X.

X.RE MESSÈMI—GLI—BECCA—'L—FUMO[1]C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si ammala e more quest'omo. I tre fratelli dicono:—«Che si ha a fare?»[2]—Dicono i due maggiori:—«Facciamo le parti di questa roba, perchè noi si vole andare a girare il mondo.»—Dice il minore:—«Andate, ma io non ci vengo, io rimango con la me' gattina.»—I fratelli maggiori vanno via e quest'altro piglia la gatta[3]e se ne fugge in una cantina. Quando gli è sul mezzogiorno, la gattina:—«Aspettami, or'ora vengo»—la dice. La va via e gli porta una bona minestra, un bel pezzo di lesso, un pezzo di pane e un pochino da bere. E questo ragazzo mangia e la gattina la gli dice di bel novo:—«Aspettami, ora ritorno.»—Poco distante da questa cantina c'era il palazzo d'il Re. La gattina principia a gnaulare: urli! gnau! ma urli! La servitù:—«Che hai tu, gattina?»—«Mi fareste la carità»—dice—«il mio padrone gli è cascato in un fosso, di darmi un vestito?»—«Volentieri»—dicono. Vanno e gnene danno. Dopo, poi, il giorno, la va e gnene riporta e li ringrazia. Dice uno della servitù:—«Dimmi, gattina, chi è egli il tuo padrone?»—«Un gran signore»—dice questa gattina. Dunque Maestà voleva sapere chi gli era. Un altro giorno la gattina la gli dice al ragazzo:—«Aspettami.»—Ogni giorno la gli portava da mangiare, la stessa minestra,lo stesso lesso, lo stesso pane e un pochino da bere.—«Aspettami qui; or'ora ritorno.»—Principia a gnaulare, più che di quel giorno, ma urli!—«Gnau! gnau! gnau!»—«Che vuoi, poerina, icchè tu hai?»—«Fatemi il piacere»—dice—«di prestarmi lo stajo. Il mio padrone ha bisogno di misurare de' quattrini.»—Gnene danno e la gattina va via. I domestici vanno da Sua Maestà:—«Questo e questo verte. Gli è venuto la gattina per lo stajo per misurare i quattrini: gli ha da essere un signore davvero.»—Dice il Re:—«Come la ritorna, vo' dovete dirgli: Sua Maestà bramerebbe di conoscere il suo padrone, avrebbe molto piacere.»—Aveva la gattina una moneta di dieci paoli; va e la mette in fondo dello stajo; e gnene riporta.—«Grazie»—dice. I servitori vedon questa moneta:—«Gattina! gattina!»—dicono—«guarda, ci è questa moneta!»—«Eh»—dice—«prendetela per voi. Il mio padrone non ci ha neppure osservato!...»—«Senti, gattina;Sua Maestà ci ha detto, bramerebbe di fare amicizia col tuo padrone.»—«Sissignori, come loro comandano. Non pensino, glielo condurrò.»—Va alla cantina e dice:—«Oh! che domani si deve andare da il Re!»—dice—«intendi bene!»—«Da il Re, io? O tu non vedi, son tutto stracciato, tutto rifinito? Com'è possibile ch'io possa venire?»—«Tu non devi trasgredire quel ch'io ti dico; altrimenti, ti graffio»—la gli dice.—«Oh senti! Tu vedrai al palazzo tutti tappeti, tutte ricchezze. Alza i piedi, sennò tu caschi. Vai franco con meco, sennò tu passi per un poero.»—La batte la bacchettina fatata e lui vien vestito, non posso dire come, da andare da Sua Maestà: un abito bello. E vanno al palazzo. Subito corre parola che c'è questo. Sua Maestà va incontro a questo signore e lo fa passare nel suo quarto, nelle sue stanze.Quando gli è lì, discorre del più e del meno, sapete, di tante cose.—«Ma Lei»—dice il Re—«avrà la sposa e i figli?»—Risponde la gattina:—«Nossignore; è giovinotto.»—Allora disse Maestà:—«Ma si trattien molto, signore?»—«Eh, per qualche mese»—rispose la gattina—«si trattiene.»—«Dica, signore, mi favorirebbe di stare a mangiare una zuppa da me?»—dice Maestà. La gattina:—«Sissignore»—dice—«gli accetta volentieri.»—Sempre la rispondeva lei. Si trattiene un altro poco lì Sua Maestà, poi va di là e li lascia soli. La gattina dice:—«Che non credi tu di mangiare come mangi nella cantina, che tu pari un lupo: gna, gna, gna. Ci sarà ogni bene di Dio. Tu devi mangiare di tutto, e poco di tutto.»—«Ma se ho tanta fame, come io farò a mangià' poco?»—dice lui alla gatta.—«Chètati, sennò ti graffio.»—Andiamo all'ora di pranzo. Questo ragazzo gradiva di tutto, ma pochino mangiava, come gli aveva detto la gattina. Diceva lui alla gattina:—«Gatta, i me' cenci!»—chè gli stava meglio alla cantina che lì, e lui insisteva.—«Chètati, ch'io ti graffio!»—Dice Maestà:—«Cosa dice il tuo padrone?»—«Eh dice:Gran bone pietanze che son queste!Nel suo paese non si fanno.»—Finito che fu il pranzo—«Oh senta»—dice Maestà—«oh si degnerebbe di rimanere anche stasera da noi a dormire? due o tre giorni? Mi fa un regalo!»—Lui guarda la gattina, che risponde:—«Sissignore, come Lei comanda. Quanto gli sarà di piacere, noi ci staremo.»—Maestà dà ordine ai servitori che mettan le lenzola le più grosse, le più ordinarie, che sieno nel palazzo.—«Perchè»—dice—«se gli è un signore, non entra nel letto. Se gli è un poero, non gli par vero; che sta a guardare le lenzola?»—Così fu fatto. La sera, quand'è l'ora di andare a letto, la gattinaentra in camera con lui, va e scopre il letto.—«Che tu non entri nel letto, sai, stasera!»—«Lasciami andare! Gli è tanti mesi che io dormo nella cantina, che non mi par vero!»—«Ti dico che tu non entri!...»—e lo graffia. Questo ragazzo si mette sur una poltrona e dorme. Venghiamo alla gattina che non era fatto giorno:—«Gnau! gnau!»—per il[4]palazzo, urla che la buttava giù il palazzo. I servitori s'alzano:—«Cos'hai, gattina, cosa c'è?»—«Cosa c'è, eh? per chi gli avete preso il mio padrone?»—dice.—«A mettergli quelle lenzola! Ha dovuto restare su d'una poltrona tutta la notte!»—I servitori corrono da Maestà:—«Maestà, questo e questo è stato con quelle lenzola!»—Maestà dice da sè:—«Gli ho detto ch'era un signore! Ed io gli voglio dare mia figlia in isposa.»—Aveva una figlia. Dà ordine ai servitori che la sera le più sopraffine lenzola, quelle di tela che rimangono in un pugno[5]gli fossero messe nel letto a questo ragazzo:—«E voi starete attenti domattina se il letto gli è arruffato, se gli è com'egli v'è entrato. Se gli è un signore, il letto è quasi tocco punto.»—Eccoti la sera vanno in camera e la gattina va a guardare il letto:—«Oh stasera entrerai nel letto. Ma bada bene, se tu ti movi, ti graffio in una maniera»—dice—«che quasi tu hai a morire!»—Figuratevi, gli entra nel letto, poero figliolo, se anche si moveva nel sonno, e il sonno fa fare degli scossoni, la lo graffiava, ma come! Tutta la notte fu sveglio: gua'! non poteva dormire. La mattina i servitori vanno a vedere se gli occorreva qualcosa, cioccolata o caffè[6], quel che gli fosse occorso, e vedono il letto senza toccare neppure. Vanno da Maestà:—«Se la vedesse, Maestà, non par neppure che gli abbia toccato il letto.»—Risponde il Re:—«Ve l'ho detto, eh, che era un signore?»—Edice da sè:—«Oggi io parlo di matrimonio assolutamente.»—Venghiamo all'ora del pranzo. Il Re lo fa discorrere questo ragazzo del più e del meno; gli entrava sempre sul matrimonio:—«Via, si accaserebbe[7]Lei volentieri?»—dice Maestà a questo signore. Risponde la gattina:—«Se trovasse una ragazza per bene, una sua pari, volentierissimo s'accaserebbe.»—Risponde Maestà:—«Non fo per lodare mia figlia; ma se non gli dispiacesse, io gnene darei volentieri. Può star sicuro, è una ragazza per bene, come Lei brama.»—Lui sapeva d'essere tanto poero, non sapeva quel che dire, gua'. La gattina la gli fa che dicesse di sì:—«Quando Lei fosse contento, Maestà»—dicono tanto lui che la gattina—«volentierissimo nojaltri si farebbe questo passo.»—Eccoti, per farla corta, questa ragazza la la mandano a chiamare, perchè lei la stava su; e gli dice Maestà:—«Vedi? Questo è il vostro sposo.»—«Come Lei comanda, signor Padre!»—Di certo, gua', la non aveva volontà. Loro penarono poco a conchiudere le nozze e forse entro la settimana fu fatto lo sposalizio. Dunque eccoti che si trattennero forse un altro mese quaggiù da Sua Maestà. Poi gli dice la gattina:—«Sa bene»—gli dice—«il su' genero gli è un Re anche lui. È un pezzo che manchiamo dal nostro posto; e quando non c'è il Re, i sudditi han sempre da dire[8].»—Risponde Maestà:—«Hai ragione, poerina; e così è di me, sai? Nella settimana partirete... partiremo, perchè vengo anch'io ad accompagnarla la mia figliola.»—Maestà va nel suo quartiere; rimangono la gatta e il ragazzo soli.—«Ma dimmi un po', indove la vuoi tu condurre questa sposa? nella cantina?»—la gli dice questo giovane, gua'. Lei gli dice:—«Chètati, sennò ti graffio. Te, non ci devi pensare.»—Quando gli è il giorno dipartire, la gattina batte la bacchetta magica e gli viene tutte queste belle strade, tutte palazzi e ville. Maestà chiedeva:—«Di chi sono tutte queste ville?»—Le genti dicevano:—«Di Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—Eccoti partono con le carrozze tutte a otto e dieci cavalli; e lei si mette a cavallo vestita da fantino, la gattina. Gli sposi col padre entrano in carrozza e via. E per quante strade di lì fin che fossero al posto, tutti replicavano:—«Ma di chi sono queste ville?»—ed essa rispondeva:—«Del Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—E tutte le genti che si domandava, sempre ripetevano così. Arrivarono al palazzo. Da quanto era bello questo palazzo! l'architettura, tutte le mura, tutte pietre preziose. Principiando dalle scale, tappeti, lumiere, una cosa che sorprendeva. E servitori! Urlando tutti:—«Evviva gli sposi! Evviva gli sposi!»—Il padre si trattiene otto o dieci giorni in questo bel palazzo, fra queste belle robe, dicendo:—«Che sorte è stata questa per la me' figliola! Che signore è questo!»—Fra sè diceva:—«Io mojo contento per avere accasato una figlia a questa maniera.»—Eccoti il giorno viene:—«Io domani parto, non posso fare di meno, gua'!»—La mattina all'ora fissata—«Addio!»—«Addio!»—Bacia la figliuola:—«Ci scriveremo!»—E va via, e torna al suo posto. Venghiamo agli sposi che ogni giorno di bene in meglio, di bene in meglio, sempre più cresceva l'abbondanza. Un giorno la dice la gattina allo sposo:—«Avrei bisogno di parlarti in disparte.»—«Quando tu vuoi. Quando ho finite le mie occupazioni, io verrò da te e sarò a sentire quel che tu vuoi.»—Quando ebbe finito quel che doveva fare, eccoti, va di là dalla gattina:—«Cosa vuoi da me?»—«Ora, aspetta un po'!»—e serra tutti gli usci, bussole,—«Voleva sapere una cosa da te; ma bada didirmi la verità!»—«Te lo giuro. Dimmi, cos'è questo che mi vuoi domandare?»—Dice:—«Abbi da sapere che io son vecchia.»—«Ebbene?»—dice il ragazzo.—«Eh sai bene che più che vecchia non si campa. Un giorno io devo morire. Tu vedi il bene che io t'ho fatto. Se io morissi, cosa faresti di me?»—«Ah! Ah!»—si mette a piangere questo sposo.—«Ahi! Ahi! non discorriamo di queste cose!»—dice piangendo.—«Ah! non mi affliggere!»—Dice la gattina:—«Non credo di affliggerti. Voglio sapere quel che tu faresti di me.»—«Ahn, che vuoi?»—sempre piangendo questo ragazzo—«non ci posso pensare! Ma che vuoi ch'io ti facessi? Ti farei una custodia tutta soda d'oro e d'argento.»—Dice la gattina:—«Davvero?»—Risponde lui:—«Davvero. Ma non discorriamo di queste cose.»—«Ah»—la dice—«adesso non voglio altro; se vuoi andare, puoi andare.»—Lascia passare un tempo questa gatta, oh! anche più d'un anno. Una notte che ti fa? per tutti i tappeti e la meglio roba, con rispetto, la va di corpo. Con rispetto, vòmita per tutta la roba, quanta ce n'era, con un fetore insopportabile. E poi, nel quartiere bono, lei tutta sparata la si butta distesa morta. Venghiamo alla mattina che i servitori s'alzano per pulire e sentono un fetore, una cosa insopportabile. Apron le finestre e vedon tutta la roba straziata. Vanno nel salotto bono e vedon la gattina, tutta distesa lì, sparata, e sciupato ogni cosa.—«Noi non abbiamo colpa»—dicon tra loro.—«Si dirà a Maestà, Maestà vedrà, ma noi non ci s'ha colpa.»—Nell'ora in cui Sua Maestà s'alza e quando sorte dalla stanza e sente questo fetore:—«Cos'è stato? cosa non è stato?»—I servitori dicono:—«Maestà venga a vedere.»—E lo conducono nel salotto a vedè' la gattina tutta sparata; tutto conciato ogni cosa. Dicelui:—«Oh porca sudicia! Prendetela e buttatela in Arno!»—Non aveva detta questa parola e si trovò giù nella cantina, con la sposa accanto e senza mangiare nè nulla. Dunque lui fu costretto a scrivere al padre della moglie la disgrazia seguita, che mandasse a prender sua figlia perchè lui era ritorno un poero meschino. Il padre sente questo e manda a prendere la figliola e la fa tornare lassù nel palazzo. E lui rimase poero; e in capo a poco tempo credo che morisse di fame e di rimorso.In santa pace pia,Dite la vostra, che ho detto la mia.NOTE[1]Ho messo l'accento sulla secondaediMessèmi, per evitare che altri, pronunziando sdrucciola la parola e frantendendo, cada nell'errore in cui sembra incorso il LIEBRECHT, che annota: «König Schickt'—mich—ihm—pickt—den—Rauch. Zum gestiefelten Kater. S. G. G. A, 1871. S. 1408 zu N. 4.»—È loChat—Bottédi CARLO PERRAULT; ed ilGagliuso, trattenimento IV della Giornata II delPentamerone:—«Gagliuso, pe' 'nnustria de 'na gatta lassatole da lo patre, diventa signore; ma mostrannose sgrato, l'è renfacciata la sgratitudene soja.»—Nella imitazione Italiana intitolataIl conto de' conti, Gagliuso diventaPetrillo:—«Petrillo per industria d'una gatta lasciatagli dal padre diventa un signore, ma mostrandosi ingrato, gli è rinfacciata la sua ingratitudine.»—Nela Chiaqlira dla Banzolaquesta novella è intitolataLa fola d' Mascarin, e Mascarin è il nome del micio. V. GONZENBACH,Sicilianische Märchen(LXV.Vom Conte Piro). In PITRÈ (Op. cit.) la novella LXXXVIII.Don Giuseppe Piru. La prima favola nella undecima delleTredici piacevoli notti del signor Giovan Francesco Straparola da Caravaggio, è identica a questa Fiaba. Forse sarà cosa grata a' lettori il poter confrontare la narrazione dello Straparola col semplice racconto d'una ciana. Essendo ora pur troppo lo Straparolaquasi irreperibile in commercio, trascriveremo qui la sua Novella.—«Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, ed aveva tre figliuoli, l'uno de' quali dicevasi Dusolino, l'altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose, cioè un albuolo, nel quale le donne impastano il pane; una panara, sopra la quale fanno il pane; ed una gatta soriana[i]già carica di anni. Venendo a morte fece l'ultimo suo testamento; ed a Dusolino suo figlio maggiore lasciò l'albuolo, a Tesifone la panara ed a Costantino la gatta. Morta e sepolta la madre, le vicine per lor bisogna quando l'albuolo, quando la panara ad imprestito richiedevano. E perchè sapevano loro essere poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se Costantino gli addimandava cosa alcuna, rispondevano: egli andasse dalla sua gatta che gliene darebbe. Per il che il povero Costantino con la sua gatta assai pativa. La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino ed adirata contra i due fratelli, che sì crudelmente lo trattavano, disse:Costantino, non ti contristare, perciocchè io provvederò ed al tuo ed al viver mio. Ed uscita di casa, se n'andò alla campagna; e, fingendo dormire, prese un lèpore, che accanto le venne, e l'uccise. Indi andata al palazzo regale, e veduti alcuni cortegiani, dissegli voler parlar col Re. Il quale inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua. Et addimandatela cosa richiedesse, rispose:che Costantino, suo padrone, gli mandava a donare un lepore, che preso aveva; e appresentollo al Re. Il Re, accettato il dono, gli addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta: lui esser uomo, che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il Re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo empì la sua bisaccia, che da lato aveva, d'alcuna buona vivanda; e, tolta licenza dal Re, a Costantino portolla. I fratelli vedendo i cibi, de' quali Costantino trionfava, li chiesero che con loro i[ii]participasse. Ma egli, rendendogli il contraccambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia, che di continuo gli rodeva il cuore. Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno per lo patire che avea fatto, era pieno di rogna e di tigna che gli davano grandissima molestia. Ed andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato; ed in pochi giorni rimase del tutto libero. La gatta (come dicemmo di sopra) molto continoava con presenti il palazzo regale ed in tal guisa sostentava il suo patrone. E perchè ormai rincresceva alla gatta l'andar tanto su e giù e dubitava di venir in fastidio alli cortigiani del Re, disse al patrone:Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco.—Ed in che modo?disse il patrone. Rispose la gatta:Vien meco e non cercar altro; chè sono al tutta disposta di arricchirti.Ed andatisi insieme al fiume, nel luogo che era vicino al palazzo reale, la gatta spogliò il patrone, e di comune concordia lo gittò nel fiume; dopo si mise ad alta voce a gridare:Ajuto! ajuto! Correte, correte! che messer Costantino s'annega!Il che sentendo il Re, e considerando che molte volte l'aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad ajutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di buoni panni, fu menato dinanzi al Re, il qual lo ricevette con grandi accoglienze. Et addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere. Ma la gatta, che sempre gli stava dappresso, disse:Sappi, o Re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioje, per venire a donarle a te; e del tutto lo spogliarono; e, credendo dargli morte, nel fiume lo gettarono; e per mercè di questi gentiluomini fu da morte campato.? Il che intendendo il Re, ordinò che fusse ben governato ed atteso. E vedendolo bello, e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti i trionfi, il Re fece caricar dieci muli dì oro e cinque di ornatissime vestimenta, ed a casa del marito da molta gente accompagnata la mandò. Costantino, vedendosi tanto onorato e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condurre; ne fece consiglio con la sua gatta, la quale disse:Non dubitare, patron mio, che ad ogni cosa faremo buona provvisione.Cavalcando ognuno allegramente, la gatta con molta fretta camminò avanti, et essendo dalla compagnia molto allontanata, s'incontrò in alcuni cavalieri, ed a quelli ella disse:Che fate quivi, o poveri uomini? Partitevi presto, chè una gran cavalcata di gente viene, e farà di voi presaglia. Ecco che gli è qui vicina, udite il strepito delli nitrienti cavalli.I cavalieri spauriti dissero:Che deggiamo adunque fare noi?Ai quali la gattina rispose:Farete a questo modo. Se voi sete addimandati di cui sete cavalieri, rispondete animosamente:di Messer Costantino;e non sarete molestati.Et andatasi la gatta più innanzi, trovò grandissima copia di pecore et armenti; e con li lor pastori fece il somigliante, et a quanti per strada trovava, il simile diceva. Le genti che Elisetta accompagnavano, addimandavan:Di chi siete cavalieri?e:Di chi sono tanti belli armenti?E tutti ad una voce rispondevano:Di messer Costantino.Dicevano quelli che accompagnavano la sposa:Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra il tener vostro entrare?Et egli col capo affermava di sì. E per questo la compagnia grandissimo ricco lo giudicava. Giunta la gatta ad un bellissimo castello, trovò quello con poca brigata e disse:Che fate, uomini da bene? Non vi accorgete della roina che vi viene addosso?—Che?dissero i castellani—Non passerà un'ora che verranno qua molti soldati e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitriscono? Non vedete la polve in aria? E se non volete perire, togliete il mio consiglio, che tutti sarete salvi. Se alcuno vi addimanda di chi è questo castello, ditegli:di Messer Costantino.E così fecero. Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era e tutti animosamente risposero:Di Messer Costantino Fortunato.Et entrati dentro, onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello per condurre a casa la moglie che nuovamente aveva presa; e per sua sciagura, prima che giungesse al luogo della diletta moglie, gli sopraggiunse per la strada un così fiero e miserabile rabile accidente, per lo quale immantinente se ne morì. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo, che Morando, Re di Boemia, morì; ed il popolo gridò per suo Re Costantino Fortunato, per esser marito di Elisetta figliuola del morto Re, a cui per debito di successione aspettava il Reame. Et a questo modo Costantino di povero e mendico, signore e Re rimase, e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel Regno.»[i]Tra le Annotazioni alMalmantile Riacquistato, v'è la seguente che si riferisce all'ottava XIX del IX Cantare:Un'altra(donna di Malmantile)con un gatto vuol la berta. Legato il cala. Ond'ei fra que' Ugnano, Sguaina l'ugna e con la bocca aperta Grida inasprito il suo parlar soriano. Ed il primo, ch'ei trova, egli diserta; Che, dov'ei chiappa, vuol levarne il brano. Così l'alz'ella e abbassa con la corda Acciò ch'or questo or quello ei graffi e morda.—«In parlar soriano, cioè in parlar da gatti.Gatto sorianosi dice quello che ha la pelle di color lionato, serpato di nero: e tal colore, benchè si dia in altri animali o in panni, non si dicesorianose non de' gatti; forse perchè i gatti di tal colore sien venuti di Soria.»[ii]Iadopera spesso lo Straparola perli, alla caravaggese. E così bistratta presso a poco tutti i pronomi.[2]Questosi ha a, si pronunzia veramente dal volgo contraendo le dueache s'incontrano, in modo che potrebbe figurarsi così:s'hâ. Onde spesso equivoci. Il Marchese M.*********, milanese, sentendosi domandare da un notajo fiorentino:S'ha a scrivere?ed intendendo:Sa scrivere?rispose meravigliato:Ma! un pochino! almeno ho imparato da ragazzo e fino ad iersera me ne ricordavo.[3]Non sappiamo se fosse una maghera micia allampanata e strutta od un bel pelliccione. Vattel'a pésca. «Le donne, quando vedono un bel gatto, grande e grosso, lo chiamanoun bel pelliccione, cioè:che ha una bella pelle o pelliccia.»—Ann. al Malm.Cant. IX, St. XXI. Di gatte così affezionate all'uomo ne troviamo una appo ilGuicciardini:—«Una gatta inamorata d'uno fanciullo, supplicò Venere che la volesse in donna trasformare. Venere, avuta compassione di lei, le fece la grazia et le dette forma di bellissima giovane: mediante la qual forma et bellezza, essa ben tosto lo amante a letto si condusse. Or in questo stante, volendo Venere esperimentare se ella, mutata forma, avesse mutata natura, fece passare per il mezzo della camera un topo, verso il quale, subito saltata dal letto donna Gatta, corse per prenderlo. Di che sdegnata Venere, la ridusse immantinente nella sua pristina forma.»—[4]Per il, con il, forme viziose e riprese con ragione da' grammatici, che nè l'esempio di valorosi scrittori, nè l'uso generale potranno mai render commendevoli o vaghe. Massime al plurale, quanto son goffi que'periche verdeggiano e que'coniche piramideggiano in quasi tutte le scritture moderne![5]Senza dubbio di quella telasciósciala ca vola, ricordata di continuo dal Basile nelPentamerone. Raccontano che quando Re Carlo Alberto visitò Cuneo con la moglie, il consiglio comunale ragunato pensò bene fra le altre cose deliberate, d'invitare le signore a ricamare in oro un pajo di lenzuola pel letto della Regina, trovando troppo vulgari delle lenzuola di semplice tela,ancorchè della più fina battista.Si vera sunt exposita, lascio immaginare che nottata passasse la Maestà Sua sulle asperità e le scabrosità di que' ricami, e con quanti lividori s'alzasse la dimane dopo una notte insonne. Ma ne raccontan tante di que' di Cuneo in Piemonte, e su per giù le medesime si narran de' Bustocchi (cioè degli abitanti di Busto Arsizio) in Lombardia; e d'altri nelle altre regioni d'Italia.[6]L'offerta delle quali bevande forma da un pajo di secoli un obbligo d'ospitalità. VediMartelli,Satire:S'ordini all'abil scalco il cioccolatoO la bevanda abbrostolita e fresca (?)Di quei, cui dalla Legge è il vin vietato.Non si può dir quanto i poeti addescaChi liberal ne' buccheri presentaLa bevanda indïana o la turchesca.L'odor traspiri ed il frullar si sentaNella stanza vicina: e tempo è alloraDi recitar quindici versi o trenta.[7]Vocabolo che ho udito condannare come Napoletanesimo a Napoli, ma che è pure, come Napoletano, e Toscano ed Italiano.Fagiuoli,Cavalier Parigino: «Mia sorella.... ancora non ha risoluto l'elezion del suo stato. Alla quale coll'accasarmi io non so di pregiudicare in modo alcuno.»—Il Celano, negliAvanzi delle Poste(vol. II p. 224) ha detto spiritosamente sebbene non da purista:—«Molte volte (e se dicoper lo più, non dirò male) i mariti, invece di accomodarsi col casamento, si scasano.»—[8]Marino.Adone, XV, 206:Senza capo e signor che 'l freni e reggaErra et inciampa il popolo confuso,Qual greggia a cui se avvien che non provveggiaPastor, licenziosa esce dal chiuso.XI.LA CENERENTOLA.[1]C'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice:—«Giacchè io sono in viaggio, che volete voi quando io torno?»—Una, la gli ordina un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle. Dice alla minore:—«O te, Cenerentola, o che tu vuoi?»—La chiamavan Cenerentola, perchè la stava sempre nel cammino.—«Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò.»—«La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!»—«Chetatevi!»—dice.—«Io son contenta così».—Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola l'uccellino. Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque il Re gli dice a quest'omo:—«Io dò tre feste di ballo, tre festini; se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco le si spasseranno».—«Come Lei comanda»—dice.—«Grazie!»—e accetta. Torna a casa:—«Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che si vada alla festa da ballo, così e così.»—«Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo.»—Dice:—«Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo»—Eccoti lasera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola:—«Vien via, ti si accomoderà anche te.»—«Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire.»—«Ma»—dice suo padre—«andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via: lasciatela stare.»—Quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'[2].»—La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini l'uccellino; gli dice:—«Porta questi due sacchetti; e entra in carrozza e va via.»—Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi, principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori un fazzoletto e gli casca un braccialetto.—«Oh Signora,»—dice la maggiore,—«Le è cascato questa roba.»—«Prendetelo per voi,»—dice.—«Oh se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?»—Il Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i quattrini.[3]Lei la va al palazzo e sale su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'.»—La vien così brutta, orrenda tutta, tutta cenere, bisognava vedere in chemodo! Eccoti le sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—«Oh lasciatela stare!»—dice suo padre—«la dormirà ora; lasciatela stare!»—Dunque le vanno su e gli fanno vedere questo gran bel braccialetto:—«Vedi, scimunita? Lo potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla a me.»—Eccoti che vanno a cena. Il padre dice:—«Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle.»—Venghiamo a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:—«O come è andata?»—Si buttano a' piedi:—«Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!...»—«Vili! che non siete altro»—dice.—«Avevi paura di non essere ricompensati?»—dice.—«Ahn? bene!»—dice—«domani sera, pena la morte se voi non istate attenti.»—Venghiamo la sera dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:—«Stasera verrai, eh, Cenerentola?»—«Oh!»—dice—«non mi seccate! Io non ci voglio venire.»—E suo padre le grida:—«Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela stare!»—Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio dell'altra sera; e vanno via.—«Addio, sai, Cenerentola!»—Eccoti la Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien tutta vestita di verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice:—«Prendi due sacchetti di rena. E quando»—dice—«sarai perseguitata, buttala fora.»—Dice:—«Così, rimarranno ciechi.»—Così la fa: la va via, si mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede, mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare, ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava, ma lui si straccava!) lasi mette accanto alle sorelle; tira fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:—«Signora, Le è caduta questa roba,»—Dice:—«Prendetelo per voi.»—«Se c'era la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far venire!»—Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori (figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi, lascio dire! La va a casa, la smonta e va su.—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'.»—La viene così brutta, uno spavento, ecco! Veniamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—le principian di giù.—«Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!»—«'Un me ne importa nulla!»—«Ma domani sera tu ci hai a venire!»—«Sì, sì! vo' l'areste aère!»—Suo padre dice:—«Andiamo a cena, e lasciatela stare: impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena.»—Vanno a cena. Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'!—«Briccona!»—dice.—«Questa signora o l'è qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge.»—Eccoti il giorno dopo le sorelle:—«Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti: l'è l'ultima sera, t'hai a venire.»—Suo padre:—«Oh lasciatela stare! siete sempre a tormentarla!»—Allora le vengon via e si mettono a prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino:—Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, eil sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti.[4]Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.—«Signora, Le è caduta questa tabacchiera.»—«Prendetela per voi!»—Figuratevi quest'omo, l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza! Quando la s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla da gittare; non aveva nulla stasera:—«Oh!»—dice—«come ho a fare?»—Ma non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che va su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!»—Non gli risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte, gli risponde:—Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma....»—e la fa divenire brutta e poi gli dice:—«Ora e che vuoi fa'? Tu siei scoperta.»—La si mette a piangere, piangeva proprio. Venghiamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—Eh figuratevi questa sera, non gli risponde, cheh!—«Guarda che bella tabacchiera! Se te fossi venuta, la potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla! Escite di costì!»—«Andiamo, andiamo; venite a cena»—dicesuo padre. Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la pianella e il numero dell'uscio.—«Che dimani»—dice Maestà—«appena fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza e portatemi questa signora nel palazzo.»—I servitori prendon la pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano. Si affaccia suo padre:—«Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa ci sarà?»—Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.—«Cosa mi comandano?»—gli dice il padre, gua', a questi servitori.—«Quante figlie avete voi?»—Dice:—«Due.»—«Bene, fatecele vedere.»—Ecco il padre le fa venire di qua.—«Mettetevi a sedere»—dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere: gli era piccola.—«Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!»—«Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna.»—«Nojaltri non siamo venuti nè per bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!»—Eccoti, le sorelle chiamano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo:—«Che v'è egli?»—la risponde.—«Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere.»—«Io non vo' venire, io.»—«Ma bisogna che tu venga, ti pare?»—dice.—«Sì, ditegli che or'ora vengo.»—La và dall'uccellino:—«Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino:—«Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?»—Si mette l'uccellino in seno e principia ascender le scale.—«La sentono?»—dice il padre—«la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!»—Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire.—«Ah!»—riconoscono la signora dell'altra sera. Il padre, le sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli dice:—«Assolutamente, voi siete la mia sposa.»—Lei acconsente, gua', lo credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo, quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero e se ne godettero e a me nulla mi dettero.NOTE[1]Cf. con la fiaba XVI:La Maestra, Il Liebrecht annota:—S. Lemcke's Iahrbuch XI, 385 meine Anmerkung zu dem cyprischen Mährchen N.º 2.»—È lo stesso argomento del trattenimentoVI, giorn. I delPentamerone:—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' mmarito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma ppe' bertute de le fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe 'mmarito».—Cf.Pitrè(Op. cit.), XLI,Picureddae XLII,Grattula—Beddattula(della quale il prof. Malato—Todaro ha data una versione Italiana nellaRivista Siculadi Palermo, voi. VIII).Bernoni(fiabe popolari veneziane) VIII.La Conza—Senare. Prima che il libretto e la musica di due Italiani, ringiovanissero la fiaba della Cenerentola e fin dall'anno M.DCC.LIX, fu recitata a Parigi unaCendrillon, parole dell'Anseaume, musica delLa Ruette, che non incontrò gran fatto. Gli aneddotisti dànno percerto, che alcuni anni prima, il basso Thevenard, passando innanzi ad una calzoleria, stupisse della piccolezza elegante d'una pantoffola da ricucirsi; e che s'informasse dello indirizzo della padrona di quella calzatura; e volesse conoscerla; e se ne innamorasse perdutamente; e la chiedesse in matrimonio lì per lì, su due piedi; e non fosse in seguito nè più scontento, nè più infelice di tanti e tanti che hanno arrischiato il duro passo solo dopo mature considerazioni, ponderatamente. Anche il poeta tedescoDi Platen—Hallermünde, sepolto a Siracusa, ha trattato drammaticamente questo tema vaghissimo. Ecco due racconti milanesi che appartengono al ciclo della Cenerentola, il quale abbraccia due rami, quello diPeau—d'ânee quello diCendrillon.LA SCINDIROEURA.[i]Ona volta gh'era on Re. El gh'aveva ona tosa. L'era tanto bella che le voreva per sposa, la voreva sposà per mièe; e lee la voreva minga, perchè l'era vecc. Lu, seguitava a seccalla de sposall; e lee, on dì per contentali, la gh'ha ditt:—«Famm dùu vestìi a me piasè e on'ochetta che parla, che te sposi.»—Come difatti, el gh'ha fàa dùu vestìi, vun pien de stell e on alter cont i ragg del sol. Sicchè, la sera, lu, l'è andàa in lett. El ghe dis:—«Adess ven anca ti, Maria.»—la se ciamava Maria. E lee, la dis:—«Adess vegni subet.»—L'ha ciappà i dùu vestìi e i ha faa su in d'on fagott e l'ha miss l'ochetta in d'on cadin con denter l'acqua. L'ochetta, la sbatteva i al: e el Re le dimanda:—«Maria, te vegnet a dormì?»—E l'ochetta, la ghe rispondeva:—«Vegni»—Lu, el Re, el s'è indormetàa; e el s'è dissedàa pu fin a la mattinna. La mattinna el leva su, el trœuva pu la soa tosa. Lee, l'ha miss on bell'—e—brutt[ii], ona finta che se cognosseva domà che i occ; e la s'è missa in viagg; e l'ha seguitàa a viaggià finchè l'ha trovàa ona cittàa, dove gh'era on Re. L'è andada alla porta del Re e la ghe dis a la guardia de digh a la Reginna se voreven ciappalla per fa la donzella. E la guardia la gh'ha ditt:—«Te gh'hê minga vergogna, bruttascia che te set, a cercà de vegnì a fà la donzella?»—Dopo, lee, l'ha tornàa a pregà se voreven ciappalla a fà la scindirœura[iii]; a stà a i fornell, a i fogolar a tœu su la zener. Allora la guardia l'è andada a dighel a la Reginna. La Reginna, la gh'ha ditt de lassalla pur vegnì. On dì, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma, a la Reginna:—«Diman, vœuri fa ona festa de ball»—E lee, la ghe dis:—«Fâlla pur.»—Quand l'è staa che eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dia a la Reginna:—«O sura Reginna, che la me lassa andà a guardà denter almen dal bus de la ciav, a vedè come fan a ballà, perchè hoo mai vedùu.»—E lee, la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va: ma torna subet, perchè s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el me dis.»—Allora lee, la Scindirœura, la va in la soa stanza, la mett su el vestíi pien de stell e la va de denter in sala. El fiœu del Re, el ved sta bella giovina; l'ha ciappada de ballà insemma. L'ha faa on gir; e pœu, lee, la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on moment, che torni subet.»—Invece l'è andada a casa a lavorà. El va a casa, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma, che bella giovina che l'è vegnùu là a la festa! la gh'haveva su on vestìi pien de stell ch'el lusiva per tutta la sala. L'ha fàa on gir, e pœu l'hoo veduda pu. La gh'aveva i occ che pareven tutt quej de la Scindirœura»—E lee, la seguitava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«Cossa la dis quella cialla là?»—E lee, la tornava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El fiœu del Re, el dis:—«Diman, vœuri fà on'altra festa.»—Quand l'è stàa ch'eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dis a la Reginna:—«Che la me lassa andà là, sura Reginna, a guardà denter del bus de la ciav, per vedè se gh'è là quella bella giovina.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Te set on pòo tropp seccante! s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el dis.»—E lee, la ghe torna a dì:—«Voo là appenna on momentin e pœu torni subet.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va.»—La Scindirœura, la va de sora in la soa stanza, l'ha tiràa via el bell'—e—brutt, la mett su el vestii cont i ragg del Sol, e la va denter in sala. El fiœu del Re l'ha ciappada subet per ballà. Lee, l'ha fàa on gir e pœu la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on momentin, che torni subet.»—Intant che la ballava la gh'ha tiràa giò l'anell del fiœu del Re; e la va a casa e la se mett a fa el so mestée. Va a casa el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma! Gh'è vegnùu là ancamò quella bella giovina d'ier. La gh'aveva su on vestíi cont su i ragg del sol, che la lusiva per tutta la sala.»—La Scindirœura, la seguita:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«La gh'aveva i occ, che paren tutt quej de la Scindirœura.»—E la torna ancora:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis adrèe a la soa mamma:—«Sent cosa, la dis quella cialla là.»—E lee, la torna ancamò:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El dì adrèe, el dà on'altra festa; e lee, la gh'è andata pu; e lu, de la passion, el s'è malàa. Gh'era pu nissun che podeva andà in stanza a portagh de mangià; e lee, la gh'è dis a la sura Reginna:—«Che la me lassa andà mì, a portagh el pantrid.»[iv]—E la Reginna, la ghe dis:—«Cialla che te set! el vœur nanca che vaga i donzell; t'hà giost de andà ti!»—E lee, la ghe dis ancamò, la Scindirœura:—«La vedarà, sura Reginna, che de mì l'accettarà.»—Allora la Reginna, la dis:—«Va pur.»—Lee, l'è andada in stanza. Prima de andà in del Re, lee, l'è andada in stanza e l'ha miss su el vestíi cont su i ragg del sol. E l'è andada a portagh il pantrìd. La gh'ha miss denter l'anell; e lu, allora, a vede sta bella giovina, de la contentezza l'è guarìi e l'ha sposada. Dopo hin andaa a casa a trovà so pader che l'aveva lassada.SCINDIRIN—SCINDIROEU.Gh'era on negoziant; el gh'aveva tre tosann: do eren brutt e vunna l'era bella. L'era la minor quella bella. E lor ghe voreven minga ben a sta sorella: e quand vegniva in cà quajchechedun, lor eren in casa a ricev e quella lì la trattaven come ona personna de servizi; e a l'inverno, lee, la stava semper in cusinna, in canton del fœugh a scaldass, perchè in sala i so sorell la voreven minga. Ven che el Re, el dà ona festa de ball. E lor, quij do sorell brutt, hin staa invidàa e hin andàa fœura de casa a fa tutt i provist, e tœu di vestii de seda, di robb de galanteria per andà a sta festa de cort. Ven quella sera che se vesten e van a ballà. Lee, sta povera tosa, la gh'aveva ona passion; e la va in giardin a piang; e la piangeva. Ghe va là ona donnetta:—«Cossa te gh'het, la mia tosa, che te set così malinconica? perchè te pianget?»—«Perchè i mè sorell hin andàa a la festa de ball a la cort del Re; e mi, han minga vorùu menamm.»—«Te see contenta a andagh anca ti?»—«Magara, podess andà!»—«Ben, tè: questa ch'è chì, l'è ona verghetta. Va de sora, va in la toa stanza, batt sta verghetta chì, e te vegnarà fœura quel che te fa de bisogn per andà a la cort. Quand te set sott a la porta, te battaret ancamò la verghetta, e te comparirà lì ona carrozza. Quand te set a la cort, ti te battaret la verghetta, e la carrozza, la scomparirà via.»—Difatti, lee, la va de sora, la batt la soa verghetta, e ghe ven fœura on magnifich vestìi, e tutt quel che ghe fava de bisogn e scarp e calzett e per la testa tutt. La se vestiss e la va. La batt la soa verghetta, e ghe ven la carrozza. Quand l'è entrada in sala de ball là, la ved i so sorell. Gh'è là el fiœu del Re; apenna che le ved, el dis:—«Oh che bella figura! che bella giovina! come l'è missa de bon gust!»—E le tœu su a ballà. Lee, la balla; lu, el ghe dis tanti tenerezz; e lee, apenna finíi, la va via. Lu, el fiœu del Re, el ved che la gh'è pu, tutt fœura de lu:—«Pover a mì, pover a mì! Se el saveva, ghe andava adrèe almen a mettela in carrozza.»—Lee, la va a cà, la se devestiss tutta e la va a dormì per non fass capì di personn de servizi in casa. A la mattina i so sorell van in cusinna, e lee, l'era là settada al camin. E discorreven de la festa che gh'era stàa; che l'è stada inscì bella; e che gh'è andàa là ona sciora, che l'era inscì ben missa, che no gh'era nissuna altra inscì ben missa de quej ch'hin andàa là; e che el fiœu del Re l'ha ballàa insemma; e che in d'on moment la gh'è scomparsa via e l'han veduda pu.—«Se t'avesset vedùu, Scindirin—Scindirœu! la gh'aveva duu occ che pareven tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt de menamm ona quaj sera anca mì; minga andà domà vialter!»—«Cossa te vœut vegnì a fa ti, che te see minga bonna de ballà? Che vestíi te vœu mett su per vegnì a la cort?»—«I fee per vialter i vestíi, podíi famen vun anca per mì.»—Ven che el Re, el dà on'altra festa per el piasè de vedè ancora sta figuretta che gh'è andàa la prima sera. E lee, i so sorell tornen andà ancamò; e lee, quella sera torna a batt la soa verghetta ancamò. Ghe ven fœura on vestíi pusee bell ancamò, ghe ven fœura cambiament divers de mett in testa de robba finna e tutt, con di boccheritt[v], di mazzettitt de fior. La va e la entra in sala come l'ha faa l'altra volta. El Re le ved, el ghe corr a la contra; e le invida subet a ballà con lu. Lee, la ven giò e la va a fa on gir in la sala e la ghe da on mazzettin de fior per una a i so sorell, e pœu la ven via. El fiœu del Re, el ghe corr adrèe; lee, la batt la soa verghetta e la carrozza l'è subet lì: la monta in carrozza e la corr a cà; la batt la soa verghetta, le scompar tutt coss, e la và a dormì. A la mattinna i so sorell tornen ancamò andà in cusinna e ghe disen de la festa che l'era inscì bella, che gh'è andàa sta sciora, e che l'era pusee ben vestida de la prima volta, e che l'è andada là, e la gh'ha daa on mazzett de fior per un a lor:—«Ma te disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi i tœu!»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt, che se adess el fiœu del Re, el dà on'altra festa, vuj propi che me menè anca mi insemma!»—«Oh te sèe matta? coss'avemm a menâ ti? coss'hêm de menatt ti? L'è minga on sit adattàa per ti!»—Difatti, el fiœu del Re, el torna a dà on'oltra festa ancamò. Lee, la fa l'istess con la soa verghetta e ghe ven fœura on vestíi, ma ona bellezza! insomma gh'era nissun che podeva avè on vestíi compagn. Ven che la va; e apenna che la entra in sala, el fiœu del Re l'è là. El balla insemma; e pœu', el ghe dis ch'el desiderava de parlagh, de digh in dove la stava, che lu, el voreva falla per soa sposa. Lee, la ghe dis, che la podeva minga digh in dove la stava e che l'era impossibil che lee l'avess avùu de deventà soa sposa. Lu allora, el tœu giò on anell e el ghe le dà:—«E mi tœujaròo nissun, fin che non se presentarà quella che gh'hoo dàa el me anell.»—E lee, la ghe dis che l'anell l'accetta, ma che l'era difficil che la podess deventà soa mièe. E via la va a casa. L'è andàda a cà, l'ha battùu la soa verghetta, gh'è scompars tutt, e pœu l'è andàda a dormì. A la mattinna va là i so sorell e ghe cunten: che gh'è stàa là ancora quella sciora inscì ben missa; e che el fiœu del Re l'è innamoràa; e ch'el gh'ha dàa on anell per soa memoria.—«Ti disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—Ven, che de lì a on pòo de temp, i so sorell ghe disen a la Scindindin—Scindirœu, che el fiœu del Re l'era malàa per el dispiasè de podè minga avè cognossùu quella sciora, che andava a i so fest de ball. Lee, la Scindirin—Scindirœu, la va in giardin e l'era malinconica malinconica comè. Ghe compar quella donnetta, e la ghe dis:—«Cossa te gh'hêt? te sèe inscì malinconica?»—«Gh'hoo dispiasè, perchè el fiœu del Re, el s'è innamoràa de mi; e mi, l'è impossibel, ch'el me poda sposà.»—E lee, quella donnetta, la ghe dis:—«Te insegnaroo mi, come te devet fa. Ti, in casa toa, te tratten minga ben. Tira su quel pretest lì; e dì che te vœut andà a servì. E va a la cort, e va là e dimandegh se han de bisogn ona camerera, e cerca d'andagh in cà de la Reginna come donzella.»—Difatti, lee, inscì l'ha faa. La ghe dis a i so sorell: che lee, l'era stuffa de stà sott de lor; che la trattaven minga ben, la tegneven pegg che ona serva; e lee, l'ha pensàa de andà via a servì. Difatti, lee, la ghe parla a gent là de la cort per vedè se voreven tœulla per camerera. Lor el disen a la Reginna. La Reginna le ved, la ved sta tosa inscì bella, missa inscì ben, la ghe dis de fermass pur là che le ten per soa camerera. El fiœu del Re, l'era in lett malàa; ghe portaven de sora el pantrìd; e on dì, combinazion, lee, l'era de bass e la sent che aveven da portagh el pantrìd al fiœu del Re. E lee, la dis:—«Sa! vòo de sora, gh'el portaroo de sora mi; gh'el daroo al camerer che gh'è lì in anticamera.»—Intrettant che la va su di scal, la ciappa l'anell e le mett in la tazzinna del pantrìd, e la va in anticamera e la ghe dà la tazzinna al camerer. Lu, el fiœu del Re, el se mett adrèe per mangià el pantrìd, el trœuva denter el so anell, el ciama el camerer, el ghe dis:—«Dimm on poo, chi l'è che m'ha fàa sto pantrìd?»—«De bass el cœugh.»—«Chi l'è che te l'ha portàa su?»—«Ma mi sera lì in anticamera, è vegnùu la donzella de la Reginna e me l'ha portàa su lee.»—«Fa el piasè; ciamem subet la donzella de la mia mamma.»—El camerer el va; el ciama la donzella. La donzella, la voreva minga andà; ma el fiœu del Re, l'ha vorùu che la ghe andass. Quand l'è andada denter, el le guarda, el dis:—«Oh lee, l'è quella che vegneva a i mè fest de ball.»—La dis:—«Sì, l'è vera; ma mi saveva minga come fà a restituigh el so anell e hoo pensaa de metteghel dent in la tazzinna del pantrìd.»—E lu:—«Hoo ditt che quella che gh'aveva el me anell l'aveva de vess la mia sposa; e lee, la sarà la mia sposa.»—Lee, la voreva no, perchè la diseva che l'era ona povera tosa che l'era minga adattada a lu. Allora lu, el fa ciamà la soa mammin, el ghe dis che lu el voreva sposalla, quella lì o nissun. E la mader, la gh'ha ditt:—«Ben, sposala pur, se quella tosa lì, la dev vess quella che ha de rendet felice, sposala e mi son contenta; perchè l'è ona bona tosa, savia, educada.»—I so sorell, quand han sentii, che la Scindirin—Scindirœu, l'aveva de vess Reginna, ghe ven ona rabbia, che insomma!... Ma lee, tanto bonna, l'ha fàa in manera, dopo vess sposàda cont el fiœu del Re, de tirà là la soa famêja in compagnia.[i]È ilPeau—d'ânedi Carlo Perrault. Cf.Degubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaia, III.Il trottolin di legno. La vergine ritrosa all'incesto si ritrova nel trattenimento VI della giornata II; ed anche nel II dellaIIIgiornata del Pentamerone, intitolato:la Penta manomozza, se non che nellaPentatrattasi d'un fratello impazzito e non d'un padre.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e tagliatose le mano nce le manna 'mpresiento. Isso la fa jettare drinto 'na cascia a mare; e data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa ssoja, dove la mogliere gelòsa la torna a ghiettare drinto la stessa cascia; e trovata da 'no Rre, sse nce 'nzora; ma pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dapò luonghe travaglie è trovata da lo marito e da lo frate, e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Simile è la favola III del Libro primo delleTredici piacevoli nottidello Straparola:—«Tebaldo, principe di Salerno, vuole Doralice, unica sua figliuola, per moglie; la quale, perseguitata dal padre, capita in Inghilterra, e Genese la piglia per moglie e con lei ha due figliuoli, che da Tebaldo furono uccisi, di che Genese Re si vendicò.»—Ha molti punti di rapporto con questa fiaba la favola cristiana di Santa Oliva. (VediLa Rappresentazione di Sant'Oliva, riprodotta sulle antiche stampeed illustrata da Alessandro d'Ancona. Pisa. Fratelli Nistri, MDCCCLXIII). Vedi la prima annotazione alla fiaba dell'Uccel Belverdea pag. 110 del presente volume. NellaDifesa di Gio. Battista Filippo Ghirardelli dalle opposizioni fatte alla sua tragedia del Costantino (In Roma, per gli Heredi del Manelfi. MDCLIII. Con licenza de' Superiori)leggo alle facciate 179—180:—«Piacesse al cielo, che una colpa sì atroce, com'è il desiderio, manifestato da un padre, di torre alla figlia la pudicizia, fosse stata colpa, o non mai intesa, o almen sì rara nel mondo, che si rendesse inverisimile a chi l'ascolta ed apparisse impossibile a chi la legge. Per tacered'ogn'altro esempio, un solo ne porterò tratto dall'Istorie Ecclesiastiche, che diede già la materia ad una mia sacra tragedia, ed è quello di S. Dimpna, fuggita occultamente ad Anversa dall'ira del Re suo padre, dominator dell'Ibernia. Questi, vedendo la figliuola erede delle bellezze dell'estinta sua moglie, da lui amata sin all'insania, le voleva anche con la violenza torre quel fior verginale ch'aveva a persuasione di S. Gerberno consacrato all'Altissimo per gloriose primizie degli anni suoi. Questo è caso somigliantissimo al finto da me in Valeria, anzi in lei è più verisimile, atteso il costume perversissimo del tiranno Massenzio, noto a tutti per la lascivia, che con una audacia nefaria, violando la pudicizia delle Vergini più belle della sua patria, alcune di esse ne stimolò fin'all'incontrar (per fuggir le sue insidie) generosamente la morte; come fè con virtù veramente Romana la famosa Sofronia nell'antiche memorie sì decantata.»—Cf.Gonzenbach(Op. cit.) XXXVIII.Von der Betta Pilusa,Pitrè. (Opera citata) XLIIIPilusedda.[ii]Bell'—e—brutt. Questo Vocabolo manca nel Cherubini; cosa voglia dire è spiegato dall'inciso apposizionale che gli tien dietro. La fattoressa narratrice pronunziava la parola così com'io l'ho scritta; e forse sarà stato il nome d'una qualche antica foggia di dominò, di bautta, od altrettale. Ma potrebbe darsi che avesse da scriversibelèe—brutt.Belèe, vuol dire (copio dal Cherubini):—«Ninnolo,balocco,ciancia,dondolo,crepunde. Il latinoBellaria, da cui il Ferrario (Octavii FerrariiOrigines Linguae Italicae.Patavii MDCCLXXVII) vorrebbe derivato ilbeleemilanese, significava confetti, pasticci e simili o anche vini dolci. IlVaron milanespoi traeBeléeda βὴλος (astro) facendo diventar gli astri tantibelee.»—Etimologia, quest'ultima, sul genere di quelle del prof. Francesco Mazzarella—Farao, che derivava il napoletanescopacchiano(villano, dapaganus);—«da παχκοινος,omnibus communis, cioèordinario,da dozzina. O da παχιςcompactus, cioè grossolano e αννος,linum agreste, come se dir volessimo: cheveste di canovaccio, come que' villanilani di Senofonte a' quali fa παχὶα ἰματια περεὶν,crassa vestimenta gestare. O da ανος per ανοσος,morbi expers, come ordinariamente è tal gente, atteso il costumato suo tenor di vita frugale, ed in conseguenza robusta e di valida salute.»—'Mpostà, star ritto, verrebbe, secondo il Mazzarella—Farao—«da ποσθη,teretrum, il quale preso da estro non sì facilmente declina.»—Abbiamo voluto riportare questi esempli di demenza etimologica, perchè sventuratamente non è inutile il cospargerli di ridicolo, ora che Napoli, in tanto splendore di studî filologici, vede rinnovarsi queste orgie intellettuali da un professor calabrese, Vincenzo Padula da Acri, il quale pretende derivar dall'ebraico tutte le lingue, secondo lui stortamente dette indeuropee. IlVaron Milanes de la lengua de Milan, è opera di Giovanni Capis, aumentata da Giuseppe Milani ed Ignazio Albani, pubblicata la prima volta in Milano da Giangiacomo Cuomo, M.DC.VI, ristampata da Giuseppe Marelli nel M.DCCL; ripubblicata nellaCollazione delle migliori opere scritte in dialetto milanesefatta in dodici volumi da Giovanni Pirotta; raro monumento d'insipienza dello editore, che si permetteva di alterare e correggere i testi. Questo Varron Milanese sembra che non parli sempre sul serio, anzi scherzi garbatamente. Ecco l'articolo suBelée.—«Cosa di qualche bellezza apparente per dare in mano a' figliuolini. Viene dal greco βήλος, che significaAstrum, poichè qual cosa più bella, più lucente e che più tenga fisso l'occhio del figliuolino che la stella? E perciò per una certa similitudine diciamoBelée, quasi una bellezza simile a quella d'una stella; e che sia il vero si dice propriamente d'una cosa lucida come specchio, vetro, denaro, oro, argento, ec. Quindi è traslato ancora quando diciamoBelinad un bambino, significando ch'egli sia bello e lucido. Sebbene questa voceBelinla deriva il primo autore dal nome greco βερης qual significafugitivus. Bella derivazione in vero, tratta dalla consuetudine de' figliuolini i quali schizzando fuggitivamente sempre vanno correndo or qua or là.»—[iii]Dice il Cherubini:—«Scindiroeu,Scindiroeula.Cova 'l foco.Che sta a covare o a guardare il fuoco o la cenere. LaCendrillonde' francesi, che fu detta a' nostri giorni laCovacenereo laCenerentola. Il Fagiuoli però, nelTraditor fedele(Scena V) scrive: laCenerognola. Anche i Siciliani diconoCinniredda.»—In Firenze, usano più comunementeCenerontola. I Milanesi hanno (od avevano almeno) anche il maschile; la lingua antica il desidererebbe. Dice ilVaron Milanes:—«Sciendiroeu. Uno pallido magro infirmo e che tutto il giorno stia nel canton del fuoco.»—Ecco il brano del Fagiuoli:—Aspasia. «Che fa Isabella?»—Sermollina. «Ricama e fa appunto un uccellino in sur un grappol d'uva, che se la becca.»—Aspasia.«Orsù, mettiti lì da lei, e procura ch'Ella non si muova. Trattienla, perchè io debbo parlare a una persona, che non voglio, che Ella lo sappia.»—Sermollina. «Lasciate fare a me, mi metterò lì da lei a annaspare; e mentre che io annaspo, le conterò una novella.»—Aspasia. «O brava, contalene bella.»—Sermollina. «Le dirò quella della Cenerognola.»—Aspasia. «Dille quale tu vuoi; di te mi fido.»—[iv]Pantrid; pan grattato, farinata. Pane grattugiato e cotto nel brodo o nell'acqua, con burro, sale e cacio grattugiato.Pantrid maridàa, pangrattato con l'uovo;Pantrid passàa, pangrattato passato per setaccio.[v]Boccheritt, dal francesebouquet, che essendo oramai dell'uso italiano in tutte le provincie ed avendovi derivati, non può forse considerarsi più come vocabolo straniero. E di fatti già c'è chi arditamente ha scrittobuchè. Po' poi non sarebbe peggio delbigiù, deldorè, deltanè, e simili termini. Gli è un fatto che la parolamazzo, non potendo usarsi mai assolutamente, avendo sempre bisogno dell'aggiuntadi fiori, è incomoda: si è costretti ad usarla quasi sempre nelle forme diminutive:mazzetto,mazzettino,mazzolino. Per giunta, in molte provincie, ha un altro senso un po' sporco e mi ricordo d'avere sentito un teatro pieno scoppiare in omeriche risa ed inestinguibili a Napoli, allorchè un personaggio offriva alla sua signora il suo mazzo e voleva che 'l gradisse. L'autore delVendemmiatoree delleLagrime di S. Pietrotentò d'italianizzare più di trecento anni or sono il vocabolo napoletanescoramaglietto, e ne'Capitoli giocosi e satiricitestè pubblicati finalmente da Scipione Volpicella (Napoli M.D.CCC.LXX) dice d'un bicchiere:A ciò che ad ogni senso dia diletto,Il piè che 'l regge e 'l vaso ov'entra il vinoA guisa fatti son di ramaglietto.[2]Presso il Basile, invece dell'uccello, abbiamo una palma, ed il carme è questo:Dattolo mmio 'nnaurato!Co' la zappetella d'oro t'haggio zappato;Co' lo secchietiello d'oro t'haggio adacquato;Co' la tovaglia de seta t'haggio asciuttato:Spoglia a te e vieste a mme.[3]Polieno,Stratagemmi, lib. III.—«Poscia che Demetrio prese la città di Atene, Lacare vestitosi con certa veste da servo e da villano ed inchiostratasi la faccia, portando un cesto coperto di sterco, segretamente uscì dalla città per una postierla; e montato a cavallo, tenendo dei darici d'oro in mano, se ne fuggì. I cavalieri tarantini però, tennergli dietro a speron battuto senza punto arrestare il corso. In allora egli incominciòa spargere i darici d'oro per la via; i quali veggendo, i tarantini smontavano da cavallo e raccoglievano. Fatto questo più volte, egli tagliò loro il seguitarlo; e perciò Lacare cavalcando se ne venne in Beozia.»—Nè molto dissimile è l'altro stratagemma che nel libro IV Polieno narra di Mitridate. Cf. con la favola d'Ippomene ed Atalanta. (V.Guicciardini,Detti e fatti, il racconto intitolato:—«Quanto possa l'ajutorio divino nelle cose umane et per contra quanto nuoca la divina indegnatione.»—Vedi anche nel XXI dell'Orlando InnamoratodelBernia, la storia della figliuola del Re Monodante).[4]Nell'Adone, Canto II, stanza LXIII:L'altera dea, che del gran rege è moglie,De l'usato s'ammanta abito regio:Di doppie fila d'or son quelle spoglieTramate tutte e d'oro han doppio fregio;Sparse di soli; e folgorando toglieOgni sole al sol vero il lume e 'l pregio.Di stellante diadema il capo cinge,E lo scettro gemmato in man si stringe.

X.RE MESSÈMI—GLI—BECCA—'L—FUMO[1]C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si ammala e more quest'omo. I tre fratelli dicono:—«Che si ha a fare?»[2]—Dicono i due maggiori:—«Facciamo le parti di questa roba, perchè noi si vole andare a girare il mondo.»—Dice il minore:—«Andate, ma io non ci vengo, io rimango con la me' gattina.»—I fratelli maggiori vanno via e quest'altro piglia la gatta[3]e se ne fugge in una cantina. Quando gli è sul mezzogiorno, la gattina:—«Aspettami, or'ora vengo»—la dice. La va via e gli porta una bona minestra, un bel pezzo di lesso, un pezzo di pane e un pochino da bere. E questo ragazzo mangia e la gattina la gli dice di bel novo:—«Aspettami, ora ritorno.»—Poco distante da questa cantina c'era il palazzo d'il Re. La gattina principia a gnaulare: urli! gnau! ma urli! La servitù:—«Che hai tu, gattina?»—«Mi fareste la carità»—dice—«il mio padrone gli è cascato in un fosso, di darmi un vestito?»—«Volentieri»—dicono. Vanno e gnene danno. Dopo, poi, il giorno, la va e gnene riporta e li ringrazia. Dice uno della servitù:—«Dimmi, gattina, chi è egli il tuo padrone?»—«Un gran signore»—dice questa gattina. Dunque Maestà voleva sapere chi gli era. Un altro giorno la gattina la gli dice al ragazzo:—«Aspettami.»—Ogni giorno la gli portava da mangiare, la stessa minestra,lo stesso lesso, lo stesso pane e un pochino da bere.—«Aspettami qui; or'ora ritorno.»—Principia a gnaulare, più che di quel giorno, ma urli!—«Gnau! gnau! gnau!»—«Che vuoi, poerina, icchè tu hai?»—«Fatemi il piacere»—dice—«di prestarmi lo stajo. Il mio padrone ha bisogno di misurare de' quattrini.»—Gnene danno e la gattina va via. I domestici vanno da Sua Maestà:—«Questo e questo verte. Gli è venuto la gattina per lo stajo per misurare i quattrini: gli ha da essere un signore davvero.»—Dice il Re:—«Come la ritorna, vo' dovete dirgli: Sua Maestà bramerebbe di conoscere il suo padrone, avrebbe molto piacere.»—Aveva la gattina una moneta di dieci paoli; va e la mette in fondo dello stajo; e gnene riporta.—«Grazie»—dice. I servitori vedon questa moneta:—«Gattina! gattina!»—dicono—«guarda, ci è questa moneta!»—«Eh»—dice—«prendetela per voi. Il mio padrone non ci ha neppure osservato!...»—«Senti, gattina;Sua Maestà ci ha detto, bramerebbe di fare amicizia col tuo padrone.»—«Sissignori, come loro comandano. Non pensino, glielo condurrò.»—Va alla cantina e dice:—«Oh! che domani si deve andare da il Re!»—dice—«intendi bene!»—«Da il Re, io? O tu non vedi, son tutto stracciato, tutto rifinito? Com'è possibile ch'io possa venire?»—«Tu non devi trasgredire quel ch'io ti dico; altrimenti, ti graffio»—la gli dice.—«Oh senti! Tu vedrai al palazzo tutti tappeti, tutte ricchezze. Alza i piedi, sennò tu caschi. Vai franco con meco, sennò tu passi per un poero.»—La batte la bacchettina fatata e lui vien vestito, non posso dire come, da andare da Sua Maestà: un abito bello. E vanno al palazzo. Subito corre parola che c'è questo. Sua Maestà va incontro a questo signore e lo fa passare nel suo quarto, nelle sue stanze.Quando gli è lì, discorre del più e del meno, sapete, di tante cose.—«Ma Lei»—dice il Re—«avrà la sposa e i figli?»—Risponde la gattina:—«Nossignore; è giovinotto.»—Allora disse Maestà:—«Ma si trattien molto, signore?»—«Eh, per qualche mese»—rispose la gattina—«si trattiene.»—«Dica, signore, mi favorirebbe di stare a mangiare una zuppa da me?»—dice Maestà. La gattina:—«Sissignore»—dice—«gli accetta volentieri.»—Sempre la rispondeva lei. Si trattiene un altro poco lì Sua Maestà, poi va di là e li lascia soli. La gattina dice:—«Che non credi tu di mangiare come mangi nella cantina, che tu pari un lupo: gna, gna, gna. Ci sarà ogni bene di Dio. Tu devi mangiare di tutto, e poco di tutto.»—«Ma se ho tanta fame, come io farò a mangià' poco?»—dice lui alla gatta.—«Chètati, sennò ti graffio.»—Andiamo all'ora di pranzo. Questo ragazzo gradiva di tutto, ma pochino mangiava, come gli aveva detto la gattina. Diceva lui alla gattina:—«Gatta, i me' cenci!»—chè gli stava meglio alla cantina che lì, e lui insisteva.—«Chètati, ch'io ti graffio!»—Dice Maestà:—«Cosa dice il tuo padrone?»—«Eh dice:Gran bone pietanze che son queste!Nel suo paese non si fanno.»—Finito che fu il pranzo—«Oh senta»—dice Maestà—«oh si degnerebbe di rimanere anche stasera da noi a dormire? due o tre giorni? Mi fa un regalo!»—Lui guarda la gattina, che risponde:—«Sissignore, come Lei comanda. Quanto gli sarà di piacere, noi ci staremo.»—Maestà dà ordine ai servitori che mettan le lenzola le più grosse, le più ordinarie, che sieno nel palazzo.—«Perchè»—dice—«se gli è un signore, non entra nel letto. Se gli è un poero, non gli par vero; che sta a guardare le lenzola?»—Così fu fatto. La sera, quand'è l'ora di andare a letto, la gattinaentra in camera con lui, va e scopre il letto.—«Che tu non entri nel letto, sai, stasera!»—«Lasciami andare! Gli è tanti mesi che io dormo nella cantina, che non mi par vero!»—«Ti dico che tu non entri!...»—e lo graffia. Questo ragazzo si mette sur una poltrona e dorme. Venghiamo alla gattina che non era fatto giorno:—«Gnau! gnau!»—per il[4]palazzo, urla che la buttava giù il palazzo. I servitori s'alzano:—«Cos'hai, gattina, cosa c'è?»—«Cosa c'è, eh? per chi gli avete preso il mio padrone?»—dice.—«A mettergli quelle lenzola! Ha dovuto restare su d'una poltrona tutta la notte!»—I servitori corrono da Maestà:—«Maestà, questo e questo è stato con quelle lenzola!»—Maestà dice da sè:—«Gli ho detto ch'era un signore! Ed io gli voglio dare mia figlia in isposa.»—Aveva una figlia. Dà ordine ai servitori che la sera le più sopraffine lenzola, quelle di tela che rimangono in un pugno[5]gli fossero messe nel letto a questo ragazzo:—«E voi starete attenti domattina se il letto gli è arruffato, se gli è com'egli v'è entrato. Se gli è un signore, il letto è quasi tocco punto.»—Eccoti la sera vanno in camera e la gattina va a guardare il letto:—«Oh stasera entrerai nel letto. Ma bada bene, se tu ti movi, ti graffio in una maniera»—dice—«che quasi tu hai a morire!»—Figuratevi, gli entra nel letto, poero figliolo, se anche si moveva nel sonno, e il sonno fa fare degli scossoni, la lo graffiava, ma come! Tutta la notte fu sveglio: gua'! non poteva dormire. La mattina i servitori vanno a vedere se gli occorreva qualcosa, cioccolata o caffè[6], quel che gli fosse occorso, e vedono il letto senza toccare neppure. Vanno da Maestà:—«Se la vedesse, Maestà, non par neppure che gli abbia toccato il letto.»—Risponde il Re:—«Ve l'ho detto, eh, che era un signore?»—Edice da sè:—«Oggi io parlo di matrimonio assolutamente.»—Venghiamo all'ora del pranzo. Il Re lo fa discorrere questo ragazzo del più e del meno; gli entrava sempre sul matrimonio:—«Via, si accaserebbe[7]Lei volentieri?»—dice Maestà a questo signore. Risponde la gattina:—«Se trovasse una ragazza per bene, una sua pari, volentierissimo s'accaserebbe.»—Risponde Maestà:—«Non fo per lodare mia figlia; ma se non gli dispiacesse, io gnene darei volentieri. Può star sicuro, è una ragazza per bene, come Lei brama.»—Lui sapeva d'essere tanto poero, non sapeva quel che dire, gua'. La gattina la gli fa che dicesse di sì:—«Quando Lei fosse contento, Maestà»—dicono tanto lui che la gattina—«volentierissimo nojaltri si farebbe questo passo.»—Eccoti, per farla corta, questa ragazza la la mandano a chiamare, perchè lei la stava su; e gli dice Maestà:—«Vedi? Questo è il vostro sposo.»—«Come Lei comanda, signor Padre!»—Di certo, gua', la non aveva volontà. Loro penarono poco a conchiudere le nozze e forse entro la settimana fu fatto lo sposalizio. Dunque eccoti che si trattennero forse un altro mese quaggiù da Sua Maestà. Poi gli dice la gattina:—«Sa bene»—gli dice—«il su' genero gli è un Re anche lui. È un pezzo che manchiamo dal nostro posto; e quando non c'è il Re, i sudditi han sempre da dire[8].»—Risponde Maestà:—«Hai ragione, poerina; e così è di me, sai? Nella settimana partirete... partiremo, perchè vengo anch'io ad accompagnarla la mia figliola.»—Maestà va nel suo quartiere; rimangono la gatta e il ragazzo soli.—«Ma dimmi un po', indove la vuoi tu condurre questa sposa? nella cantina?»—la gli dice questo giovane, gua'. Lei gli dice:—«Chètati, sennò ti graffio. Te, non ci devi pensare.»—Quando gli è il giorno dipartire, la gattina batte la bacchetta magica e gli viene tutte queste belle strade, tutte palazzi e ville. Maestà chiedeva:—«Di chi sono tutte queste ville?»—Le genti dicevano:—«Di Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—Eccoti partono con le carrozze tutte a otto e dieci cavalli; e lei si mette a cavallo vestita da fantino, la gattina. Gli sposi col padre entrano in carrozza e via. E per quante strade di lì fin che fossero al posto, tutti replicavano:—«Ma di chi sono queste ville?»—ed essa rispondeva:—«Del Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—E tutte le genti che si domandava, sempre ripetevano così. Arrivarono al palazzo. Da quanto era bello questo palazzo! l'architettura, tutte le mura, tutte pietre preziose. Principiando dalle scale, tappeti, lumiere, una cosa che sorprendeva. E servitori! Urlando tutti:—«Evviva gli sposi! Evviva gli sposi!»—Il padre si trattiene otto o dieci giorni in questo bel palazzo, fra queste belle robe, dicendo:—«Che sorte è stata questa per la me' figliola! Che signore è questo!»—Fra sè diceva:—«Io mojo contento per avere accasato una figlia a questa maniera.»—Eccoti il giorno viene:—«Io domani parto, non posso fare di meno, gua'!»—La mattina all'ora fissata—«Addio!»—«Addio!»—Bacia la figliuola:—«Ci scriveremo!»—E va via, e torna al suo posto. Venghiamo agli sposi che ogni giorno di bene in meglio, di bene in meglio, sempre più cresceva l'abbondanza. Un giorno la dice la gattina allo sposo:—«Avrei bisogno di parlarti in disparte.»—«Quando tu vuoi. Quando ho finite le mie occupazioni, io verrò da te e sarò a sentire quel che tu vuoi.»—Quando ebbe finito quel che doveva fare, eccoti, va di là dalla gattina:—«Cosa vuoi da me?»—«Ora, aspetta un po'!»—e serra tutti gli usci, bussole,—«Voleva sapere una cosa da te; ma bada didirmi la verità!»—«Te lo giuro. Dimmi, cos'è questo che mi vuoi domandare?»—Dice:—«Abbi da sapere che io son vecchia.»—«Ebbene?»—dice il ragazzo.—«Eh sai bene che più che vecchia non si campa. Un giorno io devo morire. Tu vedi il bene che io t'ho fatto. Se io morissi, cosa faresti di me?»—«Ah! Ah!»—si mette a piangere questo sposo.—«Ahi! Ahi! non discorriamo di queste cose!»—dice piangendo.—«Ah! non mi affliggere!»—Dice la gattina:—«Non credo di affliggerti. Voglio sapere quel che tu faresti di me.»—«Ahn, che vuoi?»—sempre piangendo questo ragazzo—«non ci posso pensare! Ma che vuoi ch'io ti facessi? Ti farei una custodia tutta soda d'oro e d'argento.»—Dice la gattina:—«Davvero?»—Risponde lui:—«Davvero. Ma non discorriamo di queste cose.»—«Ah»—la dice—«adesso non voglio altro; se vuoi andare, puoi andare.»—Lascia passare un tempo questa gatta, oh! anche più d'un anno. Una notte che ti fa? per tutti i tappeti e la meglio roba, con rispetto, la va di corpo. Con rispetto, vòmita per tutta la roba, quanta ce n'era, con un fetore insopportabile. E poi, nel quartiere bono, lei tutta sparata la si butta distesa morta. Venghiamo alla mattina che i servitori s'alzano per pulire e sentono un fetore, una cosa insopportabile. Apron le finestre e vedon tutta la roba straziata. Vanno nel salotto bono e vedon la gattina, tutta distesa lì, sparata, e sciupato ogni cosa.—«Noi non abbiamo colpa»—dicon tra loro.—«Si dirà a Maestà, Maestà vedrà, ma noi non ci s'ha colpa.»—Nell'ora in cui Sua Maestà s'alza e quando sorte dalla stanza e sente questo fetore:—«Cos'è stato? cosa non è stato?»—I servitori dicono:—«Maestà venga a vedere.»—E lo conducono nel salotto a vedè' la gattina tutta sparata; tutto conciato ogni cosa. Dicelui:—«Oh porca sudicia! Prendetela e buttatela in Arno!»—Non aveva detta questa parola e si trovò giù nella cantina, con la sposa accanto e senza mangiare nè nulla. Dunque lui fu costretto a scrivere al padre della moglie la disgrazia seguita, che mandasse a prender sua figlia perchè lui era ritorno un poero meschino. Il padre sente questo e manda a prendere la figliola e la fa tornare lassù nel palazzo. E lui rimase poero; e in capo a poco tempo credo che morisse di fame e di rimorso.In santa pace pia,Dite la vostra, che ho detto la mia.NOTE[1]Ho messo l'accento sulla secondaediMessèmi, per evitare che altri, pronunziando sdrucciola la parola e frantendendo, cada nell'errore in cui sembra incorso il LIEBRECHT, che annota: «König Schickt'—mich—ihm—pickt—den—Rauch. Zum gestiefelten Kater. S. G. G. A, 1871. S. 1408 zu N. 4.»—È loChat—Bottédi CARLO PERRAULT; ed ilGagliuso, trattenimento IV della Giornata II delPentamerone:—«Gagliuso, pe' 'nnustria de 'na gatta lassatole da lo patre, diventa signore; ma mostrannose sgrato, l'è renfacciata la sgratitudene soja.»—Nella imitazione Italiana intitolataIl conto de' conti, Gagliuso diventaPetrillo:—«Petrillo per industria d'una gatta lasciatagli dal padre diventa un signore, ma mostrandosi ingrato, gli è rinfacciata la sua ingratitudine.»—Nela Chiaqlira dla Banzolaquesta novella è intitolataLa fola d' Mascarin, e Mascarin è il nome del micio. V. GONZENBACH,Sicilianische Märchen(LXV.Vom Conte Piro). In PITRÈ (Op. cit.) la novella LXXXVIII.Don Giuseppe Piru. La prima favola nella undecima delleTredici piacevoli notti del signor Giovan Francesco Straparola da Caravaggio, è identica a questa Fiaba. Forse sarà cosa grata a' lettori il poter confrontare la narrazione dello Straparola col semplice racconto d'una ciana. Essendo ora pur troppo lo Straparolaquasi irreperibile in commercio, trascriveremo qui la sua Novella.—«Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, ed aveva tre figliuoli, l'uno de' quali dicevasi Dusolino, l'altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose, cioè un albuolo, nel quale le donne impastano il pane; una panara, sopra la quale fanno il pane; ed una gatta soriana[i]già carica di anni. Venendo a morte fece l'ultimo suo testamento; ed a Dusolino suo figlio maggiore lasciò l'albuolo, a Tesifone la panara ed a Costantino la gatta. Morta e sepolta la madre, le vicine per lor bisogna quando l'albuolo, quando la panara ad imprestito richiedevano. E perchè sapevano loro essere poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se Costantino gli addimandava cosa alcuna, rispondevano: egli andasse dalla sua gatta che gliene darebbe. Per il che il povero Costantino con la sua gatta assai pativa. La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino ed adirata contra i due fratelli, che sì crudelmente lo trattavano, disse:Costantino, non ti contristare, perciocchè io provvederò ed al tuo ed al viver mio. Ed uscita di casa, se n'andò alla campagna; e, fingendo dormire, prese un lèpore, che accanto le venne, e l'uccise. Indi andata al palazzo regale, e veduti alcuni cortegiani, dissegli voler parlar col Re. Il quale inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua. Et addimandatela cosa richiedesse, rispose:che Costantino, suo padrone, gli mandava a donare un lepore, che preso aveva; e appresentollo al Re. Il Re, accettato il dono, gli addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta: lui esser uomo, che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il Re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo empì la sua bisaccia, che da lato aveva, d'alcuna buona vivanda; e, tolta licenza dal Re, a Costantino portolla. I fratelli vedendo i cibi, de' quali Costantino trionfava, li chiesero che con loro i[ii]participasse. Ma egli, rendendogli il contraccambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia, che di continuo gli rodeva il cuore. Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno per lo patire che avea fatto, era pieno di rogna e di tigna che gli davano grandissima molestia. Ed andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato; ed in pochi giorni rimase del tutto libero. La gatta (come dicemmo di sopra) molto continoava con presenti il palazzo regale ed in tal guisa sostentava il suo patrone. E perchè ormai rincresceva alla gatta l'andar tanto su e giù e dubitava di venir in fastidio alli cortigiani del Re, disse al patrone:Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco.—Ed in che modo?disse il patrone. Rispose la gatta:Vien meco e non cercar altro; chè sono al tutta disposta di arricchirti.Ed andatisi insieme al fiume, nel luogo che era vicino al palazzo reale, la gatta spogliò il patrone, e di comune concordia lo gittò nel fiume; dopo si mise ad alta voce a gridare:Ajuto! ajuto! Correte, correte! che messer Costantino s'annega!Il che sentendo il Re, e considerando che molte volte l'aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad ajutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di buoni panni, fu menato dinanzi al Re, il qual lo ricevette con grandi accoglienze. Et addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere. Ma la gatta, che sempre gli stava dappresso, disse:Sappi, o Re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioje, per venire a donarle a te; e del tutto lo spogliarono; e, credendo dargli morte, nel fiume lo gettarono; e per mercè di questi gentiluomini fu da morte campato.? Il che intendendo il Re, ordinò che fusse ben governato ed atteso. E vedendolo bello, e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti i trionfi, il Re fece caricar dieci muli dì oro e cinque di ornatissime vestimenta, ed a casa del marito da molta gente accompagnata la mandò. Costantino, vedendosi tanto onorato e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condurre; ne fece consiglio con la sua gatta, la quale disse:Non dubitare, patron mio, che ad ogni cosa faremo buona provvisione.Cavalcando ognuno allegramente, la gatta con molta fretta camminò avanti, et essendo dalla compagnia molto allontanata, s'incontrò in alcuni cavalieri, ed a quelli ella disse:Che fate quivi, o poveri uomini? Partitevi presto, chè una gran cavalcata di gente viene, e farà di voi presaglia. Ecco che gli è qui vicina, udite il strepito delli nitrienti cavalli.I cavalieri spauriti dissero:Che deggiamo adunque fare noi?Ai quali la gattina rispose:Farete a questo modo. Se voi sete addimandati di cui sete cavalieri, rispondete animosamente:di Messer Costantino;e non sarete molestati.Et andatasi la gatta più innanzi, trovò grandissima copia di pecore et armenti; e con li lor pastori fece il somigliante, et a quanti per strada trovava, il simile diceva. Le genti che Elisetta accompagnavano, addimandavan:Di chi siete cavalieri?e:Di chi sono tanti belli armenti?E tutti ad una voce rispondevano:Di messer Costantino.Dicevano quelli che accompagnavano la sposa:Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra il tener vostro entrare?Et egli col capo affermava di sì. E per questo la compagnia grandissimo ricco lo giudicava. Giunta la gatta ad un bellissimo castello, trovò quello con poca brigata e disse:Che fate, uomini da bene? Non vi accorgete della roina che vi viene addosso?—Che?dissero i castellani—Non passerà un'ora che verranno qua molti soldati e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitriscono? Non vedete la polve in aria? E se non volete perire, togliete il mio consiglio, che tutti sarete salvi. Se alcuno vi addimanda di chi è questo castello, ditegli:di Messer Costantino.E così fecero. Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era e tutti animosamente risposero:Di Messer Costantino Fortunato.Et entrati dentro, onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello per condurre a casa la moglie che nuovamente aveva presa; e per sua sciagura, prima che giungesse al luogo della diletta moglie, gli sopraggiunse per la strada un così fiero e miserabile rabile accidente, per lo quale immantinente se ne morì. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo, che Morando, Re di Boemia, morì; ed il popolo gridò per suo Re Costantino Fortunato, per esser marito di Elisetta figliuola del morto Re, a cui per debito di successione aspettava il Reame. Et a questo modo Costantino di povero e mendico, signore e Re rimase, e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel Regno.»[i]Tra le Annotazioni alMalmantile Riacquistato, v'è la seguente che si riferisce all'ottava XIX del IX Cantare:Un'altra(donna di Malmantile)con un gatto vuol la berta. Legato il cala. Ond'ei fra que' Ugnano, Sguaina l'ugna e con la bocca aperta Grida inasprito il suo parlar soriano. Ed il primo, ch'ei trova, egli diserta; Che, dov'ei chiappa, vuol levarne il brano. Così l'alz'ella e abbassa con la corda Acciò ch'or questo or quello ei graffi e morda.—«In parlar soriano, cioè in parlar da gatti.Gatto sorianosi dice quello che ha la pelle di color lionato, serpato di nero: e tal colore, benchè si dia in altri animali o in panni, non si dicesorianose non de' gatti; forse perchè i gatti di tal colore sien venuti di Soria.»[ii]Iadopera spesso lo Straparola perli, alla caravaggese. E così bistratta presso a poco tutti i pronomi.[2]Questosi ha a, si pronunzia veramente dal volgo contraendo le dueache s'incontrano, in modo che potrebbe figurarsi così:s'hâ. Onde spesso equivoci. Il Marchese M.*********, milanese, sentendosi domandare da un notajo fiorentino:S'ha a scrivere?ed intendendo:Sa scrivere?rispose meravigliato:Ma! un pochino! almeno ho imparato da ragazzo e fino ad iersera me ne ricordavo.[3]Non sappiamo se fosse una maghera micia allampanata e strutta od un bel pelliccione. Vattel'a pésca. «Le donne, quando vedono un bel gatto, grande e grosso, lo chiamanoun bel pelliccione, cioè:che ha una bella pelle o pelliccia.»—Ann. al Malm.Cant. IX, St. XXI. Di gatte così affezionate all'uomo ne troviamo una appo ilGuicciardini:—«Una gatta inamorata d'uno fanciullo, supplicò Venere che la volesse in donna trasformare. Venere, avuta compassione di lei, le fece la grazia et le dette forma di bellissima giovane: mediante la qual forma et bellezza, essa ben tosto lo amante a letto si condusse. Or in questo stante, volendo Venere esperimentare se ella, mutata forma, avesse mutata natura, fece passare per il mezzo della camera un topo, verso il quale, subito saltata dal letto donna Gatta, corse per prenderlo. Di che sdegnata Venere, la ridusse immantinente nella sua pristina forma.»—[4]Per il, con il, forme viziose e riprese con ragione da' grammatici, che nè l'esempio di valorosi scrittori, nè l'uso generale potranno mai render commendevoli o vaghe. Massime al plurale, quanto son goffi que'periche verdeggiano e que'coniche piramideggiano in quasi tutte le scritture moderne![5]Senza dubbio di quella telasciósciala ca vola, ricordata di continuo dal Basile nelPentamerone. Raccontano che quando Re Carlo Alberto visitò Cuneo con la moglie, il consiglio comunale ragunato pensò bene fra le altre cose deliberate, d'invitare le signore a ricamare in oro un pajo di lenzuola pel letto della Regina, trovando troppo vulgari delle lenzuola di semplice tela,ancorchè della più fina battista.Si vera sunt exposita, lascio immaginare che nottata passasse la Maestà Sua sulle asperità e le scabrosità di que' ricami, e con quanti lividori s'alzasse la dimane dopo una notte insonne. Ma ne raccontan tante di que' di Cuneo in Piemonte, e su per giù le medesime si narran de' Bustocchi (cioè degli abitanti di Busto Arsizio) in Lombardia; e d'altri nelle altre regioni d'Italia.[6]L'offerta delle quali bevande forma da un pajo di secoli un obbligo d'ospitalità. VediMartelli,Satire:S'ordini all'abil scalco il cioccolatoO la bevanda abbrostolita e fresca (?)Di quei, cui dalla Legge è il vin vietato.Non si può dir quanto i poeti addescaChi liberal ne' buccheri presentaLa bevanda indïana o la turchesca.L'odor traspiri ed il frullar si sentaNella stanza vicina: e tempo è alloraDi recitar quindici versi o trenta.[7]Vocabolo che ho udito condannare come Napoletanesimo a Napoli, ma che è pure, come Napoletano, e Toscano ed Italiano.Fagiuoli,Cavalier Parigino: «Mia sorella.... ancora non ha risoluto l'elezion del suo stato. Alla quale coll'accasarmi io non so di pregiudicare in modo alcuno.»—Il Celano, negliAvanzi delle Poste(vol. II p. 224) ha detto spiritosamente sebbene non da purista:—«Molte volte (e se dicoper lo più, non dirò male) i mariti, invece di accomodarsi col casamento, si scasano.»—[8]Marino.Adone, XV, 206:Senza capo e signor che 'l freni e reggaErra et inciampa il popolo confuso,Qual greggia a cui se avvien che non provveggiaPastor, licenziosa esce dal chiuso.

RE MESSÈMI—GLI—BECCA—'L—FUMO[1]

C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si ammala e more quest'omo. I tre fratelli dicono:—«Che si ha a fare?»[2]—Dicono i due maggiori:—«Facciamo le parti di questa roba, perchè noi si vole andare a girare il mondo.»—Dice il minore:—«Andate, ma io non ci vengo, io rimango con la me' gattina.»—I fratelli maggiori vanno via e quest'altro piglia la gatta[3]e se ne fugge in una cantina. Quando gli è sul mezzogiorno, la gattina:—«Aspettami, or'ora vengo»—la dice. La va via e gli porta una bona minestra, un bel pezzo di lesso, un pezzo di pane e un pochino da bere. E questo ragazzo mangia e la gattina la gli dice di bel novo:—«Aspettami, ora ritorno.»—Poco distante da questa cantina c'era il palazzo d'il Re. La gattina principia a gnaulare: urli! gnau! ma urli! La servitù:—«Che hai tu, gattina?»—«Mi fareste la carità»—dice—«il mio padrone gli è cascato in un fosso, di darmi un vestito?»—«Volentieri»—dicono. Vanno e gnene danno. Dopo, poi, il giorno, la va e gnene riporta e li ringrazia. Dice uno della servitù:—«Dimmi, gattina, chi è egli il tuo padrone?»—«Un gran signore»—dice questa gattina. Dunque Maestà voleva sapere chi gli era. Un altro giorno la gattina la gli dice al ragazzo:—«Aspettami.»—Ogni giorno la gli portava da mangiare, la stessa minestra,lo stesso lesso, lo stesso pane e un pochino da bere.—«Aspettami qui; or'ora ritorno.»—Principia a gnaulare, più che di quel giorno, ma urli!—«Gnau! gnau! gnau!»—«Che vuoi, poerina, icchè tu hai?»—«Fatemi il piacere»—dice—«di prestarmi lo stajo. Il mio padrone ha bisogno di misurare de' quattrini.»—Gnene danno e la gattina va via. I domestici vanno da Sua Maestà:—«Questo e questo verte. Gli è venuto la gattina per lo stajo per misurare i quattrini: gli ha da essere un signore davvero.»—Dice il Re:—«Come la ritorna, vo' dovete dirgli: Sua Maestà bramerebbe di conoscere il suo padrone, avrebbe molto piacere.»—Aveva la gattina una moneta di dieci paoli; va e la mette in fondo dello stajo; e gnene riporta.—«Grazie»—dice. I servitori vedon questa moneta:—«Gattina! gattina!»—dicono—«guarda, ci è questa moneta!»—«Eh»—dice—«prendetela per voi. Il mio padrone non ci ha neppure osservato!...»—«Senti, gattina;Sua Maestà ci ha detto, bramerebbe di fare amicizia col tuo padrone.»—«Sissignori, come loro comandano. Non pensino, glielo condurrò.»—Va alla cantina e dice:—«Oh! che domani si deve andare da il Re!»—dice—«intendi bene!»—«Da il Re, io? O tu non vedi, son tutto stracciato, tutto rifinito? Com'è possibile ch'io possa venire?»—«Tu non devi trasgredire quel ch'io ti dico; altrimenti, ti graffio»—la gli dice.—«Oh senti! Tu vedrai al palazzo tutti tappeti, tutte ricchezze. Alza i piedi, sennò tu caschi. Vai franco con meco, sennò tu passi per un poero.»—La batte la bacchettina fatata e lui vien vestito, non posso dire come, da andare da Sua Maestà: un abito bello. E vanno al palazzo. Subito corre parola che c'è questo. Sua Maestà va incontro a questo signore e lo fa passare nel suo quarto, nelle sue stanze.Quando gli è lì, discorre del più e del meno, sapete, di tante cose.—«Ma Lei»—dice il Re—«avrà la sposa e i figli?»—Risponde la gattina:—«Nossignore; è giovinotto.»—Allora disse Maestà:—«Ma si trattien molto, signore?»—«Eh, per qualche mese»—rispose la gattina—«si trattiene.»—«Dica, signore, mi favorirebbe di stare a mangiare una zuppa da me?»—dice Maestà. La gattina:—«Sissignore»—dice—«gli accetta volentieri.»—Sempre la rispondeva lei. Si trattiene un altro poco lì Sua Maestà, poi va di là e li lascia soli. La gattina dice:—«Che non credi tu di mangiare come mangi nella cantina, che tu pari un lupo: gna, gna, gna. Ci sarà ogni bene di Dio. Tu devi mangiare di tutto, e poco di tutto.»—«Ma se ho tanta fame, come io farò a mangià' poco?»—dice lui alla gatta.—«Chètati, sennò ti graffio.»—Andiamo all'ora di pranzo. Questo ragazzo gradiva di tutto, ma pochino mangiava, come gli aveva detto la gattina. Diceva lui alla gattina:—«Gatta, i me' cenci!»—chè gli stava meglio alla cantina che lì, e lui insisteva.—«Chètati, ch'io ti graffio!»—Dice Maestà:—«Cosa dice il tuo padrone?»—«Eh dice:Gran bone pietanze che son queste!Nel suo paese non si fanno.»—Finito che fu il pranzo—«Oh senta»—dice Maestà—«oh si degnerebbe di rimanere anche stasera da noi a dormire? due o tre giorni? Mi fa un regalo!»—Lui guarda la gattina, che risponde:—«Sissignore, come Lei comanda. Quanto gli sarà di piacere, noi ci staremo.»—Maestà dà ordine ai servitori che mettan le lenzola le più grosse, le più ordinarie, che sieno nel palazzo.—«Perchè»—dice—«se gli è un signore, non entra nel letto. Se gli è un poero, non gli par vero; che sta a guardare le lenzola?»—Così fu fatto. La sera, quand'è l'ora di andare a letto, la gattinaentra in camera con lui, va e scopre il letto.—«Che tu non entri nel letto, sai, stasera!»—«Lasciami andare! Gli è tanti mesi che io dormo nella cantina, che non mi par vero!»—«Ti dico che tu non entri!...»—e lo graffia. Questo ragazzo si mette sur una poltrona e dorme. Venghiamo alla gattina che non era fatto giorno:—«Gnau! gnau!»—per il[4]palazzo, urla che la buttava giù il palazzo. I servitori s'alzano:—«Cos'hai, gattina, cosa c'è?»—«Cosa c'è, eh? per chi gli avete preso il mio padrone?»—dice.—«A mettergli quelle lenzola! Ha dovuto restare su d'una poltrona tutta la notte!»—I servitori corrono da Maestà:—«Maestà, questo e questo è stato con quelle lenzola!»—Maestà dice da sè:—«Gli ho detto ch'era un signore! Ed io gli voglio dare mia figlia in isposa.»—Aveva una figlia. Dà ordine ai servitori che la sera le più sopraffine lenzola, quelle di tela che rimangono in un pugno[5]gli fossero messe nel letto a questo ragazzo:—«E voi starete attenti domattina se il letto gli è arruffato, se gli è com'egli v'è entrato. Se gli è un signore, il letto è quasi tocco punto.»—Eccoti la sera vanno in camera e la gattina va a guardare il letto:—«Oh stasera entrerai nel letto. Ma bada bene, se tu ti movi, ti graffio in una maniera»—dice—«che quasi tu hai a morire!»—Figuratevi, gli entra nel letto, poero figliolo, se anche si moveva nel sonno, e il sonno fa fare degli scossoni, la lo graffiava, ma come! Tutta la notte fu sveglio: gua'! non poteva dormire. La mattina i servitori vanno a vedere se gli occorreva qualcosa, cioccolata o caffè[6], quel che gli fosse occorso, e vedono il letto senza toccare neppure. Vanno da Maestà:—«Se la vedesse, Maestà, non par neppure che gli abbia toccato il letto.»—Risponde il Re:—«Ve l'ho detto, eh, che era un signore?»—Edice da sè:—«Oggi io parlo di matrimonio assolutamente.»—Venghiamo all'ora del pranzo. Il Re lo fa discorrere questo ragazzo del più e del meno; gli entrava sempre sul matrimonio:—«Via, si accaserebbe[7]Lei volentieri?»—dice Maestà a questo signore. Risponde la gattina:—«Se trovasse una ragazza per bene, una sua pari, volentierissimo s'accaserebbe.»—Risponde Maestà:—«Non fo per lodare mia figlia; ma se non gli dispiacesse, io gnene darei volentieri. Può star sicuro, è una ragazza per bene, come Lei brama.»—Lui sapeva d'essere tanto poero, non sapeva quel che dire, gua'. La gattina la gli fa che dicesse di sì:—«Quando Lei fosse contento, Maestà»—dicono tanto lui che la gattina—«volentierissimo nojaltri si farebbe questo passo.»—Eccoti, per farla corta, questa ragazza la la mandano a chiamare, perchè lei la stava su; e gli dice Maestà:—«Vedi? Questo è il vostro sposo.»—«Come Lei comanda, signor Padre!»—Di certo, gua', la non aveva volontà. Loro penarono poco a conchiudere le nozze e forse entro la settimana fu fatto lo sposalizio. Dunque eccoti che si trattennero forse un altro mese quaggiù da Sua Maestà. Poi gli dice la gattina:—«Sa bene»—gli dice—«il su' genero gli è un Re anche lui. È un pezzo che manchiamo dal nostro posto; e quando non c'è il Re, i sudditi han sempre da dire[8].»—Risponde Maestà:—«Hai ragione, poerina; e così è di me, sai? Nella settimana partirete... partiremo, perchè vengo anch'io ad accompagnarla la mia figliola.»—Maestà va nel suo quartiere; rimangono la gatta e il ragazzo soli.—«Ma dimmi un po', indove la vuoi tu condurre questa sposa? nella cantina?»—la gli dice questo giovane, gua'. Lei gli dice:—«Chètati, sennò ti graffio. Te, non ci devi pensare.»—Quando gli è il giorno dipartire, la gattina batte la bacchetta magica e gli viene tutte queste belle strade, tutte palazzi e ville. Maestà chiedeva:—«Di chi sono tutte queste ville?»—Le genti dicevano:—«Di Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—Eccoti partono con le carrozze tutte a otto e dieci cavalli; e lei si mette a cavallo vestita da fantino, la gattina. Gli sposi col padre entrano in carrozza e via. E per quante strade di lì fin che fossero al posto, tutti replicavano:—«Ma di chi sono queste ville?»—ed essa rispondeva:—«Del Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—E tutte le genti che si domandava, sempre ripetevano così. Arrivarono al palazzo. Da quanto era bello questo palazzo! l'architettura, tutte le mura, tutte pietre preziose. Principiando dalle scale, tappeti, lumiere, una cosa che sorprendeva. E servitori! Urlando tutti:—«Evviva gli sposi! Evviva gli sposi!»—Il padre si trattiene otto o dieci giorni in questo bel palazzo, fra queste belle robe, dicendo:—«Che sorte è stata questa per la me' figliola! Che signore è questo!»—Fra sè diceva:—«Io mojo contento per avere accasato una figlia a questa maniera.»—Eccoti il giorno viene:—«Io domani parto, non posso fare di meno, gua'!»—La mattina all'ora fissata—«Addio!»—«Addio!»—Bacia la figliuola:—«Ci scriveremo!»—E va via, e torna al suo posto. Venghiamo agli sposi che ogni giorno di bene in meglio, di bene in meglio, sempre più cresceva l'abbondanza. Un giorno la dice la gattina allo sposo:—«Avrei bisogno di parlarti in disparte.»—«Quando tu vuoi. Quando ho finite le mie occupazioni, io verrò da te e sarò a sentire quel che tu vuoi.»—Quando ebbe finito quel che doveva fare, eccoti, va di là dalla gattina:—«Cosa vuoi da me?»—«Ora, aspetta un po'!»—e serra tutti gli usci, bussole,—«Voleva sapere una cosa da te; ma bada didirmi la verità!»—«Te lo giuro. Dimmi, cos'è questo che mi vuoi domandare?»—Dice:—«Abbi da sapere che io son vecchia.»—«Ebbene?»—dice il ragazzo.—«Eh sai bene che più che vecchia non si campa. Un giorno io devo morire. Tu vedi il bene che io t'ho fatto. Se io morissi, cosa faresti di me?»—«Ah! Ah!»—si mette a piangere questo sposo.—«Ahi! Ahi! non discorriamo di queste cose!»—dice piangendo.—«Ah! non mi affliggere!»—Dice la gattina:—«Non credo di affliggerti. Voglio sapere quel che tu faresti di me.»—«Ahn, che vuoi?»—sempre piangendo questo ragazzo—«non ci posso pensare! Ma che vuoi ch'io ti facessi? Ti farei una custodia tutta soda d'oro e d'argento.»—Dice la gattina:—«Davvero?»—Risponde lui:—«Davvero. Ma non discorriamo di queste cose.»—«Ah»—la dice—«adesso non voglio altro; se vuoi andare, puoi andare.»—Lascia passare un tempo questa gatta, oh! anche più d'un anno. Una notte che ti fa? per tutti i tappeti e la meglio roba, con rispetto, la va di corpo. Con rispetto, vòmita per tutta la roba, quanta ce n'era, con un fetore insopportabile. E poi, nel quartiere bono, lei tutta sparata la si butta distesa morta. Venghiamo alla mattina che i servitori s'alzano per pulire e sentono un fetore, una cosa insopportabile. Apron le finestre e vedon tutta la roba straziata. Vanno nel salotto bono e vedon la gattina, tutta distesa lì, sparata, e sciupato ogni cosa.—«Noi non abbiamo colpa»—dicon tra loro.—«Si dirà a Maestà, Maestà vedrà, ma noi non ci s'ha colpa.»—Nell'ora in cui Sua Maestà s'alza e quando sorte dalla stanza e sente questo fetore:—«Cos'è stato? cosa non è stato?»—I servitori dicono:—«Maestà venga a vedere.»—E lo conducono nel salotto a vedè' la gattina tutta sparata; tutto conciato ogni cosa. Dicelui:—«Oh porca sudicia! Prendetela e buttatela in Arno!»—Non aveva detta questa parola e si trovò giù nella cantina, con la sposa accanto e senza mangiare nè nulla. Dunque lui fu costretto a scrivere al padre della moglie la disgrazia seguita, che mandasse a prender sua figlia perchè lui era ritorno un poero meschino. Il padre sente questo e manda a prendere la figliola e la fa tornare lassù nel palazzo. E lui rimase poero; e in capo a poco tempo credo che morisse di fame e di rimorso.

In santa pace pia,Dite la vostra, che ho detto la mia.

NOTE

[1]Ho messo l'accento sulla secondaediMessèmi, per evitare che altri, pronunziando sdrucciola la parola e frantendendo, cada nell'errore in cui sembra incorso il LIEBRECHT, che annota: «König Schickt'—mich—ihm—pickt—den—Rauch. Zum gestiefelten Kater. S. G. G. A, 1871. S. 1408 zu N. 4.»—È loChat—Bottédi CARLO PERRAULT; ed ilGagliuso, trattenimento IV della Giornata II delPentamerone:—«Gagliuso, pe' 'nnustria de 'na gatta lassatole da lo patre, diventa signore; ma mostrannose sgrato, l'è renfacciata la sgratitudene soja.»—Nella imitazione Italiana intitolataIl conto de' conti, Gagliuso diventaPetrillo:—«Petrillo per industria d'una gatta lasciatagli dal padre diventa un signore, ma mostrandosi ingrato, gli è rinfacciata la sua ingratitudine.»—Nela Chiaqlira dla Banzolaquesta novella è intitolataLa fola d' Mascarin, e Mascarin è il nome del micio. V. GONZENBACH,Sicilianische Märchen(LXV.Vom Conte Piro). In PITRÈ (Op. cit.) la novella LXXXVIII.Don Giuseppe Piru. La prima favola nella undecima delleTredici piacevoli notti del signor Giovan Francesco Straparola da Caravaggio, è identica a questa Fiaba. Forse sarà cosa grata a' lettori il poter confrontare la narrazione dello Straparola col semplice racconto d'una ciana. Essendo ora pur troppo lo Straparolaquasi irreperibile in commercio, trascriveremo qui la sua Novella.—«Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, ed aveva tre figliuoli, l'uno de' quali dicevasi Dusolino, l'altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose, cioè un albuolo, nel quale le donne impastano il pane; una panara, sopra la quale fanno il pane; ed una gatta soriana[i]già carica di anni. Venendo a morte fece l'ultimo suo testamento; ed a Dusolino suo figlio maggiore lasciò l'albuolo, a Tesifone la panara ed a Costantino la gatta. Morta e sepolta la madre, le vicine per lor bisogna quando l'albuolo, quando la panara ad imprestito richiedevano. E perchè sapevano loro essere poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se Costantino gli addimandava cosa alcuna, rispondevano: egli andasse dalla sua gatta che gliene darebbe. Per il che il povero Costantino con la sua gatta assai pativa. La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino ed adirata contra i due fratelli, che sì crudelmente lo trattavano, disse:Costantino, non ti contristare, perciocchè io provvederò ed al tuo ed al viver mio. Ed uscita di casa, se n'andò alla campagna; e, fingendo dormire, prese un lèpore, che accanto le venne, e l'uccise. Indi andata al palazzo regale, e veduti alcuni cortegiani, dissegli voler parlar col Re. Il quale inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua. Et addimandatela cosa richiedesse, rispose:che Costantino, suo padrone, gli mandava a donare un lepore, che preso aveva; e appresentollo al Re. Il Re, accettato il dono, gli addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta: lui esser uomo, che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il Re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo empì la sua bisaccia, che da lato aveva, d'alcuna buona vivanda; e, tolta licenza dal Re, a Costantino portolla. I fratelli vedendo i cibi, de' quali Costantino trionfava, li chiesero che con loro i[ii]participasse. Ma egli, rendendogli il contraccambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia, che di continuo gli rodeva il cuore. Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno per lo patire che avea fatto, era pieno di rogna e di tigna che gli davano grandissima molestia. Ed andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato; ed in pochi giorni rimase del tutto libero. La gatta (come dicemmo di sopra) molto continoava con presenti il palazzo regale ed in tal guisa sostentava il suo patrone. E perchè ormai rincresceva alla gatta l'andar tanto su e giù e dubitava di venir in fastidio alli cortigiani del Re, disse al patrone:Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco.—Ed in che modo?disse il patrone. Rispose la gatta:Vien meco e non cercar altro; chè sono al tutta disposta di arricchirti.Ed andatisi insieme al fiume, nel luogo che era vicino al palazzo reale, la gatta spogliò il patrone, e di comune concordia lo gittò nel fiume; dopo si mise ad alta voce a gridare:Ajuto! ajuto! Correte, correte! che messer Costantino s'annega!Il che sentendo il Re, e considerando che molte volte l'aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad ajutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di buoni panni, fu menato dinanzi al Re, il qual lo ricevette con grandi accoglienze. Et addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere. Ma la gatta, che sempre gli stava dappresso, disse:Sappi, o Re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioje, per venire a donarle a te; e del tutto lo spogliarono; e, credendo dargli morte, nel fiume lo gettarono; e per mercè di questi gentiluomini fu da morte campato.? Il che intendendo il Re, ordinò che fusse ben governato ed atteso. E vedendolo bello, e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti i trionfi, il Re fece caricar dieci muli dì oro e cinque di ornatissime vestimenta, ed a casa del marito da molta gente accompagnata la mandò. Costantino, vedendosi tanto onorato e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condurre; ne fece consiglio con la sua gatta, la quale disse:Non dubitare, patron mio, che ad ogni cosa faremo buona provvisione.Cavalcando ognuno allegramente, la gatta con molta fretta camminò avanti, et essendo dalla compagnia molto allontanata, s'incontrò in alcuni cavalieri, ed a quelli ella disse:Che fate quivi, o poveri uomini? Partitevi presto, chè una gran cavalcata di gente viene, e farà di voi presaglia. Ecco che gli è qui vicina, udite il strepito delli nitrienti cavalli.I cavalieri spauriti dissero:Che deggiamo adunque fare noi?Ai quali la gattina rispose:Farete a questo modo. Se voi sete addimandati di cui sete cavalieri, rispondete animosamente:di Messer Costantino;e non sarete molestati.Et andatasi la gatta più innanzi, trovò grandissima copia di pecore et armenti; e con li lor pastori fece il somigliante, et a quanti per strada trovava, il simile diceva. Le genti che Elisetta accompagnavano, addimandavan:Di chi siete cavalieri?e:Di chi sono tanti belli armenti?E tutti ad una voce rispondevano:Di messer Costantino.Dicevano quelli che accompagnavano la sposa:Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra il tener vostro entrare?Et egli col capo affermava di sì. E per questo la compagnia grandissimo ricco lo giudicava. Giunta la gatta ad un bellissimo castello, trovò quello con poca brigata e disse:Che fate, uomini da bene? Non vi accorgete della roina che vi viene addosso?—Che?dissero i castellani—Non passerà un'ora che verranno qua molti soldati e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitriscono? Non vedete la polve in aria? E se non volete perire, togliete il mio consiglio, che tutti sarete salvi. Se alcuno vi addimanda di chi è questo castello, ditegli:di Messer Costantino.E così fecero. Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era e tutti animosamente risposero:Di Messer Costantino Fortunato.Et entrati dentro, onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello per condurre a casa la moglie che nuovamente aveva presa; e per sua sciagura, prima che giungesse al luogo della diletta moglie, gli sopraggiunse per la strada un così fiero e miserabile rabile accidente, per lo quale immantinente se ne morì. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo, che Morando, Re di Boemia, morì; ed il popolo gridò per suo Re Costantino Fortunato, per esser marito di Elisetta figliuola del morto Re, a cui per debito di successione aspettava il Reame. Et a questo modo Costantino di povero e mendico, signore e Re rimase, e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel Regno.»

[1]Ho messo l'accento sulla secondaediMessèmi, per evitare che altri, pronunziando sdrucciola la parola e frantendendo, cada nell'errore in cui sembra incorso il LIEBRECHT, che annota: «König Schickt'—mich—ihm—pickt—den—Rauch. Zum gestiefelten Kater. S. G. G. A, 1871. S. 1408 zu N. 4.»—È loChat—Bottédi CARLO PERRAULT; ed ilGagliuso, trattenimento IV della Giornata II delPentamerone:—«Gagliuso, pe' 'nnustria de 'na gatta lassatole da lo patre, diventa signore; ma mostrannose sgrato, l'è renfacciata la sgratitudene soja.»—Nella imitazione Italiana intitolataIl conto de' conti, Gagliuso diventaPetrillo:—«Petrillo per industria d'una gatta lasciatagli dal padre diventa un signore, ma mostrandosi ingrato, gli è rinfacciata la sua ingratitudine.»—Nela Chiaqlira dla Banzolaquesta novella è intitolataLa fola d' Mascarin, e Mascarin è il nome del micio. V. GONZENBACH,Sicilianische Märchen(LXV.Vom Conte Piro). In PITRÈ (Op. cit.) la novella LXXXVIII.Don Giuseppe Piru. La prima favola nella undecima delleTredici piacevoli notti del signor Giovan Francesco Straparola da Caravaggio, è identica a questa Fiaba. Forse sarà cosa grata a' lettori il poter confrontare la narrazione dello Straparola col semplice racconto d'una ciana. Essendo ora pur troppo lo Straparolaquasi irreperibile in commercio, trascriveremo qui la sua Novella.—«Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, ed aveva tre figliuoli, l'uno de' quali dicevasi Dusolino, l'altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose, cioè un albuolo, nel quale le donne impastano il pane; una panara, sopra la quale fanno il pane; ed una gatta soriana[i]già carica di anni. Venendo a morte fece l'ultimo suo testamento; ed a Dusolino suo figlio maggiore lasciò l'albuolo, a Tesifone la panara ed a Costantino la gatta. Morta e sepolta la madre, le vicine per lor bisogna quando l'albuolo, quando la panara ad imprestito richiedevano. E perchè sapevano loro essere poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se Costantino gli addimandava cosa alcuna, rispondevano: egli andasse dalla sua gatta che gliene darebbe. Per il che il povero Costantino con la sua gatta assai pativa. La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino ed adirata contra i due fratelli, che sì crudelmente lo trattavano, disse:Costantino, non ti contristare, perciocchè io provvederò ed al tuo ed al viver mio. Ed uscita di casa, se n'andò alla campagna; e, fingendo dormire, prese un lèpore, che accanto le venne, e l'uccise. Indi andata al palazzo regale, e veduti alcuni cortegiani, dissegli voler parlar col Re. Il quale inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua. Et addimandatela cosa richiedesse, rispose:che Costantino, suo padrone, gli mandava a donare un lepore, che preso aveva; e appresentollo al Re. Il Re, accettato il dono, gli addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta: lui esser uomo, che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il Re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo empì la sua bisaccia, che da lato aveva, d'alcuna buona vivanda; e, tolta licenza dal Re, a Costantino portolla. I fratelli vedendo i cibi, de' quali Costantino trionfava, li chiesero che con loro i[ii]participasse. Ma egli, rendendogli il contraccambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia, che di continuo gli rodeva il cuore. Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno per lo patire che avea fatto, era pieno di rogna e di tigna che gli davano grandissima molestia. Ed andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato; ed in pochi giorni rimase del tutto libero. La gatta (come dicemmo di sopra) molto continoava con presenti il palazzo regale ed in tal guisa sostentava il suo patrone. E perchè ormai rincresceva alla gatta l'andar tanto su e giù e dubitava di venir in fastidio alli cortigiani del Re, disse al patrone:Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco.—Ed in che modo?disse il patrone. Rispose la gatta:Vien meco e non cercar altro; chè sono al tutta disposta di arricchirti.Ed andatisi insieme al fiume, nel luogo che era vicino al palazzo reale, la gatta spogliò il patrone, e di comune concordia lo gittò nel fiume; dopo si mise ad alta voce a gridare:Ajuto! ajuto! Correte, correte! che messer Costantino s'annega!Il che sentendo il Re, e considerando che molte volte l'aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad ajutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di buoni panni, fu menato dinanzi al Re, il qual lo ricevette con grandi accoglienze. Et addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere. Ma la gatta, che sempre gli stava dappresso, disse:Sappi, o Re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioje, per venire a donarle a te; e del tutto lo spogliarono; e, credendo dargli morte, nel fiume lo gettarono; e per mercè di questi gentiluomini fu da morte campato.? Il che intendendo il Re, ordinò che fusse ben governato ed atteso. E vedendolo bello, e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti i trionfi, il Re fece caricar dieci muli dì oro e cinque di ornatissime vestimenta, ed a casa del marito da molta gente accompagnata la mandò. Costantino, vedendosi tanto onorato e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condurre; ne fece consiglio con la sua gatta, la quale disse:Non dubitare, patron mio, che ad ogni cosa faremo buona provvisione.Cavalcando ognuno allegramente, la gatta con molta fretta camminò avanti, et essendo dalla compagnia molto allontanata, s'incontrò in alcuni cavalieri, ed a quelli ella disse:Che fate quivi, o poveri uomini? Partitevi presto, chè una gran cavalcata di gente viene, e farà di voi presaglia. Ecco che gli è qui vicina, udite il strepito delli nitrienti cavalli.I cavalieri spauriti dissero:Che deggiamo adunque fare noi?Ai quali la gattina rispose:Farete a questo modo. Se voi sete addimandati di cui sete cavalieri, rispondete animosamente:di Messer Costantino;e non sarete molestati.Et andatasi la gatta più innanzi, trovò grandissima copia di pecore et armenti; e con li lor pastori fece il somigliante, et a quanti per strada trovava, il simile diceva. Le genti che Elisetta accompagnavano, addimandavan:Di chi siete cavalieri?e:Di chi sono tanti belli armenti?E tutti ad una voce rispondevano:Di messer Costantino.Dicevano quelli che accompagnavano la sposa:Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra il tener vostro entrare?Et egli col capo affermava di sì. E per questo la compagnia grandissimo ricco lo giudicava. Giunta la gatta ad un bellissimo castello, trovò quello con poca brigata e disse:Che fate, uomini da bene? Non vi accorgete della roina che vi viene addosso?—Che?dissero i castellani—Non passerà un'ora che verranno qua molti soldati e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitriscono? Non vedete la polve in aria? E se non volete perire, togliete il mio consiglio, che tutti sarete salvi. Se alcuno vi addimanda di chi è questo castello, ditegli:di Messer Costantino.E così fecero. Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era e tutti animosamente risposero:Di Messer Costantino Fortunato.Et entrati dentro, onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello per condurre a casa la moglie che nuovamente aveva presa; e per sua sciagura, prima che giungesse al luogo della diletta moglie, gli sopraggiunse per la strada un così fiero e miserabile rabile accidente, per lo quale immantinente se ne morì. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo, che Morando, Re di Boemia, morì; ed il popolo gridò per suo Re Costantino Fortunato, per esser marito di Elisetta figliuola del morto Re, a cui per debito di successione aspettava il Reame. Et a questo modo Costantino di povero e mendico, signore e Re rimase, e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel Regno.»

[i]Tra le Annotazioni alMalmantile Riacquistato, v'è la seguente che si riferisce all'ottava XIX del IX Cantare:Un'altra(donna di Malmantile)con un gatto vuol la berta. Legato il cala. Ond'ei fra que' Ugnano, Sguaina l'ugna e con la bocca aperta Grida inasprito il suo parlar soriano. Ed il primo, ch'ei trova, egli diserta; Che, dov'ei chiappa, vuol levarne il brano. Così l'alz'ella e abbassa con la corda Acciò ch'or questo or quello ei graffi e morda.—«In parlar soriano, cioè in parlar da gatti.Gatto sorianosi dice quello che ha la pelle di color lionato, serpato di nero: e tal colore, benchè si dia in altri animali o in panni, non si dicesorianose non de' gatti; forse perchè i gatti di tal colore sien venuti di Soria.»[ii]Iadopera spesso lo Straparola perli, alla caravaggese. E così bistratta presso a poco tutti i pronomi.

[i]Tra le Annotazioni alMalmantile Riacquistato, v'è la seguente che si riferisce all'ottava XIX del IX Cantare:Un'altra(donna di Malmantile)con un gatto vuol la berta. Legato il cala. Ond'ei fra que' Ugnano, Sguaina l'ugna e con la bocca aperta Grida inasprito il suo parlar soriano. Ed il primo, ch'ei trova, egli diserta; Che, dov'ei chiappa, vuol levarne il brano. Così l'alz'ella e abbassa con la corda Acciò ch'or questo or quello ei graffi e morda.—«In parlar soriano, cioè in parlar da gatti.Gatto sorianosi dice quello che ha la pelle di color lionato, serpato di nero: e tal colore, benchè si dia in altri animali o in panni, non si dicesorianose non de' gatti; forse perchè i gatti di tal colore sien venuti di Soria.»

[ii]Iadopera spesso lo Straparola perli, alla caravaggese. E così bistratta presso a poco tutti i pronomi.

[2]Questosi ha a, si pronunzia veramente dal volgo contraendo le dueache s'incontrano, in modo che potrebbe figurarsi così:s'hâ. Onde spesso equivoci. Il Marchese M.*********, milanese, sentendosi domandare da un notajo fiorentino:S'ha a scrivere?ed intendendo:Sa scrivere?rispose meravigliato:Ma! un pochino! almeno ho imparato da ragazzo e fino ad iersera me ne ricordavo.[3]Non sappiamo se fosse una maghera micia allampanata e strutta od un bel pelliccione. Vattel'a pésca. «Le donne, quando vedono un bel gatto, grande e grosso, lo chiamanoun bel pelliccione, cioè:che ha una bella pelle o pelliccia.»—Ann. al Malm.Cant. IX, St. XXI. Di gatte così affezionate all'uomo ne troviamo una appo ilGuicciardini:—«Una gatta inamorata d'uno fanciullo, supplicò Venere che la volesse in donna trasformare. Venere, avuta compassione di lei, le fece la grazia et le dette forma di bellissima giovane: mediante la qual forma et bellezza, essa ben tosto lo amante a letto si condusse. Or in questo stante, volendo Venere esperimentare se ella, mutata forma, avesse mutata natura, fece passare per il mezzo della camera un topo, verso il quale, subito saltata dal letto donna Gatta, corse per prenderlo. Di che sdegnata Venere, la ridusse immantinente nella sua pristina forma.»—[4]Per il, con il, forme viziose e riprese con ragione da' grammatici, che nè l'esempio di valorosi scrittori, nè l'uso generale potranno mai render commendevoli o vaghe. Massime al plurale, quanto son goffi que'periche verdeggiano e que'coniche piramideggiano in quasi tutte le scritture moderne![5]Senza dubbio di quella telasciósciala ca vola, ricordata di continuo dal Basile nelPentamerone. Raccontano che quando Re Carlo Alberto visitò Cuneo con la moglie, il consiglio comunale ragunato pensò bene fra le altre cose deliberate, d'invitare le signore a ricamare in oro un pajo di lenzuola pel letto della Regina, trovando troppo vulgari delle lenzuola di semplice tela,ancorchè della più fina battista.Si vera sunt exposita, lascio immaginare che nottata passasse la Maestà Sua sulle asperità e le scabrosità di que' ricami, e con quanti lividori s'alzasse la dimane dopo una notte insonne. Ma ne raccontan tante di que' di Cuneo in Piemonte, e su per giù le medesime si narran de' Bustocchi (cioè degli abitanti di Busto Arsizio) in Lombardia; e d'altri nelle altre regioni d'Italia.[6]L'offerta delle quali bevande forma da un pajo di secoli un obbligo d'ospitalità. VediMartelli,Satire:S'ordini all'abil scalco il cioccolatoO la bevanda abbrostolita e fresca (?)Di quei, cui dalla Legge è il vin vietato.Non si può dir quanto i poeti addescaChi liberal ne' buccheri presentaLa bevanda indïana o la turchesca.L'odor traspiri ed il frullar si sentaNella stanza vicina: e tempo è alloraDi recitar quindici versi o trenta.[7]Vocabolo che ho udito condannare come Napoletanesimo a Napoli, ma che è pure, come Napoletano, e Toscano ed Italiano.Fagiuoli,Cavalier Parigino: «Mia sorella.... ancora non ha risoluto l'elezion del suo stato. Alla quale coll'accasarmi io non so di pregiudicare in modo alcuno.»—Il Celano, negliAvanzi delle Poste(vol. II p. 224) ha detto spiritosamente sebbene non da purista:—«Molte volte (e se dicoper lo più, non dirò male) i mariti, invece di accomodarsi col casamento, si scasano.»—[8]Marino.Adone, XV, 206:Senza capo e signor che 'l freni e reggaErra et inciampa il popolo confuso,Qual greggia a cui se avvien che non provveggiaPastor, licenziosa esce dal chiuso.

[2]Questosi ha a, si pronunzia veramente dal volgo contraendo le dueache s'incontrano, in modo che potrebbe figurarsi così:s'hâ. Onde spesso equivoci. Il Marchese M.*********, milanese, sentendosi domandare da un notajo fiorentino:S'ha a scrivere?ed intendendo:Sa scrivere?rispose meravigliato:Ma! un pochino! almeno ho imparato da ragazzo e fino ad iersera me ne ricordavo.

[3]Non sappiamo se fosse una maghera micia allampanata e strutta od un bel pelliccione. Vattel'a pésca. «Le donne, quando vedono un bel gatto, grande e grosso, lo chiamanoun bel pelliccione, cioè:che ha una bella pelle o pelliccia.»—Ann. al Malm.Cant. IX, St. XXI. Di gatte così affezionate all'uomo ne troviamo una appo ilGuicciardini:—«Una gatta inamorata d'uno fanciullo, supplicò Venere che la volesse in donna trasformare. Venere, avuta compassione di lei, le fece la grazia et le dette forma di bellissima giovane: mediante la qual forma et bellezza, essa ben tosto lo amante a letto si condusse. Or in questo stante, volendo Venere esperimentare se ella, mutata forma, avesse mutata natura, fece passare per il mezzo della camera un topo, verso il quale, subito saltata dal letto donna Gatta, corse per prenderlo. Di che sdegnata Venere, la ridusse immantinente nella sua pristina forma.»—

[4]Per il, con il, forme viziose e riprese con ragione da' grammatici, che nè l'esempio di valorosi scrittori, nè l'uso generale potranno mai render commendevoli o vaghe. Massime al plurale, quanto son goffi que'periche verdeggiano e que'coniche piramideggiano in quasi tutte le scritture moderne!

[5]Senza dubbio di quella telasciósciala ca vola, ricordata di continuo dal Basile nelPentamerone. Raccontano che quando Re Carlo Alberto visitò Cuneo con la moglie, il consiglio comunale ragunato pensò bene fra le altre cose deliberate, d'invitare le signore a ricamare in oro un pajo di lenzuola pel letto della Regina, trovando troppo vulgari delle lenzuola di semplice tela,ancorchè della più fina battista.Si vera sunt exposita, lascio immaginare che nottata passasse la Maestà Sua sulle asperità e le scabrosità di que' ricami, e con quanti lividori s'alzasse la dimane dopo una notte insonne. Ma ne raccontan tante di que' di Cuneo in Piemonte, e su per giù le medesime si narran de' Bustocchi (cioè degli abitanti di Busto Arsizio) in Lombardia; e d'altri nelle altre regioni d'Italia.

[6]L'offerta delle quali bevande forma da un pajo di secoli un obbligo d'ospitalità. VediMartelli,Satire:

S'ordini all'abil scalco il cioccolatoO la bevanda abbrostolita e fresca (?)Di quei, cui dalla Legge è il vin vietato.Non si può dir quanto i poeti addescaChi liberal ne' buccheri presentaLa bevanda indïana o la turchesca.L'odor traspiri ed il frullar si sentaNella stanza vicina: e tempo è alloraDi recitar quindici versi o trenta.

[7]Vocabolo che ho udito condannare come Napoletanesimo a Napoli, ma che è pure, come Napoletano, e Toscano ed Italiano.Fagiuoli,Cavalier Parigino: «Mia sorella.... ancora non ha risoluto l'elezion del suo stato. Alla quale coll'accasarmi io non so di pregiudicare in modo alcuno.»—Il Celano, negliAvanzi delle Poste(vol. II p. 224) ha detto spiritosamente sebbene non da purista:—«Molte volte (e se dicoper lo più, non dirò male) i mariti, invece di accomodarsi col casamento, si scasano.»—

[8]Marino.Adone, XV, 206:

Senza capo e signor che 'l freni e reggaErra et inciampa il popolo confuso,Qual greggia a cui se avvien che non provveggiaPastor, licenziosa esce dal chiuso.

XI.LA CENERENTOLA.[1]C'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice:—«Giacchè io sono in viaggio, che volete voi quando io torno?»—Una, la gli ordina un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle. Dice alla minore:—«O te, Cenerentola, o che tu vuoi?»—La chiamavan Cenerentola, perchè la stava sempre nel cammino.—«Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò.»—«La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!»—«Chetatevi!»—dice.—«Io son contenta così».—Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola l'uccellino. Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque il Re gli dice a quest'omo:—«Io dò tre feste di ballo, tre festini; se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco le si spasseranno».—«Come Lei comanda»—dice.—«Grazie!»—e accetta. Torna a casa:—«Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che si vada alla festa da ballo, così e così.»—«Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo.»—Dice:—«Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo»—Eccoti lasera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola:—«Vien via, ti si accomoderà anche te.»—«Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire.»—«Ma»—dice suo padre—«andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via: lasciatela stare.»—Quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'[2].»—La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini l'uccellino; gli dice:—«Porta questi due sacchetti; e entra in carrozza e va via.»—Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi, principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori un fazzoletto e gli casca un braccialetto.—«Oh Signora,»—dice la maggiore,—«Le è cascato questa roba.»—«Prendetelo per voi,»—dice.—«Oh se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?»—Il Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i quattrini.[3]Lei la va al palazzo e sale su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'.»—La vien così brutta, orrenda tutta, tutta cenere, bisognava vedere in chemodo! Eccoti le sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—«Oh lasciatela stare!»—dice suo padre—«la dormirà ora; lasciatela stare!»—Dunque le vanno su e gli fanno vedere questo gran bel braccialetto:—«Vedi, scimunita? Lo potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla a me.»—Eccoti che vanno a cena. Il padre dice:—«Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle.»—Venghiamo a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:—«O come è andata?»—Si buttano a' piedi:—«Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!...»—«Vili! che non siete altro»—dice.—«Avevi paura di non essere ricompensati?»—dice.—«Ahn? bene!»—dice—«domani sera, pena la morte se voi non istate attenti.»—Venghiamo la sera dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:—«Stasera verrai, eh, Cenerentola?»—«Oh!»—dice—«non mi seccate! Io non ci voglio venire.»—E suo padre le grida:—«Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela stare!»—Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio dell'altra sera; e vanno via.—«Addio, sai, Cenerentola!»—Eccoti la Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien tutta vestita di verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice:—«Prendi due sacchetti di rena. E quando»—dice—«sarai perseguitata, buttala fora.»—Dice:—«Così, rimarranno ciechi.»—Così la fa: la va via, si mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede, mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare, ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava, ma lui si straccava!) lasi mette accanto alle sorelle; tira fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:—«Signora, Le è caduta questa roba,»—Dice:—«Prendetelo per voi.»—«Se c'era la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far venire!»—Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori (figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi, lascio dire! La va a casa, la smonta e va su.—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'.»—La viene così brutta, uno spavento, ecco! Veniamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—le principian di giù.—«Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!»—«'Un me ne importa nulla!»—«Ma domani sera tu ci hai a venire!»—«Sì, sì! vo' l'areste aère!»—Suo padre dice:—«Andiamo a cena, e lasciatela stare: impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena.»—Vanno a cena. Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'!—«Briccona!»—dice.—«Questa signora o l'è qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge.»—Eccoti il giorno dopo le sorelle:—«Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti: l'è l'ultima sera, t'hai a venire.»—Suo padre:—«Oh lasciatela stare! siete sempre a tormentarla!»—Allora le vengon via e si mettono a prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino:—Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, eil sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti.[4]Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.—«Signora, Le è caduta questa tabacchiera.»—«Prendetela per voi!»—Figuratevi quest'omo, l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza! Quando la s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla da gittare; non aveva nulla stasera:—«Oh!»—dice—«come ho a fare?»—Ma non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che va su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!»—Non gli risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte, gli risponde:—Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma....»—e la fa divenire brutta e poi gli dice:—«Ora e che vuoi fa'? Tu siei scoperta.»—La si mette a piangere, piangeva proprio. Venghiamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—Eh figuratevi questa sera, non gli risponde, cheh!—«Guarda che bella tabacchiera! Se te fossi venuta, la potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla! Escite di costì!»—«Andiamo, andiamo; venite a cena»—dicesuo padre. Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la pianella e il numero dell'uscio.—«Che dimani»—dice Maestà—«appena fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza e portatemi questa signora nel palazzo.»—I servitori prendon la pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano. Si affaccia suo padre:—«Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa ci sarà?»—Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.—«Cosa mi comandano?»—gli dice il padre, gua', a questi servitori.—«Quante figlie avete voi?»—Dice:—«Due.»—«Bene, fatecele vedere.»—Ecco il padre le fa venire di qua.—«Mettetevi a sedere»—dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere: gli era piccola.—«Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!»—«Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna.»—«Nojaltri non siamo venuti nè per bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!»—Eccoti, le sorelle chiamano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo:—«Che v'è egli?»—la risponde.—«Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere.»—«Io non vo' venire, io.»—«Ma bisogna che tu venga, ti pare?»—dice.—«Sì, ditegli che or'ora vengo.»—La và dall'uccellino:—«Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino:—«Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?»—Si mette l'uccellino in seno e principia ascender le scale.—«La sentono?»—dice il padre—«la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!»—Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire.—«Ah!»—riconoscono la signora dell'altra sera. Il padre, le sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli dice:—«Assolutamente, voi siete la mia sposa.»—Lei acconsente, gua', lo credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo, quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero e se ne godettero e a me nulla mi dettero.NOTE[1]Cf. con la fiaba XVI:La Maestra, Il Liebrecht annota:—S. Lemcke's Iahrbuch XI, 385 meine Anmerkung zu dem cyprischen Mährchen N.º 2.»—È lo stesso argomento del trattenimentoVI, giorn. I delPentamerone:—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' mmarito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma ppe' bertute de le fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe 'mmarito».—Cf.Pitrè(Op. cit.), XLI,Picureddae XLII,Grattula—Beddattula(della quale il prof. Malato—Todaro ha data una versione Italiana nellaRivista Siculadi Palermo, voi. VIII).Bernoni(fiabe popolari veneziane) VIII.La Conza—Senare. Prima che il libretto e la musica di due Italiani, ringiovanissero la fiaba della Cenerentola e fin dall'anno M.DCC.LIX, fu recitata a Parigi unaCendrillon, parole dell'Anseaume, musica delLa Ruette, che non incontrò gran fatto. Gli aneddotisti dànno percerto, che alcuni anni prima, il basso Thevenard, passando innanzi ad una calzoleria, stupisse della piccolezza elegante d'una pantoffola da ricucirsi; e che s'informasse dello indirizzo della padrona di quella calzatura; e volesse conoscerla; e se ne innamorasse perdutamente; e la chiedesse in matrimonio lì per lì, su due piedi; e non fosse in seguito nè più scontento, nè più infelice di tanti e tanti che hanno arrischiato il duro passo solo dopo mature considerazioni, ponderatamente. Anche il poeta tedescoDi Platen—Hallermünde, sepolto a Siracusa, ha trattato drammaticamente questo tema vaghissimo. Ecco due racconti milanesi che appartengono al ciclo della Cenerentola, il quale abbraccia due rami, quello diPeau—d'ânee quello diCendrillon.LA SCINDIROEURA.[i]Ona volta gh'era on Re. El gh'aveva ona tosa. L'era tanto bella che le voreva per sposa, la voreva sposà per mièe; e lee la voreva minga, perchè l'era vecc. Lu, seguitava a seccalla de sposall; e lee, on dì per contentali, la gh'ha ditt:—«Famm dùu vestìi a me piasè e on'ochetta che parla, che te sposi.»—Come difatti, el gh'ha fàa dùu vestìi, vun pien de stell e on alter cont i ragg del sol. Sicchè, la sera, lu, l'è andàa in lett. El ghe dis:—«Adess ven anca ti, Maria.»—la se ciamava Maria. E lee, la dis:—«Adess vegni subet.»—L'ha ciappà i dùu vestìi e i ha faa su in d'on fagott e l'ha miss l'ochetta in d'on cadin con denter l'acqua. L'ochetta, la sbatteva i al: e el Re le dimanda:—«Maria, te vegnet a dormì?»—E l'ochetta, la ghe rispondeva:—«Vegni»—Lu, el Re, el s'è indormetàa; e el s'è dissedàa pu fin a la mattinna. La mattinna el leva su, el trœuva pu la soa tosa. Lee, l'ha miss on bell'—e—brutt[ii], ona finta che se cognosseva domà che i occ; e la s'è missa in viagg; e l'ha seguitàa a viaggià finchè l'ha trovàa ona cittàa, dove gh'era on Re. L'è andada alla porta del Re e la ghe dis a la guardia de digh a la Reginna se voreven ciappalla per fa la donzella. E la guardia la gh'ha ditt:—«Te gh'hê minga vergogna, bruttascia che te set, a cercà de vegnì a fà la donzella?»—Dopo, lee, l'ha tornàa a pregà se voreven ciappalla a fà la scindirœura[iii]; a stà a i fornell, a i fogolar a tœu su la zener. Allora la guardia l'è andada a dighel a la Reginna. La Reginna, la gh'ha ditt de lassalla pur vegnì. On dì, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma, a la Reginna:—«Diman, vœuri fa ona festa de ball»—E lee, la ghe dis:—«Fâlla pur.»—Quand l'è staa che eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dia a la Reginna:—«O sura Reginna, che la me lassa andà a guardà denter almen dal bus de la ciav, a vedè come fan a ballà, perchè hoo mai vedùu.»—E lee, la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va: ma torna subet, perchè s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el me dis.»—Allora lee, la Scindirœura, la va in la soa stanza, la mett su el vestíi pien de stell e la va de denter in sala. El fiœu del Re, el ved sta bella giovina; l'ha ciappada de ballà insemma. L'ha faa on gir; e pœu, lee, la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on moment, che torni subet.»—Invece l'è andada a casa a lavorà. El va a casa, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma, che bella giovina che l'è vegnùu là a la festa! la gh'haveva su on vestìi pien de stell ch'el lusiva per tutta la sala. L'ha fàa on gir, e pœu l'hoo veduda pu. La gh'aveva i occ che pareven tutt quej de la Scindirœura»—E lee, la seguitava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«Cossa la dis quella cialla là?»—E lee, la tornava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El fiœu del Re, el dis:—«Diman, vœuri fà on'altra festa.»—Quand l'è stàa ch'eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dis a la Reginna:—«Che la me lassa andà là, sura Reginna, a guardà denter del bus de la ciav, per vedè se gh'è là quella bella giovina.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Te set on pòo tropp seccante! s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el dis.»—E lee, la ghe torna a dì:—«Voo là appenna on momentin e pœu torni subet.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va.»—La Scindirœura, la va de sora in la soa stanza, l'ha tiràa via el bell'—e—brutt, la mett su el vestii cont i ragg del Sol, e la va denter in sala. El fiœu del Re l'ha ciappada subet per ballà. Lee, l'ha fàa on gir e pœu la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on momentin, che torni subet.»—Intant che la ballava la gh'ha tiràa giò l'anell del fiœu del Re; e la va a casa e la se mett a fa el so mestée. Va a casa el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma! Gh'è vegnùu là ancamò quella bella giovina d'ier. La gh'aveva su on vestíi cont su i ragg del sol, che la lusiva per tutta la sala.»—La Scindirœura, la seguita:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«La gh'aveva i occ, che paren tutt quej de la Scindirœura.»—E la torna ancora:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis adrèe a la soa mamma:—«Sent cosa, la dis quella cialla là.»—E lee, la torna ancamò:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El dì adrèe, el dà on'altra festa; e lee, la gh'è andata pu; e lu, de la passion, el s'è malàa. Gh'era pu nissun che podeva andà in stanza a portagh de mangià; e lee, la gh'è dis a la sura Reginna:—«Che la me lassa andà mì, a portagh el pantrid.»[iv]—E la Reginna, la ghe dis:—«Cialla che te set! el vœur nanca che vaga i donzell; t'hà giost de andà ti!»—E lee, la ghe dis ancamò, la Scindirœura:—«La vedarà, sura Reginna, che de mì l'accettarà.»—Allora la Reginna, la dis:—«Va pur.»—Lee, l'è andada in stanza. Prima de andà in del Re, lee, l'è andada in stanza e l'ha miss su el vestíi cont su i ragg del sol. E l'è andada a portagh il pantrìd. La gh'ha miss denter l'anell; e lu, allora, a vede sta bella giovina, de la contentezza l'è guarìi e l'ha sposada. Dopo hin andaa a casa a trovà so pader che l'aveva lassada.SCINDIRIN—SCINDIROEU.Gh'era on negoziant; el gh'aveva tre tosann: do eren brutt e vunna l'era bella. L'era la minor quella bella. E lor ghe voreven minga ben a sta sorella: e quand vegniva in cà quajchechedun, lor eren in casa a ricev e quella lì la trattaven come ona personna de servizi; e a l'inverno, lee, la stava semper in cusinna, in canton del fœugh a scaldass, perchè in sala i so sorell la voreven minga. Ven che el Re, el dà ona festa de ball. E lor, quij do sorell brutt, hin staa invidàa e hin andàa fœura de casa a fa tutt i provist, e tœu di vestii de seda, di robb de galanteria per andà a sta festa de cort. Ven quella sera che se vesten e van a ballà. Lee, sta povera tosa, la gh'aveva ona passion; e la va in giardin a piang; e la piangeva. Ghe va là ona donnetta:—«Cossa te gh'het, la mia tosa, che te set così malinconica? perchè te pianget?»—«Perchè i mè sorell hin andàa a la festa de ball a la cort del Re; e mi, han minga vorùu menamm.»—«Te see contenta a andagh anca ti?»—«Magara, podess andà!»—«Ben, tè: questa ch'è chì, l'è ona verghetta. Va de sora, va in la toa stanza, batt sta verghetta chì, e te vegnarà fœura quel che te fa de bisogn per andà a la cort. Quand te set sott a la porta, te battaret ancamò la verghetta, e te comparirà lì ona carrozza. Quand te set a la cort, ti te battaret la verghetta, e la carrozza, la scomparirà via.»—Difatti, lee, la va de sora, la batt la soa verghetta, e ghe ven fœura on magnifich vestìi, e tutt quel che ghe fava de bisogn e scarp e calzett e per la testa tutt. La se vestiss e la va. La batt la soa verghetta, e ghe ven la carrozza. Quand l'è entrada in sala de ball là, la ved i so sorell. Gh'è là el fiœu del Re; apenna che le ved, el dis:—«Oh che bella figura! che bella giovina! come l'è missa de bon gust!»—E le tœu su a ballà. Lee, la balla; lu, el ghe dis tanti tenerezz; e lee, apenna finíi, la va via. Lu, el fiœu del Re, el ved che la gh'è pu, tutt fœura de lu:—«Pover a mì, pover a mì! Se el saveva, ghe andava adrèe almen a mettela in carrozza.»—Lee, la va a cà, la se devestiss tutta e la va a dormì per non fass capì di personn de servizi in casa. A la mattina i so sorell van in cusinna, e lee, l'era là settada al camin. E discorreven de la festa che gh'era stàa; che l'è stada inscì bella; e che gh'è andàa là ona sciora, che l'era inscì ben missa, che no gh'era nissuna altra inscì ben missa de quej ch'hin andàa là; e che el fiœu del Re l'ha ballàa insemma; e che in d'on moment la gh'è scomparsa via e l'han veduda pu.—«Se t'avesset vedùu, Scindirin—Scindirœu! la gh'aveva duu occ che pareven tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt de menamm ona quaj sera anca mì; minga andà domà vialter!»—«Cossa te vœut vegnì a fa ti, che te see minga bonna de ballà? Che vestíi te vœu mett su per vegnì a la cort?»—«I fee per vialter i vestíi, podíi famen vun anca per mì.»—Ven che el Re, el dà on'altra festa per el piasè de vedè ancora sta figuretta che gh'è andàa la prima sera. E lee, i so sorell tornen andà ancamò; e lee, quella sera torna a batt la soa verghetta ancamò. Ghe ven fœura on vestíi pusee bell ancamò, ghe ven fœura cambiament divers de mett in testa de robba finna e tutt, con di boccheritt[v], di mazzettitt de fior. La va e la entra in sala come l'ha faa l'altra volta. El Re le ved, el ghe corr a la contra; e le invida subet a ballà con lu. Lee, la ven giò e la va a fa on gir in la sala e la ghe da on mazzettin de fior per una a i so sorell, e pœu la ven via. El fiœu del Re, el ghe corr adrèe; lee, la batt la soa verghetta e la carrozza l'è subet lì: la monta in carrozza e la corr a cà; la batt la soa verghetta, le scompar tutt coss, e la và a dormì. A la mattinna i so sorell tornen ancamò andà in cusinna e ghe disen de la festa che l'era inscì bella, che gh'è andàa sta sciora, e che l'era pusee ben vestida de la prima volta, e che l'è andada là, e la gh'ha daa on mazzett de fior per un a lor:—«Ma te disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi i tœu!»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt, che se adess el fiœu del Re, el dà on'altra festa, vuj propi che me menè anca mi insemma!»—«Oh te sèe matta? coss'avemm a menâ ti? coss'hêm de menatt ti? L'è minga on sit adattàa per ti!»—Difatti, el fiœu del Re, el torna a dà on'oltra festa ancamò. Lee, la fa l'istess con la soa verghetta e ghe ven fœura on vestíi, ma ona bellezza! insomma gh'era nissun che podeva avè on vestíi compagn. Ven che la va; e apenna che la entra in sala, el fiœu del Re l'è là. El balla insemma; e pœu', el ghe dis ch'el desiderava de parlagh, de digh in dove la stava, che lu, el voreva falla per soa sposa. Lee, la ghe dis, che la podeva minga digh in dove la stava e che l'era impossibil che lee l'avess avùu de deventà soa sposa. Lu allora, el tœu giò on anell e el ghe le dà:—«E mi tœujaròo nissun, fin che non se presentarà quella che gh'hoo dàa el me anell.»—E lee, la ghe dis che l'anell l'accetta, ma che l'era difficil che la podess deventà soa mièe. E via la va a casa. L'è andàda a cà, l'ha battùu la soa verghetta, gh'è scompars tutt, e pœu l'è andàda a dormì. A la mattinna va là i so sorell e ghe cunten: che gh'è stàa là ancora quella sciora inscì ben missa; e che el fiœu del Re l'è innamoràa; e ch'el gh'ha dàa on anell per soa memoria.—«Ti disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—Ven, che de lì a on pòo de temp, i so sorell ghe disen a la Scindindin—Scindirœu, che el fiœu del Re l'era malàa per el dispiasè de podè minga avè cognossùu quella sciora, che andava a i so fest de ball. Lee, la Scindirin—Scindirœu, la va in giardin e l'era malinconica malinconica comè. Ghe compar quella donnetta, e la ghe dis:—«Cossa te gh'hêt? te sèe inscì malinconica?»—«Gh'hoo dispiasè, perchè el fiœu del Re, el s'è innamoràa de mi; e mi, l'è impossibel, ch'el me poda sposà.»—E lee, quella donnetta, la ghe dis:—«Te insegnaroo mi, come te devet fa. Ti, in casa toa, te tratten minga ben. Tira su quel pretest lì; e dì che te vœut andà a servì. E va a la cort, e va là e dimandegh se han de bisogn ona camerera, e cerca d'andagh in cà de la Reginna come donzella.»—Difatti, lee, inscì l'ha faa. La ghe dis a i so sorell: che lee, l'era stuffa de stà sott de lor; che la trattaven minga ben, la tegneven pegg che ona serva; e lee, l'ha pensàa de andà via a servì. Difatti, lee, la ghe parla a gent là de la cort per vedè se voreven tœulla per camerera. Lor el disen a la Reginna. La Reginna le ved, la ved sta tosa inscì bella, missa inscì ben, la ghe dis de fermass pur là che le ten per soa camerera. El fiœu del Re, l'era in lett malàa; ghe portaven de sora el pantrìd; e on dì, combinazion, lee, l'era de bass e la sent che aveven da portagh el pantrìd al fiœu del Re. E lee, la dis:—«Sa! vòo de sora, gh'el portaroo de sora mi; gh'el daroo al camerer che gh'è lì in anticamera.»—Intrettant che la va su di scal, la ciappa l'anell e le mett in la tazzinna del pantrìd, e la va in anticamera e la ghe dà la tazzinna al camerer. Lu, el fiœu del Re, el se mett adrèe per mangià el pantrìd, el trœuva denter el so anell, el ciama el camerer, el ghe dis:—«Dimm on poo, chi l'è che m'ha fàa sto pantrìd?»—«De bass el cœugh.»—«Chi l'è che te l'ha portàa su?»—«Ma mi sera lì in anticamera, è vegnùu la donzella de la Reginna e me l'ha portàa su lee.»—«Fa el piasè; ciamem subet la donzella de la mia mamma.»—El camerer el va; el ciama la donzella. La donzella, la voreva minga andà; ma el fiœu del Re, l'ha vorùu che la ghe andass. Quand l'è andada denter, el le guarda, el dis:—«Oh lee, l'è quella che vegneva a i mè fest de ball.»—La dis:—«Sì, l'è vera; ma mi saveva minga come fà a restituigh el so anell e hoo pensaa de metteghel dent in la tazzinna del pantrìd.»—E lu:—«Hoo ditt che quella che gh'aveva el me anell l'aveva de vess la mia sposa; e lee, la sarà la mia sposa.»—Lee, la voreva no, perchè la diseva che l'era ona povera tosa che l'era minga adattada a lu. Allora lu, el fa ciamà la soa mammin, el ghe dis che lu el voreva sposalla, quella lì o nissun. E la mader, la gh'ha ditt:—«Ben, sposala pur, se quella tosa lì, la dev vess quella che ha de rendet felice, sposala e mi son contenta; perchè l'è ona bona tosa, savia, educada.»—I so sorell, quand han sentii, che la Scindirin—Scindirœu, l'aveva de vess Reginna, ghe ven ona rabbia, che insomma!... Ma lee, tanto bonna, l'ha fàa in manera, dopo vess sposàda cont el fiœu del Re, de tirà là la soa famêja in compagnia.[i]È ilPeau—d'ânedi Carlo Perrault. Cf.Degubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaia, III.Il trottolin di legno. La vergine ritrosa all'incesto si ritrova nel trattenimento VI della giornata II; ed anche nel II dellaIIIgiornata del Pentamerone, intitolato:la Penta manomozza, se non che nellaPentatrattasi d'un fratello impazzito e non d'un padre.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e tagliatose le mano nce le manna 'mpresiento. Isso la fa jettare drinto 'na cascia a mare; e data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa ssoja, dove la mogliere gelòsa la torna a ghiettare drinto la stessa cascia; e trovata da 'no Rre, sse nce 'nzora; ma pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dapò luonghe travaglie è trovata da lo marito e da lo frate, e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Simile è la favola III del Libro primo delleTredici piacevoli nottidello Straparola:—«Tebaldo, principe di Salerno, vuole Doralice, unica sua figliuola, per moglie; la quale, perseguitata dal padre, capita in Inghilterra, e Genese la piglia per moglie e con lei ha due figliuoli, che da Tebaldo furono uccisi, di che Genese Re si vendicò.»—Ha molti punti di rapporto con questa fiaba la favola cristiana di Santa Oliva. (VediLa Rappresentazione di Sant'Oliva, riprodotta sulle antiche stampeed illustrata da Alessandro d'Ancona. Pisa. Fratelli Nistri, MDCCCLXIII). Vedi la prima annotazione alla fiaba dell'Uccel Belverdea pag. 110 del presente volume. NellaDifesa di Gio. Battista Filippo Ghirardelli dalle opposizioni fatte alla sua tragedia del Costantino (In Roma, per gli Heredi del Manelfi. MDCLIII. Con licenza de' Superiori)leggo alle facciate 179—180:—«Piacesse al cielo, che una colpa sì atroce, com'è il desiderio, manifestato da un padre, di torre alla figlia la pudicizia, fosse stata colpa, o non mai intesa, o almen sì rara nel mondo, che si rendesse inverisimile a chi l'ascolta ed apparisse impossibile a chi la legge. Per tacered'ogn'altro esempio, un solo ne porterò tratto dall'Istorie Ecclesiastiche, che diede già la materia ad una mia sacra tragedia, ed è quello di S. Dimpna, fuggita occultamente ad Anversa dall'ira del Re suo padre, dominator dell'Ibernia. Questi, vedendo la figliuola erede delle bellezze dell'estinta sua moglie, da lui amata sin all'insania, le voleva anche con la violenza torre quel fior verginale ch'aveva a persuasione di S. Gerberno consacrato all'Altissimo per gloriose primizie degli anni suoi. Questo è caso somigliantissimo al finto da me in Valeria, anzi in lei è più verisimile, atteso il costume perversissimo del tiranno Massenzio, noto a tutti per la lascivia, che con una audacia nefaria, violando la pudicizia delle Vergini più belle della sua patria, alcune di esse ne stimolò fin'all'incontrar (per fuggir le sue insidie) generosamente la morte; come fè con virtù veramente Romana la famosa Sofronia nell'antiche memorie sì decantata.»—Cf.Gonzenbach(Op. cit.) XXXVIII.Von der Betta Pilusa,Pitrè. (Opera citata) XLIIIPilusedda.[ii]Bell'—e—brutt. Questo Vocabolo manca nel Cherubini; cosa voglia dire è spiegato dall'inciso apposizionale che gli tien dietro. La fattoressa narratrice pronunziava la parola così com'io l'ho scritta; e forse sarà stato il nome d'una qualche antica foggia di dominò, di bautta, od altrettale. Ma potrebbe darsi che avesse da scriversibelèe—brutt.Belèe, vuol dire (copio dal Cherubini):—«Ninnolo,balocco,ciancia,dondolo,crepunde. Il latinoBellaria, da cui il Ferrario (Octavii FerrariiOrigines Linguae Italicae.Patavii MDCCLXXVII) vorrebbe derivato ilbeleemilanese, significava confetti, pasticci e simili o anche vini dolci. IlVaron milanespoi traeBeléeda βὴλος (astro) facendo diventar gli astri tantibelee.»—Etimologia, quest'ultima, sul genere di quelle del prof. Francesco Mazzarella—Farao, che derivava il napoletanescopacchiano(villano, dapaganus);—«da παχκοινος,omnibus communis, cioèordinario,da dozzina. O da παχιςcompactus, cioè grossolano e αννος,linum agreste, come se dir volessimo: cheveste di canovaccio, come que' villanilani di Senofonte a' quali fa παχὶα ἰματια περεὶν,crassa vestimenta gestare. O da ανος per ανοσος,morbi expers, come ordinariamente è tal gente, atteso il costumato suo tenor di vita frugale, ed in conseguenza robusta e di valida salute.»—'Mpostà, star ritto, verrebbe, secondo il Mazzarella—Farao—«da ποσθη,teretrum, il quale preso da estro non sì facilmente declina.»—Abbiamo voluto riportare questi esempli di demenza etimologica, perchè sventuratamente non è inutile il cospargerli di ridicolo, ora che Napoli, in tanto splendore di studî filologici, vede rinnovarsi queste orgie intellettuali da un professor calabrese, Vincenzo Padula da Acri, il quale pretende derivar dall'ebraico tutte le lingue, secondo lui stortamente dette indeuropee. IlVaron Milanes de la lengua de Milan, è opera di Giovanni Capis, aumentata da Giuseppe Milani ed Ignazio Albani, pubblicata la prima volta in Milano da Giangiacomo Cuomo, M.DC.VI, ristampata da Giuseppe Marelli nel M.DCCL; ripubblicata nellaCollazione delle migliori opere scritte in dialetto milanesefatta in dodici volumi da Giovanni Pirotta; raro monumento d'insipienza dello editore, che si permetteva di alterare e correggere i testi. Questo Varron Milanese sembra che non parli sempre sul serio, anzi scherzi garbatamente. Ecco l'articolo suBelée.—«Cosa di qualche bellezza apparente per dare in mano a' figliuolini. Viene dal greco βήλος, che significaAstrum, poichè qual cosa più bella, più lucente e che più tenga fisso l'occhio del figliuolino che la stella? E perciò per una certa similitudine diciamoBelée, quasi una bellezza simile a quella d'una stella; e che sia il vero si dice propriamente d'una cosa lucida come specchio, vetro, denaro, oro, argento, ec. Quindi è traslato ancora quando diciamoBelinad un bambino, significando ch'egli sia bello e lucido. Sebbene questa voceBelinla deriva il primo autore dal nome greco βερης qual significafugitivus. Bella derivazione in vero, tratta dalla consuetudine de' figliuolini i quali schizzando fuggitivamente sempre vanno correndo or qua or là.»—[iii]Dice il Cherubini:—«Scindiroeu,Scindiroeula.Cova 'l foco.Che sta a covare o a guardare il fuoco o la cenere. LaCendrillonde' francesi, che fu detta a' nostri giorni laCovacenereo laCenerentola. Il Fagiuoli però, nelTraditor fedele(Scena V) scrive: laCenerognola. Anche i Siciliani diconoCinniredda.»—In Firenze, usano più comunementeCenerontola. I Milanesi hanno (od avevano almeno) anche il maschile; la lingua antica il desidererebbe. Dice ilVaron Milanes:—«Sciendiroeu. Uno pallido magro infirmo e che tutto il giorno stia nel canton del fuoco.»—Ecco il brano del Fagiuoli:—Aspasia. «Che fa Isabella?»—Sermollina. «Ricama e fa appunto un uccellino in sur un grappol d'uva, che se la becca.»—Aspasia.«Orsù, mettiti lì da lei, e procura ch'Ella non si muova. Trattienla, perchè io debbo parlare a una persona, che non voglio, che Ella lo sappia.»—Sermollina. «Lasciate fare a me, mi metterò lì da lei a annaspare; e mentre che io annaspo, le conterò una novella.»—Aspasia. «O brava, contalene bella.»—Sermollina. «Le dirò quella della Cenerognola.»—Aspasia. «Dille quale tu vuoi; di te mi fido.»—[iv]Pantrid; pan grattato, farinata. Pane grattugiato e cotto nel brodo o nell'acqua, con burro, sale e cacio grattugiato.Pantrid maridàa, pangrattato con l'uovo;Pantrid passàa, pangrattato passato per setaccio.[v]Boccheritt, dal francesebouquet, che essendo oramai dell'uso italiano in tutte le provincie ed avendovi derivati, non può forse considerarsi più come vocabolo straniero. E di fatti già c'è chi arditamente ha scrittobuchè. Po' poi non sarebbe peggio delbigiù, deldorè, deltanè, e simili termini. Gli è un fatto che la parolamazzo, non potendo usarsi mai assolutamente, avendo sempre bisogno dell'aggiuntadi fiori, è incomoda: si è costretti ad usarla quasi sempre nelle forme diminutive:mazzetto,mazzettino,mazzolino. Per giunta, in molte provincie, ha un altro senso un po' sporco e mi ricordo d'avere sentito un teatro pieno scoppiare in omeriche risa ed inestinguibili a Napoli, allorchè un personaggio offriva alla sua signora il suo mazzo e voleva che 'l gradisse. L'autore delVendemmiatoree delleLagrime di S. Pietrotentò d'italianizzare più di trecento anni or sono il vocabolo napoletanescoramaglietto, e ne'Capitoli giocosi e satiricitestè pubblicati finalmente da Scipione Volpicella (Napoli M.D.CCC.LXX) dice d'un bicchiere:A ciò che ad ogni senso dia diletto,Il piè che 'l regge e 'l vaso ov'entra il vinoA guisa fatti son di ramaglietto.[2]Presso il Basile, invece dell'uccello, abbiamo una palma, ed il carme è questo:Dattolo mmio 'nnaurato!Co' la zappetella d'oro t'haggio zappato;Co' lo secchietiello d'oro t'haggio adacquato;Co' la tovaglia de seta t'haggio asciuttato:Spoglia a te e vieste a mme.[3]Polieno,Stratagemmi, lib. III.—«Poscia che Demetrio prese la città di Atene, Lacare vestitosi con certa veste da servo e da villano ed inchiostratasi la faccia, portando un cesto coperto di sterco, segretamente uscì dalla città per una postierla; e montato a cavallo, tenendo dei darici d'oro in mano, se ne fuggì. I cavalieri tarantini però, tennergli dietro a speron battuto senza punto arrestare il corso. In allora egli incominciòa spargere i darici d'oro per la via; i quali veggendo, i tarantini smontavano da cavallo e raccoglievano. Fatto questo più volte, egli tagliò loro il seguitarlo; e perciò Lacare cavalcando se ne venne in Beozia.»—Nè molto dissimile è l'altro stratagemma che nel libro IV Polieno narra di Mitridate. Cf. con la favola d'Ippomene ed Atalanta. (V.Guicciardini,Detti e fatti, il racconto intitolato:—«Quanto possa l'ajutorio divino nelle cose umane et per contra quanto nuoca la divina indegnatione.»—Vedi anche nel XXI dell'Orlando InnamoratodelBernia, la storia della figliuola del Re Monodante).[4]Nell'Adone, Canto II, stanza LXIII:L'altera dea, che del gran rege è moglie,De l'usato s'ammanta abito regio:Di doppie fila d'or son quelle spoglieTramate tutte e d'oro han doppio fregio;Sparse di soli; e folgorando toglieOgni sole al sol vero il lume e 'l pregio.Di stellante diadema il capo cinge,E lo scettro gemmato in man si stringe.

LA CENERENTOLA.[1]

C'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice:—«Giacchè io sono in viaggio, che volete voi quando io torno?»—Una, la gli ordina un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle. Dice alla minore:—«O te, Cenerentola, o che tu vuoi?»—La chiamavan Cenerentola, perchè la stava sempre nel cammino.—«Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò.»—«La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!»—«Chetatevi!»—dice.—«Io son contenta così».—Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola l'uccellino. Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque il Re gli dice a quest'omo:—«Io dò tre feste di ballo, tre festini; se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco le si spasseranno».—«Come Lei comanda»—dice.—«Grazie!»—e accetta. Torna a casa:—«Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che si vada alla festa da ballo, così e così.»—«Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo.»—Dice:—«Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo»—Eccoti lasera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola:—«Vien via, ti si accomoderà anche te.»—«Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire.»—«Ma»—dice suo padre—«andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via: lasciatela stare.»—Quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'[2].»—La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini l'uccellino; gli dice:—«Porta questi due sacchetti; e entra in carrozza e va via.»—Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi, principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori un fazzoletto e gli casca un braccialetto.—«Oh Signora,»—dice la maggiore,—«Le è cascato questa roba.»—«Prendetelo per voi,»—dice.—«Oh se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?»—Il Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i quattrini.[3]Lei la va al palazzo e sale su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'.»—La vien così brutta, orrenda tutta, tutta cenere, bisognava vedere in chemodo! Eccoti le sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—«Oh lasciatela stare!»—dice suo padre—«la dormirà ora; lasciatela stare!»—Dunque le vanno su e gli fanno vedere questo gran bel braccialetto:—«Vedi, scimunita? Lo potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla a me.»—Eccoti che vanno a cena. Il padre dice:—«Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle.»—Venghiamo a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:—«O come è andata?»—Si buttano a' piedi:—«Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!...»—«Vili! che non siete altro»—dice.—«Avevi paura di non essere ricompensati?»—dice.—«Ahn? bene!»—dice—«domani sera, pena la morte se voi non istate attenti.»—Venghiamo la sera dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:—«Stasera verrai, eh, Cenerentola?»—«Oh!»—dice—«non mi seccate! Io non ci voglio venire.»—E suo padre le grida:—«Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela stare!»—Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio dell'altra sera; e vanno via.—«Addio, sai, Cenerentola!»—Eccoti la Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien tutta vestita di verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice:—«Prendi due sacchetti di rena. E quando»—dice—«sarai perseguitata, buttala fora.»—Dice:—«Così, rimarranno ciechi.»—Così la fa: la va via, si mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede, mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare, ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava, ma lui si straccava!) lasi mette accanto alle sorelle; tira fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:—«Signora, Le è caduta questa roba,»—Dice:—«Prendetelo per voi.»—«Se c'era la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far venire!»—Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori (figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi, lascio dire! La va a casa, la smonta e va su.—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'.»—La viene così brutta, uno spavento, ecco! Veniamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—le principian di giù.—«Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!»—«'Un me ne importa nulla!»—«Ma domani sera tu ci hai a venire!»—«Sì, sì! vo' l'areste aère!»—Suo padre dice:—«Andiamo a cena, e lasciatela stare: impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena.»—Vanno a cena. Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'!—«Briccona!»—dice.—«Questa signora o l'è qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge.»—Eccoti il giorno dopo le sorelle:—«Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti: l'è l'ultima sera, t'hai a venire.»—Suo padre:—«Oh lasciatela stare! siete sempre a tormentarla!»—Allora le vengon via e si mettono a prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino:—Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, eil sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti.[4]Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.—«Signora, Le è caduta questa tabacchiera.»—«Prendetela per voi!»—Figuratevi quest'omo, l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza! Quando la s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla da gittare; non aveva nulla stasera:—«Oh!»—dice—«come ho a fare?»—Ma non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che va su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!»—Non gli risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte, gli risponde:—Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma....»—e la fa divenire brutta e poi gli dice:—«Ora e che vuoi fa'? Tu siei scoperta.»—La si mette a piangere, piangeva proprio. Venghiamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—Eh figuratevi questa sera, non gli risponde, cheh!—«Guarda che bella tabacchiera! Se te fossi venuta, la potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla! Escite di costì!»—«Andiamo, andiamo; venite a cena»—dicesuo padre. Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la pianella e il numero dell'uscio.—«Che dimani»—dice Maestà—«appena fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza e portatemi questa signora nel palazzo.»—I servitori prendon la pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano. Si affaccia suo padre:—«Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa ci sarà?»—Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.—«Cosa mi comandano?»—gli dice il padre, gua', a questi servitori.—«Quante figlie avete voi?»—Dice:—«Due.»—«Bene, fatecele vedere.»—Ecco il padre le fa venire di qua.—«Mettetevi a sedere»—dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere: gli era piccola.—«Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!»—«Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna.»—«Nojaltri non siamo venuti nè per bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!»—Eccoti, le sorelle chiamano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo:—«Che v'è egli?»—la risponde.—«Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere.»—«Io non vo' venire, io.»—«Ma bisogna che tu venga, ti pare?»—dice.—«Sì, ditegli che or'ora vengo.»—La và dall'uccellino:—«Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino:—«Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?»—Si mette l'uccellino in seno e principia ascender le scale.—«La sentono?»—dice il padre—«la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!»—Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire.—«Ah!»—riconoscono la signora dell'altra sera. Il padre, le sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli dice:—«Assolutamente, voi siete la mia sposa.»—Lei acconsente, gua', lo credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo, quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero e se ne godettero e a me nulla mi dettero.

NOTE

[1]Cf. con la fiaba XVI:La Maestra, Il Liebrecht annota:—S. Lemcke's Iahrbuch XI, 385 meine Anmerkung zu dem cyprischen Mährchen N.º 2.»—È lo stesso argomento del trattenimentoVI, giorn. I delPentamerone:—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' mmarito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma ppe' bertute de le fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe 'mmarito».—Cf.Pitrè(Op. cit.), XLI,Picureddae XLII,Grattula—Beddattula(della quale il prof. Malato—Todaro ha data una versione Italiana nellaRivista Siculadi Palermo, voi. VIII).Bernoni(fiabe popolari veneziane) VIII.La Conza—Senare. Prima che il libretto e la musica di due Italiani, ringiovanissero la fiaba della Cenerentola e fin dall'anno M.DCC.LIX, fu recitata a Parigi unaCendrillon, parole dell'Anseaume, musica delLa Ruette, che non incontrò gran fatto. Gli aneddotisti dànno percerto, che alcuni anni prima, il basso Thevenard, passando innanzi ad una calzoleria, stupisse della piccolezza elegante d'una pantoffola da ricucirsi; e che s'informasse dello indirizzo della padrona di quella calzatura; e volesse conoscerla; e se ne innamorasse perdutamente; e la chiedesse in matrimonio lì per lì, su due piedi; e non fosse in seguito nè più scontento, nè più infelice di tanti e tanti che hanno arrischiato il duro passo solo dopo mature considerazioni, ponderatamente. Anche il poeta tedescoDi Platen—Hallermünde, sepolto a Siracusa, ha trattato drammaticamente questo tema vaghissimo. Ecco due racconti milanesi che appartengono al ciclo della Cenerentola, il quale abbraccia due rami, quello diPeau—d'ânee quello diCendrillon.LA SCINDIROEURA.[i]Ona volta gh'era on Re. El gh'aveva ona tosa. L'era tanto bella che le voreva per sposa, la voreva sposà per mièe; e lee la voreva minga, perchè l'era vecc. Lu, seguitava a seccalla de sposall; e lee, on dì per contentali, la gh'ha ditt:—«Famm dùu vestìi a me piasè e on'ochetta che parla, che te sposi.»—Come difatti, el gh'ha fàa dùu vestìi, vun pien de stell e on alter cont i ragg del sol. Sicchè, la sera, lu, l'è andàa in lett. El ghe dis:—«Adess ven anca ti, Maria.»—la se ciamava Maria. E lee, la dis:—«Adess vegni subet.»—L'ha ciappà i dùu vestìi e i ha faa su in d'on fagott e l'ha miss l'ochetta in d'on cadin con denter l'acqua. L'ochetta, la sbatteva i al: e el Re le dimanda:—«Maria, te vegnet a dormì?»—E l'ochetta, la ghe rispondeva:—«Vegni»—Lu, el Re, el s'è indormetàa; e el s'è dissedàa pu fin a la mattinna. La mattinna el leva su, el trœuva pu la soa tosa. Lee, l'ha miss on bell'—e—brutt[ii], ona finta che se cognosseva domà che i occ; e la s'è missa in viagg; e l'ha seguitàa a viaggià finchè l'ha trovàa ona cittàa, dove gh'era on Re. L'è andada alla porta del Re e la ghe dis a la guardia de digh a la Reginna se voreven ciappalla per fa la donzella. E la guardia la gh'ha ditt:—«Te gh'hê minga vergogna, bruttascia che te set, a cercà de vegnì a fà la donzella?»—Dopo, lee, l'ha tornàa a pregà se voreven ciappalla a fà la scindirœura[iii]; a stà a i fornell, a i fogolar a tœu su la zener. Allora la guardia l'è andada a dighel a la Reginna. La Reginna, la gh'ha ditt de lassalla pur vegnì. On dì, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma, a la Reginna:—«Diman, vœuri fa ona festa de ball»—E lee, la ghe dis:—«Fâlla pur.»—Quand l'è staa che eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dia a la Reginna:—«O sura Reginna, che la me lassa andà a guardà denter almen dal bus de la ciav, a vedè come fan a ballà, perchè hoo mai vedùu.»—E lee, la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va: ma torna subet, perchè s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el me dis.»—Allora lee, la Scindirœura, la va in la soa stanza, la mett su el vestíi pien de stell e la va de denter in sala. El fiœu del Re, el ved sta bella giovina; l'ha ciappada de ballà insemma. L'ha faa on gir; e pœu, lee, la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on moment, che torni subet.»—Invece l'è andada a casa a lavorà. El va a casa, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma, che bella giovina che l'è vegnùu là a la festa! la gh'haveva su on vestìi pien de stell ch'el lusiva per tutta la sala. L'ha fàa on gir, e pœu l'hoo veduda pu. La gh'aveva i occ che pareven tutt quej de la Scindirœura»—E lee, la seguitava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«Cossa la dis quella cialla là?»—E lee, la tornava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El fiœu del Re, el dis:—«Diman, vœuri fà on'altra festa.»—Quand l'è stàa ch'eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dis a la Reginna:—«Che la me lassa andà là, sura Reginna, a guardà denter del bus de la ciav, per vedè se gh'è là quella bella giovina.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Te set on pòo tropp seccante! s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el dis.»—E lee, la ghe torna a dì:—«Voo là appenna on momentin e pœu torni subet.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va.»—La Scindirœura, la va de sora in la soa stanza, l'ha tiràa via el bell'—e—brutt, la mett su el vestii cont i ragg del Sol, e la va denter in sala. El fiœu del Re l'ha ciappada subet per ballà. Lee, l'ha fàa on gir e pœu la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on momentin, che torni subet.»—Intant che la ballava la gh'ha tiràa giò l'anell del fiœu del Re; e la va a casa e la se mett a fa el so mestée. Va a casa el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma! Gh'è vegnùu là ancamò quella bella giovina d'ier. La gh'aveva su on vestíi cont su i ragg del sol, che la lusiva per tutta la sala.»—La Scindirœura, la seguita:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«La gh'aveva i occ, che paren tutt quej de la Scindirœura.»—E la torna ancora:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis adrèe a la soa mamma:—«Sent cosa, la dis quella cialla là.»—E lee, la torna ancamò:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El dì adrèe, el dà on'altra festa; e lee, la gh'è andata pu; e lu, de la passion, el s'è malàa. Gh'era pu nissun che podeva andà in stanza a portagh de mangià; e lee, la gh'è dis a la sura Reginna:—«Che la me lassa andà mì, a portagh el pantrid.»[iv]—E la Reginna, la ghe dis:—«Cialla che te set! el vœur nanca che vaga i donzell; t'hà giost de andà ti!»—E lee, la ghe dis ancamò, la Scindirœura:—«La vedarà, sura Reginna, che de mì l'accettarà.»—Allora la Reginna, la dis:—«Va pur.»—Lee, l'è andada in stanza. Prima de andà in del Re, lee, l'è andada in stanza e l'ha miss su el vestíi cont su i ragg del sol. E l'è andada a portagh il pantrìd. La gh'ha miss denter l'anell; e lu, allora, a vede sta bella giovina, de la contentezza l'è guarìi e l'ha sposada. Dopo hin andaa a casa a trovà so pader che l'aveva lassada.SCINDIRIN—SCINDIROEU.Gh'era on negoziant; el gh'aveva tre tosann: do eren brutt e vunna l'era bella. L'era la minor quella bella. E lor ghe voreven minga ben a sta sorella: e quand vegniva in cà quajchechedun, lor eren in casa a ricev e quella lì la trattaven come ona personna de servizi; e a l'inverno, lee, la stava semper in cusinna, in canton del fœugh a scaldass, perchè in sala i so sorell la voreven minga. Ven che el Re, el dà ona festa de ball. E lor, quij do sorell brutt, hin staa invidàa e hin andàa fœura de casa a fa tutt i provist, e tœu di vestii de seda, di robb de galanteria per andà a sta festa de cort. Ven quella sera che se vesten e van a ballà. Lee, sta povera tosa, la gh'aveva ona passion; e la va in giardin a piang; e la piangeva. Ghe va là ona donnetta:—«Cossa te gh'het, la mia tosa, che te set così malinconica? perchè te pianget?»—«Perchè i mè sorell hin andàa a la festa de ball a la cort del Re; e mi, han minga vorùu menamm.»—«Te see contenta a andagh anca ti?»—«Magara, podess andà!»—«Ben, tè: questa ch'è chì, l'è ona verghetta. Va de sora, va in la toa stanza, batt sta verghetta chì, e te vegnarà fœura quel che te fa de bisogn per andà a la cort. Quand te set sott a la porta, te battaret ancamò la verghetta, e te comparirà lì ona carrozza. Quand te set a la cort, ti te battaret la verghetta, e la carrozza, la scomparirà via.»—Difatti, lee, la va de sora, la batt la soa verghetta, e ghe ven fœura on magnifich vestìi, e tutt quel che ghe fava de bisogn e scarp e calzett e per la testa tutt. La se vestiss e la va. La batt la soa verghetta, e ghe ven la carrozza. Quand l'è entrada in sala de ball là, la ved i so sorell. Gh'è là el fiœu del Re; apenna che le ved, el dis:—«Oh che bella figura! che bella giovina! come l'è missa de bon gust!»—E le tœu su a ballà. Lee, la balla; lu, el ghe dis tanti tenerezz; e lee, apenna finíi, la va via. Lu, el fiœu del Re, el ved che la gh'è pu, tutt fœura de lu:—«Pover a mì, pover a mì! Se el saveva, ghe andava adrèe almen a mettela in carrozza.»—Lee, la va a cà, la se devestiss tutta e la va a dormì per non fass capì di personn de servizi in casa. A la mattina i so sorell van in cusinna, e lee, l'era là settada al camin. E discorreven de la festa che gh'era stàa; che l'è stada inscì bella; e che gh'è andàa là ona sciora, che l'era inscì ben missa, che no gh'era nissuna altra inscì ben missa de quej ch'hin andàa là; e che el fiœu del Re l'ha ballàa insemma; e che in d'on moment la gh'è scomparsa via e l'han veduda pu.—«Se t'avesset vedùu, Scindirin—Scindirœu! la gh'aveva duu occ che pareven tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt de menamm ona quaj sera anca mì; minga andà domà vialter!»—«Cossa te vœut vegnì a fa ti, che te see minga bonna de ballà? Che vestíi te vœu mett su per vegnì a la cort?»—«I fee per vialter i vestíi, podíi famen vun anca per mì.»—Ven che el Re, el dà on'altra festa per el piasè de vedè ancora sta figuretta che gh'è andàa la prima sera. E lee, i so sorell tornen andà ancamò; e lee, quella sera torna a batt la soa verghetta ancamò. Ghe ven fœura on vestíi pusee bell ancamò, ghe ven fœura cambiament divers de mett in testa de robba finna e tutt, con di boccheritt[v], di mazzettitt de fior. La va e la entra in sala come l'ha faa l'altra volta. El Re le ved, el ghe corr a la contra; e le invida subet a ballà con lu. Lee, la ven giò e la va a fa on gir in la sala e la ghe da on mazzettin de fior per una a i so sorell, e pœu la ven via. El fiœu del Re, el ghe corr adrèe; lee, la batt la soa verghetta e la carrozza l'è subet lì: la monta in carrozza e la corr a cà; la batt la soa verghetta, le scompar tutt coss, e la và a dormì. A la mattinna i so sorell tornen ancamò andà in cusinna e ghe disen de la festa che l'era inscì bella, che gh'è andàa sta sciora, e che l'era pusee ben vestida de la prima volta, e che l'è andada là, e la gh'ha daa on mazzett de fior per un a lor:—«Ma te disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi i tœu!»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt, che se adess el fiœu del Re, el dà on'altra festa, vuj propi che me menè anca mi insemma!»—«Oh te sèe matta? coss'avemm a menâ ti? coss'hêm de menatt ti? L'è minga on sit adattàa per ti!»—Difatti, el fiœu del Re, el torna a dà on'oltra festa ancamò. Lee, la fa l'istess con la soa verghetta e ghe ven fœura on vestíi, ma ona bellezza! insomma gh'era nissun che podeva avè on vestíi compagn. Ven che la va; e apenna che la entra in sala, el fiœu del Re l'è là. El balla insemma; e pœu', el ghe dis ch'el desiderava de parlagh, de digh in dove la stava, che lu, el voreva falla per soa sposa. Lee, la ghe dis, che la podeva minga digh in dove la stava e che l'era impossibil che lee l'avess avùu de deventà soa sposa. Lu allora, el tœu giò on anell e el ghe le dà:—«E mi tœujaròo nissun, fin che non se presentarà quella che gh'hoo dàa el me anell.»—E lee, la ghe dis che l'anell l'accetta, ma che l'era difficil che la podess deventà soa mièe. E via la va a casa. L'è andàda a cà, l'ha battùu la soa verghetta, gh'è scompars tutt, e pœu l'è andàda a dormì. A la mattinna va là i so sorell e ghe cunten: che gh'è stàa là ancora quella sciora inscì ben missa; e che el fiœu del Re l'è innamoràa; e ch'el gh'ha dàa on anell per soa memoria.—«Ti disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—Ven, che de lì a on pòo de temp, i so sorell ghe disen a la Scindindin—Scindirœu, che el fiœu del Re l'era malàa per el dispiasè de podè minga avè cognossùu quella sciora, che andava a i so fest de ball. Lee, la Scindirin—Scindirœu, la va in giardin e l'era malinconica malinconica comè. Ghe compar quella donnetta, e la ghe dis:—«Cossa te gh'hêt? te sèe inscì malinconica?»—«Gh'hoo dispiasè, perchè el fiœu del Re, el s'è innamoràa de mi; e mi, l'è impossibel, ch'el me poda sposà.»—E lee, quella donnetta, la ghe dis:—«Te insegnaroo mi, come te devet fa. Ti, in casa toa, te tratten minga ben. Tira su quel pretest lì; e dì che te vœut andà a servì. E va a la cort, e va là e dimandegh se han de bisogn ona camerera, e cerca d'andagh in cà de la Reginna come donzella.»—Difatti, lee, inscì l'ha faa. La ghe dis a i so sorell: che lee, l'era stuffa de stà sott de lor; che la trattaven minga ben, la tegneven pegg che ona serva; e lee, l'ha pensàa de andà via a servì. Difatti, lee, la ghe parla a gent là de la cort per vedè se voreven tœulla per camerera. Lor el disen a la Reginna. La Reginna le ved, la ved sta tosa inscì bella, missa inscì ben, la ghe dis de fermass pur là che le ten per soa camerera. El fiœu del Re, l'era in lett malàa; ghe portaven de sora el pantrìd; e on dì, combinazion, lee, l'era de bass e la sent che aveven da portagh el pantrìd al fiœu del Re. E lee, la dis:—«Sa! vòo de sora, gh'el portaroo de sora mi; gh'el daroo al camerer che gh'è lì in anticamera.»—Intrettant che la va su di scal, la ciappa l'anell e le mett in la tazzinna del pantrìd, e la va in anticamera e la ghe dà la tazzinna al camerer. Lu, el fiœu del Re, el se mett adrèe per mangià el pantrìd, el trœuva denter el so anell, el ciama el camerer, el ghe dis:—«Dimm on poo, chi l'è che m'ha fàa sto pantrìd?»—«De bass el cœugh.»—«Chi l'è che te l'ha portàa su?»—«Ma mi sera lì in anticamera, è vegnùu la donzella de la Reginna e me l'ha portàa su lee.»—«Fa el piasè; ciamem subet la donzella de la mia mamma.»—El camerer el va; el ciama la donzella. La donzella, la voreva minga andà; ma el fiœu del Re, l'ha vorùu che la ghe andass. Quand l'è andada denter, el le guarda, el dis:—«Oh lee, l'è quella che vegneva a i mè fest de ball.»—La dis:—«Sì, l'è vera; ma mi saveva minga come fà a restituigh el so anell e hoo pensaa de metteghel dent in la tazzinna del pantrìd.»—E lu:—«Hoo ditt che quella che gh'aveva el me anell l'aveva de vess la mia sposa; e lee, la sarà la mia sposa.»—Lee, la voreva no, perchè la diseva che l'era ona povera tosa che l'era minga adattada a lu. Allora lu, el fa ciamà la soa mammin, el ghe dis che lu el voreva sposalla, quella lì o nissun. E la mader, la gh'ha ditt:—«Ben, sposala pur, se quella tosa lì, la dev vess quella che ha de rendet felice, sposala e mi son contenta; perchè l'è ona bona tosa, savia, educada.»—I so sorell, quand han sentii, che la Scindirin—Scindirœu, l'aveva de vess Reginna, ghe ven ona rabbia, che insomma!... Ma lee, tanto bonna, l'ha fàa in manera, dopo vess sposàda cont el fiœu del Re, de tirà là la soa famêja in compagnia.

[1]Cf. con la fiaba XVI:La Maestra, Il Liebrecht annota:—S. Lemcke's Iahrbuch XI, 385 meine Anmerkung zu dem cyprischen Mährchen N.º 2.»—È lo stesso argomento del trattenimentoVI, giorn. I delPentamerone:—«Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' mmarito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma ppe' bertute de le fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe 'mmarito».—Cf.Pitrè(Op. cit.), XLI,Picureddae XLII,Grattula—Beddattula(della quale il prof. Malato—Todaro ha data una versione Italiana nellaRivista Siculadi Palermo, voi. VIII).Bernoni(fiabe popolari veneziane) VIII.La Conza—Senare. Prima che il libretto e la musica di due Italiani, ringiovanissero la fiaba della Cenerentola e fin dall'anno M.DCC.LIX, fu recitata a Parigi unaCendrillon, parole dell'Anseaume, musica delLa Ruette, che non incontrò gran fatto. Gli aneddotisti dànno percerto, che alcuni anni prima, il basso Thevenard, passando innanzi ad una calzoleria, stupisse della piccolezza elegante d'una pantoffola da ricucirsi; e che s'informasse dello indirizzo della padrona di quella calzatura; e volesse conoscerla; e se ne innamorasse perdutamente; e la chiedesse in matrimonio lì per lì, su due piedi; e non fosse in seguito nè più scontento, nè più infelice di tanti e tanti che hanno arrischiato il duro passo solo dopo mature considerazioni, ponderatamente. Anche il poeta tedescoDi Platen—Hallermünde, sepolto a Siracusa, ha trattato drammaticamente questo tema vaghissimo. Ecco due racconti milanesi che appartengono al ciclo della Cenerentola, il quale abbraccia due rami, quello diPeau—d'ânee quello diCendrillon.

LA SCINDIROEURA.[i]

Ona volta gh'era on Re. El gh'aveva ona tosa. L'era tanto bella che le voreva per sposa, la voreva sposà per mièe; e lee la voreva minga, perchè l'era vecc. Lu, seguitava a seccalla de sposall; e lee, on dì per contentali, la gh'ha ditt:—«Famm dùu vestìi a me piasè e on'ochetta che parla, che te sposi.»—Come difatti, el gh'ha fàa dùu vestìi, vun pien de stell e on alter cont i ragg del sol. Sicchè, la sera, lu, l'è andàa in lett. El ghe dis:—«Adess ven anca ti, Maria.»—la se ciamava Maria. E lee, la dis:—«Adess vegni subet.»—L'ha ciappà i dùu vestìi e i ha faa su in d'on fagott e l'ha miss l'ochetta in d'on cadin con denter l'acqua. L'ochetta, la sbatteva i al: e el Re le dimanda:—«Maria, te vegnet a dormì?»—E l'ochetta, la ghe rispondeva:—«Vegni»—Lu, el Re, el s'è indormetàa; e el s'è dissedàa pu fin a la mattinna. La mattinna el leva su, el trœuva pu la soa tosa. Lee, l'ha miss on bell'—e—brutt[ii], ona finta che se cognosseva domà che i occ; e la s'è missa in viagg; e l'ha seguitàa a viaggià finchè l'ha trovàa ona cittàa, dove gh'era on Re. L'è andada alla porta del Re e la ghe dis a la guardia de digh a la Reginna se voreven ciappalla per fa la donzella. E la guardia la gh'ha ditt:—«Te gh'hê minga vergogna, bruttascia che te set, a cercà de vegnì a fà la donzella?»—Dopo, lee, l'ha tornàa a pregà se voreven ciappalla a fà la scindirœura[iii]; a stà a i fornell, a i fogolar a tœu su la zener. Allora la guardia l'è andada a dighel a la Reginna. La Reginna, la gh'ha ditt de lassalla pur vegnì. On dì, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma, a la Reginna:—«Diman, vœuri fa ona festa de ball»—E lee, la ghe dis:—«Fâlla pur.»—Quand l'è staa che eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dia a la Reginna:—«O sura Reginna, che la me lassa andà a guardà denter almen dal bus de la ciav, a vedè come fan a ballà, perchè hoo mai vedùu.»—E lee, la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va: ma torna subet, perchè s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el me dis.»—Allora lee, la Scindirœura, la va in la soa stanza, la mett su el vestíi pien de stell e la va de denter in sala. El fiœu del Re, el ved sta bella giovina; l'ha ciappada de ballà insemma. L'ha faa on gir; e pœu, lee, la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on moment, che torni subet.»—Invece l'è andada a casa a lavorà. El va a casa, el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma, che bella giovina che l'è vegnùu là a la festa! la gh'haveva su on vestìi pien de stell ch'el lusiva per tutta la sala. L'ha fàa on gir, e pœu l'hoo veduda pu. La gh'aveva i occ che pareven tutt quej de la Scindirœura»—E lee, la seguitava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«Cossa la dis quella cialla là?»—E lee, la tornava a dì:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El fiœu del Re, el dis:—«Diman, vœuri fà on'altra festa.»—Quand l'è stàa ch'eren adrèe a ballà, la Scindirœura, la ghe dis a la Reginna:—«Che la me lassa andà là, sura Reginna, a guardà denter del bus de la ciav, per vedè se gh'è là quella bella giovina.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Te set on pòo tropp seccante! s'el te ved el me fiœu, chi sa cossa el dis.»—E lee, la ghe torna a dì:—«Voo là appenna on momentin e pœu torni subet.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Ben, va.»—La Scindirœura, la va de sora in la soa stanza, l'ha tiràa via el bell'—e—brutt, la mett su el vestii cont i ragg del Sol, e la va denter in sala. El fiœu del Re l'ha ciappada subet per ballà. Lee, l'ha fàa on gir e pœu la ghe dis:—«Ch'el me lassa andà on momentin, che torni subet.»—Intant che la ballava la gh'ha tiràa giò l'anell del fiœu del Re; e la va a casa e la se mett a fa el so mestée. Va a casa el fiœu del Re, el ghe dis a la soa mamma:—«Se t'avesset de vedè, mamma! Gh'è vegnùu là ancamò quella bella giovina d'ier. La gh'aveva su on vestíi cont su i ragg del sol, che la lusiva per tutta la sala.»—La Scindirœura, la seguita:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis:—«La gh'aveva i occ, che paren tutt quej de la Scindirœura.»—E la torna ancora:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—E lu, el dis adrèe a la soa mamma:—«Sent cosa, la dis quella cialla là.»—E lee, la torna ancamò:—«Sont mi quella, sont mi quella.»—El dì adrèe, el dà on'altra festa; e lee, la gh'è andata pu; e lu, de la passion, el s'è malàa. Gh'era pu nissun che podeva andà in stanza a portagh de mangià; e lee, la gh'è dis a la sura Reginna:—«Che la me lassa andà mì, a portagh el pantrid.»[iv]—E la Reginna, la ghe dis:—«Cialla che te set! el vœur nanca che vaga i donzell; t'hà giost de andà ti!»—E lee, la ghe dis ancamò, la Scindirœura:—«La vedarà, sura Reginna, che de mì l'accettarà.»—Allora la Reginna, la dis:—«Va pur.»—Lee, l'è andada in stanza. Prima de andà in del Re, lee, l'è andada in stanza e l'ha miss su el vestíi cont su i ragg del sol. E l'è andada a portagh il pantrìd. La gh'ha miss denter l'anell; e lu, allora, a vede sta bella giovina, de la contentezza l'è guarìi e l'ha sposada. Dopo hin andaa a casa a trovà so pader che l'aveva lassada.

SCINDIRIN—SCINDIROEU.

Gh'era on negoziant; el gh'aveva tre tosann: do eren brutt e vunna l'era bella. L'era la minor quella bella. E lor ghe voreven minga ben a sta sorella: e quand vegniva in cà quajchechedun, lor eren in casa a ricev e quella lì la trattaven come ona personna de servizi; e a l'inverno, lee, la stava semper in cusinna, in canton del fœugh a scaldass, perchè in sala i so sorell la voreven minga. Ven che el Re, el dà ona festa de ball. E lor, quij do sorell brutt, hin staa invidàa e hin andàa fœura de casa a fa tutt i provist, e tœu di vestii de seda, di robb de galanteria per andà a sta festa de cort. Ven quella sera che se vesten e van a ballà. Lee, sta povera tosa, la gh'aveva ona passion; e la va in giardin a piang; e la piangeva. Ghe va là ona donnetta:—«Cossa te gh'het, la mia tosa, che te set così malinconica? perchè te pianget?»—«Perchè i mè sorell hin andàa a la festa de ball a la cort del Re; e mi, han minga vorùu menamm.»—«Te see contenta a andagh anca ti?»—«Magara, podess andà!»—«Ben, tè: questa ch'è chì, l'è ona verghetta. Va de sora, va in la toa stanza, batt sta verghetta chì, e te vegnarà fœura quel che te fa de bisogn per andà a la cort. Quand te set sott a la porta, te battaret ancamò la verghetta, e te comparirà lì ona carrozza. Quand te set a la cort, ti te battaret la verghetta, e la carrozza, la scomparirà via.»—Difatti, lee, la va de sora, la batt la soa verghetta, e ghe ven fœura on magnifich vestìi, e tutt quel che ghe fava de bisogn e scarp e calzett e per la testa tutt. La se vestiss e la va. La batt la soa verghetta, e ghe ven la carrozza. Quand l'è entrada in sala de ball là, la ved i so sorell. Gh'è là el fiœu del Re; apenna che le ved, el dis:—«Oh che bella figura! che bella giovina! come l'è missa de bon gust!»—E le tœu su a ballà. Lee, la balla; lu, el ghe dis tanti tenerezz; e lee, apenna finíi, la va via. Lu, el fiœu del Re, el ved che la gh'è pu, tutt fœura de lu:—«Pover a mì, pover a mì! Se el saveva, ghe andava adrèe almen a mettela in carrozza.»—Lee, la va a cà, la se devestiss tutta e la va a dormì per non fass capì di personn de servizi in casa. A la mattina i so sorell van in cusinna, e lee, l'era là settada al camin. E discorreven de la festa che gh'era stàa; che l'è stada inscì bella; e che gh'è andàa là ona sciora, che l'era inscì ben missa, che no gh'era nissuna altra inscì ben missa de quej ch'hin andàa là; e che el fiœu del Re l'ha ballàa insemma; e che in d'on moment la gh'è scomparsa via e l'han veduda pu.—«Se t'avesset vedùu, Scindirin—Scindirœu! la gh'aveva duu occ che pareven tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt de menamm ona quaj sera anca mì; minga andà domà vialter!»—«Cossa te vœut vegnì a fa ti, che te see minga bonna de ballà? Che vestíi te vœu mett su per vegnì a la cort?»—«I fee per vialter i vestíi, podíi famen vun anca per mì.»—Ven che el Re, el dà on'altra festa per el piasè de vedè ancora sta figuretta che gh'è andàa la prima sera. E lee, i so sorell tornen andà ancamò; e lee, quella sera torna a batt la soa verghetta ancamò. Ghe ven fœura on vestíi pusee bell ancamò, ghe ven fœura cambiament divers de mett in testa de robba finna e tutt, con di boccheritt[v], di mazzettitt de fior. La va e la entra in sala come l'ha faa l'altra volta. El Re le ved, el ghe corr a la contra; e le invida subet a ballà con lu. Lee, la ven giò e la va a fa on gir in la sala e la ghe da on mazzettin de fior per una a i so sorell, e pœu la ven via. El fiœu del Re, el ghe corr adrèe; lee, la batt la soa verghetta e la carrozza l'è subet lì: la monta in carrozza e la corr a cà; la batt la soa verghetta, le scompar tutt coss, e la và a dormì. A la mattinna i so sorell tornen ancamò andà in cusinna e ghe disen de la festa che l'era inscì bella, che gh'è andàa sta sciora, e che l'era pusee ben vestida de la prima volta, e che l'è andada là, e la gh'ha daa on mazzett de fior per un a lor:—«Ma te disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi i tœu!»—«S'era mi quella!»—«Cossa t'hê ditt?»—«Hoo ditt, che se adess el fiœu del Re, el dà on'altra festa, vuj propi che me menè anca mi insemma!»—«Oh te sèe matta? coss'avemm a menâ ti? coss'hêm de menatt ti? L'è minga on sit adattàa per ti!»—Difatti, el fiœu del Re, el torna a dà on'oltra festa ancamò. Lee, la fa l'istess con la soa verghetta e ghe ven fœura on vestíi, ma ona bellezza! insomma gh'era nissun che podeva avè on vestíi compagn. Ven che la va; e apenna che la entra in sala, el fiœu del Re l'è là. El balla insemma; e pœu', el ghe dis ch'el desiderava de parlagh, de digh in dove la stava, che lu, el voreva falla per soa sposa. Lee, la ghe dis, che la podeva minga digh in dove la stava e che l'era impossibil che lee l'avess avùu de deventà soa sposa. Lu allora, el tœu giò on anell e el ghe le dà:—«E mi tœujaròo nissun, fin che non se presentarà quella che gh'hoo dàa el me anell.»—E lee, la ghe dis che l'anell l'accetta, ma che l'era difficil che la podess deventà soa mièe. E via la va a casa. L'è andàda a cà, l'ha battùu la soa verghetta, gh'è scompars tutt, e pœu l'è andàda a dormì. A la mattinna va là i so sorell e ghe cunten: che gh'è stàa là ancora quella sciora inscì ben missa; e che el fiœu del Re l'è innamoràa; e ch'el gh'ha dàa on anell per soa memoria.—«Ti disi, Scindirin—Scindirœu, che la gh'aveva duu occ che pareven propi tutt i tœu.»—«S'era mi quella!»—Ven, che de lì a on pòo de temp, i so sorell ghe disen a la Scindindin—Scindirœu, che el fiœu del Re l'era malàa per el dispiasè de podè minga avè cognossùu quella sciora, che andava a i so fest de ball. Lee, la Scindirin—Scindirœu, la va in giardin e l'era malinconica malinconica comè. Ghe compar quella donnetta, e la ghe dis:—«Cossa te gh'hêt? te sèe inscì malinconica?»—«Gh'hoo dispiasè, perchè el fiœu del Re, el s'è innamoràa de mi; e mi, l'è impossibel, ch'el me poda sposà.»—E lee, quella donnetta, la ghe dis:—«Te insegnaroo mi, come te devet fa. Ti, in casa toa, te tratten minga ben. Tira su quel pretest lì; e dì che te vœut andà a servì. E va a la cort, e va là e dimandegh se han de bisogn ona camerera, e cerca d'andagh in cà de la Reginna come donzella.»—Difatti, lee, inscì l'ha faa. La ghe dis a i so sorell: che lee, l'era stuffa de stà sott de lor; che la trattaven minga ben, la tegneven pegg che ona serva; e lee, l'ha pensàa de andà via a servì. Difatti, lee, la ghe parla a gent là de la cort per vedè se voreven tœulla per camerera. Lor el disen a la Reginna. La Reginna le ved, la ved sta tosa inscì bella, missa inscì ben, la ghe dis de fermass pur là che le ten per soa camerera. El fiœu del Re, l'era in lett malàa; ghe portaven de sora el pantrìd; e on dì, combinazion, lee, l'era de bass e la sent che aveven da portagh el pantrìd al fiœu del Re. E lee, la dis:—«Sa! vòo de sora, gh'el portaroo de sora mi; gh'el daroo al camerer che gh'è lì in anticamera.»—Intrettant che la va su di scal, la ciappa l'anell e le mett in la tazzinna del pantrìd, e la va in anticamera e la ghe dà la tazzinna al camerer. Lu, el fiœu del Re, el se mett adrèe per mangià el pantrìd, el trœuva denter el so anell, el ciama el camerer, el ghe dis:—«Dimm on poo, chi l'è che m'ha fàa sto pantrìd?»—«De bass el cœugh.»—«Chi l'è che te l'ha portàa su?»—«Ma mi sera lì in anticamera, è vegnùu la donzella de la Reginna e me l'ha portàa su lee.»—«Fa el piasè; ciamem subet la donzella de la mia mamma.»—El camerer el va; el ciama la donzella. La donzella, la voreva minga andà; ma el fiœu del Re, l'ha vorùu che la ghe andass. Quand l'è andada denter, el le guarda, el dis:—«Oh lee, l'è quella che vegneva a i mè fest de ball.»—La dis:—«Sì, l'è vera; ma mi saveva minga come fà a restituigh el so anell e hoo pensaa de metteghel dent in la tazzinna del pantrìd.»—E lu:—«Hoo ditt che quella che gh'aveva el me anell l'aveva de vess la mia sposa; e lee, la sarà la mia sposa.»—Lee, la voreva no, perchè la diseva che l'era ona povera tosa che l'era minga adattada a lu. Allora lu, el fa ciamà la soa mammin, el ghe dis che lu el voreva sposalla, quella lì o nissun. E la mader, la gh'ha ditt:—«Ben, sposala pur, se quella tosa lì, la dev vess quella che ha de rendet felice, sposala e mi son contenta; perchè l'è ona bona tosa, savia, educada.»—I so sorell, quand han sentii, che la Scindirin—Scindirœu, l'aveva de vess Reginna, ghe ven ona rabbia, che insomma!... Ma lee, tanto bonna, l'ha fàa in manera, dopo vess sposàda cont el fiœu del Re, de tirà là la soa famêja in compagnia.

[i]È ilPeau—d'ânedi Carlo Perrault. Cf.Degubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaia, III.Il trottolin di legno. La vergine ritrosa all'incesto si ritrova nel trattenimento VI della giornata II; ed anche nel II dellaIIIgiornata del Pentamerone, intitolato:la Penta manomozza, se non che nellaPentatrattasi d'un fratello impazzito e non d'un padre.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e tagliatose le mano nce le manna 'mpresiento. Isso la fa jettare drinto 'na cascia a mare; e data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa ssoja, dove la mogliere gelòsa la torna a ghiettare drinto la stessa cascia; e trovata da 'no Rre, sse nce 'nzora; ma pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dapò luonghe travaglie è trovata da lo marito e da lo frate, e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Simile è la favola III del Libro primo delleTredici piacevoli nottidello Straparola:—«Tebaldo, principe di Salerno, vuole Doralice, unica sua figliuola, per moglie; la quale, perseguitata dal padre, capita in Inghilterra, e Genese la piglia per moglie e con lei ha due figliuoli, che da Tebaldo furono uccisi, di che Genese Re si vendicò.»—Ha molti punti di rapporto con questa fiaba la favola cristiana di Santa Oliva. (VediLa Rappresentazione di Sant'Oliva, riprodotta sulle antiche stampeed illustrata da Alessandro d'Ancona. Pisa. Fratelli Nistri, MDCCCLXIII). Vedi la prima annotazione alla fiaba dell'Uccel Belverdea pag. 110 del presente volume. NellaDifesa di Gio. Battista Filippo Ghirardelli dalle opposizioni fatte alla sua tragedia del Costantino (In Roma, per gli Heredi del Manelfi. MDCLIII. Con licenza de' Superiori)leggo alle facciate 179—180:—«Piacesse al cielo, che una colpa sì atroce, com'è il desiderio, manifestato da un padre, di torre alla figlia la pudicizia, fosse stata colpa, o non mai intesa, o almen sì rara nel mondo, che si rendesse inverisimile a chi l'ascolta ed apparisse impossibile a chi la legge. Per tacered'ogn'altro esempio, un solo ne porterò tratto dall'Istorie Ecclesiastiche, che diede già la materia ad una mia sacra tragedia, ed è quello di S. Dimpna, fuggita occultamente ad Anversa dall'ira del Re suo padre, dominator dell'Ibernia. Questi, vedendo la figliuola erede delle bellezze dell'estinta sua moglie, da lui amata sin all'insania, le voleva anche con la violenza torre quel fior verginale ch'aveva a persuasione di S. Gerberno consacrato all'Altissimo per gloriose primizie degli anni suoi. Questo è caso somigliantissimo al finto da me in Valeria, anzi in lei è più verisimile, atteso il costume perversissimo del tiranno Massenzio, noto a tutti per la lascivia, che con una audacia nefaria, violando la pudicizia delle Vergini più belle della sua patria, alcune di esse ne stimolò fin'all'incontrar (per fuggir le sue insidie) generosamente la morte; come fè con virtù veramente Romana la famosa Sofronia nell'antiche memorie sì decantata.»—Cf.Gonzenbach(Op. cit.) XXXVIII.Von der Betta Pilusa,Pitrè. (Opera citata) XLIIIPilusedda.[ii]Bell'—e—brutt. Questo Vocabolo manca nel Cherubini; cosa voglia dire è spiegato dall'inciso apposizionale che gli tien dietro. La fattoressa narratrice pronunziava la parola così com'io l'ho scritta; e forse sarà stato il nome d'una qualche antica foggia di dominò, di bautta, od altrettale. Ma potrebbe darsi che avesse da scriversibelèe—brutt.Belèe, vuol dire (copio dal Cherubini):—«Ninnolo,balocco,ciancia,dondolo,crepunde. Il latinoBellaria, da cui il Ferrario (Octavii FerrariiOrigines Linguae Italicae.Patavii MDCCLXXVII) vorrebbe derivato ilbeleemilanese, significava confetti, pasticci e simili o anche vini dolci. IlVaron milanespoi traeBeléeda βὴλος (astro) facendo diventar gli astri tantibelee.»—Etimologia, quest'ultima, sul genere di quelle del prof. Francesco Mazzarella—Farao, che derivava il napoletanescopacchiano(villano, dapaganus);—«da παχκοινος,omnibus communis, cioèordinario,da dozzina. O da παχιςcompactus, cioè grossolano e αννος,linum agreste, come se dir volessimo: cheveste di canovaccio, come que' villanilani di Senofonte a' quali fa παχὶα ἰματια περεὶν,crassa vestimenta gestare. O da ανος per ανοσος,morbi expers, come ordinariamente è tal gente, atteso il costumato suo tenor di vita frugale, ed in conseguenza robusta e di valida salute.»—'Mpostà, star ritto, verrebbe, secondo il Mazzarella—Farao—«da ποσθη,teretrum, il quale preso da estro non sì facilmente declina.»—Abbiamo voluto riportare questi esempli di demenza etimologica, perchè sventuratamente non è inutile il cospargerli di ridicolo, ora che Napoli, in tanto splendore di studî filologici, vede rinnovarsi queste orgie intellettuali da un professor calabrese, Vincenzo Padula da Acri, il quale pretende derivar dall'ebraico tutte le lingue, secondo lui stortamente dette indeuropee. IlVaron Milanes de la lengua de Milan, è opera di Giovanni Capis, aumentata da Giuseppe Milani ed Ignazio Albani, pubblicata la prima volta in Milano da Giangiacomo Cuomo, M.DC.VI, ristampata da Giuseppe Marelli nel M.DCCL; ripubblicata nellaCollazione delle migliori opere scritte in dialetto milanesefatta in dodici volumi da Giovanni Pirotta; raro monumento d'insipienza dello editore, che si permetteva di alterare e correggere i testi. Questo Varron Milanese sembra che non parli sempre sul serio, anzi scherzi garbatamente. Ecco l'articolo suBelée.—«Cosa di qualche bellezza apparente per dare in mano a' figliuolini. Viene dal greco βήλος, che significaAstrum, poichè qual cosa più bella, più lucente e che più tenga fisso l'occhio del figliuolino che la stella? E perciò per una certa similitudine diciamoBelée, quasi una bellezza simile a quella d'una stella; e che sia il vero si dice propriamente d'una cosa lucida come specchio, vetro, denaro, oro, argento, ec. Quindi è traslato ancora quando diciamoBelinad un bambino, significando ch'egli sia bello e lucido. Sebbene questa voceBelinla deriva il primo autore dal nome greco βερης qual significafugitivus. Bella derivazione in vero, tratta dalla consuetudine de' figliuolini i quali schizzando fuggitivamente sempre vanno correndo or qua or là.»—[iii]Dice il Cherubini:—«Scindiroeu,Scindiroeula.Cova 'l foco.Che sta a covare o a guardare il fuoco o la cenere. LaCendrillonde' francesi, che fu detta a' nostri giorni laCovacenereo laCenerentola. Il Fagiuoli però, nelTraditor fedele(Scena V) scrive: laCenerognola. Anche i Siciliani diconoCinniredda.»—In Firenze, usano più comunementeCenerontola. I Milanesi hanno (od avevano almeno) anche il maschile; la lingua antica il desidererebbe. Dice ilVaron Milanes:—«Sciendiroeu. Uno pallido magro infirmo e che tutto il giorno stia nel canton del fuoco.»—Ecco il brano del Fagiuoli:—Aspasia. «Che fa Isabella?»—Sermollina. «Ricama e fa appunto un uccellino in sur un grappol d'uva, che se la becca.»—Aspasia.«Orsù, mettiti lì da lei, e procura ch'Ella non si muova. Trattienla, perchè io debbo parlare a una persona, che non voglio, che Ella lo sappia.»—Sermollina. «Lasciate fare a me, mi metterò lì da lei a annaspare; e mentre che io annaspo, le conterò una novella.»—Aspasia. «O brava, contalene bella.»—Sermollina. «Le dirò quella della Cenerognola.»—Aspasia. «Dille quale tu vuoi; di te mi fido.»—[iv]Pantrid; pan grattato, farinata. Pane grattugiato e cotto nel brodo o nell'acqua, con burro, sale e cacio grattugiato.Pantrid maridàa, pangrattato con l'uovo;Pantrid passàa, pangrattato passato per setaccio.[v]Boccheritt, dal francesebouquet, che essendo oramai dell'uso italiano in tutte le provincie ed avendovi derivati, non può forse considerarsi più come vocabolo straniero. E di fatti già c'è chi arditamente ha scrittobuchè. Po' poi non sarebbe peggio delbigiù, deldorè, deltanè, e simili termini. Gli è un fatto che la parolamazzo, non potendo usarsi mai assolutamente, avendo sempre bisogno dell'aggiuntadi fiori, è incomoda: si è costretti ad usarla quasi sempre nelle forme diminutive:mazzetto,mazzettino,mazzolino. Per giunta, in molte provincie, ha un altro senso un po' sporco e mi ricordo d'avere sentito un teatro pieno scoppiare in omeriche risa ed inestinguibili a Napoli, allorchè un personaggio offriva alla sua signora il suo mazzo e voleva che 'l gradisse. L'autore delVendemmiatoree delleLagrime di S. Pietrotentò d'italianizzare più di trecento anni or sono il vocabolo napoletanescoramaglietto, e ne'Capitoli giocosi e satiricitestè pubblicati finalmente da Scipione Volpicella (Napoli M.D.CCC.LXX) dice d'un bicchiere:A ciò che ad ogni senso dia diletto,Il piè che 'l regge e 'l vaso ov'entra il vinoA guisa fatti son di ramaglietto.

[i]È ilPeau—d'ânedi Carlo Perrault. Cf.Degubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaia, III.Il trottolin di legno. La vergine ritrosa all'incesto si ritrova nel trattenimento VI della giornata II; ed anche nel II dellaIIIgiornata del Pentamerone, intitolato:la Penta manomozza, se non che nellaPentatrattasi d'un fratello impazzito e non d'un padre.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e tagliatose le mano nce le manna 'mpresiento. Isso la fa jettare drinto 'na cascia a mare; e data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa ssoja, dove la mogliere gelòsa la torna a ghiettare drinto la stessa cascia; e trovata da 'no Rre, sse nce 'nzora; ma pe' trafanaria de la stessa femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dapò luonghe travaglie è trovata da lo marito e da lo frate, e restano tutte quante contiente e conzolate.»—Simile è la favola III del Libro primo delleTredici piacevoli nottidello Straparola:—«Tebaldo, principe di Salerno, vuole Doralice, unica sua figliuola, per moglie; la quale, perseguitata dal padre, capita in Inghilterra, e Genese la piglia per moglie e con lei ha due figliuoli, che da Tebaldo furono uccisi, di che Genese Re si vendicò.»—Ha molti punti di rapporto con questa fiaba la favola cristiana di Santa Oliva. (VediLa Rappresentazione di Sant'Oliva, riprodotta sulle antiche stampeed illustrata da Alessandro d'Ancona. Pisa. Fratelli Nistri, MDCCCLXIII). Vedi la prima annotazione alla fiaba dell'Uccel Belverdea pag. 110 del presente volume. NellaDifesa di Gio. Battista Filippo Ghirardelli dalle opposizioni fatte alla sua tragedia del Costantino (In Roma, per gli Heredi del Manelfi. MDCLIII. Con licenza de' Superiori)leggo alle facciate 179—180:—«Piacesse al cielo, che una colpa sì atroce, com'è il desiderio, manifestato da un padre, di torre alla figlia la pudicizia, fosse stata colpa, o non mai intesa, o almen sì rara nel mondo, che si rendesse inverisimile a chi l'ascolta ed apparisse impossibile a chi la legge. Per tacered'ogn'altro esempio, un solo ne porterò tratto dall'Istorie Ecclesiastiche, che diede già la materia ad una mia sacra tragedia, ed è quello di S. Dimpna, fuggita occultamente ad Anversa dall'ira del Re suo padre, dominator dell'Ibernia. Questi, vedendo la figliuola erede delle bellezze dell'estinta sua moglie, da lui amata sin all'insania, le voleva anche con la violenza torre quel fior verginale ch'aveva a persuasione di S. Gerberno consacrato all'Altissimo per gloriose primizie degli anni suoi. Questo è caso somigliantissimo al finto da me in Valeria, anzi in lei è più verisimile, atteso il costume perversissimo del tiranno Massenzio, noto a tutti per la lascivia, che con una audacia nefaria, violando la pudicizia delle Vergini più belle della sua patria, alcune di esse ne stimolò fin'all'incontrar (per fuggir le sue insidie) generosamente la morte; come fè con virtù veramente Romana la famosa Sofronia nell'antiche memorie sì decantata.»—Cf.Gonzenbach(Op. cit.) XXXVIII.Von der Betta Pilusa,Pitrè. (Opera citata) XLIIIPilusedda.

[ii]Bell'—e—brutt. Questo Vocabolo manca nel Cherubini; cosa voglia dire è spiegato dall'inciso apposizionale che gli tien dietro. La fattoressa narratrice pronunziava la parola così com'io l'ho scritta; e forse sarà stato il nome d'una qualche antica foggia di dominò, di bautta, od altrettale. Ma potrebbe darsi che avesse da scriversibelèe—brutt.Belèe, vuol dire (copio dal Cherubini):—«Ninnolo,balocco,ciancia,dondolo,crepunde. Il latinoBellaria, da cui il Ferrario (Octavii FerrariiOrigines Linguae Italicae.Patavii MDCCLXXVII) vorrebbe derivato ilbeleemilanese, significava confetti, pasticci e simili o anche vini dolci. IlVaron milanespoi traeBeléeda βὴλος (astro) facendo diventar gli astri tantibelee.»—Etimologia, quest'ultima, sul genere di quelle del prof. Francesco Mazzarella—Farao, che derivava il napoletanescopacchiano(villano, dapaganus);—«da παχκοινος,omnibus communis, cioèordinario,da dozzina. O da παχιςcompactus, cioè grossolano e αννος,linum agreste, come se dir volessimo: cheveste di canovaccio, come que' villanilani di Senofonte a' quali fa παχὶα ἰματια περεὶν,crassa vestimenta gestare. O da ανος per ανοσος,morbi expers, come ordinariamente è tal gente, atteso il costumato suo tenor di vita frugale, ed in conseguenza robusta e di valida salute.»—'Mpostà, star ritto, verrebbe, secondo il Mazzarella—Farao—«da ποσθη,teretrum, il quale preso da estro non sì facilmente declina.»—Abbiamo voluto riportare questi esempli di demenza etimologica, perchè sventuratamente non è inutile il cospargerli di ridicolo, ora che Napoli, in tanto splendore di studî filologici, vede rinnovarsi queste orgie intellettuali da un professor calabrese, Vincenzo Padula da Acri, il quale pretende derivar dall'ebraico tutte le lingue, secondo lui stortamente dette indeuropee. IlVaron Milanes de la lengua de Milan, è opera di Giovanni Capis, aumentata da Giuseppe Milani ed Ignazio Albani, pubblicata la prima volta in Milano da Giangiacomo Cuomo, M.DC.VI, ristampata da Giuseppe Marelli nel M.DCCL; ripubblicata nellaCollazione delle migliori opere scritte in dialetto milanesefatta in dodici volumi da Giovanni Pirotta; raro monumento d'insipienza dello editore, che si permetteva di alterare e correggere i testi. Questo Varron Milanese sembra che non parli sempre sul serio, anzi scherzi garbatamente. Ecco l'articolo suBelée.—«Cosa di qualche bellezza apparente per dare in mano a' figliuolini. Viene dal greco βήλος, che significaAstrum, poichè qual cosa più bella, più lucente e che più tenga fisso l'occhio del figliuolino che la stella? E perciò per una certa similitudine diciamoBelée, quasi una bellezza simile a quella d'una stella; e che sia il vero si dice propriamente d'una cosa lucida come specchio, vetro, denaro, oro, argento, ec. Quindi è traslato ancora quando diciamoBelinad un bambino, significando ch'egli sia bello e lucido. Sebbene questa voceBelinla deriva il primo autore dal nome greco βερης qual significafugitivus. Bella derivazione in vero, tratta dalla consuetudine de' figliuolini i quali schizzando fuggitivamente sempre vanno correndo or qua or là.»—

[iii]Dice il Cherubini:—«Scindiroeu,Scindiroeula.Cova 'l foco.Che sta a covare o a guardare il fuoco o la cenere. LaCendrillonde' francesi, che fu detta a' nostri giorni laCovacenereo laCenerentola. Il Fagiuoli però, nelTraditor fedele(Scena V) scrive: laCenerognola. Anche i Siciliani diconoCinniredda.»—In Firenze, usano più comunementeCenerontola. I Milanesi hanno (od avevano almeno) anche il maschile; la lingua antica il desidererebbe. Dice ilVaron Milanes:—«Sciendiroeu. Uno pallido magro infirmo e che tutto il giorno stia nel canton del fuoco.»—Ecco il brano del Fagiuoli:—Aspasia. «Che fa Isabella?»—Sermollina. «Ricama e fa appunto un uccellino in sur un grappol d'uva, che se la becca.»—Aspasia.«Orsù, mettiti lì da lei, e procura ch'Ella non si muova. Trattienla, perchè io debbo parlare a una persona, che non voglio, che Ella lo sappia.»—Sermollina. «Lasciate fare a me, mi metterò lì da lei a annaspare; e mentre che io annaspo, le conterò una novella.»—Aspasia. «O brava, contalene bella.»—Sermollina. «Le dirò quella della Cenerognola.»—Aspasia. «Dille quale tu vuoi; di te mi fido.»—

[iv]Pantrid; pan grattato, farinata. Pane grattugiato e cotto nel brodo o nell'acqua, con burro, sale e cacio grattugiato.Pantrid maridàa, pangrattato con l'uovo;Pantrid passàa, pangrattato passato per setaccio.

[v]Boccheritt, dal francesebouquet, che essendo oramai dell'uso italiano in tutte le provincie ed avendovi derivati, non può forse considerarsi più come vocabolo straniero. E di fatti già c'è chi arditamente ha scrittobuchè. Po' poi non sarebbe peggio delbigiù, deldorè, deltanè, e simili termini. Gli è un fatto che la parolamazzo, non potendo usarsi mai assolutamente, avendo sempre bisogno dell'aggiuntadi fiori, è incomoda: si è costretti ad usarla quasi sempre nelle forme diminutive:mazzetto,mazzettino,mazzolino. Per giunta, in molte provincie, ha un altro senso un po' sporco e mi ricordo d'avere sentito un teatro pieno scoppiare in omeriche risa ed inestinguibili a Napoli, allorchè un personaggio offriva alla sua signora il suo mazzo e voleva che 'l gradisse. L'autore delVendemmiatoree delleLagrime di S. Pietrotentò d'italianizzare più di trecento anni or sono il vocabolo napoletanescoramaglietto, e ne'Capitoli giocosi e satiricitestè pubblicati finalmente da Scipione Volpicella (Napoli M.D.CCC.LXX) dice d'un bicchiere:

A ciò che ad ogni senso dia diletto,Il piè che 'l regge e 'l vaso ov'entra il vinoA guisa fatti son di ramaglietto.

[2]Presso il Basile, invece dell'uccello, abbiamo una palma, ed il carme è questo:Dattolo mmio 'nnaurato!Co' la zappetella d'oro t'haggio zappato;Co' lo secchietiello d'oro t'haggio adacquato;Co' la tovaglia de seta t'haggio asciuttato:Spoglia a te e vieste a mme.[3]Polieno,Stratagemmi, lib. III.—«Poscia che Demetrio prese la città di Atene, Lacare vestitosi con certa veste da servo e da villano ed inchiostratasi la faccia, portando un cesto coperto di sterco, segretamente uscì dalla città per una postierla; e montato a cavallo, tenendo dei darici d'oro in mano, se ne fuggì. I cavalieri tarantini però, tennergli dietro a speron battuto senza punto arrestare il corso. In allora egli incominciòa spargere i darici d'oro per la via; i quali veggendo, i tarantini smontavano da cavallo e raccoglievano. Fatto questo più volte, egli tagliò loro il seguitarlo; e perciò Lacare cavalcando se ne venne in Beozia.»—Nè molto dissimile è l'altro stratagemma che nel libro IV Polieno narra di Mitridate. Cf. con la favola d'Ippomene ed Atalanta. (V.Guicciardini,Detti e fatti, il racconto intitolato:—«Quanto possa l'ajutorio divino nelle cose umane et per contra quanto nuoca la divina indegnatione.»—Vedi anche nel XXI dell'Orlando InnamoratodelBernia, la storia della figliuola del Re Monodante).[4]Nell'Adone, Canto II, stanza LXIII:L'altera dea, che del gran rege è moglie,De l'usato s'ammanta abito regio:Di doppie fila d'or son quelle spoglieTramate tutte e d'oro han doppio fregio;Sparse di soli; e folgorando toglieOgni sole al sol vero il lume e 'l pregio.Di stellante diadema il capo cinge,E lo scettro gemmato in man si stringe.

[2]Presso il Basile, invece dell'uccello, abbiamo una palma, ed il carme è questo:

Dattolo mmio 'nnaurato!Co' la zappetella d'oro t'haggio zappato;Co' lo secchietiello d'oro t'haggio adacquato;Co' la tovaglia de seta t'haggio asciuttato:Spoglia a te e vieste a mme.

[3]Polieno,Stratagemmi, lib. III.—«Poscia che Demetrio prese la città di Atene, Lacare vestitosi con certa veste da servo e da villano ed inchiostratasi la faccia, portando un cesto coperto di sterco, segretamente uscì dalla città per una postierla; e montato a cavallo, tenendo dei darici d'oro in mano, se ne fuggì. I cavalieri tarantini però, tennergli dietro a speron battuto senza punto arrestare il corso. In allora egli incominciòa spargere i darici d'oro per la via; i quali veggendo, i tarantini smontavano da cavallo e raccoglievano. Fatto questo più volte, egli tagliò loro il seguitarlo; e perciò Lacare cavalcando se ne venne in Beozia.»—Nè molto dissimile è l'altro stratagemma che nel libro IV Polieno narra di Mitridate. Cf. con la favola d'Ippomene ed Atalanta. (V.Guicciardini,Detti e fatti, il racconto intitolato:—«Quanto possa l'ajutorio divino nelle cose umane et per contra quanto nuoca la divina indegnatione.»—Vedi anche nel XXI dell'Orlando InnamoratodelBernia, la storia della figliuola del Re Monodante).

[4]Nell'Adone, Canto II, stanza LXIII:

L'altera dea, che del gran rege è moglie,De l'usato s'ammanta abito regio:Di doppie fila d'or son quelle spoglieTramate tutte e d'oro han doppio fregio;Sparse di soli; e folgorando toglieOgni sole al sol vero il lume e 'l pregio.Di stellante diadema il capo cinge,E lo scettro gemmato in man si stringe.


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