gli prese in braccio e d'accordo colle du' balie, gli messe nel letto della sposa invece de' su' figlioli, e questi, rivoltati in du' cenciacci gli serrò dentro in una cesta e gli fece buttarenella gora che passava a piè del palazzo: poi rivenne in camera della sposa. Dice la sposa:—«Oh! fatemeli vedere i miei bambini. Dovo sono, che non gli sento?»—E la Regina vecchia, con un visuccio tutto dispettoso:—«Eh! sì, che ve ne potete tenere de' be' figlioli, che avete regalato al Re vostro marito! Non ve gli hanno fatti vedere per non darvi ascherezza. Ma tanto non c'è rimedio, e bisogna che in tutti i modi vo' gli vediate. Belli! mirate che be' canini vi son sortiti di corpo.»—A quella vista la sposa si svenne e gli entrò una gran febbre addosso, sicchè vagellava e non sapeva quel che si dicesse: ma intanto quella vecchiaccia della su' socera aveva scritto al Re che tornasse subito; e lui, fatto una pace all'infuria, veniva via a spron battuto, chè non gli pareva che il cavallo corresse mai abbastanza. A male brighe arrivato e sentite le novelle, s'incattivì a buono, e la su' mamma l'aizzava. Sicchè lui ordinò che venissero de' muratori; e, cavata di letto la moglie, la fece murar viva in cucina vicino all'acquaio con solo una finestrina per dargli tutti i giorni un po' d'acqua e un po' di pane, tanto perchè non morisse; e i servitori dovevano sbeffarla e maladirla in pena della su' mal'azione. Ma torniamo alla cesta co' bambini dentro, buttata nella gora del palazzo. Questa gora finiva in un bottaccio di mulino, e, come si sa, i mugnai ogni tanto s'affacciano per vedere se c'è acqua per far girare le macine. Il mugnaio di quel mulino s'avvedde dunque una mattina che nel bottaccio c'era una cesta a galla che veniva adagio adagio in verso la cascata: lui, lesto, corre e piglia una pertica, e tanto fa che tira a proda la cesta, e quando l'ebbe aperta ci scopre que' tre bambini sempre vivi e che piangevano dalla fame. Pigliò allora la cesta e diviato la portò in casa alla su' moglie, e tutti e due almanaccavano per indovinare chimai avesse abbandonato lì a quel modo quelle tre creature. Finalmente disse il mugnaio:—«Senti, moglie: tu ha' sempre del latte e in casa ci sono du' capre. S'alleveranno questi bambini e si tireranno su alla meglio; e quando saranno grandi, ci potranno aiutare assieme[2]cogli altri nostri figlioli. Che te ne pare? Non sarebbe carità a lasciargli morire.»—«Sì, sì,»—dice la moglie,—«facciamo così. Si potrebbe anche ritrovare di chi sono.»—Passò del tempo e i bambini crescevano a vista d'occhio, ma belli, che avevano l'aria di signore dipinta nel viso; ma più che crescevano e la mugnaia gli aveva a noia. Non gli poteva soffrire a paragone de' su' figlioli veri, perchè loro erano bastardi; sicchè gli mandava fuori a guardare i maiali, e alle bambine gli dava della stoppaccia liscosa a filare, e quando tornavano a casa la sera, se i fusi non erano ben pieni, la mugnaia glieli sbatteva in sulle mani da farle piangere; e del pane e del companatico a que' poveri bambini gliene toccava a pena per tenersi in piedi. I bambini, che non sapevano chi fosse il loro babbo vero e la loro mamma vera, ma si credevano figlioli de' mugnai, erano disperati e si struggevano in lacrime sentendosi tanto maltrattati, e delle volte tra di loro si consigliavano come fare; ma il rimedio non c'era verso che lo trovassero, sicchè i giorni gli passavano senza consolazione. Un bel dì, che s'erano allontanati da casa co' su' maiali più del solito, arrivarono a un rio, e lì seduta ci stava una vecchina. Dice:—«Bambini! chi siete? che fate? dove andate?»—Dice il bambino:—«Oh! che volete, nonna, siamo de' disgraziati. La mamma ci tratta male, senza sapere il perchè, e si mena una vita disperata a far pascere questi maiali: e quando si torna a casa è miracolo se non se ne tocca.»—Dice la vecchia:—«Lo credo io, poveri bambini! Vo' non siete mica figliolide' mugnai. E' v'hanno ricolto dentro una cesta nel bottaccio, ora sono parecchi anni.»—«Oh! che ci raccontate?»—sclamarono tutti e tre.—«Il vero, bambini miei. Ma se mi volete ubbidire in tutto e per tutto,»—replicò la vecchina,—«potrei anche rimettervi in fortuna. Anderesti via volentieri lontano da' mugnai?»—«Eccome!»—disse la bambina maggiore:—«Basta che si sapesse come fare. Insegnatecelo voi, e vi si promette che vi s'ubbidirà in tutto e per tutto.»—E la vecchia:—«Statemi dunque a sentire. Io vi darò tre cose; ma badate d'adoperarle proprio nel modo che vi comando. Questa scatolina non la dovete aprire se non quando v'accade di avere un gran dispiacere, ma grande. Custodite bene questo cagnolino, e quel che mangiate, prima d'assaggiarlo, lo darete sempre a lui. Con questa mazzettina poi, picchiandola in terra, potrete ottenere tutto quello che vi garba. Avete inteso? Ora, tornate al mugnaio, rimettete i maiali, e poi zitti zitti e di nascosto partitevi da casa e andate pur lontano alla ventura, dove vi menano le gambe. Addio.»—E la vecchia sparì a un tratto. I bambini si sentirono tutti rinuzzolire alle parole della vecchia e allegri tornarono a casa co' maiali, e quando gli ebbero rimessi nello stalluccio, veduto che nessuno badava a loro, presero la via, come si dice, tra le gambe, e cammina cammina fino a che non arrivarono stracchi per bene in fondo a un bosco folto, che già era calato il sole e cominciava a far buio. Disse allora il bambino:—«Sorelline, non si pole andar più innanzi; dunque è meglio fermarsi qui a pernottare.»—«Ma dove ci s'ha a sdraiare?»—Domandarono quelle.—«Oh! bella: o che non ho con meco la mazza della vecchina?»—disse il bambino.—«Che volete voi? Un bel palazzo?»—«Sì sì, un palazzo eche non ci manchi nulla dentro.»—Lui battè la mazza in terra e subito una voce per l'aria dice:—«Comandi.»—«Comando un palazzo bello in questo luogo,»—rispose il bambino. E detto fatto, eccoti apparire un palazzo tutto splendente, che era una maraviglia. Subito i bambini c'entraron dentro e quando l'ebbero girato, dice la bambina maggiore:—«I' ho fame: ci vorrebbe un bel desinare apparecchiato.»— E il bambino battuta la mazza, la solita voce domandò:—«Comandi.»—E una mensa riccamente imbandita comparve in un battibaleno in mezzo della sala. Sicchè dunque, mangiato a più potere, tutti e tre preso un lume se n'andarono nelle camere, e insaccato il letto dormirono della grossa. A bruzzolo si svegliano, e quando furono levati comparisce la vecchia.—«Bon giorno, bambini! Siete contenti? state bene?»—«Altro, se siam contenti!»—«Bravi via! veggo che m'avete ubbidito, e anch'io son contenta di voialtri. E se m'ubbidirete sempre, sarà bene per voi.»—«Oh! di certo, che vi si vole ubbidire in tutto quello che ci comandate. Diteci che s'ha da fare.»—E la vecchia:—«Or'ora qui nel bosco ci apparirà il Re di questo paese, che va a caccia: e lui vorrà entrare in questo palazzo. Fategli bell'accoglienza e invitatelo a desinare. Avete vo' capito?»—«S'è capito, sì, sì, e si farà come ci avete detto.»—E la vecchia se n'andò via. Passato un po' di tempo, ecco si sentono de' corni di cacciatori. Arriva il Re e vede in fondo al bosco quel bellissimo palazzo dov'erano alloggiati i tre bambini. Dice:—«Oh! che palazzo è questo? Chi se lo pol'aver fabbricato, se non c'era qualche settimana fa, quando venni a caccia per queste parti? Vo' sapere di chi è.»—Subito corre al portone e picchia e gli aprirono i bambini. Lui rimase a vedere quelle tre belle creatore tutte bionde, e lebambine colla stella in sulla testa; e però diceva in tra di sè:—«E' paion quelle creature che m'aveva impromesso la mi' moglie!»—I bambini lo fecero entrar dentro e lo menarono a visitare il palazzo e tutte le ricchezze e maraviglie che c'erano; e lui non rifiniva mai di guardare e rimaneva a bocc'aperta insenza poter parlare: e poi anche non sapeva farsi una ragione, come que' tre bambini fossero soli, perchè non gli era riuscito vedere punti servitori, nè padroni grandi. Da ultimo il Re stava per licenziarsi; ma i bambini gli dissero che lo gradivano a desinare con loro, e lui, nella speranza di conoscere il babbo e la mamma de' bambini, acconsentì a restarci. Colla mazzetta impertanto il bambino maggiore fece comparire una tavola bell'e apparecchiata, che non ci mancava nulla, e proprio da Re; e all'ora di mangiare i bambini invitarono il Re nella sala e lo fecero mettere a sedere: sicchè desinarono allegramente con di molti discorsi, e i bambini raccontarono al Re che loro non sapevano chi fosse il loro babbo e la loro mamma, e il Re si confondeva a tutti que' racconti. Poi, finito il desinare, il Re se ne volse andare a casa e prima di partire disse:—«Sentite, bambini: m'avete accolto tanto bene e trattato anche meglio, ch'io me ne ricorderò ogni sempre. Anzi, tra quattro giorni io torno a farvi visita e voglio che vo' venghiate a desinare a casa mia. Intendo rendervi la pariglia. E poi vi voglio tanto bene, che tanto non ve ne vorrei se fossi mi' figlioli. Addio.»—La sera, il Re, arrivato al palazzo, disse a su' madre quel che gli era intravvenuto, e che aveva invitato que' tre bambini a desinare, perchè proprio rassomigliavano a quelli che la su' moglie gli aveva promesso. La Regina vecchia si sturbò a quel racconto, ma fece le viste di non essere sospettosa.—«Oh! già, son delle vostre solite! Una volta v'incapriccisted'una campagnuola, e si vedde come andò a finire. Ora pigliate de' contadini bastardi per belle gioie, e ci almanaccate su di fantasia.»—Dice il Re:—«Non almanacco nulla, mamma. Quando gli vedrete que' bambini, conoscerete che ho ragione. E gli ho invitati a desinare, e non mancherò alla mi' parola di Re.»—«Oh! fate voi, che per me non me ne impaccio,»—gli arrispose la madre. Al quarto giorno il Re ritornò a far visita a' bambini. Intanto però bisogna sapere, che nel palazzo c'era riapparsa la vecchia e gli aveva istruiti come dovevano comportarsi.—«Se il Re v'invita a desinare, andate. Ma badate, veh! state all'ubbidienza. Non mangiate nulla insenza prima darne al cane, e non aprite la scatolina che quando vi si dia un gran dispiacere.»—I bambini dissero al Re:—«Noi si viene volentieri, ma a patto che Lei ci permetta di portar con noi questo canino. Senza lui non ci si parte da casa.»—Dice il Re:—«Menatelo pure: a me non mi dà noia.»—Sicchè tutti assieme uscirono fuori e arrivarono al palazzo del Re. Quando furono dentro, il Re menò i bambini alla presenza di su' madre:—«Guardi, mamma, che belle creature! e come sono ammodo.»—La Regina però gli guardava di traverso: poi a un tratto disse:—«Bambini, all'ora di desinare c'è tempo, e forse voi avete fame dopo una spasseggiata tanto lunga. Venite con meco in dispensa, qualche cosa da mangiare ci sarà.»—I bambini non se lo fecero dire du' volte e a salti andaron dietro alla Regina assieme col canino, che scodinzolava a tutto potere. Quando furono nella dispensa, la Regina prese una cofaccia dolce e la diede a' bambini perchè la mangiassero; ma loro, prima staccatone un pezzo lo buttarono al canino, che l'ingollò in un battibaleno, e a male brighe che l'ebbe ingollato, cominciò a dimenarsi e a buttarsi a pancia all'aria,e doppo avere sgambettato annaspando co' piedi, rimase là morto stecchito colla bava alla bocca. A quello spettacolo i bambini si messero a piangere e a urlare che pareva il finimondo: e urla e piangi, che non c'era verso di farli chetare, corse tutta la corte assieme col Re. Tutto a un tratto la bambina maggiore dice:—«Ecco il momento vero di aprire la scatolina, chè un più gran dispiacere non ci si poteva dare:»—Tira la scatolina di tasca e l'apre, e appena aperta scappa fuori un vago uccellino, che comincia a volare per tutte le stanze del palazzo. Allora sì che i bambini urlavano e piangevano più che mai, perchè quell'uccellino gli era scappato via. Si messero tutti a corrergli dietro, ma era impossibile acchiapparlo; sicchè vola di qui, vola di là, non si fermò che in cucina sopra un armadio alto e principiò a cantare:Piulì, piulì, piulì!La vostra mamma è qui.Il Re a sentir quel canto rimase tutto confuso e ratturbato. Dice:—«Oh! che vuol dire quest'uccellino?»—E in quel mentre l'uccellino volò sulla finestrina dov'era murata la moglie del Re; e lì daccapo:Piulì, piulì, piulì!La vostra mamma è qui.Dice il Re:—«Presto! comando che vengano i muratori e cavino da quella buca la mi' moglie.»—I muratori vennero e col martello smurarono quella disgraziata, che era stata tant'anni a quel modo rinchiusa, e non aveva indosso che la pelle e l'ossa, e sulle gambe non ci si reggeva. La presero a braccia e la portarono nel letto, e con de' brodi e delle medicinegli riuscì dargli un po' più di fiato. Allora il Re gli s'accostò e gli disse:—«Dite il vero e non abbiate temenza, chè son qua per difendervi a tutt'uomo; come sono andate le cose?»—Dice lei:—«Maestà! il vero è che questi tre bambini sono quelli che io gli avevo promesso di partorire al primo parto. Lei domandi alle balie che m'assisterono, chi me li portò via dal letto e ci messe invece tre cani. Lì presente c'era anche la Regina su' mamma. Senta Lei.»—Subito furono mandate a chiamare le du' balie, e loro confessarono che la Regina per astio aveva fatto lo scambio, e che gli aveva dato de' quattrini e una pensione a vita perchè stassero zitte. Si cerca la Regina, ma non si poteva trovare in nessun luogo; finalmente un servitore disse che l'aveva vista entrare dentro la carbonaia a nascondersi. Il Re ordinò che ci si mettesse foco, e a quel gran calore e fumo la vecchia dovette scappar fori, se non voleva morire affogata. Fu presa dalle guardie e legata; e il Re, radunato il tribunale de' Giudici, la fece condannare al supplizio, e senza misericordia gli tagliarono la testa. Il Re poi fece un nuovo sposalizio colla su' moglie, con grand'invito, e riconobbe i figlioli. E da quel giorno,Se ne stettero e se la goderono,E a me nulla mi diedero.NOTE[1]Variante delle due fiabe precedenti. Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto, del Montale—Pistoiese; e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Assieme, insieme.
I FIGLIOLI DELLA CAMPAGNOLA[1]
Un certo Re (che era sempre giovinotto, e non aveva che la su' mamma viva, ma vecchia e superbiosa) andava così a spasso un giorno fuori della città e capitò a una casa di campagna, dove ci stavano tre ragazze. E queste ragazze, tutte da marito, discorrevano in fra di loro, sicchè dalla finestra di terreno, che era spalancata, si sentiva tutto quel che loro dicevano. E la maggiore diceva:—«Se dovessi pigliar marito, io per me lo vorrei fornaio, perchè allora non mi mancherebbe mai il pane, che ora si pena a guadagnarselo, e di molte volte ci tocca a stare senza.»—La mezzana diceva:—«Io poi il marito lo vorrei calzolaio, per non andar più scalza nè di state, nè di verno.»—E la più piccina:—«Per me il marito ha da essere il figliolo d'un Re: o quello, o niente! E al primo parto gli farei tre allegrezze di figlioli: un bambino con i capelli d'oro, e due bambine, anche loro con i capelli d'oro, e di più con una stella luccichente in sulla testa.» «Eh! dille grosse, almanco,»—bociarono la maggiore e la mezzana,—«chè tanto, chè tanto, è come bramar l'acqua nel deserto.»—Il Re, chè s'era fermato sotto alla finestra, sentito questo contrasto, gli venne la voglia di conoscere quelle tre ragazze, sicchè dunque picchiò di repente all'uscio.—«Chi è?»—Risponde il Re:—«Degli amici! Apritemi, chè ho bisogno d'un bicchiere d'acqua: ho tanta sete.»—Gliaprirono e lui entrò dentro. E, quand'ebbe bevuto l'acqua, si messe a sedere in una scranna; e cominciò a dimandare a quelle ragazze, chi erano e come campavano, e tant'altre cose. Poi gli disse:—«Prima d'entrare i' ho sentito un po' po' i vostri discorsi: fatemi il piacere, i' vorrei ascoltarli daccapo, per saper meglio la vostra idea circa al pigliar marito.»—La maggiore e la mezzana gli replicarono in che modo gli sarebbe piaciuto il marito, per non mancare di pane e di scarpe: ma la più piccina, da prima si peritava a dar fuori il su' pensiero, fino a che poi anche lei disse, che lo voleva figliolo d'un Re. Dice il Re:—«E se vi toccasse il figliolo d'un Re, gli manterreste proprio la promessa di quelle tre allegrezze?»—«Di sicuro, che farei tutti gli sforzi per tenere la mi' parola.»—«Ebbene!»—dice il Re:—«Sappiate che io sono figliolo di Re e il padrone spotico di questo paese. Dunque la mi' volontà è di sposarvi, perchè mi facciate que' bambini che avete detto. Fra qualche giorno tornerò a pigliarvi e vi menerò al palazzo con meco e sarete Regina.»—E detto fatto se n'andette. Le tre ragazze rimasero lì sbalordite, e poi le due più grandi cominciarono a dire:—«Chè, è una sbeffatura che quel forestiero ha fatto a te per la tu' mattia! Se fosse davvero il figliolo del Re, bada! ma che ti pare che volesse sposare una povera campagnola?»—Dice la più piccina:—«Guà! sarà così: io però ci ho fede in quel che ha detto quel signore. Non aveva punto la cera d'imbroglione. E poi si vedrà.»—Il Re, arrivato al palazzo, va su dalla su' mamma:—«Sapete, mamma: piglio moglie.»—Dice lei:—«Bene, ci ho gusto, chè almeno tu avrai l'erede al trono. E chi pigli?»—E lui gli raccontò quel che gli era accaduto. La Regina s'imbizzì a sentir quella nuova:—«Oh! che sie' matto? Un Re sposare una tangheraccia campagnola, che nonsi sa chi sia? E ti sie' lasciato acchiappare da simili promesse impossibili, come un mammalucco. Metti, metti giudizio, che ho paura che tu scherzi.»—«No davvero, mamma, che non ischerzo,»—dice il Re:—«Io ho detto di sposar quella ragazza e la sposerò.»—Insomma, dopo dimolti contrasti, bisognò che la Regina si chetasse, perchè lui volse fare a su' modo. Infatti, passati varii giorni, il Re ordinò un bel corteo, e presa la su' ragazza in carrozza, la menò al palazzo e gli diede l'anello di sposa. Ma la mamma di lui non la poteva patire questa sposa, e a mala pena la guardava, e la trattava come se fosse una serva. Infrattanto un Sovrano, che stava lì vicino, mosse guerra al Re; sicchè al Re gli convenne radunare i soldati e portarsi a combattere i su' nemici. Prima però di partire, fece di molte raccomandazioni perchè gli tenessero bene la sposa, che era di già gravida vicina a partorire e che gli scrivessero quando aveva partorito; anche volse che gli custodissero la su' cagna da caccia, lei pure gravida nel mese. Dopo, assieme all'esercito, se n'andò a dar battglia a' confini del regno. In quel mentre che il Re si trovava nell'accampamento, alla Regina sposa gli cominciarono i dolori, sicchè la messero nel letto e chiamarono subito due balie per assisterla. E da prima partorì un bel bambino con tutti i capelli d'oro; poi, una dopo l'altra, due bambine co' capelli ugualmente d'oro e di più con una stella luccichente in sul capo. La Regina vecchia quando vedde che la nora la premessa fatta al su' sposo l'aveva mantenuta, crepava dalla rabbia, e tutta invelenita pensò di tirarne vendetta con un brutto tiro: subito corse nel canile dove la cagna del Re aveva partorito tre cagnolini, gli prese in braccio e d'accordo colle du' balie, gli messe nel letto della sposa invece de' su' figlioli, e questi, rivoltati in du' cenciacci gli serrò dentro in una cesta e gli fece buttarenella gora che passava a piè del palazzo: poi rivenne in camera della sposa. Dice la sposa:—«Oh! fatemeli vedere i miei bambini. Dovo sono, che non gli sento?»—E la Regina vecchia, con un visuccio tutto dispettoso:—«Eh! sì, che ve ne potete tenere de' be' figlioli, che avete regalato al Re vostro marito! Non ve gli hanno fatti vedere per non darvi ascherezza. Ma tanto non c'è rimedio, e bisogna che in tutti i modi vo' gli vediate. Belli! mirate che be' canini vi son sortiti di corpo.»—A quella vista la sposa si svenne e gli entrò una gran febbre addosso, sicchè vagellava e non sapeva quel che si dicesse: ma intanto quella vecchiaccia della su' socera aveva scritto al Re che tornasse subito; e lui, fatto una pace all'infuria, veniva via a spron battuto, chè non gli pareva che il cavallo corresse mai abbastanza. A male brighe arrivato e sentite le novelle, s'incattivì a buono, e la su' mamma l'aizzava. Sicchè lui ordinò che venissero de' muratori; e, cavata di letto la moglie, la fece murar viva in cucina vicino all'acquaio con solo una finestrina per dargli tutti i giorni un po' d'acqua e un po' di pane, tanto perchè non morisse; e i servitori dovevano sbeffarla e maladirla in pena della su' mal'azione. Ma torniamo alla cesta co' bambini dentro, buttata nella gora del palazzo. Questa gora finiva in un bottaccio di mulino, e, come si sa, i mugnai ogni tanto s'affacciano per vedere se c'è acqua per far girare le macine. Il mugnaio di quel mulino s'avvedde dunque una mattina che nel bottaccio c'era una cesta a galla che veniva adagio adagio in verso la cascata: lui, lesto, corre e piglia una pertica, e tanto fa che tira a proda la cesta, e quando l'ebbe aperta ci scopre que' tre bambini sempre vivi e che piangevano dalla fame. Pigliò allora la cesta e diviato la portò in casa alla su' moglie, e tutti e due almanaccavano per indovinare chimai avesse abbandonato lì a quel modo quelle tre creature. Finalmente disse il mugnaio:—«Senti, moglie: tu ha' sempre del latte e in casa ci sono du' capre. S'alleveranno questi bambini e si tireranno su alla meglio; e quando saranno grandi, ci potranno aiutare assieme[2]cogli altri nostri figlioli. Che te ne pare? Non sarebbe carità a lasciargli morire.»—«Sì, sì,»—dice la moglie,—«facciamo così. Si potrebbe anche ritrovare di chi sono.»—Passò del tempo e i bambini crescevano a vista d'occhio, ma belli, che avevano l'aria di signore dipinta nel viso; ma più che crescevano e la mugnaia gli aveva a noia. Non gli poteva soffrire a paragone de' su' figlioli veri, perchè loro erano bastardi; sicchè gli mandava fuori a guardare i maiali, e alle bambine gli dava della stoppaccia liscosa a filare, e quando tornavano a casa la sera, se i fusi non erano ben pieni, la mugnaia glieli sbatteva in sulle mani da farle piangere; e del pane e del companatico a que' poveri bambini gliene toccava a pena per tenersi in piedi. I bambini, che non sapevano chi fosse il loro babbo vero e la loro mamma vera, ma si credevano figlioli de' mugnai, erano disperati e si struggevano in lacrime sentendosi tanto maltrattati, e delle volte tra di loro si consigliavano come fare; ma il rimedio non c'era verso che lo trovassero, sicchè i giorni gli passavano senza consolazione. Un bel dì, che s'erano allontanati da casa co' su' maiali più del solito, arrivarono a un rio, e lì seduta ci stava una vecchina. Dice:—«Bambini! chi siete? che fate? dove andate?»—Dice il bambino:—«Oh! che volete, nonna, siamo de' disgraziati. La mamma ci tratta male, senza sapere il perchè, e si mena una vita disperata a far pascere questi maiali: e quando si torna a casa è miracolo se non se ne tocca.»—Dice la vecchia:—«Lo credo io, poveri bambini! Vo' non siete mica figliolide' mugnai. E' v'hanno ricolto dentro una cesta nel bottaccio, ora sono parecchi anni.»—«Oh! che ci raccontate?»—sclamarono tutti e tre.—«Il vero, bambini miei. Ma se mi volete ubbidire in tutto e per tutto,»—replicò la vecchina,—«potrei anche rimettervi in fortuna. Anderesti via volentieri lontano da' mugnai?»—«Eccome!»—disse la bambina maggiore:—«Basta che si sapesse come fare. Insegnatecelo voi, e vi si promette che vi s'ubbidirà in tutto e per tutto.»—E la vecchia:—«Statemi dunque a sentire. Io vi darò tre cose; ma badate d'adoperarle proprio nel modo che vi comando. Questa scatolina non la dovete aprire se non quando v'accade di avere un gran dispiacere, ma grande. Custodite bene questo cagnolino, e quel che mangiate, prima d'assaggiarlo, lo darete sempre a lui. Con questa mazzettina poi, picchiandola in terra, potrete ottenere tutto quello che vi garba. Avete inteso? Ora, tornate al mugnaio, rimettete i maiali, e poi zitti zitti e di nascosto partitevi da casa e andate pur lontano alla ventura, dove vi menano le gambe. Addio.»—E la vecchia sparì a un tratto. I bambini si sentirono tutti rinuzzolire alle parole della vecchia e allegri tornarono a casa co' maiali, e quando gli ebbero rimessi nello stalluccio, veduto che nessuno badava a loro, presero la via, come si dice, tra le gambe, e cammina cammina fino a che non arrivarono stracchi per bene in fondo a un bosco folto, che già era calato il sole e cominciava a far buio. Disse allora il bambino:—«Sorelline, non si pole andar più innanzi; dunque è meglio fermarsi qui a pernottare.»—«Ma dove ci s'ha a sdraiare?»—Domandarono quelle.—«Oh! bella: o che non ho con meco la mazza della vecchina?»—disse il bambino.—«Che volete voi? Un bel palazzo?»—«Sì sì, un palazzo eche non ci manchi nulla dentro.»—Lui battè la mazza in terra e subito una voce per l'aria dice:—«Comandi.»—«Comando un palazzo bello in questo luogo,»—rispose il bambino. E detto fatto, eccoti apparire un palazzo tutto splendente, che era una maraviglia. Subito i bambini c'entraron dentro e quando l'ebbero girato, dice la bambina maggiore:—«I' ho fame: ci vorrebbe un bel desinare apparecchiato.»— E il bambino battuta la mazza, la solita voce domandò:—«Comandi.»—E una mensa riccamente imbandita comparve in un battibaleno in mezzo della sala. Sicchè dunque, mangiato a più potere, tutti e tre preso un lume se n'andarono nelle camere, e insaccato il letto dormirono della grossa. A bruzzolo si svegliano, e quando furono levati comparisce la vecchia.—«Bon giorno, bambini! Siete contenti? state bene?»—«Altro, se siam contenti!»—«Bravi via! veggo che m'avete ubbidito, e anch'io son contenta di voialtri. E se m'ubbidirete sempre, sarà bene per voi.»—«Oh! di certo, che vi si vole ubbidire in tutto quello che ci comandate. Diteci che s'ha da fare.»—E la vecchia:—«Or'ora qui nel bosco ci apparirà il Re di questo paese, che va a caccia: e lui vorrà entrare in questo palazzo. Fategli bell'accoglienza e invitatelo a desinare. Avete vo' capito?»—«S'è capito, sì, sì, e si farà come ci avete detto.»—E la vecchia se n'andò via. Passato un po' di tempo, ecco si sentono de' corni di cacciatori. Arriva il Re e vede in fondo al bosco quel bellissimo palazzo dov'erano alloggiati i tre bambini. Dice:—«Oh! che palazzo è questo? Chi se lo pol'aver fabbricato, se non c'era qualche settimana fa, quando venni a caccia per queste parti? Vo' sapere di chi è.»—Subito corre al portone e picchia e gli aprirono i bambini. Lui rimase a vedere quelle tre belle creatore tutte bionde, e lebambine colla stella in sulla testa; e però diceva in tra di sè:—«E' paion quelle creature che m'aveva impromesso la mi' moglie!»—I bambini lo fecero entrar dentro e lo menarono a visitare il palazzo e tutte le ricchezze e maraviglie che c'erano; e lui non rifiniva mai di guardare e rimaneva a bocc'aperta insenza poter parlare: e poi anche non sapeva farsi una ragione, come que' tre bambini fossero soli, perchè non gli era riuscito vedere punti servitori, nè padroni grandi. Da ultimo il Re stava per licenziarsi; ma i bambini gli dissero che lo gradivano a desinare con loro, e lui, nella speranza di conoscere il babbo e la mamma de' bambini, acconsentì a restarci. Colla mazzetta impertanto il bambino maggiore fece comparire una tavola bell'e apparecchiata, che non ci mancava nulla, e proprio da Re; e all'ora di mangiare i bambini invitarono il Re nella sala e lo fecero mettere a sedere: sicchè desinarono allegramente con di molti discorsi, e i bambini raccontarono al Re che loro non sapevano chi fosse il loro babbo e la loro mamma, e il Re si confondeva a tutti que' racconti. Poi, finito il desinare, il Re se ne volse andare a casa e prima di partire disse:—«Sentite, bambini: m'avete accolto tanto bene e trattato anche meglio, ch'io me ne ricorderò ogni sempre. Anzi, tra quattro giorni io torno a farvi visita e voglio che vo' venghiate a desinare a casa mia. Intendo rendervi la pariglia. E poi vi voglio tanto bene, che tanto non ve ne vorrei se fossi mi' figlioli. Addio.»—La sera, il Re, arrivato al palazzo, disse a su' madre quel che gli era intravvenuto, e che aveva invitato que' tre bambini a desinare, perchè proprio rassomigliavano a quelli che la su' moglie gli aveva promesso. La Regina vecchia si sturbò a quel racconto, ma fece le viste di non essere sospettosa.—«Oh! già, son delle vostre solite! Una volta v'incapriccisted'una campagnuola, e si vedde come andò a finire. Ora pigliate de' contadini bastardi per belle gioie, e ci almanaccate su di fantasia.»—Dice il Re:—«Non almanacco nulla, mamma. Quando gli vedrete que' bambini, conoscerete che ho ragione. E gli ho invitati a desinare, e non mancherò alla mi' parola di Re.»—«Oh! fate voi, che per me non me ne impaccio,»—gli arrispose la madre. Al quarto giorno il Re ritornò a far visita a' bambini. Intanto però bisogna sapere, che nel palazzo c'era riapparsa la vecchia e gli aveva istruiti come dovevano comportarsi.—«Se il Re v'invita a desinare, andate. Ma badate, veh! state all'ubbidienza. Non mangiate nulla insenza prima darne al cane, e non aprite la scatolina che quando vi si dia un gran dispiacere.»—I bambini dissero al Re:—«Noi si viene volentieri, ma a patto che Lei ci permetta di portar con noi questo canino. Senza lui non ci si parte da casa.»—Dice il Re:—«Menatelo pure: a me non mi dà noia.»—Sicchè tutti assieme uscirono fuori e arrivarono al palazzo del Re. Quando furono dentro, il Re menò i bambini alla presenza di su' madre:—«Guardi, mamma, che belle creature! e come sono ammodo.»—La Regina però gli guardava di traverso: poi a un tratto disse:—«Bambini, all'ora di desinare c'è tempo, e forse voi avete fame dopo una spasseggiata tanto lunga. Venite con meco in dispensa, qualche cosa da mangiare ci sarà.»—I bambini non se lo fecero dire du' volte e a salti andaron dietro alla Regina assieme col canino, che scodinzolava a tutto potere. Quando furono nella dispensa, la Regina prese una cofaccia dolce e la diede a' bambini perchè la mangiassero; ma loro, prima staccatone un pezzo lo buttarono al canino, che l'ingollò in un battibaleno, e a male brighe che l'ebbe ingollato, cominciò a dimenarsi e a buttarsi a pancia all'aria,e doppo avere sgambettato annaspando co' piedi, rimase là morto stecchito colla bava alla bocca. A quello spettacolo i bambini si messero a piangere e a urlare che pareva il finimondo: e urla e piangi, che non c'era verso di farli chetare, corse tutta la corte assieme col Re. Tutto a un tratto la bambina maggiore dice:—«Ecco il momento vero di aprire la scatolina, chè un più gran dispiacere non ci si poteva dare:»—Tira la scatolina di tasca e l'apre, e appena aperta scappa fuori un vago uccellino, che comincia a volare per tutte le stanze del palazzo. Allora sì che i bambini urlavano e piangevano più che mai, perchè quell'uccellino gli era scappato via. Si messero tutti a corrergli dietro, ma era impossibile acchiapparlo; sicchè vola di qui, vola di là, non si fermò che in cucina sopra un armadio alto e principiò a cantare:
Piulì, piulì, piulì!La vostra mamma è qui.
Il Re a sentir quel canto rimase tutto confuso e ratturbato. Dice:—«Oh! che vuol dire quest'uccellino?»—E in quel mentre l'uccellino volò sulla finestrina dov'era murata la moglie del Re; e lì daccapo:
Piulì, piulì, piulì!La vostra mamma è qui.
Dice il Re:—«Presto! comando che vengano i muratori e cavino da quella buca la mi' moglie.»—I muratori vennero e col martello smurarono quella disgraziata, che era stata tant'anni a quel modo rinchiusa, e non aveva indosso che la pelle e l'ossa, e sulle gambe non ci si reggeva. La presero a braccia e la portarono nel letto, e con de' brodi e delle medicinegli riuscì dargli un po' più di fiato. Allora il Re gli s'accostò e gli disse:—«Dite il vero e non abbiate temenza, chè son qua per difendervi a tutt'uomo; come sono andate le cose?»—Dice lei:—«Maestà! il vero è che questi tre bambini sono quelli che io gli avevo promesso di partorire al primo parto. Lei domandi alle balie che m'assisterono, chi me li portò via dal letto e ci messe invece tre cani. Lì presente c'era anche la Regina su' mamma. Senta Lei.»—Subito furono mandate a chiamare le du' balie, e loro confessarono che la Regina per astio aveva fatto lo scambio, e che gli aveva dato de' quattrini e una pensione a vita perchè stassero zitte. Si cerca la Regina, ma non si poteva trovare in nessun luogo; finalmente un servitore disse che l'aveva vista entrare dentro la carbonaia a nascondersi. Il Re ordinò che ci si mettesse foco, e a quel gran calore e fumo la vecchia dovette scappar fori, se non voleva morire affogata. Fu presa dalle guardie e legata; e il Re, radunato il tribunale de' Giudici, la fece condannare al supplizio, e senza misericordia gli tagliarono la testa. Il Re poi fece un nuovo sposalizio colla su' moglie, con grand'invito, e riconobbe i figlioli. E da quel giorno,
Se ne stettero e se la goderono,E a me nulla mi diedero.
NOTE
[1]Variante delle due fiabe precedenti. Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto, del Montale—Pistoiese; e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Assieme, insieme.
[1]Variante delle due fiabe precedenti. Narrata da Ferdinando Giovannini, sarto, del Montale—Pistoiese; e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.
[2]Assieme, insieme.
IX.IL CANTO E 'L SONO DELLA SARA SIBILLA[1]C'era una volta un Re d'una gran città, che ogni mattina all'otto voleva dell'ova a bere, ma fresche; motivo per cui il su' servitore andava per le strade a girare e gridava:—«Chi ha ova fresche da vendere pel Re?»—Una mattina che passava per una straduccia for di mano, questo servitore sentètte delle ragazze che discorrevano in fra di loro in una casa; sicchè lui si fermò per sapere quel che loro dicevano. Le ragazze erano tre, insenza mamma, nè babbo; e campavano la vita con il su' lavoro. La maggiore dunque diceva:—«S'i' potessi aver per isposo il fornaio del Re, i' farè' pane in un giorno solo quanto ne mangia la corte in un anno. Mi garba tanto quel giovinotto!»—Doppo di lei disse la mezzana:—«E i' vorrei per isposo il vinaio del Re, chè mi va a genio! e con un bicchier di vino vorrè' 'mbriacare tutta la corte.»—Ma la più piccina, che l'era anche la più bella:—«Io poi vorrei per isposo il Re; e se lui mi pigliassi, gli vorrè' fare a un parto du' bambini con una collana d'oro al collo, e una bambina con una stella in sulla testa.»—Ritornato al palazzo il servitore, in quel mentre che lui vestiva il Re, gli raccontò i ragionari di quelle tre ragazze. E il Re incuriosito disse al servitore:—«Vammi a chiamà subbito la maggiore, chè la voglio vedere»—Quando la maggiore gli ebbe quell'ambasciata, tutte e tre le sorellesi sturbarono, perchè avean paura per il discorso fatto dalla più piccina; ma bisognò ubbidire al Re, che è quello che comanda. Arrivata in presenzia del Re, lui volse risapere da lei che discorso aveva fatto. E non gli valse lo scusarsi, che eran parole di chiassata, perchè lui le volse in ogni mo' risentire da lei Sicchè lei gliele disse.—«Non c'è nulla di male,»—disse il Re:—«Si chiami il fornaio e sarà subbito vostro sposo.»—E così fece.—Doppo mandò il servitore che gli menasse la sorella mezzana, e anco lei fu obbligata a rifargli quel discorso sentito dal servitore; e il Re la contentò col dargli il vinaio di corte per marito. Finalmente si viense alla più piccina delle tre sorelle. Bisognava vederla, genti mia! come l'era bella e garbosina, cogli occhi neri e co' capelli neri! e di più, per la vergogna, era diventa rossa rossa in viso.—«State vispola,»—gli disse il Re,—«e non abbiate sospetto. Voglio soltanto che mi ridiciate da voi le parole che v'enno sortite di bocca a udita del mi' servitore. Via, su, dite.»—Lei proprio non sapea da dove cominciare; ma poi, fai e rifai, si diede coraggio:—«Maestà,»—disse,—«si diceva per dire, così per chiassata, insenza un malo pensiero. Gua'! dissi, che se il Re mi pigliava per su' legittima sposa, i' gli arè' partorito, tutti assieme, due bambini colla collana d'oro al collo, e una bambina con una stella isplendente in sulla testa.»—«E saresti bona a mantiener la promessa?»—«Di sicuro, Maestà, che mi credo capace di mantienerla.»—Allora il Re, che a sentirla parlare se n'era innamorato, gli disse:—«Vi piglio in parola, e sarete la mi' legittima sposa, e Regina in sul trono.»—E doppo averla fatta 'struire con una bona educazione, seguirono le nozze con grandi allegrie per tutto il Regno, e le sorelle della Regina il Re gliele messe a servirla in corte per su' compagnia.Ma loro non ci s'adattavano a esser da meno, e l'astiavano con un rodimento di core, che non si pole raccontare; e se gli potevan far de' dispetti, non si risparmiavan mica. Passato del tempo, de' mesi, via, la Regina era gravida e al Re gli toccò a andare alla guerra e lassarla sola nel palazzo; ma lui, prima di partire, la raccomandò a tutti e alle sorelle, che gliela tenessin bene e l'ubbidisseno ne' su' comandamenti, e che poi scrivesseno al campo quando lei partoriva. Difatto la Regina, quando fa il su' mese, partorì du' be' bambini colla collana d'oro al collo e una bambina colla stella luccichente in sul capo. Figuratevi l'ascherezza delle su' sorelle maligne! Che ti fanno? S'accordano assieme; e di niscosto, che nissun se n'avvedde, cavonno dal letto quelle tre creature e ci messano invece du' cani e una cagna; e poi, diviato scrissano al Re che la Regina aveva mantienuto la su' promessa a quel modo, col partorirgli du' cani e una cagna. Quando il Re lesse la lettera cascò 'n terra istramortito dal gran dolore; ma rivienuto in sè, mandò ordine in corte che la Regina fusse in nel momento presa e murata viva a piè della scala di palazzo, e che tutti quelli che passavano di lì, pena la testa, gli avessino a dare uno stiaffo o sputargli 'n faccia; e le sorelle eran sempre le prime a fargli quelli spregi e la martirizzavano quella povera donna innocente in tutte le maniere. Ma torniamo alle creature, che le zie avean cavato dal letto della Regina. Loro mandonno a chiamare una vecchiaccia, di nome Menga, e gli dissano:—«Piglia queste creature, mettile in una scatola di legno e buttale in mare, chè l'affoghino. E bada di stare zitta, se ti garba la vita.»—Poi alla vecchia gli regalorno di molti quattrini; e lei, ubbidiente al comando, se n'andiede al mare e ci buttò la scatola colle creature dientro: la scatola imperò, perchè era di legno, rimase a galla, el'acqua, dimenala di qua, dimenala di là, la fece approdare a un'isola, in dove steva un eremita. Quest'eremita un giorno spasseggiava per la su' isola e vede a un tratto la scatola in sulla spiaggia: lui corre e la piglia di peso in mano e l'apre e rimane com'un allocco a trovarci dentro quelle tre belle creature vive, ma che cominciorno a piangere dalla fame che avevano. L'eremita ritornò subbito alla su' capanna; e siccome[2]teneva delle capre, gli messe sotto le tre creature, che poppavano poppavano, e non ismessero se non quando satolle. A questo modo l'eremita rallevò le creature; e quando le furon cresciute, gl'insegnò a leggere e a scrivere; e in su i tredici o quattordici anni, i ragazzi andavano a caccia per il campamento, e la ragazza badava a casa e lavorava. Ma poi, doppo del tempo, l'eremita sentì di dover presto morire; gli prese un male, che non ci fu scampo; le coja vecchie tanto non reggono! Allora lui chiamò intorno al su' letto i ragazzi e la sorella e gli fece un bel discorso, che stessin d'accordo e si volessin bene, e che i fratelli difendessino sempre la sorella, e che forse, abbenchè poveri a quel mo', potevan col tempo diventar ricchi e ritrovare i genitori; e alla ragazza gli regalò una bacchetta fatata, che picchiandola in terra compariva quello che si voleva; e doppo rendette l'anima a Dio. A mala pena che l'eremita fu spirato, con pianti e lamenti loro gli dettano sepoltura e poi pensorno al modo di sortire da quell'isola, e colla bacchetta fatata la ragazza comandò d'esser tutti portati in nel Regno vicino. Quando si trovorno in terra, camminavano insenza sapere che strada era quella, e a bujo eccoteli tutti e tre in mezzo a un bosco, con una fame che proprio non ne potevan più. Dice il maggiore:—«Qui bisogna fermarsi. Sorellina, via, colla tu' bacchetta fa' comparire qualche cosa di bono.»—«Volentieri,»—disse lei:—«faròcomparire un bel palazzo tutt'ammannito a darci albergo e con una cena imbandita in sulla tavola.»—E pigliata la bacchetta, in un battibaleno, appare il palazzo, ma ricco, con tanti lumi, e la cena in sulla tavola; sicchè non fecien'altro che entrar dientro e mettersi a siedere a mangiare. A farla corta, que' tre stavan lì come in casa sua; e i ragazzi sortivan fori tutte le mattine a cacciare, e la ragazza teneva il quartieri ravviato o leggeva o cuciva, secondo come più gli garbava. Infrattanto il Re lo rodeva sempre la passione: dalla guerra gli era torno vincitore, ma a vedere la su' moglie murata lì a pie' della scala, non si poteva dar pace, e se non fussi stato per la su' parola di Re, l'avrebb'anco fatta le mille volte levare da quella pena. Ma per isvagarsi, lui sortiva quasi ogni giorno la mattina presto, e andava pe' boschi a caccia; e gira e gira, sicchè quando ritrovava il palazzo gli era tanto stracco, che non si reggeva in piedi dallo strapazzo. In somma, una volta gli accadde che lui si smarrì per un bosco, e aveva perso la via a rivienirsene alla città; sicchè a notte fatta, per non essere sbranato dagli animali, abbenchè avessi detto a ogni momento che per lui era meglio morire, s'arrampicò in vetta a un albero folto coll'idea di aspettar lassù il giorno. In nell'assettarsi per non cascare, vede a un tratto un lumicino lontano lontano, e ripensò che ci doveva essere qualche casa laggiù in fondo: scende e s'avvia per quel verso; e tanto camminò, che alla fine viense per l'appunto al palazzo de' su' figlioli: ma lui non lo sapeva che gli erano i su' figlioli. Picchia al portone e di dientro la ragazza domanda:—«Chi è, a quest'ora?»—«Sono un Re e mi son smarrito a caccia per la selva. Datemi un po' d'albergo, chè ho paura degli animali che mi sbranino.»—Scesero tutti con de' lumi e apersano al Re, e lo menorno in una cammera al foco, e l'asciugornotutto dalle guazze e poi gli diedano de' panni perchè si mutasse; e quando si fu riavuto lo volsano a cena con loro. Il Re non capiva in sè dall'allegrezza per quell'accoglienze, e badava a dire in cor suo:—«Ecco, potevo anch'io avere di questi figlioli, se non era la mi' moglie a mancarmi di parola. Paian proprio quelli che m'aveva impromesso.»—Alla mattina quando fu giorno, il Re s'alzò da letto per andarsene, e doppo colizione gli abbracciò e baciò tutti que' giovinotti e non si sapeva staccar di lì; pareva che ci fosse inchiodato: ma alla fine si fece animo e gli disse addio, con questo però, che lui volse che andasseno a trovarlo e stessero a desinar con lui nel su' palazzo, almeno tra una settimana. Loro l'accompagnorno giù al portone, e daccapo con abbracci e baci e pianti del Re, ognuno se n'andette per il fatto suo. Arrivato il Re alla su' casa, a corte, in quel mentre che era a tavola, raccontò tutte le cose che gli erano intravvenute, e di quelle belle creature che gli avevan dato albergo con tanta carità, e che lui l'aveva anco invitate a desinare. In nel sentire queste novità, le zie, ossia le cognate del Re, ci mancò poco che non si caconno nelle gonnelle dalla pena, perchè loro capirno bene che que' giovinotti colla ragazza erano i figlioli del Re; e se lui lo scopriva, loro dicerto l'ammazzava. Sicchè dunque infuriate corsano dalla vecchia:—«Oh! Menga, e che ne facesti voi di quelle creature che vi si diede per buttarle in mare e affogarle? Ci aresti vo' tradito?»—Dice la vecchia:—«Gua', la scatola ce la buttai nel mare, ma l'era di legno e stava a galla. Se poi gli andette a fondo o no, non stiedi mica a vedere.»—«Oh! sciaurata,»—dissan le zie;—«le creature son sempre vive e il Re l'ha 'ncontrate; e se le riconosce per sue, siem tutte morte.»—«Che rimedio c'è?»—«Il rimedio è questo. Che vo' andate, Menga, al palazzonel bosco, quando i giovinotti son fori a caccia, a chieder la lemosina. Vierrà la ragazza e nel discorrere gli avete a dimandare se i su' fratelli gli voglian bene. Lei dirà di sì. Ma vo' avete a rispondere:Se vi volessin bene vi porterebbanoil Canto e il Sôno della Sara Sibilla. Se loro vanno a cercarlo, non tornan più mai, e la su' sorella creperà dalla pena.»—La Menga subbito si vestì da pitocca e diviata se n'andette a quel palazzo nel bosco e picchia al portone.—«Chi è?»—«Una povera vecchia tribolata. Fatemi un po' di lemosina per amor di Dio e n'arete rimerito in Paradiso.»—La ragazza dunque, che era sola in casa, scese colla lemosina e la diede a quella vecchiaccia malandrina, e cominciorno a attaccar discorso.—«Chi siete? Da dove venite?»—«Son di lontano, e vo a cercar di pane: non ho più nessun de' mia. E voi che ci state sola in questo bel palazzo?»—«Chêh! i' ho anco du' fratelli, che mi vogliono un ben dell'anima. Ma tutte le mattine vanno a caccia.»—«Vi voglion bene? Perdonatemi: se vi volessin bene...»—«Che volete vo' dire? Mi parete una bella sfacciata.»—«Eh! gnora no. I' so ben quel ch'i' dico. Se vi volessin bene, non vi porterebbano i vostri fratelli degli animali morti soltanto, mail Canto e il Sôno della Sara Sibilla. Quello davvero sarebbe un bel regalo.»—Alla ragazza (si sa le donne son tutte compagne) quelle parole della vecchia gli messano il foco 'n corpo, per la smania d'avere quel regalo: sicchè dunque, quando i su' fratelli tornorno dalla caccia, lei non era più allegra e contenta al solito. Dicon loro:—«Oh! che hai? T'è accaduto qualche disgrazia?»—«No.»—«Ti senti male? ti dole i' corpo?»—«No, no.»—«Oh! dunque, che c'è' di novo?»—«C è che vo' non mi volete tutto quel bene che vo' dite.»—«Come non ti sivol bene? Che ti manch'egli? Tu non siè' la padrona spotica d'ogni cosa e a tu' modo? Via, di' su: che ti manch'egli?»—«Cari fratelli, mi mancail Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e se vo' mi volete bene andatemelo a prendere.»—«Ma in dov'è questoCanto e Sôno? Se si sapesse in dov'è, fuss'anco in capo al mondo, s'anderà per esso, perchè tu sia contenta.»—«Ma! i' non lo so. Ma esserci ci ha da essere: me l'ha detto una che lo sapeva; il su' luogo però non me l'ha detto.»—Insomma, per non vederla a quel modo appassionata la sorella, e anco avevan promesso all'eremita d'ubbidirla in tutto, il fratello maggiore deliberò d'andare il primo a cercarlo (se lo trovava)il Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e innanzi di partire messe sur una tavola una boccia d'acqua chiara e disse:—«Se quest'acqua intorba, vuol dire che sono o sperso o morto, e che non tornerò più. Addio.»—Parte e camminò dimolti giorni, insino a che giunse a un luogo dove c'era un vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—Ma lui, ingrugnito, gli rispose:—«La gente di bon affare non dimanda delle cose degli altri.»—«E vo', tanto superbioso, non tornerete addietro.»—E così gli accadette, perchè il giovinotto nel logo in dove andò ci rimase statua di marmo. Doppo questa disgrazia, l'acqua della boccia diventò torba, sicchè il fratello minore volse subbito partire anche lui, tanto per trovare il fratel maggiore cheil Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e come quell'altro, lasciò una boccia d'acqua alla sorella, perchè s'accorgesse se lui era sperso o morto. Arriva dopo dimolti giorni a quel vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—«Vo dove mi pare; e se vo' avessi un po' di giudizio, non mi dimanderesti de' fatti miei.»—«Andate, andate pure: anche un altro, superbioso come voi, addietro non c'è tornato.»—Ma il giovinottonon lo stiede a sentire, e arrivato al posto del su' fratello, rimase statua di marmo. Figuratevi la disperazione della sorella quando vedde intorbita l'acqua della boccia del fratel minore.—«Son io la sciaurata, che gli ho morti. Ma gli vo' andare a ricercare.»—Difatto si mette in via, e lei pure arriva in dove era il solito vecchino: ma lei non gli rispose a traverso, quando lui gli domandò:—«Ragazzina, dov'andate a codesto modo sola?»—«Che volete! i' avevo du' fratelli e mi viense la brama che mi portassino ilCanto e il Sôno della Sara Sibilla; e loro andettero a cercarlo, ma non gli ho più visti e di certo son morti. Me sciaurata! son io che gli ho morti.»—«Eh! se mi devan retta, la disgrazia non gli accadeva,»—disse quel vecchino.—«Come? oh! che gli avete visti? Dov'enno? per carità, ditemelo. «Ma che son morti?»—«Morti no, ma quasimente. Son diventi du' belle statue di marmo, e della compagnia non gliene manca. Ma se mi date retta, ragazzina, vo' potresti riaverli sani e vispoli, purchè vi rinusca[3]impadronirvi delCanto e Sôno della Sara Sibilla. Del coraggio n'avete? Ma badate, veh! che ce ne vole dimolto, ma dimolto.»—Dice lei:—«Purch'i' ritrovi i fratelli son disposta a tutto. Coraggio non me ne manca e n'ho a dovizia. Che ho da fare?»—«Ecco: vo' vedete questo stradone lungo lungo: bisogna camminare per insino in vetta; lassù c'è un prato, e d'attorno tante statue di marmo, e le prime son quelle de' vostri fratelli; tutte l'altre, di cavaglieri, di Regi e di principi, che cercavanoil Canto e il Sôno della Sara Sibillae rimasono lì impietriti in pena del su' ardimento. All'entrata del prato ci stanno du' feroci leoni a far la guardia; e non lascian passare, se non gli si dà un pane per uno a mangiare; mangiato che hanno, s'abboniscono e vanno a accompagnareil forastiero. Quand'uno è dientro al prato, bisogna che non si fermi mai, e giri e giri in tondo a guardar tutte quelle statue. Poi, alle ventiquattro, che sarà buio, deve mettersi ritto fermo in mezzo al prato e aspettar che soni la mezzanotte. A mezzanotte in punto nasceranno di gran rumori e comparirà una scala di cento scalini; subbito bisogna montarla per insino a cinquanta scalini e lì aspettar daccapo. Ma non ci vole temenza; perchè si vede scendere un'ombra smensa[4], co' capelli lunghi ciondoloni per le spalle, che è la Sara Sibilla. Lei scende insenza sospetto; e però bisogna di repente acciuffargli i capelli colle mane e badar che non iscappi. Allora incomincerà a urlare:—Ohi! ohi! che cercate da me?—Cerco ilCanto e il Sôno della Sara Sibilla.—Chi ve l'ha detto? chi vi ci ha mando?—Rispondete diviato:—Vo' non ci avete a pensare. Datemi ilCanto e il Sônoe po' vi lascio.—Lei dirà:—Lo volete rosso? lo volete celeste? verde?—Dovete risponder sempre di no, in sin tanto che non dice:—Lo volete color di rosa?—Quando la Sara Sibilla v'avrà dato quell'arnese, lei sparirà colla scala, e vo' dovete restar in sul posto in mezzo del prato insino allo spuntar del sole, e poi toccando le statue colCanto e il Sôno della Sara Sibilla, le statue ridiventeranno omini vivi. Avete vo' 'nteso?»—La ragazza, tutta contenta delle 'struzioni del vecchino, lo ringraziò ammodo, si fece dare i pani per i leoni, e via per lo stradone, sicchè arrivò all'entrata del prato ch'eran vicine le ventiquattro. Insomma lei ubbidì in tutto e per tutto alle parole del vecchino, e più brava di quelli che c'erano stati prima di lei, potette impadronirsi delCanto e Sono della Sara Sibilla: e quando l'ebbe avuto in mano codesto arnese (un arnese, ma com'era fatto non si sa) si messe a toccar le statue e in un momento il pratofu pieno di persone vive. I fratelli l'abbracciavano la su' sorella; i cavaglieri, i Regi e i principi badavano a ringraziarla del su' coraggio, e chi gli profferiva una cosa, chi un'altra, o ricchezze, o tesori, o il Regno con la mano di sposo: lei però non volse nulla. Dissano i su' fratelli:—«E ora in dove si va?»—Dice lei:—Non s'ebbe l'invito di andare a desinare dal Re? Dunque andiamo a mantenergli la promessa.»—Si messano subbito in viaggio con tutto quel corteo dreto, perchè tutti volsan fare onoranza a quella che gli aveva liberati da morte a vita. Al vedere arrivare in città quella schiera di cavaglieri con alla testa la ragazza, che gli splendeva la stella in sul capo, la gente correva e gli accompagnò per insino al portone del palazzo. Il Re scese a incontrargli; e, quando fu per salire la scala, disse:—«Qui c'è' una legge: prima di vienir su, bisogna dare uno stiaffo o sputare in faccia a questa sciaurata confitta nel muro.»—Dice la ragazza:—«A questa legge noi non ci si sta. Chê: non si fanno di simili birbonate.»—E senza tanti discorsi se n'andette co' su' fratelli a albergo in una locanda. Il Re gli era disperato; perchè e' non voleva mancare alla su' legge, e gli dispiaceva che quelle tre belle persone non stessero a desinar con lui, anco per rimerito del bene che gli avean fatto nel bosco. Manda un'ambasciata, che lui si contenta che passino in senz'obbedire alla su' legge. Ma la ragazza disse:—«Quando si viene a desinare dal Re, a tavola ci ha da essere anche la padrona. Non si pole stare allegri colla padrona a quel gastigo.»—Il Re non sapeva propio come contenersi. Ma poi lo vinse la brama che que' tre stessano alla su' mensa, e comandò che la moglie si cavasse di drento al muro e fusse rivestita da Regina. Poera donna! gli era secca finita, allampanita, che non si reggeva in sulle gambe, tanto aveva patito pertant'anni! Quando tutti furono a tavola che mangiavano allegramente (all'infuori delle zie, che tremavan come foglie dalla paura che si scoprisse ogni cosa), la ragazza tirò di tasca ilCanto e il Sono della Sara Sibilla, e quell'arnese principiò a ballare e sonare in sulla mensa, e cantava a tutto potere:—«Quest'è la mamma, e questi i su' figlioli: e le zie l'hanno tradita.»—Il Re a sentir quel canto venne in sospetto; e le zie in quel mentre eran casche in terra tramortite. Sicchè lui le fece arrestare e mettere in prigione; e la su' moglie gli raccontò quel che loro gli avevan fatto. Cercorno della Menga e si seppe da lei tutto il tradimento. Il Re allora inviperito comandò che si rizzasse in piazza una catasta di stipa, e sopr'essa volse che ci si bruciasser vive tutte e tre quelle porche lezzone[5], e così gastigate fu finita la miseria.NOTE[1]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale (Pistoiese), e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. È una variante delle precedenti.'A 'Ndriana fata, Cunto Pomiglianese, Per Nozze. Pomigliano d'Arco, M.DCCC.LXXVè un riscontro che non ha potuto esser mentovato prima, con gli altri, perchè pubblicato dopo la stampa del foglio in cui essi si contenevano. Nella prefazioncina a quell'opuscolo è riferita anche una variante avellinese.[2]Sic. Uff![3]«Riesca.» G. N.[4]«Immensa.» G. N.[5]Questo termine ingiurioso, tutto toscano ed ignoto a' rimanenti italiani, mi rammenta una graziosa novelletta, che si trova nell'opuscoletto:Rime bernesche di G. Zanetta, Napoli, 1830. Dalla tipografia di N. Pasca, Strada Toledo, sotto la casa del Principe d'Angri, num. 31(e sulla copertina:Rime berneschedi G. Zanetto. Napoli, 1830. Prezzo grana 20.In duodecimo di novantasei pagine).Un certo fiorentinoSi recava ad un pubblico festinoDi soppiatto alla moglie. Se n'accorseLa scaltra donna; corseGridando come ossessaA trattenerlo e volle andarvi anch'essa.Frattanto, indispettito,Il povero maritoLe disse:—«Moglie diavola, vedrai«Che te ne pentirai.«Credimi, per tuo danno,«Benchè in bautta, ti conosceranno.»Giunti appena al ridotto, un giocatore,Ch'era stato più volte perditore,Spogliando una primiera,Forte sclamò:——«Lezzona! sei venuta!»—Lo sposo allor:—«Consorte, ei ti saluta.«Dàgli la buona sera.«Se' tu ancor persuasa?«T'hanno già conosciuta. Andiamo a casa.»È una facezia popolare; e m'è piaciuto riportarne questa lezione del Zanetto, per ravvicinarla all'altra, più nota, del Pananti:Il penultimo dì del carnevale,Desiderò d'andar Berta alle saleOve un grosso si fa pubblico giuoco.Pier, suo marito, sen curava poco;Ma quella tanto si raccomandò,Ch'ei disse di condurla:—«Ma però«Purchè riconosciuta tu non sia;«Se ti conoscon, ti conduco via.»—Ladonna allora si contenta e tuttaLa faccia si copri con la bautta.Vanno; e appunto si mettono davantiA un giocatore pieno di disdetta.Che attaccata l'avria con tutti i santi.Fe' primiera, e gridò dalla saetta:—O B....., alfin ci sei venuta.»Allor Pietro:—«Andiam via, t'ha conosciuta.»—
IL CANTO E 'L SONO DELLA SARA SIBILLA[1]
C'era una volta un Re d'una gran città, che ogni mattina all'otto voleva dell'ova a bere, ma fresche; motivo per cui il su' servitore andava per le strade a girare e gridava:—«Chi ha ova fresche da vendere pel Re?»—Una mattina che passava per una straduccia for di mano, questo servitore sentètte delle ragazze che discorrevano in fra di loro in una casa; sicchè lui si fermò per sapere quel che loro dicevano. Le ragazze erano tre, insenza mamma, nè babbo; e campavano la vita con il su' lavoro. La maggiore dunque diceva:—«S'i' potessi aver per isposo il fornaio del Re, i' farè' pane in un giorno solo quanto ne mangia la corte in un anno. Mi garba tanto quel giovinotto!»—Doppo di lei disse la mezzana:—«E i' vorrei per isposo il vinaio del Re, chè mi va a genio! e con un bicchier di vino vorrè' 'mbriacare tutta la corte.»—Ma la più piccina, che l'era anche la più bella:—«Io poi vorrei per isposo il Re; e se lui mi pigliassi, gli vorrè' fare a un parto du' bambini con una collana d'oro al collo, e una bambina con una stella in sulla testa.»—Ritornato al palazzo il servitore, in quel mentre che lui vestiva il Re, gli raccontò i ragionari di quelle tre ragazze. E il Re incuriosito disse al servitore:—«Vammi a chiamà subbito la maggiore, chè la voglio vedere»—Quando la maggiore gli ebbe quell'ambasciata, tutte e tre le sorellesi sturbarono, perchè avean paura per il discorso fatto dalla più piccina; ma bisognò ubbidire al Re, che è quello che comanda. Arrivata in presenzia del Re, lui volse risapere da lei che discorso aveva fatto. E non gli valse lo scusarsi, che eran parole di chiassata, perchè lui le volse in ogni mo' risentire da lei Sicchè lei gliele disse.—«Non c'è nulla di male,»—disse il Re:—«Si chiami il fornaio e sarà subbito vostro sposo.»—E così fece.—Doppo mandò il servitore che gli menasse la sorella mezzana, e anco lei fu obbligata a rifargli quel discorso sentito dal servitore; e il Re la contentò col dargli il vinaio di corte per marito. Finalmente si viense alla più piccina delle tre sorelle. Bisognava vederla, genti mia! come l'era bella e garbosina, cogli occhi neri e co' capelli neri! e di più, per la vergogna, era diventa rossa rossa in viso.—«State vispola,»—gli disse il Re,—«e non abbiate sospetto. Voglio soltanto che mi ridiciate da voi le parole che v'enno sortite di bocca a udita del mi' servitore. Via, su, dite.»—Lei proprio non sapea da dove cominciare; ma poi, fai e rifai, si diede coraggio:—«Maestà,»—disse,—«si diceva per dire, così per chiassata, insenza un malo pensiero. Gua'! dissi, che se il Re mi pigliava per su' legittima sposa, i' gli arè' partorito, tutti assieme, due bambini colla collana d'oro al collo, e una bambina con una stella isplendente in sulla testa.»—«E saresti bona a mantiener la promessa?»—«Di sicuro, Maestà, che mi credo capace di mantienerla.»—Allora il Re, che a sentirla parlare se n'era innamorato, gli disse:—«Vi piglio in parola, e sarete la mi' legittima sposa, e Regina in sul trono.»—E doppo averla fatta 'struire con una bona educazione, seguirono le nozze con grandi allegrie per tutto il Regno, e le sorelle della Regina il Re gliele messe a servirla in corte per su' compagnia.Ma loro non ci s'adattavano a esser da meno, e l'astiavano con un rodimento di core, che non si pole raccontare; e se gli potevan far de' dispetti, non si risparmiavan mica. Passato del tempo, de' mesi, via, la Regina era gravida e al Re gli toccò a andare alla guerra e lassarla sola nel palazzo; ma lui, prima di partire, la raccomandò a tutti e alle sorelle, che gliela tenessin bene e l'ubbidisseno ne' su' comandamenti, e che poi scrivesseno al campo quando lei partoriva. Difatto la Regina, quando fa il su' mese, partorì du' be' bambini colla collana d'oro al collo e una bambina colla stella luccichente in sul capo. Figuratevi l'ascherezza delle su' sorelle maligne! Che ti fanno? S'accordano assieme; e di niscosto, che nissun se n'avvedde, cavonno dal letto quelle tre creature e ci messano invece du' cani e una cagna; e poi, diviato scrissano al Re che la Regina aveva mantienuto la su' promessa a quel modo, col partorirgli du' cani e una cagna. Quando il Re lesse la lettera cascò 'n terra istramortito dal gran dolore; ma rivienuto in sè, mandò ordine in corte che la Regina fusse in nel momento presa e murata viva a piè della scala di palazzo, e che tutti quelli che passavano di lì, pena la testa, gli avessino a dare uno stiaffo o sputargli 'n faccia; e le sorelle eran sempre le prime a fargli quelli spregi e la martirizzavano quella povera donna innocente in tutte le maniere. Ma torniamo alle creature, che le zie avean cavato dal letto della Regina. Loro mandonno a chiamare una vecchiaccia, di nome Menga, e gli dissano:—«Piglia queste creature, mettile in una scatola di legno e buttale in mare, chè l'affoghino. E bada di stare zitta, se ti garba la vita.»—Poi alla vecchia gli regalorno di molti quattrini; e lei, ubbidiente al comando, se n'andiede al mare e ci buttò la scatola colle creature dientro: la scatola imperò, perchè era di legno, rimase a galla, el'acqua, dimenala di qua, dimenala di là, la fece approdare a un'isola, in dove steva un eremita. Quest'eremita un giorno spasseggiava per la su' isola e vede a un tratto la scatola in sulla spiaggia: lui corre e la piglia di peso in mano e l'apre e rimane com'un allocco a trovarci dentro quelle tre belle creature vive, ma che cominciorno a piangere dalla fame che avevano. L'eremita ritornò subbito alla su' capanna; e siccome[2]teneva delle capre, gli messe sotto le tre creature, che poppavano poppavano, e non ismessero se non quando satolle. A questo modo l'eremita rallevò le creature; e quando le furon cresciute, gl'insegnò a leggere e a scrivere; e in su i tredici o quattordici anni, i ragazzi andavano a caccia per il campamento, e la ragazza badava a casa e lavorava. Ma poi, doppo del tempo, l'eremita sentì di dover presto morire; gli prese un male, che non ci fu scampo; le coja vecchie tanto non reggono! Allora lui chiamò intorno al su' letto i ragazzi e la sorella e gli fece un bel discorso, che stessin d'accordo e si volessin bene, e che i fratelli difendessino sempre la sorella, e che forse, abbenchè poveri a quel mo', potevan col tempo diventar ricchi e ritrovare i genitori; e alla ragazza gli regalò una bacchetta fatata, che picchiandola in terra compariva quello che si voleva; e doppo rendette l'anima a Dio. A mala pena che l'eremita fu spirato, con pianti e lamenti loro gli dettano sepoltura e poi pensorno al modo di sortire da quell'isola, e colla bacchetta fatata la ragazza comandò d'esser tutti portati in nel Regno vicino. Quando si trovorno in terra, camminavano insenza sapere che strada era quella, e a bujo eccoteli tutti e tre in mezzo a un bosco, con una fame che proprio non ne potevan più. Dice il maggiore:—«Qui bisogna fermarsi. Sorellina, via, colla tu' bacchetta fa' comparire qualche cosa di bono.»—«Volentieri,»—disse lei:—«faròcomparire un bel palazzo tutt'ammannito a darci albergo e con una cena imbandita in sulla tavola.»—E pigliata la bacchetta, in un battibaleno, appare il palazzo, ma ricco, con tanti lumi, e la cena in sulla tavola; sicchè non fecien'altro che entrar dientro e mettersi a siedere a mangiare. A farla corta, que' tre stavan lì come in casa sua; e i ragazzi sortivan fori tutte le mattine a cacciare, e la ragazza teneva il quartieri ravviato o leggeva o cuciva, secondo come più gli garbava. Infrattanto il Re lo rodeva sempre la passione: dalla guerra gli era torno vincitore, ma a vedere la su' moglie murata lì a pie' della scala, non si poteva dar pace, e se non fussi stato per la su' parola di Re, l'avrebb'anco fatta le mille volte levare da quella pena. Ma per isvagarsi, lui sortiva quasi ogni giorno la mattina presto, e andava pe' boschi a caccia; e gira e gira, sicchè quando ritrovava il palazzo gli era tanto stracco, che non si reggeva in piedi dallo strapazzo. In somma, una volta gli accadde che lui si smarrì per un bosco, e aveva perso la via a rivienirsene alla città; sicchè a notte fatta, per non essere sbranato dagli animali, abbenchè avessi detto a ogni momento che per lui era meglio morire, s'arrampicò in vetta a un albero folto coll'idea di aspettar lassù il giorno. In nell'assettarsi per non cascare, vede a un tratto un lumicino lontano lontano, e ripensò che ci doveva essere qualche casa laggiù in fondo: scende e s'avvia per quel verso; e tanto camminò, che alla fine viense per l'appunto al palazzo de' su' figlioli: ma lui non lo sapeva che gli erano i su' figlioli. Picchia al portone e di dientro la ragazza domanda:—«Chi è, a quest'ora?»—«Sono un Re e mi son smarrito a caccia per la selva. Datemi un po' d'albergo, chè ho paura degli animali che mi sbranino.»—Scesero tutti con de' lumi e apersano al Re, e lo menorno in una cammera al foco, e l'asciugornotutto dalle guazze e poi gli diedano de' panni perchè si mutasse; e quando si fu riavuto lo volsano a cena con loro. Il Re non capiva in sè dall'allegrezza per quell'accoglienze, e badava a dire in cor suo:—«Ecco, potevo anch'io avere di questi figlioli, se non era la mi' moglie a mancarmi di parola. Paian proprio quelli che m'aveva impromesso.»—Alla mattina quando fu giorno, il Re s'alzò da letto per andarsene, e doppo colizione gli abbracciò e baciò tutti que' giovinotti e non si sapeva staccar di lì; pareva che ci fosse inchiodato: ma alla fine si fece animo e gli disse addio, con questo però, che lui volse che andasseno a trovarlo e stessero a desinar con lui nel su' palazzo, almeno tra una settimana. Loro l'accompagnorno giù al portone, e daccapo con abbracci e baci e pianti del Re, ognuno se n'andette per il fatto suo. Arrivato il Re alla su' casa, a corte, in quel mentre che era a tavola, raccontò tutte le cose che gli erano intravvenute, e di quelle belle creature che gli avevan dato albergo con tanta carità, e che lui l'aveva anco invitate a desinare. In nel sentire queste novità, le zie, ossia le cognate del Re, ci mancò poco che non si caconno nelle gonnelle dalla pena, perchè loro capirno bene che que' giovinotti colla ragazza erano i figlioli del Re; e se lui lo scopriva, loro dicerto l'ammazzava. Sicchè dunque infuriate corsano dalla vecchia:—«Oh! Menga, e che ne facesti voi di quelle creature che vi si diede per buttarle in mare e affogarle? Ci aresti vo' tradito?»—Dice la vecchia:—«Gua', la scatola ce la buttai nel mare, ma l'era di legno e stava a galla. Se poi gli andette a fondo o no, non stiedi mica a vedere.»—«Oh! sciaurata,»—dissan le zie;—«le creature son sempre vive e il Re l'ha 'ncontrate; e se le riconosce per sue, siem tutte morte.»—«Che rimedio c'è?»—«Il rimedio è questo. Che vo' andate, Menga, al palazzonel bosco, quando i giovinotti son fori a caccia, a chieder la lemosina. Vierrà la ragazza e nel discorrere gli avete a dimandare se i su' fratelli gli voglian bene. Lei dirà di sì. Ma vo' avete a rispondere:Se vi volessin bene vi porterebbanoil Canto e il Sôno della Sara Sibilla. Se loro vanno a cercarlo, non tornan più mai, e la su' sorella creperà dalla pena.»—La Menga subbito si vestì da pitocca e diviata se n'andette a quel palazzo nel bosco e picchia al portone.—«Chi è?»—«Una povera vecchia tribolata. Fatemi un po' di lemosina per amor di Dio e n'arete rimerito in Paradiso.»—La ragazza dunque, che era sola in casa, scese colla lemosina e la diede a quella vecchiaccia malandrina, e cominciorno a attaccar discorso.—«Chi siete? Da dove venite?»—«Son di lontano, e vo a cercar di pane: non ho più nessun de' mia. E voi che ci state sola in questo bel palazzo?»—«Chêh! i' ho anco du' fratelli, che mi vogliono un ben dell'anima. Ma tutte le mattine vanno a caccia.»—«Vi voglion bene? Perdonatemi: se vi volessin bene...»—«Che volete vo' dire? Mi parete una bella sfacciata.»—«Eh! gnora no. I' so ben quel ch'i' dico. Se vi volessin bene, non vi porterebbano i vostri fratelli degli animali morti soltanto, mail Canto e il Sôno della Sara Sibilla. Quello davvero sarebbe un bel regalo.»—Alla ragazza (si sa le donne son tutte compagne) quelle parole della vecchia gli messano il foco 'n corpo, per la smania d'avere quel regalo: sicchè dunque, quando i su' fratelli tornorno dalla caccia, lei non era più allegra e contenta al solito. Dicon loro:—«Oh! che hai? T'è accaduto qualche disgrazia?»—«No.»—«Ti senti male? ti dole i' corpo?»—«No, no.»—«Oh! dunque, che c'è' di novo?»—«C è che vo' non mi volete tutto quel bene che vo' dite.»—«Come non ti sivol bene? Che ti manch'egli? Tu non siè' la padrona spotica d'ogni cosa e a tu' modo? Via, di' su: che ti manch'egli?»—«Cari fratelli, mi mancail Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e se vo' mi volete bene andatemelo a prendere.»—«Ma in dov'è questoCanto e Sôno? Se si sapesse in dov'è, fuss'anco in capo al mondo, s'anderà per esso, perchè tu sia contenta.»—«Ma! i' non lo so. Ma esserci ci ha da essere: me l'ha detto una che lo sapeva; il su' luogo però non me l'ha detto.»—Insomma, per non vederla a quel modo appassionata la sorella, e anco avevan promesso all'eremita d'ubbidirla in tutto, il fratello maggiore deliberò d'andare il primo a cercarlo (se lo trovava)il Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e innanzi di partire messe sur una tavola una boccia d'acqua chiara e disse:—«Se quest'acqua intorba, vuol dire che sono o sperso o morto, e che non tornerò più. Addio.»—Parte e camminò dimolti giorni, insino a che giunse a un luogo dove c'era un vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—Ma lui, ingrugnito, gli rispose:—«La gente di bon affare non dimanda delle cose degli altri.»—«E vo', tanto superbioso, non tornerete addietro.»—E così gli accadette, perchè il giovinotto nel logo in dove andò ci rimase statua di marmo. Doppo questa disgrazia, l'acqua della boccia diventò torba, sicchè il fratello minore volse subbito partire anche lui, tanto per trovare il fratel maggiore cheil Canto e il Sôno della Sara Sibilla; e come quell'altro, lasciò una boccia d'acqua alla sorella, perchè s'accorgesse se lui era sperso o morto. Arriva dopo dimolti giorni a quel vecchino:—«Dov'andate, giovinotto?»—«Vo dove mi pare; e se vo' avessi un po' di giudizio, non mi dimanderesti de' fatti miei.»—«Andate, andate pure: anche un altro, superbioso come voi, addietro non c'è tornato.»—Ma il giovinottonon lo stiede a sentire, e arrivato al posto del su' fratello, rimase statua di marmo. Figuratevi la disperazione della sorella quando vedde intorbita l'acqua della boccia del fratel minore.—«Son io la sciaurata, che gli ho morti. Ma gli vo' andare a ricercare.»—Difatto si mette in via, e lei pure arriva in dove era il solito vecchino: ma lei non gli rispose a traverso, quando lui gli domandò:—«Ragazzina, dov'andate a codesto modo sola?»—«Che volete! i' avevo du' fratelli e mi viense la brama che mi portassino ilCanto e il Sôno della Sara Sibilla; e loro andettero a cercarlo, ma non gli ho più visti e di certo son morti. Me sciaurata! son io che gli ho morti.»—«Eh! se mi devan retta, la disgrazia non gli accadeva,»—disse quel vecchino.—«Come? oh! che gli avete visti? Dov'enno? per carità, ditemelo. «Ma che son morti?»—«Morti no, ma quasimente. Son diventi du' belle statue di marmo, e della compagnia non gliene manca. Ma se mi date retta, ragazzina, vo' potresti riaverli sani e vispoli, purchè vi rinusca[3]impadronirvi delCanto e Sôno della Sara Sibilla. Del coraggio n'avete? Ma badate, veh! che ce ne vole dimolto, ma dimolto.»—Dice lei:—«Purch'i' ritrovi i fratelli son disposta a tutto. Coraggio non me ne manca e n'ho a dovizia. Che ho da fare?»—«Ecco: vo' vedete questo stradone lungo lungo: bisogna camminare per insino in vetta; lassù c'è un prato, e d'attorno tante statue di marmo, e le prime son quelle de' vostri fratelli; tutte l'altre, di cavaglieri, di Regi e di principi, che cercavanoil Canto e il Sôno della Sara Sibillae rimasono lì impietriti in pena del su' ardimento. All'entrata del prato ci stanno du' feroci leoni a far la guardia; e non lascian passare, se non gli si dà un pane per uno a mangiare; mangiato che hanno, s'abboniscono e vanno a accompagnareil forastiero. Quand'uno è dientro al prato, bisogna che non si fermi mai, e giri e giri in tondo a guardar tutte quelle statue. Poi, alle ventiquattro, che sarà buio, deve mettersi ritto fermo in mezzo al prato e aspettar che soni la mezzanotte. A mezzanotte in punto nasceranno di gran rumori e comparirà una scala di cento scalini; subbito bisogna montarla per insino a cinquanta scalini e lì aspettar daccapo. Ma non ci vole temenza; perchè si vede scendere un'ombra smensa[4], co' capelli lunghi ciondoloni per le spalle, che è la Sara Sibilla. Lei scende insenza sospetto; e però bisogna di repente acciuffargli i capelli colle mane e badar che non iscappi. Allora incomincerà a urlare:—Ohi! ohi! che cercate da me?—Cerco ilCanto e il Sôno della Sara Sibilla.—Chi ve l'ha detto? chi vi ci ha mando?—Rispondete diviato:—Vo' non ci avete a pensare. Datemi ilCanto e il Sônoe po' vi lascio.—Lei dirà:—Lo volete rosso? lo volete celeste? verde?—Dovete risponder sempre di no, in sin tanto che non dice:—Lo volete color di rosa?—Quando la Sara Sibilla v'avrà dato quell'arnese, lei sparirà colla scala, e vo' dovete restar in sul posto in mezzo del prato insino allo spuntar del sole, e poi toccando le statue colCanto e il Sôno della Sara Sibilla, le statue ridiventeranno omini vivi. Avete vo' 'nteso?»—La ragazza, tutta contenta delle 'struzioni del vecchino, lo ringraziò ammodo, si fece dare i pani per i leoni, e via per lo stradone, sicchè arrivò all'entrata del prato ch'eran vicine le ventiquattro. Insomma lei ubbidì in tutto e per tutto alle parole del vecchino, e più brava di quelli che c'erano stati prima di lei, potette impadronirsi delCanto e Sono della Sara Sibilla: e quando l'ebbe avuto in mano codesto arnese (un arnese, ma com'era fatto non si sa) si messe a toccar le statue e in un momento il pratofu pieno di persone vive. I fratelli l'abbracciavano la su' sorella; i cavaglieri, i Regi e i principi badavano a ringraziarla del su' coraggio, e chi gli profferiva una cosa, chi un'altra, o ricchezze, o tesori, o il Regno con la mano di sposo: lei però non volse nulla. Dissano i su' fratelli:—«E ora in dove si va?»—Dice lei:—Non s'ebbe l'invito di andare a desinare dal Re? Dunque andiamo a mantenergli la promessa.»—Si messano subbito in viaggio con tutto quel corteo dreto, perchè tutti volsan fare onoranza a quella che gli aveva liberati da morte a vita. Al vedere arrivare in città quella schiera di cavaglieri con alla testa la ragazza, che gli splendeva la stella in sul capo, la gente correva e gli accompagnò per insino al portone del palazzo. Il Re scese a incontrargli; e, quando fu per salire la scala, disse:—«Qui c'è' una legge: prima di vienir su, bisogna dare uno stiaffo o sputare in faccia a questa sciaurata confitta nel muro.»—Dice la ragazza:—«A questa legge noi non ci si sta. Chê: non si fanno di simili birbonate.»—E senza tanti discorsi se n'andette co' su' fratelli a albergo in una locanda. Il Re gli era disperato; perchè e' non voleva mancare alla su' legge, e gli dispiaceva che quelle tre belle persone non stessero a desinar con lui, anco per rimerito del bene che gli avean fatto nel bosco. Manda un'ambasciata, che lui si contenta che passino in senz'obbedire alla su' legge. Ma la ragazza disse:—«Quando si viene a desinare dal Re, a tavola ci ha da essere anche la padrona. Non si pole stare allegri colla padrona a quel gastigo.»—Il Re non sapeva propio come contenersi. Ma poi lo vinse la brama che que' tre stessano alla su' mensa, e comandò che la moglie si cavasse di drento al muro e fusse rivestita da Regina. Poera donna! gli era secca finita, allampanita, che non si reggeva in sulle gambe, tanto aveva patito pertant'anni! Quando tutti furono a tavola che mangiavano allegramente (all'infuori delle zie, che tremavan come foglie dalla paura che si scoprisse ogni cosa), la ragazza tirò di tasca ilCanto e il Sono della Sara Sibilla, e quell'arnese principiò a ballare e sonare in sulla mensa, e cantava a tutto potere:—«Quest'è la mamma, e questi i su' figlioli: e le zie l'hanno tradita.»—Il Re a sentir quel canto venne in sospetto; e le zie in quel mentre eran casche in terra tramortite. Sicchè lui le fece arrestare e mettere in prigione; e la su' moglie gli raccontò quel che loro gli avevan fatto. Cercorno della Menga e si seppe da lei tutto il tradimento. Il Re allora inviperito comandò che si rizzasse in piazza una catasta di stipa, e sopr'essa volse che ci si bruciasser vive tutte e tre quelle porche lezzone[5], e così gastigate fu finita la miseria.
NOTE
[1]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale (Pistoiese), e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. È una variante delle precedenti.'A 'Ndriana fata, Cunto Pomiglianese, Per Nozze. Pomigliano d'Arco, M.DCCC.LXXVè un riscontro che non ha potuto esser mentovato prima, con gli altri, perchè pubblicato dopo la stampa del foglio in cui essi si contenevano. Nella prefazioncina a quell'opuscolo è riferita anche una variante avellinese.[2]Sic. Uff![3]«Riesca.» G. N.[4]«Immensa.» G. N.[5]Questo termine ingiurioso, tutto toscano ed ignoto a' rimanenti italiani, mi rammenta una graziosa novelletta, che si trova nell'opuscoletto:Rime bernesche di G. Zanetta, Napoli, 1830. Dalla tipografia di N. Pasca, Strada Toledo, sotto la casa del Principe d'Angri, num. 31(e sulla copertina:Rime berneschedi G. Zanetto. Napoli, 1830. Prezzo grana 20.In duodecimo di novantasei pagine).Un certo fiorentinoSi recava ad un pubblico festinoDi soppiatto alla moglie. Se n'accorseLa scaltra donna; corseGridando come ossessaA trattenerlo e volle andarvi anch'essa.Frattanto, indispettito,Il povero maritoLe disse:—«Moglie diavola, vedrai«Che te ne pentirai.«Credimi, per tuo danno,«Benchè in bautta, ti conosceranno.»Giunti appena al ridotto, un giocatore,Ch'era stato più volte perditore,Spogliando una primiera,Forte sclamò:——«Lezzona! sei venuta!»—Lo sposo allor:—«Consorte, ei ti saluta.«Dàgli la buona sera.«Se' tu ancor persuasa?«T'hanno già conosciuta. Andiamo a casa.»È una facezia popolare; e m'è piaciuto riportarne questa lezione del Zanetto, per ravvicinarla all'altra, più nota, del Pananti:Il penultimo dì del carnevale,Desiderò d'andar Berta alle saleOve un grosso si fa pubblico giuoco.Pier, suo marito, sen curava poco;Ma quella tanto si raccomandò,Ch'ei disse di condurla:—«Ma però«Purchè riconosciuta tu non sia;«Se ti conoscon, ti conduco via.»—Ladonna allora si contenta e tuttaLa faccia si copri con la bautta.Vanno; e appunto si mettono davantiA un giocatore pieno di disdetta.Che attaccata l'avria con tutti i santi.Fe' primiera, e gridò dalla saetta:—O B....., alfin ci sei venuta.»Allor Pietro:—«Andiam via, t'ha conosciuta.»—
[1]Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale (Pistoiese), e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. È una variante delle precedenti.'A 'Ndriana fata, Cunto Pomiglianese, Per Nozze. Pomigliano d'Arco, M.DCCC.LXXVè un riscontro che non ha potuto esser mentovato prima, con gli altri, perchè pubblicato dopo la stampa del foglio in cui essi si contenevano. Nella prefazioncina a quell'opuscolo è riferita anche una variante avellinese.
[2]Sic. Uff!
[3]«Riesca.» G. N.
[4]«Immensa.» G. N.
[5]Questo termine ingiurioso, tutto toscano ed ignoto a' rimanenti italiani, mi rammenta una graziosa novelletta, che si trova nell'opuscoletto:Rime bernesche di G. Zanetta, Napoli, 1830. Dalla tipografia di N. Pasca, Strada Toledo, sotto la casa del Principe d'Angri, num. 31(e sulla copertina:Rime berneschedi G. Zanetto. Napoli, 1830. Prezzo grana 20.In duodecimo di novantasei pagine).
Un certo fiorentinoSi recava ad un pubblico festinoDi soppiatto alla moglie. Se n'accorseLa scaltra donna; corseGridando come ossessaA trattenerlo e volle andarvi anch'essa.Frattanto, indispettito,Il povero maritoLe disse:—«Moglie diavola, vedrai«Che te ne pentirai.«Credimi, per tuo danno,«Benchè in bautta, ti conosceranno.»Giunti appena al ridotto, un giocatore,Ch'era stato più volte perditore,Spogliando una primiera,Forte sclamò:——«Lezzona! sei venuta!»—Lo sposo allor:—«Consorte, ei ti saluta.«Dàgli la buona sera.«Se' tu ancor persuasa?«T'hanno già conosciuta. Andiamo a casa.»
È una facezia popolare; e m'è piaciuto riportarne questa lezione del Zanetto, per ravvicinarla all'altra, più nota, del Pananti:
Il penultimo dì del carnevale,Desiderò d'andar Berta alle saleOve un grosso si fa pubblico giuoco.Pier, suo marito, sen curava poco;Ma quella tanto si raccomandò,Ch'ei disse di condurla:—«Ma però«Purchè riconosciuta tu non sia;«Se ti conoscon, ti conduco via.»—Ladonna allora si contenta e tuttaLa faccia si copri con la bautta.Vanno; e appunto si mettono davantiA un giocatore pieno di disdetta.Che attaccata l'avria con tutti i santi.Fe' primiera, e gridò dalla saetta:—O B....., alfin ci sei venuta.»Allor Pietro:—«Andiam via, t'ha conosciuta.»—