XVIII.IL RE CHE ANDAVA A CACCIA.[1]Il Re che si divertiva alla caccia, un giorno, mentre era alla caccia, si fa un temporale di fulmini, di tutto. Loro (il Re e i suoi signori, che vanno insieme) scappano chi di qua chi di là. Nello scappare inciampa in un mazzo di chiavi. Prova qui, prova qua, sur una piazza si trovorono, non apriva che un bel palazzo. Loro aprono e vanno su e domandano:—«Si pole?»—Uh, nessun risponde. Trovano, gira, gira, una bella stanza con una tavola apparecchiata, ma imbandita per trenta persone. Chiama chiama, nessuno risponde. Si mettono a mangiare, gua', se nessuno rispondeva! Dopo che gli hanno mangiato, principiano a girare il palazzo; e vedono da lontano tutto una quantità di lumi, tutto un chiarore: si vedeva bene che c'era una illuminazione, gua'. Vanno in là, entrano in questa stanza e vedono un catafalco alto, con una donna morta, una bella giovine morta. Maestà dice:—«Guardiamo se la si porta giù.»—a que' signori. La portan giù per vedere se la non era morta, la mettono sur un sofà e il Re comincia a fare:—«Ah che peccato, questa bella giovane, che sia morta! guardate che be' capelli!»—Nel far così, nel lisciarla, gli sente un bozzolino in capo; gnene tira via e la risuscita. Gli era uno spillo ficcato, uno spillo tanto lungo.—«Ah!»—dice la giovine. L'apre gli occhi e dice:—«Dove sono?»—«In che maniera»—glidice il Re—«questa cosa?»—«Una fata maligna, per astio»—dice—«che io era bella, fece questa cosa: ficcò lo spillo e m'ammazzò.[2]»—«Poerina!»—dice il Re.—«Ora non abbiate paura. Ora»—dice—«sarete con noi; non ci sarà paura di questa briccona.»—Eccoti, dopo il suo tempo, il Re va via e gli lascia tutto preparato, da mangiare quel che ci era e gli prende una damigella per compagnia. Invece d'andare una volta o due la settimana a caccia, ci andava ogni giorno, perchè gli premeva d'andare da lei, gua'. Lui gli dice:—«Sentite, io vi voglio sposare, voglio che siate per mia moglie.»—«Oh»—dice lei—«per me, sia un Re, sia un altro, è la medesima.»—Gli era figliola d'un Re anche lei. Eccoti che si sposano; e dopo poco, lei riman gravida. Allora sì che il Re più che mai spesso l'andava alla caccia: sempre gli era là. La madre s'insospettisce e la dice a uno dei soi:—«Quando mio figlio va alla caccia, andategli dietro, e guardate»—dice—«dove va.»—Dunque il figliolo è tornato. Quando gli è il giorno che va alla caccia, questo signore gli va dietro alla lontana, e vede che entra in questo palazzo. Questo signore domanda:—«Chi ci sta in questo palazzo?»—Dice:—«Una Regina ci sta. Per la quale»—dice—«sarà stata sposa. Non sarà neppure nove mesi che l'ha sposata un Re. Anzi ora»—dice—«l'è per partorire.»—Dunque, a tornare addietro, lui torna al palazzo e gli racconta tutto alla Regina madre. La Regina partorisce e fa un bambino. Dopo che lei ha partorito, il Re si trattiene un pezzo da lei; e poi torna dalla madre a il palazzo. Quando gli è tavola:—«Oh Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il cuore.»—E respira e dice codeste parole. La madre figura di non intendere. E sempre questi sospiri:—«Rosa e Fiore, tu m'haitrafitto il core!»—Gli era la moglie e il figliolo. Eccoti lui va via e figura d'andare a caccia e torna dalla Regina, e la Regina l'era un'altra volta incinta. Viene e partorisce e fa una bambina. Si trattiene qualche giorno e poi ritorna a il palazzo da sua madre, lui. E a tavola diceva:—«Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—E sempre così a tutta la tavola, sospira e queste parole. Che ti fa la vecchia? Scrive una lettera fulminante[3]a questa Regina, dicendogli che lei in tempo di sei giorni gli facesse tanto piacere di mandargli i suoi bambini per quattro a sei giorni. La manda per l'istesso signore che andiede addietro a il Re, questa lettera. Eccoti arriva lassù dalla Regina, gli fa leggere questa lettera. La legge e sente che la socera la bramava tanto questi bambini. Lei la lo crede, la crede che la dica il vero, la li prepara tutti per bene e la li manda per questo signore. E li porta alla Regina vecchia; questo signore la gnene porta questi bambini. La vecchia, manda a chiamare il coco:—«Questi bambini, ammazzali e falli arrosto.»—Quest'omo, invece d'ammazzarli, scappa dalla moglie e gli dice:—«Tienimi conto di questi bambini: poi tu saprai perchè.»—Eccoti va in mercato il cuoco e compra due porcellini, due porcellini piccoli, avete inteso? Gli leva il capo e le gambe e li fa arrosto. Venghiamo all'ora del pranzo:—«Oh Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—Sempre così, dice il Re.—«Eh!»—la gli fa la madre; la gli dice a il figliolo:—«Eh!» mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete.»—La crede che siano i figlioli quelli che sono fatti arrosto. A tornare un passo addietro, il Re gli aveva donato una sonagliera alla sposa lassù, una sonagliera d'oro.E gli disse:—«In qualunque bisogno tu abbi di me, sona questa sonagliera e io ti apparisco a tutte l'ore.»—Eccoti in questo tempo un suo parente gl'impone guerra; ed ebbe appena tempo di scrivere la lettera alla sposa e andar via. Dice addio alla madre, che figura di piangere; e alla sposa figuratevi che lettera gli manda! La madre, che sa che il figlio l'è alla guerra, scrive una lettera alla nora e dice: che la vedesse i suoi bambini, non li riconoscerebbe quanto sono avvenuti belli, e che a tutte le maniere lei la venga qua nel palazzo, che lei la sta aspettandola a braccia aperte. Eccoti la Regina riceve la lettera e sente queste cose: subito lei la si prepara per vedere i suoi bambini:—«Intanto»—dice—«starò con la sòcera.»—Eccoti la si mette in viaggio e arriva a il palazzo. La Regina vecchia aveva già dato ordine che il forno fosse scaldato, ma scaldato proprio da bono, da cocere. Arriva al palazzo, credendo d'essere ricevuta per bene:—«Oh»—dice—«dove sono i miei bambini?»—«Ah briccona!»—dice la vecchia—«ora vedrai dove sono i toi bambini. Tu avevi sposato il mio figlio!»—dice.—«Qual'è stata l'audacia di sposare il mio figlio? ora vedrai la vendetta che io farò, io.»—La conduce là nella stanza del forno.—«Vedi? quella ha da esser la tua morte; hai da andar lì dentro[4].»—«Se io»—dice—«devo fare la morte così, almeno imploro la grazia che mi dia un'ora di tempo prima di morire, da me, segregata, in una stanza segregata.»—«Ebbene, sia concesso»—dice la vecchia. La mette in questa stanza. Lei si ricorda della sonagliera, che il marito gli disse:—«In qualunque bisogno, sonala; ed io ti apparirò.»—Principia a sonare, sodo, sodo, sodo. Eccoti il Re che gli apparisce alla sposa. E gli dice lei:—«Vedi quelle fiamme, le son per me, per via di tua madre.»—Eccoti, apronl'uscio per portarla nelle fiamme e vede la vecchia che ci è il suo figlio. Che ti fa, lui? Prende in collo la madre di peso e la mette in forno e serra. Ordina a tutti i servitori che nessuno aprisse il forno; lasciassero bruciare come l'andava. Eccoti il coco che sente che ci è il Re; scappa a casa dalla moglie, prende i bambini e li porta a palazzo:—«Maestà»—dice—«Maestà, questi sono i soi figli che la sua signora Madre mi aveva detto che li ammazzassi e li cocessi per Lei. E, invece di cocerli, li portai alla mia moglie e comperai due porcellini, gnene cossi e Lei li mangiò.»—«Ah traditora! Maraviglia che diceva:Mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete!»—Chiama la Regina: la vien di qua e la vede i soi bambini. Figuratevi questa donna, la sua contentezza, non si pò spiegare, gua'! a vedere i soi bambini! La dice:—«Qui va compensato quest'omo.»—«Saprò il mio dovere»—dice il Re. Il Re gli dice che vada a casa, prenda la sua moglie e venga a palazzo, che sarà lui il maggiordomo e sua moglie la prima dama della Corte. E così se ne vissero e se ne godettero, e a me nulla mi dettero.NOTE[1]Lo stesso cheSole, Luna e 'Talia, trattenimento V, giornata V delPentamerone:—«'Talia, morta pe' 'n'aresta de lino, è lassata a 'no palazzo, dove capitato 'no Re, nce fa duje figlie. La mogliera gelosa l'ave 'mmano; e commanna che li figlie siano date a magnare cuotte a lo patre e 'Talia sia abbrusciata. Lo cuoco sarva li figlie e 'Talia è liberata da lo Re, facenno jettare la mogliera a lo stisso fuoco apparecchiato pe' 'Talia.»—Cf.Pitrè, (Op. cit.) LVIII.Suli, Perna ed Anna.Gonzebach, (Op. cit.) III.Maruzzeddae IV.Von der schönen Anna.—La bella Ostessina, altra Fiaba della presente Raccolta, è una variante di questa. Cf.De Gubernatis,Le Novelline diSanto Stefano di Calcinaja XII. La crudel matrigna.—Da questa tradizione popolare,Luigi Groto(il Cieco d'Adria) tolse l'argomento d'una tragedia,la Dalida(Veggasi specialmente A. II. Sc. II). Se non che l'esito non è consolante appo il Groto. E qui mi cade in acconcio di notare, come tutti gl'istoriografi della letteratura italiana parlino da dugent'anni in qua del Cieco d'Adria e delle scritture di lui, che pur meriterebbero un esame attento, senza nemmen leggerlo: chè, se altrimenti fosse, si sarebbero accorti un'altra sua tragedia, l'Hadriana, essere una delle fonti delRomeo e GiuliettadelloShakespearee trovarvisi persino il personaggio della nutrice (Vedi nella già citataDifesa del Costantino:—«Il bellissimo soggetto dell'Adriana, tragedia del Cieco d'Adria, leggiadramente imitato dalla prima novella del secondo volume del non mai a bastanza commendato Bandello, è 'l caso stesso del mio Poema. Il figlio di Mezzenzio, Re de Latini, assediando col padre la città famosissima d'Adria mentre che stava quasi per maturar l'onore del suo trionfo: mentre ch'era vicino a godere il frutto de' suoi sudori; scorgendo in una torre la vaga figlia del Re nemico, che (a guisa dell'Erminia del Tasso o di Romilda duchessa infelice del Friuli) osservava in quel luogo l'oste nemica, con bell'ordinanza attendata nella campagna, egli se n'invaghisce e se n'invaghisce sì fieramente, che posto in non cale il suo padre, la riputazione dell'armi, la fortuna de' suoi guerrieri, il proprio onore e la medesima vita; travestito introducesi furtivamente nell'assediata città, per poter discoprire alla figlia dell'inimico l'occulto incendio che 'l consumava. Ecc. ecc.»—) Ma quando avremo istorici letterarî che valgan qualcosa? Che leggano almeno gli scrittori de' quali ragionano? Pare cheFrancesco Redifosse un po' più studioso delle opere del Groto, giacchè trovo ne' suoi scherzi un verso:S'aver ti posso un giorno in mio dominio, ch'è preso dallaEmiliadel Cieco d'Adria (Atto II. Scena V) dove suona:Ma s'io potessi averla in mio dominio.[2]Finchè dura un incantesimo, il corso del tempo è sospeso per la persona incantata. Appo il Pitrè, nel cunto XIX, intitolatoLu scavu, si legge:—«'Sti morti avianu persu la vita pi' manu di lu Scavu, e la maravigghia è ca nun passavanu mai, ma arristavanu sempri comu s'avissiru mortu allura.»—Così Torquato Tasso, nel primo delRinaldo(St. XXXXIV), fa dire al vecchio, che spiega al protagonista l'incanto di Bajardo:Nè ti meravigliar, se 'l destrier viveDopo sì lungo girar d'anni ancora,Che 'l fil troncar d'alcun le Parche diveNon ponno, s'incantato egli dimora;Nè fra l'imposte al viver suo, gli ascriveIl fato di quel tempo una sol'ora;Grande è il poter de' Maghi oltre misura,E quasi eguale a quello di natura.[3]Fulminante, qui sta solo perpremurosissima. La narratrice non doveva aver coscienza di tutto il valor del vocabolo.[4]Pare che in questa corte fosse in uso la infornagione, come in quella di Nabuccodonosorre:Tunc Nabuchodonosor repletus est furore, et aspectus faciei illius immutatus est super Sidrach, Misach et Abdenago: et praecepit ut succenderetur fornax septuplum quam succendi consueverat. Et viris fortissimis de exercitu suo jussit, ut ligatis pedibus, Sidrach, Misach et Abdenago, mitterent eos in fornacem ignis ardentis. (DanieleIII. 19. 20).XIX.LA BELLA OSTESSINA[1].C'era una volta (dove non me ne ricordo) una Ostessa, la quale era di molto bella, sicchè aveva una grande nomèa e tutti correvano al suo albergo, se non foss'altro per la curiosità di vederla e parlarci. L'Ostessa aveva pure una figlia, che crescendo superò la madre in bellezza e grazia, e a diciott'anni non c'era donna che gli potesse stare al paragone. La gente pertanto, se andava all'Albergo in gran numero, ora non ci andava più per la madre, bensì per la figliola, che veniva chiamata la Bell'Ostessina, per distinguerla dalla prima. Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a invecchiare, di farsi invidiose della gioventù; e così accadde all'ostessa. La figliola gli era un pruno negli occhi e non poteva soffrirsela d'attorno. E gli crebbe tanto l'odio e la rabbia contro il proprio sangue, che deliberò ammazzare la Bell'Ostessina, dove non gli riuscisse ridurla imbruttita. Piena di stizza, l'Ostessa cominciò a tenere la figliola sempre chiusa, a dargli poco da mangiare e a strapazzarla in tutti i modi acciò la cascasse in isfinimento; ma, non si sa come, la ragazza non ne pativa nulla e la bellezza gli cresceva. La madre avrebbe dato il capo per le mura; e finalmente deliberò di cavarsi la figliola dinanzi agli occhi e finirla. Per non dare sospetto, chiamò un servitore, su cui gli pareva poterci contare, e gli diede ordine di condurre la Bell'Ostessina in unbosco e lì ammazzarla, e poi a testimonianza del fatto portare a lei le mani, il core e una boccetta piena del sangue della figliola. Il servitore, a quel comando, rimase di sasso; ma, conoscendo l'umore della padrona, temette che rifiutandosi non salvava di certo la ragazza, perchè la barbara madre in un modo o in un altro l'avrebbe scannata. Disse dunque di obbedire e il giorno dopo andò nella camera in cui era chiusa l'Ostessina e gli fece assapere che la sua mamma voleva che lui la menasse un po' a spasso in poggio a svagarsi. L'Ostessina, che era di cuor bono, non sospettò a male; anzi la si persuase che la sua mamma si fosse rimutata; però quest'idea gli era venuta con un tantino di turbamento: pure la si vestì de' meglio abiti e col servitore avviossi al bosco nel poggio vicino. Cammin facendo, il servitore stava sopra a pensiero, e non sapeva capacitarsi di dovere ammazzare quella bellissima creatura e mulinava al come avrebbe salvato capra e cavoli[2]. Nel frattempo giunsero in mezzo del più folto del bosco. Qui il servitore, buttatosi in ginocchioni, raccontò all'Ostessina quel che la sua mamma gli aveva comandato. L'Ostessina a quella scoperta si sentì tutta diacciare e quasi la dubitava una invenzione del servitore. Ma questo gli giurò che pur troppo era vero quel che diceva e che bisognava pensare a rimediarci, sicchè l'Ostessa non la pigliasse con lui se disobbediva e non s'arrapinasse per trovare la figliola per finirla dove sapesse che non era stata morta. L'Ostessina disperata disse:—«Piuttosto che vivere così e odiata dalla mamma, voglio morire. Ammazzami dunque e esegui quel che lei ti ha ordinato.»—Ma il servitore replicava:—«Ma vi pare che sia tanto spietato e birbone? V'ho menato qui apposta per salvarvi e vi salverò a tutti i patti!»—Nel mentre che que' due discorrevano contrastando,venne a passare un pecoraio con di molti agnellini nati di poco. Al servitore gli nacque il pensamento di comprarne uno, scannarlo e cavargli il core, e portar questo assieme col sangue all'Ostessa, dandogli ad intendere che fossero della sua figliola: ma le mani? La ragazza disse:—«Tagliamele, che l'avrai.»—E il servitore:—«Come volete campar la vita senza le mani? Ne farò di meno.»—Comprato dunque l'agnellina, il servitore messe ad effetto quanto aveva macchinato. La ragazza si spogliò di tutti i panni, e rimasta colla camicia sola, li diede al servitore perchè anco quelli riportasse a casa, e fu lasciata in abbandono nel bosco[3]. L'Ostessa, che impaziente aspettava il servitore, gongolò dalla gioia, vedendolo ritornare con i segni dell'ammazzamento commesso; ma, quando s'accorse che mancavano le mani, gridò con mal viso al servitore:—«E le mani dove sono?»—Rispose il servitore:—«Che volete? non ho avuto coraggio di tagliargliele alla vostra figliola, dopo tanto male che per obbedirvi gli ho fatto. O che non vi bastano quest'altri segni? Ci son fino i vestiti.»—Abbene che l'Ostessa rimanesse con un po' di sconcerto nell'animo, pure s'addimostrò contenta. E imposto al servitore di stare zitto, sparse voce che la figliola era morta presso un parente lontano, da cui era andata per istarci qualche mese. La Bell'Ostessina intanto, lasciata lì sola e quasi ignuda nel bosco, fu sorpresa dalla notte, dal freddo e dalla fame; sicchè, piena di paura, intirizzita e rifinita, si sentiva morire. Tutt'a un tratto gli comparve dinanzi una vecchia, che gli domandò chi fosse e che facesse lì a quell'ora nel bosco e in quell'arnese. La ragazza gli raccontò per filo e per segno la sua cattiva ventura, per cui la vecchia gli disse:—«Povera fanciulla! ti piglierò con meco, ma a patto che tu mi sia sempre ubbidiente.»—L'Ostessina glielopromise; e la vecchia, presala per la mano, la condusse ad uno splendido palazzo incantato, dove nulla gli fece mancare ed era trattata al pari di una Regina. La vecchia tutti i giorni andava a girondolare per gli affari suoi e non tornava che a sera tarda. Prima di uscire disse all'Ostessina:—«Senti, dammi retta e fai a modo mio. Io sono una Fata di quelle bone, e ti avverto che tu non ti lasci adescare da nessuno, che venga in questi dintorni. La tua mamma malandrina sta in sospetto che tu non sia morta, e tra poco lo saprà di certo e manderà a cercarti, perchè t'ammazzino. Dunque bada a tenere gli occhi aperti.»—Ciò detto, uscì. In quel frattempo l'Ostessa ripensava a quelle mani, che il servitore non gli aveva portato dopo morta la sua figliola, e sempre più gli cresceva il dubbio, che il servitore fosse un bugiardo e non avesse eseguito i comandi. Un dì, stando sulla porta dell'albergo, l'Ostessa vedde passare una Strolaga, sicchè la chiamò per farsi strolagare; a questo effetto gli porse la mano e gli domandò se gli poteva leggere in core. La Strolaga, fatti i suoi esami, disse:—«Bell'Ostessa, voi avete una figliola che pensate morta e invece è viva, e sta da gran signora nel palazzo di una Fata, che gli vole di molto bene, e nessuno la potrà mai ammazzare.»—Questa notizia riescì amara di molto all'Ostessa; per cui, arrabbiata, macchinò un nuovo modo per giungere a far morire la figliola. Siccome sapeva che gli piacevano i fiori, fece un gran mazzo e lo sparse di veleno; poi chiamato un servitore gli disse di fingersi un venditore di fiori e andare a urlare—«chi vuol fiori?»—sotto il palazzo della Fata. Il servitore obbedì a' comandi appuntino. La Bell'Ostessina, sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata, scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso, che cascò morta in sul momento. Rivenutala Fata a casa, picchia e ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della ragazza morta stecchita. Esclamò:—«Te l'avevo detto, scapataccia, e non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè' capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti rinvivire.[4]»—Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse:—«Bada di non cascare un'altra volta in queste reti, perchè un'altra volta non sarò così misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?»—La giovane promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente. Qualche giorno dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa; questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano. La strolaga, esaminatala a garbo, disse:—«Quella figliola, che sta nel palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e oggi è viva come prima.»—L'Ostessa non si perdette d'animo, ma volle ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta delle stiacciate[5], ne manipolò un certo numero e le empì di veleno; e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse a vendere sotto il palazzo della Fata. La Bella Ostessina, che già più non pensava al risico trascorso, scese, comprò le focacce e, rimontata in camera, le mangiò tutte; se non che di lì a poco cadette morta in terra. Rieccoti la vecchia Fata, e picchia e ripicchia, e nessuno gli apre: dato un calcio all'uscio, lo spalanca; e, giunta in camera, trova l'Ostessina stecchita. Alla vecchia gli girò il boccino; e quasi quasi voleva tenere la promessa fatta alla ragazza dilasciarla morta; ma poi, il buon core gli parlò meglio e la rinvivì. Quando la vedde in piedi, gli disse con faccia seria:—«Senti bene, e ti giuro che la mia parola la custodirò: se ti avviene un'altra volta un simil fatto, per me ti lascio stare e alla vita tu non ci ritorni.»—L'Ostessina gli disse che aveva ragione, e che da ora in là baderebbe di non ricadere in quelli sbagli. Accadde, che di lì a pochi giorni venne a cacciare per la selva il Re di una città vicina; e passando dal palazzo della Fata, vedde l'Ostessina alla finestra e se ne innamorò. Lui seguitando per varie volte quelle passeggiate e quelle occhiatine, anche l'Ostessina si sentiva tirata verso il Re; nulla di meno, siccome il Re non gli aveva detto niente, nè mandato ambasciate, così non sapeva quel che sarebbe nato. Intanto la Strolaga era ritornata dalla Bell'Ostessa, informandola come la figliola sua viveva sempre e come un Re se n'era invaghito. L'Ostessa, incaponita di riuscire nell'ammazzamento della figliola, sapendola alquanto ambiziosa e credenzona, macchinò di giungere a quell'intento con un novo inganno. Fece fare de' bellissimi abiti alla reale e una corona di oro piena zeppa di pietre preziose, e dappertutto messe del veleno, che al solo toccarlo credeva fosse capace di fare morire; poi, chiamati diversi servitori, li mascherò con livree e gli comandò di andare al palazzo della Fata, di cercare l'Ostessina e presentargli quelle robbe come un dono del Re suo amante. Quelli ubbidirono appuntino. L'Ostessina credette davvero che i servitori venissero da parte del Re; sicchè, presi gli abiti e la corona, senza frappor tempo se ne acconciò. Ma di lì a poco cascò morta in terra. Quando la vecchia Fata rivenne a casa e trovossi a quella tragedia, imbizzarrita disse:—«Tu l'hai voluta, e sia. Ora poi non ti rinvivisco a nessun patto. Ma anche questi luoghi tu me gli hai fatti venire in uggia.»—Presaquindi in su le braccia la giovane, costruito un ricco catafalco nel mezzo del salone e per arte magica circondatolo di ceri perpetuamente accesi, ci pose sopra il corpo morto vestito com'era alla reale. Poi chiuse tutte le finestre del palazzo; e statuì che dentro vi fosse per tre anni quanto occorreva per il servizio abbondante di tre principi; e trasmutata la posizione della selva perchè il palazzo non si ritrovasse tanto facile, serrò l'uscio di entrata e ne tolse seco la chiave; la quale, giunta al mare, ve la scaraventò nel fondo e dietro a quella andò lei medesima. Il Re, di cui s'è fatto menzione, e che era un bel giovane scapolo, ritornando alla caccia, rimase sbalordito non ritrovando più la via del palazzo in cui aveva veduto l'Ostessina, e si confondeva nel pensare come accadesse tal contrattempo. Ora bisogna sapere, che al servizio di cotesto Re stavano certi pescatori, che gli fornivano ne' giorni di magro il meglio pesce marino. Un venerdì, non si sa come, pesce in mare non ne pigliarono punto, per cui il coco stimò necessario farne cercare sul pubblico mercato; ma sul pubblico mercato non c'era che un pescione sterminato, e agli spenditori gli convenne comprarlo in mancanza d'altro. Lo stupore del coco fu però grande, quando, sparato il pesce, gli rinvenne in capo una grossa chiave. Subito la portarono al Re, il quale non conoscendo che uscio aprisse, e sospettando che andasse a qualche toppa di palazzo meraviglioso, deliberò di non separarsene mai e a quest'effetto se l'appese al collo con una catena d'oro. Il Re intanto non si dava pace nel ricercare l'abitazione dell'Ostessina. Un giorno, presi con seco due servitori fedeli e messosi tutti lo stioppo da caccia ad armacollo, partirono a levar di sole. Dopo percorso gran paese e folte boscaglie, sopraggiunse una notte tanto buja, che nessuno sapeva dove mettesse i piedi fra mezzo agli alberi e a' pruni.Si tenevano per perduti; e difatto il Re smarrì un compagno, sicchè andava solo a tentoni coll'altro. Ad un tratto gli parve da lontano scorgere un chiarore e a quello con molta pena s'indirizzarono; e stanchi e trafelati e intirizziti dal freddo, giunsero alla porta di un palazzo. Picchiarono e ripicchiarono, ma nessuno apriva. Al Re allora venne in mente la chiave, che teneva al collo; e avendola provata nella toppa, rimase stupito nell'accorgersi, che pareva la sua e che apriva la porta benissimo. Entrano, salgono le scale, e sebbene il palazzo fosse pieno di lumi, non appariva anima viva. Nella sala trovarono una mensa riccamente apparecchiata, su cui stava un gran mazzo di chiavi, e in un canto della sala istessa vi era un camminetto acceso. Il Re ed il servitore, esaminato ogni cosa, nell'idea di aspettare se qualcuno venisse a salutarli, si posero intanto al foco per rasciugarsi. Poi si sedettero a tavola e mangiarono. E ogni volta che le pietanze erano finite, mani invisibili ne recavano delle altre sempre più squisite e appetitose. Il Re capì bene che quel palazzo doveva essere incantato; per cui non istava senza temenza; ignorando se chi lo possedeva fosse un Genio buono o cattivo. Ad ogni modo, siccome il Re era di molto ardito, quando fu ristorato, disse al servo:—«Piglia un lume e visitiamo il palazzo; questo mazzo di chiavi di certo apre le porte degli appartamenti.»—Girarono tutto il palazzo, ma da ogni parte riscontrarono il medesimo deserto e la medesima solitudine. Quindi l'ammirazione di que' due era grande, tanto più che scorgevano una ricchezza di addobbi e di mobili incredibile; l'oro e le gemme luccicavano ammonticchiate. Quasi disperati di arrivare a scoprire i padroni del palazzo, si avviavano di novo nella sala, e nel ragionare il Re gettò gli occhi ad una porticella, che prima non aveva veduta: subito col servo e co' lumi corse a quella,e dopo provatovi più chiavi nella toppa gli riuscì aprirla. La porticina dava accesso ad una fuga di stanze, anche più di lusso dell'altre; ma, giunti ad un salone, il Re ed il servitore restarono fra istupiditi e impauriti nel mirarvi in mezzo un catafalco circondato di ceri accesi e con sopra una donna morta. Rimessi un po' in calma, il Re s'avvicinò al catafalco, ed ebbe quasi a svenirsi, nella morta riconoscendo l'Ostessina tanto ricercata. Diè in disperazioni, e il servitore pensò bene di tirarlo via di là. Ma prima volle prendere un ricordo della giovane, e a quest'effetto gli levò un anello gemmato da un dito; se non che dal terrore gli si rizzarono i capelli in capo, giacchè appena cavato fuori l'anello la giovane morta mosse la mano. A quella veduta il Re disse:—«Quì c'è qualche incanto, e la ragazza non è morta. Proviamo a spogliarla.»—Detto fatto, la misero nuda come dio la creò. E a mala pena nuda l'Ostessina si stirava e sbadigliava, come se svegliata da un lungo sonno; e finalmente, aperti gli occhi, nello scorgersi in quello stato in faccia a due òmini, stava fra l'ingrullita e la vergognosa e cercava scappare e nascondersi. Avendola non pertanto il Re assicurata che nulla aveva da temere e raccontatogli in brevi parole l'accaduto, l'Ostessina si rinfrancò, e fattasi menare nella camera sua del palazzo, coi vestiti che ci erano sempre, in un momento acconciossi a garbo. A non andar per le lunghe, il Re e l'Ostessina, innamorati com'erano, si sposarono e vissero lì in quel palazzo da due o tre anni, senza che di nulla mancassero; anzi il matrimonio loro fu così felice, che ne nacquero due be' figlioli maschi. Frattanto la madre del Re, che dal giorno della partenza non aveva più nulla saputo del figliolo, ne faceva fare continua ricerca; ma indarno, e oramai credeva che fosse morto, e però aveasi rimesso l'animo in pace. Se non che in quel mentre capitò lasolita Strolaga dalla Bell'Ostessa e gli disse, come la figliola sua non era mica morta, e che invece se ne godeva gaudiosa vita, sposa del Re, nel palazzo incantato. L'Ostessa, sempre di mal'animo, che ti fa? corre dalla Regina e gli racconta tutto; per cui la Regina, se da una parte s'allegrò nel sentire vivo il figliolo, dall'altra era arrabbiata di molto in quantochè lui avesse preso in moglie una ragazza di bassa nascita e di vile mestiere.[6]Non pose dunque tempo in mezzo e pensò al rimedio, che fu di dividere a qualunque costo gl'innamorati; e a questo anche l'Ostessa per odio contro il proprio sangue la istigava, mettendola su con parole infinite e false calunnie. La Regina scrisse una lettera al figliolo, e siccome la via del palazzo incantato l'avevano ritrovata, gliela mandò con ordine di tornare subito alla Reggia a riprendere il governo del popolo. Ma il Re gli rispose che stava là troppo bene e non voleva per niente separarsi dalla sua cara moglie e da' suoi bambini. Allora la Regina ricorse a un ripiego: diede ad intendere al figliolo che la sua assenza aveva provocato l'ambizione del Re confinante, il quale s'era mosso colle sue genti ad assaltare lo Stato, di modo che lei stessa e il Regno si trovavano in gran pericolo, e il dovere del Re era quello di difendere tutti coll'armi e in persona. A colorire la invenzione richiese a un suo parente di radunare de' soldati a' confini, sicchè paressero i nemici. Il Re, che sull'onore non ischerzava, cadette nella rete, e apparecchiossi a partire, come di fatto partì per il campo colle sue schiere, dopo avere raccomandato a sua moglie di essere prudente per iscansare le insidie di chi gli volesse male; anzi, tirato fuori un vestimento tutto pieno di sonaglioli, lo porse all'Ostessina, dicendogli:—«Se caso mai t'avviene qualche cosa a traverso e tu sei in risico, mettiti questo vestimento e scotilo, ch'io lo sentirò, quantunquelontano, e correrò senza indugio a darti soccorso.»—Di lì a pochi giorni, eccoti càpita al palazzo un'ambasceria da parte della Regina madre a fine d'invitare l'Ostessina a portarsi in città con i due bambini, perchè la Regina mandava a dirgli che voleva fare la conoscenza della moglie del suo figliolo, come pure dei nipoti; e che non avesse paura di nulla; anzi sarebbe onorata al pari di una Principessa. L'Ostessina, minchiona com'era, credette sincere le profferte della Regina; per cui, presi con seco i ragazzi, uscì dal palazzo assieme cogli ambasciatori e venne alla città. Giunta alla presenza della Regina, ci trovò accanto anche la sua cattiva madre: tutte e due la caricarono d'improperî, e finalmente la Regina diede ordine alle guardie che l'Ostessina si arrestasse e si buttasse in prigione co' figlioli; e volendo ammazzarla e spergere con lei la sua generazione, si consigliò coll'Ostessa. La quale, per isfogare la invidia rabbiosa che la rodeva, gli disse che facesse bollire una caldaia di olio e lì dentro sulla piazza pubblica ci gettasse l'Ostessina ed i figlioli. Era dunque tutto pronto per il supplizio, e l'Ostessina si rassegnava ormai al suo fine, quando si ricordò dell'avviso del suo caro sposo. E siccome in prigione gli avevano lasciato il fagotto de' panni, lei levò via da quello il vestito co' sonaglioli e se lo messe. E arrivata che fu in piazza vicino alla caldaia dell'olio bollente, si dette a scoterli a tutto potere. Allo scampanellìo, eccoti comparisce il Re di galoppo sul suo cavallo. Veduto il brutto spettacolo e informatosi delle cose accadute, per la sua autorità di Re, comandò l'arresto della Regina e della Bella Ostessa. Ed il giorno appresso, radunato un Consiglio, tutte e due le malvage donne dovettero morire legate assieme, bollite in quella caldaja di olio, che era stata ordinata per l'Ostessina e pe' suoi figliuoli. Così il Re e l'Ostessina, liberati daogni paura, regnarono amati da tutti; e se non fossero morti per la vecchiaja, vivrebbero tuttavia.Il fosso sta tra il campo e tra la via;Dite la vostra, che ho detto la mia.NOTE[1]Variante assai più compita della Fiaba precedente, intitolata:Il Re che andava a caccia. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci. Vedi quel che dice non so quale dei due Grimm a proposito dell'interessantissima tradizione popolare contenuta in questa fiaba, nell'introduzione alla traduzione tedesca delPentamerone, fatta dal Liebrecht. È in fondo una cosa stessa conLa Scatola di cristallo, Novellina popolare Sanese, raccolta daGiuseppe Pitré.Palermo, tip. del Giornale di Sicilia, 1875. Questa versione del Nerucci contiene degli episodi forse appartenenti ad altre fiabe. Vedi, nelle note al Malmantile, secondo cantare, stanza sesta, la spiegazione del proverbio:Non è più 'l tempo che Berta filava, dove c'è qualcosa che ricorda anche il nostroRe Avaro ed il Luccio:—«Pipino, Re di Francia, per mezzo di suoi Ambasciatori sposò Berta dal Grampiè, figliuola di Filippo, Re d'Ungheria: la quale, avendo saputo, che questo suo sposo era brutto e nero, mal volentieri s'accomodava a dare il consenso; ma pare, vinta dalla reverenza dovuta al padre, condescese. Arrivata in Francia, lasciandosi governare dal giovenil sentimento, richiese Elisetta di Magonza, sua segretaria (la quale d'Ungheria, dove era nata del Conte Guglielmo di Magonza, ribelle di Francia, se ne veniva con Berta a Parigi) che volesse, fingendosi la sua persona, in sua vece sposarsi con Pipino, il quale, e per la somiglianza che era fra lor due, e per non aver Pipino mai veduta Berta, non l'avrebbe assolutamente riconosciuta. Elisetta da principio si mostrò renitente; ma persuasa poi da Grifone e Spinardo di Magonza suoi parenti, condescese a' voleri di Berta. E così arrivate a Parigi, Elisetta si sposò con Pipino invece di Berta. La qual Berta intanto, di consiglio de' detti due Maganzesi, s'era fermata in un luogo vicino a Parigi, con pensiero fermato condetti Maganzesi di quindi occultamente partirsi e tornarsene alla patria con l'ajuto de' medesimi. Ma questi la tradirono, perchè, invece di servirla alla volta della patria sua, l'inviarono ad un bosco, con ordini a quelli, che la conducevano, che l'uccidessero. Ma costoro, mossi a pietà, in vece d'ucciderla, la spogliarono e legata ad un albero la lasciarono in preda alla fortuna e tornarono ai Maganzesi, dicendo che l'avevano uccisa. I Maganzesi, per occultare sì atroce delitto, fecero morire tutti quei sicarî, avendo prima anche d'arrivare a Parigi, fatte ritornare in Ungheria tutte le dame ed altre persone, non complici nè consapevoli di sì grande scelleraggine. Berta, intanto che se ne stava così legata, dolendosi e lamentandosi, fu sentita da un tal Lamberto, cacciatore del Re Pipino. Costui, seguitando la voce, si condusse dove stava Berta legata all'albero; e scioltala, alla propria casa la condusse, e la consegnò alla moglie, vestendola d'abiti vili e conformi alla possibilità di lui ed alla povera condizione, della quale Berta disse d'essere. Qui stette Berta cinque anni. Nel qual tempo guadagnò molti danari, di filare ed altri lavori, che insieme colle figliuole di Lamberto faceva. Avvenne un giorno, che essendo Pipino a caccia, si condusse solo alla casa di Lamberto: ove, veduta Berta, s'invaghì di lei, e con essa si congiunse sopra ad un suo carro. Nel qual congiungimento fu generato Carlo, così detto dal medesimo carro. In tale occasione Berta scoperse a Pipino il tradimento dei Maganzesi, narrandogli tutto il seguito. Per lo che Pipino fece abbruciare Elisetta ed una mano di Maganzesi e rimesse nel trono Berta. Da questa favolosa istoria nacque il proverbio:Non è più il tempo che Berta filava, ossia, non è più il tempo che Berta stava nelle selve filando e ricamando, per dire che le cose son mutate di bene in male.»[2]Un villano aveva seco una capra, de' cavoli e un lupo. Giunse ad una fiumana, che si passava in zattera. Nella zattera entrava soltanto il villano ed una delle tre cose per volta. Come fare? Se lasciava capra e lupo insieme, addio capra! se capra e cavoli, addio cavoli! se portava all'altra riva la capra sola, durante il terzo viaggio si sarebbe rinnovato uno de' due pericoli. Come salvar capra e cavoli? Traghettò prima la capra; quindi tornò a prendere i cavoli. Sbarcati questi, riprese seco la capra, che lasciò sola mentre traghettava il lupo, e che poi venne a riprendere.[3]Nota la somiglianza col mito di Giuseppe ebreo. Confronta con la Novella quinta della Deca seconda[i]degliEcatommitidiGiambattista Giraldi.—«Cicilia ama Rinieri e diviene celatamente sua moglie: s'ingravida di lui. Il padre la dà nelle mani ad uno, che l'uccida; il quale le dona la vita. Ella partorisce un figliuolo. Rinieri ritruova il padre, che l'ha data ad essere uccisa. Egli è preso e condannato alla morte. La figliuola lo libera, e con somma letizia si gode con Rinieri»—Ecco il brano d'esta novella, che corrisponde alla nostra:—«La giovane infelice, credendosi di andare a piacere, si mise in cammino con coloro, che la menavano alla morte. S'inviò il Maltrova verso Ravenna e giunto in un foltissimo bosco, fingendo egli che si fosse spezzato uno dei legni della carretta, disse alla moglie ed alla giovane che scendessino, acciò ch'egli il legno rotto racconciasse. Scesero le due donne e poi che Cicilia fu in terra, la prese il Maltrova per un braccio e le disse:Raccomanda l'anima tua a iddio[ii];chè quì, per le mie mani ti convien morire. A queste parole rimase come morta la giovane; e datasi a piangere e gridar forte,Ahi Maltrova, disse, sono queste le nozze a che condurmi vuoi? si trattano così le pari mie?—Sì, disse lo scellerato,così si trattano quelle, che senza riguardo dell'onor delle famiglie fanno quello che hai fatto tu, malvagia femmina; e qui le nozze ti si faranno, che ti si convengono.Conobbe a queste parole la misera, che il padre si era avveduto del suo fallo; e che perciò l'avea data a colui, che l'uccidesse. Ma con tutto ciò si gittò la infelice ginocchioni avanti il Maltrova, e piangendo disse:Io non niego di non avere errato, ma nondimeno io non offesimai te, nè vergogna ti feci onde tu ne debba far vendetta. Deh, se non vuoi pietade aver di me, abbi almen pietà della infelice creatura, che nel mio ventre si chiude, e non voler dar morte, oltre a me, a chi non peccò mai e non è ancor nato.E quindi rizzatasi, volta alla crudel vecchia:Ahi madre mia, disse, non consentite, vi prego, che io sia dal vostro marito, a cui io sempre giovai, come sapete, sì crudelmente morta.La spietata vecchia niente altro disse, che:Se tuo padre non ha avuto pietà di te, vuoi tu che l'abbiam noi? Morire hai; però cerca di non perdere insieme col corpo l'anima.Allora il Maltrova la prese per gli capelli, e alzò la spada per levarle la testa. A questo atto si mosse a compassion della giovane quella vecchia, in cui mai non avea potuto pietà, e prese il braccio al marito, e disse alla misera giovane:Quando di andartene tanto lontana tu ci prometta, che alcuno non ti conosca e che non abbi a dir giammai chi tu ti sia, ti farò donar la vita.La giovane, cui parve che questa fosse una voce caduta dal cielo, promisele e giurolle per dio di così fare. Allora la vecchia dispose, benchè malagevolmente, il marito a non la uccidere; ma, cavatole la veste di zendado, e tutti quegli ornamenti che poteano dare indizio di nobiltà, la lasciò in sola camiscia. La vecchia pure le diè una sua gonnelluccia molto logora, di che ella si vestì; ed il Maltrova, lasciatala nel bosco sola, e montato sulla carretta, via se n'andò co' panni della infelice giovane e con tutto quello che Messer Orazio a questo fine gli avea dato.»—[Confronta anche con la Novella quinta della Deca decima:—«Alfonso Gravina manda un suo servitore, che gli conduca la moglie da Napoli in contado. Il malvagio, fingendo che il marito gli abbia commesso che l'uccida per istrada, le promette la vita, s'ella gli vuol compiacere di sè. Vuol piuttosto la donna essere uccisa, che mancare di fede al marito. Ella in quella angoscia è liberata dalle mani del traditore da un cortese cavaliere. Il servo dice al signore, che ella da un suo drudo gli è stata tolta. Il marito sel crede e perciò brama di gastigar la moglie. Si conosce finalmente il servo malvagio e la donna fedele e il fraudolento ha la pena della sua malvagità.»—] Luigi Groto, il Cieco d'Adria, nella favola pastoraleIl pentimento amoroso, fa che Ergasto pastore commetta a Melibeo capraio, suo servo, di ammazzar la Filovevia, Ninfa di lui tenerissima, per riguardo della quale niun'altra vuol impacciarsi seco.Oltre a ciò son sì stanco e son sì sazioDe la importunità, de la seccaggineDi questa Ninfa (che, già tanto spazio,Qual volta mi ritrova, supplicandomiE sospirando e piangendo mi sèguita,Mi prega, m'importuna e mi sollecita),Che più non posso patirla; e non dubitoChe tolta via costei mille non m'amino.Onde ho conchiuso al tutto di levarmelaDinanzi agli occhi. Io farò, che ti seguitiElla, ove tu vorrai. Tu, allor conducilaIn mezzo ai boschi più selvaggi et asperi,Tra faggi antichi e querce solitarie,Dove raggi di sol giammai non entrano.Falle por giù l'arco e gli strali e prendilaQuivi dapoi senza pietade e uccidila;Ch'io di mia man non la potrei uccidere,Che so pur quanto ella m'ha amato e amami.Mora. E mora con lei la mia durissimaSorte, di non trovar Ninfe che m'amino.Mora. E mora con lei l'amor suo, che odio,Ch'è sol cagion di tutto 'l mio discomodo,Che a fin può sol con la sua vita giungere.Melibeo.Ah non fia meglio ferirla in tal essere,Ch'ella non muora, ma faccia altri vivere?Ergasto.Sei pazzo. Lascia pur gli scherzi e secaleTosto le canne de la gola e portamiIl coltel tinto del suo sangue, e servimi,Chè questo è il gran servigio ch'io desidero.Ergasto muove la Filovevia ad accompagnar Melibeo, dicendole che gli abbisogna un'erba, la quale, colta da una vergine, muove ogni Ninfa ad amar quei che la porta addosso; così sarà amato dalla Dieromena. La Filovevia ha la dabbenaggine di consentire a procacciargli ciò, che deve servir contro di lei; e s'incammina col caprajo.Filovevia.Quanto siam lungi dal loco ove nasconoL'erbe?Melibeo.Or or vi sarem.Filovevia.Dove mi meni tu?Che vie son queste selvagge, difficiliEt erme, dove non appar vestigioDi piede umano? Non mi basta l'animoDi poter più tornar fuor.Melibeo.Sarà augurioIl tuo.Filovevia.Che dici?Melibeo.Io dico, che 'l mio animoÈ come il tuo; pur, se vogliamo coglierle,Bisogna andar dov'elle si ritrovano.Filovevia.Dunque la maga v'ha detto certissimo,Che quell'erbe faran che Dieromena,Ami Ergasto?Melibeo.Giurato anco per Ecate.Filovevia.O sventurata me, che vado a cogliereLa mia morte!Melibeo.Verissimo!Filovevia.E pur forza miÈ andar, che amor può più che morte.Melibeo.Fermati,Che siam dov'è quanto cerchiamo. ScingitiLa faretra e pon giù l'arco. Non possonoTener ferro nè legno adosso quelle, cheColgon quest'erbe.Filovevia.Ecco fatto.Melibeo.Benissimo.Filovevia.Che vuoi far di cotesta fune?Melibeo.ProssimaSei a vederlo.Filovevia.Ah traditor! che imaginiDi far? A chi dich'io?Melibeo.Gridate, pecore:Be, Be; gridate ancor.Filovevia.Perchè mi leghi tuA questo tronco? Ahimè così s'ingannan leNinfe; così i pastori s'ubbediscono?S'Ergasto non t'ha dato cotesto ordineDi levarmi l'onor, perch'io non abbiaViso mai più di comparir tra gli uomini!Melibeo.Ninfa, non ti turbar, che non dei perdereL'onor qui, sta di questo sicurissima.Ma ben è ver, che Ergasto tuo commessomiHa, ch'io ti debba in queste selve uccidere(Che il desio di voler erbe è una favola):Però, sostieni il colpo in pazienzia;E s'hai da dir qualche cosa, spedisciti,Acciò che io possa far poi questo ufficio.Filovevia.Or veggo ben, ch'Ergasto m'è amicissimo,Ch'ha pietà del mio mal, poi che levarmeneVuol con la morte assai minor mal.Melibeo.GuardimiPur dio da tali amici!Filovevia.Io ti ringrazio,Ergasto, de la tua pietà. RicordatiBen, che se vuoi la mia morte pensandotiD'ingiurïarmi, t'inganni; che ingiuriaFai a te, non a me, però che sendo laMia vita, non più mia, ma tua, tu perdereDevi, non io. Dapoi, se del mio strazio,Se del mio pianto ti pasci, perdendomiDi che ti pascerai? Corri pericolo,Che 'l mio morir produca il tuo, mancandotiQuel cibo, onde tu vivi. Se per odioIl fai, crudel, che dispiacer conosci tuDa me? se così affliggi quei che t'amano,Che pena dei tu dare a chi t'ha in odio?Ma che accadeva, o Melibeo, a questi arboriLegarmi? Non sai tu, ch'io son legata daL'amor d'Ergasto con sì indissolubiliE forti lacci, ch'io non posso muovermi?Melibeo.Voglio dar morte al corpo, non a l'anima.E perchè i buoi ch'io governo m'aspettano(Che questa è l'ora ch'io li meno a bevere)Però vorrei che finissi. E perdonamiS'io son crudel contra te, che è mio debitoUbidir chi mi tien al suo servizio.Filovevia.Io, Melibeo, ti perdono e scusoti,Chè tu ubbidisci a quello, a cui io similementeho sempre ubbidito; e s'egli dettomiAvesse ancor, ch'io mi dovessi uccidereDi mia man, l'avrei fatto. Di te dolgomi,Ergasto, ben, che non mi festi intendereCotesto, quand'io stava in tua presenzia,Acciò ch'io avessi almen potuto pascermiAvanti il mio morir della dolcissimaTua vista a voglia mia, come suol pascersiDe la vista del sole anzi il suo incendioLa fenice. Mi doglio, che ingannata miAbbi, senza pensar, che comandarmeloPotevi apertamente; e mi rammarico,Che non abbi voluto farmi graziaAlmen, ch'io mora nella tua presenzia.O che dolce morir! Ma ben dolcissimoSarebbe stato poi se di tua propriaMan, poichè non volesti farmi vivere,(Chè viver chiamo il vivere in tua grazia)Ti fossi contentato almen di uccidermi.Melibeo.Ninfa, che fai? Su, bisogna risolversi,Poi ch'ho poi altro che fare. ComandamiUn'altra volta, quand'io avrò più ozio.Vuoi dir altro mentr'io m'alzo le maniche?Filovevia.O dei, abbiate voi pietà de l'animaMia, poi ch'altri non ha voluto averla delCorpo. Di ciò vi prego e poi vi supplicoPerdonare ad Ergasto la mia prossimaMorte, poi ch'anch'io voglio perdonargliela.E se gli avete a dar castigo, dateloA me per lui, che il prenderò lietissima.E prego, Melibeo, quanto è possibile,Che dapoi ch'io sarò morta, tu abbiiRaccomandato il mio corpo, guardandolo,Che d'alcun non sia tocco; e riponendoloCon onestà sotterra; e s'avessi animoPur di spogliarlo, almen, ti prego, lasciagliQuella vesta che a lui sarà più prossima;Chè, s'ai vivi giovare i morti possono,Ti gioverò per questo beneficio.Ti prego ancor quanto si può, nascondereCotesto fallo, acciò che la giustiziaDel giusto Pan, che in queste selve or'abita,Non danni il mio pastore, e non lo 'nfaminoGli altri pastor, le ninfe nol puniscano.E se tu stimi di poter nasconderloMeglio, abbruciando questo corpo, abbrucialo,Che ben minor sarà quel de lo incendioChe provai viva.Melibeo.S'io sto un poco a ucciderla,Son certo che costei mi farà piangere.Filovevia.Deh, Melibeo, fammi una grazia. AppressamiA' labri (poi che tu le man legatomiHai), si ch'io 'l baci, il ferro, ch'ha da uccidermi.Melibeo.Ecco il coltel ch'ha da ferirti, bacialo.Ma prima ch'io questo coltello approssimiSolo a toccar le vene a Filovevia,Ella col suo parlar m'apre le viscere.Filovevia.O pietoso coltel, che 'l lungo strazioDi questa sventurata oggi dèi chiudere,Ti bacio e ti ringrazio. Orsù dunque, eccoti,O Melibeo, scoperto il petto; ed eccotiParato il collo. Ora a te sta lo eleggereQual vuoi ferir. Ma ben ti prego, ch'abbia,Se 'l petto vuoi ferir, gli occhi di graziaA non ferirmi il cor, non per mio comodo,Ma sol per non ferir in quella immagineDel mio pastor. Poi ch'i' sia morta, cavalo,Se puoi, intero (ch'io ti dò licenziaIn questo di toccarmi), et appresentaloAd Ergasto, che forse riconoscervipotrà gli strai d'amore e la sua imagine,E forse allor n'avrà misericordia.E digli:—«Questo è il cor di Filovevia,Che fu più tuo, che suo; per questo, meritamenteella il manda a te.»—Ma bene avvisoti,Che gli dii a poco a poco la gratissimaNova della mia morte, acciò che 'l subitoPiacer di udir, ch'io giaccia morta, similementenon tragga lui di vita. SpacciatiTosto e non mi tener di grazia a strazio.Melibeo.O ninfa, il tuo parlar non fa quell'opera,Che pensi; il tuo parlar mi cangia d'animo;Io getto il ferro; io ti disciolgo. Or vatteneDove vuoi, ch'io mai non potrei ucciderti.Filovevia.E come ubbidirai colui, che impostotiHa, che mi uccida?Melibeo.Non ci è alcun rimedioSe non un sol, che tu sola puoi porgermi.Filovevia.Deh leva me di grazia di miseria,Te d'obbligo, et Ergasto di molestia.Dapoi ch'Ergasto et io vogliamo, uccidimi.Melibeo.Deh invece de l'onor del beneficio,Ch'io ti fo, dammi tu questo rimedio.Filovevia.Qual'è?Melibeo.Che vadi sì lungi d'Arcadia,Che di te non s'intenda. Deh di graziaVattene e fammi questa grazia.Filovevia.Andrommene,Poi che ti piace, in sì lontana patria,Che mai più non sarò vista in Arcadia.Andrò tra fiere e farò esperienzia,Se Ergasto può impetrar quel, che desidera,Senza sua nè tua colpa; e so, che abbattermiNon potrò in fiera peggior d'esso.Melibeo.Or vattene.Io dirò, che t'ho ucciso; e in testimonioTingerò il ferro, per poter mostrarglielo,Nel caldo sangue d'un monton.Filovevia.Deh tingiloNel caldo sangue d'un capro e poi daglielo,E fa prova se quel sangue può rompereIl diamante. O mio dolce e nativo aere!O selve! o erbe! o arbori! restatevi.Addio, ch'io vado, e non so dove. LascioviPer non vi riveder mai più.[iii]Melibeo.RipigliatiIn terra l'arco e la faretra. Or vattene,Che una ninfa da lungi a noi s'approssima.NegliIntrighi d'Amore, commedia attribuita al Tasso (ed a ragione, come io credo), abbiamo un episodio simile nella scena settima dell'atto terzo.MAGAGNA, ERSILIAMagagna.Talchè....Ersilia.Talchè con ragion mi dolgo e posso dolere, che io sono la più scontenta tra le scontente giovani del mondo. Ahimè!..Magagna.Questo pianto è proprio come il fumo dell'arrosto, che non ti giova a niente, perchè ti bisogna venire al monastero al tuo marcio dispetto. Cammina dunque e lascia tantitalchè, se non vuoi che ti calchi con un calcatoppolo la coppola.Ersilia.Eh Magagna, il dolor non è perchè io vada al monastero; ma perchè mi manda in quest'ora così sola, senza compagnia di donne. Poteva pur tardar insino a domani.Magagna.Signora no, perchè dice quel proverbio: Il mal che tarda, piglia vizio. Avvertendosi la signora, che voi bestialmente siete innamorata di Camillo, farà bene a farvi passar di questa vita presente.Ersilia.Come di questa vita presente?Dunque mi farai morire?Magagna.Oh poffar, che m'era scappata!Ersilia.Ritorniamo a casa; che, se sarà così, mi contenterò volentieri, purchè mi conceda, che avanti la mia morte possa vedere e parlare al mio dolcissimo Camillo, il quale dà lume a questi occhi e dà spirito a queste labbra.Magagna.Tu ti pensi, con le tue parole inzuccherate, farmi tornare indietro? ma t'inganni a fè. Cammina pure, perchè la vita presente non s'intende di farti morire, ma di passarti di questa vita presente cattiva e trista, che menavi, a vita onesta e santa, come sarà al monastero.Ersilia.Eh Magagna, non si cangia pensiero per cangiar loco. Quanto più m'allontano dal raggio del mio sole, tanto più cresce in me il desiderio di scaldarmi al suo caldo. Io amo Camillo con zelo di matrimonio, e questo zelo è pur onesto e santo. Ma che cosa fai?Magagna.Mi accomodo questo pugnale, dubitando di qualche repentino assalto, perchè colui che accompagna femmine bisogna andar vigilante.Ersilia.Sicchè essendo questo mio zelo così onesto.... Ma che moti son cotesti?Magagna.Mi metto in guardia e provo come ho da investire e offender colui che per sorte ne volesse assaltare.Ersilia.E perciò sarà bene a ritornare a casa, che l'andar a quest'ora per queste strade sospette mi fa temere di alcuno inconveniente.Magagna.Tu zappi nell'acqua, se pensi di ritornar indietro. Cammina e zitta!Ersilia.Fammi questo piacere!Magagna.Non posso.Ersilia.Beato te!Magagna.Non voglio.Ersilia.Per grazia.Magagna.Non mi piace.Ersilia.Per amore!Magagna.Cammina.Ersilia.Per pietà, almeno!Magagna.Mica.Ersilia.Or come sei crudele!Magagna.Crudelissimo.Ersilia.Che ferro ti cadde dalle mani? Dove mi meni?Magagna.Orsù, già che siamo al luogo determinato in questa parte rimota, dove non saremo visti dalle genti, acconciati, Ersilia; e pazienza.Ersilia.Che pretendi di fare?Magagna.Di rompere....Ersilia.Che?Magagna.Lo stame....Ersilia.Che stame?Magagna.Vitale.Ersilia.Che vitale, che vuoi?Magagna.Voglio....Ersilia.Che cosa?Magagna.Pertugiare.Ersilia.Che?Magagna.Il donne....Ersilia.Che donne?Magagna.Vuoi la palla mo'? Acconciati e zitta.Ersilia.Se pensi offendermi l'onor mio, morrò più presto.Magagna.Non voglio cotesto.Ersilia.Ma che vuoi?Magagna.Entrare....Ersilia.Dove?Magagna.Al cuore.Ersilia.Di chi?Magagna.Sei stata mai uccisa tu?Ersilia.Io no.Magagna.Hai parlato con nessun altro, che fosse stato ucciso?Ersilia.Nè anco: perchè?Magagna.Acciò ti fossi informata della strada, per la quale si cammina alla morte.Ersilia.Ahimè, mi avvedo che mi vuoi far morire.Magagna.Penso di sì.Ersilia.E perchè, Magagna mia, e perchè tanta crudeltà?Magagna.Non ti bisogna piùmio, nècrudeltà; raccomandati l'anima e finiamola.Ersilia.Io morire? Io morire per le mani tue, Magagna? E perchè? che t'ho fatto io? qual cagion ti move? qual ragion hai?Magagna.Risolviti presto; e dimmi come vuoi che ti uccida; sotto, da mezzo, o di sopra.Ersilia.Se non burli, Magagna, come è tuo costume, dimmi il vero, che cosa ti spinge a volermi uccidere? Io so, che non ti offesi mai, anzi ti ho giovato sempre. Da te, come da te, non hai cagione di farlo. La signora, se bene è matrigna, e non madre, non sarà. Camillo mio nè anco.Magagna.A che fine lo vuoi sapere, se a te non serve più di sapere le cose di questo mondo, avendo da passare all'altro? Acconciati su, cala la testa, e a perdonare!Ersilia.Deh! ferma di grazia, fermati per cortesia, Magagna.Magagna.Son sordo.Ersilia.Una parola.Magagna.Non sento.Ersilia.Sei Turco? sei Barbaro?Magagna.Turco e Barbaro. Levati, che ti dò.Ersilia.Eh per vita tua, te ne prego, te ne supplico; ascolta una parola.Magagna.Or dì presto; chè non vorrei, che col tardare si raffreddasse il caldo del mio furore.Ersilia.Dimmi di grazia, chi t'ha ordinato, che mi uccida?Magagna.Pur siamo al medesimo: or leva, e non più parole.Ersilia.È stata la signora, Magagna?Magagna.Non so.Ersilia.È stato Camillo mio, che sdegnato forse dell'indebite ingiurie dategli per Cornelia, e d'averlo scacciato di casa, comincerà a vendicarsi contra di me?Magagna.Non so.Ersilia.Se sarà così, morrò contentissima, morendo in soddisfazion di colui, che per soddisfarlo, mi sarebbe poco pigliar mille morti per amor suo.Magagna.Vuoi altro che questo? Acconciati e spediamola.Ersilia.Fammi un'altra grazia, Magagna mio; legami le mani e i piedi a questa colonna mezza rovinata, e ritorna a chiamare Camillo: acciò lo possa pregare, che mi uccida di sua propria mano, per morir contentissima; o almeno, che io veda quegli occhi soavi, prima che io muoja.Magagna.Quietati; chè non è Camillo che ti fa morire; ma, per dirla in breve, la signora Cornelia è causa che, amando più che la vita sua Camillo, ella disegnava pigliarselo per marito, e tu avendogli guastato il giuoco per le mani, ti darà scaccomatto di pedina.Ersilia.Et io morrò per questo? Ah Cornelia, Cornelia, che non da matrigna, ma da propria madre t'ho servita e onorata sempre, s'era tale il tuo disegno, me lo dovevi dire, che tu contenta e io contentissima restava in un tratto, bastandomi solo il mio Camillo nell'istessa casa, dove se non come marito, l'avrei almeno come signore servito. Ahi che è vero, che nessuna matrigna fu buona!Magagna.Orsù, non più parole; fermati che io alzo.Ersilia.Aspetta un poco per pietà, in fin che dica due altre parole.Magagna.Ma siano brevi; e presto, chè io intanto passeggio.Ersilia.In che orrendo spettacolo ti vedi, o Ersilia infelicissima! Oh cara mia madre, s'ora mi vedessi! Ed o Alessandro, mio carissimo padre, dove sei? che riaccasandosi con Cornelia, morendo poi mi lasciasti piccola, raccomandata tanto a questa crudele Medea! Vedi, vedi, che ora mi fa condurre al macello, e in man di chi? in man d'un vilissimo servo. Deh! spietata la mia sorte, poichè volesti che io morissi di mala morte, dovevi far almeno che io morissi o per man del mio Camillo, o d'altri della qualità mia. Giorno infelice, che io nacqui! perchè non mi affogai nella culla? poichè per amor io moro. Nè perchè mora mi doglio, ma perchè, ferendosi questo petto, s'offenderà la bell'immagine del mio bellissimo Cammillo, che vivamente vi sta impressa. Perdonami, Cammillo, se per me pati questa offesa; e ti prego a ricordarti, che quanto maggiormente si puote amarti, t'ho amato io.[iv]Magagna.Troppo sei lunga; non accade più aspettare. Io mi risolvo in ogni modo di darti.Ersilia.Deh, Magagna, che crudeltà è questa? Che ti ho fatto io? ricordati pure, che tu eri servo di mia madre; pensa all'affezion grande che ti portava mio padre. Considera che tu m'hai cresciuta sopra coteste braccia, e ora sarai micidiale quasi di te stesso? quasi del tuo sangue?Magagna.È troppo il vero, ahimè!Ersilia.Non sai, che sempre t'ho sovvenuto? Non ti ricordi, che ti ho difeso? Chi riparava a' tuoi danni, se non io? La mia borsa non ti fu sempre aperta? Che m'hai cerco, che non ti ho dato? Insino alle camice ti ho conce di mia mano.Magagna.È troppo il vero. Uh, Uh, Uh!Ersilia.Io ti faceva mangiar per tempo; ti serbavo anco le reliquie della tavola; ti ho riputato da fratello, ti ho amato da sorella; e ora tu, che dovevi essere il riparo della mia vita, il difensoredella mia persona, hai animo di uccidere una povera innocente, infelice pupilla? Ahimè, come non piangi di compassione?Magagna.Non pianger più, chè mi tiri l'anima dall'antiporta del cuore. Io me ne pento: ecco qua il pugnale, uccidimi tu, perchè il torto è il mio, la ragione è tua; ovvero mettiamo mano al rimedio per salvar l'uno e l'altra.Ersilia.Il rimedio è facile. Lasciami andare, ch'io ti prometto partirmi di qua, con proposito di non ritornarvi mai più.Magagna.«Aspetta, pensa e poi fa»—dice il proverbio. Come faremo, che io mi trovo promesso alla Signora di portarle la vostra testa con i vestiti insanguinati? E se io non eseguisco a punto quanto mi ha detto, oltre il pericolo d'esser cacciato, perdo l'occasione di copularmi con essa. Perchè, per dirla, s'era appuntato fra di noi, che uccisa Ersilia, io, arso per amarla, entravo al suo arsenale, cioè che me la pigliavo per mogliera.Ersilia.Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio padre?Magagna.Conosco.Ersilia.Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate, mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.Magagna.Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile. Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada, alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia: la Moglie giudice e parte, è una storia popolare diffusissima. In essa troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglieCon due sue damigelle, empie canaglie;E quando in mezzo[v]al mar l'onda ti accoglie,Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie.Lagrime non curar, nè finte doglie,Perchè le donne sono tutte quaglie,Che ti faranno smorfie e meraviglie:Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»—Indi intima alla moglie e damigelle,Di parco cibo non ancor satolle,Che senza farsi nè lisciate e belle,Le aspetta di Gaeta al piè del colle.Vanno quelle innocenti meschinelle,Che il Prence di veder desio le bolle.E nell'entrar del mar nell'ampia valle,Le portò il marinar sopra le spalle.Il Principe montò l'altra filuca,E la sposa mirò come nemica,Che non sa dove il fato or la conduca;Lo chiamava: ma indarno è la fatica.Fero le damigelle in mar la buca,Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica:—«Empî, che fate?»—in guardatura bieca,Ma bella, che pareva Elena greca.Poi presero Fiorlinda allora allora,Ma tutti quasi con ridente cera;Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora,Cenar con Teti in questa propria sera.»—Ma lei si smania e strazia e si addolora,Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»—Prega, singhiozza, lagrima e sospira,Che d'un tigre averìa[vi]placata l'ira.Era quel marinar pien di clemenza,E immobil stette con la sua costanza,E solo di salvarla il modo penza (sic)E vivere sicur nella sua stanza.Attribuì del mare all'inclemenzaE l'impeto suo proprio[vii]e l'incostanza.La spoglia e poi da marinar l'acconza,E la portò nell'isola di Ponza.L'altra mattina addolorata e mestaRitornò la filuca alla sua costa,Riportando a quel principe la vesta,Che per la sposa sua fu fatta a posta.Nel mirar questa spoglia atra e funestaA deliquio mortal quasi si accosta,Toglierla comandò dalla sua vistaE nel proprio dolor piange e si attrista[viii].[i]Scrivo per estesoNovella quinta della Deca seconda, acciò nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il dotto Warburton. IlPope, in una nota alMeasure for MeasuredelloShakespeare, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio,Dec. 8. Nov. 5.Ed ilWarburton, critico inglese, nella sua edizione dello Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così:Decembre 8, Novembre 5.Similmente un dotto tedesco, ilBeyreis, ricitando delle citazioni da un libro inglese, dove trovava scrittoThe same(cioèlo stesso, l'autore già citato) ponevaThesamius, prendendo quelle due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non si avessero a credere infallibili gli oltramontani![ii]Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuoleiddiopotersi usar solo al nominativo.[iii]Cf.Schiller,Die Jungfrau von Orleans. Parlata che termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro. Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologicoKehrtdello Schiller, che può significaretornareed anchespazzareoscopare, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.[iv]Che quanto amar si può, v'haggio amato io.Ariosto.[v]Var.in alto.[vi]Var.Che d'una tigre avria.[vii]Var.Se l'epiteto proprio. Poco intelligibili ambe le lezioni.[viii]Nota la consonanza fra le rime di ciascuna stanza:uglie, oglie, eglie;elle, olle, alle;uca, ica, eca;ora, era, ira;enza, anza, onza;esta, osta, ista.[4]Rinvivire, Riavvivare, rivivificare, risuscitare.[5]Stiacciata, e più giùstioppo. Ne' vernacoli toscani, loschi(schj) della lingua nobile si trasforma insti(stj). Anzi inistioppoquesta forma è più etimologica, malgrado tutta la indegnazione di Vincenzio Monti, che scrisse:Voci italiche son:schiaffo,schiamazzo,Schiettezza,schiavitù,schioppo,schidione;E tu m'insegni a dir:stioppo,stidione,Stiettezza,stiavitù,stiaffo,stiamazzo?Va va, maestro mio, va, che sei pazzo.[6]Caterina I di Russia era anche da meno, facendo da serva in un'osteria, che non apparteneva a' suoi genitori.
XVIII.IL RE CHE ANDAVA A CACCIA.[1]Il Re che si divertiva alla caccia, un giorno, mentre era alla caccia, si fa un temporale di fulmini, di tutto. Loro (il Re e i suoi signori, che vanno insieme) scappano chi di qua chi di là. Nello scappare inciampa in un mazzo di chiavi. Prova qui, prova qua, sur una piazza si trovorono, non apriva che un bel palazzo. Loro aprono e vanno su e domandano:—«Si pole?»—Uh, nessun risponde. Trovano, gira, gira, una bella stanza con una tavola apparecchiata, ma imbandita per trenta persone. Chiama chiama, nessuno risponde. Si mettono a mangiare, gua', se nessuno rispondeva! Dopo che gli hanno mangiato, principiano a girare il palazzo; e vedono da lontano tutto una quantità di lumi, tutto un chiarore: si vedeva bene che c'era una illuminazione, gua'. Vanno in là, entrano in questa stanza e vedono un catafalco alto, con una donna morta, una bella giovine morta. Maestà dice:—«Guardiamo se la si porta giù.»—a que' signori. La portan giù per vedere se la non era morta, la mettono sur un sofà e il Re comincia a fare:—«Ah che peccato, questa bella giovane, che sia morta! guardate che be' capelli!»—Nel far così, nel lisciarla, gli sente un bozzolino in capo; gnene tira via e la risuscita. Gli era uno spillo ficcato, uno spillo tanto lungo.—«Ah!»—dice la giovine. L'apre gli occhi e dice:—«Dove sono?»—«In che maniera»—glidice il Re—«questa cosa?»—«Una fata maligna, per astio»—dice—«che io era bella, fece questa cosa: ficcò lo spillo e m'ammazzò.[2]»—«Poerina!»—dice il Re.—«Ora non abbiate paura. Ora»—dice—«sarete con noi; non ci sarà paura di questa briccona.»—Eccoti, dopo il suo tempo, il Re va via e gli lascia tutto preparato, da mangiare quel che ci era e gli prende una damigella per compagnia. Invece d'andare una volta o due la settimana a caccia, ci andava ogni giorno, perchè gli premeva d'andare da lei, gua'. Lui gli dice:—«Sentite, io vi voglio sposare, voglio che siate per mia moglie.»—«Oh»—dice lei—«per me, sia un Re, sia un altro, è la medesima.»—Gli era figliola d'un Re anche lei. Eccoti che si sposano; e dopo poco, lei riman gravida. Allora sì che il Re più che mai spesso l'andava alla caccia: sempre gli era là. La madre s'insospettisce e la dice a uno dei soi:—«Quando mio figlio va alla caccia, andategli dietro, e guardate»—dice—«dove va.»—Dunque il figliolo è tornato. Quando gli è il giorno che va alla caccia, questo signore gli va dietro alla lontana, e vede che entra in questo palazzo. Questo signore domanda:—«Chi ci sta in questo palazzo?»—Dice:—«Una Regina ci sta. Per la quale»—dice—«sarà stata sposa. Non sarà neppure nove mesi che l'ha sposata un Re. Anzi ora»—dice—«l'è per partorire.»—Dunque, a tornare addietro, lui torna al palazzo e gli racconta tutto alla Regina madre. La Regina partorisce e fa un bambino. Dopo che lei ha partorito, il Re si trattiene un pezzo da lei; e poi torna dalla madre a il palazzo. Quando gli è tavola:—«Oh Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il cuore.»—E respira e dice codeste parole. La madre figura di non intendere. E sempre questi sospiri:—«Rosa e Fiore, tu m'haitrafitto il core!»—Gli era la moglie e il figliolo. Eccoti lui va via e figura d'andare a caccia e torna dalla Regina, e la Regina l'era un'altra volta incinta. Viene e partorisce e fa una bambina. Si trattiene qualche giorno e poi ritorna a il palazzo da sua madre, lui. E a tavola diceva:—«Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—E sempre così a tutta la tavola, sospira e queste parole. Che ti fa la vecchia? Scrive una lettera fulminante[3]a questa Regina, dicendogli che lei in tempo di sei giorni gli facesse tanto piacere di mandargli i suoi bambini per quattro a sei giorni. La manda per l'istesso signore che andiede addietro a il Re, questa lettera. Eccoti arriva lassù dalla Regina, gli fa leggere questa lettera. La legge e sente che la socera la bramava tanto questi bambini. Lei la lo crede, la crede che la dica il vero, la li prepara tutti per bene e la li manda per questo signore. E li porta alla Regina vecchia; questo signore la gnene porta questi bambini. La vecchia, manda a chiamare il coco:—«Questi bambini, ammazzali e falli arrosto.»—Quest'omo, invece d'ammazzarli, scappa dalla moglie e gli dice:—«Tienimi conto di questi bambini: poi tu saprai perchè.»—Eccoti va in mercato il cuoco e compra due porcellini, due porcellini piccoli, avete inteso? Gli leva il capo e le gambe e li fa arrosto. Venghiamo all'ora del pranzo:—«Oh Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—Sempre così, dice il Re.—«Eh!»—la gli fa la madre; la gli dice a il figliolo:—«Eh!» mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete.»—La crede che siano i figlioli quelli che sono fatti arrosto. A tornare un passo addietro, il Re gli aveva donato una sonagliera alla sposa lassù, una sonagliera d'oro.E gli disse:—«In qualunque bisogno tu abbi di me, sona questa sonagliera e io ti apparisco a tutte l'ore.»—Eccoti in questo tempo un suo parente gl'impone guerra; ed ebbe appena tempo di scrivere la lettera alla sposa e andar via. Dice addio alla madre, che figura di piangere; e alla sposa figuratevi che lettera gli manda! La madre, che sa che il figlio l'è alla guerra, scrive una lettera alla nora e dice: che la vedesse i suoi bambini, non li riconoscerebbe quanto sono avvenuti belli, e che a tutte le maniere lei la venga qua nel palazzo, che lei la sta aspettandola a braccia aperte. Eccoti la Regina riceve la lettera e sente queste cose: subito lei la si prepara per vedere i suoi bambini:—«Intanto»—dice—«starò con la sòcera.»—Eccoti la si mette in viaggio e arriva a il palazzo. La Regina vecchia aveva già dato ordine che il forno fosse scaldato, ma scaldato proprio da bono, da cocere. Arriva al palazzo, credendo d'essere ricevuta per bene:—«Oh»—dice—«dove sono i miei bambini?»—«Ah briccona!»—dice la vecchia—«ora vedrai dove sono i toi bambini. Tu avevi sposato il mio figlio!»—dice.—«Qual'è stata l'audacia di sposare il mio figlio? ora vedrai la vendetta che io farò, io.»—La conduce là nella stanza del forno.—«Vedi? quella ha da esser la tua morte; hai da andar lì dentro[4].»—«Se io»—dice—«devo fare la morte così, almeno imploro la grazia che mi dia un'ora di tempo prima di morire, da me, segregata, in una stanza segregata.»—«Ebbene, sia concesso»—dice la vecchia. La mette in questa stanza. Lei si ricorda della sonagliera, che il marito gli disse:—«In qualunque bisogno, sonala; ed io ti apparirò.»—Principia a sonare, sodo, sodo, sodo. Eccoti il Re che gli apparisce alla sposa. E gli dice lei:—«Vedi quelle fiamme, le son per me, per via di tua madre.»—Eccoti, apronl'uscio per portarla nelle fiamme e vede la vecchia che ci è il suo figlio. Che ti fa, lui? Prende in collo la madre di peso e la mette in forno e serra. Ordina a tutti i servitori che nessuno aprisse il forno; lasciassero bruciare come l'andava. Eccoti il coco che sente che ci è il Re; scappa a casa dalla moglie, prende i bambini e li porta a palazzo:—«Maestà»—dice—«Maestà, questi sono i soi figli che la sua signora Madre mi aveva detto che li ammazzassi e li cocessi per Lei. E, invece di cocerli, li portai alla mia moglie e comperai due porcellini, gnene cossi e Lei li mangiò.»—«Ah traditora! Maraviglia che diceva:Mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete!»—Chiama la Regina: la vien di qua e la vede i soi bambini. Figuratevi questa donna, la sua contentezza, non si pò spiegare, gua'! a vedere i soi bambini! La dice:—«Qui va compensato quest'omo.»—«Saprò il mio dovere»—dice il Re. Il Re gli dice che vada a casa, prenda la sua moglie e venga a palazzo, che sarà lui il maggiordomo e sua moglie la prima dama della Corte. E così se ne vissero e se ne godettero, e a me nulla mi dettero.NOTE[1]Lo stesso cheSole, Luna e 'Talia, trattenimento V, giornata V delPentamerone:—«'Talia, morta pe' 'n'aresta de lino, è lassata a 'no palazzo, dove capitato 'no Re, nce fa duje figlie. La mogliera gelosa l'ave 'mmano; e commanna che li figlie siano date a magnare cuotte a lo patre e 'Talia sia abbrusciata. Lo cuoco sarva li figlie e 'Talia è liberata da lo Re, facenno jettare la mogliera a lo stisso fuoco apparecchiato pe' 'Talia.»—Cf.Pitrè, (Op. cit.) LVIII.Suli, Perna ed Anna.Gonzebach, (Op. cit.) III.Maruzzeddae IV.Von der schönen Anna.—La bella Ostessina, altra Fiaba della presente Raccolta, è una variante di questa. Cf.De Gubernatis,Le Novelline diSanto Stefano di Calcinaja XII. La crudel matrigna.—Da questa tradizione popolare,Luigi Groto(il Cieco d'Adria) tolse l'argomento d'una tragedia,la Dalida(Veggasi specialmente A. II. Sc. II). Se non che l'esito non è consolante appo il Groto. E qui mi cade in acconcio di notare, come tutti gl'istoriografi della letteratura italiana parlino da dugent'anni in qua del Cieco d'Adria e delle scritture di lui, che pur meriterebbero un esame attento, senza nemmen leggerlo: chè, se altrimenti fosse, si sarebbero accorti un'altra sua tragedia, l'Hadriana, essere una delle fonti delRomeo e GiuliettadelloShakespearee trovarvisi persino il personaggio della nutrice (Vedi nella già citataDifesa del Costantino:—«Il bellissimo soggetto dell'Adriana, tragedia del Cieco d'Adria, leggiadramente imitato dalla prima novella del secondo volume del non mai a bastanza commendato Bandello, è 'l caso stesso del mio Poema. Il figlio di Mezzenzio, Re de Latini, assediando col padre la città famosissima d'Adria mentre che stava quasi per maturar l'onore del suo trionfo: mentre ch'era vicino a godere il frutto de' suoi sudori; scorgendo in una torre la vaga figlia del Re nemico, che (a guisa dell'Erminia del Tasso o di Romilda duchessa infelice del Friuli) osservava in quel luogo l'oste nemica, con bell'ordinanza attendata nella campagna, egli se n'invaghisce e se n'invaghisce sì fieramente, che posto in non cale il suo padre, la riputazione dell'armi, la fortuna de' suoi guerrieri, il proprio onore e la medesima vita; travestito introducesi furtivamente nell'assediata città, per poter discoprire alla figlia dell'inimico l'occulto incendio che 'l consumava. Ecc. ecc.»—) Ma quando avremo istorici letterarî che valgan qualcosa? Che leggano almeno gli scrittori de' quali ragionano? Pare cheFrancesco Redifosse un po' più studioso delle opere del Groto, giacchè trovo ne' suoi scherzi un verso:S'aver ti posso un giorno in mio dominio, ch'è preso dallaEmiliadel Cieco d'Adria (Atto II. Scena V) dove suona:Ma s'io potessi averla in mio dominio.[2]Finchè dura un incantesimo, il corso del tempo è sospeso per la persona incantata. Appo il Pitrè, nel cunto XIX, intitolatoLu scavu, si legge:—«'Sti morti avianu persu la vita pi' manu di lu Scavu, e la maravigghia è ca nun passavanu mai, ma arristavanu sempri comu s'avissiru mortu allura.»—Così Torquato Tasso, nel primo delRinaldo(St. XXXXIV), fa dire al vecchio, che spiega al protagonista l'incanto di Bajardo:Nè ti meravigliar, se 'l destrier viveDopo sì lungo girar d'anni ancora,Che 'l fil troncar d'alcun le Parche diveNon ponno, s'incantato egli dimora;Nè fra l'imposte al viver suo, gli ascriveIl fato di quel tempo una sol'ora;Grande è il poter de' Maghi oltre misura,E quasi eguale a quello di natura.[3]Fulminante, qui sta solo perpremurosissima. La narratrice non doveva aver coscienza di tutto il valor del vocabolo.[4]Pare che in questa corte fosse in uso la infornagione, come in quella di Nabuccodonosorre:Tunc Nabuchodonosor repletus est furore, et aspectus faciei illius immutatus est super Sidrach, Misach et Abdenago: et praecepit ut succenderetur fornax septuplum quam succendi consueverat. Et viris fortissimis de exercitu suo jussit, ut ligatis pedibus, Sidrach, Misach et Abdenago, mitterent eos in fornacem ignis ardentis. (DanieleIII. 19. 20).
IL RE CHE ANDAVA A CACCIA.[1]
Il Re che si divertiva alla caccia, un giorno, mentre era alla caccia, si fa un temporale di fulmini, di tutto. Loro (il Re e i suoi signori, che vanno insieme) scappano chi di qua chi di là. Nello scappare inciampa in un mazzo di chiavi. Prova qui, prova qua, sur una piazza si trovorono, non apriva che un bel palazzo. Loro aprono e vanno su e domandano:—«Si pole?»—Uh, nessun risponde. Trovano, gira, gira, una bella stanza con una tavola apparecchiata, ma imbandita per trenta persone. Chiama chiama, nessuno risponde. Si mettono a mangiare, gua', se nessuno rispondeva! Dopo che gli hanno mangiato, principiano a girare il palazzo; e vedono da lontano tutto una quantità di lumi, tutto un chiarore: si vedeva bene che c'era una illuminazione, gua'. Vanno in là, entrano in questa stanza e vedono un catafalco alto, con una donna morta, una bella giovine morta. Maestà dice:—«Guardiamo se la si porta giù.»—a que' signori. La portan giù per vedere se la non era morta, la mettono sur un sofà e il Re comincia a fare:—«Ah che peccato, questa bella giovane, che sia morta! guardate che be' capelli!»—Nel far così, nel lisciarla, gli sente un bozzolino in capo; gnene tira via e la risuscita. Gli era uno spillo ficcato, uno spillo tanto lungo.—«Ah!»—dice la giovine. L'apre gli occhi e dice:—«Dove sono?»—«In che maniera»—glidice il Re—«questa cosa?»—«Una fata maligna, per astio»—dice—«che io era bella, fece questa cosa: ficcò lo spillo e m'ammazzò.[2]»—«Poerina!»—dice il Re.—«Ora non abbiate paura. Ora»—dice—«sarete con noi; non ci sarà paura di questa briccona.»—Eccoti, dopo il suo tempo, il Re va via e gli lascia tutto preparato, da mangiare quel che ci era e gli prende una damigella per compagnia. Invece d'andare una volta o due la settimana a caccia, ci andava ogni giorno, perchè gli premeva d'andare da lei, gua'. Lui gli dice:—«Sentite, io vi voglio sposare, voglio che siate per mia moglie.»—«Oh»—dice lei—«per me, sia un Re, sia un altro, è la medesima.»—Gli era figliola d'un Re anche lei. Eccoti che si sposano; e dopo poco, lei riman gravida. Allora sì che il Re più che mai spesso l'andava alla caccia: sempre gli era là. La madre s'insospettisce e la dice a uno dei soi:—«Quando mio figlio va alla caccia, andategli dietro, e guardate»—dice—«dove va.»—Dunque il figliolo è tornato. Quando gli è il giorno che va alla caccia, questo signore gli va dietro alla lontana, e vede che entra in questo palazzo. Questo signore domanda:—«Chi ci sta in questo palazzo?»—Dice:—«Una Regina ci sta. Per la quale»—dice—«sarà stata sposa. Non sarà neppure nove mesi che l'ha sposata un Re. Anzi ora»—dice—«l'è per partorire.»—Dunque, a tornare addietro, lui torna al palazzo e gli racconta tutto alla Regina madre. La Regina partorisce e fa un bambino. Dopo che lei ha partorito, il Re si trattiene un pezzo da lei; e poi torna dalla madre a il palazzo. Quando gli è tavola:—«Oh Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il cuore.»—E respira e dice codeste parole. La madre figura di non intendere. E sempre questi sospiri:—«Rosa e Fiore, tu m'haitrafitto il core!»—Gli era la moglie e il figliolo. Eccoti lui va via e figura d'andare a caccia e torna dalla Regina, e la Regina l'era un'altra volta incinta. Viene e partorisce e fa una bambina. Si trattiene qualche giorno e poi ritorna a il palazzo da sua madre, lui. E a tavola diceva:—«Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—E sempre così a tutta la tavola, sospira e queste parole. Che ti fa la vecchia? Scrive una lettera fulminante[3]a questa Regina, dicendogli che lei in tempo di sei giorni gli facesse tanto piacere di mandargli i suoi bambini per quattro a sei giorni. La manda per l'istesso signore che andiede addietro a il Re, questa lettera. Eccoti arriva lassù dalla Regina, gli fa leggere questa lettera. La legge e sente che la socera la bramava tanto questi bambini. Lei la lo crede, la crede che la dica il vero, la li prepara tutti per bene e la li manda per questo signore. E li porta alla Regina vecchia; questo signore la gnene porta questi bambini. La vecchia, manda a chiamare il coco:—«Questi bambini, ammazzali e falli arrosto.»—Quest'omo, invece d'ammazzarli, scappa dalla moglie e gli dice:—«Tienimi conto di questi bambini: poi tu saprai perchè.»—Eccoti va in mercato il cuoco e compra due porcellini, due porcellini piccoli, avete inteso? Gli leva il capo e le gambe e li fa arrosto. Venghiamo all'ora del pranzo:—«Oh Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—Sempre così, dice il Re.—«Eh!»—la gli fa la madre; la gli dice a il figliolo:—«Eh!» mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete.»—La crede che siano i figlioli quelli che sono fatti arrosto. A tornare un passo addietro, il Re gli aveva donato una sonagliera alla sposa lassù, una sonagliera d'oro.E gli disse:—«In qualunque bisogno tu abbi di me, sona questa sonagliera e io ti apparisco a tutte l'ore.»—Eccoti in questo tempo un suo parente gl'impone guerra; ed ebbe appena tempo di scrivere la lettera alla sposa e andar via. Dice addio alla madre, che figura di piangere; e alla sposa figuratevi che lettera gli manda! La madre, che sa che il figlio l'è alla guerra, scrive una lettera alla nora e dice: che la vedesse i suoi bambini, non li riconoscerebbe quanto sono avvenuti belli, e che a tutte le maniere lei la venga qua nel palazzo, che lei la sta aspettandola a braccia aperte. Eccoti la Regina riceve la lettera e sente queste cose: subito lei la si prepara per vedere i suoi bambini:—«Intanto»—dice—«starò con la sòcera.»—Eccoti la si mette in viaggio e arriva a il palazzo. La Regina vecchia aveva già dato ordine che il forno fosse scaldato, ma scaldato proprio da bono, da cocere. Arriva al palazzo, credendo d'essere ricevuta per bene:—«Oh»—dice—«dove sono i miei bambini?»—«Ah briccona!»—dice la vecchia—«ora vedrai dove sono i toi bambini. Tu avevi sposato il mio figlio!»—dice.—«Qual'è stata l'audacia di sposare il mio figlio? ora vedrai la vendetta che io farò, io.»—La conduce là nella stanza del forno.—«Vedi? quella ha da esser la tua morte; hai da andar lì dentro[4].»—«Se io»—dice—«devo fare la morte così, almeno imploro la grazia che mi dia un'ora di tempo prima di morire, da me, segregata, in una stanza segregata.»—«Ebbene, sia concesso»—dice la vecchia. La mette in questa stanza. Lei si ricorda della sonagliera, che il marito gli disse:—«In qualunque bisogno, sonala; ed io ti apparirò.»—Principia a sonare, sodo, sodo, sodo. Eccoti il Re che gli apparisce alla sposa. E gli dice lei:—«Vedi quelle fiamme, le son per me, per via di tua madre.»—Eccoti, apronl'uscio per portarla nelle fiamme e vede la vecchia che ci è il suo figlio. Che ti fa, lui? Prende in collo la madre di peso e la mette in forno e serra. Ordina a tutti i servitori che nessuno aprisse il forno; lasciassero bruciare come l'andava. Eccoti il coco che sente che ci è il Re; scappa a casa dalla moglie, prende i bambini e li porta a palazzo:—«Maestà»—dice—«Maestà, questi sono i soi figli che la sua signora Madre mi aveva detto che li ammazzassi e li cocessi per Lei. E, invece di cocerli, li portai alla mia moglie e comperai due porcellini, gnene cossi e Lei li mangiò.»—«Ah traditora! Maraviglia che diceva:Mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete!»—Chiama la Regina: la vien di qua e la vede i soi bambini. Figuratevi questa donna, la sua contentezza, non si pò spiegare, gua'! a vedere i soi bambini! La dice:—«Qui va compensato quest'omo.»—«Saprò il mio dovere»—dice il Re. Il Re gli dice che vada a casa, prenda la sua moglie e venga a palazzo, che sarà lui il maggiordomo e sua moglie la prima dama della Corte. E così se ne vissero e se ne godettero, e a me nulla mi dettero.
NOTE
[1]Lo stesso cheSole, Luna e 'Talia, trattenimento V, giornata V delPentamerone:—«'Talia, morta pe' 'n'aresta de lino, è lassata a 'no palazzo, dove capitato 'no Re, nce fa duje figlie. La mogliera gelosa l'ave 'mmano; e commanna che li figlie siano date a magnare cuotte a lo patre e 'Talia sia abbrusciata. Lo cuoco sarva li figlie e 'Talia è liberata da lo Re, facenno jettare la mogliera a lo stisso fuoco apparecchiato pe' 'Talia.»—Cf.Pitrè, (Op. cit.) LVIII.Suli, Perna ed Anna.Gonzebach, (Op. cit.) III.Maruzzeddae IV.Von der schönen Anna.—La bella Ostessina, altra Fiaba della presente Raccolta, è una variante di questa. Cf.De Gubernatis,Le Novelline diSanto Stefano di Calcinaja XII. La crudel matrigna.—Da questa tradizione popolare,Luigi Groto(il Cieco d'Adria) tolse l'argomento d'una tragedia,la Dalida(Veggasi specialmente A. II. Sc. II). Se non che l'esito non è consolante appo il Groto. E qui mi cade in acconcio di notare, come tutti gl'istoriografi della letteratura italiana parlino da dugent'anni in qua del Cieco d'Adria e delle scritture di lui, che pur meriterebbero un esame attento, senza nemmen leggerlo: chè, se altrimenti fosse, si sarebbero accorti un'altra sua tragedia, l'Hadriana, essere una delle fonti delRomeo e GiuliettadelloShakespearee trovarvisi persino il personaggio della nutrice (Vedi nella già citataDifesa del Costantino:—«Il bellissimo soggetto dell'Adriana, tragedia del Cieco d'Adria, leggiadramente imitato dalla prima novella del secondo volume del non mai a bastanza commendato Bandello, è 'l caso stesso del mio Poema. Il figlio di Mezzenzio, Re de Latini, assediando col padre la città famosissima d'Adria mentre che stava quasi per maturar l'onore del suo trionfo: mentre ch'era vicino a godere il frutto de' suoi sudori; scorgendo in una torre la vaga figlia del Re nemico, che (a guisa dell'Erminia del Tasso o di Romilda duchessa infelice del Friuli) osservava in quel luogo l'oste nemica, con bell'ordinanza attendata nella campagna, egli se n'invaghisce e se n'invaghisce sì fieramente, che posto in non cale il suo padre, la riputazione dell'armi, la fortuna de' suoi guerrieri, il proprio onore e la medesima vita; travestito introducesi furtivamente nell'assediata città, per poter discoprire alla figlia dell'inimico l'occulto incendio che 'l consumava. Ecc. ecc.»—) Ma quando avremo istorici letterarî che valgan qualcosa? Che leggano almeno gli scrittori de' quali ragionano? Pare cheFrancesco Redifosse un po' più studioso delle opere del Groto, giacchè trovo ne' suoi scherzi un verso:S'aver ti posso un giorno in mio dominio, ch'è preso dallaEmiliadel Cieco d'Adria (Atto II. Scena V) dove suona:Ma s'io potessi averla in mio dominio.[2]Finchè dura un incantesimo, il corso del tempo è sospeso per la persona incantata. Appo il Pitrè, nel cunto XIX, intitolatoLu scavu, si legge:—«'Sti morti avianu persu la vita pi' manu di lu Scavu, e la maravigghia è ca nun passavanu mai, ma arristavanu sempri comu s'avissiru mortu allura.»—Così Torquato Tasso, nel primo delRinaldo(St. XXXXIV), fa dire al vecchio, che spiega al protagonista l'incanto di Bajardo:Nè ti meravigliar, se 'l destrier viveDopo sì lungo girar d'anni ancora,Che 'l fil troncar d'alcun le Parche diveNon ponno, s'incantato egli dimora;Nè fra l'imposte al viver suo, gli ascriveIl fato di quel tempo una sol'ora;Grande è il poter de' Maghi oltre misura,E quasi eguale a quello di natura.[3]Fulminante, qui sta solo perpremurosissima. La narratrice non doveva aver coscienza di tutto il valor del vocabolo.[4]Pare che in questa corte fosse in uso la infornagione, come in quella di Nabuccodonosorre:Tunc Nabuchodonosor repletus est furore, et aspectus faciei illius immutatus est super Sidrach, Misach et Abdenago: et praecepit ut succenderetur fornax septuplum quam succendi consueverat. Et viris fortissimis de exercitu suo jussit, ut ligatis pedibus, Sidrach, Misach et Abdenago, mitterent eos in fornacem ignis ardentis. (DanieleIII. 19. 20).
[1]Lo stesso cheSole, Luna e 'Talia, trattenimento V, giornata V delPentamerone:—«'Talia, morta pe' 'n'aresta de lino, è lassata a 'no palazzo, dove capitato 'no Re, nce fa duje figlie. La mogliera gelosa l'ave 'mmano; e commanna che li figlie siano date a magnare cuotte a lo patre e 'Talia sia abbrusciata. Lo cuoco sarva li figlie e 'Talia è liberata da lo Re, facenno jettare la mogliera a lo stisso fuoco apparecchiato pe' 'Talia.»—Cf.Pitrè, (Op. cit.) LVIII.Suli, Perna ed Anna.Gonzebach, (Op. cit.) III.Maruzzeddae IV.Von der schönen Anna.—La bella Ostessina, altra Fiaba della presente Raccolta, è una variante di questa. Cf.De Gubernatis,Le Novelline diSanto Stefano di Calcinaja XII. La crudel matrigna.—Da questa tradizione popolare,Luigi Groto(il Cieco d'Adria) tolse l'argomento d'una tragedia,la Dalida(Veggasi specialmente A. II. Sc. II). Se non che l'esito non è consolante appo il Groto. E qui mi cade in acconcio di notare, come tutti gl'istoriografi della letteratura italiana parlino da dugent'anni in qua del Cieco d'Adria e delle scritture di lui, che pur meriterebbero un esame attento, senza nemmen leggerlo: chè, se altrimenti fosse, si sarebbero accorti un'altra sua tragedia, l'Hadriana, essere una delle fonti delRomeo e GiuliettadelloShakespearee trovarvisi persino il personaggio della nutrice (Vedi nella già citataDifesa del Costantino:—«Il bellissimo soggetto dell'Adriana, tragedia del Cieco d'Adria, leggiadramente imitato dalla prima novella del secondo volume del non mai a bastanza commendato Bandello, è 'l caso stesso del mio Poema. Il figlio di Mezzenzio, Re de Latini, assediando col padre la città famosissima d'Adria mentre che stava quasi per maturar l'onore del suo trionfo: mentre ch'era vicino a godere il frutto de' suoi sudori; scorgendo in una torre la vaga figlia del Re nemico, che (a guisa dell'Erminia del Tasso o di Romilda duchessa infelice del Friuli) osservava in quel luogo l'oste nemica, con bell'ordinanza attendata nella campagna, egli se n'invaghisce e se n'invaghisce sì fieramente, che posto in non cale il suo padre, la riputazione dell'armi, la fortuna de' suoi guerrieri, il proprio onore e la medesima vita; travestito introducesi furtivamente nell'assediata città, per poter discoprire alla figlia dell'inimico l'occulto incendio che 'l consumava. Ecc. ecc.»—) Ma quando avremo istorici letterarî che valgan qualcosa? Che leggano almeno gli scrittori de' quali ragionano? Pare cheFrancesco Redifosse un po' più studioso delle opere del Groto, giacchè trovo ne' suoi scherzi un verso:S'aver ti posso un giorno in mio dominio, ch'è preso dallaEmiliadel Cieco d'Adria (Atto II. Scena V) dove suona:Ma s'io potessi averla in mio dominio.
[2]Finchè dura un incantesimo, il corso del tempo è sospeso per la persona incantata. Appo il Pitrè, nel cunto XIX, intitolatoLu scavu, si legge:—«'Sti morti avianu persu la vita pi' manu di lu Scavu, e la maravigghia è ca nun passavanu mai, ma arristavanu sempri comu s'avissiru mortu allura.»—Così Torquato Tasso, nel primo delRinaldo(St. XXXXIV), fa dire al vecchio, che spiega al protagonista l'incanto di Bajardo:
Nè ti meravigliar, se 'l destrier viveDopo sì lungo girar d'anni ancora,Che 'l fil troncar d'alcun le Parche diveNon ponno, s'incantato egli dimora;Nè fra l'imposte al viver suo, gli ascriveIl fato di quel tempo una sol'ora;Grande è il poter de' Maghi oltre misura,E quasi eguale a quello di natura.
[3]Fulminante, qui sta solo perpremurosissima. La narratrice non doveva aver coscienza di tutto il valor del vocabolo.
[4]Pare che in questa corte fosse in uso la infornagione, come in quella di Nabuccodonosorre:Tunc Nabuchodonosor repletus est furore, et aspectus faciei illius immutatus est super Sidrach, Misach et Abdenago: et praecepit ut succenderetur fornax septuplum quam succendi consueverat. Et viris fortissimis de exercitu suo jussit, ut ligatis pedibus, Sidrach, Misach et Abdenago, mitterent eos in fornacem ignis ardentis. (DanieleIII. 19. 20).
XIX.LA BELLA OSTESSINA[1].C'era una volta (dove non me ne ricordo) una Ostessa, la quale era di molto bella, sicchè aveva una grande nomèa e tutti correvano al suo albergo, se non foss'altro per la curiosità di vederla e parlarci. L'Ostessa aveva pure una figlia, che crescendo superò la madre in bellezza e grazia, e a diciott'anni non c'era donna che gli potesse stare al paragone. La gente pertanto, se andava all'Albergo in gran numero, ora non ci andava più per la madre, bensì per la figliola, che veniva chiamata la Bell'Ostessina, per distinguerla dalla prima. Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a invecchiare, di farsi invidiose della gioventù; e così accadde all'ostessa. La figliola gli era un pruno negli occhi e non poteva soffrirsela d'attorno. E gli crebbe tanto l'odio e la rabbia contro il proprio sangue, che deliberò ammazzare la Bell'Ostessina, dove non gli riuscisse ridurla imbruttita. Piena di stizza, l'Ostessa cominciò a tenere la figliola sempre chiusa, a dargli poco da mangiare e a strapazzarla in tutti i modi acciò la cascasse in isfinimento; ma, non si sa come, la ragazza non ne pativa nulla e la bellezza gli cresceva. La madre avrebbe dato il capo per le mura; e finalmente deliberò di cavarsi la figliola dinanzi agli occhi e finirla. Per non dare sospetto, chiamò un servitore, su cui gli pareva poterci contare, e gli diede ordine di condurre la Bell'Ostessina in unbosco e lì ammazzarla, e poi a testimonianza del fatto portare a lei le mani, il core e una boccetta piena del sangue della figliola. Il servitore, a quel comando, rimase di sasso; ma, conoscendo l'umore della padrona, temette che rifiutandosi non salvava di certo la ragazza, perchè la barbara madre in un modo o in un altro l'avrebbe scannata. Disse dunque di obbedire e il giorno dopo andò nella camera in cui era chiusa l'Ostessina e gli fece assapere che la sua mamma voleva che lui la menasse un po' a spasso in poggio a svagarsi. L'Ostessina, che era di cuor bono, non sospettò a male; anzi la si persuase che la sua mamma si fosse rimutata; però quest'idea gli era venuta con un tantino di turbamento: pure la si vestì de' meglio abiti e col servitore avviossi al bosco nel poggio vicino. Cammin facendo, il servitore stava sopra a pensiero, e non sapeva capacitarsi di dovere ammazzare quella bellissima creatura e mulinava al come avrebbe salvato capra e cavoli[2]. Nel frattempo giunsero in mezzo del più folto del bosco. Qui il servitore, buttatosi in ginocchioni, raccontò all'Ostessina quel che la sua mamma gli aveva comandato. L'Ostessina a quella scoperta si sentì tutta diacciare e quasi la dubitava una invenzione del servitore. Ma questo gli giurò che pur troppo era vero quel che diceva e che bisognava pensare a rimediarci, sicchè l'Ostessa non la pigliasse con lui se disobbediva e non s'arrapinasse per trovare la figliola per finirla dove sapesse che non era stata morta. L'Ostessina disperata disse:—«Piuttosto che vivere così e odiata dalla mamma, voglio morire. Ammazzami dunque e esegui quel che lei ti ha ordinato.»—Ma il servitore replicava:—«Ma vi pare che sia tanto spietato e birbone? V'ho menato qui apposta per salvarvi e vi salverò a tutti i patti!»—Nel mentre che que' due discorrevano contrastando,venne a passare un pecoraio con di molti agnellini nati di poco. Al servitore gli nacque il pensamento di comprarne uno, scannarlo e cavargli il core, e portar questo assieme col sangue all'Ostessa, dandogli ad intendere che fossero della sua figliola: ma le mani? La ragazza disse:—«Tagliamele, che l'avrai.»—E il servitore:—«Come volete campar la vita senza le mani? Ne farò di meno.»—Comprato dunque l'agnellina, il servitore messe ad effetto quanto aveva macchinato. La ragazza si spogliò di tutti i panni, e rimasta colla camicia sola, li diede al servitore perchè anco quelli riportasse a casa, e fu lasciata in abbandono nel bosco[3]. L'Ostessa, che impaziente aspettava il servitore, gongolò dalla gioia, vedendolo ritornare con i segni dell'ammazzamento commesso; ma, quando s'accorse che mancavano le mani, gridò con mal viso al servitore:—«E le mani dove sono?»—Rispose il servitore:—«Che volete? non ho avuto coraggio di tagliargliele alla vostra figliola, dopo tanto male che per obbedirvi gli ho fatto. O che non vi bastano quest'altri segni? Ci son fino i vestiti.»—Abbene che l'Ostessa rimanesse con un po' di sconcerto nell'animo, pure s'addimostrò contenta. E imposto al servitore di stare zitto, sparse voce che la figliola era morta presso un parente lontano, da cui era andata per istarci qualche mese. La Bell'Ostessina intanto, lasciata lì sola e quasi ignuda nel bosco, fu sorpresa dalla notte, dal freddo e dalla fame; sicchè, piena di paura, intirizzita e rifinita, si sentiva morire. Tutt'a un tratto gli comparve dinanzi una vecchia, che gli domandò chi fosse e che facesse lì a quell'ora nel bosco e in quell'arnese. La ragazza gli raccontò per filo e per segno la sua cattiva ventura, per cui la vecchia gli disse:—«Povera fanciulla! ti piglierò con meco, ma a patto che tu mi sia sempre ubbidiente.»—L'Ostessina glielopromise; e la vecchia, presala per la mano, la condusse ad uno splendido palazzo incantato, dove nulla gli fece mancare ed era trattata al pari di una Regina. La vecchia tutti i giorni andava a girondolare per gli affari suoi e non tornava che a sera tarda. Prima di uscire disse all'Ostessina:—«Senti, dammi retta e fai a modo mio. Io sono una Fata di quelle bone, e ti avverto che tu non ti lasci adescare da nessuno, che venga in questi dintorni. La tua mamma malandrina sta in sospetto che tu non sia morta, e tra poco lo saprà di certo e manderà a cercarti, perchè t'ammazzino. Dunque bada a tenere gli occhi aperti.»—Ciò detto, uscì. In quel frattempo l'Ostessa ripensava a quelle mani, che il servitore non gli aveva portato dopo morta la sua figliola, e sempre più gli cresceva il dubbio, che il servitore fosse un bugiardo e non avesse eseguito i comandi. Un dì, stando sulla porta dell'albergo, l'Ostessa vedde passare una Strolaga, sicchè la chiamò per farsi strolagare; a questo effetto gli porse la mano e gli domandò se gli poteva leggere in core. La Strolaga, fatti i suoi esami, disse:—«Bell'Ostessa, voi avete una figliola che pensate morta e invece è viva, e sta da gran signora nel palazzo di una Fata, che gli vole di molto bene, e nessuno la potrà mai ammazzare.»—Questa notizia riescì amara di molto all'Ostessa; per cui, arrabbiata, macchinò un nuovo modo per giungere a far morire la figliola. Siccome sapeva che gli piacevano i fiori, fece un gran mazzo e lo sparse di veleno; poi chiamato un servitore gli disse di fingersi un venditore di fiori e andare a urlare—«chi vuol fiori?»—sotto il palazzo della Fata. Il servitore obbedì a' comandi appuntino. La Bell'Ostessina, sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata, scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso, che cascò morta in sul momento. Rivenutala Fata a casa, picchia e ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della ragazza morta stecchita. Esclamò:—«Te l'avevo detto, scapataccia, e non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè' capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti rinvivire.[4]»—Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse:—«Bada di non cascare un'altra volta in queste reti, perchè un'altra volta non sarò così misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?»—La giovane promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente. Qualche giorno dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa; questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano. La strolaga, esaminatala a garbo, disse:—«Quella figliola, che sta nel palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e oggi è viva come prima.»—L'Ostessa non si perdette d'animo, ma volle ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta delle stiacciate[5], ne manipolò un certo numero e le empì di veleno; e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse a vendere sotto il palazzo della Fata. La Bella Ostessina, che già più non pensava al risico trascorso, scese, comprò le focacce e, rimontata in camera, le mangiò tutte; se non che di lì a poco cadette morta in terra. Rieccoti la vecchia Fata, e picchia e ripicchia, e nessuno gli apre: dato un calcio all'uscio, lo spalanca; e, giunta in camera, trova l'Ostessina stecchita. Alla vecchia gli girò il boccino; e quasi quasi voleva tenere la promessa fatta alla ragazza dilasciarla morta; ma poi, il buon core gli parlò meglio e la rinvivì. Quando la vedde in piedi, gli disse con faccia seria:—«Senti bene, e ti giuro che la mia parola la custodirò: se ti avviene un'altra volta un simil fatto, per me ti lascio stare e alla vita tu non ci ritorni.»—L'Ostessina gli disse che aveva ragione, e che da ora in là baderebbe di non ricadere in quelli sbagli. Accadde, che di lì a pochi giorni venne a cacciare per la selva il Re di una città vicina; e passando dal palazzo della Fata, vedde l'Ostessina alla finestra e se ne innamorò. Lui seguitando per varie volte quelle passeggiate e quelle occhiatine, anche l'Ostessina si sentiva tirata verso il Re; nulla di meno, siccome il Re non gli aveva detto niente, nè mandato ambasciate, così non sapeva quel che sarebbe nato. Intanto la Strolaga era ritornata dalla Bell'Ostessa, informandola come la figliola sua viveva sempre e come un Re se n'era invaghito. L'Ostessa, incaponita di riuscire nell'ammazzamento della figliola, sapendola alquanto ambiziosa e credenzona, macchinò di giungere a quell'intento con un novo inganno. Fece fare de' bellissimi abiti alla reale e una corona di oro piena zeppa di pietre preziose, e dappertutto messe del veleno, che al solo toccarlo credeva fosse capace di fare morire; poi, chiamati diversi servitori, li mascherò con livree e gli comandò di andare al palazzo della Fata, di cercare l'Ostessina e presentargli quelle robbe come un dono del Re suo amante. Quelli ubbidirono appuntino. L'Ostessina credette davvero che i servitori venissero da parte del Re; sicchè, presi gli abiti e la corona, senza frappor tempo se ne acconciò. Ma di lì a poco cascò morta in terra. Quando la vecchia Fata rivenne a casa e trovossi a quella tragedia, imbizzarrita disse:—«Tu l'hai voluta, e sia. Ora poi non ti rinvivisco a nessun patto. Ma anche questi luoghi tu me gli hai fatti venire in uggia.»—Presaquindi in su le braccia la giovane, costruito un ricco catafalco nel mezzo del salone e per arte magica circondatolo di ceri perpetuamente accesi, ci pose sopra il corpo morto vestito com'era alla reale. Poi chiuse tutte le finestre del palazzo; e statuì che dentro vi fosse per tre anni quanto occorreva per il servizio abbondante di tre principi; e trasmutata la posizione della selva perchè il palazzo non si ritrovasse tanto facile, serrò l'uscio di entrata e ne tolse seco la chiave; la quale, giunta al mare, ve la scaraventò nel fondo e dietro a quella andò lei medesima. Il Re, di cui s'è fatto menzione, e che era un bel giovane scapolo, ritornando alla caccia, rimase sbalordito non ritrovando più la via del palazzo in cui aveva veduto l'Ostessina, e si confondeva nel pensare come accadesse tal contrattempo. Ora bisogna sapere, che al servizio di cotesto Re stavano certi pescatori, che gli fornivano ne' giorni di magro il meglio pesce marino. Un venerdì, non si sa come, pesce in mare non ne pigliarono punto, per cui il coco stimò necessario farne cercare sul pubblico mercato; ma sul pubblico mercato non c'era che un pescione sterminato, e agli spenditori gli convenne comprarlo in mancanza d'altro. Lo stupore del coco fu però grande, quando, sparato il pesce, gli rinvenne in capo una grossa chiave. Subito la portarono al Re, il quale non conoscendo che uscio aprisse, e sospettando che andasse a qualche toppa di palazzo meraviglioso, deliberò di non separarsene mai e a quest'effetto se l'appese al collo con una catena d'oro. Il Re intanto non si dava pace nel ricercare l'abitazione dell'Ostessina. Un giorno, presi con seco due servitori fedeli e messosi tutti lo stioppo da caccia ad armacollo, partirono a levar di sole. Dopo percorso gran paese e folte boscaglie, sopraggiunse una notte tanto buja, che nessuno sapeva dove mettesse i piedi fra mezzo agli alberi e a' pruni.Si tenevano per perduti; e difatto il Re smarrì un compagno, sicchè andava solo a tentoni coll'altro. Ad un tratto gli parve da lontano scorgere un chiarore e a quello con molta pena s'indirizzarono; e stanchi e trafelati e intirizziti dal freddo, giunsero alla porta di un palazzo. Picchiarono e ripicchiarono, ma nessuno apriva. Al Re allora venne in mente la chiave, che teneva al collo; e avendola provata nella toppa, rimase stupito nell'accorgersi, che pareva la sua e che apriva la porta benissimo. Entrano, salgono le scale, e sebbene il palazzo fosse pieno di lumi, non appariva anima viva. Nella sala trovarono una mensa riccamente apparecchiata, su cui stava un gran mazzo di chiavi, e in un canto della sala istessa vi era un camminetto acceso. Il Re ed il servitore, esaminato ogni cosa, nell'idea di aspettare se qualcuno venisse a salutarli, si posero intanto al foco per rasciugarsi. Poi si sedettero a tavola e mangiarono. E ogni volta che le pietanze erano finite, mani invisibili ne recavano delle altre sempre più squisite e appetitose. Il Re capì bene che quel palazzo doveva essere incantato; per cui non istava senza temenza; ignorando se chi lo possedeva fosse un Genio buono o cattivo. Ad ogni modo, siccome il Re era di molto ardito, quando fu ristorato, disse al servo:—«Piglia un lume e visitiamo il palazzo; questo mazzo di chiavi di certo apre le porte degli appartamenti.»—Girarono tutto il palazzo, ma da ogni parte riscontrarono il medesimo deserto e la medesima solitudine. Quindi l'ammirazione di que' due era grande, tanto più che scorgevano una ricchezza di addobbi e di mobili incredibile; l'oro e le gemme luccicavano ammonticchiate. Quasi disperati di arrivare a scoprire i padroni del palazzo, si avviavano di novo nella sala, e nel ragionare il Re gettò gli occhi ad una porticella, che prima non aveva veduta: subito col servo e co' lumi corse a quella,e dopo provatovi più chiavi nella toppa gli riuscì aprirla. La porticina dava accesso ad una fuga di stanze, anche più di lusso dell'altre; ma, giunti ad un salone, il Re ed il servitore restarono fra istupiditi e impauriti nel mirarvi in mezzo un catafalco circondato di ceri accesi e con sopra una donna morta. Rimessi un po' in calma, il Re s'avvicinò al catafalco, ed ebbe quasi a svenirsi, nella morta riconoscendo l'Ostessina tanto ricercata. Diè in disperazioni, e il servitore pensò bene di tirarlo via di là. Ma prima volle prendere un ricordo della giovane, e a quest'effetto gli levò un anello gemmato da un dito; se non che dal terrore gli si rizzarono i capelli in capo, giacchè appena cavato fuori l'anello la giovane morta mosse la mano. A quella veduta il Re disse:—«Quì c'è qualche incanto, e la ragazza non è morta. Proviamo a spogliarla.»—Detto fatto, la misero nuda come dio la creò. E a mala pena nuda l'Ostessina si stirava e sbadigliava, come se svegliata da un lungo sonno; e finalmente, aperti gli occhi, nello scorgersi in quello stato in faccia a due òmini, stava fra l'ingrullita e la vergognosa e cercava scappare e nascondersi. Avendola non pertanto il Re assicurata che nulla aveva da temere e raccontatogli in brevi parole l'accaduto, l'Ostessina si rinfrancò, e fattasi menare nella camera sua del palazzo, coi vestiti che ci erano sempre, in un momento acconciossi a garbo. A non andar per le lunghe, il Re e l'Ostessina, innamorati com'erano, si sposarono e vissero lì in quel palazzo da due o tre anni, senza che di nulla mancassero; anzi il matrimonio loro fu così felice, che ne nacquero due be' figlioli maschi. Frattanto la madre del Re, che dal giorno della partenza non aveva più nulla saputo del figliolo, ne faceva fare continua ricerca; ma indarno, e oramai credeva che fosse morto, e però aveasi rimesso l'animo in pace. Se non che in quel mentre capitò lasolita Strolaga dalla Bell'Ostessa e gli disse, come la figliola sua non era mica morta, e che invece se ne godeva gaudiosa vita, sposa del Re, nel palazzo incantato. L'Ostessa, sempre di mal'animo, che ti fa? corre dalla Regina e gli racconta tutto; per cui la Regina, se da una parte s'allegrò nel sentire vivo il figliolo, dall'altra era arrabbiata di molto in quantochè lui avesse preso in moglie una ragazza di bassa nascita e di vile mestiere.[6]Non pose dunque tempo in mezzo e pensò al rimedio, che fu di dividere a qualunque costo gl'innamorati; e a questo anche l'Ostessa per odio contro il proprio sangue la istigava, mettendola su con parole infinite e false calunnie. La Regina scrisse una lettera al figliolo, e siccome la via del palazzo incantato l'avevano ritrovata, gliela mandò con ordine di tornare subito alla Reggia a riprendere il governo del popolo. Ma il Re gli rispose che stava là troppo bene e non voleva per niente separarsi dalla sua cara moglie e da' suoi bambini. Allora la Regina ricorse a un ripiego: diede ad intendere al figliolo che la sua assenza aveva provocato l'ambizione del Re confinante, il quale s'era mosso colle sue genti ad assaltare lo Stato, di modo che lei stessa e il Regno si trovavano in gran pericolo, e il dovere del Re era quello di difendere tutti coll'armi e in persona. A colorire la invenzione richiese a un suo parente di radunare de' soldati a' confini, sicchè paressero i nemici. Il Re, che sull'onore non ischerzava, cadette nella rete, e apparecchiossi a partire, come di fatto partì per il campo colle sue schiere, dopo avere raccomandato a sua moglie di essere prudente per iscansare le insidie di chi gli volesse male; anzi, tirato fuori un vestimento tutto pieno di sonaglioli, lo porse all'Ostessina, dicendogli:—«Se caso mai t'avviene qualche cosa a traverso e tu sei in risico, mettiti questo vestimento e scotilo, ch'io lo sentirò, quantunquelontano, e correrò senza indugio a darti soccorso.»—Di lì a pochi giorni, eccoti càpita al palazzo un'ambasceria da parte della Regina madre a fine d'invitare l'Ostessina a portarsi in città con i due bambini, perchè la Regina mandava a dirgli che voleva fare la conoscenza della moglie del suo figliolo, come pure dei nipoti; e che non avesse paura di nulla; anzi sarebbe onorata al pari di una Principessa. L'Ostessina, minchiona com'era, credette sincere le profferte della Regina; per cui, presi con seco i ragazzi, uscì dal palazzo assieme cogli ambasciatori e venne alla città. Giunta alla presenza della Regina, ci trovò accanto anche la sua cattiva madre: tutte e due la caricarono d'improperî, e finalmente la Regina diede ordine alle guardie che l'Ostessina si arrestasse e si buttasse in prigione co' figlioli; e volendo ammazzarla e spergere con lei la sua generazione, si consigliò coll'Ostessa. La quale, per isfogare la invidia rabbiosa che la rodeva, gli disse che facesse bollire una caldaia di olio e lì dentro sulla piazza pubblica ci gettasse l'Ostessina ed i figlioli. Era dunque tutto pronto per il supplizio, e l'Ostessina si rassegnava ormai al suo fine, quando si ricordò dell'avviso del suo caro sposo. E siccome in prigione gli avevano lasciato il fagotto de' panni, lei levò via da quello il vestito co' sonaglioli e se lo messe. E arrivata che fu in piazza vicino alla caldaia dell'olio bollente, si dette a scoterli a tutto potere. Allo scampanellìo, eccoti comparisce il Re di galoppo sul suo cavallo. Veduto il brutto spettacolo e informatosi delle cose accadute, per la sua autorità di Re, comandò l'arresto della Regina e della Bella Ostessa. Ed il giorno appresso, radunato un Consiglio, tutte e due le malvage donne dovettero morire legate assieme, bollite in quella caldaja di olio, che era stata ordinata per l'Ostessina e pe' suoi figliuoli. Così il Re e l'Ostessina, liberati daogni paura, regnarono amati da tutti; e se non fossero morti per la vecchiaja, vivrebbero tuttavia.Il fosso sta tra il campo e tra la via;Dite la vostra, che ho detto la mia.NOTE[1]Variante assai più compita della Fiaba precedente, intitolata:Il Re che andava a caccia. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci. Vedi quel che dice non so quale dei due Grimm a proposito dell'interessantissima tradizione popolare contenuta in questa fiaba, nell'introduzione alla traduzione tedesca delPentamerone, fatta dal Liebrecht. È in fondo una cosa stessa conLa Scatola di cristallo, Novellina popolare Sanese, raccolta daGiuseppe Pitré.Palermo, tip. del Giornale di Sicilia, 1875. Questa versione del Nerucci contiene degli episodi forse appartenenti ad altre fiabe. Vedi, nelle note al Malmantile, secondo cantare, stanza sesta, la spiegazione del proverbio:Non è più 'l tempo che Berta filava, dove c'è qualcosa che ricorda anche il nostroRe Avaro ed il Luccio:—«Pipino, Re di Francia, per mezzo di suoi Ambasciatori sposò Berta dal Grampiè, figliuola di Filippo, Re d'Ungheria: la quale, avendo saputo, che questo suo sposo era brutto e nero, mal volentieri s'accomodava a dare il consenso; ma pare, vinta dalla reverenza dovuta al padre, condescese. Arrivata in Francia, lasciandosi governare dal giovenil sentimento, richiese Elisetta di Magonza, sua segretaria (la quale d'Ungheria, dove era nata del Conte Guglielmo di Magonza, ribelle di Francia, se ne veniva con Berta a Parigi) che volesse, fingendosi la sua persona, in sua vece sposarsi con Pipino, il quale, e per la somiglianza che era fra lor due, e per non aver Pipino mai veduta Berta, non l'avrebbe assolutamente riconosciuta. Elisetta da principio si mostrò renitente; ma persuasa poi da Grifone e Spinardo di Magonza suoi parenti, condescese a' voleri di Berta. E così arrivate a Parigi, Elisetta si sposò con Pipino invece di Berta. La qual Berta intanto, di consiglio de' detti due Maganzesi, s'era fermata in un luogo vicino a Parigi, con pensiero fermato condetti Maganzesi di quindi occultamente partirsi e tornarsene alla patria con l'ajuto de' medesimi. Ma questi la tradirono, perchè, invece di servirla alla volta della patria sua, l'inviarono ad un bosco, con ordini a quelli, che la conducevano, che l'uccidessero. Ma costoro, mossi a pietà, in vece d'ucciderla, la spogliarono e legata ad un albero la lasciarono in preda alla fortuna e tornarono ai Maganzesi, dicendo che l'avevano uccisa. I Maganzesi, per occultare sì atroce delitto, fecero morire tutti quei sicarî, avendo prima anche d'arrivare a Parigi, fatte ritornare in Ungheria tutte le dame ed altre persone, non complici nè consapevoli di sì grande scelleraggine. Berta, intanto che se ne stava così legata, dolendosi e lamentandosi, fu sentita da un tal Lamberto, cacciatore del Re Pipino. Costui, seguitando la voce, si condusse dove stava Berta legata all'albero; e scioltala, alla propria casa la condusse, e la consegnò alla moglie, vestendola d'abiti vili e conformi alla possibilità di lui ed alla povera condizione, della quale Berta disse d'essere. Qui stette Berta cinque anni. Nel qual tempo guadagnò molti danari, di filare ed altri lavori, che insieme colle figliuole di Lamberto faceva. Avvenne un giorno, che essendo Pipino a caccia, si condusse solo alla casa di Lamberto: ove, veduta Berta, s'invaghì di lei, e con essa si congiunse sopra ad un suo carro. Nel qual congiungimento fu generato Carlo, così detto dal medesimo carro. In tale occasione Berta scoperse a Pipino il tradimento dei Maganzesi, narrandogli tutto il seguito. Per lo che Pipino fece abbruciare Elisetta ed una mano di Maganzesi e rimesse nel trono Berta. Da questa favolosa istoria nacque il proverbio:Non è più il tempo che Berta filava, ossia, non è più il tempo che Berta stava nelle selve filando e ricamando, per dire che le cose son mutate di bene in male.»[2]Un villano aveva seco una capra, de' cavoli e un lupo. Giunse ad una fiumana, che si passava in zattera. Nella zattera entrava soltanto il villano ed una delle tre cose per volta. Come fare? Se lasciava capra e lupo insieme, addio capra! se capra e cavoli, addio cavoli! se portava all'altra riva la capra sola, durante il terzo viaggio si sarebbe rinnovato uno de' due pericoli. Come salvar capra e cavoli? Traghettò prima la capra; quindi tornò a prendere i cavoli. Sbarcati questi, riprese seco la capra, che lasciò sola mentre traghettava il lupo, e che poi venne a riprendere.[3]Nota la somiglianza col mito di Giuseppe ebreo. Confronta con la Novella quinta della Deca seconda[i]degliEcatommitidiGiambattista Giraldi.—«Cicilia ama Rinieri e diviene celatamente sua moglie: s'ingravida di lui. Il padre la dà nelle mani ad uno, che l'uccida; il quale le dona la vita. Ella partorisce un figliuolo. Rinieri ritruova il padre, che l'ha data ad essere uccisa. Egli è preso e condannato alla morte. La figliuola lo libera, e con somma letizia si gode con Rinieri»—Ecco il brano d'esta novella, che corrisponde alla nostra:—«La giovane infelice, credendosi di andare a piacere, si mise in cammino con coloro, che la menavano alla morte. S'inviò il Maltrova verso Ravenna e giunto in un foltissimo bosco, fingendo egli che si fosse spezzato uno dei legni della carretta, disse alla moglie ed alla giovane che scendessino, acciò ch'egli il legno rotto racconciasse. Scesero le due donne e poi che Cicilia fu in terra, la prese il Maltrova per un braccio e le disse:Raccomanda l'anima tua a iddio[ii];chè quì, per le mie mani ti convien morire. A queste parole rimase come morta la giovane; e datasi a piangere e gridar forte,Ahi Maltrova, disse, sono queste le nozze a che condurmi vuoi? si trattano così le pari mie?—Sì, disse lo scellerato,così si trattano quelle, che senza riguardo dell'onor delle famiglie fanno quello che hai fatto tu, malvagia femmina; e qui le nozze ti si faranno, che ti si convengono.Conobbe a queste parole la misera, che il padre si era avveduto del suo fallo; e che perciò l'avea data a colui, che l'uccidesse. Ma con tutto ciò si gittò la infelice ginocchioni avanti il Maltrova, e piangendo disse:Io non niego di non avere errato, ma nondimeno io non offesimai te, nè vergogna ti feci onde tu ne debba far vendetta. Deh, se non vuoi pietade aver di me, abbi almen pietà della infelice creatura, che nel mio ventre si chiude, e non voler dar morte, oltre a me, a chi non peccò mai e non è ancor nato.E quindi rizzatasi, volta alla crudel vecchia:Ahi madre mia, disse, non consentite, vi prego, che io sia dal vostro marito, a cui io sempre giovai, come sapete, sì crudelmente morta.La spietata vecchia niente altro disse, che:Se tuo padre non ha avuto pietà di te, vuoi tu che l'abbiam noi? Morire hai; però cerca di non perdere insieme col corpo l'anima.Allora il Maltrova la prese per gli capelli, e alzò la spada per levarle la testa. A questo atto si mosse a compassion della giovane quella vecchia, in cui mai non avea potuto pietà, e prese il braccio al marito, e disse alla misera giovane:Quando di andartene tanto lontana tu ci prometta, che alcuno non ti conosca e che non abbi a dir giammai chi tu ti sia, ti farò donar la vita.La giovane, cui parve che questa fosse una voce caduta dal cielo, promisele e giurolle per dio di così fare. Allora la vecchia dispose, benchè malagevolmente, il marito a non la uccidere; ma, cavatole la veste di zendado, e tutti quegli ornamenti che poteano dare indizio di nobiltà, la lasciò in sola camiscia. La vecchia pure le diè una sua gonnelluccia molto logora, di che ella si vestì; ed il Maltrova, lasciatala nel bosco sola, e montato sulla carretta, via se n'andò co' panni della infelice giovane e con tutto quello che Messer Orazio a questo fine gli avea dato.»—[Confronta anche con la Novella quinta della Deca decima:—«Alfonso Gravina manda un suo servitore, che gli conduca la moglie da Napoli in contado. Il malvagio, fingendo che il marito gli abbia commesso che l'uccida per istrada, le promette la vita, s'ella gli vuol compiacere di sè. Vuol piuttosto la donna essere uccisa, che mancare di fede al marito. Ella in quella angoscia è liberata dalle mani del traditore da un cortese cavaliere. Il servo dice al signore, che ella da un suo drudo gli è stata tolta. Il marito sel crede e perciò brama di gastigar la moglie. Si conosce finalmente il servo malvagio e la donna fedele e il fraudolento ha la pena della sua malvagità.»—] Luigi Groto, il Cieco d'Adria, nella favola pastoraleIl pentimento amoroso, fa che Ergasto pastore commetta a Melibeo capraio, suo servo, di ammazzar la Filovevia, Ninfa di lui tenerissima, per riguardo della quale niun'altra vuol impacciarsi seco.Oltre a ciò son sì stanco e son sì sazioDe la importunità, de la seccaggineDi questa Ninfa (che, già tanto spazio,Qual volta mi ritrova, supplicandomiE sospirando e piangendo mi sèguita,Mi prega, m'importuna e mi sollecita),Che più non posso patirla; e non dubitoChe tolta via costei mille non m'amino.Onde ho conchiuso al tutto di levarmelaDinanzi agli occhi. Io farò, che ti seguitiElla, ove tu vorrai. Tu, allor conducilaIn mezzo ai boschi più selvaggi et asperi,Tra faggi antichi e querce solitarie,Dove raggi di sol giammai non entrano.Falle por giù l'arco e gli strali e prendilaQuivi dapoi senza pietade e uccidila;Ch'io di mia man non la potrei uccidere,Che so pur quanto ella m'ha amato e amami.Mora. E mora con lei la mia durissimaSorte, di non trovar Ninfe che m'amino.Mora. E mora con lei l'amor suo, che odio,Ch'è sol cagion di tutto 'l mio discomodo,Che a fin può sol con la sua vita giungere.Melibeo.Ah non fia meglio ferirla in tal essere,Ch'ella non muora, ma faccia altri vivere?Ergasto.Sei pazzo. Lascia pur gli scherzi e secaleTosto le canne de la gola e portamiIl coltel tinto del suo sangue, e servimi,Chè questo è il gran servigio ch'io desidero.Ergasto muove la Filovevia ad accompagnar Melibeo, dicendole che gli abbisogna un'erba, la quale, colta da una vergine, muove ogni Ninfa ad amar quei che la porta addosso; così sarà amato dalla Dieromena. La Filovevia ha la dabbenaggine di consentire a procacciargli ciò, che deve servir contro di lei; e s'incammina col caprajo.Filovevia.Quanto siam lungi dal loco ove nasconoL'erbe?Melibeo.Or or vi sarem.Filovevia.Dove mi meni tu?Che vie son queste selvagge, difficiliEt erme, dove non appar vestigioDi piede umano? Non mi basta l'animoDi poter più tornar fuor.Melibeo.Sarà augurioIl tuo.Filovevia.Che dici?Melibeo.Io dico, che 'l mio animoÈ come il tuo; pur, se vogliamo coglierle,Bisogna andar dov'elle si ritrovano.Filovevia.Dunque la maga v'ha detto certissimo,Che quell'erbe faran che Dieromena,Ami Ergasto?Melibeo.Giurato anco per Ecate.Filovevia.O sventurata me, che vado a cogliereLa mia morte!Melibeo.Verissimo!Filovevia.E pur forza miÈ andar, che amor può più che morte.Melibeo.Fermati,Che siam dov'è quanto cerchiamo. ScingitiLa faretra e pon giù l'arco. Non possonoTener ferro nè legno adosso quelle, cheColgon quest'erbe.Filovevia.Ecco fatto.Melibeo.Benissimo.Filovevia.Che vuoi far di cotesta fune?Melibeo.ProssimaSei a vederlo.Filovevia.Ah traditor! che imaginiDi far? A chi dich'io?Melibeo.Gridate, pecore:Be, Be; gridate ancor.Filovevia.Perchè mi leghi tuA questo tronco? Ahimè così s'ingannan leNinfe; così i pastori s'ubbediscono?S'Ergasto non t'ha dato cotesto ordineDi levarmi l'onor, perch'io non abbiaViso mai più di comparir tra gli uomini!Melibeo.Ninfa, non ti turbar, che non dei perdereL'onor qui, sta di questo sicurissima.Ma ben è ver, che Ergasto tuo commessomiHa, ch'io ti debba in queste selve uccidere(Che il desio di voler erbe è una favola):Però, sostieni il colpo in pazienzia;E s'hai da dir qualche cosa, spedisciti,Acciò che io possa far poi questo ufficio.Filovevia.Or veggo ben, ch'Ergasto m'è amicissimo,Ch'ha pietà del mio mal, poi che levarmeneVuol con la morte assai minor mal.Melibeo.GuardimiPur dio da tali amici!Filovevia.Io ti ringrazio,Ergasto, de la tua pietà. RicordatiBen, che se vuoi la mia morte pensandotiD'ingiurïarmi, t'inganni; che ingiuriaFai a te, non a me, però che sendo laMia vita, non più mia, ma tua, tu perdereDevi, non io. Dapoi, se del mio strazio,Se del mio pianto ti pasci, perdendomiDi che ti pascerai? Corri pericolo,Che 'l mio morir produca il tuo, mancandotiQuel cibo, onde tu vivi. Se per odioIl fai, crudel, che dispiacer conosci tuDa me? se così affliggi quei che t'amano,Che pena dei tu dare a chi t'ha in odio?Ma che accadeva, o Melibeo, a questi arboriLegarmi? Non sai tu, ch'io son legata daL'amor d'Ergasto con sì indissolubiliE forti lacci, ch'io non posso muovermi?Melibeo.Voglio dar morte al corpo, non a l'anima.E perchè i buoi ch'io governo m'aspettano(Che questa è l'ora ch'io li meno a bevere)Però vorrei che finissi. E perdonamiS'io son crudel contra te, che è mio debitoUbidir chi mi tien al suo servizio.Filovevia.Io, Melibeo, ti perdono e scusoti,Chè tu ubbidisci a quello, a cui io similementeho sempre ubbidito; e s'egli dettomiAvesse ancor, ch'io mi dovessi uccidereDi mia man, l'avrei fatto. Di te dolgomi,Ergasto, ben, che non mi festi intendereCotesto, quand'io stava in tua presenzia,Acciò ch'io avessi almen potuto pascermiAvanti il mio morir della dolcissimaTua vista a voglia mia, come suol pascersiDe la vista del sole anzi il suo incendioLa fenice. Mi doglio, che ingannata miAbbi, senza pensar, che comandarmeloPotevi apertamente; e mi rammarico,Che non abbi voluto farmi graziaAlmen, ch'io mora nella tua presenzia.O che dolce morir! Ma ben dolcissimoSarebbe stato poi se di tua propriaMan, poichè non volesti farmi vivere,(Chè viver chiamo il vivere in tua grazia)Ti fossi contentato almen di uccidermi.Melibeo.Ninfa, che fai? Su, bisogna risolversi,Poi ch'ho poi altro che fare. ComandamiUn'altra volta, quand'io avrò più ozio.Vuoi dir altro mentr'io m'alzo le maniche?Filovevia.O dei, abbiate voi pietà de l'animaMia, poi ch'altri non ha voluto averla delCorpo. Di ciò vi prego e poi vi supplicoPerdonare ad Ergasto la mia prossimaMorte, poi ch'anch'io voglio perdonargliela.E se gli avete a dar castigo, dateloA me per lui, che il prenderò lietissima.E prego, Melibeo, quanto è possibile,Che dapoi ch'io sarò morta, tu abbiiRaccomandato il mio corpo, guardandolo,Che d'alcun non sia tocco; e riponendoloCon onestà sotterra; e s'avessi animoPur di spogliarlo, almen, ti prego, lasciagliQuella vesta che a lui sarà più prossima;Chè, s'ai vivi giovare i morti possono,Ti gioverò per questo beneficio.Ti prego ancor quanto si può, nascondereCotesto fallo, acciò che la giustiziaDel giusto Pan, che in queste selve or'abita,Non danni il mio pastore, e non lo 'nfaminoGli altri pastor, le ninfe nol puniscano.E se tu stimi di poter nasconderloMeglio, abbruciando questo corpo, abbrucialo,Che ben minor sarà quel de lo incendioChe provai viva.Melibeo.S'io sto un poco a ucciderla,Son certo che costei mi farà piangere.Filovevia.Deh, Melibeo, fammi una grazia. AppressamiA' labri (poi che tu le man legatomiHai), si ch'io 'l baci, il ferro, ch'ha da uccidermi.Melibeo.Ecco il coltel ch'ha da ferirti, bacialo.Ma prima ch'io questo coltello approssimiSolo a toccar le vene a Filovevia,Ella col suo parlar m'apre le viscere.Filovevia.O pietoso coltel, che 'l lungo strazioDi questa sventurata oggi dèi chiudere,Ti bacio e ti ringrazio. Orsù dunque, eccoti,O Melibeo, scoperto il petto; ed eccotiParato il collo. Ora a te sta lo eleggereQual vuoi ferir. Ma ben ti prego, ch'abbia,Se 'l petto vuoi ferir, gli occhi di graziaA non ferirmi il cor, non per mio comodo,Ma sol per non ferir in quella immagineDel mio pastor. Poi ch'i' sia morta, cavalo,Se puoi, intero (ch'io ti dò licenziaIn questo di toccarmi), et appresentaloAd Ergasto, che forse riconoscervipotrà gli strai d'amore e la sua imagine,E forse allor n'avrà misericordia.E digli:—«Questo è il cor di Filovevia,Che fu più tuo, che suo; per questo, meritamenteella il manda a te.»—Ma bene avvisoti,Che gli dii a poco a poco la gratissimaNova della mia morte, acciò che 'l subitoPiacer di udir, ch'io giaccia morta, similementenon tragga lui di vita. SpacciatiTosto e non mi tener di grazia a strazio.Melibeo.O ninfa, il tuo parlar non fa quell'opera,Che pensi; il tuo parlar mi cangia d'animo;Io getto il ferro; io ti disciolgo. Or vatteneDove vuoi, ch'io mai non potrei ucciderti.Filovevia.E come ubbidirai colui, che impostotiHa, che mi uccida?Melibeo.Non ci è alcun rimedioSe non un sol, che tu sola puoi porgermi.Filovevia.Deh leva me di grazia di miseria,Te d'obbligo, et Ergasto di molestia.Dapoi ch'Ergasto et io vogliamo, uccidimi.Melibeo.Deh invece de l'onor del beneficio,Ch'io ti fo, dammi tu questo rimedio.Filovevia.Qual'è?Melibeo.Che vadi sì lungi d'Arcadia,Che di te non s'intenda. Deh di graziaVattene e fammi questa grazia.Filovevia.Andrommene,Poi che ti piace, in sì lontana patria,Che mai più non sarò vista in Arcadia.Andrò tra fiere e farò esperienzia,Se Ergasto può impetrar quel, che desidera,Senza sua nè tua colpa; e so, che abbattermiNon potrò in fiera peggior d'esso.Melibeo.Or vattene.Io dirò, che t'ho ucciso; e in testimonioTingerò il ferro, per poter mostrarglielo,Nel caldo sangue d'un monton.Filovevia.Deh tingiloNel caldo sangue d'un capro e poi daglielo,E fa prova se quel sangue può rompereIl diamante. O mio dolce e nativo aere!O selve! o erbe! o arbori! restatevi.Addio, ch'io vado, e non so dove. LascioviPer non vi riveder mai più.[iii]Melibeo.RipigliatiIn terra l'arco e la faretra. Or vattene,Che una ninfa da lungi a noi s'approssima.NegliIntrighi d'Amore, commedia attribuita al Tasso (ed a ragione, come io credo), abbiamo un episodio simile nella scena settima dell'atto terzo.MAGAGNA, ERSILIAMagagna.Talchè....Ersilia.Talchè con ragion mi dolgo e posso dolere, che io sono la più scontenta tra le scontente giovani del mondo. Ahimè!..Magagna.Questo pianto è proprio come il fumo dell'arrosto, che non ti giova a niente, perchè ti bisogna venire al monastero al tuo marcio dispetto. Cammina dunque e lascia tantitalchè, se non vuoi che ti calchi con un calcatoppolo la coppola.Ersilia.Eh Magagna, il dolor non è perchè io vada al monastero; ma perchè mi manda in quest'ora così sola, senza compagnia di donne. Poteva pur tardar insino a domani.Magagna.Signora no, perchè dice quel proverbio: Il mal che tarda, piglia vizio. Avvertendosi la signora, che voi bestialmente siete innamorata di Camillo, farà bene a farvi passar di questa vita presente.Ersilia.Come di questa vita presente?Dunque mi farai morire?Magagna.Oh poffar, che m'era scappata!Ersilia.Ritorniamo a casa; che, se sarà così, mi contenterò volentieri, purchè mi conceda, che avanti la mia morte possa vedere e parlare al mio dolcissimo Camillo, il quale dà lume a questi occhi e dà spirito a queste labbra.Magagna.Tu ti pensi, con le tue parole inzuccherate, farmi tornare indietro? ma t'inganni a fè. Cammina pure, perchè la vita presente non s'intende di farti morire, ma di passarti di questa vita presente cattiva e trista, che menavi, a vita onesta e santa, come sarà al monastero.Ersilia.Eh Magagna, non si cangia pensiero per cangiar loco. Quanto più m'allontano dal raggio del mio sole, tanto più cresce in me il desiderio di scaldarmi al suo caldo. Io amo Camillo con zelo di matrimonio, e questo zelo è pur onesto e santo. Ma che cosa fai?Magagna.Mi accomodo questo pugnale, dubitando di qualche repentino assalto, perchè colui che accompagna femmine bisogna andar vigilante.Ersilia.Sicchè essendo questo mio zelo così onesto.... Ma che moti son cotesti?Magagna.Mi metto in guardia e provo come ho da investire e offender colui che per sorte ne volesse assaltare.Ersilia.E perciò sarà bene a ritornare a casa, che l'andar a quest'ora per queste strade sospette mi fa temere di alcuno inconveniente.Magagna.Tu zappi nell'acqua, se pensi di ritornar indietro. Cammina e zitta!Ersilia.Fammi questo piacere!Magagna.Non posso.Ersilia.Beato te!Magagna.Non voglio.Ersilia.Per grazia.Magagna.Non mi piace.Ersilia.Per amore!Magagna.Cammina.Ersilia.Per pietà, almeno!Magagna.Mica.Ersilia.Or come sei crudele!Magagna.Crudelissimo.Ersilia.Che ferro ti cadde dalle mani? Dove mi meni?Magagna.Orsù, già che siamo al luogo determinato in questa parte rimota, dove non saremo visti dalle genti, acconciati, Ersilia; e pazienza.Ersilia.Che pretendi di fare?Magagna.Di rompere....Ersilia.Che?Magagna.Lo stame....Ersilia.Che stame?Magagna.Vitale.Ersilia.Che vitale, che vuoi?Magagna.Voglio....Ersilia.Che cosa?Magagna.Pertugiare.Ersilia.Che?Magagna.Il donne....Ersilia.Che donne?Magagna.Vuoi la palla mo'? Acconciati e zitta.Ersilia.Se pensi offendermi l'onor mio, morrò più presto.Magagna.Non voglio cotesto.Ersilia.Ma che vuoi?Magagna.Entrare....Ersilia.Dove?Magagna.Al cuore.Ersilia.Di chi?Magagna.Sei stata mai uccisa tu?Ersilia.Io no.Magagna.Hai parlato con nessun altro, che fosse stato ucciso?Ersilia.Nè anco: perchè?Magagna.Acciò ti fossi informata della strada, per la quale si cammina alla morte.Ersilia.Ahimè, mi avvedo che mi vuoi far morire.Magagna.Penso di sì.Ersilia.E perchè, Magagna mia, e perchè tanta crudeltà?Magagna.Non ti bisogna piùmio, nècrudeltà; raccomandati l'anima e finiamola.Ersilia.Io morire? Io morire per le mani tue, Magagna? E perchè? che t'ho fatto io? qual cagion ti move? qual ragion hai?Magagna.Risolviti presto; e dimmi come vuoi che ti uccida; sotto, da mezzo, o di sopra.Ersilia.Se non burli, Magagna, come è tuo costume, dimmi il vero, che cosa ti spinge a volermi uccidere? Io so, che non ti offesi mai, anzi ti ho giovato sempre. Da te, come da te, non hai cagione di farlo. La signora, se bene è matrigna, e non madre, non sarà. Camillo mio nè anco.Magagna.A che fine lo vuoi sapere, se a te non serve più di sapere le cose di questo mondo, avendo da passare all'altro? Acconciati su, cala la testa, e a perdonare!Ersilia.Deh! ferma di grazia, fermati per cortesia, Magagna.Magagna.Son sordo.Ersilia.Una parola.Magagna.Non sento.Ersilia.Sei Turco? sei Barbaro?Magagna.Turco e Barbaro. Levati, che ti dò.Ersilia.Eh per vita tua, te ne prego, te ne supplico; ascolta una parola.Magagna.Or dì presto; chè non vorrei, che col tardare si raffreddasse il caldo del mio furore.Ersilia.Dimmi di grazia, chi t'ha ordinato, che mi uccida?Magagna.Pur siamo al medesimo: or leva, e non più parole.Ersilia.È stata la signora, Magagna?Magagna.Non so.Ersilia.È stato Camillo mio, che sdegnato forse dell'indebite ingiurie dategli per Cornelia, e d'averlo scacciato di casa, comincerà a vendicarsi contra di me?Magagna.Non so.Ersilia.Se sarà così, morrò contentissima, morendo in soddisfazion di colui, che per soddisfarlo, mi sarebbe poco pigliar mille morti per amor suo.Magagna.Vuoi altro che questo? Acconciati e spediamola.Ersilia.Fammi un'altra grazia, Magagna mio; legami le mani e i piedi a questa colonna mezza rovinata, e ritorna a chiamare Camillo: acciò lo possa pregare, che mi uccida di sua propria mano, per morir contentissima; o almeno, che io veda quegli occhi soavi, prima che io muoja.Magagna.Quietati; chè non è Camillo che ti fa morire; ma, per dirla in breve, la signora Cornelia è causa che, amando più che la vita sua Camillo, ella disegnava pigliarselo per marito, e tu avendogli guastato il giuoco per le mani, ti darà scaccomatto di pedina.Ersilia.Et io morrò per questo? Ah Cornelia, Cornelia, che non da matrigna, ma da propria madre t'ho servita e onorata sempre, s'era tale il tuo disegno, me lo dovevi dire, che tu contenta e io contentissima restava in un tratto, bastandomi solo il mio Camillo nell'istessa casa, dove se non come marito, l'avrei almeno come signore servito. Ahi che è vero, che nessuna matrigna fu buona!Magagna.Orsù, non più parole; fermati che io alzo.Ersilia.Aspetta un poco per pietà, in fin che dica due altre parole.Magagna.Ma siano brevi; e presto, chè io intanto passeggio.Ersilia.In che orrendo spettacolo ti vedi, o Ersilia infelicissima! Oh cara mia madre, s'ora mi vedessi! Ed o Alessandro, mio carissimo padre, dove sei? che riaccasandosi con Cornelia, morendo poi mi lasciasti piccola, raccomandata tanto a questa crudele Medea! Vedi, vedi, che ora mi fa condurre al macello, e in man di chi? in man d'un vilissimo servo. Deh! spietata la mia sorte, poichè volesti che io morissi di mala morte, dovevi far almeno che io morissi o per man del mio Camillo, o d'altri della qualità mia. Giorno infelice, che io nacqui! perchè non mi affogai nella culla? poichè per amor io moro. Nè perchè mora mi doglio, ma perchè, ferendosi questo petto, s'offenderà la bell'immagine del mio bellissimo Cammillo, che vivamente vi sta impressa. Perdonami, Cammillo, se per me pati questa offesa; e ti prego a ricordarti, che quanto maggiormente si puote amarti, t'ho amato io.[iv]Magagna.Troppo sei lunga; non accade più aspettare. Io mi risolvo in ogni modo di darti.Ersilia.Deh, Magagna, che crudeltà è questa? Che ti ho fatto io? ricordati pure, che tu eri servo di mia madre; pensa all'affezion grande che ti portava mio padre. Considera che tu m'hai cresciuta sopra coteste braccia, e ora sarai micidiale quasi di te stesso? quasi del tuo sangue?Magagna.È troppo il vero, ahimè!Ersilia.Non sai, che sempre t'ho sovvenuto? Non ti ricordi, che ti ho difeso? Chi riparava a' tuoi danni, se non io? La mia borsa non ti fu sempre aperta? Che m'hai cerco, che non ti ho dato? Insino alle camice ti ho conce di mia mano.Magagna.È troppo il vero. Uh, Uh, Uh!Ersilia.Io ti faceva mangiar per tempo; ti serbavo anco le reliquie della tavola; ti ho riputato da fratello, ti ho amato da sorella; e ora tu, che dovevi essere il riparo della mia vita, il difensoredella mia persona, hai animo di uccidere una povera innocente, infelice pupilla? Ahimè, come non piangi di compassione?Magagna.Non pianger più, chè mi tiri l'anima dall'antiporta del cuore. Io me ne pento: ecco qua il pugnale, uccidimi tu, perchè il torto è il mio, la ragione è tua; ovvero mettiamo mano al rimedio per salvar l'uno e l'altra.Ersilia.Il rimedio è facile. Lasciami andare, ch'io ti prometto partirmi di qua, con proposito di non ritornarvi mai più.Magagna.«Aspetta, pensa e poi fa»—dice il proverbio. Come faremo, che io mi trovo promesso alla Signora di portarle la vostra testa con i vestiti insanguinati? E se io non eseguisco a punto quanto mi ha detto, oltre il pericolo d'esser cacciato, perdo l'occasione di copularmi con essa. Perchè, per dirla, s'era appuntato fra di noi, che uccisa Ersilia, io, arso per amarla, entravo al suo arsenale, cioè che me la pigliavo per mogliera.Ersilia.Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio padre?Magagna.Conosco.Ersilia.Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate, mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.Magagna.Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile. Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada, alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia: la Moglie giudice e parte, è una storia popolare diffusissima. In essa troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglieCon due sue damigelle, empie canaglie;E quando in mezzo[v]al mar l'onda ti accoglie,Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie.Lagrime non curar, nè finte doglie,Perchè le donne sono tutte quaglie,Che ti faranno smorfie e meraviglie:Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»—Indi intima alla moglie e damigelle,Di parco cibo non ancor satolle,Che senza farsi nè lisciate e belle,Le aspetta di Gaeta al piè del colle.Vanno quelle innocenti meschinelle,Che il Prence di veder desio le bolle.E nell'entrar del mar nell'ampia valle,Le portò il marinar sopra le spalle.Il Principe montò l'altra filuca,E la sposa mirò come nemica,Che non sa dove il fato or la conduca;Lo chiamava: ma indarno è la fatica.Fero le damigelle in mar la buca,Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica:—«Empî, che fate?»—in guardatura bieca,Ma bella, che pareva Elena greca.Poi presero Fiorlinda allora allora,Ma tutti quasi con ridente cera;Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora,Cenar con Teti in questa propria sera.»—Ma lei si smania e strazia e si addolora,Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»—Prega, singhiozza, lagrima e sospira,Che d'un tigre averìa[vi]placata l'ira.Era quel marinar pien di clemenza,E immobil stette con la sua costanza,E solo di salvarla il modo penza (sic)E vivere sicur nella sua stanza.Attribuì del mare all'inclemenzaE l'impeto suo proprio[vii]e l'incostanza.La spoglia e poi da marinar l'acconza,E la portò nell'isola di Ponza.L'altra mattina addolorata e mestaRitornò la filuca alla sua costa,Riportando a quel principe la vesta,Che per la sposa sua fu fatta a posta.Nel mirar questa spoglia atra e funestaA deliquio mortal quasi si accosta,Toglierla comandò dalla sua vistaE nel proprio dolor piange e si attrista[viii].[i]Scrivo per estesoNovella quinta della Deca seconda, acciò nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il dotto Warburton. IlPope, in una nota alMeasure for MeasuredelloShakespeare, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio,Dec. 8. Nov. 5.Ed ilWarburton, critico inglese, nella sua edizione dello Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così:Decembre 8, Novembre 5.Similmente un dotto tedesco, ilBeyreis, ricitando delle citazioni da un libro inglese, dove trovava scrittoThe same(cioèlo stesso, l'autore già citato) ponevaThesamius, prendendo quelle due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non si avessero a credere infallibili gli oltramontani![ii]Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuoleiddiopotersi usar solo al nominativo.[iii]Cf.Schiller,Die Jungfrau von Orleans. Parlata che termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro. Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologicoKehrtdello Schiller, che può significaretornareed anchespazzareoscopare, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.[iv]Che quanto amar si può, v'haggio amato io.Ariosto.[v]Var.in alto.[vi]Var.Che d'una tigre avria.[vii]Var.Se l'epiteto proprio. Poco intelligibili ambe le lezioni.[viii]Nota la consonanza fra le rime di ciascuna stanza:uglie, oglie, eglie;elle, olle, alle;uca, ica, eca;ora, era, ira;enza, anza, onza;esta, osta, ista.[4]Rinvivire, Riavvivare, rivivificare, risuscitare.[5]Stiacciata, e più giùstioppo. Ne' vernacoli toscani, loschi(schj) della lingua nobile si trasforma insti(stj). Anzi inistioppoquesta forma è più etimologica, malgrado tutta la indegnazione di Vincenzio Monti, che scrisse:Voci italiche son:schiaffo,schiamazzo,Schiettezza,schiavitù,schioppo,schidione;E tu m'insegni a dir:stioppo,stidione,Stiettezza,stiavitù,stiaffo,stiamazzo?Va va, maestro mio, va, che sei pazzo.[6]Caterina I di Russia era anche da meno, facendo da serva in un'osteria, che non apparteneva a' suoi genitori.
LA BELLA OSTESSINA[1].
C'era una volta (dove non me ne ricordo) una Ostessa, la quale era di molto bella, sicchè aveva una grande nomèa e tutti correvano al suo albergo, se non foss'altro per la curiosità di vederla e parlarci. L'Ostessa aveva pure una figlia, che crescendo superò la madre in bellezza e grazia, e a diciott'anni non c'era donna che gli potesse stare al paragone. La gente pertanto, se andava all'Albergo in gran numero, ora non ci andava più per la madre, bensì per la figliola, che veniva chiamata la Bell'Ostessina, per distinguerla dalla prima. Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a invecchiare, di farsi invidiose della gioventù; e così accadde all'ostessa. La figliola gli era un pruno negli occhi e non poteva soffrirsela d'attorno. E gli crebbe tanto l'odio e la rabbia contro il proprio sangue, che deliberò ammazzare la Bell'Ostessina, dove non gli riuscisse ridurla imbruttita. Piena di stizza, l'Ostessa cominciò a tenere la figliola sempre chiusa, a dargli poco da mangiare e a strapazzarla in tutti i modi acciò la cascasse in isfinimento; ma, non si sa come, la ragazza non ne pativa nulla e la bellezza gli cresceva. La madre avrebbe dato il capo per le mura; e finalmente deliberò di cavarsi la figliola dinanzi agli occhi e finirla. Per non dare sospetto, chiamò un servitore, su cui gli pareva poterci contare, e gli diede ordine di condurre la Bell'Ostessina in unbosco e lì ammazzarla, e poi a testimonianza del fatto portare a lei le mani, il core e una boccetta piena del sangue della figliola. Il servitore, a quel comando, rimase di sasso; ma, conoscendo l'umore della padrona, temette che rifiutandosi non salvava di certo la ragazza, perchè la barbara madre in un modo o in un altro l'avrebbe scannata. Disse dunque di obbedire e il giorno dopo andò nella camera in cui era chiusa l'Ostessina e gli fece assapere che la sua mamma voleva che lui la menasse un po' a spasso in poggio a svagarsi. L'Ostessina, che era di cuor bono, non sospettò a male; anzi la si persuase che la sua mamma si fosse rimutata; però quest'idea gli era venuta con un tantino di turbamento: pure la si vestì de' meglio abiti e col servitore avviossi al bosco nel poggio vicino. Cammin facendo, il servitore stava sopra a pensiero, e non sapeva capacitarsi di dovere ammazzare quella bellissima creatura e mulinava al come avrebbe salvato capra e cavoli[2]. Nel frattempo giunsero in mezzo del più folto del bosco. Qui il servitore, buttatosi in ginocchioni, raccontò all'Ostessina quel che la sua mamma gli aveva comandato. L'Ostessina a quella scoperta si sentì tutta diacciare e quasi la dubitava una invenzione del servitore. Ma questo gli giurò che pur troppo era vero quel che diceva e che bisognava pensare a rimediarci, sicchè l'Ostessa non la pigliasse con lui se disobbediva e non s'arrapinasse per trovare la figliola per finirla dove sapesse che non era stata morta. L'Ostessina disperata disse:—«Piuttosto che vivere così e odiata dalla mamma, voglio morire. Ammazzami dunque e esegui quel che lei ti ha ordinato.»—Ma il servitore replicava:—«Ma vi pare che sia tanto spietato e birbone? V'ho menato qui apposta per salvarvi e vi salverò a tutti i patti!»—Nel mentre che que' due discorrevano contrastando,venne a passare un pecoraio con di molti agnellini nati di poco. Al servitore gli nacque il pensamento di comprarne uno, scannarlo e cavargli il core, e portar questo assieme col sangue all'Ostessa, dandogli ad intendere che fossero della sua figliola: ma le mani? La ragazza disse:—«Tagliamele, che l'avrai.»—E il servitore:—«Come volete campar la vita senza le mani? Ne farò di meno.»—Comprato dunque l'agnellina, il servitore messe ad effetto quanto aveva macchinato. La ragazza si spogliò di tutti i panni, e rimasta colla camicia sola, li diede al servitore perchè anco quelli riportasse a casa, e fu lasciata in abbandono nel bosco[3]. L'Ostessa, che impaziente aspettava il servitore, gongolò dalla gioia, vedendolo ritornare con i segni dell'ammazzamento commesso; ma, quando s'accorse che mancavano le mani, gridò con mal viso al servitore:—«E le mani dove sono?»—Rispose il servitore:—«Che volete? non ho avuto coraggio di tagliargliele alla vostra figliola, dopo tanto male che per obbedirvi gli ho fatto. O che non vi bastano quest'altri segni? Ci son fino i vestiti.»—Abbene che l'Ostessa rimanesse con un po' di sconcerto nell'animo, pure s'addimostrò contenta. E imposto al servitore di stare zitto, sparse voce che la figliola era morta presso un parente lontano, da cui era andata per istarci qualche mese. La Bell'Ostessina intanto, lasciata lì sola e quasi ignuda nel bosco, fu sorpresa dalla notte, dal freddo e dalla fame; sicchè, piena di paura, intirizzita e rifinita, si sentiva morire. Tutt'a un tratto gli comparve dinanzi una vecchia, che gli domandò chi fosse e che facesse lì a quell'ora nel bosco e in quell'arnese. La ragazza gli raccontò per filo e per segno la sua cattiva ventura, per cui la vecchia gli disse:—«Povera fanciulla! ti piglierò con meco, ma a patto che tu mi sia sempre ubbidiente.»—L'Ostessina glielopromise; e la vecchia, presala per la mano, la condusse ad uno splendido palazzo incantato, dove nulla gli fece mancare ed era trattata al pari di una Regina. La vecchia tutti i giorni andava a girondolare per gli affari suoi e non tornava che a sera tarda. Prima di uscire disse all'Ostessina:—«Senti, dammi retta e fai a modo mio. Io sono una Fata di quelle bone, e ti avverto che tu non ti lasci adescare da nessuno, che venga in questi dintorni. La tua mamma malandrina sta in sospetto che tu non sia morta, e tra poco lo saprà di certo e manderà a cercarti, perchè t'ammazzino. Dunque bada a tenere gli occhi aperti.»—Ciò detto, uscì. In quel frattempo l'Ostessa ripensava a quelle mani, che il servitore non gli aveva portato dopo morta la sua figliola, e sempre più gli cresceva il dubbio, che il servitore fosse un bugiardo e non avesse eseguito i comandi. Un dì, stando sulla porta dell'albergo, l'Ostessa vedde passare una Strolaga, sicchè la chiamò per farsi strolagare; a questo effetto gli porse la mano e gli domandò se gli poteva leggere in core. La Strolaga, fatti i suoi esami, disse:—«Bell'Ostessa, voi avete una figliola che pensate morta e invece è viva, e sta da gran signora nel palazzo di una Fata, che gli vole di molto bene, e nessuno la potrà mai ammazzare.»—Questa notizia riescì amara di molto all'Ostessa; per cui, arrabbiata, macchinò un nuovo modo per giungere a far morire la figliola. Siccome sapeva che gli piacevano i fiori, fece un gran mazzo e lo sparse di veleno; poi chiamato un servitore gli disse di fingersi un venditore di fiori e andare a urlare—«chi vuol fiori?»—sotto il palazzo della Fata. Il servitore obbedì a' comandi appuntino. La Bell'Ostessina, sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata, scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso, che cascò morta in sul momento. Rivenutala Fata a casa, picchia e ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della ragazza morta stecchita. Esclamò:—«Te l'avevo detto, scapataccia, e non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè' capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti rinvivire.[4]»—Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse:—«Bada di non cascare un'altra volta in queste reti, perchè un'altra volta non sarò così misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?»—La giovane promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente. Qualche giorno dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa; questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano. La strolaga, esaminatala a garbo, disse:—«Quella figliola, che sta nel palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e oggi è viva come prima.»—L'Ostessa non si perdette d'animo, ma volle ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta delle stiacciate[5], ne manipolò un certo numero e le empì di veleno; e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse a vendere sotto il palazzo della Fata. La Bella Ostessina, che già più non pensava al risico trascorso, scese, comprò le focacce e, rimontata in camera, le mangiò tutte; se non che di lì a poco cadette morta in terra. Rieccoti la vecchia Fata, e picchia e ripicchia, e nessuno gli apre: dato un calcio all'uscio, lo spalanca; e, giunta in camera, trova l'Ostessina stecchita. Alla vecchia gli girò il boccino; e quasi quasi voleva tenere la promessa fatta alla ragazza dilasciarla morta; ma poi, il buon core gli parlò meglio e la rinvivì. Quando la vedde in piedi, gli disse con faccia seria:—«Senti bene, e ti giuro che la mia parola la custodirò: se ti avviene un'altra volta un simil fatto, per me ti lascio stare e alla vita tu non ci ritorni.»—L'Ostessina gli disse che aveva ragione, e che da ora in là baderebbe di non ricadere in quelli sbagli. Accadde, che di lì a pochi giorni venne a cacciare per la selva il Re di una città vicina; e passando dal palazzo della Fata, vedde l'Ostessina alla finestra e se ne innamorò. Lui seguitando per varie volte quelle passeggiate e quelle occhiatine, anche l'Ostessina si sentiva tirata verso il Re; nulla di meno, siccome il Re non gli aveva detto niente, nè mandato ambasciate, così non sapeva quel che sarebbe nato. Intanto la Strolaga era ritornata dalla Bell'Ostessa, informandola come la figliola sua viveva sempre e come un Re se n'era invaghito. L'Ostessa, incaponita di riuscire nell'ammazzamento della figliola, sapendola alquanto ambiziosa e credenzona, macchinò di giungere a quell'intento con un novo inganno. Fece fare de' bellissimi abiti alla reale e una corona di oro piena zeppa di pietre preziose, e dappertutto messe del veleno, che al solo toccarlo credeva fosse capace di fare morire; poi, chiamati diversi servitori, li mascherò con livree e gli comandò di andare al palazzo della Fata, di cercare l'Ostessina e presentargli quelle robbe come un dono del Re suo amante. Quelli ubbidirono appuntino. L'Ostessina credette davvero che i servitori venissero da parte del Re; sicchè, presi gli abiti e la corona, senza frappor tempo se ne acconciò. Ma di lì a poco cascò morta in terra. Quando la vecchia Fata rivenne a casa e trovossi a quella tragedia, imbizzarrita disse:—«Tu l'hai voluta, e sia. Ora poi non ti rinvivisco a nessun patto. Ma anche questi luoghi tu me gli hai fatti venire in uggia.»—Presaquindi in su le braccia la giovane, costruito un ricco catafalco nel mezzo del salone e per arte magica circondatolo di ceri perpetuamente accesi, ci pose sopra il corpo morto vestito com'era alla reale. Poi chiuse tutte le finestre del palazzo; e statuì che dentro vi fosse per tre anni quanto occorreva per il servizio abbondante di tre principi; e trasmutata la posizione della selva perchè il palazzo non si ritrovasse tanto facile, serrò l'uscio di entrata e ne tolse seco la chiave; la quale, giunta al mare, ve la scaraventò nel fondo e dietro a quella andò lei medesima. Il Re, di cui s'è fatto menzione, e che era un bel giovane scapolo, ritornando alla caccia, rimase sbalordito non ritrovando più la via del palazzo in cui aveva veduto l'Ostessina, e si confondeva nel pensare come accadesse tal contrattempo. Ora bisogna sapere, che al servizio di cotesto Re stavano certi pescatori, che gli fornivano ne' giorni di magro il meglio pesce marino. Un venerdì, non si sa come, pesce in mare non ne pigliarono punto, per cui il coco stimò necessario farne cercare sul pubblico mercato; ma sul pubblico mercato non c'era che un pescione sterminato, e agli spenditori gli convenne comprarlo in mancanza d'altro. Lo stupore del coco fu però grande, quando, sparato il pesce, gli rinvenne in capo una grossa chiave. Subito la portarono al Re, il quale non conoscendo che uscio aprisse, e sospettando che andasse a qualche toppa di palazzo meraviglioso, deliberò di non separarsene mai e a quest'effetto se l'appese al collo con una catena d'oro. Il Re intanto non si dava pace nel ricercare l'abitazione dell'Ostessina. Un giorno, presi con seco due servitori fedeli e messosi tutti lo stioppo da caccia ad armacollo, partirono a levar di sole. Dopo percorso gran paese e folte boscaglie, sopraggiunse una notte tanto buja, che nessuno sapeva dove mettesse i piedi fra mezzo agli alberi e a' pruni.Si tenevano per perduti; e difatto il Re smarrì un compagno, sicchè andava solo a tentoni coll'altro. Ad un tratto gli parve da lontano scorgere un chiarore e a quello con molta pena s'indirizzarono; e stanchi e trafelati e intirizziti dal freddo, giunsero alla porta di un palazzo. Picchiarono e ripicchiarono, ma nessuno apriva. Al Re allora venne in mente la chiave, che teneva al collo; e avendola provata nella toppa, rimase stupito nell'accorgersi, che pareva la sua e che apriva la porta benissimo. Entrano, salgono le scale, e sebbene il palazzo fosse pieno di lumi, non appariva anima viva. Nella sala trovarono una mensa riccamente apparecchiata, su cui stava un gran mazzo di chiavi, e in un canto della sala istessa vi era un camminetto acceso. Il Re ed il servitore, esaminato ogni cosa, nell'idea di aspettare se qualcuno venisse a salutarli, si posero intanto al foco per rasciugarsi. Poi si sedettero a tavola e mangiarono. E ogni volta che le pietanze erano finite, mani invisibili ne recavano delle altre sempre più squisite e appetitose. Il Re capì bene che quel palazzo doveva essere incantato; per cui non istava senza temenza; ignorando se chi lo possedeva fosse un Genio buono o cattivo. Ad ogni modo, siccome il Re era di molto ardito, quando fu ristorato, disse al servo:—«Piglia un lume e visitiamo il palazzo; questo mazzo di chiavi di certo apre le porte degli appartamenti.»—Girarono tutto il palazzo, ma da ogni parte riscontrarono il medesimo deserto e la medesima solitudine. Quindi l'ammirazione di que' due era grande, tanto più che scorgevano una ricchezza di addobbi e di mobili incredibile; l'oro e le gemme luccicavano ammonticchiate. Quasi disperati di arrivare a scoprire i padroni del palazzo, si avviavano di novo nella sala, e nel ragionare il Re gettò gli occhi ad una porticella, che prima non aveva veduta: subito col servo e co' lumi corse a quella,e dopo provatovi più chiavi nella toppa gli riuscì aprirla. La porticina dava accesso ad una fuga di stanze, anche più di lusso dell'altre; ma, giunti ad un salone, il Re ed il servitore restarono fra istupiditi e impauriti nel mirarvi in mezzo un catafalco circondato di ceri accesi e con sopra una donna morta. Rimessi un po' in calma, il Re s'avvicinò al catafalco, ed ebbe quasi a svenirsi, nella morta riconoscendo l'Ostessina tanto ricercata. Diè in disperazioni, e il servitore pensò bene di tirarlo via di là. Ma prima volle prendere un ricordo della giovane, e a quest'effetto gli levò un anello gemmato da un dito; se non che dal terrore gli si rizzarono i capelli in capo, giacchè appena cavato fuori l'anello la giovane morta mosse la mano. A quella veduta il Re disse:—«Quì c'è qualche incanto, e la ragazza non è morta. Proviamo a spogliarla.»—Detto fatto, la misero nuda come dio la creò. E a mala pena nuda l'Ostessina si stirava e sbadigliava, come se svegliata da un lungo sonno; e finalmente, aperti gli occhi, nello scorgersi in quello stato in faccia a due òmini, stava fra l'ingrullita e la vergognosa e cercava scappare e nascondersi. Avendola non pertanto il Re assicurata che nulla aveva da temere e raccontatogli in brevi parole l'accaduto, l'Ostessina si rinfrancò, e fattasi menare nella camera sua del palazzo, coi vestiti che ci erano sempre, in un momento acconciossi a garbo. A non andar per le lunghe, il Re e l'Ostessina, innamorati com'erano, si sposarono e vissero lì in quel palazzo da due o tre anni, senza che di nulla mancassero; anzi il matrimonio loro fu così felice, che ne nacquero due be' figlioli maschi. Frattanto la madre del Re, che dal giorno della partenza non aveva più nulla saputo del figliolo, ne faceva fare continua ricerca; ma indarno, e oramai credeva che fosse morto, e però aveasi rimesso l'animo in pace. Se non che in quel mentre capitò lasolita Strolaga dalla Bell'Ostessa e gli disse, come la figliola sua non era mica morta, e che invece se ne godeva gaudiosa vita, sposa del Re, nel palazzo incantato. L'Ostessa, sempre di mal'animo, che ti fa? corre dalla Regina e gli racconta tutto; per cui la Regina, se da una parte s'allegrò nel sentire vivo il figliolo, dall'altra era arrabbiata di molto in quantochè lui avesse preso in moglie una ragazza di bassa nascita e di vile mestiere.[6]Non pose dunque tempo in mezzo e pensò al rimedio, che fu di dividere a qualunque costo gl'innamorati; e a questo anche l'Ostessa per odio contro il proprio sangue la istigava, mettendola su con parole infinite e false calunnie. La Regina scrisse una lettera al figliolo, e siccome la via del palazzo incantato l'avevano ritrovata, gliela mandò con ordine di tornare subito alla Reggia a riprendere il governo del popolo. Ma il Re gli rispose che stava là troppo bene e non voleva per niente separarsi dalla sua cara moglie e da' suoi bambini. Allora la Regina ricorse a un ripiego: diede ad intendere al figliolo che la sua assenza aveva provocato l'ambizione del Re confinante, il quale s'era mosso colle sue genti ad assaltare lo Stato, di modo che lei stessa e il Regno si trovavano in gran pericolo, e il dovere del Re era quello di difendere tutti coll'armi e in persona. A colorire la invenzione richiese a un suo parente di radunare de' soldati a' confini, sicchè paressero i nemici. Il Re, che sull'onore non ischerzava, cadette nella rete, e apparecchiossi a partire, come di fatto partì per il campo colle sue schiere, dopo avere raccomandato a sua moglie di essere prudente per iscansare le insidie di chi gli volesse male; anzi, tirato fuori un vestimento tutto pieno di sonaglioli, lo porse all'Ostessina, dicendogli:—«Se caso mai t'avviene qualche cosa a traverso e tu sei in risico, mettiti questo vestimento e scotilo, ch'io lo sentirò, quantunquelontano, e correrò senza indugio a darti soccorso.»—Di lì a pochi giorni, eccoti càpita al palazzo un'ambasceria da parte della Regina madre a fine d'invitare l'Ostessina a portarsi in città con i due bambini, perchè la Regina mandava a dirgli che voleva fare la conoscenza della moglie del suo figliolo, come pure dei nipoti; e che non avesse paura di nulla; anzi sarebbe onorata al pari di una Principessa. L'Ostessina, minchiona com'era, credette sincere le profferte della Regina; per cui, presi con seco i ragazzi, uscì dal palazzo assieme cogli ambasciatori e venne alla città. Giunta alla presenza della Regina, ci trovò accanto anche la sua cattiva madre: tutte e due la caricarono d'improperî, e finalmente la Regina diede ordine alle guardie che l'Ostessina si arrestasse e si buttasse in prigione co' figlioli; e volendo ammazzarla e spergere con lei la sua generazione, si consigliò coll'Ostessa. La quale, per isfogare la invidia rabbiosa che la rodeva, gli disse che facesse bollire una caldaia di olio e lì dentro sulla piazza pubblica ci gettasse l'Ostessina ed i figlioli. Era dunque tutto pronto per il supplizio, e l'Ostessina si rassegnava ormai al suo fine, quando si ricordò dell'avviso del suo caro sposo. E siccome in prigione gli avevano lasciato il fagotto de' panni, lei levò via da quello il vestito co' sonaglioli e se lo messe. E arrivata che fu in piazza vicino alla caldaia dell'olio bollente, si dette a scoterli a tutto potere. Allo scampanellìo, eccoti comparisce il Re di galoppo sul suo cavallo. Veduto il brutto spettacolo e informatosi delle cose accadute, per la sua autorità di Re, comandò l'arresto della Regina e della Bella Ostessa. Ed il giorno appresso, radunato un Consiglio, tutte e due le malvage donne dovettero morire legate assieme, bollite in quella caldaja di olio, che era stata ordinata per l'Ostessina e pe' suoi figliuoli. Così il Re e l'Ostessina, liberati daogni paura, regnarono amati da tutti; e se non fossero morti per la vecchiaja, vivrebbero tuttavia.
Il fosso sta tra il campo e tra la via;Dite la vostra, che ho detto la mia.
NOTE
[1]Variante assai più compita della Fiaba precedente, intitolata:Il Re che andava a caccia. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci. Vedi quel che dice non so quale dei due Grimm a proposito dell'interessantissima tradizione popolare contenuta in questa fiaba, nell'introduzione alla traduzione tedesca delPentamerone, fatta dal Liebrecht. È in fondo una cosa stessa conLa Scatola di cristallo, Novellina popolare Sanese, raccolta daGiuseppe Pitré.Palermo, tip. del Giornale di Sicilia, 1875. Questa versione del Nerucci contiene degli episodi forse appartenenti ad altre fiabe. Vedi, nelle note al Malmantile, secondo cantare, stanza sesta, la spiegazione del proverbio:Non è più 'l tempo che Berta filava, dove c'è qualcosa che ricorda anche il nostroRe Avaro ed il Luccio:—«Pipino, Re di Francia, per mezzo di suoi Ambasciatori sposò Berta dal Grampiè, figliuola di Filippo, Re d'Ungheria: la quale, avendo saputo, che questo suo sposo era brutto e nero, mal volentieri s'accomodava a dare il consenso; ma pare, vinta dalla reverenza dovuta al padre, condescese. Arrivata in Francia, lasciandosi governare dal giovenil sentimento, richiese Elisetta di Magonza, sua segretaria (la quale d'Ungheria, dove era nata del Conte Guglielmo di Magonza, ribelle di Francia, se ne veniva con Berta a Parigi) che volesse, fingendosi la sua persona, in sua vece sposarsi con Pipino, il quale, e per la somiglianza che era fra lor due, e per non aver Pipino mai veduta Berta, non l'avrebbe assolutamente riconosciuta. Elisetta da principio si mostrò renitente; ma persuasa poi da Grifone e Spinardo di Magonza suoi parenti, condescese a' voleri di Berta. E così arrivate a Parigi, Elisetta si sposò con Pipino invece di Berta. La qual Berta intanto, di consiglio de' detti due Maganzesi, s'era fermata in un luogo vicino a Parigi, con pensiero fermato condetti Maganzesi di quindi occultamente partirsi e tornarsene alla patria con l'ajuto de' medesimi. Ma questi la tradirono, perchè, invece di servirla alla volta della patria sua, l'inviarono ad un bosco, con ordini a quelli, che la conducevano, che l'uccidessero. Ma costoro, mossi a pietà, in vece d'ucciderla, la spogliarono e legata ad un albero la lasciarono in preda alla fortuna e tornarono ai Maganzesi, dicendo che l'avevano uccisa. I Maganzesi, per occultare sì atroce delitto, fecero morire tutti quei sicarî, avendo prima anche d'arrivare a Parigi, fatte ritornare in Ungheria tutte le dame ed altre persone, non complici nè consapevoli di sì grande scelleraggine. Berta, intanto che se ne stava così legata, dolendosi e lamentandosi, fu sentita da un tal Lamberto, cacciatore del Re Pipino. Costui, seguitando la voce, si condusse dove stava Berta legata all'albero; e scioltala, alla propria casa la condusse, e la consegnò alla moglie, vestendola d'abiti vili e conformi alla possibilità di lui ed alla povera condizione, della quale Berta disse d'essere. Qui stette Berta cinque anni. Nel qual tempo guadagnò molti danari, di filare ed altri lavori, che insieme colle figliuole di Lamberto faceva. Avvenne un giorno, che essendo Pipino a caccia, si condusse solo alla casa di Lamberto: ove, veduta Berta, s'invaghì di lei, e con essa si congiunse sopra ad un suo carro. Nel qual congiungimento fu generato Carlo, così detto dal medesimo carro. In tale occasione Berta scoperse a Pipino il tradimento dei Maganzesi, narrandogli tutto il seguito. Per lo che Pipino fece abbruciare Elisetta ed una mano di Maganzesi e rimesse nel trono Berta. Da questa favolosa istoria nacque il proverbio:Non è più il tempo che Berta filava, ossia, non è più il tempo che Berta stava nelle selve filando e ricamando, per dire che le cose son mutate di bene in male.»[2]Un villano aveva seco una capra, de' cavoli e un lupo. Giunse ad una fiumana, che si passava in zattera. Nella zattera entrava soltanto il villano ed una delle tre cose per volta. Come fare? Se lasciava capra e lupo insieme, addio capra! se capra e cavoli, addio cavoli! se portava all'altra riva la capra sola, durante il terzo viaggio si sarebbe rinnovato uno de' due pericoli. Come salvar capra e cavoli? Traghettò prima la capra; quindi tornò a prendere i cavoli. Sbarcati questi, riprese seco la capra, che lasciò sola mentre traghettava il lupo, e che poi venne a riprendere.[3]Nota la somiglianza col mito di Giuseppe ebreo. Confronta con la Novella quinta della Deca seconda[i]degliEcatommitidiGiambattista Giraldi.—«Cicilia ama Rinieri e diviene celatamente sua moglie: s'ingravida di lui. Il padre la dà nelle mani ad uno, che l'uccida; il quale le dona la vita. Ella partorisce un figliuolo. Rinieri ritruova il padre, che l'ha data ad essere uccisa. Egli è preso e condannato alla morte. La figliuola lo libera, e con somma letizia si gode con Rinieri»—Ecco il brano d'esta novella, che corrisponde alla nostra:—«La giovane infelice, credendosi di andare a piacere, si mise in cammino con coloro, che la menavano alla morte. S'inviò il Maltrova verso Ravenna e giunto in un foltissimo bosco, fingendo egli che si fosse spezzato uno dei legni della carretta, disse alla moglie ed alla giovane che scendessino, acciò ch'egli il legno rotto racconciasse. Scesero le due donne e poi che Cicilia fu in terra, la prese il Maltrova per un braccio e le disse:Raccomanda l'anima tua a iddio[ii];chè quì, per le mie mani ti convien morire. A queste parole rimase come morta la giovane; e datasi a piangere e gridar forte,Ahi Maltrova, disse, sono queste le nozze a che condurmi vuoi? si trattano così le pari mie?—Sì, disse lo scellerato,così si trattano quelle, che senza riguardo dell'onor delle famiglie fanno quello che hai fatto tu, malvagia femmina; e qui le nozze ti si faranno, che ti si convengono.Conobbe a queste parole la misera, che il padre si era avveduto del suo fallo; e che perciò l'avea data a colui, che l'uccidesse. Ma con tutto ciò si gittò la infelice ginocchioni avanti il Maltrova, e piangendo disse:Io non niego di non avere errato, ma nondimeno io non offesimai te, nè vergogna ti feci onde tu ne debba far vendetta. Deh, se non vuoi pietade aver di me, abbi almen pietà della infelice creatura, che nel mio ventre si chiude, e non voler dar morte, oltre a me, a chi non peccò mai e non è ancor nato.E quindi rizzatasi, volta alla crudel vecchia:Ahi madre mia, disse, non consentite, vi prego, che io sia dal vostro marito, a cui io sempre giovai, come sapete, sì crudelmente morta.La spietata vecchia niente altro disse, che:Se tuo padre non ha avuto pietà di te, vuoi tu che l'abbiam noi? Morire hai; però cerca di non perdere insieme col corpo l'anima.Allora il Maltrova la prese per gli capelli, e alzò la spada per levarle la testa. A questo atto si mosse a compassion della giovane quella vecchia, in cui mai non avea potuto pietà, e prese il braccio al marito, e disse alla misera giovane:Quando di andartene tanto lontana tu ci prometta, che alcuno non ti conosca e che non abbi a dir giammai chi tu ti sia, ti farò donar la vita.La giovane, cui parve che questa fosse una voce caduta dal cielo, promisele e giurolle per dio di così fare. Allora la vecchia dispose, benchè malagevolmente, il marito a non la uccidere; ma, cavatole la veste di zendado, e tutti quegli ornamenti che poteano dare indizio di nobiltà, la lasciò in sola camiscia. La vecchia pure le diè una sua gonnelluccia molto logora, di che ella si vestì; ed il Maltrova, lasciatala nel bosco sola, e montato sulla carretta, via se n'andò co' panni della infelice giovane e con tutto quello che Messer Orazio a questo fine gli avea dato.»—[Confronta anche con la Novella quinta della Deca decima:—«Alfonso Gravina manda un suo servitore, che gli conduca la moglie da Napoli in contado. Il malvagio, fingendo che il marito gli abbia commesso che l'uccida per istrada, le promette la vita, s'ella gli vuol compiacere di sè. Vuol piuttosto la donna essere uccisa, che mancare di fede al marito. Ella in quella angoscia è liberata dalle mani del traditore da un cortese cavaliere. Il servo dice al signore, che ella da un suo drudo gli è stata tolta. Il marito sel crede e perciò brama di gastigar la moglie. Si conosce finalmente il servo malvagio e la donna fedele e il fraudolento ha la pena della sua malvagità.»—] Luigi Groto, il Cieco d'Adria, nella favola pastoraleIl pentimento amoroso, fa che Ergasto pastore commetta a Melibeo capraio, suo servo, di ammazzar la Filovevia, Ninfa di lui tenerissima, per riguardo della quale niun'altra vuol impacciarsi seco.Oltre a ciò son sì stanco e son sì sazioDe la importunità, de la seccaggineDi questa Ninfa (che, già tanto spazio,Qual volta mi ritrova, supplicandomiE sospirando e piangendo mi sèguita,Mi prega, m'importuna e mi sollecita),Che più non posso patirla; e non dubitoChe tolta via costei mille non m'amino.Onde ho conchiuso al tutto di levarmelaDinanzi agli occhi. Io farò, che ti seguitiElla, ove tu vorrai. Tu, allor conducilaIn mezzo ai boschi più selvaggi et asperi,Tra faggi antichi e querce solitarie,Dove raggi di sol giammai non entrano.Falle por giù l'arco e gli strali e prendilaQuivi dapoi senza pietade e uccidila;Ch'io di mia man non la potrei uccidere,Che so pur quanto ella m'ha amato e amami.Mora. E mora con lei la mia durissimaSorte, di non trovar Ninfe che m'amino.Mora. E mora con lei l'amor suo, che odio,Ch'è sol cagion di tutto 'l mio discomodo,Che a fin può sol con la sua vita giungere.Melibeo.Ah non fia meglio ferirla in tal essere,Ch'ella non muora, ma faccia altri vivere?Ergasto.Sei pazzo. Lascia pur gli scherzi e secaleTosto le canne de la gola e portamiIl coltel tinto del suo sangue, e servimi,Chè questo è il gran servigio ch'io desidero.Ergasto muove la Filovevia ad accompagnar Melibeo, dicendole che gli abbisogna un'erba, la quale, colta da una vergine, muove ogni Ninfa ad amar quei che la porta addosso; così sarà amato dalla Dieromena. La Filovevia ha la dabbenaggine di consentire a procacciargli ciò, che deve servir contro di lei; e s'incammina col caprajo.Filovevia.Quanto siam lungi dal loco ove nasconoL'erbe?Melibeo.Or or vi sarem.Filovevia.Dove mi meni tu?Che vie son queste selvagge, difficiliEt erme, dove non appar vestigioDi piede umano? Non mi basta l'animoDi poter più tornar fuor.Melibeo.Sarà augurioIl tuo.Filovevia.Che dici?Melibeo.Io dico, che 'l mio animoÈ come il tuo; pur, se vogliamo coglierle,Bisogna andar dov'elle si ritrovano.Filovevia.Dunque la maga v'ha detto certissimo,Che quell'erbe faran che Dieromena,Ami Ergasto?Melibeo.Giurato anco per Ecate.Filovevia.O sventurata me, che vado a cogliereLa mia morte!Melibeo.Verissimo!Filovevia.E pur forza miÈ andar, che amor può più che morte.Melibeo.Fermati,Che siam dov'è quanto cerchiamo. ScingitiLa faretra e pon giù l'arco. Non possonoTener ferro nè legno adosso quelle, cheColgon quest'erbe.Filovevia.Ecco fatto.Melibeo.Benissimo.Filovevia.Che vuoi far di cotesta fune?Melibeo.ProssimaSei a vederlo.Filovevia.Ah traditor! che imaginiDi far? A chi dich'io?Melibeo.Gridate, pecore:Be, Be; gridate ancor.Filovevia.Perchè mi leghi tuA questo tronco? Ahimè così s'ingannan leNinfe; così i pastori s'ubbediscono?S'Ergasto non t'ha dato cotesto ordineDi levarmi l'onor, perch'io non abbiaViso mai più di comparir tra gli uomini!Melibeo.Ninfa, non ti turbar, che non dei perdereL'onor qui, sta di questo sicurissima.Ma ben è ver, che Ergasto tuo commessomiHa, ch'io ti debba in queste selve uccidere(Che il desio di voler erbe è una favola):Però, sostieni il colpo in pazienzia;E s'hai da dir qualche cosa, spedisciti,Acciò che io possa far poi questo ufficio.Filovevia.Or veggo ben, ch'Ergasto m'è amicissimo,Ch'ha pietà del mio mal, poi che levarmeneVuol con la morte assai minor mal.Melibeo.GuardimiPur dio da tali amici!Filovevia.Io ti ringrazio,Ergasto, de la tua pietà. RicordatiBen, che se vuoi la mia morte pensandotiD'ingiurïarmi, t'inganni; che ingiuriaFai a te, non a me, però che sendo laMia vita, non più mia, ma tua, tu perdereDevi, non io. Dapoi, se del mio strazio,Se del mio pianto ti pasci, perdendomiDi che ti pascerai? Corri pericolo,Che 'l mio morir produca il tuo, mancandotiQuel cibo, onde tu vivi. Se per odioIl fai, crudel, che dispiacer conosci tuDa me? se così affliggi quei che t'amano,Che pena dei tu dare a chi t'ha in odio?Ma che accadeva, o Melibeo, a questi arboriLegarmi? Non sai tu, ch'io son legata daL'amor d'Ergasto con sì indissolubiliE forti lacci, ch'io non posso muovermi?Melibeo.Voglio dar morte al corpo, non a l'anima.E perchè i buoi ch'io governo m'aspettano(Che questa è l'ora ch'io li meno a bevere)Però vorrei che finissi. E perdonamiS'io son crudel contra te, che è mio debitoUbidir chi mi tien al suo servizio.Filovevia.Io, Melibeo, ti perdono e scusoti,Chè tu ubbidisci a quello, a cui io similementeho sempre ubbidito; e s'egli dettomiAvesse ancor, ch'io mi dovessi uccidereDi mia man, l'avrei fatto. Di te dolgomi,Ergasto, ben, che non mi festi intendereCotesto, quand'io stava in tua presenzia,Acciò ch'io avessi almen potuto pascermiAvanti il mio morir della dolcissimaTua vista a voglia mia, come suol pascersiDe la vista del sole anzi il suo incendioLa fenice. Mi doglio, che ingannata miAbbi, senza pensar, che comandarmeloPotevi apertamente; e mi rammarico,Che non abbi voluto farmi graziaAlmen, ch'io mora nella tua presenzia.O che dolce morir! Ma ben dolcissimoSarebbe stato poi se di tua propriaMan, poichè non volesti farmi vivere,(Chè viver chiamo il vivere in tua grazia)Ti fossi contentato almen di uccidermi.Melibeo.Ninfa, che fai? Su, bisogna risolversi,Poi ch'ho poi altro che fare. ComandamiUn'altra volta, quand'io avrò più ozio.Vuoi dir altro mentr'io m'alzo le maniche?Filovevia.O dei, abbiate voi pietà de l'animaMia, poi ch'altri non ha voluto averla delCorpo. Di ciò vi prego e poi vi supplicoPerdonare ad Ergasto la mia prossimaMorte, poi ch'anch'io voglio perdonargliela.E se gli avete a dar castigo, dateloA me per lui, che il prenderò lietissima.E prego, Melibeo, quanto è possibile,Che dapoi ch'io sarò morta, tu abbiiRaccomandato il mio corpo, guardandolo,Che d'alcun non sia tocco; e riponendoloCon onestà sotterra; e s'avessi animoPur di spogliarlo, almen, ti prego, lasciagliQuella vesta che a lui sarà più prossima;Chè, s'ai vivi giovare i morti possono,Ti gioverò per questo beneficio.Ti prego ancor quanto si può, nascondereCotesto fallo, acciò che la giustiziaDel giusto Pan, che in queste selve or'abita,Non danni il mio pastore, e non lo 'nfaminoGli altri pastor, le ninfe nol puniscano.E se tu stimi di poter nasconderloMeglio, abbruciando questo corpo, abbrucialo,Che ben minor sarà quel de lo incendioChe provai viva.Melibeo.S'io sto un poco a ucciderla,Son certo che costei mi farà piangere.Filovevia.Deh, Melibeo, fammi una grazia. AppressamiA' labri (poi che tu le man legatomiHai), si ch'io 'l baci, il ferro, ch'ha da uccidermi.Melibeo.Ecco il coltel ch'ha da ferirti, bacialo.Ma prima ch'io questo coltello approssimiSolo a toccar le vene a Filovevia,Ella col suo parlar m'apre le viscere.Filovevia.O pietoso coltel, che 'l lungo strazioDi questa sventurata oggi dèi chiudere,Ti bacio e ti ringrazio. Orsù dunque, eccoti,O Melibeo, scoperto il petto; ed eccotiParato il collo. Ora a te sta lo eleggereQual vuoi ferir. Ma ben ti prego, ch'abbia,Se 'l petto vuoi ferir, gli occhi di graziaA non ferirmi il cor, non per mio comodo,Ma sol per non ferir in quella immagineDel mio pastor. Poi ch'i' sia morta, cavalo,Se puoi, intero (ch'io ti dò licenziaIn questo di toccarmi), et appresentaloAd Ergasto, che forse riconoscervipotrà gli strai d'amore e la sua imagine,E forse allor n'avrà misericordia.E digli:—«Questo è il cor di Filovevia,Che fu più tuo, che suo; per questo, meritamenteella il manda a te.»—Ma bene avvisoti,Che gli dii a poco a poco la gratissimaNova della mia morte, acciò che 'l subitoPiacer di udir, ch'io giaccia morta, similementenon tragga lui di vita. SpacciatiTosto e non mi tener di grazia a strazio.Melibeo.O ninfa, il tuo parlar non fa quell'opera,Che pensi; il tuo parlar mi cangia d'animo;Io getto il ferro; io ti disciolgo. Or vatteneDove vuoi, ch'io mai non potrei ucciderti.Filovevia.E come ubbidirai colui, che impostotiHa, che mi uccida?Melibeo.Non ci è alcun rimedioSe non un sol, che tu sola puoi porgermi.Filovevia.Deh leva me di grazia di miseria,Te d'obbligo, et Ergasto di molestia.Dapoi ch'Ergasto et io vogliamo, uccidimi.Melibeo.Deh invece de l'onor del beneficio,Ch'io ti fo, dammi tu questo rimedio.Filovevia.Qual'è?Melibeo.Che vadi sì lungi d'Arcadia,Che di te non s'intenda. Deh di graziaVattene e fammi questa grazia.Filovevia.Andrommene,Poi che ti piace, in sì lontana patria,Che mai più non sarò vista in Arcadia.Andrò tra fiere e farò esperienzia,Se Ergasto può impetrar quel, che desidera,Senza sua nè tua colpa; e so, che abbattermiNon potrò in fiera peggior d'esso.Melibeo.Or vattene.Io dirò, che t'ho ucciso; e in testimonioTingerò il ferro, per poter mostrarglielo,Nel caldo sangue d'un monton.Filovevia.Deh tingiloNel caldo sangue d'un capro e poi daglielo,E fa prova se quel sangue può rompereIl diamante. O mio dolce e nativo aere!O selve! o erbe! o arbori! restatevi.Addio, ch'io vado, e non so dove. LascioviPer non vi riveder mai più.[iii]Melibeo.RipigliatiIn terra l'arco e la faretra. Or vattene,Che una ninfa da lungi a noi s'approssima.NegliIntrighi d'Amore, commedia attribuita al Tasso (ed a ragione, come io credo), abbiamo un episodio simile nella scena settima dell'atto terzo.MAGAGNA, ERSILIAMagagna.Talchè....Ersilia.Talchè con ragion mi dolgo e posso dolere, che io sono la più scontenta tra le scontente giovani del mondo. Ahimè!..Magagna.Questo pianto è proprio come il fumo dell'arrosto, che non ti giova a niente, perchè ti bisogna venire al monastero al tuo marcio dispetto. Cammina dunque e lascia tantitalchè, se non vuoi che ti calchi con un calcatoppolo la coppola.Ersilia.Eh Magagna, il dolor non è perchè io vada al monastero; ma perchè mi manda in quest'ora così sola, senza compagnia di donne. Poteva pur tardar insino a domani.Magagna.Signora no, perchè dice quel proverbio: Il mal che tarda, piglia vizio. Avvertendosi la signora, che voi bestialmente siete innamorata di Camillo, farà bene a farvi passar di questa vita presente.Ersilia.Come di questa vita presente?Dunque mi farai morire?Magagna.Oh poffar, che m'era scappata!Ersilia.Ritorniamo a casa; che, se sarà così, mi contenterò volentieri, purchè mi conceda, che avanti la mia morte possa vedere e parlare al mio dolcissimo Camillo, il quale dà lume a questi occhi e dà spirito a queste labbra.Magagna.Tu ti pensi, con le tue parole inzuccherate, farmi tornare indietro? ma t'inganni a fè. Cammina pure, perchè la vita presente non s'intende di farti morire, ma di passarti di questa vita presente cattiva e trista, che menavi, a vita onesta e santa, come sarà al monastero.Ersilia.Eh Magagna, non si cangia pensiero per cangiar loco. Quanto più m'allontano dal raggio del mio sole, tanto più cresce in me il desiderio di scaldarmi al suo caldo. Io amo Camillo con zelo di matrimonio, e questo zelo è pur onesto e santo. Ma che cosa fai?Magagna.Mi accomodo questo pugnale, dubitando di qualche repentino assalto, perchè colui che accompagna femmine bisogna andar vigilante.Ersilia.Sicchè essendo questo mio zelo così onesto.... Ma che moti son cotesti?Magagna.Mi metto in guardia e provo come ho da investire e offender colui che per sorte ne volesse assaltare.Ersilia.E perciò sarà bene a ritornare a casa, che l'andar a quest'ora per queste strade sospette mi fa temere di alcuno inconveniente.Magagna.Tu zappi nell'acqua, se pensi di ritornar indietro. Cammina e zitta!Ersilia.Fammi questo piacere!Magagna.Non posso.Ersilia.Beato te!Magagna.Non voglio.Ersilia.Per grazia.Magagna.Non mi piace.Ersilia.Per amore!Magagna.Cammina.Ersilia.Per pietà, almeno!Magagna.Mica.Ersilia.Or come sei crudele!Magagna.Crudelissimo.Ersilia.Che ferro ti cadde dalle mani? Dove mi meni?Magagna.Orsù, già che siamo al luogo determinato in questa parte rimota, dove non saremo visti dalle genti, acconciati, Ersilia; e pazienza.Ersilia.Che pretendi di fare?Magagna.Di rompere....Ersilia.Che?Magagna.Lo stame....Ersilia.Che stame?Magagna.Vitale.Ersilia.Che vitale, che vuoi?Magagna.Voglio....Ersilia.Che cosa?Magagna.Pertugiare.Ersilia.Che?Magagna.Il donne....Ersilia.Che donne?Magagna.Vuoi la palla mo'? Acconciati e zitta.Ersilia.Se pensi offendermi l'onor mio, morrò più presto.Magagna.Non voglio cotesto.Ersilia.Ma che vuoi?Magagna.Entrare....Ersilia.Dove?Magagna.Al cuore.Ersilia.Di chi?Magagna.Sei stata mai uccisa tu?Ersilia.Io no.Magagna.Hai parlato con nessun altro, che fosse stato ucciso?Ersilia.Nè anco: perchè?Magagna.Acciò ti fossi informata della strada, per la quale si cammina alla morte.Ersilia.Ahimè, mi avvedo che mi vuoi far morire.Magagna.Penso di sì.Ersilia.E perchè, Magagna mia, e perchè tanta crudeltà?Magagna.Non ti bisogna piùmio, nècrudeltà; raccomandati l'anima e finiamola.Ersilia.Io morire? Io morire per le mani tue, Magagna? E perchè? che t'ho fatto io? qual cagion ti move? qual ragion hai?Magagna.Risolviti presto; e dimmi come vuoi che ti uccida; sotto, da mezzo, o di sopra.Ersilia.Se non burli, Magagna, come è tuo costume, dimmi il vero, che cosa ti spinge a volermi uccidere? Io so, che non ti offesi mai, anzi ti ho giovato sempre. Da te, come da te, non hai cagione di farlo. La signora, se bene è matrigna, e non madre, non sarà. Camillo mio nè anco.Magagna.A che fine lo vuoi sapere, se a te non serve più di sapere le cose di questo mondo, avendo da passare all'altro? Acconciati su, cala la testa, e a perdonare!Ersilia.Deh! ferma di grazia, fermati per cortesia, Magagna.Magagna.Son sordo.Ersilia.Una parola.Magagna.Non sento.Ersilia.Sei Turco? sei Barbaro?Magagna.Turco e Barbaro. Levati, che ti dò.Ersilia.Eh per vita tua, te ne prego, te ne supplico; ascolta una parola.Magagna.Or dì presto; chè non vorrei, che col tardare si raffreddasse il caldo del mio furore.Ersilia.Dimmi di grazia, chi t'ha ordinato, che mi uccida?Magagna.Pur siamo al medesimo: or leva, e non più parole.Ersilia.È stata la signora, Magagna?Magagna.Non so.Ersilia.È stato Camillo mio, che sdegnato forse dell'indebite ingiurie dategli per Cornelia, e d'averlo scacciato di casa, comincerà a vendicarsi contra di me?Magagna.Non so.Ersilia.Se sarà così, morrò contentissima, morendo in soddisfazion di colui, che per soddisfarlo, mi sarebbe poco pigliar mille morti per amor suo.Magagna.Vuoi altro che questo? Acconciati e spediamola.Ersilia.Fammi un'altra grazia, Magagna mio; legami le mani e i piedi a questa colonna mezza rovinata, e ritorna a chiamare Camillo: acciò lo possa pregare, che mi uccida di sua propria mano, per morir contentissima; o almeno, che io veda quegli occhi soavi, prima che io muoja.Magagna.Quietati; chè non è Camillo che ti fa morire; ma, per dirla in breve, la signora Cornelia è causa che, amando più che la vita sua Camillo, ella disegnava pigliarselo per marito, e tu avendogli guastato il giuoco per le mani, ti darà scaccomatto di pedina.Ersilia.Et io morrò per questo? Ah Cornelia, Cornelia, che non da matrigna, ma da propria madre t'ho servita e onorata sempre, s'era tale il tuo disegno, me lo dovevi dire, che tu contenta e io contentissima restava in un tratto, bastandomi solo il mio Camillo nell'istessa casa, dove se non come marito, l'avrei almeno come signore servito. Ahi che è vero, che nessuna matrigna fu buona!Magagna.Orsù, non più parole; fermati che io alzo.Ersilia.Aspetta un poco per pietà, in fin che dica due altre parole.Magagna.Ma siano brevi; e presto, chè io intanto passeggio.Ersilia.In che orrendo spettacolo ti vedi, o Ersilia infelicissima! Oh cara mia madre, s'ora mi vedessi! Ed o Alessandro, mio carissimo padre, dove sei? che riaccasandosi con Cornelia, morendo poi mi lasciasti piccola, raccomandata tanto a questa crudele Medea! Vedi, vedi, che ora mi fa condurre al macello, e in man di chi? in man d'un vilissimo servo. Deh! spietata la mia sorte, poichè volesti che io morissi di mala morte, dovevi far almeno che io morissi o per man del mio Camillo, o d'altri della qualità mia. Giorno infelice, che io nacqui! perchè non mi affogai nella culla? poichè per amor io moro. Nè perchè mora mi doglio, ma perchè, ferendosi questo petto, s'offenderà la bell'immagine del mio bellissimo Cammillo, che vivamente vi sta impressa. Perdonami, Cammillo, se per me pati questa offesa; e ti prego a ricordarti, che quanto maggiormente si puote amarti, t'ho amato io.[iv]Magagna.Troppo sei lunga; non accade più aspettare. Io mi risolvo in ogni modo di darti.Ersilia.Deh, Magagna, che crudeltà è questa? Che ti ho fatto io? ricordati pure, che tu eri servo di mia madre; pensa all'affezion grande che ti portava mio padre. Considera che tu m'hai cresciuta sopra coteste braccia, e ora sarai micidiale quasi di te stesso? quasi del tuo sangue?Magagna.È troppo il vero, ahimè!Ersilia.Non sai, che sempre t'ho sovvenuto? Non ti ricordi, che ti ho difeso? Chi riparava a' tuoi danni, se non io? La mia borsa non ti fu sempre aperta? Che m'hai cerco, che non ti ho dato? Insino alle camice ti ho conce di mia mano.Magagna.È troppo il vero. Uh, Uh, Uh!Ersilia.Io ti faceva mangiar per tempo; ti serbavo anco le reliquie della tavola; ti ho riputato da fratello, ti ho amato da sorella; e ora tu, che dovevi essere il riparo della mia vita, il difensoredella mia persona, hai animo di uccidere una povera innocente, infelice pupilla? Ahimè, come non piangi di compassione?Magagna.Non pianger più, chè mi tiri l'anima dall'antiporta del cuore. Io me ne pento: ecco qua il pugnale, uccidimi tu, perchè il torto è il mio, la ragione è tua; ovvero mettiamo mano al rimedio per salvar l'uno e l'altra.Ersilia.Il rimedio è facile. Lasciami andare, ch'io ti prometto partirmi di qua, con proposito di non ritornarvi mai più.Magagna.«Aspetta, pensa e poi fa»—dice il proverbio. Come faremo, che io mi trovo promesso alla Signora di portarle la vostra testa con i vestiti insanguinati? E se io non eseguisco a punto quanto mi ha detto, oltre il pericolo d'esser cacciato, perdo l'occasione di copularmi con essa. Perchè, per dirla, s'era appuntato fra di noi, che uccisa Ersilia, io, arso per amarla, entravo al suo arsenale, cioè che me la pigliavo per mogliera.Ersilia.Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio padre?Magagna.Conosco.Ersilia.Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate, mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.Magagna.Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile. Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada, alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia: la Moglie giudice e parte, è una storia popolare diffusissima. In essa troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglieCon due sue damigelle, empie canaglie;E quando in mezzo[v]al mar l'onda ti accoglie,Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie.Lagrime non curar, nè finte doglie,Perchè le donne sono tutte quaglie,Che ti faranno smorfie e meraviglie:Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»—Indi intima alla moglie e damigelle,Di parco cibo non ancor satolle,Che senza farsi nè lisciate e belle,Le aspetta di Gaeta al piè del colle.Vanno quelle innocenti meschinelle,Che il Prence di veder desio le bolle.E nell'entrar del mar nell'ampia valle,Le portò il marinar sopra le spalle.Il Principe montò l'altra filuca,E la sposa mirò come nemica,Che non sa dove il fato or la conduca;Lo chiamava: ma indarno è la fatica.Fero le damigelle in mar la buca,Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica:—«Empî, che fate?»—in guardatura bieca,Ma bella, che pareva Elena greca.Poi presero Fiorlinda allora allora,Ma tutti quasi con ridente cera;Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora,Cenar con Teti in questa propria sera.»—Ma lei si smania e strazia e si addolora,Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»—Prega, singhiozza, lagrima e sospira,Che d'un tigre averìa[vi]placata l'ira.Era quel marinar pien di clemenza,E immobil stette con la sua costanza,E solo di salvarla il modo penza (sic)E vivere sicur nella sua stanza.Attribuì del mare all'inclemenzaE l'impeto suo proprio[vii]e l'incostanza.La spoglia e poi da marinar l'acconza,E la portò nell'isola di Ponza.L'altra mattina addolorata e mestaRitornò la filuca alla sua costa,Riportando a quel principe la vesta,Che per la sposa sua fu fatta a posta.Nel mirar questa spoglia atra e funestaA deliquio mortal quasi si accosta,Toglierla comandò dalla sua vistaE nel proprio dolor piange e si attrista[viii].
[1]Variante assai più compita della Fiaba precedente, intitolata:Il Re che andava a caccia. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci. Vedi quel che dice non so quale dei due Grimm a proposito dell'interessantissima tradizione popolare contenuta in questa fiaba, nell'introduzione alla traduzione tedesca delPentamerone, fatta dal Liebrecht. È in fondo una cosa stessa conLa Scatola di cristallo, Novellina popolare Sanese, raccolta daGiuseppe Pitré.Palermo, tip. del Giornale di Sicilia, 1875. Questa versione del Nerucci contiene degli episodi forse appartenenti ad altre fiabe. Vedi, nelle note al Malmantile, secondo cantare, stanza sesta, la spiegazione del proverbio:Non è più 'l tempo che Berta filava, dove c'è qualcosa che ricorda anche il nostroRe Avaro ed il Luccio:—«Pipino, Re di Francia, per mezzo di suoi Ambasciatori sposò Berta dal Grampiè, figliuola di Filippo, Re d'Ungheria: la quale, avendo saputo, che questo suo sposo era brutto e nero, mal volentieri s'accomodava a dare il consenso; ma pare, vinta dalla reverenza dovuta al padre, condescese. Arrivata in Francia, lasciandosi governare dal giovenil sentimento, richiese Elisetta di Magonza, sua segretaria (la quale d'Ungheria, dove era nata del Conte Guglielmo di Magonza, ribelle di Francia, se ne veniva con Berta a Parigi) che volesse, fingendosi la sua persona, in sua vece sposarsi con Pipino, il quale, e per la somiglianza che era fra lor due, e per non aver Pipino mai veduta Berta, non l'avrebbe assolutamente riconosciuta. Elisetta da principio si mostrò renitente; ma persuasa poi da Grifone e Spinardo di Magonza suoi parenti, condescese a' voleri di Berta. E così arrivate a Parigi, Elisetta si sposò con Pipino invece di Berta. La qual Berta intanto, di consiglio de' detti due Maganzesi, s'era fermata in un luogo vicino a Parigi, con pensiero fermato condetti Maganzesi di quindi occultamente partirsi e tornarsene alla patria con l'ajuto de' medesimi. Ma questi la tradirono, perchè, invece di servirla alla volta della patria sua, l'inviarono ad un bosco, con ordini a quelli, che la conducevano, che l'uccidessero. Ma costoro, mossi a pietà, in vece d'ucciderla, la spogliarono e legata ad un albero la lasciarono in preda alla fortuna e tornarono ai Maganzesi, dicendo che l'avevano uccisa. I Maganzesi, per occultare sì atroce delitto, fecero morire tutti quei sicarî, avendo prima anche d'arrivare a Parigi, fatte ritornare in Ungheria tutte le dame ed altre persone, non complici nè consapevoli di sì grande scelleraggine. Berta, intanto che se ne stava così legata, dolendosi e lamentandosi, fu sentita da un tal Lamberto, cacciatore del Re Pipino. Costui, seguitando la voce, si condusse dove stava Berta legata all'albero; e scioltala, alla propria casa la condusse, e la consegnò alla moglie, vestendola d'abiti vili e conformi alla possibilità di lui ed alla povera condizione, della quale Berta disse d'essere. Qui stette Berta cinque anni. Nel qual tempo guadagnò molti danari, di filare ed altri lavori, che insieme colle figliuole di Lamberto faceva. Avvenne un giorno, che essendo Pipino a caccia, si condusse solo alla casa di Lamberto: ove, veduta Berta, s'invaghì di lei, e con essa si congiunse sopra ad un suo carro. Nel qual congiungimento fu generato Carlo, così detto dal medesimo carro. In tale occasione Berta scoperse a Pipino il tradimento dei Maganzesi, narrandogli tutto il seguito. Per lo che Pipino fece abbruciare Elisetta ed una mano di Maganzesi e rimesse nel trono Berta. Da questa favolosa istoria nacque il proverbio:Non è più il tempo che Berta filava, ossia, non è più il tempo che Berta stava nelle selve filando e ricamando, per dire che le cose son mutate di bene in male.»
[2]Un villano aveva seco una capra, de' cavoli e un lupo. Giunse ad una fiumana, che si passava in zattera. Nella zattera entrava soltanto il villano ed una delle tre cose per volta. Come fare? Se lasciava capra e lupo insieme, addio capra! se capra e cavoli, addio cavoli! se portava all'altra riva la capra sola, durante il terzo viaggio si sarebbe rinnovato uno de' due pericoli. Come salvar capra e cavoli? Traghettò prima la capra; quindi tornò a prendere i cavoli. Sbarcati questi, riprese seco la capra, che lasciò sola mentre traghettava il lupo, e che poi venne a riprendere.
[3]Nota la somiglianza col mito di Giuseppe ebreo. Confronta con la Novella quinta della Deca seconda[i]degliEcatommitidiGiambattista Giraldi.—«Cicilia ama Rinieri e diviene celatamente sua moglie: s'ingravida di lui. Il padre la dà nelle mani ad uno, che l'uccida; il quale le dona la vita. Ella partorisce un figliuolo. Rinieri ritruova il padre, che l'ha data ad essere uccisa. Egli è preso e condannato alla morte. La figliuola lo libera, e con somma letizia si gode con Rinieri»—Ecco il brano d'esta novella, che corrisponde alla nostra:—«La giovane infelice, credendosi di andare a piacere, si mise in cammino con coloro, che la menavano alla morte. S'inviò il Maltrova verso Ravenna e giunto in un foltissimo bosco, fingendo egli che si fosse spezzato uno dei legni della carretta, disse alla moglie ed alla giovane che scendessino, acciò ch'egli il legno rotto racconciasse. Scesero le due donne e poi che Cicilia fu in terra, la prese il Maltrova per un braccio e le disse:Raccomanda l'anima tua a iddio[ii];chè quì, per le mie mani ti convien morire. A queste parole rimase come morta la giovane; e datasi a piangere e gridar forte,Ahi Maltrova, disse, sono queste le nozze a che condurmi vuoi? si trattano così le pari mie?—Sì, disse lo scellerato,così si trattano quelle, che senza riguardo dell'onor delle famiglie fanno quello che hai fatto tu, malvagia femmina; e qui le nozze ti si faranno, che ti si convengono.Conobbe a queste parole la misera, che il padre si era avveduto del suo fallo; e che perciò l'avea data a colui, che l'uccidesse. Ma con tutto ciò si gittò la infelice ginocchioni avanti il Maltrova, e piangendo disse:Io non niego di non avere errato, ma nondimeno io non offesimai te, nè vergogna ti feci onde tu ne debba far vendetta. Deh, se non vuoi pietade aver di me, abbi almen pietà della infelice creatura, che nel mio ventre si chiude, e non voler dar morte, oltre a me, a chi non peccò mai e non è ancor nato.E quindi rizzatasi, volta alla crudel vecchia:Ahi madre mia, disse, non consentite, vi prego, che io sia dal vostro marito, a cui io sempre giovai, come sapete, sì crudelmente morta.La spietata vecchia niente altro disse, che:Se tuo padre non ha avuto pietà di te, vuoi tu che l'abbiam noi? Morire hai; però cerca di non perdere insieme col corpo l'anima.Allora il Maltrova la prese per gli capelli, e alzò la spada per levarle la testa. A questo atto si mosse a compassion della giovane quella vecchia, in cui mai non avea potuto pietà, e prese il braccio al marito, e disse alla misera giovane:Quando di andartene tanto lontana tu ci prometta, che alcuno non ti conosca e che non abbi a dir giammai chi tu ti sia, ti farò donar la vita.La giovane, cui parve che questa fosse una voce caduta dal cielo, promisele e giurolle per dio di così fare. Allora la vecchia dispose, benchè malagevolmente, il marito a non la uccidere; ma, cavatole la veste di zendado, e tutti quegli ornamenti che poteano dare indizio di nobiltà, la lasciò in sola camiscia. La vecchia pure le diè una sua gonnelluccia molto logora, di che ella si vestì; ed il Maltrova, lasciatala nel bosco sola, e montato sulla carretta, via se n'andò co' panni della infelice giovane e con tutto quello che Messer Orazio a questo fine gli avea dato.»—[Confronta anche con la Novella quinta della Deca decima:—«Alfonso Gravina manda un suo servitore, che gli conduca la moglie da Napoli in contado. Il malvagio, fingendo che il marito gli abbia commesso che l'uccida per istrada, le promette la vita, s'ella gli vuol compiacere di sè. Vuol piuttosto la donna essere uccisa, che mancare di fede al marito. Ella in quella angoscia è liberata dalle mani del traditore da un cortese cavaliere. Il servo dice al signore, che ella da un suo drudo gli è stata tolta. Il marito sel crede e perciò brama di gastigar la moglie. Si conosce finalmente il servo malvagio e la donna fedele e il fraudolento ha la pena della sua malvagità.»—] Luigi Groto, il Cieco d'Adria, nella favola pastoraleIl pentimento amoroso, fa che Ergasto pastore commetta a Melibeo capraio, suo servo, di ammazzar la Filovevia, Ninfa di lui tenerissima, per riguardo della quale niun'altra vuol impacciarsi seco.
Ergasto muove la Filovevia ad accompagnar Melibeo, dicendole che gli abbisogna un'erba, la quale, colta da una vergine, muove ogni Ninfa ad amar quei che la porta addosso; così sarà amato dalla Dieromena. La Filovevia ha la dabbenaggine di consentire a procacciargli ciò, che deve servir contro di lei; e s'incammina col caprajo.
NegliIntrighi d'Amore, commedia attribuita al Tasso (ed a ragione, come io credo), abbiamo un episodio simile nella scena settima dell'atto terzo.
MAGAGNA, ERSILIA
Magagna.Talchè....
Ersilia.Talchè con ragion mi dolgo e posso dolere, che io sono la più scontenta tra le scontente giovani del mondo. Ahimè!..
Magagna.Questo pianto è proprio come il fumo dell'arrosto, che non ti giova a niente, perchè ti bisogna venire al monastero al tuo marcio dispetto. Cammina dunque e lascia tantitalchè, se non vuoi che ti calchi con un calcatoppolo la coppola.
Ersilia.Eh Magagna, il dolor non è perchè io vada al monastero; ma perchè mi manda in quest'ora così sola, senza compagnia di donne. Poteva pur tardar insino a domani.
Magagna.Signora no, perchè dice quel proverbio: Il mal che tarda, piglia vizio. Avvertendosi la signora, che voi bestialmente siete innamorata di Camillo, farà bene a farvi passar di questa vita presente.
Ersilia.Come di questa vita presente?Dunque mi farai morire?
Magagna.Oh poffar, che m'era scappata!
Ersilia.Ritorniamo a casa; che, se sarà così, mi contenterò volentieri, purchè mi conceda, che avanti la mia morte possa vedere e parlare al mio dolcissimo Camillo, il quale dà lume a questi occhi e dà spirito a queste labbra.
Magagna.Tu ti pensi, con le tue parole inzuccherate, farmi tornare indietro? ma t'inganni a fè. Cammina pure, perchè la vita presente non s'intende di farti morire, ma di passarti di questa vita presente cattiva e trista, che menavi, a vita onesta e santa, come sarà al monastero.
Ersilia.Eh Magagna, non si cangia pensiero per cangiar loco. Quanto più m'allontano dal raggio del mio sole, tanto più cresce in me il desiderio di scaldarmi al suo caldo. Io amo Camillo con zelo di matrimonio, e questo zelo è pur onesto e santo. Ma che cosa fai?
Magagna.Mi accomodo questo pugnale, dubitando di qualche repentino assalto, perchè colui che accompagna femmine bisogna andar vigilante.
Ersilia.Sicchè essendo questo mio zelo così onesto.... Ma che moti son cotesti?
Magagna.Mi metto in guardia e provo come ho da investire e offender colui che per sorte ne volesse assaltare.
Ersilia.E perciò sarà bene a ritornare a casa, che l'andar a quest'ora per queste strade sospette mi fa temere di alcuno inconveniente.
Magagna.Tu zappi nell'acqua, se pensi di ritornar indietro. Cammina e zitta!
Ersilia.Fammi questo piacere!
Magagna.Non posso.
Ersilia.Beato te!
Magagna.Non voglio.
Ersilia.Per grazia.
Magagna.Non mi piace.
Ersilia.Per amore!
Magagna.Cammina.
Ersilia.Per pietà, almeno!
Magagna.Mica.
Ersilia.Or come sei crudele!
Magagna.Crudelissimo.
Ersilia.Che ferro ti cadde dalle mani? Dove mi meni?
Magagna.Orsù, già che siamo al luogo determinato in questa parte rimota, dove non saremo visti dalle genti, acconciati, Ersilia; e pazienza.
Ersilia.Che pretendi di fare?
Magagna.Di rompere....
Ersilia.Che?
Magagna.Lo stame....
Ersilia.Che stame?
Magagna.Vitale.
Ersilia.Che vitale, che vuoi?
Magagna.Voglio....
Ersilia.Che cosa?
Magagna.Pertugiare.
Ersilia.Che?
Magagna.Il donne....
Ersilia.Che donne?
Magagna.Vuoi la palla mo'? Acconciati e zitta.
Ersilia.Se pensi offendermi l'onor mio, morrò più presto.
Magagna.Non voglio cotesto.
Ersilia.Ma che vuoi?
Magagna.Entrare....
Ersilia.Dove?
Magagna.Al cuore.
Ersilia.Di chi?
Magagna.Sei stata mai uccisa tu?
Ersilia.Io no.
Magagna.Hai parlato con nessun altro, che fosse stato ucciso?
Ersilia.Nè anco: perchè?
Magagna.Acciò ti fossi informata della strada, per la quale si cammina alla morte.
Ersilia.Ahimè, mi avvedo che mi vuoi far morire.
Magagna.Penso di sì.
Ersilia.E perchè, Magagna mia, e perchè tanta crudeltà?
Magagna.Non ti bisogna piùmio, nècrudeltà; raccomandati l'anima e finiamola.
Ersilia.Io morire? Io morire per le mani tue, Magagna? E perchè? che t'ho fatto io? qual cagion ti move? qual ragion hai?
Magagna.Risolviti presto; e dimmi come vuoi che ti uccida; sotto, da mezzo, o di sopra.
Ersilia.Se non burli, Magagna, come è tuo costume, dimmi il vero, che cosa ti spinge a volermi uccidere? Io so, che non ti offesi mai, anzi ti ho giovato sempre. Da te, come da te, non hai cagione di farlo. La signora, se bene è matrigna, e non madre, non sarà. Camillo mio nè anco.
Magagna.A che fine lo vuoi sapere, se a te non serve più di sapere le cose di questo mondo, avendo da passare all'altro? Acconciati su, cala la testa, e a perdonare!
Ersilia.Deh! ferma di grazia, fermati per cortesia, Magagna.
Magagna.Son sordo.
Ersilia.Una parola.
Magagna.Non sento.
Ersilia.Sei Turco? sei Barbaro?
Magagna.Turco e Barbaro. Levati, che ti dò.
Ersilia.Eh per vita tua, te ne prego, te ne supplico; ascolta una parola.
Magagna.Or dì presto; chè non vorrei, che col tardare si raffreddasse il caldo del mio furore.
Ersilia.Dimmi di grazia, chi t'ha ordinato, che mi uccida?
Magagna.Pur siamo al medesimo: or leva, e non più parole.
Ersilia.È stata la signora, Magagna?
Magagna.Non so.
Ersilia.È stato Camillo mio, che sdegnato forse dell'indebite ingiurie dategli per Cornelia, e d'averlo scacciato di casa, comincerà a vendicarsi contra di me?
Magagna.Non so.
Ersilia.Se sarà così, morrò contentissima, morendo in soddisfazion di colui, che per soddisfarlo, mi sarebbe poco pigliar mille morti per amor suo.
Magagna.Vuoi altro che questo? Acconciati e spediamola.
Ersilia.Fammi un'altra grazia, Magagna mio; legami le mani e i piedi a questa colonna mezza rovinata, e ritorna a chiamare Camillo: acciò lo possa pregare, che mi uccida di sua propria mano, per morir contentissima; o almeno, che io veda quegli occhi soavi, prima che io muoja.
Magagna.Quietati; chè non è Camillo che ti fa morire; ma, per dirla in breve, la signora Cornelia è causa che, amando più che la vita sua Camillo, ella disegnava pigliarselo per marito, e tu avendogli guastato il giuoco per le mani, ti darà scaccomatto di pedina.
Ersilia.Et io morrò per questo? Ah Cornelia, Cornelia, che non da matrigna, ma da propria madre t'ho servita e onorata sempre, s'era tale il tuo disegno, me lo dovevi dire, che tu contenta e io contentissima restava in un tratto, bastandomi solo il mio Camillo nell'istessa casa, dove se non come marito, l'avrei almeno come signore servito. Ahi che è vero, che nessuna matrigna fu buona!
Magagna.Orsù, non più parole; fermati che io alzo.
Ersilia.Aspetta un poco per pietà, in fin che dica due altre parole.
Magagna.Ma siano brevi; e presto, chè io intanto passeggio.
Ersilia.In che orrendo spettacolo ti vedi, o Ersilia infelicissima! Oh cara mia madre, s'ora mi vedessi! Ed o Alessandro, mio carissimo padre, dove sei? che riaccasandosi con Cornelia, morendo poi mi lasciasti piccola, raccomandata tanto a questa crudele Medea! Vedi, vedi, che ora mi fa condurre al macello, e in man di chi? in man d'un vilissimo servo. Deh! spietata la mia sorte, poichè volesti che io morissi di mala morte, dovevi far almeno che io morissi o per man del mio Camillo, o d'altri della qualità mia. Giorno infelice, che io nacqui! perchè non mi affogai nella culla? poichè per amor io moro. Nè perchè mora mi doglio, ma perchè, ferendosi questo petto, s'offenderà la bell'immagine del mio bellissimo Cammillo, che vivamente vi sta impressa. Perdonami, Cammillo, se per me pati questa offesa; e ti prego a ricordarti, che quanto maggiormente si puote amarti, t'ho amato io.[iv]
Magagna.Troppo sei lunga; non accade più aspettare. Io mi risolvo in ogni modo di darti.
Ersilia.Deh, Magagna, che crudeltà è questa? Che ti ho fatto io? ricordati pure, che tu eri servo di mia madre; pensa all'affezion grande che ti portava mio padre. Considera che tu m'hai cresciuta sopra coteste braccia, e ora sarai micidiale quasi di te stesso? quasi del tuo sangue?
Magagna.È troppo il vero, ahimè!
Ersilia.Non sai, che sempre t'ho sovvenuto? Non ti ricordi, che ti ho difeso? Chi riparava a' tuoi danni, se non io? La mia borsa non ti fu sempre aperta? Che m'hai cerco, che non ti ho dato? Insino alle camice ti ho conce di mia mano.
Magagna.È troppo il vero. Uh, Uh, Uh!
Ersilia.Io ti faceva mangiar per tempo; ti serbavo anco le reliquie della tavola; ti ho riputato da fratello, ti ho amato da sorella; e ora tu, che dovevi essere il riparo della mia vita, il difensoredella mia persona, hai animo di uccidere una povera innocente, infelice pupilla? Ahimè, come non piangi di compassione?
Magagna.Non pianger più, chè mi tiri l'anima dall'antiporta del cuore. Io me ne pento: ecco qua il pugnale, uccidimi tu, perchè il torto è il mio, la ragione è tua; ovvero mettiamo mano al rimedio per salvar l'uno e l'altra.
Ersilia.Il rimedio è facile. Lasciami andare, ch'io ti prometto partirmi di qua, con proposito di non ritornarvi mai più.
Magagna.«Aspetta, pensa e poi fa»—dice il proverbio. Come faremo, che io mi trovo promesso alla Signora di portarle la vostra testa con i vestiti insanguinati? E se io non eseguisco a punto quanto mi ha detto, oltre il pericolo d'esser cacciato, perdo l'occasione di copularmi con essa. Perchè, per dirla, s'era appuntato fra di noi, che uccisa Ersilia, io, arso per amarla, entravo al suo arsenale, cioè che me la pigliavo per mogliera.
Ersilia.Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio padre?
Magagna.Conosco.
Ersilia.Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate, mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.
Magagna.Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile. Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada, alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.
La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia: la Moglie giudice e parte, è una storia popolare diffusissima. In essa troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.
—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglieCon due sue damigelle, empie canaglie;E quando in mezzo[v]al mar l'onda ti accoglie,Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie.Lagrime non curar, nè finte doglie,Perchè le donne sono tutte quaglie,Che ti faranno smorfie e meraviglie:Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»—Indi intima alla moglie e damigelle,Di parco cibo non ancor satolle,Che senza farsi nè lisciate e belle,Le aspetta di Gaeta al piè del colle.Vanno quelle innocenti meschinelle,Che il Prence di veder desio le bolle.E nell'entrar del mar nell'ampia valle,Le portò il marinar sopra le spalle.Il Principe montò l'altra filuca,E la sposa mirò come nemica,Che non sa dove il fato or la conduca;Lo chiamava: ma indarno è la fatica.Fero le damigelle in mar la buca,Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica:—«Empî, che fate?»—in guardatura bieca,Ma bella, che pareva Elena greca.Poi presero Fiorlinda allora allora,Ma tutti quasi con ridente cera;Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora,Cenar con Teti in questa propria sera.»—Ma lei si smania e strazia e si addolora,Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»—Prega, singhiozza, lagrima e sospira,Che d'un tigre averìa[vi]placata l'ira.Era quel marinar pien di clemenza,E immobil stette con la sua costanza,E solo di salvarla il modo penza (sic)E vivere sicur nella sua stanza.Attribuì del mare all'inclemenzaE l'impeto suo proprio[vii]e l'incostanza.La spoglia e poi da marinar l'acconza,E la portò nell'isola di Ponza.L'altra mattina addolorata e mestaRitornò la filuca alla sua costa,Riportando a quel principe la vesta,Che per la sposa sua fu fatta a posta.Nel mirar questa spoglia atra e funestaA deliquio mortal quasi si accosta,Toglierla comandò dalla sua vistaE nel proprio dolor piange e si attrista[viii].
[i]Scrivo per estesoNovella quinta della Deca seconda, acciò nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il dotto Warburton. IlPope, in una nota alMeasure for MeasuredelloShakespeare, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio,Dec. 8. Nov. 5.Ed ilWarburton, critico inglese, nella sua edizione dello Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così:Decembre 8, Novembre 5.Similmente un dotto tedesco, ilBeyreis, ricitando delle citazioni da un libro inglese, dove trovava scrittoThe same(cioèlo stesso, l'autore già citato) ponevaThesamius, prendendo quelle due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non si avessero a credere infallibili gli oltramontani![ii]Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuoleiddiopotersi usar solo al nominativo.[iii]Cf.Schiller,Die Jungfrau von Orleans. Parlata che termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro. Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologicoKehrtdello Schiller, che può significaretornareed anchespazzareoscopare, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.[iv]Che quanto amar si può, v'haggio amato io.Ariosto.[v]Var.in alto.[vi]Var.Che d'una tigre avria.[vii]Var.Se l'epiteto proprio. Poco intelligibili ambe le lezioni.[viii]Nota la consonanza fra le rime di ciascuna stanza:uglie, oglie, eglie;elle, olle, alle;uca, ica, eca;ora, era, ira;enza, anza, onza;esta, osta, ista.
[i]Scrivo per estesoNovella quinta della Deca seconda, acciò nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il dotto Warburton. IlPope, in una nota alMeasure for MeasuredelloShakespeare, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio,Dec. 8. Nov. 5.Ed ilWarburton, critico inglese, nella sua edizione dello Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così:Decembre 8, Novembre 5.Similmente un dotto tedesco, ilBeyreis, ricitando delle citazioni da un libro inglese, dove trovava scrittoThe same(cioèlo stesso, l'autore già citato) ponevaThesamius, prendendo quelle due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non si avessero a credere infallibili gli oltramontani!
[ii]Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuoleiddiopotersi usar solo al nominativo.
[iii]Cf.Schiller,Die Jungfrau von Orleans. Parlata che termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro. Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologicoKehrtdello Schiller, che può significaretornareed anchespazzareoscopare, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.
[iv]Che quanto amar si può, v'haggio amato io.Ariosto.
[v]Var.in alto.
[vi]Var.Che d'una tigre avria.
[vii]Var.Se l'epiteto proprio. Poco intelligibili ambe le lezioni.
[viii]Nota la consonanza fra le rime di ciascuna stanza:uglie, oglie, eglie;elle, olle, alle;uca, ica, eca;ora, era, ira;enza, anza, onza;esta, osta, ista.
[4]Rinvivire, Riavvivare, rivivificare, risuscitare.[5]Stiacciata, e più giùstioppo. Ne' vernacoli toscani, loschi(schj) della lingua nobile si trasforma insti(stj). Anzi inistioppoquesta forma è più etimologica, malgrado tutta la indegnazione di Vincenzio Monti, che scrisse:Voci italiche son:schiaffo,schiamazzo,Schiettezza,schiavitù,schioppo,schidione;E tu m'insegni a dir:stioppo,stidione,Stiettezza,stiavitù,stiaffo,stiamazzo?Va va, maestro mio, va, che sei pazzo.[6]Caterina I di Russia era anche da meno, facendo da serva in un'osteria, che non apparteneva a' suoi genitori.
[4]Rinvivire, Riavvivare, rivivificare, risuscitare.
[5]Stiacciata, e più giùstioppo. Ne' vernacoli toscani, loschi(schj) della lingua nobile si trasforma insti(stj). Anzi inistioppoquesta forma è più etimologica, malgrado tutta la indegnazione di Vincenzio Monti, che scrisse:
Voci italiche son:schiaffo,schiamazzo,Schiettezza,schiavitù,schioppo,schidione;E tu m'insegni a dir:stioppo,stidione,Stiettezza,stiavitù,stiaffo,stiamazzo?Va va, maestro mio, va, che sei pazzo.
[6]Caterina I di Russia era anche da meno, facendo da serva in un'osteria, che non apparteneva a' suoi genitori.