XIV.

XIV.LA BELLA E LA BRUTTA.[1]Era un omo che aveva una figlia e si rimaritò e dalla seconda moglie ebbe un'altra figlia. E la prima che aveva i' suo marito, la matrigna non gli voleva punto bene. La prima, che non poteva lei, un giorno lei gli dava molto da filare e gli diceva.... gli dava una libbra di lino dapprima e gli diceva:—«Se stasera tu non hai finita questa libbra di lino, tu non devi aver da cena.»—Quella poera bambina andiede fòri; non faceva che piangere, non sapeva come fare a filare questa libbra di lino. Strada facendo, trovò una vecchina; disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—Disse:—«Cos'ho? Debbo filare una libbra di lino, sennò mia madre non mi dà punto da cena. Io non so come fare.»—E lei, questa vecchina, gli disse:—«Stai zitta. Va là nel bosco. Troverai una vaccuccina e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino bell' e annaspato e tutto. La sua madre fu contenta, ma i' giorno dopo mandò la sua figlia: e tornò, avendognene dato mezza libbra e non avendone filato neppure un quarto. I' giorno dopo rimandò quella, la prima, la figliastra; e gnene diede due libbre, che lei si struggeva di farla patire, non voleva dargli neppure da mangiare. E gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste due libbre di lino, non avrai da cena.»—Questabimba, subito sortita di casa, cominciò a piangere. Quando fu alla metà della strada, ritrovò la solita vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina, che piangi tanto, poerina?»—«Mia madre, invece d'una libbra, me ne ha date due.»—«Vai n'i' solito bosco, troverai la solita vaccuccina, e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. I' giorno dopo, la madrigna gnene diede tre libbre e gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste tre libbre di lino, non avrai da cena.»—Questa poera bambina, andiede fòri; non sapeva come fare a filare queste tre libbre di lino. Strada facendo trovò quella vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—«Mia madre, invece di due libbre, me n'ha date tre.»—«Vai n'i' solito bosco; troverai la solita vaccuccina e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera; aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. Poi la madrigna gli diede una camicia a cucire e gli disse:—«Se stasera non hai finita questa camicia, non devi aver da cena.»—Questa poera bambina non faceva che piangere. Per fortuna ritrovò la solita vecchina; e la gli disse:—«Vai n'i' bosco; troverai la solita vaccuccina e falli i' solito discorso: «Con la bocca infila, infila; Con le corna cuci, cuci; Ti farò l'erba, che pasca.»—La madre, tornando a casa, avendo veduta cucita la camicia, non sapeva come fare a gastigarla. I' giorno dopo pensò di mandarla dalle fate a prende' lo staccio per istaccià' la farina per fare i' pane. Va dalle fate questa bambina, picchia alla porta. Le fate dimandano:—«Chi è?»—Disse:—«Amici!»—«Fate adagio; le scale son di vetro,»—Lei si levò le scarpe pe' fa' più piano. Arrivò dalle fate egli dissono:—«Fate i' piacere di pettinarmi. Che ci trovi in capo mio?»—«Perle e diamanti.»—«E perle e diamanti avrai. Fammi i' piacere di rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Oro e argento.»—«E oro e argento avrai. Fammi i' piacere di spazzammi la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Rubini e Cherubini.»—«Rubini e Cherubini avrai.»—La menorno alla stanza dei vestiti e gli dissono:—«Prendi un vestito a tuo piacere.»—Lei prese un vestito dei peggiori che avessero. Glielo levorno e gli diedono i' più bello che avessero nell'armadio. La menorono alla stanza dove avevano i quattrini e gli dissero:—«Prendi quello che ti fa piacere.»—E lei prese tre o quattro soldi poco boni. Gnene levorono e gli dierono dell'oro e dell'argento. La menorono alla cassetta delle gioie e gli dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Lei prese un pajo tutti rotti. Gnene levorno e gli diedono un pajo di orecchini di brillanti. Gli dissero:—«Quando sarai sur i' ponte, vòltati indietro; sentirai un gallo cantare.»—Quando la fu sur i' ponte sentì un gallo cantare; lei si voltò indietro e gli venne una bella stella nella testa. Quando arrivò a casa, la sua madre gnene volea levare: con più[2]che col coltello la raschiava, credeva di levargnene e più bella diventava. La sua madre gelosa, che aveva avuta tanta roba, i' giorno dopo, per riportà' lo staccio, volse mandà' la sua figlia. Quando arrivò in fondo alle scale, picchiò. Le fate dissero:—«Chi è?»—«Amici.»—«Fate adagio, le scale sono di vetro.»—Con più che dicevano di fare adagio, e lei più forte faceva; che gli rompè tutte le scale.—«Pettinatemi. Che ci trovi in capo mio?»—«Zeccacce, pidocchiacce e brutte donnacce come siete vojaltre.»—«E zeccacce e pidocchiacce avrai.»—«Rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Pulci e cimici.»—«Pulci ecimici avrai.»—«Spazzami la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Sudiciume, spazzatura, porcherie, come siete vojaltre.»—«Spazzatura, sudiciume e porcherie, come siamo nojaltre, avrai.»—La portorono alla stanza dei vestiti. Gli dissero:—«Prendine uno a i' tuo piacere.»—Prese i' più bello che ci fosse nell'armadio. Glielo levorono e gli diedono i' vestito più brutto che ci avesse. La menorno alla stanza dei quattrini; gli dissero:—«Prendi quello che tu vòi.»—Si era empito il grembiale di danari. Glieli levorono e gli dierono tre o quattro soldacci che ci avevano. La menorno alla stanza delle gioie. Dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Prese un pajo de' più belli. Gnene levorono e gnene dierono un pajo tutti rotti. Dice:—«Quando sarai su i' ponte, vòltati indietro: sentirai un asino ragliare.»—Si voltò e gli venne una bella coda in mezzo alla testa. Tornò a casa: la sua madre gnene tagliava: con più gnene tagliava e più lunga diventava.[3]Era brutta prima e con questa coda più brutta che mai. Un giorno (avevano un melo vicino a casa) passò i' Re e gli disse alla sua madre che era lì fòri:—«Ci sarebbe da avere un poche di mele?»—Disse la madre:—«Sì, subito:»—e chiamò la sua figlia Luisa e gli disse:—«Arriva un poche di mele a i' Re.»—Prende la scala per arrivà' alle mele: con più credeva di avvicinarsi e più il melo si alzava, non ci arrivava! faceva di tutto per arrivarle e più il melo si alzava. Il Re disse:—«Com'è possibile che non siate bona a arrivarmi un poche di mele? Non ci avete nessuno altri in casa che sian capaci più di voi?»—«Ci ho un'altra, ma non è bona a niente, perchè è una Cenerontolaccia, che sta sempre tra la cenere; non è bona a niente.»—«Pure chiamate quella: potrebbe esser più bona divoi.»—E la chiamò:—«Cenerontola, vien qui per arrivare un poche di mele a i' Re.»—Si messe un vestito, che gli avevan regalato le fate, che scendendo la scala sonava, che pareva un campanello. La sua madrigna disse:—«Sentite quella Cenerontolaccia, si tira persino la paletta addietro.»—I' Re gli disse:—«Arrivatemi un poche di quelle mele.»—La Cenerontola andiede sott'i' melo. I' melo si calò e s'empì i' grembiule pieno di mele in un minuto. I' Re avendo veduto questa bella giovine con questa bella stella nella testa, disse che la voleva per moglie. La sua madrigna gelosa, benchè pensava a i' tradimento, disse—«Sì»—che era contenta; e fissarono tra tre giorni d'andare a prenderla in carrozza e gli mandò i' vestiario con sette anella. La madre, la madrigna, la mattina dello sposalizio, invece di vestire la sposa, vestì la sua figlia da sposa e messe la Cenerontola drento a un tino ignuda, e messe a bollire una caldaja d'acqua. Va i' Re a prendere la sposa in carrozza e la porta via. Quando i cavalli cominciarono a camminare con la sposa drento, che il Re non avea veduto se era la bella o la brutta, e' gli andiede drieto un gatto. Gli diceva:—«Gnaolo, gnaolino!«La bella è drento i' tino;«E la brutta malincotta,«I' cavallo d'i' Re che se la porta.»—Ma quelli non gli davano retta; seguitavano i' camminare. I' gatto seguitava sempre a gnaolare. I' Re, seguitando i' gatto, e' gli venne a nojare e disse:—«Meglio è indietro ritornare; ci dev'essere qualcosa.»—Tornorono indietro e i' gatto andava sempre innanzi a i cavalli; loro sempre indietro; e gli accompagnòinsino alla cantina. Entrorono drento e trovorono n' i' tino questa poera ragazza disgraziata, ignuda. I' Re l'ha riconosciuta, ha spogliato quella ch'era in carrozza, e ha vestito quella che era dentro a i' tino; e hanno messa n' i' tino quella che era in carrozza, ignuda com'era quella prima, e son partiti. I' gatto non l'hanno udito più. Dopo pochi minuti la sua madre ha cominciato a buttare delle pentole d'acqua bollente n' i' tino. La sua figlia diceva:—«Mamma, voi mi bruciate.»—La gli diceva:—«La mia figlia non sei tu.«La mia figlia è andata a marito,«Con sette anella in dito.»—E lei seguitava a dire:—«Mamma, voi mi bruciate.»—E lei rispondeva:—«La mia figlia non sei tu.«La mia figlia è andata a marito,«Con sette anella in dito.»—Ha seguitato a buttar acqua bollente insin in quanto non è stata estinta. Quando non ha sentito più parlare è andata giù a volerla levare. Credeva che la fussi la sua figliastra; e invece era la sua figlia. Non sapeva come fare per dillo a suo padre. L'ha vestita, l'ha portata in casa, l'ha messa a sedere sopra una seggiola, sopra alla porta di casa, con la rocca allato, figurando di filare. Arrivando a casa suo padre, era sull'uscio di casa a sedere sopra la seggiola. Suo padre ha detto:—«Cosa fai costì a sedere? Sei sempre a dormire! tu non lavori mai?»—Appena che lui gli ha toccata una mano, è caduta in terra. La sua madre s'è messa a gridare, dicendogli che lui gliaveva ammazzata la figliola. S'è radunato di molta gente. Suo padre l'avevan fatto carcerare; ma avendo scoperto i' delitto di sua madre, in breve tempo l'hanno fatta fucilare. Prima hanno fatto carcerare lui e poi hanno fatto morire lei. La Cenerentola s'ha goduto i' suo marito; divenne Principessa. Se ne stiedero e se ne goderono e a me nulla mi dierono.NOTE[1]Variante della fiaba precedente. Sarà superfluo fare osservare la simiglianza della prima parte di questa versione, dove si tratta d'incombenze impossibili ad eseguirsi, con un episodio della storia di Psiche, che si ritrova anche in una delle novelle delPentamerone? E la storia di Psiche non era forse unafavola milesia, una fiaba, uncunto, una novella popolare insomma? Vedi, per quest'incarichi assurdi, anche laPrezzemolina, nella presente raccolta, ed appo ilPitrè(Op. cit.) XVLu Re di Spagnae XVIIMarvisia.[2]Con più, corruzione evidente dicom' più,come più,quanto più; adoperata anche dalSaccenti, Rime, II, 9. Del resto anche in Milanese si adopera così, p. e.Compù(oCon pu)el mangia, compu el sta mal, più mangia, peggio sta.[3]Nel libro intitolato Études|sur|Aristophane|par|M. Émile Deschanel|Ancien Maître—de—Confèrences à l'École Normale supéríeure, ||Paris|Librairie de L. Hachette et C.ⁱᵉ|Boulevard Saint—Germain, N.º 77|1867|Droite de propriété et de traduction réservés; v'è un paragone interessante desunto da questa fiaba:Vous rappelez—vous ce conte de fées, où deux jeunes filles, deux sœurs, toutes les fois qu'elles ouvrent la bouche, en laissent échapper, l'une des fleurs, des perles et des pierreries; l'autre des vipères et des crapauds? De ces deux jeunes filles, faites—en une seule, dont la bouche répandra tout cela pêle—mêle: c'est la Muse d'Aristophane.XV.LA BELLA CATERINA[1]C'era una volta una donna campagnola, che aveva due figliole: una delle quali era bellissima e si chiamava Caterina; l'altra, tutt' all'incontro, era brutta quanto dire si puole. Ma la madre voleva più bene alla brutta; e siccome tutte e due si rodevano d'invidia per la Caterina, perchè alla bellezza accoppiava pure una grande bontà, s'arrapinavano a fargli dispetti e cercavano tutti i modi perchè gli accadesse qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni delle due arpie; ed, invece di farsi brutta per gli strapazzi, pareva ogni dì che gli s'accrescesse la bellezza. Un giorno la madre disse alla brutta:—«Sa' tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno tutto il viso; e la imbruttirà e nessuno più la guarderà.»—«Sì, sì!»—esclamò la brutta, gongolando di maligna gioia:—«Le Fate sono cattive e l'acconceranno pel dì delle feste.»—Subito la madre chiamò la Caterina e gli disse:—«Su via, sguajata: c'è da fare il pane e non abbiamo in casa lo staccio per ammannire la farina. Va' dalle Fate dentro al bosco e chiedigli lo staccio in prestito.»—A questo comando la Caterina divenne bianca dalla paura, sapendo per sentita dire, che chi andava dalle Fate ne ritornava malconcio. Pregò la madre che non la mandasse, pianse: ma la madre e la brutta sorella tanto la minacciarono, cheripensando non potere soffrire dalle Fate un male maggiore, si piegò ad obbedire. Sicchè, mesta e piagnucolosa e mettendo un piede innanzi e due addietro[2], avviossi verso il bosco dove stavano le Fate. Quando la Caterina fu in sull'entrata del bosco, gli si fece incontro un Vecchietto; e, vistala a quel modo dolorosa, gli domandò:—«Che avete voi, bella ragazza, che parete tanto afflitta?»—La Caterina gli raccontò allora tutti i suoi mali, e che in casa non la potevano soffrire, e ora la mandavano alle Fate per uno staccio, perchè le Fate la sciupassero e la imbruttissero. Disse il Vecchietto:—«Non abbiate paura di nulla. V'insegnerò io com'avete da condurvi. E se m'ascolterete, non ve n'avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po' che cosa ho qui 'n capo, che mi sento tanto prudere.»—Il Vecchietto piegò un tantino la testa. E avendogliela la Caterina esaminata, disse:—«Ci veggo perle ed oro.»—Disse il Vecchietto:—«E perle ed oro toccheranno anche a voi. Statemi a sentire e fate quel che vi dico. Quando sarete alla porta di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se vi diranno:Ficcate un dito nel buco della chiave; vi ficcherete uno steccolo, che ve lo stroncheranno. Aperto che sia, vi condurranno diviata in una stanza, dove mirerete tanti gatti; e chi cucirà, chi filerà, chi farà la calza, e insomma, tutti occupati a qualche lavoro: e voi adopratevi senza invito ad ajutargli ed a fornire l'opera ad ognuno. Dopo anderete in cucina; e anche lì saranno gatti alle loro faccende; ajutategli come quegli altri. Un po' più in là sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che avete fatto per loro. Il Mammmone allora vi domanderà:Che brami tu per colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?E voi rispondete:Pan nero e cipolla; e vi verrà datopan bianco e cacio. Poi il Mammone v'inviterà a salire una stupenda scala di cristallo: badate bene di non la rompere. Giunta al piano di sopra, scegliete sempre la peggio roba di quella che vi vorranno regalare.»—La Caterina promesse al Vecchietto di obbedirgli; e, dopo ringraziato e salutatolo, si avviò verso le Fate. E, picchiato alla porta, fece secondo l'ammaestramento. Sicchè apertogli, richiese le Fate dello staccio. Dissero le Fate:—«Ora ve lo diamo. Entrate intanto un po' e aspettate.»—Ed ecco vede tanti gatti per la stanza, che lavoravano a tutto potere.—«Poveri micini!»—esclamò la Caterina:—«Con codeste zampine chi sa quanta pena soffrite! Date qua; farò io, farò io.»—E preso il lavoro di ognuno, in quattro e quattr'otto l'ebbe terminato. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse in ordine tutti gli arnesi. Fu chiamato il gatto Mammone e i gatti miagolando dicevano:—«A me ha cucito!»—«A me ha fatto la calza!»—«A me ha rigovernato!»—e così fino in fondo raccontavano tutti al Mammone l'ajuto della Caterina; e saltavano a balzicùli per la stanza dal gran piacere. Il gatto Mammone, sentito l'opera della Caterina, gli disse:—«Che vuoi da colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—«Oh! datemi pan nero e cipolla,»—rispose la Caterina,—«non sono avvezza a mangiare altro.»—Ma il gatto Mammone volle che mangiasse pan bianco e cacio. Poi il gatto Mammone invitò la Caterina a salire nel piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo: e la Caterina si levò gli zoccoli e salì su in peduli tanto pianino, che non isciupò la scala e neppure la sgraffiò. Qui gli furono profferite vesti belle e vesti brutte, oro e ottone. E lei scelse le vesti brutte e l'ottone. Ma il Mammone comandava invece alle Fate, che l'acconciassero splendidamente e gli fossero regalategioie legate in oro.[3]Quando la Caterina fu messa in modo, che pareva una Regina, il Mammone gli disse:—«To' su lo staccio; e andata fuori dell'uscio di questa casa, se senti ragliar l'asino non ti voltare; ma se canta il gallo, vòltati.»—La Caterina obbedì: al raglio dell'asino non se ne diede per intesa; ma al chicchirichì del gallo si voltò indietro, e subito gli venne una stella rilucente in sul capo. A mala pena la Caterina giunse a casa sua, che la madre e la sorella brutta se le rodevano la rabbia e il dispetto; quella stella poi gli era un pruno negli occhi. La brutta disse:—«Anch'io vo' andare dalle Fate, anch'io. Mandate me a riportare lo staccio, mamma.»—Quando lo staccio fu adoperato, la brutta se lo tolse su e s'avviò al bosco delle Fate. E all'entrata, lei pure trovò il Vecchietto, che gli domandò:—«Ragazzina, per dove così vispola?»—«Vecchio ignorante!»—rispose con superbia la brutta;—«i' vo' dove mi pare. Impaccioso! badate a' fatti vostri.»—«Brutta e scontrosa!»—disse il Vecchietto ridendo di sottecche:—«Va' va' dove ti pare! doman te n'avvedrai!»—Ed ecco la brutta all'uscio delle Fate; e agguanta in mano il picchiotto e dàgli, giù senza garbo, da scassinare le imposte. Dissero le Fate di dentro:—«Metti un dito nel buco della chiave ed apri.»—E la brutta caccia il dito nel buco; e quellezìffete!e glielo stroncano. L'uscio si spalancò e la brutta, tutta rabbiosa, saltando in casa e gettato per terra lo staccio, si fece ad urlare:—«Questo è il vostro staccio, maledette!»—Poi visti i gatti al lavoro, disse:—«Oh! buffi questi gattacci! o che mesticciate voi, mammalucchi?»—E preso a loro gli arnesi, a chi bucò le zampe cogli aghi, a chi le tuffò nell'acqua bollente, a chi dette su per le costole la granata e i fusi. Ne successe un tafferuglio; e i gatti ascappare di qua e di là, berciando pel dolore; sicchè al chiasso comparve il gatto Mammone; e i gatti strillando a modo loro gli raccontarono quel che avevano patito dalla brutta. Serio serio disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, dovete aver fame: volete pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—E la brutta:—«Guarda che bella creanza! Se venissi a casa mia non vi darè' mica pan nero e cipolle e non vi stroncherei le dita. Voglio pan bianco e cacio.»—Ma, se volle mangiare, bisognò che si contentasse di pan nero e cipolla, perchè non gli portarono altro. Allora il gatto Mammone disse:—«Andiamo via, ragazzina, vi si regalerà anche voi di vestito e d'altro. Salite di sopra, ma badate alla scala, che è di cristallo.»—La brutta però non se n'addiede dell'avvertimento, e salì alla sgraziata la scala cogli zoccoli in piedi, per cui la fracassò da cima a fondo. E giunta su, le Fate gli domandarono:—«Che più vi garba, un vestito di broccato e pendenti d'oro, o una gonnella di frustagno e pendenti d'ottone?»—La brutta s'attaccò subito alla sfacciata alla robba meglio; ma gli convenne pigliare la peggio, perchè non gliene dettero altra. Tutta indispettita, la brutta prese il portante per andarsene, e, quando fu all'uscio, gli disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, se canta il gallo tirate via; ma se raglia l'asino, voltatevi addietro, che vedrete una bella cosa.»—Di fatto, eccoti che l'asino raglia di gran forza; e la brutta, girato il capo tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli venne fuori dalla fronte. Disperata, si diè a correre verso casa sua, per istrada urlando da lontano:—«Mamma dondò,Mamma dondò,La coda dell'asino mi s'attaccò.»In tanto la Caterina, più bella dal giorno che aveva visitato le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò così forte, da obbligare il Re a consentire che se la pigliasse per moglie. Le nozze si stabilirono, e la Madre e la brutta non ebbero ardire di opporsi al Re; pure macchinarono d'ingannarlo, sperando riuscirvi. Il giorno dello sposalizio, la Caterina fu messa in un tino chiuso giù nella cantina, e de' suoi vestiti e gioie si acconciò la brutta, e la Madre a questa gli rasò la coda d'asino d'in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un fitto velo. Giunto, assieme al corteo[4], il figliolo del Re, la cattiva Madre gli disse:—«Eccovi la sposa bell'e apparecchiata.»—Il figliolo del Re stava per porgere la mano alla brutta, credendola la Caterina, quando a un tratto gli parve sentire de' lamenti sotto terra; e, stato un po' in orecchi e intimato il silenzio, s'accorse che qualcheduno cantava con voce piangente:—«Mau maurino!«La Bella è nel tino,«La Brutta è 'n carrozza«E 'l Re se la porta.»—Il figliolo del Re, insospettitosi allora, volle che si cavasse il velo dal capo della sposa e scoperse l'inganno; perchè alla brutta di già la coda d'asino era tanto cresciuta da coprirgli gli occhi. Andò sulle furie, e cercata la Caterina, la tirò fuori dal tino e ci fece mettere invece la madre e la brutta. E ordinato che si bollisse una caldaia d'olio e che gli si buttasse addosso, quelle invidiose morirono subito. Il figliolo del Re, sposata la bella Caterina, la condusse al palazzo. E camparono insieme lunga vita e felice.Stretta è la foglia e larga è la via,Dite la vostra chè ho detto la mia.NOTE[1]È detta pureNovella de' Gatti. La debbo all'avv. professor Gherardo Nerucci, cui fu raccontata daSilvia Vannucchidel Montale.[2]Bruno,Candelajo, III, 7.—«Bel combattere! Un passo avanti et dui a dietro, un passo avanti et dui a dietro, disse il signor Cesare da Siena.»—[3]Questo Mammone che comanda alle Fate, ricorda il Memè che troveremo nellaPrezzemolina.[4]Assieme al. Che l'uso voglia imporci assieme invece d'insieme, passi; ma gli lasci almeno reggere ilconcome ha retto sempre ab antico!XVI.LA PREZZEMOLINA.[1]C'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano. Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via! Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in giardino:—«E dimmi»—dice la più bella—«non ti pare che manchi del prezzemolo?»—Dicono le altre:—«E forse poco ne manca! Sai quel che si farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta; perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare.»—Le fate le figurano di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per ritornare in su, la fata gli sorte di dietro:—«Oh briccona»—dice—«ora ti ho scoperta, eh?[2]»—«Abbiate pazienza»—dice questa donna—«io sono gravida; avevo questa voglia....»—«Ebbene»—dice la fata—«Ti sia perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande, la si vol noi: è per noi, via, non è più tua.»—Figuratevi questa donna! un dirotto pianto, dicendo:—«Malandrina la mia gola, la mi è costataassai!»—Dal marito era sempre rimproverata:—«Golaccia! l'hai visto?»—La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni che la passava, gli dicevano:—«Bambina, dì alla mamma, che la si ricordi di quella roba.»—«Mamma»—dice la Prezzemolina—«hanno detto le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa.»—Un giorno la donna era sopraffatta; torna la bambina e gli dice:—«Vi dicono le fate che vi ricordiate quella cosa.»—Risponde:—«Sì, dì che se la piglino.»—La bambina la va a scola. Dicono le fate:—«Cosa ti disse la mamma ieri sera?—«Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella roba.»—«Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere.»—Urli senza fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver detto che la prendino quella roba:—«Oh, mi son tradita! Ora addietro non si torna.»—Dunque queste fate le dicono alla bambina:—«Sai, Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?»—le ci tenevano il carbone, la brace.—«Come si torna, la deve essere tutta bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti si mangia.»—Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando; non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle fate.[3]—«Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?»—«Vo' piangereste anche voi»—dice.—«Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti le mi mangiano.»—«Se tu midài un bacio»—dice Memè,—«te la fo nel momento questa stanza.»—Lei dice:—«Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—Dice Memè:—«Tu hai detto tanto benino! ti voglio far la grazia.»—Batte la bacchettina e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice:—«L'hai fatto, Prezzemolina?»—«Sissignora, vengano a vedere.»—Le si guardano in viso:—«Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!»—«Non conosco Memè, nè la mia bella mamma che mi fè.»—Dunque la mattina:—«Come si fa?»—dicono—«non ci riesce di mangiarla.»—«Prezzemolina!»—«Cosa comandano?»—E allora gli dicono:—«Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi dire la ti dia la scatola del Bel—Giullare.»—«Sissignore»—la dice. Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia. Cammina, cammina, la trova una donna.—«E dove vai»—la dice—«bella bambina?»—«Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del Bel—Giullare.»—La ti mangerà, sai, poerina?»—«Meglio per me»—dice—«così la sarà finita.»—«Tieni»—dice la donna—«queste due pentole di lardo. Tu troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai che ti lascian passare.»—Eccoti la bambina la giunge a queste porte e le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice lo stesso:—«Dove tu vai, bambina?»—Dice:—«Vado dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tieni questi due pani, tu troverai due cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu passi,»—dice.Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice:—«Dove vai?»—«Dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tu troverai un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni, questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario. Dagnene e lui ti lascerà passare.»—Eccoti la bambina la trovava questo ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa donnina e gli dice l'istesso:—«Bada, la ti mangerà sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Troverai una fornaja che spazza il forno con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel—Giullare, gli è dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà:Aspetta bambina; aspetta un poco.Te, tu sali, prendi la scatola e vien via.»—Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che scappa via.—«O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela, tenetemela.»—«Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!»—«O ciabattino, che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela, tenetemela!»—«O io sì, che sarò un minchione!Dopo tant'anni, ch'io fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina.»—«O cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«O noi sì, che saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!»—«O porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«Oh noi sì, che saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina.»—E la fanno passare.[4]Quando l'è libera, la dice:—«Che ci sarà egli in questa scatola?»—La trova una piazza, la si mette a sedere e apre la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere, potete credere! Eccoti Memè.—«Briccona, l'hai visto quel che t'hai fatto?»—«Oh! voleva vedere...»—«Eh»—dice Memè,—«ora non c'è rimedio. Se tu mi dài un bacio, io ti rimedio.»—«Meglio dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—«Sai? tu l'hai detto tanto benino, che ti vo' far la grazia.»—Batte la bacchettina e ritorna tutta la scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e picchia.—«Oh dio!»—dice—«È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata, la fata Morgana?»—Dice:—«Felice giorno»—la dice la bambina—«Ecco la scatola.»—Dicono le mamme:—«Che t'ha ella detto la fata Morgana?»—«La me l'ha data e m'ha detto:Fagli tanti saluti.»—«Eh»—dicono le fate—«abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare.»—Eccoti la sera vien Memè:—«Sai?»—gli dicono—«la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la s'ha da mangiar noi.»—«Oh bene!»—dicelui—«oh bene!»—«Domani, quando l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje, quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte e quattro la si butta dentro a cocere.»—Lui dice:—«Bene, bene, sì, sì; riman fissato così.»—Eccoti la mattina le vanno via loro e non dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:—«Sai»—dice—«oggi, a un'ora, le ti ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato. E,quando le bollan bene, le ti diranno,chiamaci; le ti dicono:diccelo. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a guardare se ci si butta loro.»—Eccoti Memè va via e dopo poco tornan le fate:—«Sai»—dice—«Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci.»—Quando l'ha finite tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono:—«Fa gran foco.»—La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli avevan detto. Picchia Memè:—«Oh!»—dice—«ora ora la s'ha a mangiare!»—e si fregava le mani.—«Oh»—dicono—«altro!»—Eccoti l'acqua quando la bolle, Prezzemolina la dice:—«Mamme, le venghino a vedere; l'acqua la bolle.»—Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle. Dice:—«Coraggio!»—alla Prezzemolina; gli dice Memè. Lui ne acchiappa due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli, bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre a bollire!—«Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni con me.»—La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il più grossodi tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco!—«Spengi di costì e io spengo di questa parte.»—Così li spensero tutti e rimasero padroni di ogni cosa.[5]Andiedero lassù nel posto della fata Morgana. Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano ungere.—«Te»—dice Memè—«sarai la mia sposa; questo è giusto.»—E si vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi dettero.NOTE[1]Argomento stesso, in principio, nelPentamerone,Trattenemiento primmo de la jornata seconna:—«'Na femmena prena sse magna li petrosine dell'uorto de 'n'Orca; e, conta 'nfallo, le promette la razza che aveva da fare. Figlia Petrosinella. L'Orca sse la piglia e la 'nchiude a 'na torre. 'No Prencipe ne la fuje, e 'nvirtù de trè gliantre gavitano lo pericolo dell'Orca; e portata a casa de lo 'nnammorato deventa Prencepessa.»—Ma il prosieguo ed il fine s'avvicinano piuttosto a loTurzo d'oro(Tratt. IV Giorn. V)—Cf.Bernoni(Fiabe popolari Veneziane) XII.La Parzemolina.Pitrè(Op. cit) XX.La vecchia di l'Ortu.Gonzenbach(Op. cit.) LIII.Von der schönen Angiola.[2]Cf. per questo particolare,Pitrè, (Op. cit.) XIX.Lu Scavre, XX.La vecchia di l'Ortu. Qui le fate, in altre versioni l'Orca o l'Orco, non fanno, minacciando di mangiarsi vivo vivo il furatore de' loro cavoli o del loro prezzemolo, la distinzione consigliata da Orazio satiro, il quale forse (chi sa?) alludeva a qualche fiaba analoga nello scrivere:Nec vincit ratio hoc, tantundem peccet idemqueQui teneros caules alieni fregerit horti,Et qui nocturnus divum sacra legerit.Versi che trovo tradotti così in meneghino:Donca convegnarii, che ona personnaLa qual la ve robbass in del giardinQuatter mognagh o on pizzegh d'erba—bonna,L'è minga de confond con l'assassin;E che a grattav on sold in su la spesaL'è men del sacrilegg de robbà in gesa.Vedi:Amicizia e Tolleranza|Satira|di Quinto Orazio Flacco|Esposta in dialetto Milanese|dal Dottore|Giovanni Rajberti|Et mihi dulces|Ignoscent, si quid peccavero stultus, amici||Milano|Dalla Tipografia di Giuseppe Bernardoni di Gio.|1841.[3]Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29—30:Sopra le fate è quel Demogorgone(Non so se mai l'udiste nominare)E giudica fra loro, e tien ragione,E ciò che piace a lui può d'esse fare.La notte scura cavalca un montone:Travalca le montagne e passa 'l mare:Con un flagel di serpi fatto, batteLe fate e streghe che diventan gatte.Se la mattina le trova pel mondo(Perchè il giorno non posson comparire),Le batte con un certo cotal tondo,Che le vorrebbon volentier morire.Or nel mar le incatena, e ben nel fondo;Or sopra 'l vento scalze le fa ire;Ed or pel foco dietro a sè le mena:A chi dà questa, a chi quell'altra pena.VediStigliani,Occhiale, alla Stanza CCXXXII del XII Canto dell'Adone; e quel che MesserFagianorisponde in proposito.[4]Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. II. La comprata.[5]Cf. l'ultimo tratto con la favola di Meleagro e l'episodio della morte di Creonta nel XXI delMorgante.XVII.IL RE AVARO.[1]C'era una volta un Re avaro. E da quanto era avaro, aveva sola una figlia e la teneva su nelle soffitte, perchè nessun la vedesse. Era avaro e non voleva dar la dote. Viene un assassino a Firenze, e per l'appunto di faccia all'osteria dove si fermò, stava questo Re. Cominciò ad interrogare:—«Chi c'è?»—«C'è un Re, così e così; avaro, che tien la figliola nelle soffitte.»—Che ti fa questo assassino? La notte, quando gli è verso le dodici, va su' tetti alla finestrina, dove l'aveva la camera della principessa, e l'apre. Questa ragazza la cominciò a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Corre la servitù e vede la finestra serrata, perchè lui, l'assassino, la riserra.—«Maestà si sogna:»—dicono i servitori—«chè non c'è nessuno. Lei sogna assolutamente.»—La mattina la racconta a suo padre questo fatto.—«Eh, l'avrà sognato!»—dice il Re. La seconda sera, all'istess'ora, il ladro apre la finestra per entrare in casa e andare da questa ragazza. E lei urla:—«A il ladro! a il ladro!»—Eccoti, corre i servitori e vede la finestra serrata.—«Ma, signorina, lei armeggia. Non vede che la finestra è serrata?»—Dice:—«No, che io ho veduto un omo.»—Ma, poerina, non gli credevano.[2]Eccoti la mattina gnene dicono a il Re e lui dice:—«Mettetegli insieme la sua damigella.»—La sua cameriera, dirò. Eccoti la sera all'istess'ora il briccone che apre.La cameriera gli dice:—«La non urli! zitto, signorina, zitto!»—Ma quando gli è quasi entrato in casa, cominciano a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Lui sente due voci in vece d'una, va via e lascia la finestra aperta; non ha tempo, gua', di serrare. Sopraggiungono i servitori che vedono la finestra aperta, che dicono:—«Gli è vero, poerina, che ci è il ladro. Ha ragione, ha ragione, gli è vero.»—La mattina dicono a il Re questo. Dice:—«Murate subito la finestra.»—Eccoti murata subito la finestra! Il briccone, la sera, all'istess'ora, tasta e sente per tutto muro. Batte l'acciarino, accende e vede tutto murato.—«Briccona! me la pagherai!»—dice. Lascia passare un tempo e poi si veste tutto da gran signore e chiede d'andare a udienza. Questa udienza fu fatta passare subito da Sua Maestà. E lo interroga del più, del meno, se gli era scapolo:—«Ma Lei»—dice—«è giovinotto; oppure è ammogliato?»—Questo assassino discorreva tanto bene e tanto bono, che faceva questa interrogazione per dargli la figliola, questo Re. Dice:—«Io son giovinotto. Pagherei»—dice—«per trovare una ragazza per bene, che non avessi tanti capricci. E sa»—dice—«sono uno che non cerca di dote, io, perchè io non ne ho bisogno. Voglio solo una bona ragazza.»—Questo avaro che sente che non prende dote, dice:—«Anch'io ho una figlia, che so che io pagherei per maritarla bene a un giovane come Lei. La vol vedere?»—dice.—«Volentieri»—dice l'assassino—«la vedrei.»—Maestà manda a chiamare la figliola, e lei la vien giù.—«Che comanda, signor padre?»—«Lo vedete quel giovane?»—«Sissignore»—la dice. Fa il complimento.—«Lui»—dice Maestà—«vi chiede in isposa.»—Eh! poerina, la non aveva volontà. La non dice nè sì, nè no, gua'! Gli domandase lui gli chiedeva qualcos'altra, e torna nelle sue stanze la ragazza, piangendo. Maestà dice all'assassino:—«Le piace?»—«Eh»—dice lui—«Molto mi piace. Io sono contentissimo. Quando è contento Lei, è accomodato tutto.»—«Dunque»—dice il Re avaro—«domani l'aspetto a pranzo da me.»—Questo va via, e Maestà manda a chiamar la figliola:—«L'avete veduto quel giovane? Vi ho detto anche dianzi che quello ha da essere il vostro sposo.»—«Signor padre»—dice la ragazza—«Lei non ha che una figlia sola. La marita senza sapere chi è chi non è. Potrebbe anche essere un....»—fa come dire: un briccone.—«Chetatevi!»—dice il Re.—«Vi do uno schiaffo.»—dice alla figliola. Questa poera ragazza la va via piangendo, pensando al suo stato. Eccoti il giovane la mattina viene a pranzo, questo briccone.—«Io»—dice—«ho di bisogno di sollecitare questo matrimonio. Io, che vole? è tanto che manco, ho bisogno di spicciarmi tornando al mio posto. Quando Lei vole, anche se La vole nella settimana, io sono pronto.»—Concludono le nozze; per farla più breve, si sposano; e l'assassino si trattiene altri due o tre giorni, non più. Il padre per regalo gli dà una scatola di gioje grande, ma grande, alla figlia a titolo di regalo. Un Re, avere una figliola sola e dargli solo una scatola di gioje! E va a accompagnarla per un pezzo di strada: gli sposi va accompagnare. E poi li lascia:—«Addio!»—«Addio!»—come si fa,—«A quando ci rivedremo. >—Quando gli è andato via, l'assassino comincia a imboscare; entrare nel bosco, ecco. Quando gli è nel bosco, gli pare d'essere sicuro, gli dice:—«Briccona, ti ricordi quelle sere, che io veniva là alla finestrina, e te urlavi:A il ladro! a il ladro!»—«Sì, me ne ricordo»—dice.—«Smonta di carrozza»—dice—«Ora è il tempo della mia vendetta.Spògliati!»—Sta poerina si sarà levata la veste; ma lui volle che si spogliasse ignuda, ignuda.—«Tutta nuda, tutta nuda!»—dice. Quando la fa ignuda, prende due pentole di lardo e l'unge tutta da capo a piedi; la lega a un albero e gli mette la scatola con le gioje a' piedi, con le mani legate da dietro e i piedi incrociati: messi in croce, si direbbe. E gli dice:—«Come io torno, se non trovo quella scatola, ti butto in mare.»—Come volete che la facesse? era tutta legata. Quest'albero rimaneva sul mare; c'era tutt'i bastimenti. La principessa comincia a fare col capo, così, de' cenni; a chiamare.—«Guarda!»—dice uno di quelli del bastimento—«Non c'è' gente che chiama là?»—«Sì, sì, ci sono, altro!»—S'avvicinano i pescatori e vedono questa bella donna, in croce, legata a quest'albero:—«Poerina!»—dicono—«in che maniera?»—«Scioglietemi»—dice—«e buttatemi nel mare e questa scatola prendetela per voi.»—«Poerina, no certo!»—dicono. La sciolgono; e siccome erano mercanti di cotone, levan tutte le balle e la metton dentro nella barca; mettono tutte le balle sopra e vanno via. Venghiamo a questo briccone che torna addietro, e trova l'albero senza più nulla. Vede questa nave: dietro gli va questo assassino a questa nave. E senza dir nulla, prende le balle e le butta nell'acqua, le principia a buttar via.—«Signore, ma cosa cerca Lei? ci manda in rovina, buttando via tutto questo cotone. Se Lei ha qualche sospetto, prenda la spada e buchi, gua'! Non Le si può dir altro.»—«Avete ragione!»—dice. Prende la spada e buca. E siccome il cotone rasciuga, la spada veniva pulita; bucava il cotone, feriva la principessa, ma veniva pulita.—«Eh»—dice—«perchè a quell'albero laggiù, vedete? aveva lasciata roba e non l'ho trovata più.»—Rispondono questi barcaroli:— La vede quella nave laggiù, laggiù? Codesta s'è veduta fermare.»—«Grazie!»—e va via l'assassino e corre dietro a quell'altra nave. E questi seguitano ad andare verso la città. Quando furono liberi, levano tutte le sue balle e trovano la donna svenuta e ferita in una mano. Gli dànno da riaversi. Lei la insiste sempre:—«Buttatemi in mare! Buttatemi in mare!»—Ma loro non gli dànno retta. La levano nella barca e ragionano tra di loro.—«Io»—dice uno—«Io, senti, ho la moglie giovane; a casa io non la posso portare. Gua' tu sai, le donne!...»—Quello che era vecchio, dice:—«La prenderò io e la porterò dalla mi' moglie.»—E così fanno. Si dividono le gioje a metà: il vecchio va a casa con questa ragazza, e quest'altro va dalla su' moglie. Il vecchio picchia alla casa; e la moglie tira e la gli apre. Va su e gli racconta il caso.—«Poerina!»—dice la moglie—«ti si piglierà pur troppo per nostra figliola! La si prenderà e la si tratterà per bene, poerina! La mi dispiace tanto!»—Dice questa ragazza:—«Voglio una grazia: non voglio veder nessuno omo di nessuna sorte, levato mio padre.»—Così chiamava ora quel vecchio che l'aveva presa.—«Come questo è, state sicura»—dice—«che da noi non ce ne vien davvero degli òmini.»—«Eh!»—dice—«queste gioje, bisognerà venderne qualcheduna, perchè io voglio fare dei lavori. Voglio che ne vendiate, e mi compriate tanta seta da ricamo.»—Questa vecchia la vende le gioje, la compra questa seta e la gnene porta. E la principessa fa un bellissimo tappeto, ma tanto bello che non ci poteva esser niente di più bello. Quando la lo ha fatto, vicino a questa vecchia là ci stava un Re; pochi passi distante, via.—«Voi»—dice la ragazza—«dovete andare da Sua Maestà a sentire se compra questo tappeto.»—Lavecchia prende questo tappeto e lo porta da Sua Maestà. E così Sua Maestà dice:—«Ma chi li fa questi bei lavori?»—Risponde:—«Una mia figlia.»—«Ah, una vostra figlia? È impossibile! Uhm! Sarà, gua'!»—Compra il tappeto e dà i quattrini. E la vecchia viene a casa e porta i quattrini. E la principessa dice:—«Sapete? domani, dovete comprarmi dell'altra seta con questi quattrini.»—La mercantessa gli compra la seta e la giovane fa un bellissimo parato da stanza. Quando gli è finito, la vecchia la lo porta a questo Re. Sua Maestà domanda:—«Ma quella donnina, ditemi la verità; chi li fa questi lavori?»—Dice:—«Mah! mia figlia!»—Il Re l'intendeva male, ma con tutto ciò bisognava che gli credesse, quando diceva ch'era sua figliola. Gli dà i quattrini e la li porta alla ragazza.—«Sapete»—dice—«domani dovete con tutti questi quattrini, comprarmi dell'altra seta parimenti.»—La vecchia gli compra la seta; e lei, la fa tutto un finimento di seggiole, di poltrone, di tutto ciò che occorre in una camera. Quando l'ha finito, la lo manda a Sua Maestà. Maestà non gli sta a dire:—«Di chi sono i lavori?»—sta zitto. Paga la vecchia e poi gli va dietro, dietro, dietro. Quando questa donna è per serrar l'uscio, gli spinge l'uscio: entra dietro. Questa vecchia comincia a urlare, a urlare. La giovane, che sente urlare, la crede che sia l'assassino, la va sotto il letto e si sviene. Vien su la vecchia e cerca per tutto: non c'è la ragazza; e il Re con lei.—«Oh!»—la urlava—«Lei che n'è stato causa!»—Guardano sotto il letto e la vedono svenuta. La tirano fori, la rianno: e lei apre gli occhi. La vede che non è l'assassino e lei gli ritorna il sangue in calma; perchè lei la paura non era altro che dell'assassino. Sua Maestà gli domanda:—«E perchè vi viene di queste mancanze?»—«Lamia disgrazia»—la dice. Vede Maestà questa gran bella ragazza, questa bella donna, se ne innamora. E tutti i giorni andava in questa casa per far visita. Dunque, facendo il discorso corto, la chiede in isposa[3]. I vecchi dice:—«Maestà, nojaltri siamo poera gente....»—«A me non importa. Io voglio la ragazza, non voglio i denari.»—Lei risponde:—«Io son contenta, ma voglio una grazia da voi.»—La ragazza dice così.—«E quale?»—dice il Re.—«Io non voglio veder òmini, levato che voi e mio padre, di nessuna sorta.»—«Come questo è,»—dice Maestà—«io sono contento. Io vi concedo la grazia.»—Da sè dice:—«L'è tanto bella! a me non mi par vero, che non voglia veder òmini!»—Eccoti, concludon le nozze, senza invito, senza nulla: la giovane non voleva veder òmini: fu quasi uno sposalizio occulto. Lascio dire i sudditi! che si sente lo sposalizio e la Regina non si vede da nessuna parte. Chi:—«Ha sposato un cane.»—Chi:—«Ha sposato una scimmia.»—Chi una cosa, chi un'altra. Tutti i signori della corte, parimenti un bisbiglìo. Lui fu costretto a dirgnene alla moglie:—«Tu bisogna che mi faccia una grazia: ma bada a non dir di no. La corte c'è tutto un bisbiglìo: se io ho preso un cane, se io ho preso una scimmia. Tu, bisogna che tu ti faccia vedere ai sudditi, che tu decida un'ora.»—Allora lei la dice:—«Dalle undici a mezzogiorno, starò sul terrazzino.»—Figuratevi le genti, da dove le venivano: da tutte le parti! Messi i bandi alle cantonate, dicevano—«Qui ci ha da essere una meraviglia.»—Eccoti, questo briccone d'assassino capita lì; legge:dalle undici al mezzogiorno la Regina su il terrazzino:—«Oh!»—dice—«vo' vederla.»—Si mette sotto il terrazzino e la riconosce, e fa così: si morde il dito e gli accenna così minacciando.Quella lo riconosce e la va giù svenuta e si sfragella tutta la testa. La vecchia che sente questo colpo e la va di là e trova la ragazza che tutta sanguina, chè s'era spaccata la testa, principia a urlare. Corre il Re e vede questo spettacolo. La dice la vecchia al Re:—«L'avete avuta di farla vedere, l'avete avuta! Cos'avete ricavato di farla vedere a il pubblico? La vedete come gli è questa donna?»—Corre subito i medici; con balsami; gli fasciano la testa e la mettono a letto; quattro o cinque giorni, la stava benino. Venghiamo a questo briccone, che lascia passare un tempo: poi si veste da signorone e chiede di andare a udienza. L'udienza principia: mille discorsi, mille complimenti a il Re. Per la quale questo Re rimane incantato e gli dice se vol restare a mangiare una zuppa da lui.—«Volentieri»—dice—«accetterò.»—Costui accetta e stanno a pranzo tutti contenti. La Regina no, perchè la non voleva veder òmini.—«Via»—dice il Re—«si trattiene molto Lei qua?»—«Oh!»—dice questo assassino—«un pajo di settimane.»—«Se mi favorisse tutti i giorni di venire a mangiare una zuppa con me, Lei mi farebbe un gran regalo.»—Quando gli è il quarto giorno che andava a pranzo da Maestà, questo briccone ordina non so quante botti di vino tutte alloppiate; e bottiglie, una quantità d'ogni qualità, tutte alloppiate; e le manda al palazzo. Figuratevi la servitù che vede tutte queste botti di vino! Quando gli è l'ora del pranzo, che a tavola c'era bottiglie e loro ci avevano le botti: bevi ch'io bevo! Sua Maestà non fece che bere, ma una cosa da non la si poter credere, più di mezze le bottiglie. Quando è finito il pranzo, questo assassino vien via come le altre sere:—«Addio a domani; addio a domani.»—Quando gli è una certa ora, chi casca di qua, ubbriaco; chi cascadi là: tutte le guardie erano alloppiate e Sua Maestà gli era più di loro: lo misero in letto. Venghiamo a questo briccone. Entra nel palazzo e vede una guardia qui addormentata, tutti addormentati. Va nella stanza su lesto, gira la gruccia e apre. Dice lei:—«Chi è?»—la Regina. Risponde l'assassino:—«Sono io, briccona.»—Gli dice:—«Adesso è il tempo della mia vendetta. Esci dal letto e va a prendere un bacino d'acqua, quando io mi laverò le mani intinte nel tuo sangue.»—Lei la va lì:—«Marito mio, svegliati!»—la dice e lo scote. E lui, il briccone, risponde:—«Eh! non si sveglia, no.»—Manda poi per un asciugamano, poi per non so che altra cosa. E lei sempre:—«Marito, svegliati!»—Ritorna al letto e dice:—«Marito, svegliati!»—Ed esso si sveglia. Il marito si sveglia:—«Cosa c'è?»—«Vedete quel briccone? Mi vole ammazzare.»—Prende la pistola che avea sotto il capo, la scarica e ammazza l'assassino.[4]—«Oh, ora poi»—dice lei—«potrò vedere quanti òmini che voi volete. Ma abbiate da sapere che ce ne sono quarantatrè altri di questi assassini;»—la gli dice—«e stanno nel tal posto, nella tal città.»—Subito Maestà spedisce i soi òmini, quattro e sei, per questo posto ch'ella avea detto. Quattro e sei? Altro! anche un centinajo; tutta la gendarmeria, i soi scudieri: spedì tutto. E li chiapparono pari pari, credetemi, tutte quelle genti. Chi squartato, chi bruciato, chi strascinato a coda di cavallo di questi assassini. Entrorno nel palazzo di questi assassini; presero le ricchezze, che non si può credere, erano più ricchi di Sua Maestà, e le portorono via e diedero foco al posto:—«Perchè se ve n'è rimasto qualcheduno»—dicevano—«sien bruciati.»—Andarono al palazzo del Re, portando tutta la ricchezza che non si pò dire. Gli raccontano che hannofatta l'ubbidienza e poi hanno bruciato il palazzo degli assassini. E allora lui gli dice:—«Bravi, io vi ringrazio!»—E avrà loro fatto il regalo, questo è certo. La Regina, lei allora lì con tutti que' signori, non aveva più paura e andava in società come tutte le altre. La chiede un giorno una grazia a Sua Maestà:—«Voglio una grazia. Voglio che si faccia un invito a tutti i Re del mondo, tutti tutti, che vengano a pranzo da noi; e chi non interviene, pena la testa.[5]»—Bisogna venire, delle teste ce n'è una. Poi la Regina la ordina che per suo padre, questo Re avaro, tutto fosse fatto sciocco; le pietanze tutte sciocche. E poi fossero rizzate le forche. Tutti i Re, tutti tutti intervennero, ed anche questo padre di lei; ed era fatto tutto sciocco per lui. Tutti dicevano:—«bravo»—qua—«bravo»—là—«bravo il coco!»—Questo vecchio dice:—«Tutti dicono:bravo il coco!ed io sento ogni cosa sciocca!»—«Sciocco come Lei, signor padre»—la gli risponde, la Regina.—«Io, padre?»—dice lui.—«Lei padre»—dice—«che non aveva che una figlia. Lei si ricordi, che per la sua avarizia la maritò ad un assassino. Ed io»—dice—«debbo a questi vecchi che mi hanno salvata la vita. Venga con me!»—Lo conduce dove c'era le forche:—«Guardi»—dice—«quel che c'è' per Lei!»—«Oh me lo merito!»—dice il padre, vedendo le forche. Quando gli è il boja per dare il colpo, dice questa Regina:—«Ferma! gli sia perdonato!»—Potete credere, gli vien giù quel povero vecchio, gli s'attacca al collo, baciandola e chiedendole scusa e perdono. E lei gli disse:—«Alzatevi, io vi ho perdonato.»—Ma il colpo di questo vecchio, tra i rimorsi, tra la paura, tra la vecchiaja, campò pochi mesi. Venne a morte e lasciò tutta la ricchezza alla figliola. Figuratevi che ricchezza la fuquella! Se ne vissero e se ne godettero, e in pace sempre stettero.NOTE[1]Cf.Pitrè(Op. cit.) XXI.Lu spusaliziu di 'na Riggina c'un latru.[2]VediStraparola, notte III, fav. IV.—«Fortunio, per una ricevuta ingiuria, dal padre e dalla madre putativi si parte, vagabondo capita in uno bosco dove trova tre animali, dai quali per sua sentenza è guiderdonato: indi entrato in Polonia giostra, et in premio Doralice figliuola del Re, in moglie ottiene.»—L'aquila, il lupo e la formica avevan dato a Fortunio di prender le forme loro a piacimento:—«Doralice mesta si ridusse sola in una cameretta non meno ornata che bella, e stando così solinga con la finestra aperta, ecco Fortunio il quale, come vide la giovane, fra sè disse:Deh, che non son io aquila!Nè appena egli aveva fornite le parole, che aquila divenne. E volato dentro della finestra e ritornato uomo come prima, tutto giocondo, tutto festevole se le appresentò. La Pulcella, vedutolo, tutta si smarrì e (sì come da famelici cani lacerata fusse) ad alta voce cominciò gridare. Il Re, che non molto lontano era dalla figliuola, udite l'alte grida, corse a lei; e inteso che nella camera era un giovane, tutta la zambra ricercò; e, nulla trovando, a riposare se ne tornò, perciocchè il giovane, fattosi aquila, per la finestra si era fuggito. Nè fu sì tosto il padre postosi a riposare, che da capo la Pulcella si mise ad alta voce gridare, perciocchè il giovane come prima a lei presentato si aveva. Ma Fortunio, udito il grido de la giovane e temendo della vita sua, in una formica si cangiò e nelle bionde trezze della vaga donna si nascose. Odescalco, corso a l'alto grido della figliuola e nulla vedendo, contro di lei assai si turbò; et acramente minacciolla, che se ella più gridava, egli le farebbe uno scherzo che non le piacerebbe. E tutto sdegnato si partì, pensandosi che ella avesse veduto nella sua immaginativa uno di coloro, che per suo amore erano stati nel torneamento uccisi.»—Vedi anchePitrè(Op. cit.) XIX.Lu Scavu. Cf. Con la Novella II della Giornata IX delPecorone:—«Arrighetto, figliuolo dello Impeadore,nascoso dentro un'aquila d'oro, entra in camera della figliuola del Re d'Araona, e fatto accordo con essa la porta per mare in Alemagna. Guerra che ne avviene e la pace fatta per ordin del papa sotto pena d'escomunicazione.»—Da dove comincia:—«Il Re di Raona ebbe una figliuola, la quale avea nome Lena, giovane, bella, vaga, costumata e savia,ecc.»—fino a:—«ed essendone certo, se ne tornò al padre, e dissegli che il figliuolo dello Imperadore era venuto in persona e furata l'avea.»—Cf. per questo ascondimento nella statua d'un uccello l'annotazione alla stanza XIII del II Cantare del Malmantile, che rimanda al II Canto del Mambriano e per altri particolari della fiaba, vedi l'annotazione alla stanza VI del medesimo Cantare del Malmantile. Nel quale, in fin de' conti, si narra l'origine del proverbioÈ fatto il becco all'oca, onde si hanno varianti senza numero.[3]È notevole la somiglianza di questo episodio con laIstoria bellissima di Angelina Siciliana, la quale amava grandemente Gesù Cristo, dalla quale sentirete, che per vivere castamente vendè fino i suoi capelli, quali furono poi la sua fortuna(Bologna. Alla Colomba).La madre co' capelli via andòA veder se qualcun li vuol comprare.Una nobil signora li guardò,Fece sta donna avanti a se menare.....—«Ditemi, donna mia buona ed accorta,Questi capelli son di qualche morta?»——«No»—rispos'ella presto presto allora—«Son d'una figlia mia, vi fo sapere,Che tagliati se gli è, non è un'ora.Il dir bugie a Lei non è dovere.»—Rispose allor la prudente signora:—«Questa vostra figliuola vo' vedere;E con i suoi li paragonerò.Danar quanti volete io vi darò.»—Entra in carrozza e giunse in tempo pocoLà dove era la casta verginella.....Mossa a pietà la nobile signoraNon puol dagli occhi rattenere i pianti.Comanda ai servi prestamente allora,Che vadano a trovar vesti ed ammanti.Un nobil cavalier, magno signore,S'ebbe di tal donzella innamorare.Fra sè dispose dentro del suo corePer propria sposa volerla pigliare.Chieder la fece con molta prestezza:Gli risposer di si con allegrezza.Ecc. ecc.[4]La storia di Scirone ladrone, nel Canto Quinto dellaRodi salvata|canti sette|del Conte e Cavaliere|Vicenzo Marenco|Opera postuma|continuata e terminata|da|Giuseppe Turletti|con gli argomenti dello stesso||Carmagnola 1833.|per i Tipi di Pietro Barbiè; corrisponde perfettamente a quest'episodio. La racconta in Isciro, Gualtieri, signore di essa isola.Fama è, ch'allora empio ladron tenesseCoteste spiagge, che Sciron fu detto,Che quanti il caso qui sospinto avesseStranieri, o il vento ad approdarvi astretto,Con arte infame ad albergar traesseEntro solingo ed esecrabil tetto,Dove sotto accoglienze amiche e lietePoi gli ancidea furtivo all'ombre chete.Finchè da' venti qui sospinto venneL'Attico Prence domator de' mostri,Dal Termodonte le vittrici antenneQui raccogliendo e i coronati rostri;L'usato stil con esso il ladron tenne,E a scender l'invitò sui lidi nostri,Chè de' tesori ond'era carco il legnoD'arricchirsi fra sè volgea disegno.A lieta mensa il traditor l'accoglieCol fior di quella gioventude Achea;E medicati vin con certe foglie,Che fan stupidi i sensi in chi ne bea,Lor versa in copia; e 'n suo pensier già coglieDell'opra il frutto scelerata e rea,Che pensa in breve a cupo sonno e forteVeder ciascuno in braccio e darlo a morte.Ma sua ventura vuol, che l'amorosaAmazone bellissima Reina,Del giovinetto vincitor già sposa,Nè a bevanda nè a cibo il labbro inchina.E allor ch'immerso in cupo sonno ei posaSola desta rimane a lui vicina,Mentre, caduto già 'l diurno lumeSteso ei giacea su le malfide piume.A par del Duce in stupida quieteGiacean profondamente i Greci avvinti;E l'infame ladron tra l'ombre queteGià tutti avea que' sventurati estinti;Anzi già ne veniva alle secreteStanze, u' chiudea dal sonno i lumi vintiIl buon Teseo fra l'amorose bracciaDella Reina, ch'al bel sen lo allaccia.E gode, il suo giungendo al caro viso,Pascer di dolce fiamma i suoi sospiri,E sulle mute labbia un indivisoSpirto raccoglier ne' di lui respiri.Quando sul limitar, di sangue intriso,Avvien che l'empio penetrar rimiri,Al chiaror, che dagli astri entra nel tetto:Ma vario dal pensier segui l'effetto.Chè la vigile Amazzone coll'asta,Che sempre a canto era tenersi avvezza,Il ferro del ladron, che già sovrasta,Qual può meglio ripara, e 'l colpo spezza;Quel vinto dal timor già non contrasta.Ma fugge, e sol ne' piè pon sua salvezza;Scuote il Campion la spaventata donna,Ch'alla scossa e al rumor più non assonna.E fatto a un cenno della fraude accorto,Stringe il brando e 'l fellon premendo segue,Benchè per calle essendo obbliquo e tortoOltr'ei trascorso, di lontan l'insegue.Alfin lo scorge omai vicino al porto,E tanto va, che par ch'ormai l'adegue,E almeno di salir la nave u' soloPotria salvarsi, l'impedisce a volo.Vista de' fidi suoi sul lido infandoAvea intanto la strage il Greco Duce,E contro il traditor di rabbia urlandoCome fiamma nel volto arde e riluce;L'incalza a tergo con l'invitto brando,Che gli folgora in man di mortal luce;Tutta la notte il segue e già ne premeL'orme coll'orme e d'afferrarlo ha speme.Per pian, per colle, per dirupo e balza,Quel fugge, e l'ali al piè timor gli porge,Qual capriol, cui leopardo incalza,Di vallone in vallon s'abbassa e sorge,Sopra una costa, che stringendo s'alzaIn erto scoglio alfin, e in mar ne sporge,Sale e si trova in sul finir del monteCon Teseo a tergo e 'l mar d'intorno e a fronte.Tocca la cima e d'alcun lato scampoPiù non si vede, onde giù balza e piomba,Dov'altri scogli fanno ai flutti inciampoE 'l lido e l'onda al suo cader rimbomba.Giunge in vetta il guerriero in men d'un lampoChe l'aria ancor del precipizio romba,E lo sparso cerebro in sulle spondeNe vede e 'l busto volteggiar sull' onde.[5]Fra' pregi dellaNovellaja fiorentinanon può annoverarsi certo quello di dar giuste nozioni ed esatte di diritto internazionale. Pari in pari non ha imperio.

XIV.LA BELLA E LA BRUTTA.[1]Era un omo che aveva una figlia e si rimaritò e dalla seconda moglie ebbe un'altra figlia. E la prima che aveva i' suo marito, la matrigna non gli voleva punto bene. La prima, che non poteva lei, un giorno lei gli dava molto da filare e gli diceva.... gli dava una libbra di lino dapprima e gli diceva:—«Se stasera tu non hai finita questa libbra di lino, tu non devi aver da cena.»—Quella poera bambina andiede fòri; non faceva che piangere, non sapeva come fare a filare questa libbra di lino. Strada facendo, trovò una vecchina; disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—Disse:—«Cos'ho? Debbo filare una libbra di lino, sennò mia madre non mi dà punto da cena. Io non so come fare.»—E lei, questa vecchina, gli disse:—«Stai zitta. Va là nel bosco. Troverai una vaccuccina e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino bell' e annaspato e tutto. La sua madre fu contenta, ma i' giorno dopo mandò la sua figlia: e tornò, avendognene dato mezza libbra e non avendone filato neppure un quarto. I' giorno dopo rimandò quella, la prima, la figliastra; e gnene diede due libbre, che lei si struggeva di farla patire, non voleva dargli neppure da mangiare. E gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste due libbre di lino, non avrai da cena.»—Questabimba, subito sortita di casa, cominciò a piangere. Quando fu alla metà della strada, ritrovò la solita vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina, che piangi tanto, poerina?»—«Mia madre, invece d'una libbra, me ne ha date due.»—«Vai n'i' solito bosco, troverai la solita vaccuccina, e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. I' giorno dopo, la madrigna gnene diede tre libbre e gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste tre libbre di lino, non avrai da cena.»—Questa poera bambina, andiede fòri; non sapeva come fare a filare queste tre libbre di lino. Strada facendo trovò quella vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—«Mia madre, invece di due libbre, me n'ha date tre.»—«Vai n'i' solito bosco; troverai la solita vaccuccina e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera; aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. Poi la madrigna gli diede una camicia a cucire e gli disse:—«Se stasera non hai finita questa camicia, non devi aver da cena.»—Questa poera bambina non faceva che piangere. Per fortuna ritrovò la solita vecchina; e la gli disse:—«Vai n'i' bosco; troverai la solita vaccuccina e falli i' solito discorso: «Con la bocca infila, infila; Con le corna cuci, cuci; Ti farò l'erba, che pasca.»—La madre, tornando a casa, avendo veduta cucita la camicia, non sapeva come fare a gastigarla. I' giorno dopo pensò di mandarla dalle fate a prende' lo staccio per istaccià' la farina per fare i' pane. Va dalle fate questa bambina, picchia alla porta. Le fate dimandano:—«Chi è?»—Disse:—«Amici!»—«Fate adagio; le scale son di vetro,»—Lei si levò le scarpe pe' fa' più piano. Arrivò dalle fate egli dissono:—«Fate i' piacere di pettinarmi. Che ci trovi in capo mio?»—«Perle e diamanti.»—«E perle e diamanti avrai. Fammi i' piacere di rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Oro e argento.»—«E oro e argento avrai. Fammi i' piacere di spazzammi la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Rubini e Cherubini.»—«Rubini e Cherubini avrai.»—La menorno alla stanza dei vestiti e gli dissono:—«Prendi un vestito a tuo piacere.»—Lei prese un vestito dei peggiori che avessero. Glielo levorno e gli diedono i' più bello che avessero nell'armadio. La menorono alla stanza dove avevano i quattrini e gli dissero:—«Prendi quello che ti fa piacere.»—E lei prese tre o quattro soldi poco boni. Gnene levorono e gli dierono dell'oro e dell'argento. La menorono alla cassetta delle gioie e gli dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Lei prese un pajo tutti rotti. Gnene levorno e gli diedono un pajo di orecchini di brillanti. Gli dissero:—«Quando sarai sur i' ponte, vòltati indietro; sentirai un gallo cantare.»—Quando la fu sur i' ponte sentì un gallo cantare; lei si voltò indietro e gli venne una bella stella nella testa. Quando arrivò a casa, la sua madre gnene volea levare: con più[2]che col coltello la raschiava, credeva di levargnene e più bella diventava. La sua madre gelosa, che aveva avuta tanta roba, i' giorno dopo, per riportà' lo staccio, volse mandà' la sua figlia. Quando arrivò in fondo alle scale, picchiò. Le fate dissero:—«Chi è?»—«Amici.»—«Fate adagio, le scale sono di vetro.»—Con più che dicevano di fare adagio, e lei più forte faceva; che gli rompè tutte le scale.—«Pettinatemi. Che ci trovi in capo mio?»—«Zeccacce, pidocchiacce e brutte donnacce come siete vojaltre.»—«E zeccacce e pidocchiacce avrai.»—«Rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Pulci e cimici.»—«Pulci ecimici avrai.»—«Spazzami la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Sudiciume, spazzatura, porcherie, come siete vojaltre.»—«Spazzatura, sudiciume e porcherie, come siamo nojaltre, avrai.»—La portorono alla stanza dei vestiti. Gli dissero:—«Prendine uno a i' tuo piacere.»—Prese i' più bello che ci fosse nell'armadio. Glielo levorono e gli diedono i' vestito più brutto che ci avesse. La menorno alla stanza dei quattrini; gli dissero:—«Prendi quello che tu vòi.»—Si era empito il grembiale di danari. Glieli levorono e gli dierono tre o quattro soldacci che ci avevano. La menorno alla stanza delle gioie. Dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Prese un pajo de' più belli. Gnene levorono e gnene dierono un pajo tutti rotti. Dice:—«Quando sarai su i' ponte, vòltati indietro: sentirai un asino ragliare.»—Si voltò e gli venne una bella coda in mezzo alla testa. Tornò a casa: la sua madre gnene tagliava: con più gnene tagliava e più lunga diventava.[3]Era brutta prima e con questa coda più brutta che mai. Un giorno (avevano un melo vicino a casa) passò i' Re e gli disse alla sua madre che era lì fòri:—«Ci sarebbe da avere un poche di mele?»—Disse la madre:—«Sì, subito:»—e chiamò la sua figlia Luisa e gli disse:—«Arriva un poche di mele a i' Re.»—Prende la scala per arrivà' alle mele: con più credeva di avvicinarsi e più il melo si alzava, non ci arrivava! faceva di tutto per arrivarle e più il melo si alzava. Il Re disse:—«Com'è possibile che non siate bona a arrivarmi un poche di mele? Non ci avete nessuno altri in casa che sian capaci più di voi?»—«Ci ho un'altra, ma non è bona a niente, perchè è una Cenerontolaccia, che sta sempre tra la cenere; non è bona a niente.»—«Pure chiamate quella: potrebbe esser più bona divoi.»—E la chiamò:—«Cenerontola, vien qui per arrivare un poche di mele a i' Re.»—Si messe un vestito, che gli avevan regalato le fate, che scendendo la scala sonava, che pareva un campanello. La sua madrigna disse:—«Sentite quella Cenerontolaccia, si tira persino la paletta addietro.»—I' Re gli disse:—«Arrivatemi un poche di quelle mele.»—La Cenerontola andiede sott'i' melo. I' melo si calò e s'empì i' grembiule pieno di mele in un minuto. I' Re avendo veduto questa bella giovine con questa bella stella nella testa, disse che la voleva per moglie. La sua madrigna gelosa, benchè pensava a i' tradimento, disse—«Sì»—che era contenta; e fissarono tra tre giorni d'andare a prenderla in carrozza e gli mandò i' vestiario con sette anella. La madre, la madrigna, la mattina dello sposalizio, invece di vestire la sposa, vestì la sua figlia da sposa e messe la Cenerontola drento a un tino ignuda, e messe a bollire una caldaja d'acqua. Va i' Re a prendere la sposa in carrozza e la porta via. Quando i cavalli cominciarono a camminare con la sposa drento, che il Re non avea veduto se era la bella o la brutta, e' gli andiede drieto un gatto. Gli diceva:—«Gnaolo, gnaolino!«La bella è drento i' tino;«E la brutta malincotta,«I' cavallo d'i' Re che se la porta.»—Ma quelli non gli davano retta; seguitavano i' camminare. I' gatto seguitava sempre a gnaolare. I' Re, seguitando i' gatto, e' gli venne a nojare e disse:—«Meglio è indietro ritornare; ci dev'essere qualcosa.»—Tornorono indietro e i' gatto andava sempre innanzi a i cavalli; loro sempre indietro; e gli accompagnòinsino alla cantina. Entrorono drento e trovorono n' i' tino questa poera ragazza disgraziata, ignuda. I' Re l'ha riconosciuta, ha spogliato quella ch'era in carrozza, e ha vestito quella che era dentro a i' tino; e hanno messa n' i' tino quella che era in carrozza, ignuda com'era quella prima, e son partiti. I' gatto non l'hanno udito più. Dopo pochi minuti la sua madre ha cominciato a buttare delle pentole d'acqua bollente n' i' tino. La sua figlia diceva:—«Mamma, voi mi bruciate.»—La gli diceva:—«La mia figlia non sei tu.«La mia figlia è andata a marito,«Con sette anella in dito.»—E lei seguitava a dire:—«Mamma, voi mi bruciate.»—E lei rispondeva:—«La mia figlia non sei tu.«La mia figlia è andata a marito,«Con sette anella in dito.»—Ha seguitato a buttar acqua bollente insin in quanto non è stata estinta. Quando non ha sentito più parlare è andata giù a volerla levare. Credeva che la fussi la sua figliastra; e invece era la sua figlia. Non sapeva come fare per dillo a suo padre. L'ha vestita, l'ha portata in casa, l'ha messa a sedere sopra una seggiola, sopra alla porta di casa, con la rocca allato, figurando di filare. Arrivando a casa suo padre, era sull'uscio di casa a sedere sopra la seggiola. Suo padre ha detto:—«Cosa fai costì a sedere? Sei sempre a dormire! tu non lavori mai?»—Appena che lui gli ha toccata una mano, è caduta in terra. La sua madre s'è messa a gridare, dicendogli che lui gliaveva ammazzata la figliola. S'è radunato di molta gente. Suo padre l'avevan fatto carcerare; ma avendo scoperto i' delitto di sua madre, in breve tempo l'hanno fatta fucilare. Prima hanno fatto carcerare lui e poi hanno fatto morire lei. La Cenerentola s'ha goduto i' suo marito; divenne Principessa. Se ne stiedero e se ne goderono e a me nulla mi dierono.NOTE[1]Variante della fiaba precedente. Sarà superfluo fare osservare la simiglianza della prima parte di questa versione, dove si tratta d'incombenze impossibili ad eseguirsi, con un episodio della storia di Psiche, che si ritrova anche in una delle novelle delPentamerone? E la storia di Psiche non era forse unafavola milesia, una fiaba, uncunto, una novella popolare insomma? Vedi, per quest'incarichi assurdi, anche laPrezzemolina, nella presente raccolta, ed appo ilPitrè(Op. cit.) XVLu Re di Spagnae XVIIMarvisia.[2]Con più, corruzione evidente dicom' più,come più,quanto più; adoperata anche dalSaccenti, Rime, II, 9. Del resto anche in Milanese si adopera così, p. e.Compù(oCon pu)el mangia, compu el sta mal, più mangia, peggio sta.[3]Nel libro intitolato Études|sur|Aristophane|par|M. Émile Deschanel|Ancien Maître—de—Confèrences à l'École Normale supéríeure, ||Paris|Librairie de L. Hachette et C.ⁱᵉ|Boulevard Saint—Germain, N.º 77|1867|Droite de propriété et de traduction réservés; v'è un paragone interessante desunto da questa fiaba:Vous rappelez—vous ce conte de fées, où deux jeunes filles, deux sœurs, toutes les fois qu'elles ouvrent la bouche, en laissent échapper, l'une des fleurs, des perles et des pierreries; l'autre des vipères et des crapauds? De ces deux jeunes filles, faites—en une seule, dont la bouche répandra tout cela pêle—mêle: c'est la Muse d'Aristophane.

LA BELLA E LA BRUTTA.[1]

Era un omo che aveva una figlia e si rimaritò e dalla seconda moglie ebbe un'altra figlia. E la prima che aveva i' suo marito, la matrigna non gli voleva punto bene. La prima, che non poteva lei, un giorno lei gli dava molto da filare e gli diceva.... gli dava una libbra di lino dapprima e gli diceva:—«Se stasera tu non hai finita questa libbra di lino, tu non devi aver da cena.»—Quella poera bambina andiede fòri; non faceva che piangere, non sapeva come fare a filare questa libbra di lino. Strada facendo, trovò una vecchina; disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—Disse:—«Cos'ho? Debbo filare una libbra di lino, sennò mia madre non mi dà punto da cena. Io non so come fare.»—E lei, questa vecchina, gli disse:—«Stai zitta. Va là nel bosco. Troverai una vaccuccina e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino bell' e annaspato e tutto. La sua madre fu contenta, ma i' giorno dopo mandò la sua figlia: e tornò, avendognene dato mezza libbra e non avendone filato neppure un quarto. I' giorno dopo rimandò quella, la prima, la figliastra; e gnene diede due libbre, che lei si struggeva di farla patire, non voleva dargli neppure da mangiare. E gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste due libbre di lino, non avrai da cena.»—Questabimba, subito sortita di casa, cominciò a piangere. Quando fu alla metà della strada, ritrovò la solita vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina, che piangi tanto, poerina?»—«Mia madre, invece d'una libbra, me ne ha date due.»—«Vai n'i' solito bosco, troverai la solita vaccuccina, e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. I' giorno dopo, la madrigna gnene diede tre libbre e gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste tre libbre di lino, non avrai da cena.»—Questa poera bambina, andiede fòri; non sapeva come fare a filare queste tre libbre di lino. Strada facendo trovò quella vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—«Mia madre, invece di due libbre, me n'ha date tre.»—«Vai n'i' solito bosco; troverai la solita vaccuccina e gli dirai:Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca.»—Arrivò la sera; aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. Poi la madrigna gli diede una camicia a cucire e gli disse:—«Se stasera non hai finita questa camicia, non devi aver da cena.»—Questa poera bambina non faceva che piangere. Per fortuna ritrovò la solita vecchina; e la gli disse:—«Vai n'i' bosco; troverai la solita vaccuccina e falli i' solito discorso: «Con la bocca infila, infila; Con le corna cuci, cuci; Ti farò l'erba, che pasca.»—La madre, tornando a casa, avendo veduta cucita la camicia, non sapeva come fare a gastigarla. I' giorno dopo pensò di mandarla dalle fate a prende' lo staccio per istaccià' la farina per fare i' pane. Va dalle fate questa bambina, picchia alla porta. Le fate dimandano:—«Chi è?»—Disse:—«Amici!»—«Fate adagio; le scale son di vetro,»—Lei si levò le scarpe pe' fa' più piano. Arrivò dalle fate egli dissono:—«Fate i' piacere di pettinarmi. Che ci trovi in capo mio?»—«Perle e diamanti.»—«E perle e diamanti avrai. Fammi i' piacere di rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Oro e argento.»—«E oro e argento avrai. Fammi i' piacere di spazzammi la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Rubini e Cherubini.»—«Rubini e Cherubini avrai.»—La menorno alla stanza dei vestiti e gli dissono:—«Prendi un vestito a tuo piacere.»—Lei prese un vestito dei peggiori che avessero. Glielo levorno e gli diedono i' più bello che avessero nell'armadio. La menorono alla stanza dove avevano i quattrini e gli dissero:—«Prendi quello che ti fa piacere.»—E lei prese tre o quattro soldi poco boni. Gnene levorono e gli dierono dell'oro e dell'argento. La menorono alla cassetta delle gioie e gli dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Lei prese un pajo tutti rotti. Gnene levorno e gli diedono un pajo di orecchini di brillanti. Gli dissero:—«Quando sarai sur i' ponte, vòltati indietro; sentirai un gallo cantare.»—Quando la fu sur i' ponte sentì un gallo cantare; lei si voltò indietro e gli venne una bella stella nella testa. Quando arrivò a casa, la sua madre gnene volea levare: con più[2]che col coltello la raschiava, credeva di levargnene e più bella diventava. La sua madre gelosa, che aveva avuta tanta roba, i' giorno dopo, per riportà' lo staccio, volse mandà' la sua figlia. Quando arrivò in fondo alle scale, picchiò. Le fate dissero:—«Chi è?»—«Amici.»—«Fate adagio, le scale sono di vetro.»—Con più che dicevano di fare adagio, e lei più forte faceva; che gli rompè tutte le scale.—«Pettinatemi. Che ci trovi in capo mio?»—«Zeccacce, pidocchiacce e brutte donnacce come siete vojaltre.»—«E zeccacce e pidocchiacce avrai.»—«Rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Pulci e cimici.»—«Pulci ecimici avrai.»—«Spazzami la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Sudiciume, spazzatura, porcherie, come siete vojaltre.»—«Spazzatura, sudiciume e porcherie, come siamo nojaltre, avrai.»—La portorono alla stanza dei vestiti. Gli dissero:—«Prendine uno a i' tuo piacere.»—Prese i' più bello che ci fosse nell'armadio. Glielo levorono e gli diedono i' vestito più brutto che ci avesse. La menorno alla stanza dei quattrini; gli dissero:—«Prendi quello che tu vòi.»—Si era empito il grembiale di danari. Glieli levorono e gli dierono tre o quattro soldacci che ci avevano. La menorno alla stanza delle gioie. Dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Prese un pajo de' più belli. Gnene levorono e gnene dierono un pajo tutti rotti. Dice:—«Quando sarai su i' ponte, vòltati indietro: sentirai un asino ragliare.»—Si voltò e gli venne una bella coda in mezzo alla testa. Tornò a casa: la sua madre gnene tagliava: con più gnene tagliava e più lunga diventava.[3]Era brutta prima e con questa coda più brutta che mai. Un giorno (avevano un melo vicino a casa) passò i' Re e gli disse alla sua madre che era lì fòri:—«Ci sarebbe da avere un poche di mele?»—Disse la madre:—«Sì, subito:»—e chiamò la sua figlia Luisa e gli disse:—«Arriva un poche di mele a i' Re.»—Prende la scala per arrivà' alle mele: con più credeva di avvicinarsi e più il melo si alzava, non ci arrivava! faceva di tutto per arrivarle e più il melo si alzava. Il Re disse:—«Com'è possibile che non siate bona a arrivarmi un poche di mele? Non ci avete nessuno altri in casa che sian capaci più di voi?»—«Ci ho un'altra, ma non è bona a niente, perchè è una Cenerontolaccia, che sta sempre tra la cenere; non è bona a niente.»—«Pure chiamate quella: potrebbe esser più bona divoi.»—E la chiamò:—«Cenerontola, vien qui per arrivare un poche di mele a i' Re.»—Si messe un vestito, che gli avevan regalato le fate, che scendendo la scala sonava, che pareva un campanello. La sua madrigna disse:—«Sentite quella Cenerontolaccia, si tira persino la paletta addietro.»—I' Re gli disse:—«Arrivatemi un poche di quelle mele.»—La Cenerontola andiede sott'i' melo. I' melo si calò e s'empì i' grembiule pieno di mele in un minuto. I' Re avendo veduto questa bella giovine con questa bella stella nella testa, disse che la voleva per moglie. La sua madrigna gelosa, benchè pensava a i' tradimento, disse—«Sì»—che era contenta; e fissarono tra tre giorni d'andare a prenderla in carrozza e gli mandò i' vestiario con sette anella. La madre, la madrigna, la mattina dello sposalizio, invece di vestire la sposa, vestì la sua figlia da sposa e messe la Cenerontola drento a un tino ignuda, e messe a bollire una caldaja d'acqua. Va i' Re a prendere la sposa in carrozza e la porta via. Quando i cavalli cominciarono a camminare con la sposa drento, che il Re non avea veduto se era la bella o la brutta, e' gli andiede drieto un gatto. Gli diceva:

—«Gnaolo, gnaolino!«La bella è drento i' tino;«E la brutta malincotta,«I' cavallo d'i' Re che se la porta.»—

Ma quelli non gli davano retta; seguitavano i' camminare. I' gatto seguitava sempre a gnaolare. I' Re, seguitando i' gatto, e' gli venne a nojare e disse:—«Meglio è indietro ritornare; ci dev'essere qualcosa.»—Tornorono indietro e i' gatto andava sempre innanzi a i cavalli; loro sempre indietro; e gli accompagnòinsino alla cantina. Entrorono drento e trovorono n' i' tino questa poera ragazza disgraziata, ignuda. I' Re l'ha riconosciuta, ha spogliato quella ch'era in carrozza, e ha vestito quella che era dentro a i' tino; e hanno messa n' i' tino quella che era in carrozza, ignuda com'era quella prima, e son partiti. I' gatto non l'hanno udito più. Dopo pochi minuti la sua madre ha cominciato a buttare delle pentole d'acqua bollente n' i' tino. La sua figlia diceva:—«Mamma, voi mi bruciate.»—La gli diceva:

—«La mia figlia non sei tu.«La mia figlia è andata a marito,«Con sette anella in dito.»—

E lei seguitava a dire:—«Mamma, voi mi bruciate.»—E lei rispondeva:

—«La mia figlia non sei tu.«La mia figlia è andata a marito,«Con sette anella in dito.»—

Ha seguitato a buttar acqua bollente insin in quanto non è stata estinta. Quando non ha sentito più parlare è andata giù a volerla levare. Credeva che la fussi la sua figliastra; e invece era la sua figlia. Non sapeva come fare per dillo a suo padre. L'ha vestita, l'ha portata in casa, l'ha messa a sedere sopra una seggiola, sopra alla porta di casa, con la rocca allato, figurando di filare. Arrivando a casa suo padre, era sull'uscio di casa a sedere sopra la seggiola. Suo padre ha detto:—«Cosa fai costì a sedere? Sei sempre a dormire! tu non lavori mai?»—Appena che lui gli ha toccata una mano, è caduta in terra. La sua madre s'è messa a gridare, dicendogli che lui gliaveva ammazzata la figliola. S'è radunato di molta gente. Suo padre l'avevan fatto carcerare; ma avendo scoperto i' delitto di sua madre, in breve tempo l'hanno fatta fucilare. Prima hanno fatto carcerare lui e poi hanno fatto morire lei. La Cenerentola s'ha goduto i' suo marito; divenne Principessa. Se ne stiedero e se ne goderono e a me nulla mi dierono.

NOTE

[1]Variante della fiaba precedente. Sarà superfluo fare osservare la simiglianza della prima parte di questa versione, dove si tratta d'incombenze impossibili ad eseguirsi, con un episodio della storia di Psiche, che si ritrova anche in una delle novelle delPentamerone? E la storia di Psiche non era forse unafavola milesia, una fiaba, uncunto, una novella popolare insomma? Vedi, per quest'incarichi assurdi, anche laPrezzemolina, nella presente raccolta, ed appo ilPitrè(Op. cit.) XVLu Re di Spagnae XVIIMarvisia.[2]Con più, corruzione evidente dicom' più,come più,quanto più; adoperata anche dalSaccenti, Rime, II, 9. Del resto anche in Milanese si adopera così, p. e.Compù(oCon pu)el mangia, compu el sta mal, più mangia, peggio sta.[3]Nel libro intitolato Études|sur|Aristophane|par|M. Émile Deschanel|Ancien Maître—de—Confèrences à l'École Normale supéríeure, ||Paris|Librairie de L. Hachette et C.ⁱᵉ|Boulevard Saint—Germain, N.º 77|1867|Droite de propriété et de traduction réservés; v'è un paragone interessante desunto da questa fiaba:Vous rappelez—vous ce conte de fées, où deux jeunes filles, deux sœurs, toutes les fois qu'elles ouvrent la bouche, en laissent échapper, l'une des fleurs, des perles et des pierreries; l'autre des vipères et des crapauds? De ces deux jeunes filles, faites—en une seule, dont la bouche répandra tout cela pêle—mêle: c'est la Muse d'Aristophane.

[1]Variante della fiaba precedente. Sarà superfluo fare osservare la simiglianza della prima parte di questa versione, dove si tratta d'incombenze impossibili ad eseguirsi, con un episodio della storia di Psiche, che si ritrova anche in una delle novelle delPentamerone? E la storia di Psiche non era forse unafavola milesia, una fiaba, uncunto, una novella popolare insomma? Vedi, per quest'incarichi assurdi, anche laPrezzemolina, nella presente raccolta, ed appo ilPitrè(Op. cit.) XVLu Re di Spagnae XVIIMarvisia.

[2]Con più, corruzione evidente dicom' più,come più,quanto più; adoperata anche dalSaccenti, Rime, II, 9. Del resto anche in Milanese si adopera così, p. e.Compù(oCon pu)el mangia, compu el sta mal, più mangia, peggio sta.

[3]Nel libro intitolato Études|sur|Aristophane|par|M. Émile Deschanel|Ancien Maître—de—Confèrences à l'École Normale supéríeure, ||Paris|Librairie de L. Hachette et C.ⁱᵉ|Boulevard Saint—Germain, N.º 77|1867|Droite de propriété et de traduction réservés; v'è un paragone interessante desunto da questa fiaba:Vous rappelez—vous ce conte de fées, où deux jeunes filles, deux sœurs, toutes les fois qu'elles ouvrent la bouche, en laissent échapper, l'une des fleurs, des perles et des pierreries; l'autre des vipères et des crapauds? De ces deux jeunes filles, faites—en une seule, dont la bouche répandra tout cela pêle—mêle: c'est la Muse d'Aristophane.

XV.LA BELLA CATERINA[1]C'era una volta una donna campagnola, che aveva due figliole: una delle quali era bellissima e si chiamava Caterina; l'altra, tutt' all'incontro, era brutta quanto dire si puole. Ma la madre voleva più bene alla brutta; e siccome tutte e due si rodevano d'invidia per la Caterina, perchè alla bellezza accoppiava pure una grande bontà, s'arrapinavano a fargli dispetti e cercavano tutti i modi perchè gli accadesse qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni delle due arpie; ed, invece di farsi brutta per gli strapazzi, pareva ogni dì che gli s'accrescesse la bellezza. Un giorno la madre disse alla brutta:—«Sa' tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno tutto il viso; e la imbruttirà e nessuno più la guarderà.»—«Sì, sì!»—esclamò la brutta, gongolando di maligna gioia:—«Le Fate sono cattive e l'acconceranno pel dì delle feste.»—Subito la madre chiamò la Caterina e gli disse:—«Su via, sguajata: c'è da fare il pane e non abbiamo in casa lo staccio per ammannire la farina. Va' dalle Fate dentro al bosco e chiedigli lo staccio in prestito.»—A questo comando la Caterina divenne bianca dalla paura, sapendo per sentita dire, che chi andava dalle Fate ne ritornava malconcio. Pregò la madre che non la mandasse, pianse: ma la madre e la brutta sorella tanto la minacciarono, cheripensando non potere soffrire dalle Fate un male maggiore, si piegò ad obbedire. Sicchè, mesta e piagnucolosa e mettendo un piede innanzi e due addietro[2], avviossi verso il bosco dove stavano le Fate. Quando la Caterina fu in sull'entrata del bosco, gli si fece incontro un Vecchietto; e, vistala a quel modo dolorosa, gli domandò:—«Che avete voi, bella ragazza, che parete tanto afflitta?»—La Caterina gli raccontò allora tutti i suoi mali, e che in casa non la potevano soffrire, e ora la mandavano alle Fate per uno staccio, perchè le Fate la sciupassero e la imbruttissero. Disse il Vecchietto:—«Non abbiate paura di nulla. V'insegnerò io com'avete da condurvi. E se m'ascolterete, non ve n'avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po' che cosa ho qui 'n capo, che mi sento tanto prudere.»—Il Vecchietto piegò un tantino la testa. E avendogliela la Caterina esaminata, disse:—«Ci veggo perle ed oro.»—Disse il Vecchietto:—«E perle ed oro toccheranno anche a voi. Statemi a sentire e fate quel che vi dico. Quando sarete alla porta di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se vi diranno:Ficcate un dito nel buco della chiave; vi ficcherete uno steccolo, che ve lo stroncheranno. Aperto che sia, vi condurranno diviata in una stanza, dove mirerete tanti gatti; e chi cucirà, chi filerà, chi farà la calza, e insomma, tutti occupati a qualche lavoro: e voi adopratevi senza invito ad ajutargli ed a fornire l'opera ad ognuno. Dopo anderete in cucina; e anche lì saranno gatti alle loro faccende; ajutategli come quegli altri. Un po' più in là sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che avete fatto per loro. Il Mammmone allora vi domanderà:Che brami tu per colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?E voi rispondete:Pan nero e cipolla; e vi verrà datopan bianco e cacio. Poi il Mammone v'inviterà a salire una stupenda scala di cristallo: badate bene di non la rompere. Giunta al piano di sopra, scegliete sempre la peggio roba di quella che vi vorranno regalare.»—La Caterina promesse al Vecchietto di obbedirgli; e, dopo ringraziato e salutatolo, si avviò verso le Fate. E, picchiato alla porta, fece secondo l'ammaestramento. Sicchè apertogli, richiese le Fate dello staccio. Dissero le Fate:—«Ora ve lo diamo. Entrate intanto un po' e aspettate.»—Ed ecco vede tanti gatti per la stanza, che lavoravano a tutto potere.—«Poveri micini!»—esclamò la Caterina:—«Con codeste zampine chi sa quanta pena soffrite! Date qua; farò io, farò io.»—E preso il lavoro di ognuno, in quattro e quattr'otto l'ebbe terminato. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse in ordine tutti gli arnesi. Fu chiamato il gatto Mammone e i gatti miagolando dicevano:—«A me ha cucito!»—«A me ha fatto la calza!»—«A me ha rigovernato!»—e così fino in fondo raccontavano tutti al Mammone l'ajuto della Caterina; e saltavano a balzicùli per la stanza dal gran piacere. Il gatto Mammone, sentito l'opera della Caterina, gli disse:—«Che vuoi da colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—«Oh! datemi pan nero e cipolla,»—rispose la Caterina,—«non sono avvezza a mangiare altro.»—Ma il gatto Mammone volle che mangiasse pan bianco e cacio. Poi il gatto Mammone invitò la Caterina a salire nel piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo: e la Caterina si levò gli zoccoli e salì su in peduli tanto pianino, che non isciupò la scala e neppure la sgraffiò. Qui gli furono profferite vesti belle e vesti brutte, oro e ottone. E lei scelse le vesti brutte e l'ottone. Ma il Mammone comandava invece alle Fate, che l'acconciassero splendidamente e gli fossero regalategioie legate in oro.[3]Quando la Caterina fu messa in modo, che pareva una Regina, il Mammone gli disse:—«To' su lo staccio; e andata fuori dell'uscio di questa casa, se senti ragliar l'asino non ti voltare; ma se canta il gallo, vòltati.»—La Caterina obbedì: al raglio dell'asino non se ne diede per intesa; ma al chicchirichì del gallo si voltò indietro, e subito gli venne una stella rilucente in sul capo. A mala pena la Caterina giunse a casa sua, che la madre e la sorella brutta se le rodevano la rabbia e il dispetto; quella stella poi gli era un pruno negli occhi. La brutta disse:—«Anch'io vo' andare dalle Fate, anch'io. Mandate me a riportare lo staccio, mamma.»—Quando lo staccio fu adoperato, la brutta se lo tolse su e s'avviò al bosco delle Fate. E all'entrata, lei pure trovò il Vecchietto, che gli domandò:—«Ragazzina, per dove così vispola?»—«Vecchio ignorante!»—rispose con superbia la brutta;—«i' vo' dove mi pare. Impaccioso! badate a' fatti vostri.»—«Brutta e scontrosa!»—disse il Vecchietto ridendo di sottecche:—«Va' va' dove ti pare! doman te n'avvedrai!»—Ed ecco la brutta all'uscio delle Fate; e agguanta in mano il picchiotto e dàgli, giù senza garbo, da scassinare le imposte. Dissero le Fate di dentro:—«Metti un dito nel buco della chiave ed apri.»—E la brutta caccia il dito nel buco; e quellezìffete!e glielo stroncano. L'uscio si spalancò e la brutta, tutta rabbiosa, saltando in casa e gettato per terra lo staccio, si fece ad urlare:—«Questo è il vostro staccio, maledette!»—Poi visti i gatti al lavoro, disse:—«Oh! buffi questi gattacci! o che mesticciate voi, mammalucchi?»—E preso a loro gli arnesi, a chi bucò le zampe cogli aghi, a chi le tuffò nell'acqua bollente, a chi dette su per le costole la granata e i fusi. Ne successe un tafferuglio; e i gatti ascappare di qua e di là, berciando pel dolore; sicchè al chiasso comparve il gatto Mammone; e i gatti strillando a modo loro gli raccontarono quel che avevano patito dalla brutta. Serio serio disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, dovete aver fame: volete pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—E la brutta:—«Guarda che bella creanza! Se venissi a casa mia non vi darè' mica pan nero e cipolle e non vi stroncherei le dita. Voglio pan bianco e cacio.»—Ma, se volle mangiare, bisognò che si contentasse di pan nero e cipolla, perchè non gli portarono altro. Allora il gatto Mammone disse:—«Andiamo via, ragazzina, vi si regalerà anche voi di vestito e d'altro. Salite di sopra, ma badate alla scala, che è di cristallo.»—La brutta però non se n'addiede dell'avvertimento, e salì alla sgraziata la scala cogli zoccoli in piedi, per cui la fracassò da cima a fondo. E giunta su, le Fate gli domandarono:—«Che più vi garba, un vestito di broccato e pendenti d'oro, o una gonnella di frustagno e pendenti d'ottone?»—La brutta s'attaccò subito alla sfacciata alla robba meglio; ma gli convenne pigliare la peggio, perchè non gliene dettero altra. Tutta indispettita, la brutta prese il portante per andarsene, e, quando fu all'uscio, gli disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, se canta il gallo tirate via; ma se raglia l'asino, voltatevi addietro, che vedrete una bella cosa.»—Di fatto, eccoti che l'asino raglia di gran forza; e la brutta, girato il capo tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli venne fuori dalla fronte. Disperata, si diè a correre verso casa sua, per istrada urlando da lontano:—«Mamma dondò,Mamma dondò,La coda dell'asino mi s'attaccò.»In tanto la Caterina, più bella dal giorno che aveva visitato le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò così forte, da obbligare il Re a consentire che se la pigliasse per moglie. Le nozze si stabilirono, e la Madre e la brutta non ebbero ardire di opporsi al Re; pure macchinarono d'ingannarlo, sperando riuscirvi. Il giorno dello sposalizio, la Caterina fu messa in un tino chiuso giù nella cantina, e de' suoi vestiti e gioie si acconciò la brutta, e la Madre a questa gli rasò la coda d'asino d'in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un fitto velo. Giunto, assieme al corteo[4], il figliolo del Re, la cattiva Madre gli disse:—«Eccovi la sposa bell'e apparecchiata.»—Il figliolo del Re stava per porgere la mano alla brutta, credendola la Caterina, quando a un tratto gli parve sentire de' lamenti sotto terra; e, stato un po' in orecchi e intimato il silenzio, s'accorse che qualcheduno cantava con voce piangente:—«Mau maurino!«La Bella è nel tino,«La Brutta è 'n carrozza«E 'l Re se la porta.»—Il figliolo del Re, insospettitosi allora, volle che si cavasse il velo dal capo della sposa e scoperse l'inganno; perchè alla brutta di già la coda d'asino era tanto cresciuta da coprirgli gli occhi. Andò sulle furie, e cercata la Caterina, la tirò fuori dal tino e ci fece mettere invece la madre e la brutta. E ordinato che si bollisse una caldaia d'olio e che gli si buttasse addosso, quelle invidiose morirono subito. Il figliolo del Re, sposata la bella Caterina, la condusse al palazzo. E camparono insieme lunga vita e felice.Stretta è la foglia e larga è la via,Dite la vostra chè ho detto la mia.NOTE[1]È detta pureNovella de' Gatti. La debbo all'avv. professor Gherardo Nerucci, cui fu raccontata daSilvia Vannucchidel Montale.[2]Bruno,Candelajo, III, 7.—«Bel combattere! Un passo avanti et dui a dietro, un passo avanti et dui a dietro, disse il signor Cesare da Siena.»—[3]Questo Mammone che comanda alle Fate, ricorda il Memè che troveremo nellaPrezzemolina.[4]Assieme al. Che l'uso voglia imporci assieme invece d'insieme, passi; ma gli lasci almeno reggere ilconcome ha retto sempre ab antico!

LA BELLA CATERINA[1]

C'era una volta una donna campagnola, che aveva due figliole: una delle quali era bellissima e si chiamava Caterina; l'altra, tutt' all'incontro, era brutta quanto dire si puole. Ma la madre voleva più bene alla brutta; e siccome tutte e due si rodevano d'invidia per la Caterina, perchè alla bellezza accoppiava pure una grande bontà, s'arrapinavano a fargli dispetti e cercavano tutti i modi perchè gli accadesse qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni delle due arpie; ed, invece di farsi brutta per gli strapazzi, pareva ogni dì che gli s'accrescesse la bellezza. Un giorno la madre disse alla brutta:—«Sa' tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno tutto il viso; e la imbruttirà e nessuno più la guarderà.»—«Sì, sì!»—esclamò la brutta, gongolando di maligna gioia:—«Le Fate sono cattive e l'acconceranno pel dì delle feste.»—Subito la madre chiamò la Caterina e gli disse:—«Su via, sguajata: c'è da fare il pane e non abbiamo in casa lo staccio per ammannire la farina. Va' dalle Fate dentro al bosco e chiedigli lo staccio in prestito.»—A questo comando la Caterina divenne bianca dalla paura, sapendo per sentita dire, che chi andava dalle Fate ne ritornava malconcio. Pregò la madre che non la mandasse, pianse: ma la madre e la brutta sorella tanto la minacciarono, cheripensando non potere soffrire dalle Fate un male maggiore, si piegò ad obbedire. Sicchè, mesta e piagnucolosa e mettendo un piede innanzi e due addietro[2], avviossi verso il bosco dove stavano le Fate. Quando la Caterina fu in sull'entrata del bosco, gli si fece incontro un Vecchietto; e, vistala a quel modo dolorosa, gli domandò:—«Che avete voi, bella ragazza, che parete tanto afflitta?»—La Caterina gli raccontò allora tutti i suoi mali, e che in casa non la potevano soffrire, e ora la mandavano alle Fate per uno staccio, perchè le Fate la sciupassero e la imbruttissero. Disse il Vecchietto:—«Non abbiate paura di nulla. V'insegnerò io com'avete da condurvi. E se m'ascolterete, non ve n'avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po' che cosa ho qui 'n capo, che mi sento tanto prudere.»—Il Vecchietto piegò un tantino la testa. E avendogliela la Caterina esaminata, disse:—«Ci veggo perle ed oro.»—Disse il Vecchietto:—«E perle ed oro toccheranno anche a voi. Statemi a sentire e fate quel che vi dico. Quando sarete alla porta di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se vi diranno:Ficcate un dito nel buco della chiave; vi ficcherete uno steccolo, che ve lo stroncheranno. Aperto che sia, vi condurranno diviata in una stanza, dove mirerete tanti gatti; e chi cucirà, chi filerà, chi farà la calza, e insomma, tutti occupati a qualche lavoro: e voi adopratevi senza invito ad ajutargli ed a fornire l'opera ad ognuno. Dopo anderete in cucina; e anche lì saranno gatti alle loro faccende; ajutategli come quegli altri. Un po' più in là sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che avete fatto per loro. Il Mammmone allora vi domanderà:Che brami tu per colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?E voi rispondete:Pan nero e cipolla; e vi verrà datopan bianco e cacio. Poi il Mammone v'inviterà a salire una stupenda scala di cristallo: badate bene di non la rompere. Giunta al piano di sopra, scegliete sempre la peggio roba di quella che vi vorranno regalare.»—La Caterina promesse al Vecchietto di obbedirgli; e, dopo ringraziato e salutatolo, si avviò verso le Fate. E, picchiato alla porta, fece secondo l'ammaestramento. Sicchè apertogli, richiese le Fate dello staccio. Dissero le Fate:—«Ora ve lo diamo. Entrate intanto un po' e aspettate.»—Ed ecco vede tanti gatti per la stanza, che lavoravano a tutto potere.—«Poveri micini!»—esclamò la Caterina:—«Con codeste zampine chi sa quanta pena soffrite! Date qua; farò io, farò io.»—E preso il lavoro di ognuno, in quattro e quattr'otto l'ebbe terminato. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse in ordine tutti gli arnesi. Fu chiamato il gatto Mammone e i gatti miagolando dicevano:—«A me ha cucito!»—«A me ha fatto la calza!»—«A me ha rigovernato!»—e così fino in fondo raccontavano tutti al Mammone l'ajuto della Caterina; e saltavano a balzicùli per la stanza dal gran piacere. Il gatto Mammone, sentito l'opera della Caterina, gli disse:—«Che vuoi da colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—«Oh! datemi pan nero e cipolla,»—rispose la Caterina,—«non sono avvezza a mangiare altro.»—Ma il gatto Mammone volle che mangiasse pan bianco e cacio. Poi il gatto Mammone invitò la Caterina a salire nel piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo: e la Caterina si levò gli zoccoli e salì su in peduli tanto pianino, che non isciupò la scala e neppure la sgraffiò. Qui gli furono profferite vesti belle e vesti brutte, oro e ottone. E lei scelse le vesti brutte e l'ottone. Ma il Mammone comandava invece alle Fate, che l'acconciassero splendidamente e gli fossero regalategioie legate in oro.[3]Quando la Caterina fu messa in modo, che pareva una Regina, il Mammone gli disse:—«To' su lo staccio; e andata fuori dell'uscio di questa casa, se senti ragliar l'asino non ti voltare; ma se canta il gallo, vòltati.»—La Caterina obbedì: al raglio dell'asino non se ne diede per intesa; ma al chicchirichì del gallo si voltò indietro, e subito gli venne una stella rilucente in sul capo. A mala pena la Caterina giunse a casa sua, che la madre e la sorella brutta se le rodevano la rabbia e il dispetto; quella stella poi gli era un pruno negli occhi. La brutta disse:—«Anch'io vo' andare dalle Fate, anch'io. Mandate me a riportare lo staccio, mamma.»—Quando lo staccio fu adoperato, la brutta se lo tolse su e s'avviò al bosco delle Fate. E all'entrata, lei pure trovò il Vecchietto, che gli domandò:—«Ragazzina, per dove così vispola?»—«Vecchio ignorante!»—rispose con superbia la brutta;—«i' vo' dove mi pare. Impaccioso! badate a' fatti vostri.»—«Brutta e scontrosa!»—disse il Vecchietto ridendo di sottecche:—«Va' va' dove ti pare! doman te n'avvedrai!»—Ed ecco la brutta all'uscio delle Fate; e agguanta in mano il picchiotto e dàgli, giù senza garbo, da scassinare le imposte. Dissero le Fate di dentro:—«Metti un dito nel buco della chiave ed apri.»—E la brutta caccia il dito nel buco; e quellezìffete!e glielo stroncano. L'uscio si spalancò e la brutta, tutta rabbiosa, saltando in casa e gettato per terra lo staccio, si fece ad urlare:—«Questo è il vostro staccio, maledette!»—Poi visti i gatti al lavoro, disse:—«Oh! buffi questi gattacci! o che mesticciate voi, mammalucchi?»—E preso a loro gli arnesi, a chi bucò le zampe cogli aghi, a chi le tuffò nell'acqua bollente, a chi dette su per le costole la granata e i fusi. Ne successe un tafferuglio; e i gatti ascappare di qua e di là, berciando pel dolore; sicchè al chiasso comparve il gatto Mammone; e i gatti strillando a modo loro gli raccontarono quel che avevano patito dalla brutta. Serio serio disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, dovete aver fame: volete pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—E la brutta:—«Guarda che bella creanza! Se venissi a casa mia non vi darè' mica pan nero e cipolle e non vi stroncherei le dita. Voglio pan bianco e cacio.»—Ma, se volle mangiare, bisognò che si contentasse di pan nero e cipolla, perchè non gli portarono altro. Allora il gatto Mammone disse:—«Andiamo via, ragazzina, vi si regalerà anche voi di vestito e d'altro. Salite di sopra, ma badate alla scala, che è di cristallo.»—La brutta però non se n'addiede dell'avvertimento, e salì alla sgraziata la scala cogli zoccoli in piedi, per cui la fracassò da cima a fondo. E giunta su, le Fate gli domandarono:—«Che più vi garba, un vestito di broccato e pendenti d'oro, o una gonnella di frustagno e pendenti d'ottone?»—La brutta s'attaccò subito alla sfacciata alla robba meglio; ma gli convenne pigliare la peggio, perchè non gliene dettero altra. Tutta indispettita, la brutta prese il portante per andarsene, e, quando fu all'uscio, gli disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, se canta il gallo tirate via; ma se raglia l'asino, voltatevi addietro, che vedrete una bella cosa.»—Di fatto, eccoti che l'asino raglia di gran forza; e la brutta, girato il capo tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli venne fuori dalla fronte. Disperata, si diè a correre verso casa sua, per istrada urlando da lontano:

—«Mamma dondò,Mamma dondò,La coda dell'asino mi s'attaccò.»

In tanto la Caterina, più bella dal giorno che aveva visitato le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò così forte, da obbligare il Re a consentire che se la pigliasse per moglie. Le nozze si stabilirono, e la Madre e la brutta non ebbero ardire di opporsi al Re; pure macchinarono d'ingannarlo, sperando riuscirvi. Il giorno dello sposalizio, la Caterina fu messa in un tino chiuso giù nella cantina, e de' suoi vestiti e gioie si acconciò la brutta, e la Madre a questa gli rasò la coda d'asino d'in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un fitto velo. Giunto, assieme al corteo[4], il figliolo del Re, la cattiva Madre gli disse:—«Eccovi la sposa bell'e apparecchiata.»—Il figliolo del Re stava per porgere la mano alla brutta, credendola la Caterina, quando a un tratto gli parve sentire de' lamenti sotto terra; e, stato un po' in orecchi e intimato il silenzio, s'accorse che qualcheduno cantava con voce piangente:

—«Mau maurino!«La Bella è nel tino,«La Brutta è 'n carrozza«E 'l Re se la porta.»—

Il figliolo del Re, insospettitosi allora, volle che si cavasse il velo dal capo della sposa e scoperse l'inganno; perchè alla brutta di già la coda d'asino era tanto cresciuta da coprirgli gli occhi. Andò sulle furie, e cercata la Caterina, la tirò fuori dal tino e ci fece mettere invece la madre e la brutta. E ordinato che si bollisse una caldaia d'olio e che gli si buttasse addosso, quelle invidiose morirono subito. Il figliolo del Re, sposata la bella Caterina, la condusse al palazzo. E camparono insieme lunga vita e felice.

Stretta è la foglia e larga è la via,Dite la vostra chè ho detto la mia.

NOTE

[1]È detta pureNovella de' Gatti. La debbo all'avv. professor Gherardo Nerucci, cui fu raccontata daSilvia Vannucchidel Montale.[2]Bruno,Candelajo, III, 7.—«Bel combattere! Un passo avanti et dui a dietro, un passo avanti et dui a dietro, disse il signor Cesare da Siena.»—[3]Questo Mammone che comanda alle Fate, ricorda il Memè che troveremo nellaPrezzemolina.[4]Assieme al. Che l'uso voglia imporci assieme invece d'insieme, passi; ma gli lasci almeno reggere ilconcome ha retto sempre ab antico!

[1]È detta pureNovella de' Gatti. La debbo all'avv. professor Gherardo Nerucci, cui fu raccontata daSilvia Vannucchidel Montale.

[2]Bruno,Candelajo, III, 7.—«Bel combattere! Un passo avanti et dui a dietro, un passo avanti et dui a dietro, disse il signor Cesare da Siena.»—

[3]Questo Mammone che comanda alle Fate, ricorda il Memè che troveremo nellaPrezzemolina.

[4]Assieme al. Che l'uso voglia imporci assieme invece d'insieme, passi; ma gli lasci almeno reggere ilconcome ha retto sempre ab antico!

XVI.LA PREZZEMOLINA.[1]C'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano. Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via! Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in giardino:—«E dimmi»—dice la più bella—«non ti pare che manchi del prezzemolo?»—Dicono le altre:—«E forse poco ne manca! Sai quel che si farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta; perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare.»—Le fate le figurano di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per ritornare in su, la fata gli sorte di dietro:—«Oh briccona»—dice—«ora ti ho scoperta, eh?[2]»—«Abbiate pazienza»—dice questa donna—«io sono gravida; avevo questa voglia....»—«Ebbene»—dice la fata—«Ti sia perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande, la si vol noi: è per noi, via, non è più tua.»—Figuratevi questa donna! un dirotto pianto, dicendo:—«Malandrina la mia gola, la mi è costataassai!»—Dal marito era sempre rimproverata:—«Golaccia! l'hai visto?»—La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni che la passava, gli dicevano:—«Bambina, dì alla mamma, che la si ricordi di quella roba.»—«Mamma»—dice la Prezzemolina—«hanno detto le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa.»—Un giorno la donna era sopraffatta; torna la bambina e gli dice:—«Vi dicono le fate che vi ricordiate quella cosa.»—Risponde:—«Sì, dì che se la piglino.»—La bambina la va a scola. Dicono le fate:—«Cosa ti disse la mamma ieri sera?—«Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella roba.»—«Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere.»—Urli senza fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver detto che la prendino quella roba:—«Oh, mi son tradita! Ora addietro non si torna.»—Dunque queste fate le dicono alla bambina:—«Sai, Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?»—le ci tenevano il carbone, la brace.—«Come si torna, la deve essere tutta bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti si mangia.»—Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando; non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle fate.[3]—«Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?»—«Vo' piangereste anche voi»—dice.—«Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti le mi mangiano.»—«Se tu midài un bacio»—dice Memè,—«te la fo nel momento questa stanza.»—Lei dice:—«Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—Dice Memè:—«Tu hai detto tanto benino! ti voglio far la grazia.»—Batte la bacchettina e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice:—«L'hai fatto, Prezzemolina?»—«Sissignora, vengano a vedere.»—Le si guardano in viso:—«Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!»—«Non conosco Memè, nè la mia bella mamma che mi fè.»—Dunque la mattina:—«Come si fa?»—dicono—«non ci riesce di mangiarla.»—«Prezzemolina!»—«Cosa comandano?»—E allora gli dicono:—«Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi dire la ti dia la scatola del Bel—Giullare.»—«Sissignore»—la dice. Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia. Cammina, cammina, la trova una donna.—«E dove vai»—la dice—«bella bambina?»—«Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del Bel—Giullare.»—La ti mangerà, sai, poerina?»—«Meglio per me»—dice—«così la sarà finita.»—«Tieni»—dice la donna—«queste due pentole di lardo. Tu troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai che ti lascian passare.»—Eccoti la bambina la giunge a queste porte e le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice lo stesso:—«Dove tu vai, bambina?»—Dice:—«Vado dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tieni questi due pani, tu troverai due cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu passi,»—dice.Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice:—«Dove vai?»—«Dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tu troverai un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni, questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario. Dagnene e lui ti lascerà passare.»—Eccoti la bambina la trovava questo ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa donnina e gli dice l'istesso:—«Bada, la ti mangerà sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Troverai una fornaja che spazza il forno con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel—Giullare, gli è dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà:Aspetta bambina; aspetta un poco.Te, tu sali, prendi la scatola e vien via.»—Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che scappa via.—«O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela, tenetemela.»—«Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!»—«O ciabattino, che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela, tenetemela!»—«O io sì, che sarò un minchione!Dopo tant'anni, ch'io fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina.»—«O cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«O noi sì, che saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!»—«O porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«Oh noi sì, che saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina.»—E la fanno passare.[4]Quando l'è libera, la dice:—«Che ci sarà egli in questa scatola?»—La trova una piazza, la si mette a sedere e apre la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere, potete credere! Eccoti Memè.—«Briccona, l'hai visto quel che t'hai fatto?»—«Oh! voleva vedere...»—«Eh»—dice Memè,—«ora non c'è rimedio. Se tu mi dài un bacio, io ti rimedio.»—«Meglio dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—«Sai? tu l'hai detto tanto benino, che ti vo' far la grazia.»—Batte la bacchettina e ritorna tutta la scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e picchia.—«Oh dio!»—dice—«È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata, la fata Morgana?»—Dice:—«Felice giorno»—la dice la bambina—«Ecco la scatola.»—Dicono le mamme:—«Che t'ha ella detto la fata Morgana?»—«La me l'ha data e m'ha detto:Fagli tanti saluti.»—«Eh»—dicono le fate—«abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare.»—Eccoti la sera vien Memè:—«Sai?»—gli dicono—«la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la s'ha da mangiar noi.»—«Oh bene!»—dicelui—«oh bene!»—«Domani, quando l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje, quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte e quattro la si butta dentro a cocere.»—Lui dice:—«Bene, bene, sì, sì; riman fissato così.»—Eccoti la mattina le vanno via loro e non dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:—«Sai»—dice—«oggi, a un'ora, le ti ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato. E,quando le bollan bene, le ti diranno,chiamaci; le ti dicono:diccelo. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a guardare se ci si butta loro.»—Eccoti Memè va via e dopo poco tornan le fate:—«Sai»—dice—«Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci.»—Quando l'ha finite tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono:—«Fa gran foco.»—La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli avevan detto. Picchia Memè:—«Oh!»—dice—«ora ora la s'ha a mangiare!»—e si fregava le mani.—«Oh»—dicono—«altro!»—Eccoti l'acqua quando la bolle, Prezzemolina la dice:—«Mamme, le venghino a vedere; l'acqua la bolle.»—Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle. Dice:—«Coraggio!»—alla Prezzemolina; gli dice Memè. Lui ne acchiappa due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli, bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre a bollire!—«Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni con me.»—La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il più grossodi tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco!—«Spengi di costì e io spengo di questa parte.»—Così li spensero tutti e rimasero padroni di ogni cosa.[5]Andiedero lassù nel posto della fata Morgana. Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano ungere.—«Te»—dice Memè—«sarai la mia sposa; questo è giusto.»—E si vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi dettero.NOTE[1]Argomento stesso, in principio, nelPentamerone,Trattenemiento primmo de la jornata seconna:—«'Na femmena prena sse magna li petrosine dell'uorto de 'n'Orca; e, conta 'nfallo, le promette la razza che aveva da fare. Figlia Petrosinella. L'Orca sse la piglia e la 'nchiude a 'na torre. 'No Prencipe ne la fuje, e 'nvirtù de trè gliantre gavitano lo pericolo dell'Orca; e portata a casa de lo 'nnammorato deventa Prencepessa.»—Ma il prosieguo ed il fine s'avvicinano piuttosto a loTurzo d'oro(Tratt. IV Giorn. V)—Cf.Bernoni(Fiabe popolari Veneziane) XII.La Parzemolina.Pitrè(Op. cit) XX.La vecchia di l'Ortu.Gonzenbach(Op. cit.) LIII.Von der schönen Angiola.[2]Cf. per questo particolare,Pitrè, (Op. cit.) XIX.Lu Scavre, XX.La vecchia di l'Ortu. Qui le fate, in altre versioni l'Orca o l'Orco, non fanno, minacciando di mangiarsi vivo vivo il furatore de' loro cavoli o del loro prezzemolo, la distinzione consigliata da Orazio satiro, il quale forse (chi sa?) alludeva a qualche fiaba analoga nello scrivere:Nec vincit ratio hoc, tantundem peccet idemqueQui teneros caules alieni fregerit horti,Et qui nocturnus divum sacra legerit.Versi che trovo tradotti così in meneghino:Donca convegnarii, che ona personnaLa qual la ve robbass in del giardinQuatter mognagh o on pizzegh d'erba—bonna,L'è minga de confond con l'assassin;E che a grattav on sold in su la spesaL'è men del sacrilegg de robbà in gesa.Vedi:Amicizia e Tolleranza|Satira|di Quinto Orazio Flacco|Esposta in dialetto Milanese|dal Dottore|Giovanni Rajberti|Et mihi dulces|Ignoscent, si quid peccavero stultus, amici||Milano|Dalla Tipografia di Giuseppe Bernardoni di Gio.|1841.[3]Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29—30:Sopra le fate è quel Demogorgone(Non so se mai l'udiste nominare)E giudica fra loro, e tien ragione,E ciò che piace a lui può d'esse fare.La notte scura cavalca un montone:Travalca le montagne e passa 'l mare:Con un flagel di serpi fatto, batteLe fate e streghe che diventan gatte.Se la mattina le trova pel mondo(Perchè il giorno non posson comparire),Le batte con un certo cotal tondo,Che le vorrebbon volentier morire.Or nel mar le incatena, e ben nel fondo;Or sopra 'l vento scalze le fa ire;Ed or pel foco dietro a sè le mena:A chi dà questa, a chi quell'altra pena.VediStigliani,Occhiale, alla Stanza CCXXXII del XII Canto dell'Adone; e quel che MesserFagianorisponde in proposito.[4]Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. II. La comprata.[5]Cf. l'ultimo tratto con la favola di Meleagro e l'episodio della morte di Creonta nel XXI delMorgante.

LA PREZZEMOLINA.[1]

C'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano. Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via! Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in giardino:—«E dimmi»—dice la più bella—«non ti pare che manchi del prezzemolo?»—Dicono le altre:—«E forse poco ne manca! Sai quel che si farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta; perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare.»—Le fate le figurano di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per ritornare in su, la fata gli sorte di dietro:—«Oh briccona»—dice—«ora ti ho scoperta, eh?[2]»—«Abbiate pazienza»—dice questa donna—«io sono gravida; avevo questa voglia....»—«Ebbene»—dice la fata—«Ti sia perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande, la si vol noi: è per noi, via, non è più tua.»—Figuratevi questa donna! un dirotto pianto, dicendo:—«Malandrina la mia gola, la mi è costataassai!»—Dal marito era sempre rimproverata:—«Golaccia! l'hai visto?»—La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni che la passava, gli dicevano:—«Bambina, dì alla mamma, che la si ricordi di quella roba.»—«Mamma»—dice la Prezzemolina—«hanno detto le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa.»—Un giorno la donna era sopraffatta; torna la bambina e gli dice:—«Vi dicono le fate che vi ricordiate quella cosa.»—Risponde:—«Sì, dì che se la piglino.»—La bambina la va a scola. Dicono le fate:—«Cosa ti disse la mamma ieri sera?—«Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella roba.»—«Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere.»—Urli senza fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver detto che la prendino quella roba:—«Oh, mi son tradita! Ora addietro non si torna.»—Dunque queste fate le dicono alla bambina:—«Sai, Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?»—le ci tenevano il carbone, la brace.—«Come si torna, la deve essere tutta bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti si mangia.»—Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando; non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle fate.[3]—«Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?»—«Vo' piangereste anche voi»—dice.—«Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti le mi mangiano.»—«Se tu midài un bacio»—dice Memè,—«te la fo nel momento questa stanza.»—Lei dice:—«Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—Dice Memè:—«Tu hai detto tanto benino! ti voglio far la grazia.»—Batte la bacchettina e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice:—«L'hai fatto, Prezzemolina?»—«Sissignora, vengano a vedere.»—Le si guardano in viso:—«Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!»—«Non conosco Memè, nè la mia bella mamma che mi fè.»—Dunque la mattina:—«Come si fa?»—dicono—«non ci riesce di mangiarla.»—«Prezzemolina!»—«Cosa comandano?»—E allora gli dicono:—«Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi dire la ti dia la scatola del Bel—Giullare.»—«Sissignore»—la dice. Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia. Cammina, cammina, la trova una donna.—«E dove vai»—la dice—«bella bambina?»—«Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del Bel—Giullare.»—La ti mangerà, sai, poerina?»—«Meglio per me»—dice—«così la sarà finita.»—«Tieni»—dice la donna—«queste due pentole di lardo. Tu troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai che ti lascian passare.»—Eccoti la bambina la giunge a queste porte e le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice lo stesso:—«Dove tu vai, bambina?»—Dice:—«Vado dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tieni questi due pani, tu troverai due cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu passi,»—dice.Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice:—«Dove vai?»—«Dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tu troverai un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni, questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario. Dagnene e lui ti lascerà passare.»—Eccoti la bambina la trovava questo ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa donnina e gli dice l'istesso:—«Bada, la ti mangerà sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Troverai una fornaja che spazza il forno con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel—Giullare, gli è dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà:Aspetta bambina; aspetta un poco.Te, tu sali, prendi la scatola e vien via.»—Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che scappa via.—«O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela, tenetemela.»—«Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!»—«O ciabattino, che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela, tenetemela!»—«O io sì, che sarò un minchione!Dopo tant'anni, ch'io fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina.»—«O cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«O noi sì, che saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!»—«O porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«Oh noi sì, che saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina.»—E la fanno passare.[4]Quando l'è libera, la dice:—«Che ci sarà egli in questa scatola?»—La trova una piazza, la si mette a sedere e apre la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere, potete credere! Eccoti Memè.—«Briccona, l'hai visto quel che t'hai fatto?»—«Oh! voleva vedere...»—«Eh»—dice Memè,—«ora non c'è rimedio. Se tu mi dài un bacio, io ti rimedio.»—«Meglio dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—«Sai? tu l'hai detto tanto benino, che ti vo' far la grazia.»—Batte la bacchettina e ritorna tutta la scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e picchia.—«Oh dio!»—dice—«È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata, la fata Morgana?»—Dice:—«Felice giorno»—la dice la bambina—«Ecco la scatola.»—Dicono le mamme:—«Che t'ha ella detto la fata Morgana?»—«La me l'ha data e m'ha detto:Fagli tanti saluti.»—«Eh»—dicono le fate—«abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare.»—Eccoti la sera vien Memè:—«Sai?»—gli dicono—«la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la s'ha da mangiar noi.»—«Oh bene!»—dicelui—«oh bene!»—«Domani, quando l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje, quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte e quattro la si butta dentro a cocere.»—Lui dice:—«Bene, bene, sì, sì; riman fissato così.»—Eccoti la mattina le vanno via loro e non dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:—«Sai»—dice—«oggi, a un'ora, le ti ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato. E,quando le bollan bene, le ti diranno,chiamaci; le ti dicono:diccelo. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a guardare se ci si butta loro.»—Eccoti Memè va via e dopo poco tornan le fate:—«Sai»—dice—«Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci.»—Quando l'ha finite tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono:—«Fa gran foco.»—La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli avevan detto. Picchia Memè:—«Oh!»—dice—«ora ora la s'ha a mangiare!»—e si fregava le mani.—«Oh»—dicono—«altro!»—Eccoti l'acqua quando la bolle, Prezzemolina la dice:—«Mamme, le venghino a vedere; l'acqua la bolle.»—Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle. Dice:—«Coraggio!»—alla Prezzemolina; gli dice Memè. Lui ne acchiappa due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli, bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre a bollire!—«Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni con me.»—La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il più grossodi tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco!—«Spengi di costì e io spengo di questa parte.»—Così li spensero tutti e rimasero padroni di ogni cosa.[5]Andiedero lassù nel posto della fata Morgana. Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano ungere.—«Te»—dice Memè—«sarai la mia sposa; questo è giusto.»—E si vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi dettero.

NOTE

[1]Argomento stesso, in principio, nelPentamerone,Trattenemiento primmo de la jornata seconna:—«'Na femmena prena sse magna li petrosine dell'uorto de 'n'Orca; e, conta 'nfallo, le promette la razza che aveva da fare. Figlia Petrosinella. L'Orca sse la piglia e la 'nchiude a 'na torre. 'No Prencipe ne la fuje, e 'nvirtù de trè gliantre gavitano lo pericolo dell'Orca; e portata a casa de lo 'nnammorato deventa Prencepessa.»—Ma il prosieguo ed il fine s'avvicinano piuttosto a loTurzo d'oro(Tratt. IV Giorn. V)—Cf.Bernoni(Fiabe popolari Veneziane) XII.La Parzemolina.Pitrè(Op. cit) XX.La vecchia di l'Ortu.Gonzenbach(Op. cit.) LIII.Von der schönen Angiola.[2]Cf. per questo particolare,Pitrè, (Op. cit.) XIX.Lu Scavre, XX.La vecchia di l'Ortu. Qui le fate, in altre versioni l'Orca o l'Orco, non fanno, minacciando di mangiarsi vivo vivo il furatore de' loro cavoli o del loro prezzemolo, la distinzione consigliata da Orazio satiro, il quale forse (chi sa?) alludeva a qualche fiaba analoga nello scrivere:Nec vincit ratio hoc, tantundem peccet idemqueQui teneros caules alieni fregerit horti,Et qui nocturnus divum sacra legerit.Versi che trovo tradotti così in meneghino:Donca convegnarii, che ona personnaLa qual la ve robbass in del giardinQuatter mognagh o on pizzegh d'erba—bonna,L'è minga de confond con l'assassin;E che a grattav on sold in su la spesaL'è men del sacrilegg de robbà in gesa.Vedi:Amicizia e Tolleranza|Satira|di Quinto Orazio Flacco|Esposta in dialetto Milanese|dal Dottore|Giovanni Rajberti|Et mihi dulces|Ignoscent, si quid peccavero stultus, amici||Milano|Dalla Tipografia di Giuseppe Bernardoni di Gio.|1841.[3]Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29—30:Sopra le fate è quel Demogorgone(Non so se mai l'udiste nominare)E giudica fra loro, e tien ragione,E ciò che piace a lui può d'esse fare.La notte scura cavalca un montone:Travalca le montagne e passa 'l mare:Con un flagel di serpi fatto, batteLe fate e streghe che diventan gatte.Se la mattina le trova pel mondo(Perchè il giorno non posson comparire),Le batte con un certo cotal tondo,Che le vorrebbon volentier morire.Or nel mar le incatena, e ben nel fondo;Or sopra 'l vento scalze le fa ire;Ed or pel foco dietro a sè le mena:A chi dà questa, a chi quell'altra pena.VediStigliani,Occhiale, alla Stanza CCXXXII del XII Canto dell'Adone; e quel che MesserFagianorisponde in proposito.[4]Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. II. La comprata.[5]Cf. l'ultimo tratto con la favola di Meleagro e l'episodio della morte di Creonta nel XXI delMorgante.

[1]Argomento stesso, in principio, nelPentamerone,Trattenemiento primmo de la jornata seconna:—«'Na femmena prena sse magna li petrosine dell'uorto de 'n'Orca; e, conta 'nfallo, le promette la razza che aveva da fare. Figlia Petrosinella. L'Orca sse la piglia e la 'nchiude a 'na torre. 'No Prencipe ne la fuje, e 'nvirtù de trè gliantre gavitano lo pericolo dell'Orca; e portata a casa de lo 'nnammorato deventa Prencepessa.»—Ma il prosieguo ed il fine s'avvicinano piuttosto a loTurzo d'oro(Tratt. IV Giorn. V)—Cf.Bernoni(Fiabe popolari Veneziane) XII.La Parzemolina.Pitrè(Op. cit) XX.La vecchia di l'Ortu.Gonzenbach(Op. cit.) LIII.Von der schönen Angiola.

[2]Cf. per questo particolare,Pitrè, (Op. cit.) XIX.Lu Scavre, XX.La vecchia di l'Ortu. Qui le fate, in altre versioni l'Orca o l'Orco, non fanno, minacciando di mangiarsi vivo vivo il furatore de' loro cavoli o del loro prezzemolo, la distinzione consigliata da Orazio satiro, il quale forse (chi sa?) alludeva a qualche fiaba analoga nello scrivere:

Nec vincit ratio hoc, tantundem peccet idemqueQui teneros caules alieni fregerit horti,Et qui nocturnus divum sacra legerit.

Versi che trovo tradotti così in meneghino:

Donca convegnarii, che ona personnaLa qual la ve robbass in del giardinQuatter mognagh o on pizzegh d'erba—bonna,L'è minga de confond con l'assassin;E che a grattav on sold in su la spesaL'è men del sacrilegg de robbà in gesa.

Vedi:Amicizia e Tolleranza|Satira|di Quinto Orazio Flacco|Esposta in dialetto Milanese|dal Dottore|Giovanni Rajberti|Et mihi dulces|Ignoscent, si quid peccavero stultus, amici||Milano|Dalla Tipografia di Giuseppe Bernardoni di Gio.|1841.

[3]Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29—30:

Sopra le fate è quel Demogorgone(Non so se mai l'udiste nominare)E giudica fra loro, e tien ragione,E ciò che piace a lui può d'esse fare.La notte scura cavalca un montone:Travalca le montagne e passa 'l mare:Con un flagel di serpi fatto, batteLe fate e streghe che diventan gatte.Se la mattina le trova pel mondo(Perchè il giorno non posson comparire),Le batte con un certo cotal tondo,Che le vorrebbon volentier morire.Or nel mar le incatena, e ben nel fondo;Or sopra 'l vento scalze le fa ire;Ed or pel foco dietro a sè le mena:A chi dà questa, a chi quell'altra pena.

VediStigliani,Occhiale, alla Stanza CCXXXII del XII Canto dell'Adone; e quel che MesserFagianorisponde in proposito.

[4]Cf.De Gubernatis,Le Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. II. La comprata.

[5]Cf. l'ultimo tratto con la favola di Meleagro e l'episodio della morte di Creonta nel XXI delMorgante.

XVII.IL RE AVARO.[1]C'era una volta un Re avaro. E da quanto era avaro, aveva sola una figlia e la teneva su nelle soffitte, perchè nessun la vedesse. Era avaro e non voleva dar la dote. Viene un assassino a Firenze, e per l'appunto di faccia all'osteria dove si fermò, stava questo Re. Cominciò ad interrogare:—«Chi c'è?»—«C'è un Re, così e così; avaro, che tien la figliola nelle soffitte.»—Che ti fa questo assassino? La notte, quando gli è verso le dodici, va su' tetti alla finestrina, dove l'aveva la camera della principessa, e l'apre. Questa ragazza la cominciò a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Corre la servitù e vede la finestra serrata, perchè lui, l'assassino, la riserra.—«Maestà si sogna:»—dicono i servitori—«chè non c'è nessuno. Lei sogna assolutamente.»—La mattina la racconta a suo padre questo fatto.—«Eh, l'avrà sognato!»—dice il Re. La seconda sera, all'istess'ora, il ladro apre la finestra per entrare in casa e andare da questa ragazza. E lei urla:—«A il ladro! a il ladro!»—Eccoti, corre i servitori e vede la finestra serrata.—«Ma, signorina, lei armeggia. Non vede che la finestra è serrata?»—Dice:—«No, che io ho veduto un omo.»—Ma, poerina, non gli credevano.[2]Eccoti la mattina gnene dicono a il Re e lui dice:—«Mettetegli insieme la sua damigella.»—La sua cameriera, dirò. Eccoti la sera all'istess'ora il briccone che apre.La cameriera gli dice:—«La non urli! zitto, signorina, zitto!»—Ma quando gli è quasi entrato in casa, cominciano a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Lui sente due voci in vece d'una, va via e lascia la finestra aperta; non ha tempo, gua', di serrare. Sopraggiungono i servitori che vedono la finestra aperta, che dicono:—«Gli è vero, poerina, che ci è il ladro. Ha ragione, ha ragione, gli è vero.»—La mattina dicono a il Re questo. Dice:—«Murate subito la finestra.»—Eccoti murata subito la finestra! Il briccone, la sera, all'istess'ora, tasta e sente per tutto muro. Batte l'acciarino, accende e vede tutto murato.—«Briccona! me la pagherai!»—dice. Lascia passare un tempo e poi si veste tutto da gran signore e chiede d'andare a udienza. Questa udienza fu fatta passare subito da Sua Maestà. E lo interroga del più, del meno, se gli era scapolo:—«Ma Lei»—dice—«è giovinotto; oppure è ammogliato?»—Questo assassino discorreva tanto bene e tanto bono, che faceva questa interrogazione per dargli la figliola, questo Re. Dice:—«Io son giovinotto. Pagherei»—dice—«per trovare una ragazza per bene, che non avessi tanti capricci. E sa»—dice—«sono uno che non cerca di dote, io, perchè io non ne ho bisogno. Voglio solo una bona ragazza.»—Questo avaro che sente che non prende dote, dice:—«Anch'io ho una figlia, che so che io pagherei per maritarla bene a un giovane come Lei. La vol vedere?»—dice.—«Volentieri»—dice l'assassino—«la vedrei.»—Maestà manda a chiamare la figliola, e lei la vien giù.—«Che comanda, signor padre?»—«Lo vedete quel giovane?»—«Sissignore»—la dice. Fa il complimento.—«Lui»—dice Maestà—«vi chiede in isposa.»—Eh! poerina, la non aveva volontà. La non dice nè sì, nè no, gua'! Gli domandase lui gli chiedeva qualcos'altra, e torna nelle sue stanze la ragazza, piangendo. Maestà dice all'assassino:—«Le piace?»—«Eh»—dice lui—«Molto mi piace. Io sono contentissimo. Quando è contento Lei, è accomodato tutto.»—«Dunque»—dice il Re avaro—«domani l'aspetto a pranzo da me.»—Questo va via, e Maestà manda a chiamar la figliola:—«L'avete veduto quel giovane? Vi ho detto anche dianzi che quello ha da essere il vostro sposo.»—«Signor padre»—dice la ragazza—«Lei non ha che una figlia sola. La marita senza sapere chi è chi non è. Potrebbe anche essere un....»—fa come dire: un briccone.—«Chetatevi!»—dice il Re.—«Vi do uno schiaffo.»—dice alla figliola. Questa poera ragazza la va via piangendo, pensando al suo stato. Eccoti il giovane la mattina viene a pranzo, questo briccone.—«Io»—dice—«ho di bisogno di sollecitare questo matrimonio. Io, che vole? è tanto che manco, ho bisogno di spicciarmi tornando al mio posto. Quando Lei vole, anche se La vole nella settimana, io sono pronto.»—Concludono le nozze; per farla più breve, si sposano; e l'assassino si trattiene altri due o tre giorni, non più. Il padre per regalo gli dà una scatola di gioje grande, ma grande, alla figlia a titolo di regalo. Un Re, avere una figliola sola e dargli solo una scatola di gioje! E va a accompagnarla per un pezzo di strada: gli sposi va accompagnare. E poi li lascia:—«Addio!»—«Addio!»—come si fa,—«A quando ci rivedremo. >—Quando gli è andato via, l'assassino comincia a imboscare; entrare nel bosco, ecco. Quando gli è nel bosco, gli pare d'essere sicuro, gli dice:—«Briccona, ti ricordi quelle sere, che io veniva là alla finestrina, e te urlavi:A il ladro! a il ladro!»—«Sì, me ne ricordo»—dice.—«Smonta di carrozza»—dice—«Ora è il tempo della mia vendetta.Spògliati!»—Sta poerina si sarà levata la veste; ma lui volle che si spogliasse ignuda, ignuda.—«Tutta nuda, tutta nuda!»—dice. Quando la fa ignuda, prende due pentole di lardo e l'unge tutta da capo a piedi; la lega a un albero e gli mette la scatola con le gioje a' piedi, con le mani legate da dietro e i piedi incrociati: messi in croce, si direbbe. E gli dice:—«Come io torno, se non trovo quella scatola, ti butto in mare.»—Come volete che la facesse? era tutta legata. Quest'albero rimaneva sul mare; c'era tutt'i bastimenti. La principessa comincia a fare col capo, così, de' cenni; a chiamare.—«Guarda!»—dice uno di quelli del bastimento—«Non c'è' gente che chiama là?»—«Sì, sì, ci sono, altro!»—S'avvicinano i pescatori e vedono questa bella donna, in croce, legata a quest'albero:—«Poerina!»—dicono—«in che maniera?»—«Scioglietemi»—dice—«e buttatemi nel mare e questa scatola prendetela per voi.»—«Poerina, no certo!»—dicono. La sciolgono; e siccome erano mercanti di cotone, levan tutte le balle e la metton dentro nella barca; mettono tutte le balle sopra e vanno via. Venghiamo a questo briccone che torna addietro, e trova l'albero senza più nulla. Vede questa nave: dietro gli va questo assassino a questa nave. E senza dir nulla, prende le balle e le butta nell'acqua, le principia a buttar via.—«Signore, ma cosa cerca Lei? ci manda in rovina, buttando via tutto questo cotone. Se Lei ha qualche sospetto, prenda la spada e buchi, gua'! Non Le si può dir altro.»—«Avete ragione!»—dice. Prende la spada e buca. E siccome il cotone rasciuga, la spada veniva pulita; bucava il cotone, feriva la principessa, ma veniva pulita.—«Eh»—dice—«perchè a quell'albero laggiù, vedete? aveva lasciata roba e non l'ho trovata più.»—Rispondono questi barcaroli:— La vede quella nave laggiù, laggiù? Codesta s'è veduta fermare.»—«Grazie!»—e va via l'assassino e corre dietro a quell'altra nave. E questi seguitano ad andare verso la città. Quando furono liberi, levano tutte le sue balle e trovano la donna svenuta e ferita in una mano. Gli dànno da riaversi. Lei la insiste sempre:—«Buttatemi in mare! Buttatemi in mare!»—Ma loro non gli dànno retta. La levano nella barca e ragionano tra di loro.—«Io»—dice uno—«Io, senti, ho la moglie giovane; a casa io non la posso portare. Gua' tu sai, le donne!...»—Quello che era vecchio, dice:—«La prenderò io e la porterò dalla mi' moglie.»—E così fanno. Si dividono le gioje a metà: il vecchio va a casa con questa ragazza, e quest'altro va dalla su' moglie. Il vecchio picchia alla casa; e la moglie tira e la gli apre. Va su e gli racconta il caso.—«Poerina!»—dice la moglie—«ti si piglierà pur troppo per nostra figliola! La si prenderà e la si tratterà per bene, poerina! La mi dispiace tanto!»—Dice questa ragazza:—«Voglio una grazia: non voglio veder nessuno omo di nessuna sorte, levato mio padre.»—Così chiamava ora quel vecchio che l'aveva presa.—«Come questo è, state sicura»—dice—«che da noi non ce ne vien davvero degli òmini.»—«Eh!»—dice—«queste gioje, bisognerà venderne qualcheduna, perchè io voglio fare dei lavori. Voglio che ne vendiate, e mi compriate tanta seta da ricamo.»—Questa vecchia la vende le gioje, la compra questa seta e la gnene porta. E la principessa fa un bellissimo tappeto, ma tanto bello che non ci poteva esser niente di più bello. Quando la lo ha fatto, vicino a questa vecchia là ci stava un Re; pochi passi distante, via.—«Voi»—dice la ragazza—«dovete andare da Sua Maestà a sentire se compra questo tappeto.»—Lavecchia prende questo tappeto e lo porta da Sua Maestà. E così Sua Maestà dice:—«Ma chi li fa questi bei lavori?»—Risponde:—«Una mia figlia.»—«Ah, una vostra figlia? È impossibile! Uhm! Sarà, gua'!»—Compra il tappeto e dà i quattrini. E la vecchia viene a casa e porta i quattrini. E la principessa dice:—«Sapete? domani, dovete comprarmi dell'altra seta con questi quattrini.»—La mercantessa gli compra la seta e la giovane fa un bellissimo parato da stanza. Quando gli è finito, la vecchia la lo porta a questo Re. Sua Maestà domanda:—«Ma quella donnina, ditemi la verità; chi li fa questi lavori?»—Dice:—«Mah! mia figlia!»—Il Re l'intendeva male, ma con tutto ciò bisognava che gli credesse, quando diceva ch'era sua figliola. Gli dà i quattrini e la li porta alla ragazza.—«Sapete»—dice—«domani dovete con tutti questi quattrini, comprarmi dell'altra seta parimenti.»—La vecchia gli compra la seta; e lei, la fa tutto un finimento di seggiole, di poltrone, di tutto ciò che occorre in una camera. Quando l'ha finito, la lo manda a Sua Maestà. Maestà non gli sta a dire:—«Di chi sono i lavori?»—sta zitto. Paga la vecchia e poi gli va dietro, dietro, dietro. Quando questa donna è per serrar l'uscio, gli spinge l'uscio: entra dietro. Questa vecchia comincia a urlare, a urlare. La giovane, che sente urlare, la crede che sia l'assassino, la va sotto il letto e si sviene. Vien su la vecchia e cerca per tutto: non c'è la ragazza; e il Re con lei.—«Oh!»—la urlava—«Lei che n'è stato causa!»—Guardano sotto il letto e la vedono svenuta. La tirano fori, la rianno: e lei apre gli occhi. La vede che non è l'assassino e lei gli ritorna il sangue in calma; perchè lei la paura non era altro che dell'assassino. Sua Maestà gli domanda:—«E perchè vi viene di queste mancanze?»—«Lamia disgrazia»—la dice. Vede Maestà questa gran bella ragazza, questa bella donna, se ne innamora. E tutti i giorni andava in questa casa per far visita. Dunque, facendo il discorso corto, la chiede in isposa[3]. I vecchi dice:—«Maestà, nojaltri siamo poera gente....»—«A me non importa. Io voglio la ragazza, non voglio i denari.»—Lei risponde:—«Io son contenta, ma voglio una grazia da voi.»—La ragazza dice così.—«E quale?»—dice il Re.—«Io non voglio veder òmini, levato che voi e mio padre, di nessuna sorta.»—«Come questo è,»—dice Maestà—«io sono contento. Io vi concedo la grazia.»—Da sè dice:—«L'è tanto bella! a me non mi par vero, che non voglia veder òmini!»—Eccoti, concludon le nozze, senza invito, senza nulla: la giovane non voleva veder òmini: fu quasi uno sposalizio occulto. Lascio dire i sudditi! che si sente lo sposalizio e la Regina non si vede da nessuna parte. Chi:—«Ha sposato un cane.»—Chi:—«Ha sposato una scimmia.»—Chi una cosa, chi un'altra. Tutti i signori della corte, parimenti un bisbiglìo. Lui fu costretto a dirgnene alla moglie:—«Tu bisogna che mi faccia una grazia: ma bada a non dir di no. La corte c'è tutto un bisbiglìo: se io ho preso un cane, se io ho preso una scimmia. Tu, bisogna che tu ti faccia vedere ai sudditi, che tu decida un'ora.»—Allora lei la dice:—«Dalle undici a mezzogiorno, starò sul terrazzino.»—Figuratevi le genti, da dove le venivano: da tutte le parti! Messi i bandi alle cantonate, dicevano—«Qui ci ha da essere una meraviglia.»—Eccoti, questo briccone d'assassino capita lì; legge:dalle undici al mezzogiorno la Regina su il terrazzino:—«Oh!»—dice—«vo' vederla.»—Si mette sotto il terrazzino e la riconosce, e fa così: si morde il dito e gli accenna così minacciando.Quella lo riconosce e la va giù svenuta e si sfragella tutta la testa. La vecchia che sente questo colpo e la va di là e trova la ragazza che tutta sanguina, chè s'era spaccata la testa, principia a urlare. Corre il Re e vede questo spettacolo. La dice la vecchia al Re:—«L'avete avuta di farla vedere, l'avete avuta! Cos'avete ricavato di farla vedere a il pubblico? La vedete come gli è questa donna?»—Corre subito i medici; con balsami; gli fasciano la testa e la mettono a letto; quattro o cinque giorni, la stava benino. Venghiamo a questo briccone, che lascia passare un tempo: poi si veste da signorone e chiede di andare a udienza. L'udienza principia: mille discorsi, mille complimenti a il Re. Per la quale questo Re rimane incantato e gli dice se vol restare a mangiare una zuppa da lui.—«Volentieri»—dice—«accetterò.»—Costui accetta e stanno a pranzo tutti contenti. La Regina no, perchè la non voleva veder òmini.—«Via»—dice il Re—«si trattiene molto Lei qua?»—«Oh!»—dice questo assassino—«un pajo di settimane.»—«Se mi favorisse tutti i giorni di venire a mangiare una zuppa con me, Lei mi farebbe un gran regalo.»—Quando gli è il quarto giorno che andava a pranzo da Maestà, questo briccone ordina non so quante botti di vino tutte alloppiate; e bottiglie, una quantità d'ogni qualità, tutte alloppiate; e le manda al palazzo. Figuratevi la servitù che vede tutte queste botti di vino! Quando gli è l'ora del pranzo, che a tavola c'era bottiglie e loro ci avevano le botti: bevi ch'io bevo! Sua Maestà non fece che bere, ma una cosa da non la si poter credere, più di mezze le bottiglie. Quando è finito il pranzo, questo assassino vien via come le altre sere:—«Addio a domani; addio a domani.»—Quando gli è una certa ora, chi casca di qua, ubbriaco; chi cascadi là: tutte le guardie erano alloppiate e Sua Maestà gli era più di loro: lo misero in letto. Venghiamo a questo briccone. Entra nel palazzo e vede una guardia qui addormentata, tutti addormentati. Va nella stanza su lesto, gira la gruccia e apre. Dice lei:—«Chi è?»—la Regina. Risponde l'assassino:—«Sono io, briccona.»—Gli dice:—«Adesso è il tempo della mia vendetta. Esci dal letto e va a prendere un bacino d'acqua, quando io mi laverò le mani intinte nel tuo sangue.»—Lei la va lì:—«Marito mio, svegliati!»—la dice e lo scote. E lui, il briccone, risponde:—«Eh! non si sveglia, no.»—Manda poi per un asciugamano, poi per non so che altra cosa. E lei sempre:—«Marito, svegliati!»—Ritorna al letto e dice:—«Marito, svegliati!»—Ed esso si sveglia. Il marito si sveglia:—«Cosa c'è?»—«Vedete quel briccone? Mi vole ammazzare.»—Prende la pistola che avea sotto il capo, la scarica e ammazza l'assassino.[4]—«Oh, ora poi»—dice lei—«potrò vedere quanti òmini che voi volete. Ma abbiate da sapere che ce ne sono quarantatrè altri di questi assassini;»—la gli dice—«e stanno nel tal posto, nella tal città.»—Subito Maestà spedisce i soi òmini, quattro e sei, per questo posto ch'ella avea detto. Quattro e sei? Altro! anche un centinajo; tutta la gendarmeria, i soi scudieri: spedì tutto. E li chiapparono pari pari, credetemi, tutte quelle genti. Chi squartato, chi bruciato, chi strascinato a coda di cavallo di questi assassini. Entrorno nel palazzo di questi assassini; presero le ricchezze, che non si può credere, erano più ricchi di Sua Maestà, e le portorono via e diedero foco al posto:—«Perchè se ve n'è rimasto qualcheduno»—dicevano—«sien bruciati.»—Andarono al palazzo del Re, portando tutta la ricchezza che non si pò dire. Gli raccontano che hannofatta l'ubbidienza e poi hanno bruciato il palazzo degli assassini. E allora lui gli dice:—«Bravi, io vi ringrazio!»—E avrà loro fatto il regalo, questo è certo. La Regina, lei allora lì con tutti que' signori, non aveva più paura e andava in società come tutte le altre. La chiede un giorno una grazia a Sua Maestà:—«Voglio una grazia. Voglio che si faccia un invito a tutti i Re del mondo, tutti tutti, che vengano a pranzo da noi; e chi non interviene, pena la testa.[5]»—Bisogna venire, delle teste ce n'è una. Poi la Regina la ordina che per suo padre, questo Re avaro, tutto fosse fatto sciocco; le pietanze tutte sciocche. E poi fossero rizzate le forche. Tutti i Re, tutti tutti intervennero, ed anche questo padre di lei; ed era fatto tutto sciocco per lui. Tutti dicevano:—«bravo»—qua—«bravo»—là—«bravo il coco!»—Questo vecchio dice:—«Tutti dicono:bravo il coco!ed io sento ogni cosa sciocca!»—«Sciocco come Lei, signor padre»—la gli risponde, la Regina.—«Io, padre?»—dice lui.—«Lei padre»—dice—«che non aveva che una figlia. Lei si ricordi, che per la sua avarizia la maritò ad un assassino. Ed io»—dice—«debbo a questi vecchi che mi hanno salvata la vita. Venga con me!»—Lo conduce dove c'era le forche:—«Guardi»—dice—«quel che c'è' per Lei!»—«Oh me lo merito!»—dice il padre, vedendo le forche. Quando gli è il boja per dare il colpo, dice questa Regina:—«Ferma! gli sia perdonato!»—Potete credere, gli vien giù quel povero vecchio, gli s'attacca al collo, baciandola e chiedendole scusa e perdono. E lei gli disse:—«Alzatevi, io vi ho perdonato.»—Ma il colpo di questo vecchio, tra i rimorsi, tra la paura, tra la vecchiaja, campò pochi mesi. Venne a morte e lasciò tutta la ricchezza alla figliola. Figuratevi che ricchezza la fuquella! Se ne vissero e se ne godettero, e in pace sempre stettero.NOTE[1]Cf.Pitrè(Op. cit.) XXI.Lu spusaliziu di 'na Riggina c'un latru.[2]VediStraparola, notte III, fav. IV.—«Fortunio, per una ricevuta ingiuria, dal padre e dalla madre putativi si parte, vagabondo capita in uno bosco dove trova tre animali, dai quali per sua sentenza è guiderdonato: indi entrato in Polonia giostra, et in premio Doralice figliuola del Re, in moglie ottiene.»—L'aquila, il lupo e la formica avevan dato a Fortunio di prender le forme loro a piacimento:—«Doralice mesta si ridusse sola in una cameretta non meno ornata che bella, e stando così solinga con la finestra aperta, ecco Fortunio il quale, come vide la giovane, fra sè disse:Deh, che non son io aquila!Nè appena egli aveva fornite le parole, che aquila divenne. E volato dentro della finestra e ritornato uomo come prima, tutto giocondo, tutto festevole se le appresentò. La Pulcella, vedutolo, tutta si smarrì e (sì come da famelici cani lacerata fusse) ad alta voce cominciò gridare. Il Re, che non molto lontano era dalla figliuola, udite l'alte grida, corse a lei; e inteso che nella camera era un giovane, tutta la zambra ricercò; e, nulla trovando, a riposare se ne tornò, perciocchè il giovane, fattosi aquila, per la finestra si era fuggito. Nè fu sì tosto il padre postosi a riposare, che da capo la Pulcella si mise ad alta voce gridare, perciocchè il giovane come prima a lei presentato si aveva. Ma Fortunio, udito il grido de la giovane e temendo della vita sua, in una formica si cangiò e nelle bionde trezze della vaga donna si nascose. Odescalco, corso a l'alto grido della figliuola e nulla vedendo, contro di lei assai si turbò; et acramente minacciolla, che se ella più gridava, egli le farebbe uno scherzo che non le piacerebbe. E tutto sdegnato si partì, pensandosi che ella avesse veduto nella sua immaginativa uno di coloro, che per suo amore erano stati nel torneamento uccisi.»—Vedi anchePitrè(Op. cit.) XIX.Lu Scavu. Cf. Con la Novella II della Giornata IX delPecorone:—«Arrighetto, figliuolo dello Impeadore,nascoso dentro un'aquila d'oro, entra in camera della figliuola del Re d'Araona, e fatto accordo con essa la porta per mare in Alemagna. Guerra che ne avviene e la pace fatta per ordin del papa sotto pena d'escomunicazione.»—Da dove comincia:—«Il Re di Raona ebbe una figliuola, la quale avea nome Lena, giovane, bella, vaga, costumata e savia,ecc.»—fino a:—«ed essendone certo, se ne tornò al padre, e dissegli che il figliuolo dello Imperadore era venuto in persona e furata l'avea.»—Cf. per questo ascondimento nella statua d'un uccello l'annotazione alla stanza XIII del II Cantare del Malmantile, che rimanda al II Canto del Mambriano e per altri particolari della fiaba, vedi l'annotazione alla stanza VI del medesimo Cantare del Malmantile. Nel quale, in fin de' conti, si narra l'origine del proverbioÈ fatto il becco all'oca, onde si hanno varianti senza numero.[3]È notevole la somiglianza di questo episodio con laIstoria bellissima di Angelina Siciliana, la quale amava grandemente Gesù Cristo, dalla quale sentirete, che per vivere castamente vendè fino i suoi capelli, quali furono poi la sua fortuna(Bologna. Alla Colomba).La madre co' capelli via andòA veder se qualcun li vuol comprare.Una nobil signora li guardò,Fece sta donna avanti a se menare.....—«Ditemi, donna mia buona ed accorta,Questi capelli son di qualche morta?»——«No»—rispos'ella presto presto allora—«Son d'una figlia mia, vi fo sapere,Che tagliati se gli è, non è un'ora.Il dir bugie a Lei non è dovere.»—Rispose allor la prudente signora:—«Questa vostra figliuola vo' vedere;E con i suoi li paragonerò.Danar quanti volete io vi darò.»—Entra in carrozza e giunse in tempo pocoLà dove era la casta verginella.....Mossa a pietà la nobile signoraNon puol dagli occhi rattenere i pianti.Comanda ai servi prestamente allora,Che vadano a trovar vesti ed ammanti.Un nobil cavalier, magno signore,S'ebbe di tal donzella innamorare.Fra sè dispose dentro del suo corePer propria sposa volerla pigliare.Chieder la fece con molta prestezza:Gli risposer di si con allegrezza.Ecc. ecc.[4]La storia di Scirone ladrone, nel Canto Quinto dellaRodi salvata|canti sette|del Conte e Cavaliere|Vicenzo Marenco|Opera postuma|continuata e terminata|da|Giuseppe Turletti|con gli argomenti dello stesso||Carmagnola 1833.|per i Tipi di Pietro Barbiè; corrisponde perfettamente a quest'episodio. La racconta in Isciro, Gualtieri, signore di essa isola.Fama è, ch'allora empio ladron tenesseCoteste spiagge, che Sciron fu detto,Che quanti il caso qui sospinto avesseStranieri, o il vento ad approdarvi astretto,Con arte infame ad albergar traesseEntro solingo ed esecrabil tetto,Dove sotto accoglienze amiche e lietePoi gli ancidea furtivo all'ombre chete.Finchè da' venti qui sospinto venneL'Attico Prence domator de' mostri,Dal Termodonte le vittrici antenneQui raccogliendo e i coronati rostri;L'usato stil con esso il ladron tenne,E a scender l'invitò sui lidi nostri,Chè de' tesori ond'era carco il legnoD'arricchirsi fra sè volgea disegno.A lieta mensa il traditor l'accoglieCol fior di quella gioventude Achea;E medicati vin con certe foglie,Che fan stupidi i sensi in chi ne bea,Lor versa in copia; e 'n suo pensier già coglieDell'opra il frutto scelerata e rea,Che pensa in breve a cupo sonno e forteVeder ciascuno in braccio e darlo a morte.Ma sua ventura vuol, che l'amorosaAmazone bellissima Reina,Del giovinetto vincitor già sposa,Nè a bevanda nè a cibo il labbro inchina.E allor ch'immerso in cupo sonno ei posaSola desta rimane a lui vicina,Mentre, caduto già 'l diurno lumeSteso ei giacea su le malfide piume.A par del Duce in stupida quieteGiacean profondamente i Greci avvinti;E l'infame ladron tra l'ombre queteGià tutti avea que' sventurati estinti;Anzi già ne veniva alle secreteStanze, u' chiudea dal sonno i lumi vintiIl buon Teseo fra l'amorose bracciaDella Reina, ch'al bel sen lo allaccia.E gode, il suo giungendo al caro viso,Pascer di dolce fiamma i suoi sospiri,E sulle mute labbia un indivisoSpirto raccoglier ne' di lui respiri.Quando sul limitar, di sangue intriso,Avvien che l'empio penetrar rimiri,Al chiaror, che dagli astri entra nel tetto:Ma vario dal pensier segui l'effetto.Chè la vigile Amazzone coll'asta,Che sempre a canto era tenersi avvezza,Il ferro del ladron, che già sovrasta,Qual può meglio ripara, e 'l colpo spezza;Quel vinto dal timor già non contrasta.Ma fugge, e sol ne' piè pon sua salvezza;Scuote il Campion la spaventata donna,Ch'alla scossa e al rumor più non assonna.E fatto a un cenno della fraude accorto,Stringe il brando e 'l fellon premendo segue,Benchè per calle essendo obbliquo e tortoOltr'ei trascorso, di lontan l'insegue.Alfin lo scorge omai vicino al porto,E tanto va, che par ch'ormai l'adegue,E almeno di salir la nave u' soloPotria salvarsi, l'impedisce a volo.Vista de' fidi suoi sul lido infandoAvea intanto la strage il Greco Duce,E contro il traditor di rabbia urlandoCome fiamma nel volto arde e riluce;L'incalza a tergo con l'invitto brando,Che gli folgora in man di mortal luce;Tutta la notte il segue e già ne premeL'orme coll'orme e d'afferrarlo ha speme.Per pian, per colle, per dirupo e balza,Quel fugge, e l'ali al piè timor gli porge,Qual capriol, cui leopardo incalza,Di vallone in vallon s'abbassa e sorge,Sopra una costa, che stringendo s'alzaIn erto scoglio alfin, e in mar ne sporge,Sale e si trova in sul finir del monteCon Teseo a tergo e 'l mar d'intorno e a fronte.Tocca la cima e d'alcun lato scampoPiù non si vede, onde giù balza e piomba,Dov'altri scogli fanno ai flutti inciampoE 'l lido e l'onda al suo cader rimbomba.Giunge in vetta il guerriero in men d'un lampoChe l'aria ancor del precipizio romba,E lo sparso cerebro in sulle spondeNe vede e 'l busto volteggiar sull' onde.[5]Fra' pregi dellaNovellaja fiorentinanon può annoverarsi certo quello di dar giuste nozioni ed esatte di diritto internazionale. Pari in pari non ha imperio.

IL RE AVARO.[1]

C'era una volta un Re avaro. E da quanto era avaro, aveva sola una figlia e la teneva su nelle soffitte, perchè nessun la vedesse. Era avaro e non voleva dar la dote. Viene un assassino a Firenze, e per l'appunto di faccia all'osteria dove si fermò, stava questo Re. Cominciò ad interrogare:—«Chi c'è?»—«C'è un Re, così e così; avaro, che tien la figliola nelle soffitte.»—Che ti fa questo assassino? La notte, quando gli è verso le dodici, va su' tetti alla finestrina, dove l'aveva la camera della principessa, e l'apre. Questa ragazza la cominciò a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Corre la servitù e vede la finestra serrata, perchè lui, l'assassino, la riserra.—«Maestà si sogna:»—dicono i servitori—«chè non c'è nessuno. Lei sogna assolutamente.»—La mattina la racconta a suo padre questo fatto.—«Eh, l'avrà sognato!»—dice il Re. La seconda sera, all'istess'ora, il ladro apre la finestra per entrare in casa e andare da questa ragazza. E lei urla:—«A il ladro! a il ladro!»—Eccoti, corre i servitori e vede la finestra serrata.—«Ma, signorina, lei armeggia. Non vede che la finestra è serrata?»—Dice:—«No, che io ho veduto un omo.»—Ma, poerina, non gli credevano.[2]Eccoti la mattina gnene dicono a il Re e lui dice:—«Mettetegli insieme la sua damigella.»—La sua cameriera, dirò. Eccoti la sera all'istess'ora il briccone che apre.La cameriera gli dice:—«La non urli! zitto, signorina, zitto!»—Ma quando gli è quasi entrato in casa, cominciano a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Lui sente due voci in vece d'una, va via e lascia la finestra aperta; non ha tempo, gua', di serrare. Sopraggiungono i servitori che vedono la finestra aperta, che dicono:—«Gli è vero, poerina, che ci è il ladro. Ha ragione, ha ragione, gli è vero.»—La mattina dicono a il Re questo. Dice:—«Murate subito la finestra.»—Eccoti murata subito la finestra! Il briccone, la sera, all'istess'ora, tasta e sente per tutto muro. Batte l'acciarino, accende e vede tutto murato.—«Briccona! me la pagherai!»—dice. Lascia passare un tempo e poi si veste tutto da gran signore e chiede d'andare a udienza. Questa udienza fu fatta passare subito da Sua Maestà. E lo interroga del più, del meno, se gli era scapolo:—«Ma Lei»—dice—«è giovinotto; oppure è ammogliato?»—Questo assassino discorreva tanto bene e tanto bono, che faceva questa interrogazione per dargli la figliola, questo Re. Dice:—«Io son giovinotto. Pagherei»—dice—«per trovare una ragazza per bene, che non avessi tanti capricci. E sa»—dice—«sono uno che non cerca di dote, io, perchè io non ne ho bisogno. Voglio solo una bona ragazza.»—Questo avaro che sente che non prende dote, dice:—«Anch'io ho una figlia, che so che io pagherei per maritarla bene a un giovane come Lei. La vol vedere?»—dice.—«Volentieri»—dice l'assassino—«la vedrei.»—Maestà manda a chiamare la figliola, e lei la vien giù.—«Che comanda, signor padre?»—«Lo vedete quel giovane?»—«Sissignore»—la dice. Fa il complimento.—«Lui»—dice Maestà—«vi chiede in isposa.»—Eh! poerina, la non aveva volontà. La non dice nè sì, nè no, gua'! Gli domandase lui gli chiedeva qualcos'altra, e torna nelle sue stanze la ragazza, piangendo. Maestà dice all'assassino:—«Le piace?»—«Eh»—dice lui—«Molto mi piace. Io sono contentissimo. Quando è contento Lei, è accomodato tutto.»—«Dunque»—dice il Re avaro—«domani l'aspetto a pranzo da me.»—Questo va via, e Maestà manda a chiamar la figliola:—«L'avete veduto quel giovane? Vi ho detto anche dianzi che quello ha da essere il vostro sposo.»—«Signor padre»—dice la ragazza—«Lei non ha che una figlia sola. La marita senza sapere chi è chi non è. Potrebbe anche essere un....»—fa come dire: un briccone.—«Chetatevi!»—dice il Re.—«Vi do uno schiaffo.»—dice alla figliola. Questa poera ragazza la va via piangendo, pensando al suo stato. Eccoti il giovane la mattina viene a pranzo, questo briccone.—«Io»—dice—«ho di bisogno di sollecitare questo matrimonio. Io, che vole? è tanto che manco, ho bisogno di spicciarmi tornando al mio posto. Quando Lei vole, anche se La vole nella settimana, io sono pronto.»—Concludono le nozze; per farla più breve, si sposano; e l'assassino si trattiene altri due o tre giorni, non più. Il padre per regalo gli dà una scatola di gioje grande, ma grande, alla figlia a titolo di regalo. Un Re, avere una figliola sola e dargli solo una scatola di gioje! E va a accompagnarla per un pezzo di strada: gli sposi va accompagnare. E poi li lascia:—«Addio!»—«Addio!»—come si fa,—«A quando ci rivedremo. >—Quando gli è andato via, l'assassino comincia a imboscare; entrare nel bosco, ecco. Quando gli è nel bosco, gli pare d'essere sicuro, gli dice:—«Briccona, ti ricordi quelle sere, che io veniva là alla finestrina, e te urlavi:A il ladro! a il ladro!»—«Sì, me ne ricordo»—dice.—«Smonta di carrozza»—dice—«Ora è il tempo della mia vendetta.Spògliati!»—Sta poerina si sarà levata la veste; ma lui volle che si spogliasse ignuda, ignuda.—«Tutta nuda, tutta nuda!»—dice. Quando la fa ignuda, prende due pentole di lardo e l'unge tutta da capo a piedi; la lega a un albero e gli mette la scatola con le gioje a' piedi, con le mani legate da dietro e i piedi incrociati: messi in croce, si direbbe. E gli dice:—«Come io torno, se non trovo quella scatola, ti butto in mare.»—Come volete che la facesse? era tutta legata. Quest'albero rimaneva sul mare; c'era tutt'i bastimenti. La principessa comincia a fare col capo, così, de' cenni; a chiamare.—«Guarda!»—dice uno di quelli del bastimento—«Non c'è' gente che chiama là?»—«Sì, sì, ci sono, altro!»—S'avvicinano i pescatori e vedono questa bella donna, in croce, legata a quest'albero:—«Poerina!»—dicono—«in che maniera?»—«Scioglietemi»—dice—«e buttatemi nel mare e questa scatola prendetela per voi.»—«Poerina, no certo!»—dicono. La sciolgono; e siccome erano mercanti di cotone, levan tutte le balle e la metton dentro nella barca; mettono tutte le balle sopra e vanno via. Venghiamo a questo briccone che torna addietro, e trova l'albero senza più nulla. Vede questa nave: dietro gli va questo assassino a questa nave. E senza dir nulla, prende le balle e le butta nell'acqua, le principia a buttar via.—«Signore, ma cosa cerca Lei? ci manda in rovina, buttando via tutto questo cotone. Se Lei ha qualche sospetto, prenda la spada e buchi, gua'! Non Le si può dir altro.»—«Avete ragione!»—dice. Prende la spada e buca. E siccome il cotone rasciuga, la spada veniva pulita; bucava il cotone, feriva la principessa, ma veniva pulita.—«Eh»—dice—«perchè a quell'albero laggiù, vedete? aveva lasciata roba e non l'ho trovata più.»—Rispondono questi barcaroli:— La vede quella nave laggiù, laggiù? Codesta s'è veduta fermare.»—«Grazie!»—e va via l'assassino e corre dietro a quell'altra nave. E questi seguitano ad andare verso la città. Quando furono liberi, levano tutte le sue balle e trovano la donna svenuta e ferita in una mano. Gli dànno da riaversi. Lei la insiste sempre:—«Buttatemi in mare! Buttatemi in mare!»—Ma loro non gli dànno retta. La levano nella barca e ragionano tra di loro.—«Io»—dice uno—«Io, senti, ho la moglie giovane; a casa io non la posso portare. Gua' tu sai, le donne!...»—Quello che era vecchio, dice:—«La prenderò io e la porterò dalla mi' moglie.»—E così fanno. Si dividono le gioje a metà: il vecchio va a casa con questa ragazza, e quest'altro va dalla su' moglie. Il vecchio picchia alla casa; e la moglie tira e la gli apre. Va su e gli racconta il caso.—«Poerina!»—dice la moglie—«ti si piglierà pur troppo per nostra figliola! La si prenderà e la si tratterà per bene, poerina! La mi dispiace tanto!»—Dice questa ragazza:—«Voglio una grazia: non voglio veder nessuno omo di nessuna sorte, levato mio padre.»—Così chiamava ora quel vecchio che l'aveva presa.—«Come questo è, state sicura»—dice—«che da noi non ce ne vien davvero degli òmini.»—«Eh!»—dice—«queste gioje, bisognerà venderne qualcheduna, perchè io voglio fare dei lavori. Voglio che ne vendiate, e mi compriate tanta seta da ricamo.»—Questa vecchia la vende le gioje, la compra questa seta e la gnene porta. E la principessa fa un bellissimo tappeto, ma tanto bello che non ci poteva esser niente di più bello. Quando la lo ha fatto, vicino a questa vecchia là ci stava un Re; pochi passi distante, via.—«Voi»—dice la ragazza—«dovete andare da Sua Maestà a sentire se compra questo tappeto.»—Lavecchia prende questo tappeto e lo porta da Sua Maestà. E così Sua Maestà dice:—«Ma chi li fa questi bei lavori?»—Risponde:—«Una mia figlia.»—«Ah, una vostra figlia? È impossibile! Uhm! Sarà, gua'!»—Compra il tappeto e dà i quattrini. E la vecchia viene a casa e porta i quattrini. E la principessa dice:—«Sapete? domani, dovete comprarmi dell'altra seta con questi quattrini.»—La mercantessa gli compra la seta e la giovane fa un bellissimo parato da stanza. Quando gli è finito, la vecchia la lo porta a questo Re. Sua Maestà domanda:—«Ma quella donnina, ditemi la verità; chi li fa questi lavori?»—Dice:—«Mah! mia figlia!»—Il Re l'intendeva male, ma con tutto ciò bisognava che gli credesse, quando diceva ch'era sua figliola. Gli dà i quattrini e la li porta alla ragazza.—«Sapete»—dice—«domani dovete con tutti questi quattrini, comprarmi dell'altra seta parimenti.»—La vecchia gli compra la seta; e lei, la fa tutto un finimento di seggiole, di poltrone, di tutto ciò che occorre in una camera. Quando l'ha finito, la lo manda a Sua Maestà. Maestà non gli sta a dire:—«Di chi sono i lavori?»—sta zitto. Paga la vecchia e poi gli va dietro, dietro, dietro. Quando questa donna è per serrar l'uscio, gli spinge l'uscio: entra dietro. Questa vecchia comincia a urlare, a urlare. La giovane, che sente urlare, la crede che sia l'assassino, la va sotto il letto e si sviene. Vien su la vecchia e cerca per tutto: non c'è la ragazza; e il Re con lei.—«Oh!»—la urlava—«Lei che n'è stato causa!»—Guardano sotto il letto e la vedono svenuta. La tirano fori, la rianno: e lei apre gli occhi. La vede che non è l'assassino e lei gli ritorna il sangue in calma; perchè lei la paura non era altro che dell'assassino. Sua Maestà gli domanda:—«E perchè vi viene di queste mancanze?»—«Lamia disgrazia»—la dice. Vede Maestà questa gran bella ragazza, questa bella donna, se ne innamora. E tutti i giorni andava in questa casa per far visita. Dunque, facendo il discorso corto, la chiede in isposa[3]. I vecchi dice:—«Maestà, nojaltri siamo poera gente....»—«A me non importa. Io voglio la ragazza, non voglio i denari.»—Lei risponde:—«Io son contenta, ma voglio una grazia da voi.»—La ragazza dice così.—«E quale?»—dice il Re.—«Io non voglio veder òmini, levato che voi e mio padre, di nessuna sorta.»—«Come questo è,»—dice Maestà—«io sono contento. Io vi concedo la grazia.»—Da sè dice:—«L'è tanto bella! a me non mi par vero, che non voglia veder òmini!»—Eccoti, concludon le nozze, senza invito, senza nulla: la giovane non voleva veder òmini: fu quasi uno sposalizio occulto. Lascio dire i sudditi! che si sente lo sposalizio e la Regina non si vede da nessuna parte. Chi:—«Ha sposato un cane.»—Chi:—«Ha sposato una scimmia.»—Chi una cosa, chi un'altra. Tutti i signori della corte, parimenti un bisbiglìo. Lui fu costretto a dirgnene alla moglie:—«Tu bisogna che mi faccia una grazia: ma bada a non dir di no. La corte c'è tutto un bisbiglìo: se io ho preso un cane, se io ho preso una scimmia. Tu, bisogna che tu ti faccia vedere ai sudditi, che tu decida un'ora.»—Allora lei la dice:—«Dalle undici a mezzogiorno, starò sul terrazzino.»—Figuratevi le genti, da dove le venivano: da tutte le parti! Messi i bandi alle cantonate, dicevano—«Qui ci ha da essere una meraviglia.»—Eccoti, questo briccone d'assassino capita lì; legge:dalle undici al mezzogiorno la Regina su il terrazzino:—«Oh!»—dice—«vo' vederla.»—Si mette sotto il terrazzino e la riconosce, e fa così: si morde il dito e gli accenna così minacciando.Quella lo riconosce e la va giù svenuta e si sfragella tutta la testa. La vecchia che sente questo colpo e la va di là e trova la ragazza che tutta sanguina, chè s'era spaccata la testa, principia a urlare. Corre il Re e vede questo spettacolo. La dice la vecchia al Re:—«L'avete avuta di farla vedere, l'avete avuta! Cos'avete ricavato di farla vedere a il pubblico? La vedete come gli è questa donna?»—Corre subito i medici; con balsami; gli fasciano la testa e la mettono a letto; quattro o cinque giorni, la stava benino. Venghiamo a questo briccone, che lascia passare un tempo: poi si veste da signorone e chiede di andare a udienza. L'udienza principia: mille discorsi, mille complimenti a il Re. Per la quale questo Re rimane incantato e gli dice se vol restare a mangiare una zuppa da lui.—«Volentieri»—dice—«accetterò.»—Costui accetta e stanno a pranzo tutti contenti. La Regina no, perchè la non voleva veder òmini.—«Via»—dice il Re—«si trattiene molto Lei qua?»—«Oh!»—dice questo assassino—«un pajo di settimane.»—«Se mi favorisse tutti i giorni di venire a mangiare una zuppa con me, Lei mi farebbe un gran regalo.»—Quando gli è il quarto giorno che andava a pranzo da Maestà, questo briccone ordina non so quante botti di vino tutte alloppiate; e bottiglie, una quantità d'ogni qualità, tutte alloppiate; e le manda al palazzo. Figuratevi la servitù che vede tutte queste botti di vino! Quando gli è l'ora del pranzo, che a tavola c'era bottiglie e loro ci avevano le botti: bevi ch'io bevo! Sua Maestà non fece che bere, ma una cosa da non la si poter credere, più di mezze le bottiglie. Quando è finito il pranzo, questo assassino vien via come le altre sere:—«Addio a domani; addio a domani.»—Quando gli è una certa ora, chi casca di qua, ubbriaco; chi cascadi là: tutte le guardie erano alloppiate e Sua Maestà gli era più di loro: lo misero in letto. Venghiamo a questo briccone. Entra nel palazzo e vede una guardia qui addormentata, tutti addormentati. Va nella stanza su lesto, gira la gruccia e apre. Dice lei:—«Chi è?»—la Regina. Risponde l'assassino:—«Sono io, briccona.»—Gli dice:—«Adesso è il tempo della mia vendetta. Esci dal letto e va a prendere un bacino d'acqua, quando io mi laverò le mani intinte nel tuo sangue.»—Lei la va lì:—«Marito mio, svegliati!»—la dice e lo scote. E lui, il briccone, risponde:—«Eh! non si sveglia, no.»—Manda poi per un asciugamano, poi per non so che altra cosa. E lei sempre:—«Marito, svegliati!»—Ritorna al letto e dice:—«Marito, svegliati!»—Ed esso si sveglia. Il marito si sveglia:—«Cosa c'è?»—«Vedete quel briccone? Mi vole ammazzare.»—Prende la pistola che avea sotto il capo, la scarica e ammazza l'assassino.[4]—«Oh, ora poi»—dice lei—«potrò vedere quanti òmini che voi volete. Ma abbiate da sapere che ce ne sono quarantatrè altri di questi assassini;»—la gli dice—«e stanno nel tal posto, nella tal città.»—Subito Maestà spedisce i soi òmini, quattro e sei, per questo posto ch'ella avea detto. Quattro e sei? Altro! anche un centinajo; tutta la gendarmeria, i soi scudieri: spedì tutto. E li chiapparono pari pari, credetemi, tutte quelle genti. Chi squartato, chi bruciato, chi strascinato a coda di cavallo di questi assassini. Entrorno nel palazzo di questi assassini; presero le ricchezze, che non si può credere, erano più ricchi di Sua Maestà, e le portorono via e diedero foco al posto:—«Perchè se ve n'è rimasto qualcheduno»—dicevano—«sien bruciati.»—Andarono al palazzo del Re, portando tutta la ricchezza che non si pò dire. Gli raccontano che hannofatta l'ubbidienza e poi hanno bruciato il palazzo degli assassini. E allora lui gli dice:—«Bravi, io vi ringrazio!»—E avrà loro fatto il regalo, questo è certo. La Regina, lei allora lì con tutti que' signori, non aveva più paura e andava in società come tutte le altre. La chiede un giorno una grazia a Sua Maestà:—«Voglio una grazia. Voglio che si faccia un invito a tutti i Re del mondo, tutti tutti, che vengano a pranzo da noi; e chi non interviene, pena la testa.[5]»—Bisogna venire, delle teste ce n'è una. Poi la Regina la ordina che per suo padre, questo Re avaro, tutto fosse fatto sciocco; le pietanze tutte sciocche. E poi fossero rizzate le forche. Tutti i Re, tutti tutti intervennero, ed anche questo padre di lei; ed era fatto tutto sciocco per lui. Tutti dicevano:—«bravo»—qua—«bravo»—là—«bravo il coco!»—Questo vecchio dice:—«Tutti dicono:bravo il coco!ed io sento ogni cosa sciocca!»—«Sciocco come Lei, signor padre»—la gli risponde, la Regina.—«Io, padre?»—dice lui.—«Lei padre»—dice—«che non aveva che una figlia. Lei si ricordi, che per la sua avarizia la maritò ad un assassino. Ed io»—dice—«debbo a questi vecchi che mi hanno salvata la vita. Venga con me!»—Lo conduce dove c'era le forche:—«Guardi»—dice—«quel che c'è' per Lei!»—«Oh me lo merito!»—dice il padre, vedendo le forche. Quando gli è il boja per dare il colpo, dice questa Regina:—«Ferma! gli sia perdonato!»—Potete credere, gli vien giù quel povero vecchio, gli s'attacca al collo, baciandola e chiedendole scusa e perdono. E lei gli disse:—«Alzatevi, io vi ho perdonato.»—Ma il colpo di questo vecchio, tra i rimorsi, tra la paura, tra la vecchiaja, campò pochi mesi. Venne a morte e lasciò tutta la ricchezza alla figliola. Figuratevi che ricchezza la fuquella! Se ne vissero e se ne godettero, e in pace sempre stettero.

NOTE

[1]Cf.Pitrè(Op. cit.) XXI.Lu spusaliziu di 'na Riggina c'un latru.[2]VediStraparola, notte III, fav. IV.—«Fortunio, per una ricevuta ingiuria, dal padre e dalla madre putativi si parte, vagabondo capita in uno bosco dove trova tre animali, dai quali per sua sentenza è guiderdonato: indi entrato in Polonia giostra, et in premio Doralice figliuola del Re, in moglie ottiene.»—L'aquila, il lupo e la formica avevan dato a Fortunio di prender le forme loro a piacimento:—«Doralice mesta si ridusse sola in una cameretta non meno ornata che bella, e stando così solinga con la finestra aperta, ecco Fortunio il quale, come vide la giovane, fra sè disse:Deh, che non son io aquila!Nè appena egli aveva fornite le parole, che aquila divenne. E volato dentro della finestra e ritornato uomo come prima, tutto giocondo, tutto festevole se le appresentò. La Pulcella, vedutolo, tutta si smarrì e (sì come da famelici cani lacerata fusse) ad alta voce cominciò gridare. Il Re, che non molto lontano era dalla figliuola, udite l'alte grida, corse a lei; e inteso che nella camera era un giovane, tutta la zambra ricercò; e, nulla trovando, a riposare se ne tornò, perciocchè il giovane, fattosi aquila, per la finestra si era fuggito. Nè fu sì tosto il padre postosi a riposare, che da capo la Pulcella si mise ad alta voce gridare, perciocchè il giovane come prima a lei presentato si aveva. Ma Fortunio, udito il grido de la giovane e temendo della vita sua, in una formica si cangiò e nelle bionde trezze della vaga donna si nascose. Odescalco, corso a l'alto grido della figliuola e nulla vedendo, contro di lei assai si turbò; et acramente minacciolla, che se ella più gridava, egli le farebbe uno scherzo che non le piacerebbe. E tutto sdegnato si partì, pensandosi che ella avesse veduto nella sua immaginativa uno di coloro, che per suo amore erano stati nel torneamento uccisi.»—Vedi anchePitrè(Op. cit.) XIX.Lu Scavu. Cf. Con la Novella II della Giornata IX delPecorone:—«Arrighetto, figliuolo dello Impeadore,nascoso dentro un'aquila d'oro, entra in camera della figliuola del Re d'Araona, e fatto accordo con essa la porta per mare in Alemagna. Guerra che ne avviene e la pace fatta per ordin del papa sotto pena d'escomunicazione.»—Da dove comincia:—«Il Re di Raona ebbe una figliuola, la quale avea nome Lena, giovane, bella, vaga, costumata e savia,ecc.»—fino a:—«ed essendone certo, se ne tornò al padre, e dissegli che il figliuolo dello Imperadore era venuto in persona e furata l'avea.»—Cf. per questo ascondimento nella statua d'un uccello l'annotazione alla stanza XIII del II Cantare del Malmantile, che rimanda al II Canto del Mambriano e per altri particolari della fiaba, vedi l'annotazione alla stanza VI del medesimo Cantare del Malmantile. Nel quale, in fin de' conti, si narra l'origine del proverbioÈ fatto il becco all'oca, onde si hanno varianti senza numero.[3]È notevole la somiglianza di questo episodio con laIstoria bellissima di Angelina Siciliana, la quale amava grandemente Gesù Cristo, dalla quale sentirete, che per vivere castamente vendè fino i suoi capelli, quali furono poi la sua fortuna(Bologna. Alla Colomba).La madre co' capelli via andòA veder se qualcun li vuol comprare.Una nobil signora li guardò,Fece sta donna avanti a se menare.....—«Ditemi, donna mia buona ed accorta,Questi capelli son di qualche morta?»——«No»—rispos'ella presto presto allora—«Son d'una figlia mia, vi fo sapere,Che tagliati se gli è, non è un'ora.Il dir bugie a Lei non è dovere.»—Rispose allor la prudente signora:—«Questa vostra figliuola vo' vedere;E con i suoi li paragonerò.Danar quanti volete io vi darò.»—Entra in carrozza e giunse in tempo pocoLà dove era la casta verginella.....Mossa a pietà la nobile signoraNon puol dagli occhi rattenere i pianti.Comanda ai servi prestamente allora,Che vadano a trovar vesti ed ammanti.Un nobil cavalier, magno signore,S'ebbe di tal donzella innamorare.Fra sè dispose dentro del suo corePer propria sposa volerla pigliare.Chieder la fece con molta prestezza:Gli risposer di si con allegrezza.Ecc. ecc.[4]La storia di Scirone ladrone, nel Canto Quinto dellaRodi salvata|canti sette|del Conte e Cavaliere|Vicenzo Marenco|Opera postuma|continuata e terminata|da|Giuseppe Turletti|con gli argomenti dello stesso||Carmagnola 1833.|per i Tipi di Pietro Barbiè; corrisponde perfettamente a quest'episodio. La racconta in Isciro, Gualtieri, signore di essa isola.Fama è, ch'allora empio ladron tenesseCoteste spiagge, che Sciron fu detto,Che quanti il caso qui sospinto avesseStranieri, o il vento ad approdarvi astretto,Con arte infame ad albergar traesseEntro solingo ed esecrabil tetto,Dove sotto accoglienze amiche e lietePoi gli ancidea furtivo all'ombre chete.Finchè da' venti qui sospinto venneL'Attico Prence domator de' mostri,Dal Termodonte le vittrici antenneQui raccogliendo e i coronati rostri;L'usato stil con esso il ladron tenne,E a scender l'invitò sui lidi nostri,Chè de' tesori ond'era carco il legnoD'arricchirsi fra sè volgea disegno.A lieta mensa il traditor l'accoglieCol fior di quella gioventude Achea;E medicati vin con certe foglie,Che fan stupidi i sensi in chi ne bea,Lor versa in copia; e 'n suo pensier già coglieDell'opra il frutto scelerata e rea,Che pensa in breve a cupo sonno e forteVeder ciascuno in braccio e darlo a morte.Ma sua ventura vuol, che l'amorosaAmazone bellissima Reina,Del giovinetto vincitor già sposa,Nè a bevanda nè a cibo il labbro inchina.E allor ch'immerso in cupo sonno ei posaSola desta rimane a lui vicina,Mentre, caduto già 'l diurno lumeSteso ei giacea su le malfide piume.A par del Duce in stupida quieteGiacean profondamente i Greci avvinti;E l'infame ladron tra l'ombre queteGià tutti avea que' sventurati estinti;Anzi già ne veniva alle secreteStanze, u' chiudea dal sonno i lumi vintiIl buon Teseo fra l'amorose bracciaDella Reina, ch'al bel sen lo allaccia.E gode, il suo giungendo al caro viso,Pascer di dolce fiamma i suoi sospiri,E sulle mute labbia un indivisoSpirto raccoglier ne' di lui respiri.Quando sul limitar, di sangue intriso,Avvien che l'empio penetrar rimiri,Al chiaror, che dagli astri entra nel tetto:Ma vario dal pensier segui l'effetto.Chè la vigile Amazzone coll'asta,Che sempre a canto era tenersi avvezza,Il ferro del ladron, che già sovrasta,Qual può meglio ripara, e 'l colpo spezza;Quel vinto dal timor già non contrasta.Ma fugge, e sol ne' piè pon sua salvezza;Scuote il Campion la spaventata donna,Ch'alla scossa e al rumor più non assonna.E fatto a un cenno della fraude accorto,Stringe il brando e 'l fellon premendo segue,Benchè per calle essendo obbliquo e tortoOltr'ei trascorso, di lontan l'insegue.Alfin lo scorge omai vicino al porto,E tanto va, che par ch'ormai l'adegue,E almeno di salir la nave u' soloPotria salvarsi, l'impedisce a volo.Vista de' fidi suoi sul lido infandoAvea intanto la strage il Greco Duce,E contro il traditor di rabbia urlandoCome fiamma nel volto arde e riluce;L'incalza a tergo con l'invitto brando,Che gli folgora in man di mortal luce;Tutta la notte il segue e già ne premeL'orme coll'orme e d'afferrarlo ha speme.Per pian, per colle, per dirupo e balza,Quel fugge, e l'ali al piè timor gli porge,Qual capriol, cui leopardo incalza,Di vallone in vallon s'abbassa e sorge,Sopra una costa, che stringendo s'alzaIn erto scoglio alfin, e in mar ne sporge,Sale e si trova in sul finir del monteCon Teseo a tergo e 'l mar d'intorno e a fronte.Tocca la cima e d'alcun lato scampoPiù non si vede, onde giù balza e piomba,Dov'altri scogli fanno ai flutti inciampoE 'l lido e l'onda al suo cader rimbomba.Giunge in vetta il guerriero in men d'un lampoChe l'aria ancor del precipizio romba,E lo sparso cerebro in sulle spondeNe vede e 'l busto volteggiar sull' onde.[5]Fra' pregi dellaNovellaja fiorentinanon può annoverarsi certo quello di dar giuste nozioni ed esatte di diritto internazionale. Pari in pari non ha imperio.

[1]Cf.Pitrè(Op. cit.) XXI.Lu spusaliziu di 'na Riggina c'un latru.

[2]VediStraparola, notte III, fav. IV.—«Fortunio, per una ricevuta ingiuria, dal padre e dalla madre putativi si parte, vagabondo capita in uno bosco dove trova tre animali, dai quali per sua sentenza è guiderdonato: indi entrato in Polonia giostra, et in premio Doralice figliuola del Re, in moglie ottiene.»—L'aquila, il lupo e la formica avevan dato a Fortunio di prender le forme loro a piacimento:—«Doralice mesta si ridusse sola in una cameretta non meno ornata che bella, e stando così solinga con la finestra aperta, ecco Fortunio il quale, come vide la giovane, fra sè disse:Deh, che non son io aquila!Nè appena egli aveva fornite le parole, che aquila divenne. E volato dentro della finestra e ritornato uomo come prima, tutto giocondo, tutto festevole se le appresentò. La Pulcella, vedutolo, tutta si smarrì e (sì come da famelici cani lacerata fusse) ad alta voce cominciò gridare. Il Re, che non molto lontano era dalla figliuola, udite l'alte grida, corse a lei; e inteso che nella camera era un giovane, tutta la zambra ricercò; e, nulla trovando, a riposare se ne tornò, perciocchè il giovane, fattosi aquila, per la finestra si era fuggito. Nè fu sì tosto il padre postosi a riposare, che da capo la Pulcella si mise ad alta voce gridare, perciocchè il giovane come prima a lei presentato si aveva. Ma Fortunio, udito il grido de la giovane e temendo della vita sua, in una formica si cangiò e nelle bionde trezze della vaga donna si nascose. Odescalco, corso a l'alto grido della figliuola e nulla vedendo, contro di lei assai si turbò; et acramente minacciolla, che se ella più gridava, egli le farebbe uno scherzo che non le piacerebbe. E tutto sdegnato si partì, pensandosi che ella avesse veduto nella sua immaginativa uno di coloro, che per suo amore erano stati nel torneamento uccisi.»—Vedi anchePitrè(Op. cit.) XIX.Lu Scavu. Cf. Con la Novella II della Giornata IX delPecorone:—«Arrighetto, figliuolo dello Impeadore,nascoso dentro un'aquila d'oro, entra in camera della figliuola del Re d'Araona, e fatto accordo con essa la porta per mare in Alemagna. Guerra che ne avviene e la pace fatta per ordin del papa sotto pena d'escomunicazione.»—Da dove comincia:—«Il Re di Raona ebbe una figliuola, la quale avea nome Lena, giovane, bella, vaga, costumata e savia,ecc.»—fino a:—«ed essendone certo, se ne tornò al padre, e dissegli che il figliuolo dello Imperadore era venuto in persona e furata l'avea.»—Cf. per questo ascondimento nella statua d'un uccello l'annotazione alla stanza XIII del II Cantare del Malmantile, che rimanda al II Canto del Mambriano e per altri particolari della fiaba, vedi l'annotazione alla stanza VI del medesimo Cantare del Malmantile. Nel quale, in fin de' conti, si narra l'origine del proverbioÈ fatto il becco all'oca, onde si hanno varianti senza numero.

[3]È notevole la somiglianza di questo episodio con laIstoria bellissima di Angelina Siciliana, la quale amava grandemente Gesù Cristo, dalla quale sentirete, che per vivere castamente vendè fino i suoi capelli, quali furono poi la sua fortuna(Bologna. Alla Colomba).

La madre co' capelli via andòA veder se qualcun li vuol comprare.Una nobil signora li guardò,Fece sta donna avanti a se menare.....—«Ditemi, donna mia buona ed accorta,Questi capelli son di qualche morta?»——«No»—rispos'ella presto presto allora—«Son d'una figlia mia, vi fo sapere,Che tagliati se gli è, non è un'ora.Il dir bugie a Lei non è dovere.»—Rispose allor la prudente signora:—«Questa vostra figliuola vo' vedere;E con i suoi li paragonerò.Danar quanti volete io vi darò.»—Entra in carrozza e giunse in tempo pocoLà dove era la casta verginella.....Mossa a pietà la nobile signoraNon puol dagli occhi rattenere i pianti.Comanda ai servi prestamente allora,Che vadano a trovar vesti ed ammanti.Un nobil cavalier, magno signore,S'ebbe di tal donzella innamorare.Fra sè dispose dentro del suo corePer propria sposa volerla pigliare.Chieder la fece con molta prestezza:Gli risposer di si con allegrezza.Ecc. ecc.

[4]La storia di Scirone ladrone, nel Canto Quinto dellaRodi salvata|canti sette|del Conte e Cavaliere|Vicenzo Marenco|Opera postuma|continuata e terminata|da|Giuseppe Turletti|con gli argomenti dello stesso||Carmagnola 1833.|per i Tipi di Pietro Barbiè; corrisponde perfettamente a quest'episodio. La racconta in Isciro, Gualtieri, signore di essa isola.

Fama è, ch'allora empio ladron tenesseCoteste spiagge, che Sciron fu detto,Che quanti il caso qui sospinto avesseStranieri, o il vento ad approdarvi astretto,Con arte infame ad albergar traesseEntro solingo ed esecrabil tetto,Dove sotto accoglienze amiche e lietePoi gli ancidea furtivo all'ombre chete.Finchè da' venti qui sospinto venneL'Attico Prence domator de' mostri,Dal Termodonte le vittrici antenneQui raccogliendo e i coronati rostri;L'usato stil con esso il ladron tenne,E a scender l'invitò sui lidi nostri,Chè de' tesori ond'era carco il legnoD'arricchirsi fra sè volgea disegno.A lieta mensa il traditor l'accoglieCol fior di quella gioventude Achea;E medicati vin con certe foglie,Che fan stupidi i sensi in chi ne bea,Lor versa in copia; e 'n suo pensier già coglieDell'opra il frutto scelerata e rea,Che pensa in breve a cupo sonno e forteVeder ciascuno in braccio e darlo a morte.Ma sua ventura vuol, che l'amorosaAmazone bellissima Reina,Del giovinetto vincitor già sposa,Nè a bevanda nè a cibo il labbro inchina.E allor ch'immerso in cupo sonno ei posaSola desta rimane a lui vicina,Mentre, caduto già 'l diurno lumeSteso ei giacea su le malfide piume.A par del Duce in stupida quieteGiacean profondamente i Greci avvinti;E l'infame ladron tra l'ombre queteGià tutti avea que' sventurati estinti;Anzi già ne veniva alle secreteStanze, u' chiudea dal sonno i lumi vintiIl buon Teseo fra l'amorose bracciaDella Reina, ch'al bel sen lo allaccia.E gode, il suo giungendo al caro viso,Pascer di dolce fiamma i suoi sospiri,E sulle mute labbia un indivisoSpirto raccoglier ne' di lui respiri.Quando sul limitar, di sangue intriso,Avvien che l'empio penetrar rimiri,Al chiaror, che dagli astri entra nel tetto:Ma vario dal pensier segui l'effetto.Chè la vigile Amazzone coll'asta,Che sempre a canto era tenersi avvezza,Il ferro del ladron, che già sovrasta,Qual può meglio ripara, e 'l colpo spezza;Quel vinto dal timor già non contrasta.Ma fugge, e sol ne' piè pon sua salvezza;Scuote il Campion la spaventata donna,Ch'alla scossa e al rumor più non assonna.E fatto a un cenno della fraude accorto,Stringe il brando e 'l fellon premendo segue,Benchè per calle essendo obbliquo e tortoOltr'ei trascorso, di lontan l'insegue.Alfin lo scorge omai vicino al porto,E tanto va, che par ch'ormai l'adegue,E almeno di salir la nave u' soloPotria salvarsi, l'impedisce a volo.Vista de' fidi suoi sul lido infandoAvea intanto la strage il Greco Duce,E contro il traditor di rabbia urlandoCome fiamma nel volto arde e riluce;L'incalza a tergo con l'invitto brando,Che gli folgora in man di mortal luce;Tutta la notte il segue e già ne premeL'orme coll'orme e d'afferrarlo ha speme.Per pian, per colle, per dirupo e balza,Quel fugge, e l'ali al piè timor gli porge,Qual capriol, cui leopardo incalza,Di vallone in vallon s'abbassa e sorge,Sopra una costa, che stringendo s'alzaIn erto scoglio alfin, e in mar ne sporge,Sale e si trova in sul finir del monteCon Teseo a tergo e 'l mar d'intorno e a fronte.Tocca la cima e d'alcun lato scampoPiù non si vede, onde giù balza e piomba,Dov'altri scogli fanno ai flutti inciampoE 'l lido e l'onda al suo cader rimbomba.Giunge in vetta il guerriero in men d'un lampoChe l'aria ancor del precipizio romba,E lo sparso cerebro in sulle spondeNe vede e 'l busto volteggiar sull' onde.

[5]Fra' pregi dellaNovellaja fiorentinanon può annoverarsi certo quello di dar giuste nozioni ed esatte di diritto internazionale. Pari in pari non ha imperio.


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