XII.IL RE PORCO[1].C'era una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice:—«Andate via, vecchia porca!»—Ma che son maniere quelle? Risponde la poera vecchia:—«Lei, la facesse un porco!»—Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta:—«Eh!»—diceva—«Iddio mi ha castigata!»—Il porco cresce e lo mettono nel giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c'era marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur che ne abbia una! E non dava pace di sè; urla; mugolìo[2]; non voleva mangiare; si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole bisognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi. La minore dice:—«Io non lo voglio.»—La seconda l'istesso. La maggiore dice:—«Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo.»—Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a letto con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era una bestia! Quandogli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello:—«Ah no! no! io ho sposato il porco; voi non vi conosco.»—«Ah»—gli dice—«abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!»—Lei gli promette; ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. Dice:—«Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto: mi raccomando che nessuno ci senta!»—«Venite pure»—dice la Regina—«nelle mie stanze.»—La ordina alla servitù che nessuno entri.—«Venga chissisia, la Regina non c'è.»—E dice alla nora:—«Dite pure, dite.»—Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse.—«Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse il bel giovinotto che egli è!»—«Ah!»—la fa la madre.—«Ma per amore di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò.»—«Ah!»—dice la madre—«La mia superbia è stata! e questo è il mio castigo.»—E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita: perchè lui, essendo fatato, sentì tutto. La sera va nella camera per andare dalla sposa e gli dice:—«Briccona, son queste le promesse?»—«Ah! ma io....»—dice.—«Chètati, insolente!»—Prende un ago calamitato[3]e l'ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta. Urli per il palazzo:—«Si vede che il porco l'ha soffocata!»—Credono che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo:—«Io sono stata causa di questo gran male, perchè se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e nonseguiva questo!»—Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima; a fare cenni che voleva un'altra di quelle: s'intendeva bene. La seconda:—«Va»—dice—«lo prenderò io!»—Che volete? facevano uno sborso di quattrini ai genitori!—«Almeno starete bene voi.»—E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio che la non dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e quando l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell'altra donna.—«Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui viene un bel giovane!»—«Ma la prego a non dir niente.»—«Eh state pure contenta[4]che io non parlo.»—Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l'istesso.—«Ah briccona!»—dice.—«Son queste le promesse, eh?»—Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina, la servitù, eran l'undici, mezzogiorno:—«Ma che fa la Regina?»—Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono:—«Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è morta!»—E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell'altre sere:—«Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma per castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signoramadre.»—«E io ti prometto di non dir nulla.»—La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine; come le altre, tal quale:—«Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria.»—«Eh state pure contenta, io non lo dico.»—Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellissimo giovane:—«Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di lacrime.»—E va via, sparisce: non c'è più porco, non c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna!—«Guardate di che sono stata causa!»—Ordina tutta questa roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste di questa roba e si mette in viaggio; dice addio alla socera, la bacia:—«Addio! Addio!»—e si mette in viaggio. Cammina, cammina, con il baroccio, perchè l'altra roba l'aveva sovra il baroccio, sennò come si fa portarla! La trova una vecchina.—«Dove vai, poerina?»—«Oh!»—dice; la gli fa tutto il racconto.—«Tu non sai ch'egli è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dove è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. «La Regina»—dice—«se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire:Una notte a dormire col suo sposo.»—Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia.—«Grazie! addio, addio!»—Cammina, cammina, cammina e la trova l'istessa vecchina, l'istessa[5]proprio:—«Poerinadove vai?»—Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice:—«Sai! Tieni questa mandorla, fai lo stesso, stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo sposo.»—Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l'istesso:—«Tieni»—dice—«questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiacciala questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire:Una notte a dormire col suo sposo.»—L'aveva consumato le sette paja di scarpe dì ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva consumato i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco.—«Maestà»—dicono i servitori alla Regina—«Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza.»—«Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare.»—Queste galanterie erano molte cose preziose, tutte pietre preziose; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quanto ne vole:—«Una notte a dormire col suo sposo.»—I servitori si mettono a ridere:—«Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina, cah!»—La Regina:—«Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua.»—La ordina al bottigliere che alloppî tutto tutto il vino; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora[6], cade addormentato, lo portanoa letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumate sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime.»—Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e saltavano, di pietre preziose.—«Maestà, c'è l'istessa donnina d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle sono!»—La Regina dice:—«Domandatele icchè ne vole.»—Gli domandano quel che la vole.—«La notte a dormire col suo sposo.»—Dice la Regina:—«Sì, sì, sì. Prendete e pure; e stasera fatela venire alla solit'ora.»—Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che alloppî tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va al pranzo e beve più di quell'altro giorno, ma come! Quando gli è la sera, ecco la donna, gua', entra nel letto e principia a dire:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lagrime.»—Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto il lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli raccontano tutto:—«La notte ci viene una donna da Lei e Le dice:Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lacrime.»—Ah, il Re si ricorda della sposa; chè aveva dimenticata ogni cosa. Andatovia da il palazzo della madre, si scordò di tutto.—«Non sa? Le dànno il vino alloppiato»—dice questa guardia.—«Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io.[7]»—La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciola e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice:—«Domandatele icchè ne vole.»—Gli domandano quel che la vole e lei dice:—«Una notte a dormì' con lo sposo.»—«Prendete le ricchezze»—dice la Regina—«e ditegli che stasera venga all'istess'ora.»—Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere:—«Pena la morte, se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l'oppio.»—Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La Regina con quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto; è finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici[8], eccoti la donnina. Lui figura di dormire; e lei principia a dire:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e riempiuti sette fiaschettini di lacrime.»—Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora figura di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per isposa, e dice:—«Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via.»—Prendon tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco! Prende la guardia che gli aveva fatta la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli, strepiti di contentezza:—«Oh viva! viva!»—Tutta laservitù, dicendo:—«Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone!»—perchè raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora. Dice:—«Questo è il suo figlio, che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane.»—Va nelle braccia la madre del figlio, chiedendogli perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell'altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è nessuno. La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva messe tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo e dal dolore cade e more. E così è finita.Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra che ho detto la mia.NOTE[1]Il Liebrecht annota:—«Vgl. Grimm. K—M. N.º 108Hans mein Igel; und meine Bem. Heid. Iahrb. M.DCCC.LXVIII. S. 308 zu Schneller N.º 21»—È lo stesso argomento della Favola I, Notte II dello Straparola:Galeotto, Re d'Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina de divenuto un bellissimo giovane, fu chiamato Re Porco.Gonzenbach(Op. cit.) XLII.Vom Re Porco,Pitré(Op. cit.)Lu Sirpentie varianti ivi abbreviate. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja:XIV.Sor Fiorante mago, ed anche in parte: XIII.La Cieca(da paragonarsi con la III favola della III notte dello Straparola). Vedi pure nelMalmantile Racquistato, Cantare IV, dalla stanza XXXII in poi. Tutte queste versioni hanno attinenza con l'antica fola di Psiche. Eccone una milanese:EL CORBATTIN.[i]Ona volta gh'era on scior e ona sciora, ch'eren marì e mièe: pregaven el Signor, ch'el ghe dass on fiœu. Infin, on dì, gh'è compars in casa on corbattin. On dì, sto corbattin, el comincia a fa tanto de muson[ii]. Lor ghe dimanden cossa el gh'aveva. E lu, el voreva minga dighel. In fin, col seguità a dimandagh, el ghe dis, ch'el voreva tœu mièe. In la cort ghe stava on prestinèe[iii], ch'el gh'aveva tre bêj tosann. Sto scior, el ghe dis al prestinèe, se el voreva dagh ona tosa in sposa per el so corbattin. E lor ghe disen de sì. Come difatti, el l'ha sposada e han faa on gran disnà. Lu, quand l'è fenìi el disnà, el va denter in d'on tond e el seguita a sbatt i al; el ghe fava andà adoss tutt i gott de conza[iv]a la sposa. E la ghe dis:—Guarda, ciall[v], che te m'hè smaggiàa[vi]tutt el vestìi.»—E lu, l'ha ditt nient. A la sera, el va a dormì con la sposa: l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla fin che l'ha fada morì. Dopo lu, la mattina l'è levàa su; e l'è andàa via; e l'è restàa via on sett o vott dì. Dopo el ven a casa e el comincia ancamò a fa tant de muson. I so genitor ghe dimanden cossa el voreva; e lu, el ghe dis ancora, ch'el voreva tœu mièe. E lor gh'han dit ancamò a sto prestinee se el voreva dagh anmò ona tosa per sposa. E lu, el gh'ha ditt de sì. Dopo sposada, han faa ancamò on gran pranz, e lu, el corbattin, el va denter anmò in del tond, sbatt i all e gh'ha faa andà su tutt i gott in del vestìi. E lee, la sposa, la ghe dis:—«Sta quiett, ciall, che te me smagget tutt el vestìi.»—Allora, la sira, el corbattin, l'è andàa a dormì con la sposa, l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla,che l'ha fàa morì anca quella. Dopo, lu, a la mattina, el leva su, el va via per on sett o vott dì, e dopo el ven a casa anmò, e el comincia a fà el muson, che el voreva tœu mièe anmò. Allora lor, so pader e soa mander, ghe disen al prestinèe:—«Ve demm ona borsa de danèe, e dènn la vostra tosa per sposa al corbattin.»—E lor, el prestinèe e la tosa, gh'han ditt de sì. Quand l'ha avuda sposada, han fàa on gran disnàa ancamò; e lu, l'è andàa denter ancamò in del tond a sbatt i al. E so pader, el gh'aveva ditt de digh nient. Come difatti a la sera hin andàa a dormìi e el gh'ha fàa nient. L'è vegnùu carnevàa, el gh'ha ditt:—«Varda che mi, diman, passaròo via de la porta vestìi in maschera; e te faròo on basin. Varda ben a dighel a la mamma! perchè, se ti te ghel dirèt:del turlurù sont vegnùu e del turlurù tornaròo andà.»—Come di fatti l'è passàa: el gh'ha fàa on basin. La soa mamma l'ha cominciàa a dì:—«Dimm, chi l'è ch'è stàa che t'ha fàa on basin? Se ti te mel diset minga, gh'el diròo al to corbattin.»—Lee, infin, la ghe l'ha ditt, che l'è stàa el corbattin. L'è passàa on mes, l'è passàa dùu, el corbattin l'è andàa a casa pu. E lee, la s'è imaginada de la parola ch'el gh'aveva ditt. L'ha fàa fa tre para de scarp de fer, e la s'è missa in viagg. In tutt i paes che la passava, la dimandava cunt per andà al paes del Turlulù. Col seguità a viaggià in fin la seguitava a piang e l'ha trovàa ona porta: gh'era ona stria[vii]in mezz e ona fila de tosànn per part. E sta stria, la ghe dimanda:—«Dove l'è chela voria andà, o sposa?»—E lee, la ghe dis:—«vòo al paes del Turlulù.»—E la gh'ha cuntàa quel che l'è success. E la gh'ha dàa ona nizzoeula[viii]a la sposa, sta stria, e on pestonin[ix]; e la gh'ha ditt quand che l'avaria impienìi d'acqua de occ (perchè la piangeva, sta sposa) la trovarà on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià; e quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa la porta, che gh'era ona stria in mezz e ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorii andà, sposa? Dove vì, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E sta stria, la ghe da ona castegna e la gh'ha ditt:—«Tegnìi de cunt sta castegna, che la sarà l'occasion de fav andà insemma al voster corbattin.»—E la gh'ha dàa on alter pestonin; e la gh'ha ditt, quand l'avarìa impienìi d'acqua de occ, la trovaria on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià. Quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa on'altra tra porta: gh'era ona stria in mezz cont ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorìi andà, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E lee, sta stria, la gh'ha dàa on nôs; e la gh'ha ditt de tegnill de cunt, che sarà l'occasion per andà insemma al corbattin. E la sposa, la ghe dimanda a la stria, se gh'era ancamò on pezz a rivà al paes del Turlulù. E la stria, la gh'ha ditt, che se ved giamò el campanin; e la gh'ha insegnàa la manera come l'aveva de fa per andà a la cort del Re, che l'era po[eu] el so corbattin. Come di fatti, l'è andada a la porta del Re a dimandagh se voreven ciappalla pe fa la donzella.[x]E lor, gh'han ditt che ghen' bisognava no. E lee, l'ha pregàa almen de ciappalla per curà i pûj[xi]: e lor l'han ciappada. On dì l'era in giardin e gh'è vegnùu in ment de romp la nizzœula: e gh'è saltàa fœura ona bellissima rocca d'ora[xii], che la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis a la donzella:—«Guarda on poo quella cialla cosa l'hà fàa, che la fà spaventà tutt i pûj.»—La donzella, la guarda; e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona rocca d'ora che la gh'ha la pollirœula!L'è tant bella, che la spaventa tutt i pûj!»—E la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Nient: solament ona nott a dormì insemma al so marì.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Ben, te domiret.»—Lee, a la sira, la gh'ha dàa l'indormentinna[xiii], che l'ha seguitàa a dormì tutta la nott, el marì. Quand l'è stàa indormentìi el corbattin, la pollirœula la va in lett e la seguita tutta nott:—«O corbatto, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra, ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà, te.»—E lu, el s'è mai dessedàa. A la mattina, a bon'ora, ghe va là la Reginna e la ghe dis:—«Fuora, fuora, pellegrina, che l'ha da entrar la bella Regina.»—E lee, la s'è levada su; e l'è andada de bass. Quand l'è stàa el mezz dì, la romp la castegna e salta fœura ona pu bell'aspa[xiv]d'ora; la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. Allora la Reginna la ghe dis a la donzella:—«Va on pòo de bass; cosse l'ha fàa quella cialla?»—Allora la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'on aspa che la gh'ha la pollirœula! La lussis tant che tutt i pûj se spaventen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Vœuri dorm on'altra nott insemma al so marì.»—Allora la ghe dis:—«Ben, te dormiret.»—La gh'ha dàa ancamò l'indormentinna al marì, che l'ha dormìi tutta la nott. Quand l'è stàa indorment, la pollirœula la va in lett, e la seguita tutta nott:—«O corbatto, corbattin! l'è trìi ann che viaggio, per mare e per terra: ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—A la mattinna a bon'ora, la va in stanza la Reginna:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.[xv]»—Allora la pollirœula, la va debass; e la va ancamò in giardin cont i pûj. Quand l'è stàa mezz dì, la romp il nos. Allora ghe salta fœura ona bellissima carrozzetta d'ora, che la correva attorna per el giardin de per lee.[xvi]Allora tutt'i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis ancamò a la donzella:—«Va on pòo de bass, guarda cossa la fa la pollirœula.»—E la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona carrozzetta che la corr de per lee per el giardin! e tutt i pûj scappen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—Dimandela de sora.»—E la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mi?»—E lee, la dis;—«Nient. Vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—La Reginna, la ghe dis:—«Che cialla che te set! L'è minga mêj che te ciappet di danèe? Ten dòo fin che ten vœut.»—E lee, la pollirœula, la ghe dis:—«Vœuri minga on centesim: vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—El Re, el capiva ch'el stava minga tant ben a bev quella robba là; e lu, inscambi de bevela, l'ha trada via. La Reginna le saveva no. Quand l'è stà indorment, la pollirœula la va in lett e la comincia:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà te.»—Lu, el comincia a fa andà la testa. Lee, la torna on'altra volta a dì l'istess:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—E lu, el se disseda. Lee, la torna a dì on'altra volta; e lu, el dis:—«Ma chi te set?»—E lee, la ghe dis:—«Sont quella tal, che te m'avevet sposàa e pœu te m'hê abandonada.»——Allora lu, el ghe dis:—«Come l'è, che t'hê fàa a vegnì chi?»—Lee, la gh'ha cuntàa tutt come l'è stàa. E lu, el ghe dis:—«Ben, mi faròo finta de dormì, quand che ven la Reginna; e ti leva su. Pœu, la pensaròo mi, bella.»—Lee, la mattina a bon'ora, la va la Reginna in stanza e la ghe dis:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.»—Lee, l'è andada in lett insemma a lu, la Reginna. Dopo lu, el se disseda, el dis:—«Adess, mi levi su, e ti sta pur chì a dormì.»—E lee, la ghe dis;—«Sì; stòo chi on pòo tard, perchè me senti minga ben.»—L'ha lassada indormentà;el gh'ha dàa el fœugh al lett e l'ha brusada in lett. Dopo l'è restada l'altra per soa sposa.[i]Corbattin, ommesso dal Cherubini, val quantoScorbattin, diminutivo diScorbatt, contadinescamenteCorbatt, corvo. Il Liebrecht annota a questa fiaba:—«Eingemischt sind auch Züge aus BASILE's Enleitung und N.º XLIII «Pintosmauto.»—[ii]Muson, grugno, muso lungo.[iii]Prestinèe, fornajo, panicuccolo. Il Cavour, ne' suoi discorsi parlamentari, ha adoperata la parolapristinajo, che è di pretta origine latina, con una metatesi.[iv]Gotta, goccia, gocciola.ConzaoConscia, condimento, salsa, intingolo, broda: quel che ora nel gergo militare pedemontanamente diconbagna.[v]Ciall, sciocco.Ciallafemm.[vi]Smaggià, macchiare.[vii]Stria, plur.strij, strega, maga, fata, fattucchiera, maliarda, magàra (come dice Filippo Finella nellaCintia, favola boschereccia, M.DC.XXVI.....al fin ricorseA la di crudeltà mai sempre pienaMagara Circe, come a sua graditaEt ai disegni suoi fida consorte).femmina fatturaja (come dice il Cieco d'Adria nell'Alteria, A. I, Sc. IV.Eugenia.Che son io incantatrice o qualche feminafatturaja, che con parola pajavich'io possa liberarlo?Volpino.Ben vi è lecitoil farlo.Eugenia.Io non son maga.Volpino.La si fa—da—Gonzaga,la vacca sozza.....[viii]NizzoeulaoNiscioeulaoNiscioeura, nocciuola, avellana.[ix]Pestonin, fiaschetto.Acqua de occ, lagrime.[x]Donzèlla, cameriera.[xi]Pûj, pollo, polli;polliroeula, pollajuola, guardiana de' polli,fille de basse—cour.[xii]Veramente si avrebbe a direòr, e nonora; ma ripeto, io stenografo e non mi fo lecito di correggere nemmanco gli spropositi evidenti.[xiii]Indormentinnaper narcotico, non c'è nel Cherubini.[xiv]Aspa, aspo, naspo.[xv]Dice una canzonella popolare lombardaSe te fusset na ReginnaTe faria incoronà.Ma perchè set contadinnaVa in campagna a lavorà.[xvi]De per lee. Qui, automaticamente.Che la correva de per lee, automatica.[2]Veramente la voce propria sarebbegrugnito, chè il porcogrugnisce, ed ilmugolareè del bue: ma le voci degli animali spesso si scambiano. Altre parole adopera Gentile Sermini nella novella de' trogli per le voci de' porci (ma veramente lì si tratta di porci selvatici, ossia cinghiali, che propriamente rugghiarebbero o ruggirebbero):—«Raddoppiava la stizza, onde assai più tartagliavan di prima; per modo che non fa mai zuffa di cani, nè le migliara dell'adunate scotte sul tetto di Camporeggi ove gridando fanno consiglio, nè 'l gracidare dello infinito numero delle ranocchie nel pantano di Grosseto, nè in quel piano le sveglianti cicale, nè i ringhianti porci del Tombolo, ringillando assaltati da lupi, nè di Val di Sora le passere, nè tutti gli stornelli del Paglietto di Massa, nè tutti questi nominati che facessero tanto schiamazzo; ed avendoli insieme raunati in un piano, se a un tratto ognun cantasse suo verso, non v'è dubbio che assai meglio si sarebbono intesi che quei quattro trogli.»—[3]Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola dacalamità, quasi equivalesse acalamitoso, anzichè dacalamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282):D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità, volendolo tolto dalle sue Rime:Così in un tempo istesso ella si fa,Mia calamita e mia calamità.Ma Girolamo Aleandro diceva del verso del Marini:—«Quanto questo leggiadro detto sia differente da quel sciapito de' duo versi tronchi dello Stigliani, ciascun sel vede; perchè altro è il dire, che una donna allettando e tormentando l'amante gli si facciacalamitaecalamità, altro, che alcuno tirandosi sopra tutti gl'infortunî si chiamicalamita d'ogni calamità.»[4]Contenta pertranquilla; come i tedeschi adoperano il loro «zufrieden.»—[5]Anche quil'istessasta peruna somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.[6]Un'ora di notte, un'ora dopo le ventiquattro, alla Italiana antica.[7]Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV delPecorone.—«Giannotto, morto il padre, va a Vinegia, ed è accolto come figliuolo da Messer Ansaldo, ricco mercante. Vago di vedere il mondo, monta sopra di una nave ed entra nel porto di Belmonte. Quel che gli avvenne con una vedova, signora di esso, la quale prometteva di sposar colui che giacendosi con lei n'avesse preso piacere.»—Da questa novella delPecoroneil Crollalanza (così italianamente avrebbe da chiamarsi lo Shakespeare) tolse in parte la favola delMercadante di Vinegia. Vedi:Madonna Lionessa, cantare inedito del secolo XIV, giuntavi una novella del Pecorone (Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1866).[8]Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parolaore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese.Un'ora,due ore,tre ore,dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana.L'una, oil tocco,le due,le tre(antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese;le dodici, mezzogiorno o mezzanotte.—Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice maiun terzo d'oraperventi minuti; com'è bell'uso meridionale.XIII.IL LUCCIO[1].C'era una volta una donna vedova, che aveva una figliola. Dunque, questa donna la trova da maritarsi con un vedovo, che aveva una figliola anche lui; ma quella di lui era bella; ma tanto bella, che non si pole spiegare! Un giorno Sua Maestà era alla finestra. Vede questa bella ragazza. Dice:—«Bella questa ragazza! quanto mi piace!»—Queste due ragazze, una la tesseva e una la faceva cannelli: i cannelli della seta. Dunque, Sua Maestà entra in casa; picchia e va su. Va e dice:—«Io son venuto da me a rivedere questa tela.»—E tutti i giorni, quando gli era quell'ora, Maestà andava in casa; se la bella gli è a tessere, gli dice:—«Bon dì e bon anno a quella che tesse; e bon giorno a chi fa i cannelli.»—La madre che era tanto astiosa (la fortuna, la voleva darla a sua figliola, avete capito?), la la mette a tessere e la bella a fare i cannelli. Eccoti il Re:—«Bon giorno a quella che tesse; e bon dì e bon anno a quella che fa i cannelli.»[2]—Dunque, la pensa, questa donna:—«Aspetta: la voglio mandare dalle fate per lo staccio; così me la mangeranno.»—Eccoti:—«Domattina»—gli dice—«quando avrete fatto quel che avete a fare, dovrete andare dalle mamme per lo staccio; a dire che facciano il piacere di darvi lo staccio.»—«Sissignora, come la comanda.»—La mattina si leva; la fa quel che l'aveva a fare; e la vavia e si mette in cammino. Quando ella ha camminato un pezzo, la trova una vecchina.—«In dove tu vai, poerina?»—«Eh»—dice—«io vo' così e così dalle fate a farmi dare lo staccio.»—«Ah poerina!»—dice—«tu hai da passare de' pericoli, sai? Quando t'hai fatte due altre miglia tu troverai una piazza. Quell'uscio dove c'è quattro finestre, gli è questa la casa. Abbi da sapere che ci sono le scale di vetro: fai adagio, che le non ti si rompino; sali adagino, adagino. Ogni piano tu troverai tutte donne che ti grideranno:Vien quà, poerina! vieni e cercaci, chè si ha tanto pizzicore!E le ti domanderanno quel che tu trovi. Tu troverai, con rispetto, cimici, con rispetto, pidocchi; tutti questi insetti sudici; ma tu devi dire:Perle e diamanti. Quando poi tu sarai su il piano della fata, tu gli dirai:Son venuta per lo staccio.Ma lei, prima di dartelo, ti dirà:Vieni meco, ragazza; vieni con me.La ti condurrà in una stanza, dove sarà piena di cappelli belli e brutti, di vestiti belli e brutti. Là ti domanderà: quale tu vòi? Scegli il più brutto abito e il più brutto cappello. Poi la ti dirà:Sai? quando t'esci fòri dell'uscio, tu sentirai il ciuco che fa: «irrahahn! irrahahn!» Non ti voltare addietro dove tu senti ragliare. Ma quando tu senti fare: «chicchericù!,» vòltati.»—«Grazie, Grazie!»—«Addio!»—«Addio!»—La va via questa donna. E la bambina arriva su questa piazza; e trova l'uscio; e va su; e trova queste donnine.—«Poerina, vien quà! Vieni a cercarci, che s'ha tanto pizzicore.»—Quando la le ha cercate:—«Cosa tu ci trovi?»—«Perle e diamanti»—la dice.—«E perle e diamanti avrai. Addio, sai, poerina, grazie.»—E va via la bambina, e la va su, e picchia. Dice la fata:—Chi è?»—«La m'ha mandato la mamma a prendere lo staccio.»—«Eccoci, eccoci! Poerina,vieni, vieni di quà.»—La conducono in questa stanza dove c'era tutti vestiti: di quà belli e ricamati; di là brutti e stracciati; e i cappelli l'istesso, di quà belli, di là brutti. Gli dicono:—«Quale tu vòi?»—Lei la dice:—«Questo quà»—ma il più brutto, stracciato vestito, e il più brutto cappellaccio. Allora gli dicono:—«No, anzi tu hai da aver questo!»—E gli mettono il più bel vestito, il più bel cappello, perchè trovano che non è superba.—«Oh senti, piccina: tieni, questo è lo staccio. Quando tu esci, fòri dell'uscio, tu sentirai fare:irrhahn! irrhahn!Non ti voltare, sai? Quando tu senti fare:chicchericù!, vòltati allora.»—Eccoti la bambina:—«Grazie, grazie! Addio!»—«Addio.»—La ragazza vien via. Quando l'è all'uscio, sente ragghiare:—«Irrhahn! irrhahn!»—Uhm! la non si volta. Quando la sente fare:—«Chicchericù!»—la si volta e gli viene una stella nel mezzo della testa. Figuratevi che, se era bella, vestita in quella maniera e con quella stella in testa, non si pol dire che bellezza che era codesta! E picchia dalla sua madrigna. La matrigna si affaccia e vede, ahn! quella bella ragazza, e la prende quello staccio:—«Che t'ha ella detto la fata? e che hai tu qui?»—e la gli graffiava la stella. Più che gnene graffiava e più grande la veniva quella stella e più bella: lo credo, eh! Ah, questa donna, disperata dalla rabbia! perchè:—«Il Re»—dice—«ora la piglia davvero!»—Che ti fa? la mattina, dopo che l'ebbero fatto quel che l'avevan da fare, la vi manda la sua delle figliole a portar lo staccio.—«Così»—la penda—«la diverrà bella anche la mia.»—«Sai»—dice—«Domani, quando tu avrai fatto quel che tu hai da fare, ci anderai te a riportare lo staccio.»—«Sì, mamma»—risponde—«ci anderò io.»—Eccoti la mattina, quando l'ha fatto quel che ha da fare,la si veste e la va via con lo staccio. Quando l'ha fatto un pezzo di strada, un pezzetto, la trova una vecchina.—«Ma dove tu vai?»—«Vo' a riportare lo staccio alla fata.»—«Ma ora c'è di molto da camminare ancora.»—«Appunto,»—dice—«questa gita non la farei io.»—«Tu troverai»—dice la vecchina—«una piazza con un palazzetto di quattro finestre: gli è appunto il palazzo della fata. Ma fa adagio, sai? c'è le scale di vetro;»—gli dice l'istesso come all'altra.—«Dopo che tu hai salito, troverai delle donne che ti chiameranno a cercare e ti domanderanno dopo:Icchè tu trovi?Tu hai a dire: «Perle e diamanti.»—«Sì, sì.»—La vecchina gli dice tutto l'istesso come a quell'altra e poi:—«Addio!»—«Addio!»—La ragazza la va via, arriva a questa casa e sale. E principia, bruntuntun, bruntuntun, a salire; e spezza tutte le scale, le rompe. Salite le scale, la trova un uscio:—«Vien qua, poerina, vieni a cercarci.«—«Sì, pare che sia venuta a cercarvi! Cercatevi voi; io non vi vo' cercare!»—Ma poi la si mette a cercarle. Dicono:—«Cosa trovi?»—La risponde lei, con rispetto:—«Cimici e pidocchi.»—la gli dice.—«E cimici e pidocchi avrai»—gli rispondono. La va su, proprio dalla fata, picchia.—«Chi è?»—«Se m'ha mandato la mamma a riportar lo staccio!»—«Brava! passa passa, vieni bambina.»—E la conduce nella stanza di questi vestiti, di questi cappelli.—«Quale tu voi di questi?»—dice la fata—«Guardali bene.»—Lei la va e sceglie il più bel vestito ed il più bel cappello.—«No»—dice la fata—vieni. Anzi tu devi aver questo.»—Gli mettono un vestito tutto stracciato e un bertuccio in capo.—«Senti: quando tu sortirai dell'uscio, tu sentirai il gallo che canta; non ti voltare. Ma quando tu senti fare:ihahn! ihahn!allora vòltati. Addio.»—«Addio!»—Ela vien via. Quando l'è all'uscio, sente fare:—«Cucchericù!»—e lei non si volta, cheh! Quando sente fare:—«Ihahn! ihahn!»—si volta e gli vien la coda dell'asino in mezzo la fronte. Gli era brutta, mah! non gli era guardabile! gli era impossibile esser più brutta.[3]E vien via e viene a casa da su' madre e picchia. Sua madre la s'affaccia e vede questo spettacolo della figliola con un pezzo di coda, figuratevi! in mezzo della testa. Più che gnene strappava e gnene tagliava e più lunga che la veniva. Ah! tutt'arrabbiata, la teneva la bella proprio per servaccia, la mandava al mercato, al bucato, l'affaticava, la strapazzava, per vedere se gli moriva. Un giorno la va al mercato e compra de' lucci. In mentre che la li ammazza, un di quei lucci gli dice:—«Non mi ammazzare! Buttami nella vaschettina»—dice. Questa ragazza la prende il luccio come gli dice, va nell'orticino e lo butta nella vaschettina.[4]Tutti i giorni Sua Maestà vedendo questa gran bella ragazza, Sua Maestà tutti i giorni torna a far visita, a vedere la tela e tutto quello che c'era da vedere.—«Oh sentite»—la dice un giorno alla madrigna—«o che vogliate o che non vogliate, vostra figlia io la voglio per isposa.»—Questa donna la s'ebbe da accordare, gua'. Come fareste a dir di no ad un Re quand'egli vole?—«Oh sentite, io»—dice il Re—«appena che io ho dato l'anello, io parto subito per fare un viaggio di molti mesi.»—Lei la gli dice:—«Bisognerà pensarci a questo viaggio»—dice la madre:—«perchè è così delicata, bisognerà ordinare tutta una carrozza di ferro; perchè in via, dell'aria, in questo viaggio, non gli faccia male, via.»—Eccoti subito, ordinata la carrozza: figuratevi, ordinata e fatta, la fu tutt'una. Bella e finita che la fu la carrozza, eccoti il giorno dopo che ci fu lo sposalizio: uno scialo! Dopo che gliè corso l'anello, vanno al palazzo per i rinfreschi, sapete, dopo lo sposalizio, cose grandi! Eccoti lei la si ricorda del luccino: la sa che l'ha a partire e la si ricorda del luccino. Va nell'orticino e la lo chiama:—«Luccino!»—e lui viene.—«Io vo' via, sai?»—«Lo so, lo so. Levami di qui e mettimi nel lago.»—Eccoti lei lo chiappa, esce fuori della porta e lo butta via, in dove gli aveva detto—«Addio!»—Addio! noi ci rivedremo»—gli dice il luccino.—«Bada, tu sarai tradita.»—E lei la ritorna di quà dallo sposo. La vecchia la va e prende la sua figliola, la brutta, e la nasconde da un tino; e la dice alla bella:—«Sapete, quando noi si sarà da un pezzo di strada, dovete dire:I' ho voglia d'orinare; così mi fate piacere.»—Vengon via dal palazzo. Dice la Regina:—«Avrei voglia di fare qualcosa.»—Il Re dà ordine, fa fermare la carrozza. La madrigna la smonta anch'ella e la mena la bella là da il tino. La gli leva gli occhi, l'alza questo tino e la mette dentro; e gli aveva dato in mano gli occhi, dicendo:—«Tieni, metteli in tasca.»—Piglia la brutta ch'era di sotto il tino e l'alza in carrozza. Appena entrata in carrozza, principiano tutti i gatti, dietro la carrozza:—«Gnau, gnaulino! La bella è sotto il tino, la brutta va in carrozza e il diavolo se la porta.»—Allora il Re principia:—«Andate a vedere con questi gatti, cosa c'è sotto il tino.»—E lei non voleva, la madre, la non voleva. Vanno a vedere a il tino, l'alzano e trovano questa bella donna, ma l'aveva levati gli occhi. La gli dice, ai servitori:—«Accompagnatemi a il fiume, fatemi il piacere, accompagnatemi a il fiume, me li voglio lavare questi occhi.»—Quando è per entrare nel fiume, eccoti il Luccio e gli dice:—«Bàgnati così con quest'acqua e poi mettiti l'occhio; e così da quell'altra parte: e vedi che gli occhi ti tornano tutti edue.»—Eccoti lei la si bagna come gli han detto e gli si riattaccan gli occhi come eran prima. Dice il luccio:—«Quand'ora tu torni addietro, fai levare quelle due scimmie di tua madre e di tua sorella, e per ordine mio falle mettere dentro a questo tino che nessuno gli dia aiuto. Poi torna a prender me e poi quando tu siei a casa, buttami nella tua vasca del giardino.»—Eccoti la va via, la va alla carrozza. La madre gli aveva ficcato la brutta in carrozza. Il Re vede apparire in vece dei servitori soli, la sua sposa anch'essa, e si vede una sposa in carrozza e una in istrada; due non ne poteva avere! Allora la gli dice, lei:——«Prima d'entrare in carrozza io voglio una grazia da voi, Maestà; che prima di entrare io in carrozza, sian prese queste due maligne donne e sian poste sotto il tino dove stava io: altrimenti, non vi conosco più.»—Eccoti subito levate queste due donne e messe dentro a questo tino, serrate a lucchetto, che nessuno ci potesse andare a dargli ajuto. Lei torna addietro, la prende il suo luccino, entra in carrozza, e via. Ora lo tiene addosso, quando l'è a casa lo butta nella vasca. Dice Maestà:—«Briccona! maraviglia che la volse la carrozza tutta di ferro! Mi voleva ficcar la figliola! Se faceva una carrozza tutta di cristallo, si vedeva! Traditora, ora comprendo quanto era maligna.»—Arrivarono al suo posto di Sua Maestà. Figuratevi!—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—chi di qua, chi di là; feste da tutte le parti. La prese il suo luccino e lo buttò nella sua vasca e tutti i giorni l'andava a discorrer con lui.—«Vedi se fu bene che tu non m'ammazzassi?»—gli dice il luccino.—«Se non era io, tu eri morta chi sa da quanto!»—Eh di certo, gua'; perchè pare che questi gattini fossero per effetto del luccino. Il luccino poi, dopo degli anni, venne a morte; e lei, la gli fece una campana tutta dicristallo e contornata di pietre preziose e la teneva nel salotto bono. E così è finita. Stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.NOTE[1]Pentamerone, Giorn. III, Trattenimento X:Le tre fate:—«Cecella, maletrattata da la matreja, è regalata da tre fate. Chella 'mmediosa nce manna la figlia che ne riceve scuorno. Pe' la quale cosa mannata la figliastra a guardare puorce, sse ne 'nnamora 'no gran signore; ma pe' malizia della matreja, l'è dato 'ncagno la figlia brutta, e lassa la figliastra dint'a 'na votte pe' la scaudare. Lo segnore scopre lo trademiento: nce mette la figlia. Vene la matreja, la sporpa co' l'acqua cauda e scopierto l'arrore, ss'accide.»—La nostra fiaba ha inoltre molti punti di somiglianza con la terza favola della terza notte dello Straparola:—«Biancabella, figliuola di Lamberico, marchese di Monferrato, viene mandata dalla matrigna di Ferrandino Re di Napoli ad uccidere. Ma gli servi le troncano le mani, e le cavano gli occhi; e per una biscia viene reintegrata e a Ferrantino ritorna.»—Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano da Calcinaja; I. La bella e la brutta. Cf.Pitrè(Op. cit.)La figghia di Biancuciuri, Ciciruni, Burdilluni, Li dui soru(Lezioni tutte, nelle quali questa fiaba è più o men confusa con l'altra di cui diamo una versione fiorentina nella presente raccolta sotto il titolo d'Oraggio e Bianchinetta) soprattuttoLXIII. La Mammadraa. Vedi anche la fiaba della presente raccolta, intitolata:La bella CaterinaossiaNovella de' Gatti. Ecco una lezione milanese del Racconto.EL SIDELLINOna volta gh'era ona mamma e la gh'aveva dò tosanett: vunna l'era cattiva e l'altra l'era bonna comè. Ma la mader, la ghe voreva pusèe ben a la cattiva, che a la bonna. Ven, che on dì la ghe dis a quella cattiva:—«Và a cavà on sidellin[i]de acqua.»—Quella cattiva, la ghe vœur minga andà, la desobediss[ii]a la soa mamma; e quella bonna, la dis:—«Sa! che andaroo mi, andaroo mi a cavalla.»—La va a cavà l'acqua, ghe borla giò[iii]el sidellin in del pozz. Lee, la dis:—«Adess vòo a cà senza el sidellin, chi sa la mia mader cosa la me fa!»—La và giò in del pozz, e la trœuva come ona stretta[iv]che gh'era di uss; e la picca a on uss:—«Minga trovàa pess e pessin[v], corda e sidellin?»—Là gh'era on sant; el dis:—«No, la mia tosa.»—La va innanz e la trœuva on alter uss:—«Minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No!»—Quell là l'era el ciappin[vi], le rispond rabbiàa, perchè l'era ona bonna tosa; el ghe dis minga:—«La mia tosa.»—Lee, la picca in d'on alter uss:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—Gh'era la Madonna e la ghe dis:—«Sì, la mia tosa. Sent, te podarisset famm piasèe a fermatt chì intrettant che mi voo via. Mi gh'hoo chi el me fiolin, che te ghe darèe la suppa[vii]; te scovaret, te faret tutt i robb de cà. E mi vegnaròo a cà, te daròo el to sidellin.»—La Madonna, la va via, e lee, la se mett adrèe a fà tutt i robb de cà, la ghe dà la suppa al fiolin, la scova; e in del scovà, invece de trovà rud[viii], la trovava di coraj, di robb bellissem, insomma robbafinna. Lee, la vedeva che l'è minga ruff, e l'ha mess là da ona part, per quand vegneva la Madonna per daghel. La ven a cà e la ghe dis:—«T'hê fàa tutt quell che t'hoo ditt?»—E lee, la dis:—«Sì, ma che la guarda sta robba chì, l'hoo trovàda per terra, l'è minga rud.»—«Ben, tegnela per tì. Te vœut el vestìi de percall o on vestìi de seda?»—E lee le dis:—«No, no, on vestìi de percall.»—E la Madonna invece la ghe da quell de seda.—«Te vœut on didàa de lotton[ix]o on didàa d'argent?»—«Me le daga de lotton.»—«No, tel dòo d'argent. Tœu, quest chì l'è el sidellin e la toa corda. Quand te set in fin de sto coridor[x]chì, guarda per aria.»—Lee, la guarda per aria e ghe ven giò ona bella stella in front. La và a cà; e la soa mamma, la ghe cor a la contra per criagh, perchè l'è stada via on pezz; e la fa per dagh di bott, e la ved che la gh'ha ona stella in front, che la lusiva che l'era ona bellezza; e la ghe dis:—«In dove te see stada fin adess? chi l'è che t'ha miss quella robba lì?»—Lee, la dis:—«Mi sòo minga cosse l'è che gh'hoo.»—La mader, la fa per lavaghela via: invece d'andà via, la ven pusèe bella. La ghe cunta cosse l'è che gh'era success. Allora, l'altra sorella, la vœur andà anca lee. La va via e la fa l'istess, come l'ha fàa soa sorella. L'ha lassàa anda giò el sidellin. La va giò, la picca a l'uss anca lee del sant:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No, la mia tosa.»—La va in de l'alter uss; la picca:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—El ciappin:—«No; l'hoo minga trovà; ma ven chì la mia tosetta, ven chì.»—Ma lee, la sent che l'haminga trovaa el so sidellin e la ghe dis:—«No, no, vòo innanz.»—La picca a l'uss de la Madonna:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—La Madonna, la ghe dis de sì:—«Guarda che mi voo via; te ghe darèe la suppa al mè fiœu e pœu te scovaret. Quand tornaroo a cà, te daròo el to sidellin.»—La suppa, invece de daghela al fiœu, l'ha mangiàda lee.—«Oh!»—la dis—«come l'era bonna!»—La scova e la trœva tanto rud.—«Oh povera mi! Ma la mia sorella, l'ha trovàa tanti bej robb!»—Ven a cà la Madonna:—«T'hè fàa quel che t'hoo dìtt?»—«Sì.»—«Te vœut el didàa de lotton o quell d'argent?»——«Oh! el vuj d'argent!»—Lee, ghe dà quell de lotton.—«Te vœut el vestìi de percall o quell de seda?—«Che me le daga de seda.»—E lee, la gh'ha dàa quell de percall.—«Tœu, quest chi l'è el to sidellin e la toa corda. Quand te sèe fœura de chi, guarda per aria.»—Quand l'è stada fœura, la guarda per aria, ghe ven propi sul front ona boascia, che ghe sporca tutta la faccia e ven giò tutta la brœuda[xi]. La va a cà tutta rabbiada a piang, a tœulla cont la so sorella perchè lee la gh'aveva la stella e lee invece la gh'aveva quella porcaria lì sulla faccia. La soa mamma, la s'è missa adrèe a lavagh la faccia, a fregà via; e la maggia l'ha minga voruu andà via; sta boascia l'andava minga via. E allora, la mader, la dis:—«Capissi, che la Madonna l'ha fàa per famm vedè, che mi ami quella cattiva e trascuri quella bonna.»—[i]Sidellin, secchiolino.Sidellm. eSiddella, f. secchio, secchia. (Ed il vocabolo italiano ed il termine meneghinesco vengono dasitulaesitellalatino). In napolitano, anche da un ètimo latino, si dicecato.[ii]Il Cherubini non ha chedesubedì; ma la mia fabulatrice dicevadesobedì.[iii]Borlà giò, tombolar giù.Firenzuola.Asino d'oro, Libro V:—«Nè mi parrà mai esser donna, nè viver certamente, insino a tanto ch'io non la fo tombolar giù di tanta felicità.»—[iv]Strettanel Cherubini c'è solo come termine musicale:la stretta del finale. Egli però registraStreccia(ch'è forma più ambrosiana del vocabolo) nel senso dichiasso,vicolo, ch'è appunto quello che ha quiStretta.—Streccia del lett,strecciœura, stretta del letto, stradetta, stradella, tramezza.[v]Pess e pessin, pesce e pesciolino. Ci son per la rima, m'immagino.[vi]Ciappin, valedemonio,fistolo. Così pure ilChiappinoin dialetto napoletano. Difatti ho trovato nella VII ottava del XVIII canto dellaGerusalemmedel superboFasano(superboil chiama il Redi nel suo Ditirambo):Ma pe' mmo' non faje fede, ca staje chinoComm'uovo e te grelleja 'ncuollo chiappino.—«Non piaci o non sei accetto al signore Iddio, perchè stai pieno come uovo e ti salta addosso il demonio.»—[vii]Suppa. Zuppa, suppa.Che vendetta di dio non teme suppe. Sarà ridicolo il vederne l'origine nelpasanscrito (bere) col prefissosu(bene)?[viii]Rud,ruffe ancheru. Spazzatura, scoviglia, immondezza. Concio, letame, Sudiciume, loja, porcheria. Forfora. In una variante, la Madonna si fa pettinare dalla buona fanciulla e le cadono dal capo perle e gemme; poi, quando la pettina la cattiva, le piovono da capegli pidocchi e cimici. Così Adone sorprende Falsirena (Adone, XII, 171)Trovò che allora appunto avea disfattaLa trecciatura del bel crine aurato,E con l'avorio de la mano intattaPur d'avorio movea rastro dentato.Piovon perle dall'oro, e, mentre il tratta.Semina di ricchezze il verde prato.Mentre i biondi capei pettina e tergeTutto di gemme il suol vicino asperge.[ix]Ditale, come inesattamente dicon molti, ossia, anello da cucire di ottone.[x]Manca nel Cherubini, il quale ha peròcorideraecorridera, femminili; e nelleGiunte e correzionial IV volume ancheCorridor, maschile, ma solo con duerr.[xi]Boasciaobovascia, Meta, bovina, buina, vaccina, sterco di bue.Brœuda, broda, fanghiglia, poltiglia.[2]Tratto frequente nelle fiabe. Una pomiglianese comincia così:—«Nce stevano 'na vota tre figliuole e l'urtima 'e cheste ssi chiammava Viola. Tutt'e tre faticavane; ma 'a primma filava, 'a siconda tesseva e 'a terza cuseva. 'O figlio d''o Re ssi n'ammuravo; e sempe ca passava riceva:—Quanto è bella chella cu fila; quanto è cchiu bella chella cu tesse; ma quanto è cchiu bella chella cu cose! Mme cose 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore n'avevane 'mmiria e pi' dispietto 'a mittettere a filà'. Passava 'o figlio d'o Re e ricette:Quanto è bella chella cu tesse, quanto è cchiu bella chella cu cose; ma guanto è cchiù bella chella cu fila! Mme fila 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore 'a mittettere a tessere; ma 'o figlio d''o Re pure accussì diceva e sempe cu' Viola aveva.»—[3]A proposito di questi due segnali diversi, piovuti dal cielo, trascriverò qui un brano della scena III dell'Atto II degliAmorosi Affanni, tragicomedia pastorale d'Andreano de' Ruggieri d'Atripalda (MDCXLIV).TRISINDO.Nacque l'empia GirascaFiglia d'Erpauro, che di notte IlgiglioE seco Arcaldo mi furò, malvagia,Per farne un sacrificio al Re de l'ombre.SILVIA.Et onde nacque in lei tanto aspra voglia?TRISINDO.Perchè Girasca avea nel sen d'un rospo,E di Cleante i figli avean nel pettoIl segno d'una stella. E sul MateseDargli morte volea con un suo dardo;Per quel che poi mi raccontò Sirenio,—ecc. ecc.[4]Di pesci riconoscenti ce ne ha in parecchie fiabe e novellette. Ricorderò lo Straparola, Notte III. Favola L (Cf.Pentamerone, Giornata I. Trattenimento IIIPeruonto)—«Pietro Pazzo, per virtù d'un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio, e piglia Luciana figliuola di Luciano in moglie...»—Ecco come il novellator da Caravaggio narra il primo dialogo fra 'l pazzo ed il tonno:—«Il poverello un giorno prese un grande e grosso pesce da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentì tanta allegrezza, che 'l se n'andava saltellando e gridando per lo lito:Cenerò pur con la mia madre!et andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso e non poter fuggire, disse a Pietro Pazzo:Deh, fratello mio, pregoti in cortesia, che tu mi doni la vita. Come mangiato mi avrai, quale altro benefizio da me conseguir potrai? ma se tu da morte mi camperai, forse che un giorno io ti potrei giovare.Ma il buon Pietro, che aveva più bisogna di mangiare che di parole, voleva pure al tutto ponerselo in ispalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo offrendogli di dargli tanto pesce quanto egli desiderava avere. Et appresso questo gli promise di concedergli ciò ch'egli addimanderebbe. Pietro che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, si contentò da morte liberarlo. E tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse che lo gettò nel mare; ecc., ecc.»—Confronta anche con l'altra Fiaba della presente raccolta:Il Mago dalle sette teste.
XII.IL RE PORCO[1].C'era una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice:—«Andate via, vecchia porca!»—Ma che son maniere quelle? Risponde la poera vecchia:—«Lei, la facesse un porco!»—Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta:—«Eh!»—diceva—«Iddio mi ha castigata!»—Il porco cresce e lo mettono nel giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c'era marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur che ne abbia una! E non dava pace di sè; urla; mugolìo[2]; non voleva mangiare; si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole bisognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi. La minore dice:—«Io non lo voglio.»—La seconda l'istesso. La maggiore dice:—«Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo.»—Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a letto con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era una bestia! Quandogli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello:—«Ah no! no! io ho sposato il porco; voi non vi conosco.»—«Ah»—gli dice—«abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!»—Lei gli promette; ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. Dice:—«Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto: mi raccomando che nessuno ci senta!»—«Venite pure»—dice la Regina—«nelle mie stanze.»—La ordina alla servitù che nessuno entri.—«Venga chissisia, la Regina non c'è.»—E dice alla nora:—«Dite pure, dite.»—Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse.—«Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse il bel giovinotto che egli è!»—«Ah!»—la fa la madre.—«Ma per amore di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò.»—«Ah!»—dice la madre—«La mia superbia è stata! e questo è il mio castigo.»—E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita: perchè lui, essendo fatato, sentì tutto. La sera va nella camera per andare dalla sposa e gli dice:—«Briccona, son queste le promesse?»—«Ah! ma io....»—dice.—«Chètati, insolente!»—Prende un ago calamitato[3]e l'ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta. Urli per il palazzo:—«Si vede che il porco l'ha soffocata!»—Credono che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo:—«Io sono stata causa di questo gran male, perchè se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e nonseguiva questo!»—Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima; a fare cenni che voleva un'altra di quelle: s'intendeva bene. La seconda:—«Va»—dice—«lo prenderò io!»—Che volete? facevano uno sborso di quattrini ai genitori!—«Almeno starete bene voi.»—E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio che la non dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e quando l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell'altra donna.—«Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui viene un bel giovane!»—«Ma la prego a non dir niente.»—«Eh state pure contenta[4]che io non parlo.»—Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l'istesso.—«Ah briccona!»—dice.—«Son queste le promesse, eh?»—Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina, la servitù, eran l'undici, mezzogiorno:—«Ma che fa la Regina?»—Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono:—«Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è morta!»—E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell'altre sere:—«Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma per castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signoramadre.»—«E io ti prometto di non dir nulla.»—La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine; come le altre, tal quale:—«Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria.»—«Eh state pure contenta, io non lo dico.»—Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellissimo giovane:—«Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di lacrime.»—E va via, sparisce: non c'è più porco, non c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna!—«Guardate di che sono stata causa!»—Ordina tutta questa roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste di questa roba e si mette in viaggio; dice addio alla socera, la bacia:—«Addio! Addio!»—e si mette in viaggio. Cammina, cammina, con il baroccio, perchè l'altra roba l'aveva sovra il baroccio, sennò come si fa portarla! La trova una vecchina.—«Dove vai, poerina?»—«Oh!»—dice; la gli fa tutto il racconto.—«Tu non sai ch'egli è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dove è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. «La Regina»—dice—«se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire:Una notte a dormire col suo sposo.»—Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia.—«Grazie! addio, addio!»—Cammina, cammina, cammina e la trova l'istessa vecchina, l'istessa[5]proprio:—«Poerinadove vai?»—Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice:—«Sai! Tieni questa mandorla, fai lo stesso, stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo sposo.»—Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l'istesso:—«Tieni»—dice—«questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiacciala questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire:Una notte a dormire col suo sposo.»—L'aveva consumato le sette paja di scarpe dì ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva consumato i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco.—«Maestà»—dicono i servitori alla Regina—«Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza.»—«Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare.»—Queste galanterie erano molte cose preziose, tutte pietre preziose; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quanto ne vole:—«Una notte a dormire col suo sposo.»—I servitori si mettono a ridere:—«Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina, cah!»—La Regina:—«Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua.»—La ordina al bottigliere che alloppî tutto tutto il vino; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora[6], cade addormentato, lo portanoa letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumate sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime.»—Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e saltavano, di pietre preziose.—«Maestà, c'è l'istessa donnina d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle sono!»—La Regina dice:—«Domandatele icchè ne vole.»—Gli domandano quel che la vole.—«La notte a dormire col suo sposo.»—Dice la Regina:—«Sì, sì, sì. Prendete e pure; e stasera fatela venire alla solit'ora.»—Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che alloppî tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va al pranzo e beve più di quell'altro giorno, ma come! Quando gli è la sera, ecco la donna, gua', entra nel letto e principia a dire:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lagrime.»—Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto il lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli raccontano tutto:—«La notte ci viene una donna da Lei e Le dice:Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lacrime.»—Ah, il Re si ricorda della sposa; chè aveva dimenticata ogni cosa. Andatovia da il palazzo della madre, si scordò di tutto.—«Non sa? Le dànno il vino alloppiato»—dice questa guardia.—«Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io.[7]»—La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciola e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice:—«Domandatele icchè ne vole.»—Gli domandano quel che la vole e lei dice:—«Una notte a dormì' con lo sposo.»—«Prendete le ricchezze»—dice la Regina—«e ditegli che stasera venga all'istess'ora.»—Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere:—«Pena la morte, se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l'oppio.»—Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La Regina con quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto; è finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici[8], eccoti la donnina. Lui figura di dormire; e lei principia a dire:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e riempiuti sette fiaschettini di lacrime.»—Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora figura di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per isposa, e dice:—«Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via.»—Prendon tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco! Prende la guardia che gli aveva fatta la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli, strepiti di contentezza:—«Oh viva! viva!»—Tutta laservitù, dicendo:—«Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone!»—perchè raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora. Dice:—«Questo è il suo figlio, che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane.»—Va nelle braccia la madre del figlio, chiedendogli perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell'altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è nessuno. La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva messe tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo e dal dolore cade e more. E così è finita.Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra che ho detto la mia.NOTE[1]Il Liebrecht annota:—«Vgl. Grimm. K—M. N.º 108Hans mein Igel; und meine Bem. Heid. Iahrb. M.DCCC.LXVIII. S. 308 zu Schneller N.º 21»—È lo stesso argomento della Favola I, Notte II dello Straparola:Galeotto, Re d'Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina de divenuto un bellissimo giovane, fu chiamato Re Porco.Gonzenbach(Op. cit.) XLII.Vom Re Porco,Pitré(Op. cit.)Lu Sirpentie varianti ivi abbreviate. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja:XIV.Sor Fiorante mago, ed anche in parte: XIII.La Cieca(da paragonarsi con la III favola della III notte dello Straparola). Vedi pure nelMalmantile Racquistato, Cantare IV, dalla stanza XXXII in poi. Tutte queste versioni hanno attinenza con l'antica fola di Psiche. Eccone una milanese:EL CORBATTIN.[i]Ona volta gh'era on scior e ona sciora, ch'eren marì e mièe: pregaven el Signor, ch'el ghe dass on fiœu. Infin, on dì, gh'è compars in casa on corbattin. On dì, sto corbattin, el comincia a fa tanto de muson[ii]. Lor ghe dimanden cossa el gh'aveva. E lu, el voreva minga dighel. In fin, col seguità a dimandagh, el ghe dis, ch'el voreva tœu mièe. In la cort ghe stava on prestinèe[iii], ch'el gh'aveva tre bêj tosann. Sto scior, el ghe dis al prestinèe, se el voreva dagh ona tosa in sposa per el so corbattin. E lor ghe disen de sì. Come difatti, el l'ha sposada e han faa on gran disnà. Lu, quand l'è fenìi el disnà, el va denter in d'on tond e el seguita a sbatt i al; el ghe fava andà adoss tutt i gott de conza[iv]a la sposa. E la ghe dis:—Guarda, ciall[v], che te m'hè smaggiàa[vi]tutt el vestìi.»—E lu, l'ha ditt nient. A la sera, el va a dormì con la sposa: l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla fin che l'ha fada morì. Dopo lu, la mattina l'è levàa su; e l'è andàa via; e l'è restàa via on sett o vott dì. Dopo el ven a casa e el comincia ancamò a fa tant de muson. I so genitor ghe dimanden cossa el voreva; e lu, el ghe dis ancora, ch'el voreva tœu mièe. E lor gh'han dit ancamò a sto prestinee se el voreva dagh anmò ona tosa per sposa. E lu, el gh'ha ditt de sì. Dopo sposada, han faa ancamò on gran pranz, e lu, el corbattin, el va denter anmò in del tond, sbatt i all e gh'ha faa andà su tutt i gott in del vestìi. E lee, la sposa, la ghe dis:—«Sta quiett, ciall, che te me smagget tutt el vestìi.»—Allora, la sira, el corbattin, l'è andàa a dormì con la sposa, l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla,che l'ha fàa morì anca quella. Dopo, lu, a la mattina, el leva su, el va via per on sett o vott dì, e dopo el ven a casa anmò, e el comincia a fà el muson, che el voreva tœu mièe anmò. Allora lor, so pader e soa mander, ghe disen al prestinèe:—«Ve demm ona borsa de danèe, e dènn la vostra tosa per sposa al corbattin.»—E lor, el prestinèe e la tosa, gh'han ditt de sì. Quand l'ha avuda sposada, han fàa on gran disnàa ancamò; e lu, l'è andàa denter ancamò in del tond a sbatt i al. E so pader, el gh'aveva ditt de digh nient. Come difatti a la sera hin andàa a dormìi e el gh'ha fàa nient. L'è vegnùu carnevàa, el gh'ha ditt:—«Varda che mi, diman, passaròo via de la porta vestìi in maschera; e te faròo on basin. Varda ben a dighel a la mamma! perchè, se ti te ghel dirèt:del turlurù sont vegnùu e del turlurù tornaròo andà.»—Come di fatti l'è passàa: el gh'ha fàa on basin. La soa mamma l'ha cominciàa a dì:—«Dimm, chi l'è ch'è stàa che t'ha fàa on basin? Se ti te mel diset minga, gh'el diròo al to corbattin.»—Lee, infin, la ghe l'ha ditt, che l'è stàa el corbattin. L'è passàa on mes, l'è passàa dùu, el corbattin l'è andàa a casa pu. E lee, la s'è imaginada de la parola ch'el gh'aveva ditt. L'ha fàa fa tre para de scarp de fer, e la s'è missa in viagg. In tutt i paes che la passava, la dimandava cunt per andà al paes del Turlulù. Col seguità a viaggià in fin la seguitava a piang e l'ha trovàa ona porta: gh'era ona stria[vii]in mezz e ona fila de tosànn per part. E sta stria, la ghe dimanda:—«Dove l'è chela voria andà, o sposa?»—E lee, la ghe dis:—«vòo al paes del Turlulù.»—E la gh'ha cuntàa quel che l'è success. E la gh'ha dàa ona nizzoeula[viii]a la sposa, sta stria, e on pestonin[ix]; e la gh'ha ditt quand che l'avaria impienìi d'acqua de occ (perchè la piangeva, sta sposa) la trovarà on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià; e quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa la porta, che gh'era ona stria in mezz e ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorii andà, sposa? Dove vì, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E sta stria, la ghe da ona castegna e la gh'ha ditt:—«Tegnìi de cunt sta castegna, che la sarà l'occasion de fav andà insemma al voster corbattin.»—E la gh'ha dàa on alter pestonin; e la gh'ha ditt, quand l'avarìa impienìi d'acqua de occ, la trovaria on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià. Quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa on'altra tra porta: gh'era ona stria in mezz cont ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorìi andà, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E lee, sta stria, la gh'ha dàa on nôs; e la gh'ha ditt de tegnill de cunt, che sarà l'occasion per andà insemma al corbattin. E la sposa, la ghe dimanda a la stria, se gh'era ancamò on pezz a rivà al paes del Turlulù. E la stria, la gh'ha ditt, che se ved giamò el campanin; e la gh'ha insegnàa la manera come l'aveva de fa per andà a la cort del Re, che l'era po[eu] el so corbattin. Come di fatti, l'è andada a la porta del Re a dimandagh se voreven ciappalla pe fa la donzella.[x]E lor, gh'han ditt che ghen' bisognava no. E lee, l'ha pregàa almen de ciappalla per curà i pûj[xi]: e lor l'han ciappada. On dì l'era in giardin e gh'è vegnùu in ment de romp la nizzœula: e gh'è saltàa fœura ona bellissima rocca d'ora[xii], che la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis a la donzella:—«Guarda on poo quella cialla cosa l'hà fàa, che la fà spaventà tutt i pûj.»—La donzella, la guarda; e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona rocca d'ora che la gh'ha la pollirœula!L'è tant bella, che la spaventa tutt i pûj!»—E la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Nient: solament ona nott a dormì insemma al so marì.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Ben, te domiret.»—Lee, a la sira, la gh'ha dàa l'indormentinna[xiii], che l'ha seguitàa a dormì tutta la nott, el marì. Quand l'è stàa indormentìi el corbattin, la pollirœula la va in lett e la seguita tutta nott:—«O corbatto, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra, ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà, te.»—E lu, el s'è mai dessedàa. A la mattina, a bon'ora, ghe va là la Reginna e la ghe dis:—«Fuora, fuora, pellegrina, che l'ha da entrar la bella Regina.»—E lee, la s'è levada su; e l'è andada de bass. Quand l'è stàa el mezz dì, la romp la castegna e salta fœura ona pu bell'aspa[xiv]d'ora; la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. Allora la Reginna la ghe dis a la donzella:—«Va on pòo de bass; cosse l'ha fàa quella cialla?»—Allora la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'on aspa che la gh'ha la pollirœula! La lussis tant che tutt i pûj se spaventen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Vœuri dorm on'altra nott insemma al so marì.»—Allora la ghe dis:—«Ben, te dormiret.»—La gh'ha dàa ancamò l'indormentinna al marì, che l'ha dormìi tutta la nott. Quand l'è stàa indorment, la pollirœula la va in lett, e la seguita tutta nott:—«O corbatto, corbattin! l'è trìi ann che viaggio, per mare e per terra: ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—A la mattinna a bon'ora, la va in stanza la Reginna:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.[xv]»—Allora la pollirœula, la va debass; e la va ancamò in giardin cont i pûj. Quand l'è stàa mezz dì, la romp il nos. Allora ghe salta fœura ona bellissima carrozzetta d'ora, che la correva attorna per el giardin de per lee.[xvi]Allora tutt'i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis ancamò a la donzella:—«Va on pòo de bass, guarda cossa la fa la pollirœula.»—E la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona carrozzetta che la corr de per lee per el giardin! e tutt i pûj scappen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—Dimandela de sora.»—E la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mi?»—E lee, la dis;—«Nient. Vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—La Reginna, la ghe dis:—«Che cialla che te set! L'è minga mêj che te ciappet di danèe? Ten dòo fin che ten vœut.»—E lee, la pollirœula, la ghe dis:—«Vœuri minga on centesim: vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—El Re, el capiva ch'el stava minga tant ben a bev quella robba là; e lu, inscambi de bevela, l'ha trada via. La Reginna le saveva no. Quand l'è stà indorment, la pollirœula la va in lett e la comincia:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà te.»—Lu, el comincia a fa andà la testa. Lee, la torna on'altra volta a dì l'istess:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—E lu, el se disseda. Lee, la torna a dì on'altra volta; e lu, el dis:—«Ma chi te set?»—E lee, la ghe dis:—«Sont quella tal, che te m'avevet sposàa e pœu te m'hê abandonada.»——Allora lu, el ghe dis:—«Come l'è, che t'hê fàa a vegnì chi?»—Lee, la gh'ha cuntàa tutt come l'è stàa. E lu, el ghe dis:—«Ben, mi faròo finta de dormì, quand che ven la Reginna; e ti leva su. Pœu, la pensaròo mi, bella.»—Lee, la mattina a bon'ora, la va la Reginna in stanza e la ghe dis:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.»—Lee, l'è andada in lett insemma a lu, la Reginna. Dopo lu, el se disseda, el dis:—«Adess, mi levi su, e ti sta pur chì a dormì.»—E lee, la ghe dis;—«Sì; stòo chi on pòo tard, perchè me senti minga ben.»—L'ha lassada indormentà;el gh'ha dàa el fœugh al lett e l'ha brusada in lett. Dopo l'è restada l'altra per soa sposa.[i]Corbattin, ommesso dal Cherubini, val quantoScorbattin, diminutivo diScorbatt, contadinescamenteCorbatt, corvo. Il Liebrecht annota a questa fiaba:—«Eingemischt sind auch Züge aus BASILE's Enleitung und N.º XLIII «Pintosmauto.»—[ii]Muson, grugno, muso lungo.[iii]Prestinèe, fornajo, panicuccolo. Il Cavour, ne' suoi discorsi parlamentari, ha adoperata la parolapristinajo, che è di pretta origine latina, con una metatesi.[iv]Gotta, goccia, gocciola.ConzaoConscia, condimento, salsa, intingolo, broda: quel che ora nel gergo militare pedemontanamente diconbagna.[v]Ciall, sciocco.Ciallafemm.[vi]Smaggià, macchiare.[vii]Stria, plur.strij, strega, maga, fata, fattucchiera, maliarda, magàra (come dice Filippo Finella nellaCintia, favola boschereccia, M.DC.XXVI.....al fin ricorseA la di crudeltà mai sempre pienaMagara Circe, come a sua graditaEt ai disegni suoi fida consorte).femmina fatturaja (come dice il Cieco d'Adria nell'Alteria, A. I, Sc. IV.Eugenia.Che son io incantatrice o qualche feminafatturaja, che con parola pajavich'io possa liberarlo?Volpino.Ben vi è lecitoil farlo.Eugenia.Io non son maga.Volpino.La si fa—da—Gonzaga,la vacca sozza.....[viii]NizzoeulaoNiscioeulaoNiscioeura, nocciuola, avellana.[ix]Pestonin, fiaschetto.Acqua de occ, lagrime.[x]Donzèlla, cameriera.[xi]Pûj, pollo, polli;polliroeula, pollajuola, guardiana de' polli,fille de basse—cour.[xii]Veramente si avrebbe a direòr, e nonora; ma ripeto, io stenografo e non mi fo lecito di correggere nemmanco gli spropositi evidenti.[xiii]Indormentinnaper narcotico, non c'è nel Cherubini.[xiv]Aspa, aspo, naspo.[xv]Dice una canzonella popolare lombardaSe te fusset na ReginnaTe faria incoronà.Ma perchè set contadinnaVa in campagna a lavorà.[xvi]De per lee. Qui, automaticamente.Che la correva de per lee, automatica.[2]Veramente la voce propria sarebbegrugnito, chè il porcogrugnisce, ed ilmugolareè del bue: ma le voci degli animali spesso si scambiano. Altre parole adopera Gentile Sermini nella novella de' trogli per le voci de' porci (ma veramente lì si tratta di porci selvatici, ossia cinghiali, che propriamente rugghiarebbero o ruggirebbero):—«Raddoppiava la stizza, onde assai più tartagliavan di prima; per modo che non fa mai zuffa di cani, nè le migliara dell'adunate scotte sul tetto di Camporeggi ove gridando fanno consiglio, nè 'l gracidare dello infinito numero delle ranocchie nel pantano di Grosseto, nè in quel piano le sveglianti cicale, nè i ringhianti porci del Tombolo, ringillando assaltati da lupi, nè di Val di Sora le passere, nè tutti gli stornelli del Paglietto di Massa, nè tutti questi nominati che facessero tanto schiamazzo; ed avendoli insieme raunati in un piano, se a un tratto ognun cantasse suo verso, non v'è dubbio che assai meglio si sarebbono intesi che quei quattro trogli.»—[3]Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola dacalamità, quasi equivalesse acalamitoso, anzichè dacalamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282):D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità, volendolo tolto dalle sue Rime:Così in un tempo istesso ella si fa,Mia calamita e mia calamità.Ma Girolamo Aleandro diceva del verso del Marini:—«Quanto questo leggiadro detto sia differente da quel sciapito de' duo versi tronchi dello Stigliani, ciascun sel vede; perchè altro è il dire, che una donna allettando e tormentando l'amante gli si facciacalamitaecalamità, altro, che alcuno tirandosi sopra tutti gl'infortunî si chiamicalamita d'ogni calamità.»[4]Contenta pertranquilla; come i tedeschi adoperano il loro «zufrieden.»—[5]Anche quil'istessasta peruna somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.[6]Un'ora di notte, un'ora dopo le ventiquattro, alla Italiana antica.[7]Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV delPecorone.—«Giannotto, morto il padre, va a Vinegia, ed è accolto come figliuolo da Messer Ansaldo, ricco mercante. Vago di vedere il mondo, monta sopra di una nave ed entra nel porto di Belmonte. Quel che gli avvenne con una vedova, signora di esso, la quale prometteva di sposar colui che giacendosi con lei n'avesse preso piacere.»—Da questa novella delPecoroneil Crollalanza (così italianamente avrebbe da chiamarsi lo Shakespeare) tolse in parte la favola delMercadante di Vinegia. Vedi:Madonna Lionessa, cantare inedito del secolo XIV, giuntavi una novella del Pecorone (Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1866).[8]Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parolaore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese.Un'ora,due ore,tre ore,dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana.L'una, oil tocco,le due,le tre(antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese;le dodici, mezzogiorno o mezzanotte.—Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice maiun terzo d'oraperventi minuti; com'è bell'uso meridionale.
IL RE PORCO[1].
C'era una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice:—«Andate via, vecchia porca!»—Ma che son maniere quelle? Risponde la poera vecchia:—«Lei, la facesse un porco!»—Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta:—«Eh!»—diceva—«Iddio mi ha castigata!»—Il porco cresce e lo mettono nel giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c'era marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur che ne abbia una! E non dava pace di sè; urla; mugolìo[2]; non voleva mangiare; si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole bisognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi. La minore dice:—«Io non lo voglio.»—La seconda l'istesso. La maggiore dice:—«Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo.»—Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a letto con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era una bestia! Quandogli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello:—«Ah no! no! io ho sposato il porco; voi non vi conosco.»—«Ah»—gli dice—«abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!»—Lei gli promette; ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. Dice:—«Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto: mi raccomando che nessuno ci senta!»—«Venite pure»—dice la Regina—«nelle mie stanze.»—La ordina alla servitù che nessuno entri.—«Venga chissisia, la Regina non c'è.»—E dice alla nora:—«Dite pure, dite.»—Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse.—«Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse il bel giovinotto che egli è!»—«Ah!»—la fa la madre.—«Ma per amore di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò.»—«Ah!»—dice la madre—«La mia superbia è stata! e questo è il mio castigo.»—E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita: perchè lui, essendo fatato, sentì tutto. La sera va nella camera per andare dalla sposa e gli dice:—«Briccona, son queste le promesse?»—«Ah! ma io....»—dice.—«Chètati, insolente!»—Prende un ago calamitato[3]e l'ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta. Urli per il palazzo:—«Si vede che il porco l'ha soffocata!»—Credono che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo:—«Io sono stata causa di questo gran male, perchè se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e nonseguiva questo!»—Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima; a fare cenni che voleva un'altra di quelle: s'intendeva bene. La seconda:—«Va»—dice—«lo prenderò io!»—Che volete? facevano uno sborso di quattrini ai genitori!—«Almeno starete bene voi.»—E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio che la non dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e quando l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell'altra donna.—«Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui viene un bel giovane!»—«Ma la prego a non dir niente.»—«Eh state pure contenta[4]che io non parlo.»—Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l'istesso.—«Ah briccona!»—dice.—«Son queste le promesse, eh?»—Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina, la servitù, eran l'undici, mezzogiorno:—«Ma che fa la Regina?»—Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono:—«Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è morta!»—E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell'altre sere:—«Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma per castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signoramadre.»—«E io ti prometto di non dir nulla.»—La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine; come le altre, tal quale:—«Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria.»—«Eh state pure contenta, io non lo dico.»—Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellissimo giovane:—«Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di lacrime.»—E va via, sparisce: non c'è più porco, non c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna!—«Guardate di che sono stata causa!»—Ordina tutta questa roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste di questa roba e si mette in viaggio; dice addio alla socera, la bacia:—«Addio! Addio!»—e si mette in viaggio. Cammina, cammina, con il baroccio, perchè l'altra roba l'aveva sovra il baroccio, sennò come si fa portarla! La trova una vecchina.—«Dove vai, poerina?»—«Oh!»—dice; la gli fa tutto il racconto.—«Tu non sai ch'egli è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dove è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. «La Regina»—dice—«se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire:Una notte a dormire col suo sposo.»—Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia.—«Grazie! addio, addio!»—Cammina, cammina, cammina e la trova l'istessa vecchina, l'istessa[5]proprio:—«Poerinadove vai?»—Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice:—«Sai! Tieni questa mandorla, fai lo stesso, stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo sposo.»—Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l'istesso:—«Tieni»—dice—«questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiacciala questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire:Una notte a dormire col suo sposo.»—L'aveva consumato le sette paja di scarpe dì ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva consumato i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco.—«Maestà»—dicono i servitori alla Regina—«Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza.»—«Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare.»—Queste galanterie erano molte cose preziose, tutte pietre preziose; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quanto ne vole:—«Una notte a dormire col suo sposo.»—I servitori si mettono a ridere:—«Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina, cah!»—La Regina:—«Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua.»—La ordina al bottigliere che alloppî tutto tutto il vino; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora[6], cade addormentato, lo portanoa letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumate sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime.»—Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e saltavano, di pietre preziose.—«Maestà, c'è l'istessa donnina d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle sono!»—La Regina dice:—«Domandatele icchè ne vole.»—Gli domandano quel che la vole.—«La notte a dormire col suo sposo.»—Dice la Regina:—«Sì, sì, sì. Prendete e pure; e stasera fatela venire alla solit'ora.»—Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che alloppî tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va al pranzo e beve più di quell'altro giorno, ma come! Quando gli è la sera, ecco la donna, gua', entra nel letto e principia a dire:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lagrime.»—Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto il lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli raccontano tutto:—«La notte ci viene una donna da Lei e Le dice:Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lacrime.»—Ah, il Re si ricorda della sposa; chè aveva dimenticata ogni cosa. Andatovia da il palazzo della madre, si scordò di tutto.—«Non sa? Le dànno il vino alloppiato»—dice questa guardia.—«Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io.[7]»—La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciola e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice:—«Domandatele icchè ne vole.»—Gli domandano quel che la vole e lei dice:—«Una notte a dormì' con lo sposo.»—«Prendete le ricchezze»—dice la Regina—«e ditegli che stasera venga all'istess'ora.»—Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere:—«Pena la morte, se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l'oppio.»—Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La Regina con quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto; è finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici[8], eccoti la donnina. Lui figura di dormire; e lei principia a dire:—«Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e riempiuti sette fiaschettini di lacrime.»—Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora figura di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per isposa, e dice:—«Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via.»—Prendon tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco! Prende la guardia che gli aveva fatta la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli, strepiti di contentezza:—«Oh viva! viva!»—Tutta laservitù, dicendo:—«Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone!»—perchè raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora. Dice:—«Questo è il suo figlio, che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane.»—Va nelle braccia la madre del figlio, chiedendogli perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell'altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è nessuno. La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva messe tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo e dal dolore cade e more. E così è finita.
Stretta la foglia e larga la via,Dite la vostra che ho detto la mia.
NOTE
[1]Il Liebrecht annota:—«Vgl. Grimm. K—M. N.º 108Hans mein Igel; und meine Bem. Heid. Iahrb. M.DCCC.LXVIII. S. 308 zu Schneller N.º 21»—È lo stesso argomento della Favola I, Notte II dello Straparola:Galeotto, Re d'Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina de divenuto un bellissimo giovane, fu chiamato Re Porco.Gonzenbach(Op. cit.) XLII.Vom Re Porco,Pitré(Op. cit.)Lu Sirpentie varianti ivi abbreviate. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja:XIV.Sor Fiorante mago, ed anche in parte: XIII.La Cieca(da paragonarsi con la III favola della III notte dello Straparola). Vedi pure nelMalmantile Racquistato, Cantare IV, dalla stanza XXXII in poi. Tutte queste versioni hanno attinenza con l'antica fola di Psiche. Eccone una milanese:EL CORBATTIN.[i]Ona volta gh'era on scior e ona sciora, ch'eren marì e mièe: pregaven el Signor, ch'el ghe dass on fiœu. Infin, on dì, gh'è compars in casa on corbattin. On dì, sto corbattin, el comincia a fa tanto de muson[ii]. Lor ghe dimanden cossa el gh'aveva. E lu, el voreva minga dighel. In fin, col seguità a dimandagh, el ghe dis, ch'el voreva tœu mièe. In la cort ghe stava on prestinèe[iii], ch'el gh'aveva tre bêj tosann. Sto scior, el ghe dis al prestinèe, se el voreva dagh ona tosa in sposa per el so corbattin. E lor ghe disen de sì. Come difatti, el l'ha sposada e han faa on gran disnà. Lu, quand l'è fenìi el disnà, el va denter in d'on tond e el seguita a sbatt i al; el ghe fava andà adoss tutt i gott de conza[iv]a la sposa. E la ghe dis:—Guarda, ciall[v], che te m'hè smaggiàa[vi]tutt el vestìi.»—E lu, l'ha ditt nient. A la sera, el va a dormì con la sposa: l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla fin che l'ha fada morì. Dopo lu, la mattina l'è levàa su; e l'è andàa via; e l'è restàa via on sett o vott dì. Dopo el ven a casa e el comincia ancamò a fa tant de muson. I so genitor ghe dimanden cossa el voreva; e lu, el ghe dis ancora, ch'el voreva tœu mièe. E lor gh'han dit ancamò a sto prestinee se el voreva dagh anmò ona tosa per sposa. E lu, el gh'ha ditt de sì. Dopo sposada, han faa ancamò on gran pranz, e lu, el corbattin, el va denter anmò in del tond, sbatt i all e gh'ha faa andà su tutt i gott in del vestìi. E lee, la sposa, la ghe dis:—«Sta quiett, ciall, che te me smagget tutt el vestìi.»—Allora, la sira, el corbattin, l'è andàa a dormì con la sposa, l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla,che l'ha fàa morì anca quella. Dopo, lu, a la mattina, el leva su, el va via per on sett o vott dì, e dopo el ven a casa anmò, e el comincia a fà el muson, che el voreva tœu mièe anmò. Allora lor, so pader e soa mander, ghe disen al prestinèe:—«Ve demm ona borsa de danèe, e dènn la vostra tosa per sposa al corbattin.»—E lor, el prestinèe e la tosa, gh'han ditt de sì. Quand l'ha avuda sposada, han fàa on gran disnàa ancamò; e lu, l'è andàa denter ancamò in del tond a sbatt i al. E so pader, el gh'aveva ditt de digh nient. Come difatti a la sera hin andàa a dormìi e el gh'ha fàa nient. L'è vegnùu carnevàa, el gh'ha ditt:—«Varda che mi, diman, passaròo via de la porta vestìi in maschera; e te faròo on basin. Varda ben a dighel a la mamma! perchè, se ti te ghel dirèt:del turlurù sont vegnùu e del turlurù tornaròo andà.»—Come di fatti l'è passàa: el gh'ha fàa on basin. La soa mamma l'ha cominciàa a dì:—«Dimm, chi l'è ch'è stàa che t'ha fàa on basin? Se ti te mel diset minga, gh'el diròo al to corbattin.»—Lee, infin, la ghe l'ha ditt, che l'è stàa el corbattin. L'è passàa on mes, l'è passàa dùu, el corbattin l'è andàa a casa pu. E lee, la s'è imaginada de la parola ch'el gh'aveva ditt. L'ha fàa fa tre para de scarp de fer, e la s'è missa in viagg. In tutt i paes che la passava, la dimandava cunt per andà al paes del Turlulù. Col seguità a viaggià in fin la seguitava a piang e l'ha trovàa ona porta: gh'era ona stria[vii]in mezz e ona fila de tosànn per part. E sta stria, la ghe dimanda:—«Dove l'è chela voria andà, o sposa?»—E lee, la ghe dis:—«vòo al paes del Turlulù.»—E la gh'ha cuntàa quel che l'è success. E la gh'ha dàa ona nizzoeula[viii]a la sposa, sta stria, e on pestonin[ix]; e la gh'ha ditt quand che l'avaria impienìi d'acqua de occ (perchè la piangeva, sta sposa) la trovarà on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià; e quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa la porta, che gh'era ona stria in mezz e ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorii andà, sposa? Dove vì, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E sta stria, la ghe da ona castegna e la gh'ha ditt:—«Tegnìi de cunt sta castegna, che la sarà l'occasion de fav andà insemma al voster corbattin.»—E la gh'ha dàa on alter pestonin; e la gh'ha ditt, quand l'avarìa impienìi d'acqua de occ, la trovaria on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià. Quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa on'altra tra porta: gh'era ona stria in mezz cont ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorìi andà, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E lee, sta stria, la gh'ha dàa on nôs; e la gh'ha ditt de tegnill de cunt, che sarà l'occasion per andà insemma al corbattin. E la sposa, la ghe dimanda a la stria, se gh'era ancamò on pezz a rivà al paes del Turlulù. E la stria, la gh'ha ditt, che se ved giamò el campanin; e la gh'ha insegnàa la manera come l'aveva de fa per andà a la cort del Re, che l'era po[eu] el so corbattin. Come di fatti, l'è andada a la porta del Re a dimandagh se voreven ciappalla pe fa la donzella.[x]E lor, gh'han ditt che ghen' bisognava no. E lee, l'ha pregàa almen de ciappalla per curà i pûj[xi]: e lor l'han ciappada. On dì l'era in giardin e gh'è vegnùu in ment de romp la nizzœula: e gh'è saltàa fœura ona bellissima rocca d'ora[xii], che la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis a la donzella:—«Guarda on poo quella cialla cosa l'hà fàa, che la fà spaventà tutt i pûj.»—La donzella, la guarda; e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona rocca d'ora che la gh'ha la pollirœula!L'è tant bella, che la spaventa tutt i pûj!»—E la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Nient: solament ona nott a dormì insemma al so marì.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Ben, te domiret.»—Lee, a la sira, la gh'ha dàa l'indormentinna[xiii], che l'ha seguitàa a dormì tutta la nott, el marì. Quand l'è stàa indormentìi el corbattin, la pollirœula la va in lett e la seguita tutta nott:—«O corbatto, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra, ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà, te.»—E lu, el s'è mai dessedàa. A la mattina, a bon'ora, ghe va là la Reginna e la ghe dis:—«Fuora, fuora, pellegrina, che l'ha da entrar la bella Regina.»—E lee, la s'è levada su; e l'è andada de bass. Quand l'è stàa el mezz dì, la romp la castegna e salta fœura ona pu bell'aspa[xiv]d'ora; la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. Allora la Reginna la ghe dis a la donzella:—«Va on pòo de bass; cosse l'ha fàa quella cialla?»—Allora la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'on aspa che la gh'ha la pollirœula! La lussis tant che tutt i pûj se spaventen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Vœuri dorm on'altra nott insemma al so marì.»—Allora la ghe dis:—«Ben, te dormiret.»—La gh'ha dàa ancamò l'indormentinna al marì, che l'ha dormìi tutta la nott. Quand l'è stàa indorment, la pollirœula la va in lett, e la seguita tutta nott:—«O corbatto, corbattin! l'è trìi ann che viaggio, per mare e per terra: ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—A la mattinna a bon'ora, la va in stanza la Reginna:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.[xv]»—Allora la pollirœula, la va debass; e la va ancamò in giardin cont i pûj. Quand l'è stàa mezz dì, la romp il nos. Allora ghe salta fœura ona bellissima carrozzetta d'ora, che la correva attorna per el giardin de per lee.[xvi]Allora tutt'i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis ancamò a la donzella:—«Va on pòo de bass, guarda cossa la fa la pollirœula.»—E la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona carrozzetta che la corr de per lee per el giardin! e tutt i pûj scappen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—Dimandela de sora.»—E la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mi?»—E lee, la dis;—«Nient. Vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—La Reginna, la ghe dis:—«Che cialla che te set! L'è minga mêj che te ciappet di danèe? Ten dòo fin che ten vœut.»—E lee, la pollirœula, la ghe dis:—«Vœuri minga on centesim: vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—El Re, el capiva ch'el stava minga tant ben a bev quella robba là; e lu, inscambi de bevela, l'ha trada via. La Reginna le saveva no. Quand l'è stà indorment, la pollirœula la va in lett e la comincia:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà te.»—Lu, el comincia a fa andà la testa. Lee, la torna on'altra volta a dì l'istess:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—E lu, el se disseda. Lee, la torna a dì on'altra volta; e lu, el dis:—«Ma chi te set?»—E lee, la ghe dis:—«Sont quella tal, che te m'avevet sposàa e pœu te m'hê abandonada.»——Allora lu, el ghe dis:—«Come l'è, che t'hê fàa a vegnì chi?»—Lee, la gh'ha cuntàa tutt come l'è stàa. E lu, el ghe dis:—«Ben, mi faròo finta de dormì, quand che ven la Reginna; e ti leva su. Pœu, la pensaròo mi, bella.»—Lee, la mattina a bon'ora, la va la Reginna in stanza e la ghe dis:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.»—Lee, l'è andada in lett insemma a lu, la Reginna. Dopo lu, el se disseda, el dis:—«Adess, mi levi su, e ti sta pur chì a dormì.»—E lee, la ghe dis;—«Sì; stòo chi on pòo tard, perchè me senti minga ben.»—L'ha lassada indormentà;el gh'ha dàa el fœugh al lett e l'ha brusada in lett. Dopo l'è restada l'altra per soa sposa.
[1]Il Liebrecht annota:—«Vgl. Grimm. K—M. N.º 108Hans mein Igel; und meine Bem. Heid. Iahrb. M.DCCC.LXVIII. S. 308 zu Schneller N.º 21»—È lo stesso argomento della Favola I, Notte II dello Straparola:Galeotto, Re d'Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina de divenuto un bellissimo giovane, fu chiamato Re Porco.Gonzenbach(Op. cit.) XLII.Vom Re Porco,Pitré(Op. cit.)Lu Sirpentie varianti ivi abbreviate. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di Calcinaja:XIV.Sor Fiorante mago, ed anche in parte: XIII.La Cieca(da paragonarsi con la III favola della III notte dello Straparola). Vedi pure nelMalmantile Racquistato, Cantare IV, dalla stanza XXXII in poi. Tutte queste versioni hanno attinenza con l'antica fola di Psiche. Eccone una milanese:
EL CORBATTIN.[i]
Ona volta gh'era on scior e ona sciora, ch'eren marì e mièe: pregaven el Signor, ch'el ghe dass on fiœu. Infin, on dì, gh'è compars in casa on corbattin. On dì, sto corbattin, el comincia a fa tanto de muson[ii]. Lor ghe dimanden cossa el gh'aveva. E lu, el voreva minga dighel. In fin, col seguità a dimandagh, el ghe dis, ch'el voreva tœu mièe. In la cort ghe stava on prestinèe[iii], ch'el gh'aveva tre bêj tosann. Sto scior, el ghe dis al prestinèe, se el voreva dagh ona tosa in sposa per el so corbattin. E lor ghe disen de sì. Come difatti, el l'ha sposada e han faa on gran disnà. Lu, quand l'è fenìi el disnà, el va denter in d'on tond e el seguita a sbatt i al; el ghe fava andà adoss tutt i gott de conza[iv]a la sposa. E la ghe dis:—Guarda, ciall[v], che te m'hè smaggiàa[vi]tutt el vestìi.»—E lu, l'ha ditt nient. A la sera, el va a dormì con la sposa: l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla fin che l'ha fada morì. Dopo lu, la mattina l'è levàa su; e l'è andàa via; e l'è restàa via on sett o vott dì. Dopo el ven a casa e el comincia ancamò a fa tant de muson. I so genitor ghe dimanden cossa el voreva; e lu, el ghe dis ancora, ch'el voreva tœu mièe. E lor gh'han dit ancamò a sto prestinee se el voreva dagh anmò ona tosa per sposa. E lu, el gh'ha ditt de sì. Dopo sposada, han faa ancamò on gran pranz, e lu, el corbattin, el va denter anmò in del tond, sbatt i all e gh'ha faa andà su tutt i gott in del vestìi. E lee, la sposa, la ghe dis:—«Sta quiett, ciall, che te me smagget tutt el vestìi.»—Allora, la sira, el corbattin, l'è andàa a dormì con la sposa, l'ha lassada indormentà e l'ha seguitàa a beccalla,che l'ha fàa morì anca quella. Dopo, lu, a la mattina, el leva su, el va via per on sett o vott dì, e dopo el ven a casa anmò, e el comincia a fà el muson, che el voreva tœu mièe anmò. Allora lor, so pader e soa mander, ghe disen al prestinèe:—«Ve demm ona borsa de danèe, e dènn la vostra tosa per sposa al corbattin.»—E lor, el prestinèe e la tosa, gh'han ditt de sì. Quand l'ha avuda sposada, han fàa on gran disnàa ancamò; e lu, l'è andàa denter ancamò in del tond a sbatt i al. E so pader, el gh'aveva ditt de digh nient. Come difatti a la sera hin andàa a dormìi e el gh'ha fàa nient. L'è vegnùu carnevàa, el gh'ha ditt:—«Varda che mi, diman, passaròo via de la porta vestìi in maschera; e te faròo on basin. Varda ben a dighel a la mamma! perchè, se ti te ghel dirèt:del turlurù sont vegnùu e del turlurù tornaròo andà.»—Come di fatti l'è passàa: el gh'ha fàa on basin. La soa mamma l'ha cominciàa a dì:—«Dimm, chi l'è ch'è stàa che t'ha fàa on basin? Se ti te mel diset minga, gh'el diròo al to corbattin.»—Lee, infin, la ghe l'ha ditt, che l'è stàa el corbattin. L'è passàa on mes, l'è passàa dùu, el corbattin l'è andàa a casa pu. E lee, la s'è imaginada de la parola ch'el gh'aveva ditt. L'ha fàa fa tre para de scarp de fer, e la s'è missa in viagg. In tutt i paes che la passava, la dimandava cunt per andà al paes del Turlulù. Col seguità a viaggià in fin la seguitava a piang e l'ha trovàa ona porta: gh'era ona stria[vii]in mezz e ona fila de tosànn per part. E sta stria, la ghe dimanda:—«Dove l'è chela voria andà, o sposa?»—E lee, la ghe dis:—«vòo al paes del Turlulù.»—E la gh'ha cuntàa quel che l'è success. E la gh'ha dàa ona nizzoeula[viii]a la sposa, sta stria, e on pestonin[ix]; e la gh'ha ditt quand che l'avaria impienìi d'acqua de occ (perchè la piangeva, sta sposa) la trovarà on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià; e quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa la porta, che gh'era ona stria in mezz e ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorii andà, sposa? Dove vì, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E sta stria, la ghe da ona castegna e la gh'ha ditt:—«Tegnìi de cunt sta castegna, che la sarà l'occasion de fav andà insemma al voster corbattin.»—E la gh'ha dàa on alter pestonin; e la gh'ha ditt, quand l'avarìa impienìi d'acqua de occ, la trovaria on'altra porta. Come di fatti, l'ha seguitàa a viaggià. Quand l'è stàa pien el pestonin, l'ha trovàa on'altra tra porta: gh'era ona stria in mezz cont ona fila de tosânn per part. E la ghe dis:—«Dove vorìi andà, sposa?»—La ghe dis:—«Vòo al paes del Turlulù.»—E lee, sta stria, la gh'ha dàa on nôs; e la gh'ha ditt de tegnill de cunt, che sarà l'occasion per andà insemma al corbattin. E la sposa, la ghe dimanda a la stria, se gh'era ancamò on pezz a rivà al paes del Turlulù. E la stria, la gh'ha ditt, che se ved giamò el campanin; e la gh'ha insegnàa la manera come l'aveva de fa per andà a la cort del Re, che l'era po[eu] el so corbattin. Come di fatti, l'è andada a la porta del Re a dimandagh se voreven ciappalla pe fa la donzella.[x]E lor, gh'han ditt che ghen' bisognava no. E lee, l'ha pregàa almen de ciappalla per curà i pûj[xi]: e lor l'han ciappada. On dì l'era in giardin e gh'è vegnùu in ment de romp la nizzœula: e gh'è saltàa fœura ona bellissima rocca d'ora[xii], che la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis a la donzella:—«Guarda on poo quella cialla cosa l'hà fàa, che la fà spaventà tutt i pûj.»—La donzella, la guarda; e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona rocca d'ora che la gh'ha la pollirœula!L'è tant bella, che la spaventa tutt i pûj!»—E la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Nient: solament ona nott a dormì insemma al so marì.»—E la Reginna, la ghe dis:—«Ben, te domiret.»—Lee, a la sira, la gh'ha dàa l'indormentinna[xiii], che l'ha seguitàa a dormì tutta la nott, el marì. Quand l'è stàa indormentìi el corbattin, la pollirœula la va in lett e la seguita tutta nott:—«O corbatto, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra, ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà, te.»—E lu, el s'è mai dessedàa. A la mattina, a bon'ora, ghe va là la Reginna e la ghe dis:—«Fuora, fuora, pellegrina, che l'ha da entrar la bella Regina.»—E lee, la s'è levada su; e l'è andada de bass. Quand l'è stàa el mezz dì, la romp la castegna e salta fœura ona pu bell'aspa[xiv]d'ora; la lusiva tant, che tutt i pûj s'hin miss a scappà. Allora la Reginna la ghe dis a la donzella:—«Va on pòo de bass; cosse l'ha fàa quella cialla?»—Allora la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'on aspa che la gh'ha la pollirœula! La lussis tant che tutt i pûj se spaventen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—«Dimandela de sora.»—E la Reginna, la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mì?»—E lee, la ghe dis:—«Vœuri dorm on'altra nott insemma al so marì.»—Allora la ghe dis:—«Ben, te dormiret.»—La gh'ha dàa ancamò l'indormentinna al marì, che l'ha dormìi tutta la nott. Quand l'è stàa indorment, la pollirœula la va in lett, e la seguita tutta nott:—«O corbatto, corbattin! l'è trìi ann che viaggio, per mare e per terra: ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—A la mattinna a bon'ora, la va in stanza la Reginna:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.[xv]»—Allora la pollirœula, la va debass; e la va ancamò in giardin cont i pûj. Quand l'è stàa mezz dì, la romp il nos. Allora ghe salta fœura ona bellissima carrozzetta d'ora, che la correva attorna per el giardin de per lee.[xvi]Allora tutt'i pûj s'hin miss a scappà. La Reginna, la ghe dis ancamò a la donzella:—«Va on pòo de bass, guarda cossa la fa la pollirœula.»—E la donzella la va de bass, la guarda e la ghe dis:—«Se l'avess de vedè, sura Reginna, che bellezza d'ona carrozzetta che la corr de per lee per el giardin! e tutt i pûj scappen.»—Allora la Reginna, la ghe dis:—Dimandela de sora.»—E la ghe dis a la pollirœula:—«Cosse l'è che te vœuret a dammela a mi?»—E lee, la dis;—«Nient. Vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—La Reginna, la ghe dis:—«Che cialla che te set! L'è minga mêj che te ciappet di danèe? Ten dòo fin che ten vœut.»—E lee, la pollirœula, la ghe dis:—«Vœuri minga on centesim: vœuri dormì on'altra volta insemma al so corbattin.»—El Re, el capiva ch'el stava minga tant ben a bev quella robba là; e lu, inscambi de bevela, l'ha trada via. La Reginna le saveva no. Quand l'è stà indorment, la pollirœula la va in lett e la comincia:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà te.»—Lu, el comincia a fa andà la testa. Lee, la torna on'altra volta a dì l'istess:—«O corbatt, o corbattin, l'è trìi ann che viaggio per mare e per terra; ho stracciato tre paja di scarpe di ferro, per venirti a trovà' te.»—E lu, el se disseda. Lee, la torna a dì on'altra volta; e lu, el dis:—«Ma chi te set?»—E lee, la ghe dis:—«Sont quella tal, che te m'avevet sposàa e pœu te m'hê abandonada.»——Allora lu, el ghe dis:—«Come l'è, che t'hê fàa a vegnì chi?»—Lee, la gh'ha cuntàa tutt come l'è stàa. E lu, el ghe dis:—«Ben, mi faròo finta de dormì, quand che ven la Reginna; e ti leva su. Pœu, la pensaròo mi, bella.»—Lee, la mattina a bon'ora, la va la Reginna in stanza e la ghe dis:—«Fuora, fuora pellegrina, chè ha da entrare la bella Regina.»—Lee, l'è andada in lett insemma a lu, la Reginna. Dopo lu, el se disseda, el dis:—«Adess, mi levi su, e ti sta pur chì a dormì.»—E lee, la ghe dis;—«Sì; stòo chi on pòo tard, perchè me senti minga ben.»—L'ha lassada indormentà;el gh'ha dàa el fœugh al lett e l'ha brusada in lett. Dopo l'è restada l'altra per soa sposa.
[i]Corbattin, ommesso dal Cherubini, val quantoScorbattin, diminutivo diScorbatt, contadinescamenteCorbatt, corvo. Il Liebrecht annota a questa fiaba:—«Eingemischt sind auch Züge aus BASILE's Enleitung und N.º XLIII «Pintosmauto.»—[ii]Muson, grugno, muso lungo.[iii]Prestinèe, fornajo, panicuccolo. Il Cavour, ne' suoi discorsi parlamentari, ha adoperata la parolapristinajo, che è di pretta origine latina, con una metatesi.[iv]Gotta, goccia, gocciola.ConzaoConscia, condimento, salsa, intingolo, broda: quel che ora nel gergo militare pedemontanamente diconbagna.[v]Ciall, sciocco.Ciallafemm.[vi]Smaggià, macchiare.[vii]Stria, plur.strij, strega, maga, fata, fattucchiera, maliarda, magàra (come dice Filippo Finella nellaCintia, favola boschereccia, M.DC.XXVI.....al fin ricorseA la di crudeltà mai sempre pienaMagara Circe, come a sua graditaEt ai disegni suoi fida consorte).femmina fatturaja (come dice il Cieco d'Adria nell'Alteria, A. I, Sc. IV.Eugenia.Che son io incantatrice o qualche feminafatturaja, che con parola pajavich'io possa liberarlo?Volpino.Ben vi è lecitoil farlo.Eugenia.Io non son maga.Volpino.La si fa—da—Gonzaga,la vacca sozza.....[viii]NizzoeulaoNiscioeulaoNiscioeura, nocciuola, avellana.[ix]Pestonin, fiaschetto.Acqua de occ, lagrime.[x]Donzèlla, cameriera.[xi]Pûj, pollo, polli;polliroeula, pollajuola, guardiana de' polli,fille de basse—cour.[xii]Veramente si avrebbe a direòr, e nonora; ma ripeto, io stenografo e non mi fo lecito di correggere nemmanco gli spropositi evidenti.[xiii]Indormentinnaper narcotico, non c'è nel Cherubini.[xiv]Aspa, aspo, naspo.[xv]Dice una canzonella popolare lombardaSe te fusset na ReginnaTe faria incoronà.Ma perchè set contadinnaVa in campagna a lavorà.[xvi]De per lee. Qui, automaticamente.Che la correva de per lee, automatica.
[i]Corbattin, ommesso dal Cherubini, val quantoScorbattin, diminutivo diScorbatt, contadinescamenteCorbatt, corvo. Il Liebrecht annota a questa fiaba:—«Eingemischt sind auch Züge aus BASILE's Enleitung und N.º XLIII «Pintosmauto.»—
[ii]Muson, grugno, muso lungo.
[iii]Prestinèe, fornajo, panicuccolo. Il Cavour, ne' suoi discorsi parlamentari, ha adoperata la parolapristinajo, che è di pretta origine latina, con una metatesi.
[iv]Gotta, goccia, gocciola.ConzaoConscia, condimento, salsa, intingolo, broda: quel che ora nel gergo militare pedemontanamente diconbagna.
[v]Ciall, sciocco.Ciallafemm.
[vi]Smaggià, macchiare.
[vii]Stria, plur.strij, strega, maga, fata, fattucchiera, maliarda, magàra (come dice Filippo Finella nellaCintia, favola boschereccia, M.DC.XXVI.
....al fin ricorse
A la di crudeltà mai sempre pienaMagara Circe, come a sua graditaEt ai disegni suoi fida consorte).
femmina fatturaja (come dice il Cieco d'Adria nell'Alteria, A. I, Sc. IV.
[viii]NizzoeulaoNiscioeulaoNiscioeura, nocciuola, avellana.
[ix]Pestonin, fiaschetto.Acqua de occ, lagrime.
[x]Donzèlla, cameriera.
[xi]Pûj, pollo, polli;polliroeula, pollajuola, guardiana de' polli,fille de basse—cour.
[xii]Veramente si avrebbe a direòr, e nonora; ma ripeto, io stenografo e non mi fo lecito di correggere nemmanco gli spropositi evidenti.
[xiii]Indormentinnaper narcotico, non c'è nel Cherubini.
[xiv]Aspa, aspo, naspo.
[xv]Dice una canzonella popolare lombarda
Se te fusset na ReginnaTe faria incoronà.Ma perchè set contadinnaVa in campagna a lavorà.
[xvi]De per lee. Qui, automaticamente.Che la correva de per lee, automatica.
[2]Veramente la voce propria sarebbegrugnito, chè il porcogrugnisce, ed ilmugolareè del bue: ma le voci degli animali spesso si scambiano. Altre parole adopera Gentile Sermini nella novella de' trogli per le voci de' porci (ma veramente lì si tratta di porci selvatici, ossia cinghiali, che propriamente rugghiarebbero o ruggirebbero):—«Raddoppiava la stizza, onde assai più tartagliavan di prima; per modo che non fa mai zuffa di cani, nè le migliara dell'adunate scotte sul tetto di Camporeggi ove gridando fanno consiglio, nè 'l gracidare dello infinito numero delle ranocchie nel pantano di Grosseto, nè in quel piano le sveglianti cicale, nè i ringhianti porci del Tombolo, ringillando assaltati da lupi, nè di Val di Sora le passere, nè tutti gli stornelli del Paglietto di Massa, nè tutti questi nominati che facessero tanto schiamazzo; ed avendoli insieme raunati in un piano, se a un tratto ognun cantasse suo verso, non v'è dubbio che assai meglio si sarebbono intesi che quei quattro trogli.»—[3]Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola dacalamità, quasi equivalesse acalamitoso, anzichè dacalamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282):D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità, volendolo tolto dalle sue Rime:Così in un tempo istesso ella si fa,Mia calamita e mia calamità.Ma Girolamo Aleandro diceva del verso del Marini:—«Quanto questo leggiadro detto sia differente da quel sciapito de' duo versi tronchi dello Stigliani, ciascun sel vede; perchè altro è il dire, che una donna allettando e tormentando l'amante gli si facciacalamitaecalamità, altro, che alcuno tirandosi sopra tutti gl'infortunî si chiamicalamita d'ogni calamità.»[4]Contenta pertranquilla; come i tedeschi adoperano il loro «zufrieden.»—[5]Anche quil'istessasta peruna somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.[6]Un'ora di notte, un'ora dopo le ventiquattro, alla Italiana antica.[7]Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV delPecorone.—«Giannotto, morto il padre, va a Vinegia, ed è accolto come figliuolo da Messer Ansaldo, ricco mercante. Vago di vedere il mondo, monta sopra di una nave ed entra nel porto di Belmonte. Quel che gli avvenne con una vedova, signora di esso, la quale prometteva di sposar colui che giacendosi con lei n'avesse preso piacere.»—Da questa novella delPecoroneil Crollalanza (così italianamente avrebbe da chiamarsi lo Shakespeare) tolse in parte la favola delMercadante di Vinegia. Vedi:Madonna Lionessa, cantare inedito del secolo XIV, giuntavi una novella del Pecorone (Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1866).[8]Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parolaore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese.Un'ora,due ore,tre ore,dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana.L'una, oil tocco,le due,le tre(antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese;le dodici, mezzogiorno o mezzanotte.—Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice maiun terzo d'oraperventi minuti; com'è bell'uso meridionale.
[2]Veramente la voce propria sarebbegrugnito, chè il porcogrugnisce, ed ilmugolareè del bue: ma le voci degli animali spesso si scambiano. Altre parole adopera Gentile Sermini nella novella de' trogli per le voci de' porci (ma veramente lì si tratta di porci selvatici, ossia cinghiali, che propriamente rugghiarebbero o ruggirebbero):—«Raddoppiava la stizza, onde assai più tartagliavan di prima; per modo che non fa mai zuffa di cani, nè le migliara dell'adunate scotte sul tetto di Camporeggi ove gridando fanno consiglio, nè 'l gracidare dello infinito numero delle ranocchie nel pantano di Grosseto, nè in quel piano le sveglianti cicale, nè i ringhianti porci del Tombolo, ringillando assaltati da lupi, nè di Val di Sora le passere, nè tutti gli stornelli del Paglietto di Massa, nè tutti questi nominati che facessero tanto schiamazzo; ed avendoli insieme raunati in un piano, se a un tratto ognun cantasse suo verso, non v'è dubbio che assai meglio si sarebbono intesi che quei quattro trogli.»—
[3]Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola dacalamità, quasi equivalesse acalamitoso, anzichè dacalamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282):D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità, volendolo tolto dalle sue Rime:
Così in un tempo istesso ella si fa,Mia calamita e mia calamità.
Ma Girolamo Aleandro diceva del verso del Marini:—«Quanto questo leggiadro detto sia differente da quel sciapito de' duo versi tronchi dello Stigliani, ciascun sel vede; perchè altro è il dire, che una donna allettando e tormentando l'amante gli si facciacalamitaecalamità, altro, che alcuno tirandosi sopra tutti gl'infortunî si chiamicalamita d'ogni calamità.»
[4]Contenta pertranquilla; come i tedeschi adoperano il loro «zufrieden.»—
[5]Anche quil'istessasta peruna somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.
[6]Un'ora di notte, un'ora dopo le ventiquattro, alla Italiana antica.
[7]Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV delPecorone.—«Giannotto, morto il padre, va a Vinegia, ed è accolto come figliuolo da Messer Ansaldo, ricco mercante. Vago di vedere il mondo, monta sopra di una nave ed entra nel porto di Belmonte. Quel che gli avvenne con una vedova, signora di esso, la quale prometteva di sposar colui che giacendosi con lei n'avesse preso piacere.»—Da questa novella delPecoroneil Crollalanza (così italianamente avrebbe da chiamarsi lo Shakespeare) tolse in parte la favola delMercadante di Vinegia. Vedi:Madonna Lionessa, cantare inedito del secolo XIV, giuntavi una novella del Pecorone (Bologna, presso Gaetano Romagnoli, 1866).
[8]Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parolaore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese.Un'ora,due ore,tre ore,dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana.L'una, oil tocco,le due,le tre(antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese;le dodici, mezzogiorno o mezzanotte.—Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice maiun terzo d'oraperventi minuti; com'è bell'uso meridionale.
XIII.IL LUCCIO[1].C'era una volta una donna vedova, che aveva una figliola. Dunque, questa donna la trova da maritarsi con un vedovo, che aveva una figliola anche lui; ma quella di lui era bella; ma tanto bella, che non si pole spiegare! Un giorno Sua Maestà era alla finestra. Vede questa bella ragazza. Dice:—«Bella questa ragazza! quanto mi piace!»—Queste due ragazze, una la tesseva e una la faceva cannelli: i cannelli della seta. Dunque, Sua Maestà entra in casa; picchia e va su. Va e dice:—«Io son venuto da me a rivedere questa tela.»—E tutti i giorni, quando gli era quell'ora, Maestà andava in casa; se la bella gli è a tessere, gli dice:—«Bon dì e bon anno a quella che tesse; e bon giorno a chi fa i cannelli.»—La madre che era tanto astiosa (la fortuna, la voleva darla a sua figliola, avete capito?), la la mette a tessere e la bella a fare i cannelli. Eccoti il Re:—«Bon giorno a quella che tesse; e bon dì e bon anno a quella che fa i cannelli.»[2]—Dunque, la pensa, questa donna:—«Aspetta: la voglio mandare dalle fate per lo staccio; così me la mangeranno.»—Eccoti:—«Domattina»—gli dice—«quando avrete fatto quel che avete a fare, dovrete andare dalle mamme per lo staccio; a dire che facciano il piacere di darvi lo staccio.»—«Sissignora, come la comanda.»—La mattina si leva; la fa quel che l'aveva a fare; e la vavia e si mette in cammino. Quando ella ha camminato un pezzo, la trova una vecchina.—«In dove tu vai, poerina?»—«Eh»—dice—«io vo' così e così dalle fate a farmi dare lo staccio.»—«Ah poerina!»—dice—«tu hai da passare de' pericoli, sai? Quando t'hai fatte due altre miglia tu troverai una piazza. Quell'uscio dove c'è quattro finestre, gli è questa la casa. Abbi da sapere che ci sono le scale di vetro: fai adagio, che le non ti si rompino; sali adagino, adagino. Ogni piano tu troverai tutte donne che ti grideranno:Vien quà, poerina! vieni e cercaci, chè si ha tanto pizzicore!E le ti domanderanno quel che tu trovi. Tu troverai, con rispetto, cimici, con rispetto, pidocchi; tutti questi insetti sudici; ma tu devi dire:Perle e diamanti. Quando poi tu sarai su il piano della fata, tu gli dirai:Son venuta per lo staccio.Ma lei, prima di dartelo, ti dirà:Vieni meco, ragazza; vieni con me.La ti condurrà in una stanza, dove sarà piena di cappelli belli e brutti, di vestiti belli e brutti. Là ti domanderà: quale tu vòi? Scegli il più brutto abito e il più brutto cappello. Poi la ti dirà:Sai? quando t'esci fòri dell'uscio, tu sentirai il ciuco che fa: «irrahahn! irrahahn!» Non ti voltare addietro dove tu senti ragliare. Ma quando tu senti fare: «chicchericù!,» vòltati.»—«Grazie, Grazie!»—«Addio!»—«Addio!»—La va via questa donna. E la bambina arriva su questa piazza; e trova l'uscio; e va su; e trova queste donnine.—«Poerina, vien quà! Vieni a cercarci, che s'ha tanto pizzicore.»—Quando la le ha cercate:—«Cosa tu ci trovi?»—«Perle e diamanti»—la dice.—«E perle e diamanti avrai. Addio, sai, poerina, grazie.»—E va via la bambina, e la va su, e picchia. Dice la fata:—Chi è?»—«La m'ha mandato la mamma a prendere lo staccio.»—«Eccoci, eccoci! Poerina,vieni, vieni di quà.»—La conducono in questa stanza dove c'era tutti vestiti: di quà belli e ricamati; di là brutti e stracciati; e i cappelli l'istesso, di quà belli, di là brutti. Gli dicono:—«Quale tu vòi?»—Lei la dice:—«Questo quà»—ma il più brutto, stracciato vestito, e il più brutto cappellaccio. Allora gli dicono:—«No, anzi tu hai da aver questo!»—E gli mettono il più bel vestito, il più bel cappello, perchè trovano che non è superba.—«Oh senti, piccina: tieni, questo è lo staccio. Quando tu esci, fòri dell'uscio, tu sentirai fare:irrhahn! irrhahn!Non ti voltare, sai? Quando tu senti fare:chicchericù!, vòltati allora.»—Eccoti la bambina:—«Grazie, grazie! Addio!»—«Addio.»—La ragazza vien via. Quando l'è all'uscio, sente ragghiare:—«Irrhahn! irrhahn!»—Uhm! la non si volta. Quando la sente fare:—«Chicchericù!»—la si volta e gli viene una stella nel mezzo della testa. Figuratevi che, se era bella, vestita in quella maniera e con quella stella in testa, non si pol dire che bellezza che era codesta! E picchia dalla sua madrigna. La matrigna si affaccia e vede, ahn! quella bella ragazza, e la prende quello staccio:—«Che t'ha ella detto la fata? e che hai tu qui?»—e la gli graffiava la stella. Più che gnene graffiava e più grande la veniva quella stella e più bella: lo credo, eh! Ah, questa donna, disperata dalla rabbia! perchè:—«Il Re»—dice—«ora la piglia davvero!»—Che ti fa? la mattina, dopo che l'ebbero fatto quel che l'avevan da fare, la vi manda la sua delle figliole a portar lo staccio.—«Così»—la penda—«la diverrà bella anche la mia.»—«Sai»—dice—«Domani, quando tu avrai fatto quel che tu hai da fare, ci anderai te a riportare lo staccio.»—«Sì, mamma»—risponde—«ci anderò io.»—Eccoti la mattina, quando l'ha fatto quel che ha da fare,la si veste e la va via con lo staccio. Quando l'ha fatto un pezzo di strada, un pezzetto, la trova una vecchina.—«Ma dove tu vai?»—«Vo' a riportare lo staccio alla fata.»—«Ma ora c'è di molto da camminare ancora.»—«Appunto,»—dice—«questa gita non la farei io.»—«Tu troverai»—dice la vecchina—«una piazza con un palazzetto di quattro finestre: gli è appunto il palazzo della fata. Ma fa adagio, sai? c'è le scale di vetro;»—gli dice l'istesso come all'altra.—«Dopo che tu hai salito, troverai delle donne che ti chiameranno a cercare e ti domanderanno dopo:Icchè tu trovi?Tu hai a dire: «Perle e diamanti.»—«Sì, sì.»—La vecchina gli dice tutto l'istesso come a quell'altra e poi:—«Addio!»—«Addio!»—La ragazza la va via, arriva a questa casa e sale. E principia, bruntuntun, bruntuntun, a salire; e spezza tutte le scale, le rompe. Salite le scale, la trova un uscio:—«Vien qua, poerina, vieni a cercarci.«—«Sì, pare che sia venuta a cercarvi! Cercatevi voi; io non vi vo' cercare!»—Ma poi la si mette a cercarle. Dicono:—«Cosa trovi?»—La risponde lei, con rispetto:—«Cimici e pidocchi.»—la gli dice.—«E cimici e pidocchi avrai»—gli rispondono. La va su, proprio dalla fata, picchia.—«Chi è?»—«Se m'ha mandato la mamma a riportar lo staccio!»—«Brava! passa passa, vieni bambina.»—E la conduce nella stanza di questi vestiti, di questi cappelli.—«Quale tu voi di questi?»—dice la fata—«Guardali bene.»—Lei la va e sceglie il più bel vestito ed il più bel cappello.—«No»—dice la fata—vieni. Anzi tu devi aver questo.»—Gli mettono un vestito tutto stracciato e un bertuccio in capo.—«Senti: quando tu sortirai dell'uscio, tu sentirai il gallo che canta; non ti voltare. Ma quando tu senti fare:ihahn! ihahn!allora vòltati. Addio.»—«Addio!»—Ela vien via. Quando l'è all'uscio, sente fare:—«Cucchericù!»—e lei non si volta, cheh! Quando sente fare:—«Ihahn! ihahn!»—si volta e gli vien la coda dell'asino in mezzo la fronte. Gli era brutta, mah! non gli era guardabile! gli era impossibile esser più brutta.[3]E vien via e viene a casa da su' madre e picchia. Sua madre la s'affaccia e vede questo spettacolo della figliola con un pezzo di coda, figuratevi! in mezzo della testa. Più che gnene strappava e gnene tagliava e più lunga che la veniva. Ah! tutt'arrabbiata, la teneva la bella proprio per servaccia, la mandava al mercato, al bucato, l'affaticava, la strapazzava, per vedere se gli moriva. Un giorno la va al mercato e compra de' lucci. In mentre che la li ammazza, un di quei lucci gli dice:—«Non mi ammazzare! Buttami nella vaschettina»—dice. Questa ragazza la prende il luccio come gli dice, va nell'orticino e lo butta nella vaschettina.[4]Tutti i giorni Sua Maestà vedendo questa gran bella ragazza, Sua Maestà tutti i giorni torna a far visita, a vedere la tela e tutto quello che c'era da vedere.—«Oh sentite»—la dice un giorno alla madrigna—«o che vogliate o che non vogliate, vostra figlia io la voglio per isposa.»—Questa donna la s'ebbe da accordare, gua'. Come fareste a dir di no ad un Re quand'egli vole?—«Oh sentite, io»—dice il Re—«appena che io ho dato l'anello, io parto subito per fare un viaggio di molti mesi.»—Lei la gli dice:—«Bisognerà pensarci a questo viaggio»—dice la madre:—«perchè è così delicata, bisognerà ordinare tutta una carrozza di ferro; perchè in via, dell'aria, in questo viaggio, non gli faccia male, via.»—Eccoti subito, ordinata la carrozza: figuratevi, ordinata e fatta, la fu tutt'una. Bella e finita che la fu la carrozza, eccoti il giorno dopo che ci fu lo sposalizio: uno scialo! Dopo che gliè corso l'anello, vanno al palazzo per i rinfreschi, sapete, dopo lo sposalizio, cose grandi! Eccoti lei la si ricorda del luccino: la sa che l'ha a partire e la si ricorda del luccino. Va nell'orticino e la lo chiama:—«Luccino!»—e lui viene.—«Io vo' via, sai?»—«Lo so, lo so. Levami di qui e mettimi nel lago.»—Eccoti lei lo chiappa, esce fuori della porta e lo butta via, in dove gli aveva detto—«Addio!»—Addio! noi ci rivedremo»—gli dice il luccino.—«Bada, tu sarai tradita.»—E lei la ritorna di quà dallo sposo. La vecchia la va e prende la sua figliola, la brutta, e la nasconde da un tino; e la dice alla bella:—«Sapete, quando noi si sarà da un pezzo di strada, dovete dire:I' ho voglia d'orinare; così mi fate piacere.»—Vengon via dal palazzo. Dice la Regina:—«Avrei voglia di fare qualcosa.»—Il Re dà ordine, fa fermare la carrozza. La madrigna la smonta anch'ella e la mena la bella là da il tino. La gli leva gli occhi, l'alza questo tino e la mette dentro; e gli aveva dato in mano gli occhi, dicendo:—«Tieni, metteli in tasca.»—Piglia la brutta ch'era di sotto il tino e l'alza in carrozza. Appena entrata in carrozza, principiano tutti i gatti, dietro la carrozza:—«Gnau, gnaulino! La bella è sotto il tino, la brutta va in carrozza e il diavolo se la porta.»—Allora il Re principia:—«Andate a vedere con questi gatti, cosa c'è sotto il tino.»—E lei non voleva, la madre, la non voleva. Vanno a vedere a il tino, l'alzano e trovano questa bella donna, ma l'aveva levati gli occhi. La gli dice, ai servitori:—«Accompagnatemi a il fiume, fatemi il piacere, accompagnatemi a il fiume, me li voglio lavare questi occhi.»—Quando è per entrare nel fiume, eccoti il Luccio e gli dice:—«Bàgnati così con quest'acqua e poi mettiti l'occhio; e così da quell'altra parte: e vedi che gli occhi ti tornano tutti edue.»—Eccoti lei la si bagna come gli han detto e gli si riattaccan gli occhi come eran prima. Dice il luccio:—«Quand'ora tu torni addietro, fai levare quelle due scimmie di tua madre e di tua sorella, e per ordine mio falle mettere dentro a questo tino che nessuno gli dia aiuto. Poi torna a prender me e poi quando tu siei a casa, buttami nella tua vasca del giardino.»—Eccoti la va via, la va alla carrozza. La madre gli aveva ficcato la brutta in carrozza. Il Re vede apparire in vece dei servitori soli, la sua sposa anch'essa, e si vede una sposa in carrozza e una in istrada; due non ne poteva avere! Allora la gli dice, lei:——«Prima d'entrare in carrozza io voglio una grazia da voi, Maestà; che prima di entrare io in carrozza, sian prese queste due maligne donne e sian poste sotto il tino dove stava io: altrimenti, non vi conosco più.»—Eccoti subito levate queste due donne e messe dentro a questo tino, serrate a lucchetto, che nessuno ci potesse andare a dargli ajuto. Lei torna addietro, la prende il suo luccino, entra in carrozza, e via. Ora lo tiene addosso, quando l'è a casa lo butta nella vasca. Dice Maestà:—«Briccona! maraviglia che la volse la carrozza tutta di ferro! Mi voleva ficcar la figliola! Se faceva una carrozza tutta di cristallo, si vedeva! Traditora, ora comprendo quanto era maligna.»—Arrivarono al suo posto di Sua Maestà. Figuratevi!—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—chi di qua, chi di là; feste da tutte le parti. La prese il suo luccino e lo buttò nella sua vasca e tutti i giorni l'andava a discorrer con lui.—«Vedi se fu bene che tu non m'ammazzassi?»—gli dice il luccino.—«Se non era io, tu eri morta chi sa da quanto!»—Eh di certo, gua'; perchè pare che questi gattini fossero per effetto del luccino. Il luccino poi, dopo degli anni, venne a morte; e lei, la gli fece una campana tutta dicristallo e contornata di pietre preziose e la teneva nel salotto bono. E così è finita. Stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.NOTE[1]Pentamerone, Giorn. III, Trattenimento X:Le tre fate:—«Cecella, maletrattata da la matreja, è regalata da tre fate. Chella 'mmediosa nce manna la figlia che ne riceve scuorno. Pe' la quale cosa mannata la figliastra a guardare puorce, sse ne 'nnamora 'no gran signore; ma pe' malizia della matreja, l'è dato 'ncagno la figlia brutta, e lassa la figliastra dint'a 'na votte pe' la scaudare. Lo segnore scopre lo trademiento: nce mette la figlia. Vene la matreja, la sporpa co' l'acqua cauda e scopierto l'arrore, ss'accide.»—La nostra fiaba ha inoltre molti punti di somiglianza con la terza favola della terza notte dello Straparola:—«Biancabella, figliuola di Lamberico, marchese di Monferrato, viene mandata dalla matrigna di Ferrandino Re di Napoli ad uccidere. Ma gli servi le troncano le mani, e le cavano gli occhi; e per una biscia viene reintegrata e a Ferrantino ritorna.»—Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano da Calcinaja; I. La bella e la brutta. Cf.Pitrè(Op. cit.)La figghia di Biancuciuri, Ciciruni, Burdilluni, Li dui soru(Lezioni tutte, nelle quali questa fiaba è più o men confusa con l'altra di cui diamo una versione fiorentina nella presente raccolta sotto il titolo d'Oraggio e Bianchinetta) soprattuttoLXIII. La Mammadraa. Vedi anche la fiaba della presente raccolta, intitolata:La bella CaterinaossiaNovella de' Gatti. Ecco una lezione milanese del Racconto.EL SIDELLINOna volta gh'era ona mamma e la gh'aveva dò tosanett: vunna l'era cattiva e l'altra l'era bonna comè. Ma la mader, la ghe voreva pusèe ben a la cattiva, che a la bonna. Ven, che on dì la ghe dis a quella cattiva:—«Và a cavà on sidellin[i]de acqua.»—Quella cattiva, la ghe vœur minga andà, la desobediss[ii]a la soa mamma; e quella bonna, la dis:—«Sa! che andaroo mi, andaroo mi a cavalla.»—La va a cavà l'acqua, ghe borla giò[iii]el sidellin in del pozz. Lee, la dis:—«Adess vòo a cà senza el sidellin, chi sa la mia mader cosa la me fa!»—La và giò in del pozz, e la trœuva come ona stretta[iv]che gh'era di uss; e la picca a on uss:—«Minga trovàa pess e pessin[v], corda e sidellin?»—Là gh'era on sant; el dis:—«No, la mia tosa.»—La va innanz e la trœuva on alter uss:—«Minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No!»—Quell là l'era el ciappin[vi], le rispond rabbiàa, perchè l'era ona bonna tosa; el ghe dis minga:—«La mia tosa.»—Lee, la picca in d'on alter uss:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—Gh'era la Madonna e la ghe dis:—«Sì, la mia tosa. Sent, te podarisset famm piasèe a fermatt chì intrettant che mi voo via. Mi gh'hoo chi el me fiolin, che te ghe darèe la suppa[vii]; te scovaret, te faret tutt i robb de cà. E mi vegnaròo a cà, te daròo el to sidellin.»—La Madonna, la va via, e lee, la se mett adrèe a fà tutt i robb de cà, la ghe dà la suppa al fiolin, la scova; e in del scovà, invece de trovà rud[viii], la trovava di coraj, di robb bellissem, insomma robbafinna. Lee, la vedeva che l'è minga ruff, e l'ha mess là da ona part, per quand vegneva la Madonna per daghel. La ven a cà e la ghe dis:—«T'hê fàa tutt quell che t'hoo ditt?»—E lee, la dis:—«Sì, ma che la guarda sta robba chì, l'hoo trovàda per terra, l'è minga rud.»—«Ben, tegnela per tì. Te vœut el vestìi de percall o on vestìi de seda?»—E lee le dis:—«No, no, on vestìi de percall.»—E la Madonna invece la ghe da quell de seda.—«Te vœut on didàa de lotton[ix]o on didàa d'argent?»—«Me le daga de lotton.»—«No, tel dòo d'argent. Tœu, quest chì l'è el sidellin e la toa corda. Quand te set in fin de sto coridor[x]chì, guarda per aria.»—Lee, la guarda per aria e ghe ven giò ona bella stella in front. La và a cà; e la soa mamma, la ghe cor a la contra per criagh, perchè l'è stada via on pezz; e la fa per dagh di bott, e la ved che la gh'ha ona stella in front, che la lusiva che l'era ona bellezza; e la ghe dis:—«In dove te see stada fin adess? chi l'è che t'ha miss quella robba lì?»—Lee, la dis:—«Mi sòo minga cosse l'è che gh'hoo.»—La mader, la fa per lavaghela via: invece d'andà via, la ven pusèe bella. La ghe cunta cosse l'è che gh'era success. Allora, l'altra sorella, la vœur andà anca lee. La va via e la fa l'istess, come l'ha fàa soa sorella. L'ha lassàa anda giò el sidellin. La va giò, la picca a l'uss anca lee del sant:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No, la mia tosa.»—La va in de l'alter uss; la picca:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—El ciappin:—«No; l'hoo minga trovà; ma ven chì la mia tosetta, ven chì.»—Ma lee, la sent che l'haminga trovaa el so sidellin e la ghe dis:—«No, no, vòo innanz.»—La picca a l'uss de la Madonna:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—La Madonna, la ghe dis de sì:—«Guarda che mi voo via; te ghe darèe la suppa al mè fiœu e pœu te scovaret. Quand tornaroo a cà, te daròo el to sidellin.»—La suppa, invece de daghela al fiœu, l'ha mangiàda lee.—«Oh!»—la dis—«come l'era bonna!»—La scova e la trœva tanto rud.—«Oh povera mi! Ma la mia sorella, l'ha trovàa tanti bej robb!»—Ven a cà la Madonna:—«T'hè fàa quel che t'hoo dìtt?»—«Sì.»—«Te vœut el didàa de lotton o quell d'argent?»——«Oh! el vuj d'argent!»—Lee, ghe dà quell de lotton.—«Te vœut el vestìi de percall o quell de seda?—«Che me le daga de seda.»—E lee, la gh'ha dàa quell de percall.—«Tœu, quest chi l'è el to sidellin e la toa corda. Quand te sèe fœura de chi, guarda per aria.»—Quand l'è stada fœura, la guarda per aria, ghe ven propi sul front ona boascia, che ghe sporca tutta la faccia e ven giò tutta la brœuda[xi]. La va a cà tutta rabbiada a piang, a tœulla cont la so sorella perchè lee la gh'aveva la stella e lee invece la gh'aveva quella porcaria lì sulla faccia. La soa mamma, la s'è missa adrèe a lavagh la faccia, a fregà via; e la maggia l'ha minga voruu andà via; sta boascia l'andava minga via. E allora, la mader, la dis:—«Capissi, che la Madonna l'ha fàa per famm vedè, che mi ami quella cattiva e trascuri quella bonna.»—[i]Sidellin, secchiolino.Sidellm. eSiddella, f. secchio, secchia. (Ed il vocabolo italiano ed il termine meneghinesco vengono dasitulaesitellalatino). In napolitano, anche da un ètimo latino, si dicecato.[ii]Il Cherubini non ha chedesubedì; ma la mia fabulatrice dicevadesobedì.[iii]Borlà giò, tombolar giù.Firenzuola.Asino d'oro, Libro V:—«Nè mi parrà mai esser donna, nè viver certamente, insino a tanto ch'io non la fo tombolar giù di tanta felicità.»—[iv]Strettanel Cherubini c'è solo come termine musicale:la stretta del finale. Egli però registraStreccia(ch'è forma più ambrosiana del vocabolo) nel senso dichiasso,vicolo, ch'è appunto quello che ha quiStretta.—Streccia del lett,strecciœura, stretta del letto, stradetta, stradella, tramezza.[v]Pess e pessin, pesce e pesciolino. Ci son per la rima, m'immagino.[vi]Ciappin, valedemonio,fistolo. Così pure ilChiappinoin dialetto napoletano. Difatti ho trovato nella VII ottava del XVIII canto dellaGerusalemmedel superboFasano(superboil chiama il Redi nel suo Ditirambo):Ma pe' mmo' non faje fede, ca staje chinoComm'uovo e te grelleja 'ncuollo chiappino.—«Non piaci o non sei accetto al signore Iddio, perchè stai pieno come uovo e ti salta addosso il demonio.»—[vii]Suppa. Zuppa, suppa.Che vendetta di dio non teme suppe. Sarà ridicolo il vederne l'origine nelpasanscrito (bere) col prefissosu(bene)?[viii]Rud,ruffe ancheru. Spazzatura, scoviglia, immondezza. Concio, letame, Sudiciume, loja, porcheria. Forfora. In una variante, la Madonna si fa pettinare dalla buona fanciulla e le cadono dal capo perle e gemme; poi, quando la pettina la cattiva, le piovono da capegli pidocchi e cimici. Così Adone sorprende Falsirena (Adone, XII, 171)Trovò che allora appunto avea disfattaLa trecciatura del bel crine aurato,E con l'avorio de la mano intattaPur d'avorio movea rastro dentato.Piovon perle dall'oro, e, mentre il tratta.Semina di ricchezze il verde prato.Mentre i biondi capei pettina e tergeTutto di gemme il suol vicino asperge.[ix]Ditale, come inesattamente dicon molti, ossia, anello da cucire di ottone.[x]Manca nel Cherubini, il quale ha peròcorideraecorridera, femminili; e nelleGiunte e correzionial IV volume ancheCorridor, maschile, ma solo con duerr.[xi]Boasciaobovascia, Meta, bovina, buina, vaccina, sterco di bue.Brœuda, broda, fanghiglia, poltiglia.[2]Tratto frequente nelle fiabe. Una pomiglianese comincia così:—«Nce stevano 'na vota tre figliuole e l'urtima 'e cheste ssi chiammava Viola. Tutt'e tre faticavane; ma 'a primma filava, 'a siconda tesseva e 'a terza cuseva. 'O figlio d''o Re ssi n'ammuravo; e sempe ca passava riceva:—Quanto è bella chella cu fila; quanto è cchiu bella chella cu tesse; ma quanto è cchiu bella chella cu cose! Mme cose 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore n'avevane 'mmiria e pi' dispietto 'a mittettere a filà'. Passava 'o figlio d'o Re e ricette:Quanto è bella chella cu tesse, quanto è cchiu bella chella cu cose; ma guanto è cchiù bella chella cu fila! Mme fila 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore 'a mittettere a tessere; ma 'o figlio d''o Re pure accussì diceva e sempe cu' Viola aveva.»—[3]A proposito di questi due segnali diversi, piovuti dal cielo, trascriverò qui un brano della scena III dell'Atto II degliAmorosi Affanni, tragicomedia pastorale d'Andreano de' Ruggieri d'Atripalda (MDCXLIV).TRISINDO.Nacque l'empia GirascaFiglia d'Erpauro, che di notte IlgiglioE seco Arcaldo mi furò, malvagia,Per farne un sacrificio al Re de l'ombre.SILVIA.Et onde nacque in lei tanto aspra voglia?TRISINDO.Perchè Girasca avea nel sen d'un rospo,E di Cleante i figli avean nel pettoIl segno d'una stella. E sul MateseDargli morte volea con un suo dardo;Per quel che poi mi raccontò Sirenio,—ecc. ecc.[4]Di pesci riconoscenti ce ne ha in parecchie fiabe e novellette. Ricorderò lo Straparola, Notte III. Favola L (Cf.Pentamerone, Giornata I. Trattenimento IIIPeruonto)—«Pietro Pazzo, per virtù d'un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio, e piglia Luciana figliuola di Luciano in moglie...»—Ecco come il novellator da Caravaggio narra il primo dialogo fra 'l pazzo ed il tonno:—«Il poverello un giorno prese un grande e grosso pesce da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentì tanta allegrezza, che 'l se n'andava saltellando e gridando per lo lito:Cenerò pur con la mia madre!et andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso e non poter fuggire, disse a Pietro Pazzo:Deh, fratello mio, pregoti in cortesia, che tu mi doni la vita. Come mangiato mi avrai, quale altro benefizio da me conseguir potrai? ma se tu da morte mi camperai, forse che un giorno io ti potrei giovare.Ma il buon Pietro, che aveva più bisogna di mangiare che di parole, voleva pure al tutto ponerselo in ispalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo offrendogli di dargli tanto pesce quanto egli desiderava avere. Et appresso questo gli promise di concedergli ciò ch'egli addimanderebbe. Pietro che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, si contentò da morte liberarlo. E tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse che lo gettò nel mare; ecc., ecc.»—Confronta anche con l'altra Fiaba della presente raccolta:Il Mago dalle sette teste.
IL LUCCIO[1].
C'era una volta una donna vedova, che aveva una figliola. Dunque, questa donna la trova da maritarsi con un vedovo, che aveva una figliola anche lui; ma quella di lui era bella; ma tanto bella, che non si pole spiegare! Un giorno Sua Maestà era alla finestra. Vede questa bella ragazza. Dice:—«Bella questa ragazza! quanto mi piace!»—Queste due ragazze, una la tesseva e una la faceva cannelli: i cannelli della seta. Dunque, Sua Maestà entra in casa; picchia e va su. Va e dice:—«Io son venuto da me a rivedere questa tela.»—E tutti i giorni, quando gli era quell'ora, Maestà andava in casa; se la bella gli è a tessere, gli dice:—«Bon dì e bon anno a quella che tesse; e bon giorno a chi fa i cannelli.»—La madre che era tanto astiosa (la fortuna, la voleva darla a sua figliola, avete capito?), la la mette a tessere e la bella a fare i cannelli. Eccoti il Re:—«Bon giorno a quella che tesse; e bon dì e bon anno a quella che fa i cannelli.»[2]—Dunque, la pensa, questa donna:—«Aspetta: la voglio mandare dalle fate per lo staccio; così me la mangeranno.»—Eccoti:—«Domattina»—gli dice—«quando avrete fatto quel che avete a fare, dovrete andare dalle mamme per lo staccio; a dire che facciano il piacere di darvi lo staccio.»—«Sissignora, come la comanda.»—La mattina si leva; la fa quel che l'aveva a fare; e la vavia e si mette in cammino. Quando ella ha camminato un pezzo, la trova una vecchina.—«In dove tu vai, poerina?»—«Eh»—dice—«io vo' così e così dalle fate a farmi dare lo staccio.»—«Ah poerina!»—dice—«tu hai da passare de' pericoli, sai? Quando t'hai fatte due altre miglia tu troverai una piazza. Quell'uscio dove c'è quattro finestre, gli è questa la casa. Abbi da sapere che ci sono le scale di vetro: fai adagio, che le non ti si rompino; sali adagino, adagino. Ogni piano tu troverai tutte donne che ti grideranno:Vien quà, poerina! vieni e cercaci, chè si ha tanto pizzicore!E le ti domanderanno quel che tu trovi. Tu troverai, con rispetto, cimici, con rispetto, pidocchi; tutti questi insetti sudici; ma tu devi dire:Perle e diamanti. Quando poi tu sarai su il piano della fata, tu gli dirai:Son venuta per lo staccio.Ma lei, prima di dartelo, ti dirà:Vieni meco, ragazza; vieni con me.La ti condurrà in una stanza, dove sarà piena di cappelli belli e brutti, di vestiti belli e brutti. Là ti domanderà: quale tu vòi? Scegli il più brutto abito e il più brutto cappello. Poi la ti dirà:Sai? quando t'esci fòri dell'uscio, tu sentirai il ciuco che fa: «irrahahn! irrahahn!» Non ti voltare addietro dove tu senti ragliare. Ma quando tu senti fare: «chicchericù!,» vòltati.»—«Grazie, Grazie!»—«Addio!»—«Addio!»—La va via questa donna. E la bambina arriva su questa piazza; e trova l'uscio; e va su; e trova queste donnine.—«Poerina, vien quà! Vieni a cercarci, che s'ha tanto pizzicore.»—Quando la le ha cercate:—«Cosa tu ci trovi?»—«Perle e diamanti»—la dice.—«E perle e diamanti avrai. Addio, sai, poerina, grazie.»—E va via la bambina, e la va su, e picchia. Dice la fata:—Chi è?»—«La m'ha mandato la mamma a prendere lo staccio.»—«Eccoci, eccoci! Poerina,vieni, vieni di quà.»—La conducono in questa stanza dove c'era tutti vestiti: di quà belli e ricamati; di là brutti e stracciati; e i cappelli l'istesso, di quà belli, di là brutti. Gli dicono:—«Quale tu vòi?»—Lei la dice:—«Questo quà»—ma il più brutto, stracciato vestito, e il più brutto cappellaccio. Allora gli dicono:—«No, anzi tu hai da aver questo!»—E gli mettono il più bel vestito, il più bel cappello, perchè trovano che non è superba.—«Oh senti, piccina: tieni, questo è lo staccio. Quando tu esci, fòri dell'uscio, tu sentirai fare:irrhahn! irrhahn!Non ti voltare, sai? Quando tu senti fare:chicchericù!, vòltati allora.»—Eccoti la bambina:—«Grazie, grazie! Addio!»—«Addio.»—La ragazza vien via. Quando l'è all'uscio, sente ragghiare:—«Irrhahn! irrhahn!»—Uhm! la non si volta. Quando la sente fare:—«Chicchericù!»—la si volta e gli viene una stella nel mezzo della testa. Figuratevi che, se era bella, vestita in quella maniera e con quella stella in testa, non si pol dire che bellezza che era codesta! E picchia dalla sua madrigna. La matrigna si affaccia e vede, ahn! quella bella ragazza, e la prende quello staccio:—«Che t'ha ella detto la fata? e che hai tu qui?»—e la gli graffiava la stella. Più che gnene graffiava e più grande la veniva quella stella e più bella: lo credo, eh! Ah, questa donna, disperata dalla rabbia! perchè:—«Il Re»—dice—«ora la piglia davvero!»—Che ti fa? la mattina, dopo che l'ebbero fatto quel che l'avevan da fare, la vi manda la sua delle figliole a portar lo staccio.—«Così»—la penda—«la diverrà bella anche la mia.»—«Sai»—dice—«Domani, quando tu avrai fatto quel che tu hai da fare, ci anderai te a riportare lo staccio.»—«Sì, mamma»—risponde—«ci anderò io.»—Eccoti la mattina, quando l'ha fatto quel che ha da fare,la si veste e la va via con lo staccio. Quando l'ha fatto un pezzo di strada, un pezzetto, la trova una vecchina.—«Ma dove tu vai?»—«Vo' a riportare lo staccio alla fata.»—«Ma ora c'è di molto da camminare ancora.»—«Appunto,»—dice—«questa gita non la farei io.»—«Tu troverai»—dice la vecchina—«una piazza con un palazzetto di quattro finestre: gli è appunto il palazzo della fata. Ma fa adagio, sai? c'è le scale di vetro;»—gli dice l'istesso come all'altra.—«Dopo che tu hai salito, troverai delle donne che ti chiameranno a cercare e ti domanderanno dopo:Icchè tu trovi?Tu hai a dire: «Perle e diamanti.»—«Sì, sì.»—La vecchina gli dice tutto l'istesso come a quell'altra e poi:—«Addio!»—«Addio!»—La ragazza la va via, arriva a questa casa e sale. E principia, bruntuntun, bruntuntun, a salire; e spezza tutte le scale, le rompe. Salite le scale, la trova un uscio:—«Vien qua, poerina, vieni a cercarci.«—«Sì, pare che sia venuta a cercarvi! Cercatevi voi; io non vi vo' cercare!»—Ma poi la si mette a cercarle. Dicono:—«Cosa trovi?»—La risponde lei, con rispetto:—«Cimici e pidocchi.»—la gli dice.—«E cimici e pidocchi avrai»—gli rispondono. La va su, proprio dalla fata, picchia.—«Chi è?»—«Se m'ha mandato la mamma a riportar lo staccio!»—«Brava! passa passa, vieni bambina.»—E la conduce nella stanza di questi vestiti, di questi cappelli.—«Quale tu voi di questi?»—dice la fata—«Guardali bene.»—Lei la va e sceglie il più bel vestito ed il più bel cappello.—«No»—dice la fata—vieni. Anzi tu devi aver questo.»—Gli mettono un vestito tutto stracciato e un bertuccio in capo.—«Senti: quando tu sortirai dell'uscio, tu sentirai il gallo che canta; non ti voltare. Ma quando tu senti fare:ihahn! ihahn!allora vòltati. Addio.»—«Addio!»—Ela vien via. Quando l'è all'uscio, sente fare:—«Cucchericù!»—e lei non si volta, cheh! Quando sente fare:—«Ihahn! ihahn!»—si volta e gli vien la coda dell'asino in mezzo la fronte. Gli era brutta, mah! non gli era guardabile! gli era impossibile esser più brutta.[3]E vien via e viene a casa da su' madre e picchia. Sua madre la s'affaccia e vede questo spettacolo della figliola con un pezzo di coda, figuratevi! in mezzo della testa. Più che gnene strappava e gnene tagliava e più lunga che la veniva. Ah! tutt'arrabbiata, la teneva la bella proprio per servaccia, la mandava al mercato, al bucato, l'affaticava, la strapazzava, per vedere se gli moriva. Un giorno la va al mercato e compra de' lucci. In mentre che la li ammazza, un di quei lucci gli dice:—«Non mi ammazzare! Buttami nella vaschettina»—dice. Questa ragazza la prende il luccio come gli dice, va nell'orticino e lo butta nella vaschettina.[4]Tutti i giorni Sua Maestà vedendo questa gran bella ragazza, Sua Maestà tutti i giorni torna a far visita, a vedere la tela e tutto quello che c'era da vedere.—«Oh sentite»—la dice un giorno alla madrigna—«o che vogliate o che non vogliate, vostra figlia io la voglio per isposa.»—Questa donna la s'ebbe da accordare, gua'. Come fareste a dir di no ad un Re quand'egli vole?—«Oh sentite, io»—dice il Re—«appena che io ho dato l'anello, io parto subito per fare un viaggio di molti mesi.»—Lei la gli dice:—«Bisognerà pensarci a questo viaggio»—dice la madre:—«perchè è così delicata, bisognerà ordinare tutta una carrozza di ferro; perchè in via, dell'aria, in questo viaggio, non gli faccia male, via.»—Eccoti subito, ordinata la carrozza: figuratevi, ordinata e fatta, la fu tutt'una. Bella e finita che la fu la carrozza, eccoti il giorno dopo che ci fu lo sposalizio: uno scialo! Dopo che gliè corso l'anello, vanno al palazzo per i rinfreschi, sapete, dopo lo sposalizio, cose grandi! Eccoti lei la si ricorda del luccino: la sa che l'ha a partire e la si ricorda del luccino. Va nell'orticino e la lo chiama:—«Luccino!»—e lui viene.—«Io vo' via, sai?»—«Lo so, lo so. Levami di qui e mettimi nel lago.»—Eccoti lei lo chiappa, esce fuori della porta e lo butta via, in dove gli aveva detto—«Addio!»—Addio! noi ci rivedremo»—gli dice il luccino.—«Bada, tu sarai tradita.»—E lei la ritorna di quà dallo sposo. La vecchia la va e prende la sua figliola, la brutta, e la nasconde da un tino; e la dice alla bella:—«Sapete, quando noi si sarà da un pezzo di strada, dovete dire:I' ho voglia d'orinare; così mi fate piacere.»—Vengon via dal palazzo. Dice la Regina:—«Avrei voglia di fare qualcosa.»—Il Re dà ordine, fa fermare la carrozza. La madrigna la smonta anch'ella e la mena la bella là da il tino. La gli leva gli occhi, l'alza questo tino e la mette dentro; e gli aveva dato in mano gli occhi, dicendo:—«Tieni, metteli in tasca.»—Piglia la brutta ch'era di sotto il tino e l'alza in carrozza. Appena entrata in carrozza, principiano tutti i gatti, dietro la carrozza:—«Gnau, gnaulino! La bella è sotto il tino, la brutta va in carrozza e il diavolo se la porta.»—Allora il Re principia:—«Andate a vedere con questi gatti, cosa c'è sotto il tino.»—E lei non voleva, la madre, la non voleva. Vanno a vedere a il tino, l'alzano e trovano questa bella donna, ma l'aveva levati gli occhi. La gli dice, ai servitori:—«Accompagnatemi a il fiume, fatemi il piacere, accompagnatemi a il fiume, me li voglio lavare questi occhi.»—Quando è per entrare nel fiume, eccoti il Luccio e gli dice:—«Bàgnati così con quest'acqua e poi mettiti l'occhio; e così da quell'altra parte: e vedi che gli occhi ti tornano tutti edue.»—Eccoti lei la si bagna come gli han detto e gli si riattaccan gli occhi come eran prima. Dice il luccio:—«Quand'ora tu torni addietro, fai levare quelle due scimmie di tua madre e di tua sorella, e per ordine mio falle mettere dentro a questo tino che nessuno gli dia aiuto. Poi torna a prender me e poi quando tu siei a casa, buttami nella tua vasca del giardino.»—Eccoti la va via, la va alla carrozza. La madre gli aveva ficcato la brutta in carrozza. Il Re vede apparire in vece dei servitori soli, la sua sposa anch'essa, e si vede una sposa in carrozza e una in istrada; due non ne poteva avere! Allora la gli dice, lei:——«Prima d'entrare in carrozza io voglio una grazia da voi, Maestà; che prima di entrare io in carrozza, sian prese queste due maligne donne e sian poste sotto il tino dove stava io: altrimenti, non vi conosco più.»—Eccoti subito levate queste due donne e messe dentro a questo tino, serrate a lucchetto, che nessuno ci potesse andare a dargli ajuto. Lei torna addietro, la prende il suo luccino, entra in carrozza, e via. Ora lo tiene addosso, quando l'è a casa lo butta nella vasca. Dice Maestà:—«Briccona! maraviglia che la volse la carrozza tutta di ferro! Mi voleva ficcar la figliola! Se faceva una carrozza tutta di cristallo, si vedeva! Traditora, ora comprendo quanto era maligna.»—Arrivarono al suo posto di Sua Maestà. Figuratevi!—«Evviva gli sposi! evviva gli sposi!»—chi di qua, chi di là; feste da tutte le parti. La prese il suo luccino e lo buttò nella sua vasca e tutti i giorni l'andava a discorrer con lui.—«Vedi se fu bene che tu non m'ammazzassi?»—gli dice il luccino.—«Se non era io, tu eri morta chi sa da quanto!»—Eh di certo, gua'; perchè pare che questi gattini fossero per effetto del luccino. Il luccino poi, dopo degli anni, venne a morte; e lei, la gli fece una campana tutta dicristallo e contornata di pietre preziose e la teneva nel salotto bono. E così è finita. Stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.
NOTE
[1]Pentamerone, Giorn. III, Trattenimento X:Le tre fate:—«Cecella, maletrattata da la matreja, è regalata da tre fate. Chella 'mmediosa nce manna la figlia che ne riceve scuorno. Pe' la quale cosa mannata la figliastra a guardare puorce, sse ne 'nnamora 'no gran signore; ma pe' malizia della matreja, l'è dato 'ncagno la figlia brutta, e lassa la figliastra dint'a 'na votte pe' la scaudare. Lo segnore scopre lo trademiento: nce mette la figlia. Vene la matreja, la sporpa co' l'acqua cauda e scopierto l'arrore, ss'accide.»—La nostra fiaba ha inoltre molti punti di somiglianza con la terza favola della terza notte dello Straparola:—«Biancabella, figliuola di Lamberico, marchese di Monferrato, viene mandata dalla matrigna di Ferrandino Re di Napoli ad uccidere. Ma gli servi le troncano le mani, e le cavano gli occhi; e per una biscia viene reintegrata e a Ferrantino ritorna.»—Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano da Calcinaja; I. La bella e la brutta. Cf.Pitrè(Op. cit.)La figghia di Biancuciuri, Ciciruni, Burdilluni, Li dui soru(Lezioni tutte, nelle quali questa fiaba è più o men confusa con l'altra di cui diamo una versione fiorentina nella presente raccolta sotto il titolo d'Oraggio e Bianchinetta) soprattuttoLXIII. La Mammadraa. Vedi anche la fiaba della presente raccolta, intitolata:La bella CaterinaossiaNovella de' Gatti. Ecco una lezione milanese del Racconto.EL SIDELLINOna volta gh'era ona mamma e la gh'aveva dò tosanett: vunna l'era cattiva e l'altra l'era bonna comè. Ma la mader, la ghe voreva pusèe ben a la cattiva, che a la bonna. Ven, che on dì la ghe dis a quella cattiva:—«Và a cavà on sidellin[i]de acqua.»—Quella cattiva, la ghe vœur minga andà, la desobediss[ii]a la soa mamma; e quella bonna, la dis:—«Sa! che andaroo mi, andaroo mi a cavalla.»—La va a cavà l'acqua, ghe borla giò[iii]el sidellin in del pozz. Lee, la dis:—«Adess vòo a cà senza el sidellin, chi sa la mia mader cosa la me fa!»—La và giò in del pozz, e la trœuva come ona stretta[iv]che gh'era di uss; e la picca a on uss:—«Minga trovàa pess e pessin[v], corda e sidellin?»—Là gh'era on sant; el dis:—«No, la mia tosa.»—La va innanz e la trœuva on alter uss:—«Minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No!»—Quell là l'era el ciappin[vi], le rispond rabbiàa, perchè l'era ona bonna tosa; el ghe dis minga:—«La mia tosa.»—Lee, la picca in d'on alter uss:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—Gh'era la Madonna e la ghe dis:—«Sì, la mia tosa. Sent, te podarisset famm piasèe a fermatt chì intrettant che mi voo via. Mi gh'hoo chi el me fiolin, che te ghe darèe la suppa[vii]; te scovaret, te faret tutt i robb de cà. E mi vegnaròo a cà, te daròo el to sidellin.»—La Madonna, la va via, e lee, la se mett adrèe a fà tutt i robb de cà, la ghe dà la suppa al fiolin, la scova; e in del scovà, invece de trovà rud[viii], la trovava di coraj, di robb bellissem, insomma robbafinna. Lee, la vedeva che l'è minga ruff, e l'ha mess là da ona part, per quand vegneva la Madonna per daghel. La ven a cà e la ghe dis:—«T'hê fàa tutt quell che t'hoo ditt?»—E lee, la dis:—«Sì, ma che la guarda sta robba chì, l'hoo trovàda per terra, l'è minga rud.»—«Ben, tegnela per tì. Te vœut el vestìi de percall o on vestìi de seda?»—E lee le dis:—«No, no, on vestìi de percall.»—E la Madonna invece la ghe da quell de seda.—«Te vœut on didàa de lotton[ix]o on didàa d'argent?»—«Me le daga de lotton.»—«No, tel dòo d'argent. Tœu, quest chì l'è el sidellin e la toa corda. Quand te set in fin de sto coridor[x]chì, guarda per aria.»—Lee, la guarda per aria e ghe ven giò ona bella stella in front. La và a cà; e la soa mamma, la ghe cor a la contra per criagh, perchè l'è stada via on pezz; e la fa per dagh di bott, e la ved che la gh'ha ona stella in front, che la lusiva che l'era ona bellezza; e la ghe dis:—«In dove te see stada fin adess? chi l'è che t'ha miss quella robba lì?»—Lee, la dis:—«Mi sòo minga cosse l'è che gh'hoo.»—La mader, la fa per lavaghela via: invece d'andà via, la ven pusèe bella. La ghe cunta cosse l'è che gh'era success. Allora, l'altra sorella, la vœur andà anca lee. La va via e la fa l'istess, come l'ha fàa soa sorella. L'ha lassàa anda giò el sidellin. La va giò, la picca a l'uss anca lee del sant:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No, la mia tosa.»—La va in de l'alter uss; la picca:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—El ciappin:—«No; l'hoo minga trovà; ma ven chì la mia tosetta, ven chì.»—Ma lee, la sent che l'haminga trovaa el so sidellin e la ghe dis:—«No, no, vòo innanz.»—La picca a l'uss de la Madonna:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—La Madonna, la ghe dis de sì:—«Guarda che mi voo via; te ghe darèe la suppa al mè fiœu e pœu te scovaret. Quand tornaroo a cà, te daròo el to sidellin.»—La suppa, invece de daghela al fiœu, l'ha mangiàda lee.—«Oh!»—la dis—«come l'era bonna!»—La scova e la trœva tanto rud.—«Oh povera mi! Ma la mia sorella, l'ha trovàa tanti bej robb!»—Ven a cà la Madonna:—«T'hè fàa quel che t'hoo dìtt?»—«Sì.»—«Te vœut el didàa de lotton o quell d'argent?»——«Oh! el vuj d'argent!»—Lee, ghe dà quell de lotton.—«Te vœut el vestìi de percall o quell de seda?—«Che me le daga de seda.»—E lee, la gh'ha dàa quell de percall.—«Tœu, quest chi l'è el to sidellin e la toa corda. Quand te sèe fœura de chi, guarda per aria.»—Quand l'è stada fœura, la guarda per aria, ghe ven propi sul front ona boascia, che ghe sporca tutta la faccia e ven giò tutta la brœuda[xi]. La va a cà tutta rabbiada a piang, a tœulla cont la so sorella perchè lee la gh'aveva la stella e lee invece la gh'aveva quella porcaria lì sulla faccia. La soa mamma, la s'è missa adrèe a lavagh la faccia, a fregà via; e la maggia l'ha minga voruu andà via; sta boascia l'andava minga via. E allora, la mader, la dis:—«Capissi, che la Madonna l'ha fàa per famm vedè, che mi ami quella cattiva e trascuri quella bonna.»—
[1]Pentamerone, Giorn. III, Trattenimento X:Le tre fate:—«Cecella, maletrattata da la matreja, è regalata da tre fate. Chella 'mmediosa nce manna la figlia che ne riceve scuorno. Pe' la quale cosa mannata la figliastra a guardare puorce, sse ne 'nnamora 'no gran signore; ma pe' malizia della matreja, l'è dato 'ncagno la figlia brutta, e lassa la figliastra dint'a 'na votte pe' la scaudare. Lo segnore scopre lo trademiento: nce mette la figlia. Vene la matreja, la sporpa co' l'acqua cauda e scopierto l'arrore, ss'accide.»—La nostra fiaba ha inoltre molti punti di somiglianza con la terza favola della terza notte dello Straparola:—«Biancabella, figliuola di Lamberico, marchese di Monferrato, viene mandata dalla matrigna di Ferrandino Re di Napoli ad uccidere. Ma gli servi le troncano le mani, e le cavano gli occhi; e per una biscia viene reintegrata e a Ferrantino ritorna.»—Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano da Calcinaja; I. La bella e la brutta. Cf.Pitrè(Op. cit.)La figghia di Biancuciuri, Ciciruni, Burdilluni, Li dui soru(Lezioni tutte, nelle quali questa fiaba è più o men confusa con l'altra di cui diamo una versione fiorentina nella presente raccolta sotto il titolo d'Oraggio e Bianchinetta) soprattuttoLXIII. La Mammadraa. Vedi anche la fiaba della presente raccolta, intitolata:La bella CaterinaossiaNovella de' Gatti. Ecco una lezione milanese del Racconto.
EL SIDELLIN
Ona volta gh'era ona mamma e la gh'aveva dò tosanett: vunna l'era cattiva e l'altra l'era bonna comè. Ma la mader, la ghe voreva pusèe ben a la cattiva, che a la bonna. Ven, che on dì la ghe dis a quella cattiva:—«Và a cavà on sidellin[i]de acqua.»—Quella cattiva, la ghe vœur minga andà, la desobediss[ii]a la soa mamma; e quella bonna, la dis:—«Sa! che andaroo mi, andaroo mi a cavalla.»—La va a cavà l'acqua, ghe borla giò[iii]el sidellin in del pozz. Lee, la dis:—«Adess vòo a cà senza el sidellin, chi sa la mia mader cosa la me fa!»—La và giò in del pozz, e la trœuva come ona stretta[iv]che gh'era di uss; e la picca a on uss:—«Minga trovàa pess e pessin[v], corda e sidellin?»—Là gh'era on sant; el dis:—«No, la mia tosa.»—La va innanz e la trœuva on alter uss:—«Minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No!»—Quell là l'era el ciappin[vi], le rispond rabbiàa, perchè l'era ona bonna tosa; el ghe dis minga:—«La mia tosa.»—Lee, la picca in d'on alter uss:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—Gh'era la Madonna e la ghe dis:—«Sì, la mia tosa. Sent, te podarisset famm piasèe a fermatt chì intrettant che mi voo via. Mi gh'hoo chi el me fiolin, che te ghe darèe la suppa[vii]; te scovaret, te faret tutt i robb de cà. E mi vegnaròo a cà, te daròo el to sidellin.»—La Madonna, la va via, e lee, la se mett adrèe a fà tutt i robb de cà, la ghe dà la suppa al fiolin, la scova; e in del scovà, invece de trovà rud[viii], la trovava di coraj, di robb bellissem, insomma robbafinna. Lee, la vedeva che l'è minga ruff, e l'ha mess là da ona part, per quand vegneva la Madonna per daghel. La ven a cà e la ghe dis:—«T'hê fàa tutt quell che t'hoo ditt?»—E lee, la dis:—«Sì, ma che la guarda sta robba chì, l'hoo trovàda per terra, l'è minga rud.»—«Ben, tegnela per tì. Te vœut el vestìi de percall o on vestìi de seda?»—E lee le dis:—«No, no, on vestìi de percall.»—E la Madonna invece la ghe da quell de seda.—«Te vœut on didàa de lotton[ix]o on didàa d'argent?»—«Me le daga de lotton.»—«No, tel dòo d'argent. Tœu, quest chì l'è el sidellin e la toa corda. Quand te set in fin de sto coridor[x]chì, guarda per aria.»—Lee, la guarda per aria e ghe ven giò ona bella stella in front. La và a cà; e la soa mamma, la ghe cor a la contra per criagh, perchè l'è stada via on pezz; e la fa per dagh di bott, e la ved che la gh'ha ona stella in front, che la lusiva che l'era ona bellezza; e la ghe dis:—«In dove te see stada fin adess? chi l'è che t'ha miss quella robba lì?»—Lee, la dis:—«Mi sòo minga cosse l'è che gh'hoo.»—La mader, la fa per lavaghela via: invece d'andà via, la ven pusèe bella. La ghe cunta cosse l'è che gh'era success. Allora, l'altra sorella, la vœur andà anca lee. La va via e la fa l'istess, come l'ha fàa soa sorella. L'ha lassàa anda giò el sidellin. La va giò, la picca a l'uss anca lee del sant:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—«No, la mia tosa.»—La va in de l'alter uss; la picca:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—El ciappin:—«No; l'hoo minga trovà; ma ven chì la mia tosetta, ven chì.»—Ma lee, la sent che l'haminga trovaa el so sidellin e la ghe dis:—«No, no, vòo innanz.»—La picca a l'uss de la Madonna:—«L'ha minga trovàa pess e pessin, corda e sidellin?»—La Madonna, la ghe dis de sì:—«Guarda che mi voo via; te ghe darèe la suppa al mè fiœu e pœu te scovaret. Quand tornaroo a cà, te daròo el to sidellin.»—La suppa, invece de daghela al fiœu, l'ha mangiàda lee.—«Oh!»—la dis—«come l'era bonna!»—La scova e la trœva tanto rud.—«Oh povera mi! Ma la mia sorella, l'ha trovàa tanti bej robb!»—Ven a cà la Madonna:—«T'hè fàa quel che t'hoo dìtt?»—«Sì.»—«Te vœut el didàa de lotton o quell d'argent?»——«Oh! el vuj d'argent!»—Lee, ghe dà quell de lotton.—«Te vœut el vestìi de percall o quell de seda?—«Che me le daga de seda.»—E lee, la gh'ha dàa quell de percall.—«Tœu, quest chi l'è el to sidellin e la toa corda. Quand te sèe fœura de chi, guarda per aria.»—Quand l'è stada fœura, la guarda per aria, ghe ven propi sul front ona boascia, che ghe sporca tutta la faccia e ven giò tutta la brœuda[xi]. La va a cà tutta rabbiada a piang, a tœulla cont la so sorella perchè lee la gh'aveva la stella e lee invece la gh'aveva quella porcaria lì sulla faccia. La soa mamma, la s'è missa adrèe a lavagh la faccia, a fregà via; e la maggia l'ha minga voruu andà via; sta boascia l'andava minga via. E allora, la mader, la dis:—«Capissi, che la Madonna l'ha fàa per famm vedè, che mi ami quella cattiva e trascuri quella bonna.»—
[i]Sidellin, secchiolino.Sidellm. eSiddella, f. secchio, secchia. (Ed il vocabolo italiano ed il termine meneghinesco vengono dasitulaesitellalatino). In napolitano, anche da un ètimo latino, si dicecato.[ii]Il Cherubini non ha chedesubedì; ma la mia fabulatrice dicevadesobedì.[iii]Borlà giò, tombolar giù.Firenzuola.Asino d'oro, Libro V:—«Nè mi parrà mai esser donna, nè viver certamente, insino a tanto ch'io non la fo tombolar giù di tanta felicità.»—[iv]Strettanel Cherubini c'è solo come termine musicale:la stretta del finale. Egli però registraStreccia(ch'è forma più ambrosiana del vocabolo) nel senso dichiasso,vicolo, ch'è appunto quello che ha quiStretta.—Streccia del lett,strecciœura, stretta del letto, stradetta, stradella, tramezza.[v]Pess e pessin, pesce e pesciolino. Ci son per la rima, m'immagino.[vi]Ciappin, valedemonio,fistolo. Così pure ilChiappinoin dialetto napoletano. Difatti ho trovato nella VII ottava del XVIII canto dellaGerusalemmedel superboFasano(superboil chiama il Redi nel suo Ditirambo):Ma pe' mmo' non faje fede, ca staje chinoComm'uovo e te grelleja 'ncuollo chiappino.—«Non piaci o non sei accetto al signore Iddio, perchè stai pieno come uovo e ti salta addosso il demonio.»—[vii]Suppa. Zuppa, suppa.Che vendetta di dio non teme suppe. Sarà ridicolo il vederne l'origine nelpasanscrito (bere) col prefissosu(bene)?[viii]Rud,ruffe ancheru. Spazzatura, scoviglia, immondezza. Concio, letame, Sudiciume, loja, porcheria. Forfora. In una variante, la Madonna si fa pettinare dalla buona fanciulla e le cadono dal capo perle e gemme; poi, quando la pettina la cattiva, le piovono da capegli pidocchi e cimici. Così Adone sorprende Falsirena (Adone, XII, 171)Trovò che allora appunto avea disfattaLa trecciatura del bel crine aurato,E con l'avorio de la mano intattaPur d'avorio movea rastro dentato.Piovon perle dall'oro, e, mentre il tratta.Semina di ricchezze il verde prato.Mentre i biondi capei pettina e tergeTutto di gemme il suol vicino asperge.[ix]Ditale, come inesattamente dicon molti, ossia, anello da cucire di ottone.[x]Manca nel Cherubini, il quale ha peròcorideraecorridera, femminili; e nelleGiunte e correzionial IV volume ancheCorridor, maschile, ma solo con duerr.[xi]Boasciaobovascia, Meta, bovina, buina, vaccina, sterco di bue.Brœuda, broda, fanghiglia, poltiglia.
[i]Sidellin, secchiolino.Sidellm. eSiddella, f. secchio, secchia. (Ed il vocabolo italiano ed il termine meneghinesco vengono dasitulaesitellalatino). In napolitano, anche da un ètimo latino, si dicecato.
[ii]Il Cherubini non ha chedesubedì; ma la mia fabulatrice dicevadesobedì.
[iii]Borlà giò, tombolar giù.Firenzuola.Asino d'oro, Libro V:—«Nè mi parrà mai esser donna, nè viver certamente, insino a tanto ch'io non la fo tombolar giù di tanta felicità.»—
[iv]Strettanel Cherubini c'è solo come termine musicale:la stretta del finale. Egli però registraStreccia(ch'è forma più ambrosiana del vocabolo) nel senso dichiasso,vicolo, ch'è appunto quello che ha quiStretta.—Streccia del lett,strecciœura, stretta del letto, stradetta, stradella, tramezza.
[v]Pess e pessin, pesce e pesciolino. Ci son per la rima, m'immagino.
[vi]Ciappin, valedemonio,fistolo. Così pure ilChiappinoin dialetto napoletano. Difatti ho trovato nella VII ottava del XVIII canto dellaGerusalemmedel superboFasano(superboil chiama il Redi nel suo Ditirambo):
Ma pe' mmo' non faje fede, ca staje chinoComm'uovo e te grelleja 'ncuollo chiappino.
—«Non piaci o non sei accetto al signore Iddio, perchè stai pieno come uovo e ti salta addosso il demonio.»—
[vii]Suppa. Zuppa, suppa.Che vendetta di dio non teme suppe. Sarà ridicolo il vederne l'origine nelpasanscrito (bere) col prefissosu(bene)?
[viii]Rud,ruffe ancheru. Spazzatura, scoviglia, immondezza. Concio, letame, Sudiciume, loja, porcheria. Forfora. In una variante, la Madonna si fa pettinare dalla buona fanciulla e le cadono dal capo perle e gemme; poi, quando la pettina la cattiva, le piovono da capegli pidocchi e cimici. Così Adone sorprende Falsirena (Adone, XII, 171)
Trovò che allora appunto avea disfattaLa trecciatura del bel crine aurato,E con l'avorio de la mano intattaPur d'avorio movea rastro dentato.Piovon perle dall'oro, e, mentre il tratta.Semina di ricchezze il verde prato.Mentre i biondi capei pettina e tergeTutto di gemme il suol vicino asperge.
[ix]Ditale, come inesattamente dicon molti, ossia, anello da cucire di ottone.
[x]Manca nel Cherubini, il quale ha peròcorideraecorridera, femminili; e nelleGiunte e correzionial IV volume ancheCorridor, maschile, ma solo con duerr.
[xi]Boasciaobovascia, Meta, bovina, buina, vaccina, sterco di bue.Brœuda, broda, fanghiglia, poltiglia.
[2]Tratto frequente nelle fiabe. Una pomiglianese comincia così:—«Nce stevano 'na vota tre figliuole e l'urtima 'e cheste ssi chiammava Viola. Tutt'e tre faticavane; ma 'a primma filava, 'a siconda tesseva e 'a terza cuseva. 'O figlio d''o Re ssi n'ammuravo; e sempe ca passava riceva:—Quanto è bella chella cu fila; quanto è cchiu bella chella cu tesse; ma quanto è cchiu bella chella cu cose! Mme cose 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore n'avevane 'mmiria e pi' dispietto 'a mittettere a filà'. Passava 'o figlio d'o Re e ricette:Quanto è bella chella cu tesse, quanto è cchiu bella chella cu cose; ma guanto è cchiù bella chella cu fila! Mme fila 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore 'a mittettere a tessere; ma 'o figlio d''o Re pure accussì diceva e sempe cu' Viola aveva.»—[3]A proposito di questi due segnali diversi, piovuti dal cielo, trascriverò qui un brano della scena III dell'Atto II degliAmorosi Affanni, tragicomedia pastorale d'Andreano de' Ruggieri d'Atripalda (MDCXLIV).TRISINDO.Nacque l'empia GirascaFiglia d'Erpauro, che di notte IlgiglioE seco Arcaldo mi furò, malvagia,Per farne un sacrificio al Re de l'ombre.SILVIA.Et onde nacque in lei tanto aspra voglia?TRISINDO.Perchè Girasca avea nel sen d'un rospo,E di Cleante i figli avean nel pettoIl segno d'una stella. E sul MateseDargli morte volea con un suo dardo;Per quel che poi mi raccontò Sirenio,—ecc. ecc.[4]Di pesci riconoscenti ce ne ha in parecchie fiabe e novellette. Ricorderò lo Straparola, Notte III. Favola L (Cf.Pentamerone, Giornata I. Trattenimento IIIPeruonto)—«Pietro Pazzo, per virtù d'un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio, e piglia Luciana figliuola di Luciano in moglie...»—Ecco come il novellator da Caravaggio narra il primo dialogo fra 'l pazzo ed il tonno:—«Il poverello un giorno prese un grande e grosso pesce da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentì tanta allegrezza, che 'l se n'andava saltellando e gridando per lo lito:Cenerò pur con la mia madre!et andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso e non poter fuggire, disse a Pietro Pazzo:Deh, fratello mio, pregoti in cortesia, che tu mi doni la vita. Come mangiato mi avrai, quale altro benefizio da me conseguir potrai? ma se tu da morte mi camperai, forse che un giorno io ti potrei giovare.Ma il buon Pietro, che aveva più bisogna di mangiare che di parole, voleva pure al tutto ponerselo in ispalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo offrendogli di dargli tanto pesce quanto egli desiderava avere. Et appresso questo gli promise di concedergli ciò ch'egli addimanderebbe. Pietro che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, si contentò da morte liberarlo. E tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse che lo gettò nel mare; ecc., ecc.»—Confronta anche con l'altra Fiaba della presente raccolta:Il Mago dalle sette teste.
[2]Tratto frequente nelle fiabe. Una pomiglianese comincia così:—«Nce stevano 'na vota tre figliuole e l'urtima 'e cheste ssi chiammava Viola. Tutt'e tre faticavane; ma 'a primma filava, 'a siconda tesseva e 'a terza cuseva. 'O figlio d''o Re ssi n'ammuravo; e sempe ca passava riceva:—Quanto è bella chella cu fila; quanto è cchiu bella chella cu tesse; ma quanto è cchiu bella chella cu cose! Mme cose 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore n'avevane 'mmiria e pi' dispietto 'a mittettere a filà'. Passava 'o figlio d'o Re e ricette:Quanto è bella chella cu tesse, quanto è cchiu bella chella cu cose; ma guanto è cchiù bella chella cu fila! Mme fila 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!'E sore 'a mittettere a tessere; ma 'o figlio d''o Re pure accussì diceva e sempe cu' Viola aveva.»—
[3]A proposito di questi due segnali diversi, piovuti dal cielo, trascriverò qui un brano della scena III dell'Atto II degliAmorosi Affanni, tragicomedia pastorale d'Andreano de' Ruggieri d'Atripalda (MDCXLIV).
[4]Di pesci riconoscenti ce ne ha in parecchie fiabe e novellette. Ricorderò lo Straparola, Notte III. Favola L (Cf.Pentamerone, Giornata I. Trattenimento IIIPeruonto)—«Pietro Pazzo, per virtù d'un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio, e piglia Luciana figliuola di Luciano in moglie...»—Ecco come il novellator da Caravaggio narra il primo dialogo fra 'l pazzo ed il tonno:—«Il poverello un giorno prese un grande e grosso pesce da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentì tanta allegrezza, che 'l se n'andava saltellando e gridando per lo lito:Cenerò pur con la mia madre!et andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso e non poter fuggire, disse a Pietro Pazzo:Deh, fratello mio, pregoti in cortesia, che tu mi doni la vita. Come mangiato mi avrai, quale altro benefizio da me conseguir potrai? ma se tu da morte mi camperai, forse che un giorno io ti potrei giovare.Ma il buon Pietro, che aveva più bisogna di mangiare che di parole, voleva pure al tutto ponerselo in ispalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo offrendogli di dargli tanto pesce quanto egli desiderava avere. Et appresso questo gli promise di concedergli ciò ch'egli addimanderebbe. Pietro che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, si contentò da morte liberarlo. E tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse che lo gettò nel mare; ecc., ecc.»—Confronta anche con l'altra Fiaba della presente raccolta:Il Mago dalle sette teste.